di Barbara Polidori
Vita, 6 luglio 2021
Emanuela Belcuore, la Garante dei diritti delle persone private di libertà personale dell'area di Caserta, si è insediata a giugno 2020, due mesi dopo i fatti. "Mi sono trovata a gestire la ricostruzione morale del rapporto di fiducia tra detenuti e istituzioni che una vicenda così rade al suolo, come un terremoto", racconta.
Il libero arbitrio è tra i principi che differenziano l'uomo dagli animali. Per legge i detenuti della Casa circondariale "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, alle porte di Caserta, non sono liberi, eppure questo non li rende meno umani. Non ci sono dubbi anche sul fatto che quella avvenuta il 6 aprile 2020 ai danni di 292 detenuti della sezione Nilo sia una "mattanza", un vuoto umanitario con l'intenzione di trattarli proprio come animali. "Domate il bestiame", "Li abbattiamo come vitelli": sono alcune delle considerazioni che 52 agenti di polizia penitenziaria, oggi in misura cautelare, hanno condiviso sui detenuti prima di picchiarli brutalmente entro le mura del carcere.
A guidarli non la giustizia bendata, principio cardine delle Forze dell'Ordine, ma una morale distorta che li ha resi ciechi, immemori dei diritti delle persone, qualsiasi sia il loro grado di giudizio. A sconvolgere di questa vicenda però, non è tanto che gli agenti coinvolti esaltino "il sistema Poggioreale", come si apprende dalle carte della Procura, ma la visione miope che tutt'oggi si ha in Italia della macchina processuale, per cui chi si macchia di un reato è destinato a essere socialmente nient'altro che un "carcerato di merda", un limbo in cui i diritti primari spesso sono negati a tal punto da non aver nemmeno qualcuno a rappresentarli tra le sbarre. Ed è in questo inferno di ingiustizie che il ruolo del Garante dei diritti delle persone private di libertà personale diventa essenziale.
Come ricostruire la fiducia nelle istituzioni - I fatti si inseriscono in un quadro complesso. Già da marzo 2020 la tensione nelle carceri italiane cresce a causa delle discutibili condizioni igieniche e del sovraffollamento degli edifici: secondo l'associazione Antigone, in quel periodo circa 61.000 persone erano recluse a fronte di 50.000 posti regolamentari, con un tasso di affollamento ufficiale superiore al 120%. Solo nel mese di marzo, sono 27 i penitenziari italiani in cui si verificano proteste dei detenuti. Tra questi anche il carcere di Santa Maria Capua Vetere, una struttura pressoché recente, di soli 25 anni, dove oggi opera Emanuela Belcuore, Garante dei diritti delle persone private di libertà personale dell'area di Caserta.
A turbare i detenuti c'è stata di base una preoccupazione generale sulle condizioni igienico-sanitarie in cui vivevano e il timore dei contagi da Covid19. Ma quali erano, al momento dei fatti, le reali condizioni della struttura?
Molto critiche: il carcere fu costruito da principio senza rete idrica, l'acqua veniva portata con le autobotti. Sono solo alcune delle difficoltà a cui sono sottoposti ogni giorno i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Solo pochi giorni fa, per esempio, c'è stato un blackout elettrico che ha impedito loro di informarsi tramite notiziari, in più non ci sono stati recapitati nemmeno i quotidiani a cui siamo regolarmente abbonati. Alla detenzione, al distanziamento fisico, si aggiunge così un drammatico isolamento sociale.
Quanto si è aggravato a causa del Covid19?
Aggravato? Le persone hanno perso ogni tipo di contatto: sono stati imposti il blocco dei colloqui coi Garanti, il blocco degli ingressi dei volontari e gli incontri coi familiari. In più, i minuti di conversazione e videochiamata a disposizione dei detenuti sono stati scalati. Lei capisce che due minuti in più in una conversazione possono fare la differenza soprattutto in un periodo drammatico come quello della pandemia?
Quali erano le motivazioni?
A quanto pare la rete telefonica non supporterebbe il traffico dati...
Com'è stata gestita invece la campagna vaccinale a Santa Maria Capua Vetere?
La sanità ha una gestione distaccata da quella del carcere ma i detenuti hanno aderito tutti positivamente. Sono stati fatti tamponi e vaccinazioni a tappeto, e questi risultati si devono soprattutto alla tempestività di intervento della direttrice del carcere.
Alcuni detenuti lamentano però i costi spropositati sui beni di prima necessità venduti nel carcere: un tubetto di disinfettante per esempio verrebbe all'incirca 6 euro. Gran parte di loro ha alle spalle difficoltà economiche e contesti indigenti. Almeno in pandemia non sarebbe il caso di rendere prevenzione e salute accessibili a tutti?
Sono completamente d'accordo con lei, sa quante battaglie stiamo affrontando a riguardo?
Lei si è insediata a giugno 2020, due mesi dopo i fatti e a seguire un'interrogazione parlamentare dell'ex ministro della giustizia Bonafede. Qual era l'aria che si respirava in quei mesi?
Le vittime venivano da me con i denti saltati e una paura immensa di parlare. Immagini cosa voglia dire denunciare un agente e incontrarlo poche ore dopo che ti ha picchiato... Molte di loro, oltre ai danni fisici, stanno ancora combattendo con traumi psicologici che li perseguiteranno per anni.
Ma prima di Lei qualcuno aveva raccolto mai le testimonianze di queste persone?
Le dirò: prima di giugno 2020 c'era soltanto il Garante regionale, Salvatore Ciambriello, a rappresentare i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. I detenuti non avevano nessuno a tutelarli per la zona di Caserta prima che mi insediassi io.
In un contesto già di per sé difficile in cui intervenire, questa vicenda quanto ha oberato il suo ruolo?
Mi sono trovata a gestire la ricostruzione morale del rapporto di fiducia tra detenuti e istituzioni che una vicenda così rade al suolo, come un terremoto. Bisognerebbe tenere in conto quali responsabilità abbiamo noi Garanti e ricordarlo ai politici che puntano il dito contro il nostro lavoro.
Si riferisce alle ultime dichiarazioni del Leader della Lega, Matteo Salvini?
Quello che ha affermato è vergognoso. Voglio rispondergli però ricordando quando disse "vorrei vedere i garanti con l'olio bollente addosso": venga qui, in carcere, e ci chieda scusa. Massima solidarietà alla polizia penitenziaria ma le mele marce ci sono e vanno allontanate dal cesto, non si può fare di tutta l'erba un fascio.
