di Francesco Grignetti e Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 5 luglio 2021
La "preoccupazione" è palpabile, ai piani alti del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Troppi segnali convergenti fanno temere una stagione nera in avvicinamento. Nel giro di pochi giorni, si segnalano: volantini anarchici in Sardegna contro "i secondini", uno striscione anarchico a Roma, un'improvvisa manifestazione di anarchici fuori dal carcere di Santa Maria Capua Vetere.
E per di più un blocco doloso dei telefoni di quel penitenziario, causa attentato a una centrale telefonica. "Il pericolo è una saldatura tra il movimento antagonista e certa criminalità organizzata", si dice al Dap. E quindi le antenne di polizia e intelligence si sono drizzate. Che l'aria si sia fatta pesante, lo denunciano anche i sindacati della polizia penitenziaria. Donato Capece, leader del sindacato autonomo Sappe, ribadisce che occorre invertire la rotta di una criminalizzazione generalizzata, "perché ingiusta e pericolosa".
Il Sappe sta lavorando a una manifestazione nazionale, quella che dovrà "simbolicamente" restituire le chiavi dei penitenziari. Si accoda anche la Uil-penitenziaria: "Dopo i raccapriccianti fatti di Santa Maria Capua Vetere si susseguono gli striscioni e i comunicati diffusi anche da frange eversive e inneggianti all'odio verso il Corpo di polizia penitenziaria e suoi singoli appartenenti. Il clima è sempre più pesante e pericoloso. Per questo ci rivolgiamo alla parte buona della società, alla politica e al governo chiedendo di creare un cordone di solidarietà e protezione", dice il segretario generale Gennarino De Fazio.
La paura è che dopo la rappresaglia dei 52 agenti contro i detenuti di Santa Maria Capua Vetere, qualcuno possa organizzare una contro-rappresaglia. Dice esplicitamente De Fazio: "La storia del nostro Paese insegna che quando si è isolati, si è fortemente esposti agli attacchi della criminalità, che non di rado colpisce mortalmente".
Ecco perché al Dap, in vista della riunione convocata dalla ministra Marta Cartabia domani, con tutte le numerose sigle sindacali del comparto, si osserva con particolare attenzione a tutto quel che si muove fuori, ma anche dentro le carceri. Non ci si nasconde che aleggi tra i 37 mila agenti della Polizia penitenziaria una certa "demotivazione crescente". Si teme che subentri una "demoralizzazione" che non potrebbe non avere effetti sulla buona gestione delle carceri. Una prima mossa del Dap, diretta soprattutto a calmare gli animi degli agenti, è un esposto annunciato presso il Garante della Privacy.
Il Dap stesso, infatti, è contrariato dalla "gogna mediatica" che si è scatenata contro gli indagati. Ma al sindacato Sappe questo esposto pare poco e di scarso effetto. Dice Capece: "Domani mattina (oggi per chi legge, ndr) abbiamo convocato il nostro team legale per esaminare la stampa locale, chi ha sbattuto il mostro in prima pagina, mettendo foto nomi e grado dei 52 colleghi raggiunti da misura cautelare, e vedere se ci sono gli estremi per una causa".
A sua volta, la ministra Cartabia ha fatto sapere di aver telefonato al presidente dell'Ordine dei giornalisti affinché si valutassero eventuali violazioni deontologiche. Anche qui, il tentativo di trovare un equilibrio tra l'indignazione del Paese e il sentimento di ingiusta criminalizzazione nei 37 mila della penitenziaria.
Per dare un altro segnale di equilibrio, il direttore Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia hanno deciso di procedere con attenzione alle misure amministrative conseguenti quelle penali: se è stata scontata la sospensione dal servizio per i 52 ai quali il Gip ha imposto misure cautelari, nulla è ancora deciso per altri 80 individuati dalla Procura, ma nei cui confronti il Gip non ha ritenuto di imporre misure cautelari.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 luglio 2021
L'avvocato Gaetano Sassanelli trova una linea di congiunzione tra violenze sui detenuti, indifferenza al diritto di difesa e propaganda giustizialista. C'è un nesso sottile, un filo che lega alcuni segni inquietanti. Gaetano Sassanelli, avvocato protagonista da anni della vita istituzionale e associativa forense, trova una linea di congiunzione tra violenze sui detenuti, indifferenza al diritto di difesa e propaganda giustizialista. "Si raccoglie ciò che si è seminato per anni", dice il professionista che rappresenta l'avvocatura nel Consiglio giudiziario di Bari e che nel capoluogo pugliese è stato anche presidente della Camera penale, oggi guidata da Guglielmo Starace. Sassanelli ne parla anche a partire da casi recenti che lo hanno personalmente coinvolto sul piano professionale, in particolare nelle interlocuzioni con l'istituto penitenziario di Agrigento.
Prima ancora delle violenze, i detenuti subiscono spesso l'indifferenza. Certe disattenzioni possono essere ascrivibili a un più generale decadimento, nell'amministrazione penitenziaria e nell'apparto pubblico in generale, del senso delle garanzie? Può esserci una pur indiretta "connessione genetica" fra le violenze sui reclusi e quelle disattenzioni?
Come sempre, si raccoglie quel che si è seminato e purtroppo ultimamente si è seminato molto ma molto male, innescando una degenerazione del metus publicae potestatis che, come evidenziato anche dal professor Manes, ha coinvolto finanche il lessico giuridico, introducendo termini come "spazza-corrotti" che vorrebbe intendere lo sterminio civile di determinate classi d'autore, o "certezza della pena" che vorrebbe significare certezza del carcere. Ed è ovvio che, se la massima espressione del potere esecutivo nel settore giustizia si rende portatore di questi messaggi, non possono che conseguirne comportamenti come quello delle forche caudine verificatosi a Santa Maria Capua Vetere. Del resto non è un caso che il ministro della Giustizia dell'epoca, che si deve presumere parli sempre a ragion veduta, in risposta ad una interrogazione parlamentare sui fatti accaduti all'interno del reparto "Nilo", abbia risposto affermando che si è trattato di una "doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto".
Nel sistema carcerario le violenze sui reclusi non rappresentano il solo aspetto preoccupante. Basti pensare alle difficoltà nell'esercizio del diritto di difesa da parte dei reclusi, e dei loro legali. Di recente lei ne ha avuto prova anche per alcune difficoltà di "comunicazione" col penitenziario di Agrigento...