Alcune delle affermazioni espresse dagli agenti della polizia penitenziaria nella chat di WahtsApp, agli atti della Procura, pare riguardassero anche il vostro lavoro, come ha sostenuto lo stesso Ciambriello. Tra queste: "È un Garante di merda, perché non torna a fare il prete?". Perché il vostro lavoro è denigrato persino da chi dovrebbe difenderlo?
La figura del Garante può risultare fastidiosa, la verità è che in un paese civile il garante non dovrebbe nemmeno esistere, perché i diritti delle persone dovrebbero essere imprescindibili. Sa quante volte invece ho messo piede in carcere in un anno? Ottantadue, pensi quanto c'è bisogno invece del nostro lavoro. Perché è questo il nostro ruolo: agire lì dove lo Stato è manchevole. Tra chi usa la linea morbida della retorica e chi, come la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, parla severamente di oltraggio alla divisa e tradimento della Costituzione, ciò che emerge oggi è una dicotomia morale nel dibattito pubblico che associa indiscriminatamente i detenuti al male e il poliziotto al bene. Uno stereotipo che sottrae alla giustizia, allo Stato, i suoi spazi di intervento e che minaccia anche il lavoro dei Garanti dei detenuti. Sarà la giustizia, ora, a dover giudicare i 52 agenti indagati, rispondendo alla profezia di uno di loro, proprio dalla chat WhatsApp agli atti della Procura: "Siamo ai piedi di pilato".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 6 luglio 2021
Boom di firme per Lega e Radicali, ora appoggiati pure da FdI: così gli altri partiti cercheranno "rivincite" su penale e Csm. Il sostegno di Fratelli d'Italia a quattro dei sei referendum sulla giustizia promossi da Lega e radicali aggiunge una pedina importante nello scacchiere politico- giudiziario che coinvolge governo, Parlamento e partiti.
La presidente di Fd'I, Giorgia Meloni, ha dato il proprio avallo ai quesiti su Csm, separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati e voto degli avvocati nei Consigli giudiziari, mentre si è detta contraria a quelli su custodia cautelare e abrogazione della legge Severino, ritenuti "figli più della legittima cultura radicale che della destra nazionale". In particolare, secondo Meloni "la proposta referendaria sulla carcerazione preventiva, al di là delle condivisibili motivazioni, impedirebbe di arrestare spacciatori e delinquenti comuni che vivono dei proventi dei loro crimini".
Il sostegno a quattro dei sei quesiti dà in ogni caso una spinta importante alla campagna referendaria, che sarà dunque propagandata dalla destra con tanto di gazebo. "È necessario iniziare un processo di riforma radicale della magistratura dopo le inquietanti vicende del caso Palamara - ha aggiunto la presidente di Fd'I - Bisogna riformare la magistratura per scardinare il sistema delle correnti che ne ha fatalmente compromesso l'immagine".
Di impulso alla campagna, a guardare i numeri del primo fine settimana di raccolta firme, in realtà non sembra esserci neppure troppo bisogno. In base ai dati diffusi dalla Lega sono stati centomila i cittadini che hanno scritto il proprio nome a sostegno dei referendum, una cifra che ha sorpreso positivamente lo stesso leader del Carroccio, Matteo Salvini.
"C'è stata una risposta popolare incredibile - ha detto l'ex ministro dell'Interno - Da oggi (ieri, ndr) è possibile firmare con calma e al fresco in tutti i comuni italiani, e quindi l'obiettivo del milione di firme sarà ampiamente superato, anche perché è un referendum non di partito ma di giustizia". Per dare il via all'iter referendario di firme ne basterebbero 500mila, ma il numero uno leghista alza l'asticella e punta all'intera posta in palio. "Per trent'anni la politica e il Parlamento hanno promesso riforme della giustizia e per trent'anni non è cambiato nulla - ha spiegato - Anche un giudice se sbaglia sulla pelle di un cittadino deve pagare come tutti gli altri lavoratori".
Di certo il boom della due giorni di raccolta firme ha messo vento in poppa sia del Partito radicale, per quanto riguarda la campagna referendaria, sia della Lega, che intestandosi da subito la battaglia potrà andare all'incasso in caso di successo. È anche per questo che Meloni ha deciso di cambiare rotta rispetto alla freddezza espressa solo pochi giorni fa dal responsabile giustizia di Fratelli d'Italia, Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva detto di non essere entusiasmato neppure dai quesiti sulla magistratura e di preferire a questi ultimi la strada degli emendamenti al ddl sul Csm. E può essere contenta anche Forza Italia, come ha sottolineato la capogruppo azzurra in Senato, Anna Maria Bernini: "Più di centomila firme per i referendum sulla giustizia in un solo fine settimane sono un risultato straordinario - ha scritto su twitter - una risposta popolare al populismo giudiziario".
Ma il successo di questo inizio di campagna potrebbe complicare le cose per le riforme in Parlamento, soprattutto riguardo al ddl penale e a quello sul Csm, rispetto ai quali altri partiti si sentiranno più sollecitati a piantare le loro bandierine. In particolare il Movimento 5 Stelle, che non mollerà facilmente sulla propria riforma della prescrizione, e anche il Pd, che delle riforme sulla giustizia ha fatto il proprio cavallo di battaglia al principio della neonata segreteria di Enrico Letta. E così ci ha pensato Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia, a ribadire l'importanza del percorso riformatore: "Oggi non c'è nulla di più importante delle riforme: senza riforme non arrivano i fondi del Recovery.
Per questo, dare a qualsiasi altro provvedimento, portato avanti a qualsivoglia titolo, anche il più nobile, una importanza prioritaria ed epocale, creando divisioni e rischi di compromissione della tenuta della maggioranza, è in questo momento sbagliato - ha detto Sisto - Il ministero della Giustizia è al lavoro per portare quanto prima in Aula il pacchetto delle riforme del civile e del penale in modo da dare al Paese un'ulteriore spinta alla crescita, con una forte connessione ai principi costituzionali".