È naturale che il raccolto di quelle semine di cui dicevo non possa che essere il disprezzo per i diritti ed ancor più per le garanzie dei detenuti. Se le istituzioni ai massimi livelli proclamano che i cittadini assolti sono solo imputati che l'hanno fatta franca, cosa volete che un agente di polizia penitenziaria, privo, non per sua colpa, della minima cultura giurisdizionale, possa ricavarne? Ed è quindi conseguenziale che il disprezzo per il mondo dei reclusi, reputati figli di un Dio minore, si riverberi anche sul diritto di difesa. Proprio in questi giorni sto vivendo un'esperienza mortificante per il diritto di difesa, letteralmente neutralizzato per un imputato detenuto ad Agrigento. Trattandosi di un nuovo assistito, coinvolto in processi gravi e complicati, dal 13 giugno sto inondando quel carcere di richieste per un video- colloquio a distanza, tutte rimaste prive di qualsivoglia riscontro, nonostante ordinanze perentorie in tal senso della stessa Autorità giudiziaria. Si ha la sensazione di scontrarsi contro un muro di gomma, al quale puoi indirizzare mail ordinarie, pec, telefonate, tutti tentativi che rimbalzano senza alcuna risposta, o un cenno, pur se negativo, di considerazione. E tutto questo mentre le udienze dei processi continuano a svolgersi, senza però essermi potuto confrontare con il cliente. Situazione che, come è facile comprendere, non consente un compiuto esercizio del diritto di difesa e che sembra rientrare in una precisa strategia: collocare l'imputato a notevole distanza dal luogo di celebrazione dei processi, in maniera da imporre più giorni di viaggio per un colloquio difensivo e contemporaneamente ignorare le richieste di colloquio a distanza del difensore. Del resto non è l'unico caso che vede rimanere inevase anche ordinanze dei Giudici: di recente mi è capitato pure che una richiesta di documentazione sanitaria formulata dall'Autorità giudiziaria per un indagato, malato grave e detenuto a Milano, nonostante i ripetuti solleciti della cancelleria, abbia impiegato mesi per essere evasa, pur a fronte di un provvedimento del Giudice che disponeva la trasmissione entro 48 ore della documentazione già richiesta mesi prima.
Su questa diminuita ai diritti dei detenuti può aver pesato anche la durissima campagna condotta da alcuni organi di informazione, e da alcuni magistrati, contro le cosiddette, e fantomatiche, "scarcerazioni di massa dei boss"?
Quanto accaduto all'epoca, ha segnato una bruttissima pagina di cronaca giudiziaria per il nostro Paese, segnando il ritorno al medioevo del diritto penale. In quella circostanza, infatti, il legislatore è entrato nelle camere di consiglio dei Giudici per modificarne le decisioni adottate per l'emergenza sanitaria in atto, sull'onda emotiva delle polemiche giornalistiche create da professionisti del panico, lanciando un messaggio forte e chiaro, secondo il quale le carceri sono una discarica umana della nostra società, dove relegare soggetti legibus solutus all'inverso, ovvero "sciolto dalle leggi" perché privo di diritti, anche di quelli costituzionalmente tutelati, come il diritto alla salute.
Ha fiducia in un'iniziativa dell'attuale ministra della Giustizia Cartabia in materia di diritti dei detenuti e miglioramento immediato delle condizioni di chi deve comunque espiare una pena? Crede cioè che sarà possibile portare a compimento quella parte della riforma Orlando rimasta in sospeso?
Il profilo altissimo dell'attuale ministro della Giustizia è esattamente quel che ci voleva per riportare al centro il rispetto della dignità umana e il recupero del senso di umanità ormai smarrito dopo la gestione Bonafede. Certo, la Giustizia è sempre un tema politicamente scivoloso, ma se non si comprende che la crisi del processo in Italia è politica, ed è politica perché è culturale, ed ancora, è culturale perché è valoriale, non ne verremo mai più fuori. È quindi imprescindibile impegnarsi per recuperare i valori fondanti del nostro Paese. Se non ci riusciamo con un ministro già presidente della Corte costituzionale, allora forse dovremo dimenticarci una volta per tutte, di esser stati il Paese di Beccaria e che, come ci insegna Aharon Barak, in una democrazia la lotta al crimine deve procedere sempre con una mano legata dietro la schiena, anche di fronte alle emergenze criminali più allarmanti.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 5 luglio 2021
L'analisi del Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze: "Episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere sono patologici e sono gravissimi in sé e perché fanno perdere credibilità allo Stato, ma servirebbe una riforma complessiva per un sistema della pena più utile a chi la sconta e alla società".
Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del carcere di Santa Maria Capua Vetere, oggi al centro di un'inchiesta, sono un pugno nello stomaco e sono inequivocabili: uomini in divisa della Polizia Penitenziaria picchiano: calci, schiaffi, manganellate. Uomini detenuti si coprono la testa con le mani, senza riuscire a difendersi. Si nota la sproporzione. Quando ci si fronteggia per sedare una sommossa funziona in un altro modo. Sono immagini che feriscono non solo le persone, ma la coscienza, l'immagine dello Stato diritto e una divisa, quotidianamente vestita da tanti altri, spesso in condizioni difficili, nel rispetto delle regole. Abbiamo chiesto a Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, autore con Edoardo Vigna, caporedattore del settimanale "7", di Vendetta pubblica, il carcere in Italia, uscito da poco per Laterza, in tema di esecuzione della pena, di aiutarci a decifrare quello che sta emergendo dall'indagine e dalle immagini. Vogliamo credere che questa sia la patologia, non la normalità, ma ne resta, innegabile, la gravità.
Dottor Bortolato, qual è dal suo punto di vista l'effetto più grave di episodi come quelli che quei video, inequivocabili, denunciano, in cui rappresentanti dello Stato perdono la misura dei propri comportamenti?