Su questo è tornata a parlare anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenuta a Catania nella seconda tappa delle sue visite nelle Corti d'Appello, dopo quella di Milano. "Come sapete stiamo lavorando a numerose riforme - ha detto la guardasigilli - quelle del rito civile sono già in Parlamento, quelle del processo penale arriveranno a giorni e subito dopo porteremo a termine anche quella dell'ordinamento giudiziario". Ma la ministra è sembrata anche dare una risposta alle obiezioni avanzate pochi giorni fa dall'avvocatura sul ddl civile. "Sono disposta a cambiare tutto e cercare di ottenere maggiori fondi, ma non possiamo difendere lo status quo - ha concluso - Dobbiamo modificare il nostro modo di lavorare, altrimenti l'obiettivo resterà un'utopia che scaricheremo sui giovani perché dovremo restituire i soldi all'Europa. Non voglio fare terrorismo, ma la responsabilità è davvero alta".
di Stefano Magni
radiomaria.it, 6 luglio 2021
Il pestaggio sistematico dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Caserta, avvenuto nell'aprile del 2020 ed emerso solo in queste settimane, ha scioccato il Paese. Le immagini sono esplicite, secondini che picchiano carcerati ormai indifesi, anche una persona disabile in carrozzina, come rappresaglia per una rivolta dovuta al panico da Covid-19, che iniziava a diffondersi. È il sintomo di un problema più grave e diffuso, il sovraffollamento delle carceri e la disumanizzazione dei detenuti che dovrebbero invece essere reinseriti sulla buona strada. Ne parliamo con Francesco Cavallo, avvocato, del Centro Studi Livatino.
Il pestaggio sistematico dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Caserta, ha scioccato il Paese. Le immagini sono esplicite, secondini che picchiano carcerati ormai indifesi, anche una persona disabile in carrozzina, come rappresaglia per una rivolta. Era l'aprile del 2020, a un mese e mezzo dall'inizio dell'emergenza Covid-19 e il primo caso di contagio aveva provocato la ribellione dei carcerati. La risposta della polizia penitenziaria è stata violentissima ed ora, a poco più di un anno di distanza, dopo tanta omertà, è sotto gli occhi di tutti.
Le indagini sono appena all'inizio e molti aspetti sono ancora oscuri: chi sapeva, chi ha dato l'ordine, cosa sapeva l'allora ministro Alfonso Bonafede. Il caso, scoppiato fra le mani del governo Draghi, risale infatti all'anno del governo Conte 2 (Pd, Leu e M5S). ma si possono già analizzare degli aspetti che sono già evidenti. Perché quello del carcere campano non è un caso unico, purtroppo.
La Nuova Bussola Quotidiana ne ha parlato con l'avvocato Francesco Cavallo, del Centro Studi Livatino. Il quale ci ribadisce: "La situazione carceraria italiana è un tema che dovrebbe essere posto, da anni, all'attenzione della politica. Come Centro Studi Livatino lo abbiamo denunciato immediatamente, non appena è scoppiata l'emergenza Covid-19. La gestione delle carceri, come era evidente sin dal febbraio del 2020, sarebbe stata problematica, con rischi enormi. Rischi che poi sono culminati, non solo nell'episodio di Santa Maria Capua Vetere, che ora è sotto gli occhi di tutti, ma anche degli eventi che lo hanno preceduto. Sono violenze, rivolte, morti su cui ancora non si è fatta piena luce".
Quali sono stati i segni precursori delle violenze a Santa Maria Capua Vetere?
Noi abbiamo assistito ad episodi molto gravi, con violenze e ribellioni in diverse carceri italiane. Penso alla rivolta del carcere Sant'Anna di Modena, l'8 marzo 2020, nove detenuti morti. O anche a Rieti, altre tre vittime fra i carcerati. E poi le rivolte di Melfi (con cattura di ostaggi), di Siracusa e di Foggia.
Perché tutto ciò poteva essere previsto e prevenuto?
Perché è nota la condizione di sovraffollamento delle carceri. Una condizione che ci ha già portato a ricevere censure in sede comunitaria e internazionale e che ci pone al di fuori dell'ordinamento costituzionale. Il panico da epidemia, alimentato da un clima di incertezza e, allora, anche di ignoranza scientifica, con morti e reparti ospedalieri che si stavano riempiendo in fretta, ha determinato disagio, paura e violenza, in comunità chiuse e sovraffollate, ove era impossibile garantire gli spazi necessari per quel distanziamento fisico che gli esperti predicavano come indispensabile.
Quale giudizio politico possiamo esprimere sull'azione del governo Conte?
I provvedimenti dell'allora governo Conte, ministro di Grazia e Giustizia era Bonafede, sono stati certamente lacunosi. Enormemente lacunosi. Da una parte ha scaricato sulla magistratura di sorveglianza l'onere della scelta su chi rimandare a casa, con rischi di alimentare ulteriore nervosismo nelle carceri, per una diffusa percezione di disparità di trattamento. Dall'altra ha imposto una forte limitazione dei contatti con il mondo esterno. Per cui si è determinata un'immediata reazione nella popolazione carceraria, già provata dal sovraffollamento e poi colpita da queste prime misure in un momento di paura per una pandemia ancora ignota. E fra le cose che sono accadute c'è anche l'episodio di violenza a Santa Maria Capua Vetere, ora al vaglio della magistratura, perché ad essere esasperato era anche il personale della polizia penitenziaria.
I pestaggi nel carcere campano sono stati sistematici ed hanno coinvolto gran parte del personale, non solo agenti, ma anche personale medico...
Sono atti di violenza su cui si deve fare chiarezza. Sarebbe troppo facile prendersela con "gli ultimi", con alcuni agenti della polizia penitenziaria. Occorrerebbe capire chi, nella catena di comando, era al corrente dei fatti e come sia stato possibile trasformare una perquisizione in una vera e propria spedizione punitiva. Anche con pestaggi a freddo di detenuti disabili.
È un caso più unico che raro, oppure è frequente ma non lo veniamo a sapere?
Con riferimento alle vicende di Santa Maria Capua Vetere, a differenza di qualche corrente della magistratura associata che si ricorda dei diritti degli indagati a giorni alterni, in base agli accusati, noi riteniamo che i diritti degli indagati valgano sempre. anche se si tratta di accusati di atti violenti documentati con immagini molto crude. Preferiamo attendere che le indagini si concludano, che vi siano le pronunce del riesame e della Cassazione sugli aspetti cautelari, che si svolgano i processi. Non possiamo fare processi mediatici. La diffusione delle immagini e le pagine dei quotidiani con le foto e i nomi degli agenti coinvolti non sono una bella pagina dell'informazione. Al netto di questo, è pacifico che la condizione di stress del sistema carcerario sia abbastanza diffusa; ciò non implica che episodi come quelli di Santa Maria Capua Vetere siano "all'ordine del giorno" ma purtroppo (come sanno bene gli avvocati in contatto con detenuti e lo testimoniano diversi procedimenti in corso in tutta Italia) non è infrequente che le situazioni di stress in comunità chiuse sfocino in violenze, pestaggi e non si riesca più a gestire la situazione.
Possibile che il ministro Bonafede, in un anno, non abbia saputo nulla?
Occorrerà accertare se la catena di comando, fino ai vertici, ne fosse all'oscuro, considerando che su questo episodio era stata fatta anche un'interrogazione parlamentare, lo scorso autunno, e pare fosse noto. Le indagini ed i processi ci diranno l'eventuale livello di responsabilità penale. In ogni caso, che la gestione Bonafede fosse deficitaria lo rivela il fatto che la condizione di sovraffollamento e stress nelle carceri era arcinota ben prima dell'emergenza Covid. Era ampiamente prevedibile che allo scoppio della pandemia ci sarebbero stati enormi problemi ed è evidente, al di là delle responsabilità penali, che, dal punto di vista politico, il governo ha sbagliato. E, devo dire, anche la stampa e la Tv si sono concentrate sul caso limite del boss ammalato mandato a scontare un periodo ai domiciliari, imbastendoci intere trasmissioni, ma hanno perso di vista il quadro di insieme. Non hanno denunciato la mancanza di provvedimenti che avrebbero consentito l'alleggerimento della tensione, sin da subito.
Cosa si sarebbe dovuto fare, invece, per prevenire la situazione?
Il Centro Studi Livatino lo chiese già a fine febbraio 2020: la prima misura che si sarebbe dovuta prendere, allo scoppio dell'emergenza doveva consistere in un atto di clemenza, quantomeno in un indulto per coloro che stavano per concludere la loro pena in carcere: un anno di remissione di pena detentiva per ogni condannato in via definitiva, senza restrizioni in ordine al tipo di reato per cui fosse stata pronunciata condanna. Questa proposta non venne presa in considerazione ovviamente per ragioni demagogiche, avrebbe provocato crepe all'immagine di securitarismo del Ministro della Giustizia e di parecchie forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Ciò avrebbe consentito di sfoltire la popolazione carceraria senza disparità di trattamenti, non avrebbe rimesso alla magistratura di sorveglianza la discrezionalità su chi rimandare a casa e chi tenere in carcere. Una discrezionalità che ci è costata anche la rimessa in libertà di qualcuno che forse, invece, sarebbe potuto restare in carcere. Tuttavia, il clima in cui siamo immersi da trent'anni ormai, impedisce anche solo di parlare di atti di clemenza, come se fossero "un colpo di spugna". Quando invece atti come questi ristabilirebbero l'iniziativa del potere legislativo, perché sarebbe il Parlamento a decidere, non il potere giudiziario (con tutti i limiti della discrezionalità e della "distrazione" che ne affligge una parte balzata negli ultimi anni e mesi agli onori della cronaca). Darebbe anche un senso alla pena: la clemenza è anche ciò che legittima e giustifica la pena, e in certe circostanze eccezionali, come lo scoppio di una pandemia, è (e sarebbe stato) un gesto di grande responsabilità.
Non sarebbe il caso di usare carceri già costruiti per redistribuire i carcerati e ridurre così il sovraffollamento?
L'Italia, messa a confronto con i soli Paesi membri dell'Unione europea risulta avere le carceri più sovraffollate: 120,3 detenuti per ogni 100 posti, con una media di 1,9 persone per cella. Non solo, messa a confronto con tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, risulta ai primi posti con il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio. Sarebbe possibile un trasferimento, certo, ma sarebbe auspicabile ripensare interamente l'esecuzione penale, oltre che la custodia cautelare (e la reale autonomia e indipendenza dall'accusa dei magistrati che esercitano le funzioni di GIP, Riesame, ecc.). L'esecuzione penale però, è più di ogni altro tema ostaggio di opposte partigianerie. Da un lato ci sono i giustizialisti manettari, dall'altro ci sono gli utopisti che vorrebbero abolire qualunque forma di pena. E invece, nello scontro fra opposte partigianerie, sfugge il buon senso. Perché buon senso vorrebbe che l'intera esecuzione penale fosse ricondotta ai principi costituzionali di dignità, senso di umanità e finalità rieducativa. Principi che non sono rispettati in carceri sovraffollate, con la tensione alle stelle fra detenuti e personale carcerario. Prima della Costituzione italiana della Cedu, è l'ordine naturale e cristiano ad esigere che, se qualcuno sconta una pena e paga il prezzo dei propri errori, non va umiliato, annichilito, privato di dignità e speranza, condannato alla "morte per pena".
di Domenico Turano
La Discussione, 6 luglio 2021
Amnistia e indulto sono sempre il sogno dei condannati - detenuti e non - nonché dei loro familiari, per poter iniziare un nuovo percorso di vita all'insegna della legalità. Non sono molte le persone che hanno effettiva cognizione del mondo carcerario - del quale tutti dovremmo, invece, conoscere bene l'esistenza - fatta eccezione per gli addetti ai lavori, di cui i primi - a stretto contatto - sono proprio gli agenti della polizia penitenziaria, i loro familiari ed il personale di supporto per la rieducazione e reinserimento sociale del detenuto, poiché le pene, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, come prevede l'articolo 27 della Costituzione. Amnistia e indulto diventano sempre più necessari per una serie di motivazioni, non esclusa la vita non esattamente in linea con le norme nazionali ed europee (sovraffollamento carcerario e lungaggine dei processi).
L'ultima amnistia risale al 1990, concessa col d.p.r. del 12 aprile n. 75, per i reati commessi fino al 24 ottobre 1989 (data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, divenuto, in parte, nuovamente vecchio). L'Amnistia è provvedimento di clemenza che estingue il reato commesso per il quale lo 'Stato rinuncia alla pretesa punitiva, a differenza dell'indulto che estingue la pena inflitta, in tutto od in parte o viene trasformata in altra di minore entità.
Fino al 1992 amnistia e indulto erano prerogative del Presidente della Repubblica; da tale data, in forza della modifica apportata all'art. 79 della Costituzione, tali provvedimenti di clemenza devono essere votati in Parlamento con la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale.
Nel 2000 fu il papa Wojtyla a farne appello, sollecitando un gesto di clemenza nel documento per il Giubileo nelle carceri, rinnovato il 14 novembre del 2002, ospite in Parlamento, platealmente accolto con uno scrosciante applauso da tutta l'Assemblea in seduta comune.
Normalmente le concessioni di amnistia e indulto sono scelte eccezionalissime collegate ad eventi pubblici anch'essi di portata eccezionale. L'indulto è stato concesso nel 2006 ai detenuti e ai condannati in via provvisoria non carcerati con sconto di pena di tre anni per determinati reati. Forse la pandemia da Covid-19, con le sue tragedie umane e strascichi di tipo economico e sociale potrebbe essere considerato "evento eccezionale", visto che da essa ne sono scaturiti, doverosamente, provvedimenti economici e fiscali senza precedenti da parte del Governo e del Parlamento. Occorre investire molto sulla prevenzione dei reati in tutti gli aggregati sociali, ad iniziare dalla cellula più piccola che è la famiglia, attualmente sofferente e bistrattata su più fronti, garantendo servizi e protezione ai piccoli sin dai primi passi prima che non siano dominati e lusingati dalla devianza.
anconatoday.it, 6 luglio 2021
A quattro mesi dalla sua nomina e dopo un periodo di assenza dovuto al coronavirus, il Garante Giancarlo Giulianelli fa il punto sull'attività svolta, ma soprattutto pone in primo piano quelli che saranno i progetti e le linee d'intervento per il futuro.