"Mi ritrovo perfettamente nelle parole della Ministra della Giustizia: la Costituzione è stata tradita. La Carta impone alla pena di essere rieducativa e non disumana: qui, invece, si è parlato addirittura di rappresaglia, che non è la legittima reazione ad una rivolta in corso, in cui si può arrivare ad autorizzare l'uso della forza, ma una cosa pensata a freddo per dare, come si dice, 'una lezione', una vera e propria ritorsione per riaffermare chi comanda veramente. In questi giorni, in cui sono rimasto profondamente scosso anche come uomo delle istituzioni, mi è tornata in mente una frase di Sandro Margara, che è stato presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, una persona alla quale mi sono sempre ispirato: diceva che l'amministrazione penitenziaria è l'unica istituzione dello Stato che pretende dagli altri un cambiamento ma non è in grado di cambiare se stessa. Tenere le persone recluse per poi reinserirle sembra già un controsenso, ma almeno pretendere che cambino e non tornino a commettere reati è possibile. Mi domando come sia possibile sperare in questo cambiamento dopo che lo Stato stesso tradisce la sua funzione violando la Costituzione. Sappiamo che la stragrande maggioranza degli agenti penitenziari non ha mai fatto e non farà mai nulla di simile a quanto visto in quei video, ma se gli episodi di violenza si ripetono da un po'di tempo (nel mio distretto vi è un'indagine sul carcere di Sollicciano e una condanna in primo grado per tortura che riguarda il carcere di San Gimignano) dobbiamo interrogarci sulla loro origine che è tutta nella grande tensione che c'è dentro ogni galera e in una cultura della pena dura a morire".
Che idea s'è fatto delle motivazioni profonde?
"Il carcere è un'istituzione totale in cui si pretende l'obbedienza. C'è un soggetto che sta sopra un altro: uno dei due, ha il privilegio della forza legale. Il carcere di per sé non è alieno alla violenza perché per sua natura limita molte facoltà umane, il problema è la sua misura perché si sa che, dato il contesto, la relazione di potere che si instaura tra chi custodisce e chi è custodito può trascendere. Da un lato il Covid-19 ha scoperchiato una pentola già in ebollizione da anni, dall'altro l'Italia nel 2013 ha ricevuto una condanna dalla Corte di Strasburgo per sovraffollamento carcerario, lì abbiamo toccato il picco, che poi s'è ridotto, ma la situazione è ancora critica: su questo problema che già c'era s'è innestata la pandemia, con un rischio sanitario ovvio nella promiscuità e nel sovraffollamento, che però è stato sottovalutato all'inizio. A questo s'è aggiunto il fatto che per precauzione sono stati interrotti i colloqui con i familiari, e ciò ha provocato tensioni che si sono concretizzate in vere e proprie rivolte nelle carceri. Dall'altro lato il carcere fa i conti con un personale penitenziario scarso e sempre più provato, alle prese con uno dei mestieri più difficili del mondo. Ci sono fenomeni studiati in criminologia: l'esempio più noto è l'esperimento di Stanford. Philip George Zimbardo, psicologo statunitense, formatosi presso la Yale University, ha confutato negli anni '70 del '900 la credenza assai diffusa secondo cui i comportamenti degradati e violenti osservabili all'interno di un'istituzione come il carcere sono soprattutto dovuti a disfunzioni della personalità, innate o apprese, dei carcerati e delle guardie, dimostrando piuttosto come tali condotte dipendano dalle specifiche caratteristiche del contesto. Si sa che se metti insieme due gruppi di persone, affidando a uno dei due il monopolio della forza, accade che si verifichino dinamiche per le quali dopo un certo tempo possano aversi episodi di sopraffazione violenta. Le responsabilità sono certamente sempre individuali, sarebbe un grave errore criminalizzare un intero Corpo di polizia che ha spesso dato grande prova di sé, però è anche vero che il carcere di per sé è un luogo violento dove dinamiche di questo tipo ineriscono alla sua intrinseca brutalità".
Può spiegare questo concetto a chi non ha mai visto un carcere da vicino?
"C'è la violenza in carcere, che non è soltanto quella ora sotto i riflettori ma anche la violenza di detenuti contro altri detenuti e contro gli agenti, infermieri, educatori; c'è la violenza dei detenuti contro loro stessi che si manifesta in atti di autolesionismo e suicidi, ma c'è anche una violenza intrinseca che inerisce alla sua naturale ed ineliminabile ferocia e che deriva dall'essere un ambiente in cui si formano gerarchie, obbedienze facili a degenerare in sopraffazioni e violenze. Il momento dei mesi di marzo-aprile 2020, in cui questi episodi si sono verificati, è stato drammatico, c'è stata forse da parte dell'amministrazione la sensazione che le rivolte potessero scappare di mano. Detto questo, eventi come quelli di Santa Maria Capua Vetere, paragonabili a quelli della scuola Diaz di Genova, sono inaccettabili, espongono il Paese ad un umiliante discredito internazionale, perché è impensabile che uno stato democratico come il nostro, uno dei pochi al mondo ad assegnare alla pena un compito rieducativo in Costituzione, poi possa in concreto attuarne i principi con queste modalità. Il fatto è gravissimo, anche per il numero delle persone coinvolte: si parla di 52 agenti a tutti i livelli coinvolti e dei loro vertici, ferma restando la presunzione di innocenza che deve valere anche per loro - si dovrà capire chi c'era e chi non c'era - ma le immagini sono inequivocabili: come può un'istituzione essere credibile nel momento in cui pretende dai suoi custoditi un ripensamento sui reati commessi e un cambiamento reale, se poi anche un solo rappresentante di essa si comporta in quel modo? Un danno enorme per le istituzioni, per il carcere, per lo stesso corpo della Polizia penitenziaria".
Nel vostro libro Vendetta pubblica si ragiona dei problemi del carcere. La Costituzione chiede che la pena tenda alla "rieducazione". Quanto il carcere italiano nella sua realtà quotidiana è in grado di rispondere a questa richiesta della Costituzione?
"Non mancano esempi positivi, ci sono istituti in cui si applicano i principi dell'ordinamento penitenziario, in cui si danno gli strumenti: lavoro, studio, rapporti con la famiglia, un carcere 'aperto', tutto quello che dovrebbe fare in modo che la pena sia "utile" al reinserimento sociale, che non è solo un interesse del detenuto ma anche della società. Purtroppo però bisogna prendere atto che in Italia molti detenuti non hanno possibilità di lavorare, non possono accedere per varie ragioni alle misure alternative e, soprattutto, vi è una risposta al reato ancora carcero-centrica: in Italia ogni tre condannati, uno è in misura alternativa, due sono in carcere. In Francia il rapporto è rovesciato".