L'apertura della conferenza stampa ospitata a Palazzo delle Marche ha come incipit la questione del metodo, "conoscere le realtà, approfondire le tematiche, valutare l'esistente prima di passare all'azione diretta". Portando il saluto dell'Assemblea legislativa, il Presidente del Consiglio regionale, Dino Latini, ha espresso apprezzamento per il lavoro che si sta concretizzando soprattutto in una situazione come quella attuale, "che richiede massima attenzione per quanto riguarda servizi, strutture e sostegni economici che riescano a soddisfare le esigenze della comunità".
Venendo alla panoramica complessiva, sul fronte carceri, mentre prosegue la consueta azione di monitoraggio, il Garante si sofferma in particolare sulla situazione sanitaria, che rappresenta una delle criticità più significative anche per carenza di personale specifico a fronte delle patologie rappresentate. "Di questo stato di cose - evidenzia Giulianelli - abbiamo già informato i rappresentanti dell'autorità penitenziaria ai diversi livelli ed i responsabili sanitari regionali di settore. Un'interlocuzione che intendiamo portare avanti per trovare soluzioni concrete, invitando le istituzioni a fornire il necessario supporto.
Pensiamo anche di attivare nuove collaborazioni per un'unità sanitaria mobile. Teniamo conto che, al di là dei problemi determinati dal Coronavirus, uno degli aspetti da approfondire è quello legato all'aumento delle patologie psichiatriche, che rischiano di diventare il problema dei problemi". Altra nota dolente gli organici della polizia penitenziaria in rapporto alle mansioni che gli agenti sono chiamati ad assolvere. Il punto della situazione è stato fornito in un recente confronto del Garante con i rappresentanti sindacali, anche alla luce di episodi che si sono verificati in alcuni istituti penitenziari.
Passando alle attività trattamentali Giulianelli rinnova la collaborazione per iniziative già in essere e ne aggiunge altre che andranno ad interessare i penitenziari marchigiani. Accanto ai laboratori con gli scrittori contemporanei, l'implementazione degli interventi per quanto riguarda alcune coltivazioni e corsi di fotografia che saranno attivati nei prossimi mesi. Rinnovo del protocollo d'intesa con Prap e Università di Urbino per il Polo universitario presso la casa di reclusione di Fossombrone, che ha già prodotto significativi risultati con tre detenuti laureati alla triennale ed uno che discuterà entro breve la tesi magistrale.
In fase di realizzazione anche eventuali sportelli informativi per i detenuti. Giulianelli non manca di far presente la necessità di rendere ancor più stretta la collaborazione con il mondo del volontariato. Di recente ha avuto modo di avviare un confronto diretto con Silvano Schembri, Presidente della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia delle Marche, relativamente ai percorsi di reinserimento nella società per i detenuti che si avviano alla fine della pena detentiva, alle possibilità occupazionali ed alla ricerca di abitazioni. "Siamo convinti - dice il Garante - che questi siano strade importanti da seguire per dare un futuro dignitoso a chi esce dal carcere, evitando che possa ricadere negli errori commessi in precedenza".
Infine, i problemi strutturali degli istituti aumentati con il passare del tempo e con le modifiche intercorse anche dal punto di vista della destinazione per le diverse pene detentive. Non poteva mancare un riferimento anche alla chiusura della casa circondariale di Camerino, a causa dei danni riportati dopo il terremoto. Dove realizzarne una nuova? Rispondendo alla domanda specifica, Giulianelli evidenzia che "per il bene dei detenuti un carcere dovrebbe essere vicino il più possibile al tribunale che li giudica. Occuparsi della collocazione di una struttura, significa salvaguardare i diritti dei detenuti e di tutti gli operatori chiamati ad intervenire".
Per quanto riguarda infanzia e adolescenza nei progetti del Garante ha un posto significativo la tutela dei minori nel percorso dell'affido, soprattutto per quanto riguarda il supporto formativo da fornire ai tutori che al momento sono in numero esiguo e che per legge devono essere volontari. "Ci muoveremo per portare avanti azioni - sottolinea Giulianelli - che diano la possibilità di intervenire adeguatamente nella parte iniziale della tutela e della presa in carico. Abbiamo intenzione di avviare una ricognizione sul territorio regionale per redigere un elenco aggiornato degli aspiranti tutori e curatori e per recepire bisogni e criticità".
In cantiere anche diversi progetti dedicati al mondo della scuola, che troveranno concretizzazione nei prossimi mesi attraverso l'attivazione di collaborazioni con enti diversi e che riguarderanno nella prima fase tematiche riferite all'abuso tecnologico ed al cyberbullismo, alla promozione della legalità. In programma anche una ricerca sugli esiti della pandemia in relazione alla salute psicofisica dei minori, da concretizzare con la collaborazione diretta dell'Università di Urbino e da ricondurre all'attività dell'Osservatorio sul disagio giovanile. Infine, la difesa civica che prosegue la sua attività, propria dell'autorità di garanzia, per garantire adeguate soluzioni alle esigenze poste dai cittadini.
quotidianogiuridico.it, 6 luglio 2021
Cassazione penale, sez. I, sentenza 24 giugno 2021, n. 24691. Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva confermato la decisione con cui il Magistrato di sorveglianza aveva accolto il reclamo presentato da un detenuto ristretto in regime di "carcere duro" ex art. 41-bis Ord. pen., autorizzandolo a consegnare direttamente ai propri familiari minori di dodici anni con i quali era ammesso a svolgere il colloquio senza vetro divisorio, piccoli giocattoli o dolciumi, acquistati al sopravvitto, la Corte di Cassazione - nel disattendere la tesi dell'Avvocatura dello Stato, secondo cui è lo stesso art. 41 bis a stabilire limitazioni in ordine ai colloqui da svolgere in tale ambito, rese necessarie dalla tutela dei valori concorrenti dell'ordine e della sicurezza pubblica, con espressa preclusione della possibilità di scambio diretto di beni - ha invece affermato che il rischio di comunicazioni fraudolente, astrattamente insito nelle modalità di consegna diretta dal detenuto al minore di giocattoli e dolciumi, è in concreto scongiurato alla luce delle modalità che nell'istituto penitenziario presidiano l'acquisto dei beni e lo svolgimento del successivo colloquio visivo. In particolare, la consegna diretta è da ritenersi ammessa laddove il donativo sia acquistato per il tramite dell'impresa di mantenimento, venga custodito in magazzino e da qui sia prelevato dal personale addetto solo in funzione della sua cessione al destinatario, e nell'imminenza di essa, senza che si realizzi alcun antecedente contatto fisico tra la res e l'acquirente, a condizione che il colloquio venga osservato, ascoltato in contemporanea e videoregistrato.