Può spiegare al lettore comune che cosa si intende con misura alternativa?
"La possibilità di espiare la pena in una modalità diversa dal carcere e 'nella comunità': l'affidamento in prova, gli arresti domiciliari. Dopo gli episodi di Santa Maria Capua Vetere tutto questo rischia però di diventare un mero esercizio retorico perché l'emergenza ora sembrerebbe quella di rendere il carcere qualcosa di conforme a Costituzione nel senso del rispetto almeno dei diritti fondamentali dell'uomo. Quello che abbiamo visto ne è la negazione, non possiamo accettare che si ripeta. Ciò non toglie che si debba affrontare globalmente la situazione carceraria come aveva provato a fare il ministro Orlando nel 2015 con gli Stati generali, incentivando le misure alternative, una riforma di cui non è rimasto nulla. Il nostro Vendetta pubblica è un titolo provocatorio, ma serve a dire che se la pena è solo vendetta non serve a nessuno, neppure alla vittima. Men che meno alla società. Non aiuta le persone detenute a reinserirsi e facilmente, in mancanza di alternative, quando la pena termina esse tornano a delinquere.".
C'è spesso una discrepanza tra buone intenzioni e realtà, sappiamo che lo Stato, per esempio, riesce a recuperare solo una parte minima dei crediti delle sanzioni pecuniarie. Tutto questo favorisce la prospettiva carcero-centrica?
"Sì, è un problema che esiste. Spesso le misure alternative non si riescono ad applicare per problemi di marginalità sociale: banalmente chi non ha una casa dove andare non può essere mandato ai domiciliari. Circa un terzo della popolazione carceraria si trova lì per reati attinenti alla droga. Ma il carcere non è adatto a rispondere a problemi che hanno natura sociale, come dipendenze, integrazione di stranieri, perché lì dentro le marginalità e i problemi si aggravano. Tutto parte dall'articolo 27 della Costituzione, se si rispettasse alla lettera il carcere diventerebbe un'altra cosa, non si verificherebbero tante distorsioni, ma nessun politico vuole occuparsi della riforma carceraria, perché non porta consensi".
Nel libro parlate del carcere come un luogo di "contagio criminale" anche questo è difficile far capire?
"Sì, eppure è una piaga terribile. Il carcere è la più grande scuola di criminalità. Capita che uno entri per un primo reato non dei più gravi, magari perché non ha un posto dove andare ai domiciliari e lì rischia di incontrare detenuti non di primo pelo alla ricerca di future complicità che lo assoldano per compiere reati più gravi, così quando esce avranno un alleato in più. Bisogna assolutamente togliere da quell' ambiente il piccolo criminale perché rischia di uscirne molto meno piccolo. Bisognerebbe differenziare gli istituti, crearne molti a 'custodia attenuata' per chi entra per la prima volta per reati magari bagatellari. Non dobbiamo dimenticare che il carcere è gerarchia non solo perché i detenuti devono obbedire all' istituzione, ma perché vi si crea una 'scala' criminale, chi ha un ascendente e un alto profilo criminale lo fa pesare, diventa capo. Nella criminalità organizzata sono maestri, in questo, infatti c' è una logica nel fatto che stiano il più possibile separati dal resto".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 5 luglio 2021
Se è esploso lo scandalo di Santa Maria Capua Vetere, lo si deve a un esposto dell'associazione "Antigone". "Abbiamo denunciato quanto accaduto durante la pandemia", dice Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione.
Gonnella, che cosa accade nelle nostre carceri?
"Dispiace dirlo, ma è in atto una regressione. Occorre fare un passo indietro: nel 2014, dopo che il nostro Paese fu condannato per comportamenti inumani dal tribunale europeo dei diritti dell'uomo, seguì una breve stagione di riforme. Ricordo l'istituzione del Garante per i diritti dei detenuti. Già nel 2018, però, con il governo giallo-verde, iniziava la stagione del "chiudiamoli in cella e gettiamo la chiave". Così ricominciò l'affollamento carcerario. La pandemia, poi, è piombata sul carcere come un meteorite. Se non capivamo nulla noi che stavamo a casa, perennemente attaccati alla tv oppure a Internet, che potevano capire in carcere, dove l'informazione non arriva? Nessuno, peraltro, spiegò niente. Ne viene una miscela infernale. Cominciarono le proteste. Poi le rivolte. Seguirono le rappresaglie, durissime e senza pietà".
Il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, avverte che sta montando una cultura della sopraffazione...
"Guardi, è indispensabile tornare a un carcere aperto, dove possano entrare i volontari. Con le dovute cautele, chiaro. Invece c'è la tentazione di non aprire più i portoni".
E ora?
"Siamo molto confidenti nella ministra Marta Cartabia. Speriamo che possa rivedere il Regolamento carcerario, che è del 2000, pensato in epoca pre-digitale, ormai superato. Faccio l'esempio delle telefonate: il nostro regolamento è forse il più severo d'Europa, appena 10 minuti di telefonata a settimana. Se potessi dare un suggerimento, direi: con il Recovery assumete tanti giovani laureati, 200 o 300 in un colpo, e mandateli come staff dei direttori, i quali sono disperatamente soli e pochi. Ci sono almeno 30 carceri dove addirittura il direttore è vacante. E poi servono interpreti, mediatori culturali, psicologi, educatori per affiancare la polizia penitenziaria e risolvere sul nascere i conflitti".
di Alessandro De Nicola
La Repubblica, 5 luglio 2021
La riforma del processo penale e civile. La legge è una gigantesca macchina per definire i prezzi, affermava con il suo solito stile icastico Milton Friedman. In altre parole, la legge fornisce incentivi a comportarsi in un modo o in un altro. Orbene, nel momento in cui, grazie a quanto ci richiede l'Unione Europea per avere accesso al Recovery Fund, il governo e il Parlamento si accingono a riformare le regole processuali civili e la ministra Cartabia è in tour per le Corti d'Appello italiane, è bene chiedersi se sia dal lato dell'offerta che della domanda si riesca ad ottenere un processo che sia il meno costoso e il più veloce ed efficiente possibile. I tempi attuali per ottenere una sentenza, l'ingolfamento dei palazzi di giustizia e l'incertezza e l'erraticità delle pronunce, ormai è noto, scoraggiano gli investimenti e allocano male le risorse economiche.
Chi sono i "produttori di giustizia"? In primo luogo, i magistrati, poi gli altri operatori giudiziari e gli avvocati allorché assumono il ruolo di arbitri. Ebbene, mentre i professionisti hanno interesse a svolgere il lavoro nel modo più credibile ed efficiente possibile (sono in competizione con i tribunali pubblici e tra camere arbitrali), altrettanto non si può dire per le corti statali che non sono in concorrenza tra loro e, salvo il senso del dovere, non hanno incentivi ad essere efficaci.
È quindi necessario introdurre elementi di concorrenza "interna", favorendo il riconoscimento del merito dei giudici. Il primo passo è riformare il Csm, creandone due, uno per la magistratura inquirente e uno per la giudicante per evitare commistioni (il pm coinvolto in un procedimento disciplinare su un giudice o per l'assegnazione di un incarico direttivo solleva questioni di opportunità evidenti). I due Csm dovrebbero preservare l'indipendenza della magistratura ed essere composti per metà da magistrati, per un quarto da laici scelti dal Parlamento (meglio ridurre il peso della politica) e per un quarto da eletti dalle professioni e dall'accademia. Inoltre, oggi il giudizio di idoneità per i togati avviene quadriennalmente e i promossi superano il 98%, il che fa riflettere su come criteri vaghi e autoreferenzialità minino la credibilità del meccanismo. A tal scopo bisogna introdurre parametri precisi, quantitativi (quanto lavori?) e qualitativi (come lavori?), con avanzamenti di carriera più rapidi per i meritevoli. Stesso dicasi per gli altri operatori di giustizia: i tribunali (salvo che per funzioni meramente giurisdizionali) devono essere interamente gestiti da dirigenti che vengano premiati pure in base ai risultati raggiunti.
Passiamo al lato della domanda. Nel processo civile esiste una grande asimmetria informativa tra avvocati e clienti. Sono i primi in grado di valutare le probabilità di vittoria nel processo, consigliare l'assistito e moltiplicare il numero delle cause o farle durare a lungo (dum pendet, rendet, dicevano i saggi Romani). La lentezza è un buon incentivo a resistere per comprare tempo da parte dei convenuti. Perciò, la riforma Cartabia che introduce paletti molto rigidi per le cause, con preclusioni sia sulla produzione di documenti che di testi, contribuisce a costringere gli avvocati entro termini ben precisi. L'incoraggiamento alla mediazione e ai tentativi del giudice di arrivare ad un compromesso serve altresì a diminuire tale asimmetria informativa tra cliente e avvocato: grazie alle indicazioni preliminari di mediatori e giudici il primo può avere un'idea più realistica delle chance di successo e decidere consapevolmente di evitare i costi del processo.
Questo non basta però: è necessario scoraggiare chi inizia cause inutili rafforzando l'utilizzo delle sanzioni pecuniarie per lite temeraria, incrementare i costi per la parte soccombente (in modo che si resista o si inizi un processo solo quando veramente si pensa di aver ragione) e rafforzare i cosiddetti filtri in Corte d'Appello e in Cassazione, bloccando i ricorsi pretestuosi. Si tratta di proposte contenute nel programma preparato da un Comitato presieduto da Carlo Cottarelli (rinvenibili in www.adamsmith.it) e naturalmente non sono le sole.
L'importante è rendersi conto che, come per tutte le attività umane, persino l'amministrazione della giustizia è soggetta alle implacabili leggi del costo-opportunità e i suoi attori rispondono agli incentivi che ricevono. Affidarsi ai soli grandi princìpi del diritto porterebbe ad un'altra situazione che gli Antichi Romani avevano ben individuato: summum ius, summa iniuria.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 5 luglio 2021
Intervista al sindacalista degli agenti penitenziari e segretario generale Uil Gennarino De Fazio: "Quanto è accaduto è sconcertante ma le prigioni sono considerate luoghi in cui il diritto è sospeso". Ho visto colleghi piangere. Anche io, credetemi, non riesco a pensare ad altro. Ma c'è da andare avanti. E per farlo, non serve soltanto non commettere errori. Ma anche dire le parole giuste. La verità è che quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non è il frutto di poche mele marce: è il sistema carcerario italiano che non funziona".
Gennarino de Fazio è un ispettore capo della polizia penitenziaria. Ed è un sindacalista, segretario generale della Uil. In questi giorni di scandalo le sue sono state parole precise, in un certo senso coraggiose: non ha mai nascosto la testa sotto la sabbia.
"Quello che è accaduto a Santa Maria è orribile. Per gli italiani e per chi porta con onore questa divisa. Siamo sconcertati, mortificati e colpiti nell'orgoglio di servitori dello Stato. La polizia penitenziaria non è nulla di quello che si vede nelle immagini. Che però ci sono. Noi abbiamo due possibilità per affrontare quello che è successo: la prima è ridimensionare, parlare di un caso isolato. E secondo me commetteremmo un gravissimo errore. Lo stesso, mi permetto di dire, che ha fatto una certa parte della Polizia dopo i fatti di Genova. Non c'è niente da negare. Niente di cui non vergognarsi. La seconda possibilità che abbiamo è metterci, veramente, nelle condizioni che fatti come quello di Santa Maria non accadano più. Ma non solo Santa Maria: io sono sicuro che quello sia stato un caso davvero straordinario, ma non possiamo negare che il nostro corpo è costantemente colpito da indagini e procedimenti penali per degenerazioni inaccettabili. Ecco: chiediamoci, perché accadono? Cosa è sbagliato?".
Provi a rispondere. Perché accadono?
"C'è un altro dato che io ritengo molto interessante: ogni giorno due agenti di Polizia penitenziaria subiscono aggressioni gravi da parte dei detenuti. Immagini se fosse accaduto in qualsiasi altro posto di lavoro: ci sarebbero titoloni ovunque. Invece, da noi niente".
Sta dicendo che gli agenti si difendono soltanto?