di Andrea Ossino
La Repubblica, 6 luglio 2021
Clizia Forte è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. Suo figlio, Gianluca, non può essere accudito in carcere: Rebibbia non è attrezzata per affrontare una patologia così importante. La legale: "Diritti negati". "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia". La battaglia tra Clizia Forte e la giustizia non è solo una vicenda complessa dove il diritto ad assistere un figlio disabile si scontra con la pericolosità di una detenuta, già condannata a 30 anni di carcere per concorso morale in omicidio. E non riguarda esclusivamente i celebri tempi biblici della giustizia italiana.
Questa infatti è la storia di Gianluca, un bambino di tre anni e mezzo che non ha chiesto di venire al mondo mentre la madre attendeva una sentenza che poteva costringerla a restare tutta la vita dietro le sbarre. È la vita di un bimbo che adesso non comprende come mai non può stare con la sua mamma. In realtà neanche i giudici della Cassazione sono riusciti a capirlo. E hanno bacchettato il tribunale di Sorveglianza, che aveva negato alla detenuta la scarcerazione. La Cassazione ha emesso una sentenza severa che tuttavia non ha messo premura ai giudici romani: rinvio dopo rinvio Clizia Forte, di fatto, è ancora lontano da suo figlio, affetto da una grave disabilità.
Il fatto: un omicidio di cui un bambino non ha colpe - La donna nel 2012 è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. L'epilogo è stato drammatico: la guardia giurata Manlio Sodani, all'epoca 39 anni, ha ucciso il collega Salvatore Proietti. Poi è stato arrestato. Anche Clizia Forte è stata coinvolta nel processo. E mentre primo e secondo grado di giudizio facevano il loro corso l'imputata si allontanava dall'Italia e puntualmente ritornava. Ha anche interrotto la relazione con il compagno è ha iniziato a frequentare un altro uomo, un'altra guardia giurata. Insieme hanno avuto un figlio, Gianluca, a cui sia il dipartimento di Salute mentale che i medici dell'ospedale Bambino Gesù hanno diagnosticato una grave forma di autismo. Nel frattempo arriva la Cassazione: Clizia Forte è condannata. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. A complicare le cose interviene anche l'allontanamento da casa del padre del bambino.
Il piccolo va a vivere con i nonni materni - Gianluca viene affidato ai nonni, genitori di Clizia Forte. Due persone che non si risparmiano ma l'età avanza, hanno superato i 75 anni e si occupano anche degli altri due figli della detenuta, due bimbi avuti dalla precedente relazione con il vigilantes che ha messo a segno la rapina finita nel sangue tra le vie della Pisana.
Il tribunale: la detenuta è una manipolatrice - Occorre una soluzione per assicurare l'attenzione che Gianluca merita. E a questo punto che interviene l'avvocato Itana Crialesi. Il legale chiede, per conto della detenuta, di permettere che il bambino venga accudito in carcere. Ma sia il penitenziario di Rebibbia che altri istituti comunicano di non essere attrezzati per affrontare una patologia così importante. Da qui la richiesta al tribunale di Sorveglianza. Le condizioni del piccolo continuano a peggiorare e viene chiesta alla corte la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. In altre parole: se il bimbo non può essere accudito in carcere, forse la madre può occuparsi di lui senza uscire di casa.
La decisione da prendere è complessa - Occorre valutare diversi elementi. L'amministrazione penitenziaria e gli psicologi scrivono che la Forte è "una donna molto aperta e disponibile al dialogo, con buonissime competenze personali, linguistiche e cognitive". Gli atti sottolineano la "capacità della detenuta di instaurare ottime relazioni interne divenendo anche un punto di riferimento per le detenute, con un'ottima capacità di adattamento alle regole e alle modalità di vita e di relazione interne al carcere". È una donna "precisa e affidabile", ma è stata giudicata colpevole di un crimine orribile. Circa 10 anni fa, secondo l'accusa, è riuscita a manipolare una persona a tal punto da convincerla a compiere un delitto.
Così il tribunale di Sorveglianza ritiene che il comportamento lodevole della detenuta in carcere fa parte di un "disegno lucido e freddo", orchestrato da una persona che non si è mai ravveduta, visto che non ha mai smesso di professarsi innocente. Per i giudici "la sua modalità di relazione e interazione (...) è strumentale e manipolativa, del tutto incompatibile con la affidabilità minima necessaria per la concessione della detenzione domiciliare". Nulla da fare: nel luglio del 2020 il giudice Marco Patarnello decide che Clizia Forte deve restare in carcere.
La Cassazione: pensare alle esigenze del bambino - L'avvocato Crialesi ricorre allora in Cassazione, mentre Gianluca viene rimproverato dai secondini per quel fracasso a cui è possibile assistere ogni volta che il piccolo entra in carcere. I mesi passano, arriva il Covid, le visite parentali diminuiscono e il bambino può vedere la madre solo da dietro un vetro. Poi il responso della Cassazione. I giudici spiegano che occorre "contemperare ragionevolmente tutti i beni in gioco, le esigenze di cura del disabile, così come quelle parimenti imprescindibili della difesa sociale e di contrasto alla criminalità". Quindi occorre una "verifica comparativa complessa". E invece, secondo la Cassazione, il tribunale di Sorveglianza, "pur dando per dimostrata la sussistenza di un quadro di handicap grave in capo al figlio minore della detenuta richiedente il beneficio" non ha concesso alla madre i domiciliari, formulando un giudizio che "non si sottrae alle denunziate censure di illogicità".
La Cassazione ricorda infatti che i colleghi del tribunale di Sorveglianza, pur illustrando "l'esito, definito molto positivo" della condotta in carcere della donna, affermano che la detenuta non si è ravveduta, visto che continua a proclamare la sua innocenza. Le critiche ai colleghi della sorveglianza continuano affermando che la pericolosità sociale di Crizia Forte è basata su ipotesi astratte e su presupposti che risalgono a 10 anni fa. Cosi arriva la decisione che accoglie in toto tutte le motivazioni dell'avvocato Crialesi: "Il provvedimento va annullato con rinvio al tribunale di Sorveglianza di Roma perché proceda a nuovo giudizio, attenendosi si richiamati principi di diritto e sanando i vizi motivazionali". È il 9 dicembre 2020. E da allora nulla è cambiato.
Giustizia lumaca: il piccolo è ancora lontano dalla madre - "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia", scrive la Forte ai giudici. La nuova udienza del tribunale di Sorveglianza viene fissata solo il 4 maggio 2021. Il procuratore generale da parere favorevole alla scarcerazione, i giudici si riservano e spiegano che occorrono altri documenti: servono altri certificati medici, bisogna valutare dove vive Gianluca. Quindi viene fissata un'altra udienza: 1° luglio 2021. Gli atti richiesti sono arrivati, la corte si complimenta con i carabinieri per la celerità, tutto è pronto per la decisione, ma la decisione non arriva: due esperti relatori, due figure tecniche che compongono la Corte, non sono compatibili per motivi procedurali. Il destino di Gianluca viene rinviato al 17 ottobre 2012.
Il legale: "Un diritto negato" - "Sono sconcertata. Dopo una pronuncia cosi chiara della corte di Cassazione che il piccolo Gianluca non ha ancora la possibilità di alleviare le sue quotidiane sofferenze con le cure della madre - commenta l'avvocato Crialesi - Temo un reale peggioramento delle condizioni del bambino. Viene lanciato un messaggio errato: non tutti i bambini sono uguali, specialmente i figli dei genitori detenuti. Gianluca ha un handicap grave e ha diritto ad essere curato dalla madre, un diritto negato almeno fino al prossimo ottobre, nella speranza che non verranno richiesti nuovi e più recenti atti per aggiornare la situazione. C'è tanta amarezza", conclude il legale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 luglio 2021
La norma potrebbe far "digerire" le modifiche sulla prescrizione, ma tutto è fermo. L'appello di Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera. Secondo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, il disegno di legge delega che prevede l'abrogazione e la revisione "di norme che alimentano la corruzione" sarebbe dovuto approdare in Parlamento entro giugno scorso, con un termine di nove mesi dall'approvazione per l'adozione dei decreti delegati. Ma del ddl, al momento, non c'è nessuna traccia, nonostante lo stesso potrebbe aiutare a far "digerire" al M5S la partita della prescrizione, uno dei nodi principali della riforma della giustizia, tenuta in sospeso anche dalla crisi pentastellata. La materia, infatti, è da sempre tra le priorità del Movimento, che ne ha fatto una propria bandiera sfociata anche nella legge Spazzacorrotti, vessillo dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E ad evidenziare il ritardo è proprio un grillino, ovvero il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Giuseppe Brescia, che ha lanciato un appello al presidente del Consiglio Mario Draghi per riprendere in mano l'iter. Ciò anche a seguito delle 44mila firme consegnategli dal comitato "The Good Lobby", che il 30 giugno ha organizzato un flash mob davanti a Montecitorio per chiedere alle Camere di discutere e approvare al più presto una legge sul conflitto d'interessi e sul lobbying, che sarebbe dovuta entrare in vigore il primo luglio.
Il testo base di tale norma è stato adottato a ottobre 2020 dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera e si attende, ora, la presentazione degli emendamenti. A dire sì erano stati Pd, M5s e Leu, nonché i deputati del gruppo misto. Contrari, invece, Lega e Italia Viva, che contestava il presupposto secondo cui "chi si candida a ricoprire una carica pubblica provenendo da una libera professione o comunque da un lavoro autonomo, lo faccia per tutelare qualche specifico interesse", aveva evidenziato il capogruppo Marco Di Maio. Ma ora tutto è rimasto fermo. E Brescia prova a smuovere le acque: "Faccio un appello al presidente Draghi, sia da presidente di commissione che da relatore. Lavoriamo insieme, sblocchiamo col dialogo lo stallo politico già presente ai tempi del governo Conte 2 e il governo dia un contributo e un impulso alla legge sul conflitto d'interessi e sul lobbying - ha commentato intervenendo all'iniziativa davanti a Montecitorio -. La lotta alla corruzione e per la trasparenza non merita divisioni e rallentamenti. Sappiamo che questi due temi sono cari alla ministra Cartabia e anche la Commissione Europea e il rapporto Greco sottolineano che su conflitto d'interessi e lobbying l'Italia ha norme troppo frammentarie e deboli. Rafforziamo Antitrust e Anac, semplifichiamo quello che c'è da semplificare, ma uniamo le forze e non deludiamo le energie e le aspettative della società civile".
Farlo in tempi brevi, continua il grillino, è essenziale: "Grazie al Pnrr arriveranno ingenti risorse per il nostro Paese e nessun euro dovrà essere speso male o sprecato - spiega al Dubbio -. Per questo non bisogna arretrare nella lotta alla corruzione. Lo stiamo già facendo con diversi emendamenti al dl semplificazioni in commissione alla Camera, ma bisogna recuperare ritardi cronici nella prevenzione dei conflitti d'interessi e nell'attività di rappresentanza degli interessi. C'è un pacchetto di misure che va approvato entro fine legislatura anche grazie all'aiuto del governo".
È stata proprio la ministra Cartabia ad evidenziare che per riorganizzare la "macchina giudiziaria e amministrativa" attraverso la lotta alla corruzione, una delle priorità del Pnrr, è necessario incidere sia sui ritardi negli accertamenti giudiziali, sia garantendo la semplificazione e la trasparenza delle procedure dei contratti pubblici, risolvendo inoltre le carenze sui conflitti di interesse e sui fenomeni di lobbying. Concetti che la ministra ha evidenziato il 15 marzo, giorno in cui ha esposto le linee programmatiche del suo incarico, a partire dalle opportunità offerte dai fondi del Recovery. Secondo il Pnrr, "la corruzione può trovare alimento nell'eccesso e nella complicazione delle leggi. La semplificazione normativa, dunque, è in via generale un rimedio efficace per evitare la moltiplicazione di fenomeni corruttivi", si legge nel documento. L'obiettivo è individuare le norme che possono favorire la corruzione e procedere così ad una loro revisione o totale cancellazione.