"No, assolutamente. Non ho detto questo. Sto dicendo che il carcere è considerato da tutti - dall'opinione pubblica ma anche, e questo penso sia assai più grave, da chi ha responsabilità di direzione diverse, dal ministero al Dipartimento - un luogo in cui il diritto è come sospeso. Un luogo dove tutto può succedere. E questo è inaccettabile perché, al contrario, le case circondariali dovrebbero essere il posto delle regole. Il nostro ruolo sarebbe quello di rappresentare lo Stato. E invece, spesso, lo Stato viene calpestato. I detenuti dovrebbero espiare una pena e soprattutto poter trovare un'altra strada nella società: e invece trovano rabbia, sistemi criminali, calpestano regole come se fossero fuori. Infine, lo Stato: in carcere non fa che calpestare norme. Non ci mette nelle condizioni di lavorare: chiedetevi che formazione facciamo noi? Zero. Che riposi abbiamo? Zero. Il carcere è un luogo dove si violano le regole. Ecco perché poi il sistema impazzisce".
Che serve?
"Spazi più importanti per i detenuti. Formazione per noi agenti. Regole certe. Santa Maria è davanti ai nostri occhi perché un sistema di videosorveglianza funzionava e che, altrove, troppo spesso è cieco. Chiediamo da tempo la dotazione delle body-cam, con un protocollo che ne regolamenti impiego e possibilità di accesso. Noi non abbiamo intenzione di dimenticare. Ma lo Stato non può dimenticarsi il perché".
di Don Daniele Simonazzi
Avvenire, 5 luglio 2021
Gentile direttore, le scrivo in merito agli articoli apparsi su "Avvenire" prima che prendesse spazio il caso del carcere di S. Maria Capua Vetere, che ha scosso tanti, quasi tutti. "Avvenire" è un giornale che sentiamo nostro e forse è l'unico - mi permetta - "da galera". E quindi grazie! Sono cappellano in carcere da oltre trent'anni; prima lo sono stato in quello che era l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e ora proseguo, con il mio confratello don Matteo, il ministero oltre che nelle sezioni dell'Articolazione della salute mentale (Asm) anche, di fatto, in altre due sezioni. Scrivo perché vorrei condividere con lei e con la ministra Marta Cartabia alcune considerazioni.
A) Vengo da una giornata nella quale ho visto i muri di una cella "affrescati" dal sangue di M. sgorgato dai tagli che si è fatto. Già le sezioni Asm sono complicate, ma quando avviene qualche episodio dovuto a un qualche scompenso, questi fratelli (perché per noi sono tali) vengono ulteriormente isolati in condizioni sub-umane.
B) Il problema non sono le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr) che conosciamo e di cui attestiamo la bontà, ma gentile ministra, le carceri. È il carcere che scompensa e genera o rende evidente, un disagio mentale che è latente in tantissimi. La ricerca sulla recidiva è cosa buona, ma a diversi ministri - penso a tutti quelli che sono passati in trent'anni - erano stati fatti presenti i dati positivi legati alle misure alternative. Va posto mano a dinamiche che sono proprie e interne agli istituti stessi. Tra l'altro basta poco per rendersi conto che l'uso e l'abuso (al bisogno?) di psicofarmaci, l'utilizzo di sostanze stupefacenti e che in alcuni casi scompensano, il ricorso sempre più frequente a psichiatri e psicologi sono sintomi di tutto questo. C'è l'impressione che il passo del ministro e del ministero (era così anche con il ministro Bonafede) sia diverso da quello dell'amministrazione penitenziaria.
C) L'altro aspetto è quello della formazione degli agenti di Polizia Penitenziaria. Le nostre sezioni si reggono su agenti che erano in servizio quando ancora c'erano gli Opg e sono quelli che, di fatto e con buon senso, reggono le situazioni particolarmente acute. E di grazia che ci sono! Qualcuno di loro è stato messo da parte, perdendo così esperienze preziose. Poi ci sono i giovani. E come chiedere loro di zappare un terreno senza dotarli di zappe. Non vengono dati strumenti idonei a fronteggiare chi soffre di disagio mentale. In questo anche le Asl non brillano come presa in carico dei più fragili e poveri.
D) Partendo da una citazione di Luigi Settembrini, sono convinto che non si può escludere da un cammino di giustizia riparativa nemmeno coloro che sono stati riconosciuti incapaci di intendere e di volere e per i quali permane una pericolosità sociale. Questi ultimi presentano infatti sensibilità non comuni, basta saperle cogliere. Se non si percorre questa strada, il carcere continuerà a rendere vittime coloro che hanno fatto... vittime.
E) Da ultimo mi rivolgo direttamente alla gentile ministra: la prego di trovare forme giuridiche per far partecipare ai vostri "tavoli istituzionali" anche i detenuti. Nel prossimo convegno nazionale dei cappellani è una cosa che ci prefiggiamo, ci aiuti in questo!
Da quando è chiuso l'Opg, a Messa "scendono" insieme - Covid permettendo - sia fratelli dell'Asm, sia fratelli della reclusione ordinaria. L'attenzione, la delicatezza, l'ascolto nei confronti dei primi da parte di questi ultimi non ha nulla da invidiare a certe pagine degli Atti degli Apostoli. Le risorse delle carceri sono i detenuti. Domenica scorsa ci si è dimenticati di dare da mangiare a un disabile grave, N. Così il "piantone" (meglio l'angelo custode) - G. - ha rinunciato al suo giorno di riposo per supplire a questo "disguido", noti che N. è povero, uno tra i più poveri.
Ecco, gentile direttore, queste sono le cose che grazie al suo "giornale da galera" volevo condividere con lei, con la stimata Marta Cartabia e, se ritiene, con tutti i lettori. Preghi per noi. Nel Signore
*Co-cappellano del Carcere di Reggio Emilia
Risponde Marco Tarquinio, direttore di Avvenire
Caro e gentile don Daniele, in questa prima domenica di luglio, mentre sulla scena pubblica del nostro Paese in diverso modo si dice e si progetta "giustizia", ho deciso di dedicare alle sue "considerazioni" praticamente tutto questo spazio di dialogo. Spero, anzi so, che la ministra della Giustizia Marta Cartabia leggerà e rifletterà sulle sue parole e sulla sua esperienza, sul suo servizio a Dio e all'uomo, sulla sua pubblica testimonianza che dà corpo e voce ai corpi reclusi e alle voci impercettibili di coloro che hanno commesso errori o crimini e che si sono persi o sono stati perduti, ma sono e restano uomini e donne e non sono irrecuperabili "scarti" e anime definitivamente spezzate. E spero che anche molti altri e altre, eletti in Parlamento e con rilevanti responsabilità politiche, leggano e riflettano, e magari frenino parole e gesti senza misura e senza pietà. Penso che se lo faranno, troveranno tempo e modo per dare risposte serie alle questione serissime che lei pone con delicatezza e forza.
Voglio anche dirle, che sono onorato e grato per la sua definizione di "Avvenire" come "giornale da galera"- È vero, lo siamo. Lo siamo, perché entriamo ogni giorno con migliaia di copie nelle carceri, luogo destinato a coloro che hanno fatto persino in modo tremendo la cosa sbagliata. Lo siamo, perché pure tra quelle mura e dietro quelle sbarre, portiamo le nostre cronache che raccontano deliberatamente molto, moltissimo, delle persone che fanno (o tornano a fare) la cosa giusta per sé e per gli altri. Lo siamo, perché teniamo cara la volontà dei padri costituenti che ci hanno dato il mandato di costruire "prigioni" che siano strumenti di difesa della comunità e al tempo stesso di ricostruzione d'umanità. Lo siamo, perché non ci rassegniamo a una giustizia ingiusta o perfettamente algida. Lo siamo, perché, non sopportiamo violenze e prepotenze persino su chi è stato violento e prepotente e crediamo che fermezza e forza - come i suoi amici agenti dimostrano - non cancellano ascolto, comprensione e misericordia. Sì, gentile don Daniele, siamo "giornale da galera" perché proviamo a ricordarci (e a ricordare a tutti) che le carceri sono un pezzo della nostra società e nessuno dovrebbe considerarle (e farle considerare) un non-luogo dove confinare non-persone. Anche e soprattutto se i reclusi sono esseri umani straziati dal disagio psichico.
Grazie, dunque. Che Dio la benedica per la sua vita di prete e per il suo coraggio di cittadino. E che Dio ci aiuti a vedere, come ci è stato insegnato, anche nei carcerati il volto del Figlio. È forse il più difficile sguardo che ci è chiesto. E lei, don Daniele, ce lo consegna: senza, non c'è carità vera e non c'è vera giustizia.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 luglio 2021
La Consulta ha dichiarato incostituzionale una legge del 2012 (governo Monti, maggioranza larghissima) la quale prevedeva che i condannati in via definitiva per mafia e terrorismo che godono del diritto alle misure alternative al carcere non possano ricevere trattamenti assistenziali, tipo la pensione sociale, o l'assegno di disoccupazione, o (dopo il 2018) il reddito di cittadinanza. La legge era una delle tante varate in questi anni per dare un po' di soddisfazione al fronte sempre molto ampio dei giustizialisti. Senza stare tanto a guardare ai principi della civiltà e allo Stato di diritto. E sulla base di questa legge, recentemente, si erano aperte varie polemiche perché si era scoperto che alcuni ex esponenti della lotta armata ricevevano il reddito di cittadinanza.
Diversi giornalisti, e poi politici, e poi intellettuali vari, tutti molto attenti ai problemi della morale di Stato, avevano protestato e in alcuni casi avevano ottenuto la sospensione dell'assistenza. Il principio al quale si ispiravano era semplice: "Tu hai commesso un delitto e quindi non hai diritto a niente. L'assistenza è la tua unica fonte di sostentamento? Chissenefrega, muori di fame. Potevi pensarci prima..." Se ci pensate bene, in effetti, è stato proprio sull'espandersi di questo tipo di ideologia (che ha sostituito le vecchie e bolse ideologie comuniste, o socialiste, o repubblicane, o cristiane, o liberali, o persino fasciste...) che è nato e si è radicato così fortemente il movimento Cinque Stelle. Pochi dirigenti di spessore, pochi programmi, poca cultura ma un'idea ben radicata: noi siamo i giusti e puniremo gli ingiusti. La legge n. 92 del 2012 che condannava alla "pena accessoria" della fame un certo numero di ex detenuti, comunque, è precedente all'exploit elettorale dei 5 Stelle, che è dell'anno dopo.
Chi approvò questa legge, a grande e baldanzosa maggioranza, probabilmente non aveva letto la Costituzione, oppure quel giorno del voto se l'era un momento fatta passare di mente. E così è successo che qualche giudice serio (sì: esistono, sono anche parecchi...) ha rinviato la questione alla Consulta, la quale ha affidato il problema alla sapienza di un vecchio leader politico e professore e governante: Giuliano Amato. Il quale non ha avuto molti dubbi. Ha spiegato - trovando il consenso della maggioranza degli altri membri della Corte - che la legge 92 è in aperto contrasto con gli articoli 3 e 38 della Costituzione. Andiamo a controllare. Dice l'articolo 3 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Chiaro? Tutti uguali. La Costituzione non prevede la distinzione tra Giusti e Ingiusti, tra Perbene e Reprobi. E precisa: senza distinzione di condizioni personali e sociali.
Ammettiamo pure che i parlamentari che approvarono quella legge avessero qualche difficoltà a capire il senso e la lettera dell'articolo 3. La Consulta propone loro anche l'articolo 38. Eccolo: "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale". In effetti credo che questo sia uno degli articoli meno conosciuti della nostra Carta. Vabbé. Non tutti possono stare lì a ripassare tutti i giorni la Carta, ovvio. Per fortuna c'è il dottor Sottile -Amato lo chiamavano così - che ogni tanto offre una rinfrescata. E ristabilisce dei principi fondamentali della civiltà. C'è scritto nella sentenza: il fatto che alcuni cittadini abbiano rotto il patto di convivenza civile, commettendo dei delitti, non autorizza lo Stato a rompere a sua volta il patto con una ritorsione. Vedete: alle volte, leggendo queste sentenze, ci sembra quasi quasi di vivere in un paese civile. E invece... e invece magari è solo un'illusione.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 5 luglio 2021
Da una parte, un numero di detenuti di gran lunga superiore alla capienza regolamentare dei singoli istituti penitenziari; dall'altra, un numero di agenti di polizia penitenziaria non adeguato alla gestione di una realtà complessa come quella carceraria. Ecco perché le prigioni campane sono spesso una polveriera e, al loro interno, si scatenano sempre più spesso atti di violenza o di autolesionismo.
Basta analizzare gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Giustizia: al 16 giugno in Campania vivevano dietro le sbarre 6.554 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.084, con un tasso di affollamento compreso tra il 119 e il 120%. Si tratta di statistiche addirittura peggiori rispetto a quelle nazionali dalle quali emerge un tasso di affollamento pari al circa il 106%. Non meraviglia, dunque, il fatto che in strutture come quella di Poggioreale, dove si contano attualmente 2.053 ospiti a fronte di 1.571 posti disponibili, fino a pochi mesi fa siano stati stipati fino a 14 detenuti in una sola cella. Passiamo ora ad analizzare la situazione della polizia penitenziaria. Secondo il sindacato Uilpa, in Campania mancano all'appello circa 1.300 agenti rispetto a quelli previsti dalle varie piante organiche delle carceri; la carenza più grave riguarda Poggioreale e Secondigliano, dove mancano all'appello circa 500 uomini in divisa.
Complessivamente, nelle prigioni italiane sarebbero indispensabili 17mila poliziotti in più per gestire gli oltre 53mila detenuti. Le conseguenze di questa situazione sono gravissime: nel solo carcere di Fuorni, teatro di proteste all'indomani dello scoppio della pandemia, nel 2020 si sono contati 122 atti di autolesionismo, un suicidio e 93 casi di sciopero della fame. A Santa Maria Capua Vetere, invece, sono stati registrati tre suicidi, 59 tentativi e poi gli episodi di violenza che hanno portato all'emissione di misure cautelari per 52 tra agenti e funzionari sotto inchiesta. Nel 2020 le persone che si sono tolte la vita nelle carceri campane sono state otto, di cui due a Poggioreale e una a Secondigliano, mentre i detenuti che hanno tentato di togliersi la vita sono stati 47, delle quali 33 a Poggioreale.
A tutto contribuisce la sproporzione evidente tra agenti della polizia penitenziaria e detenuti, spesso all'origine di tensioni che qualcuno vorrebbe gestire solo ed esclusivamente col pugno di ferro. E poco importa se le carceri finiscono col perdere la loro funzione rieducativa e di trasformarsi in un inferno. "Bisogna adeguare le dotazioni organiche ed effettuare assunzioni straordinarie di agenti - afferma Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria - Poi occorre ammoderna e rendere più efficienti le strutture, migliorare gli equipaggiamenti e soprattutto ripensare l'esecuzione penale, rifondare l'amministrazione penitenziaria e ridisegnare l'architettura del corpo di polizia penitenziaria, riordinando infine la dirigenza".
tusciaweb.eu, 5 luglio 2021
La cassazione ha bocciato il ricorso di un boss siciliano detenuto in regime di carcere duro a Mammagialla contro la decisione del tribunale di sorveglianza che a sua volta ha confermato il no dell'amministrazione penitenziaria. L'imputato - un 35enne di Partinico, in provincia di Palermo, detenuto al 41bis a Viterbo - ha chiesto di poter effettuare video-colloqui con la moglie e la figlia di 11 anni, entrambe residenti a Colonia, in Germania.
Una richiesta fondata sulla difficoltà oggettiva di organizzare il viaggio di trasferimento e sui costi connessi alla trasferta che gravavano esclusivamente sulla moglie. Ciò posto ha chiesto di sostituire il colloquio visivo in presenza, con quello a distanza, tramite un video-collegamento che si sarebbe realizzato autorizzando l'accesso della donna e della figlia presso il consolato italiano a Colonia.
La sentenza della cassazione risale allo scorso 13 gennaio, mentre sono state pubblicate in data 17 giugno 2021 le motivazioni dei magistrati della prima sezione penale presieduta dal giudice Giacomo Rocchi. La suprema corte ricorda come "l'evoluzione tecnologica abbia reso possibili nuove forme di comunicazione a distanza" e come i colloqui visivi siano "un fondamentale diritto del detenuto che favorisce lo svolgimento della vita familiare e il mantenimento di relazioni con i più stretti congiunti".
Un'esigenza che il decreto legge 10 maggio 2020, n. 29, dettato per la gestione dell'emergenza Covid-19, ha inteso parimenti perseguire attraverso la previsione della possibilità di svolgere "a distanza" i colloqui con i congiunti. "Ma nel caso di specie - si legge nella motivazione - il contatto si sarebbe dovuto realizzare attraverso un programma software che avrebbe all'evidenza messo in comunicazione e reciproca visione la sede penitenziaria e il territorio straniero ove è allocato, appunto, il consolato. Trattandosi di video-colloquio da realizzare in parte all'estero, ciò avrebbe imposto un'organizzazione preliminare e preventiva del collegamento stesso che non poteva competere di fatto alla magistratura di sorveglianza".
"Sarebbe stata necessaria una preliminare attività di organizzazione e di controllo del sito e dei soggetti che prendevano parte al contatto; facendo affidamento sulla collaborazione del personale dislocato all'estero, senza che vi fosse una reale e specifica normativa di regolamentazione. D'altro canto gli operatori chiamati a intervenire sarebbero dovuti essere destinatari di una attività di formazione e istruzione di cui allo stato non disponevano. Solo così si sarebbero garantite le formalità e gli adempimenti necessari e preliminari all'apertura del colloquio stesso".
"Anche l'azione di vigilanza durante l'espletamento e quella di registrazione avrebbe dovuto permettere una integrale ripresa e visibilità dei soggetti ammessi all'interlocuzione, evitando che essi potessero uscire dal cono di ripresa del sistema video, così ponendo in essere forme gestuali di comunicazione".
"Deve, dunque, escludersi che si possa autorizzare un video collegamento da eseguire in parte all'estero, senza aver assicurato in via preventiva ogni esigenza connessa al contenimento di pericolosità sociale del ristretto in regime di cui all'art. 41-bis L. 26 luglio 1975, n. 354. Né vale il richiamo alla già intervenuta attività di autorizzazione a effettuare dal consolato a Colonia le telefonate con il detenuto".
"È di tutta evidenza, invero, che il colloquio telefonico e quello visivo abbiano natura diversa e siano strutturalmente modalità d'incontro che richiedono differenti tutele e forme di controllo, in funzione del tipo di comunicazione che si attua attraverso gli stessi e nella logica di una salvaguardia del regime di cui all'art. 41-bis Ord. pen.".
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