E tra le norme da rivedere ce n'è una in particolare, tornata al centro dell'attenzione anche perché inserita tra i quesiti referendari presentati dal Partito Radicale e dalla Lega in piena "concorrenza" con le riforme: la 190/2012, ovvero la legge Severino. "Vanno riviste e razionalizzate le norme sui controlli pubblici di attività private, come le ispezioni, che da antidoti alla corruzione sono divenute spesso occasione di corruzione. È necessario eliminare le duplicazioni e le interferenze tra le diverse tipologie di ispezioni - si legge nel piano -. Occorre semplificare le norme della legge n. 190/2012 sulla prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione; e le disposizioni del decreto legislativo n. 39/2013, sull'inconferibilità e l'incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e gli enti privati in controllo pubblico". Tale norma, secondo quanto riferito al Dubbio da Brescia nelle scorse settimane, rappresenta "un irrinunciabile passo di civiltà nella lotta alla corruzione, un traguardo minimo su cui non si deve arretrare". Da questo punto di vista, dunque, la norma potrebbe entrare in conflitto con le aspettative del Movimento. Ma solo da questo punto di vista.
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 6 luglio 2021
Dai nomi delle vie alle delibere comunali, dai consigli regionali alle ordinanze dei sindaci: così il revisionismo che rivaluta il fascismo si diffonde sotto traccia dal nord al sud del Paese. Piccoli smottamenti, cadute non sempre appariscenti, più spesso sotterranee. Ma messi insieme producono una slavina invisibile che travolge i capisaldi della storia contemporanea. Il disegno di legge presentato da Fratelli d'Italia con l'equiparazione delle foibe all'Olocausto è solo la parte più scoperta di un fenomeno in rapida accelerazione che da Alessandria a Grosseto, da Dalmine a Vibo Valentia, da Monfalcone a Lecce, dilaga in tutta la penisola rimbalzando di municipio in municipio, di borgo in borgo, lungo un'unica traiettoria disegnata dal nuovo revisionismo della destra.
La storia perde senso - Atti amministrativi comunali, risoluzioni di consigli regionali, delibere delle commissioni toponomastiche locali e il presenzialismo di sindaci e assessori a cerimonie per i martiri della Repubblica sociale. Alla periferia delle istituzioni pubbliche, là dove governano i partiti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, si riscrive la storia del Novecento. E le distinzioni tra fascismo e antifascismo, dittatura e libertà, ideologia violenta e tolleranza democratica rischiano di confondersi in una nuova memoria collettiva in cui "i morti non hanno colore politico" (copyright l'assessora veneta Elena Donazzan, Fratelli d'Italia), "i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali" (copyright Salvini), e l'Almirante "fucilatore di partigiani" riacquista la sua verginità nell'immortale gesto di rendere omaggio a Berlinguer.
La storia perde senso, per adattarsi a una nuova narrativa edulcorata in cui i conti con il passato si risolvono nel comune lutto per la perdita umana. Non valgono più le bussole della coscienza democratica, la differenza tra giusto e sbagliato, la consapevolezza che "dietro il più idealista dei militi delle Brigate nere c'erano le camere di tortura, i rastrellamenti e l'Olocausto" e dietro il partigiano più spietato "la lotta per una società più libera e pacifica", come ci ricorda Italo Calvino in una pagina de I sentieri dei nidi di ragno. Il paradigma vittimario cancella le differenze. E dietro la bandiera della riconciliazione si nasconde spesso un revanscismo agguerrito che bilancia in un'equazione impossibile i martiri della Shoah e le vittime del comunismo: questi i morti tuoi, questi i morti miei, palla al centro e si riparte.
Il nuovo vocabolario della destra - E' un revisionismo meno gridato rispetto a quello degli anni Novanta, quando bisognava cambiare le fondamenta costituzionali della "prima Repubblica" in nome dell'"anti-antifascismo". Ora di antifascismo non si parla più, sostituito nel nuovo vocabolario della destra dalla parola "antitotalitario". E' accaduto l'anno scorso a Vicenza, dove su proposta dell'assessore Giovine - lo stesso che produsse l'encomio sulle cose buone realizzate da Mussolini - è stata abolita la clausola dell'antifascismo per l'uso degli spazi pubblici, a favore di una pronuncia antitotalitaria: come a dire, il provvedimento vale per i nostalgici di Mussolini ma anche per voialtri che la menate con il partigianato, perché siete pur sempre eredi dei comunisti. Una mozione analoga è stata approvata a Dalmine, alle porte di Bergamo, municipio guidato da una maggioranza di centrodestra.
Sono sempre più numerosi i comuni che ricorrono al paradigma memoriale antitotalitario approvato dall'Europa, con la sua contestata omologazione tra nazismo e comunismo. Il consiglio comunale di Asti è arrivato a revocare la cittadinanza onoraria concessa nel 1924 a Mussolini soltanto in cambio dell'adozione dell'intera risoluzione europea, "con la conseguente erogazione dei finanziamenti soltanto alle ricerche di ispirazione antitotalitaria", dice Mario Renosio dell'Istituto storico della Resistenza. Cosa significa concretamente in un paese in cui non è mai esistito un regime comunista? Uno studio sulla Brigata Garibaldi, storica formazione del partigianato rosso, potrebbe essere considerato politically uncorrect?
L'equivoco dell'antitotalitarismo - L'equivoco è chiarito bene da Filippo Focardi, direttore scientifico dell'Istituto nazionale Parri (con la rete di tutti gli istituti locali) e autore di un recente libro sui nuovi revisionismi (Nel cantiere della memoria. Fascismo Resistenza, Shoah, Foibe, Viella editore). "La risoluzione europea è stata molto incoraggiata dai paesi dell'Europa orientale vissuti per decenni sotto i regimi comunisti e che oggi non hanno torto a rivendicare una maggiore considerazione per il carico di oppressione subita. Ma è inaccettabile la riduzione della complessa vicenda del comunismo internazionale a un'unica dimensione criminale. Il comunismo italiano ha avuto una storia diversa, contribuendo alla costruzione e alla difesa della democrazia nel nostro paese. Berlinguer non può essere equiparato a un aguzzino della Stasi e neppure alla terribile nomenclatura dell'Est". Inaccettabile dunque la riscrittura della storia italiana che mette sullo stesso piano i nipotini di Mussolini con quelli di Gramsci. "Se dovessimo dare retta ai tanti comuni retti dalla destra che adottano il paradigma europeo, un gesto come quello del presidente Sarkozy che all'atto di insediamento lesse le ultime parole scritte da un partigiano comunista risulterebbe eversivo o terribilmente inappropriato. E stiamo parlando del presidente della destra repubblicana francese!".
Dalla parte di Salò - Ma da noi una Droit repubblicana non c'è, o è ancora molto fragile. E se l'ondata neorevisionistica degli anni Novanta proponeva di abolire la festa del 25 aprile come anniversario troppo di parte, oggi la tendenza dell'attuale destra è celebrarlo: dalla parte dei camerati. E' accaduto quest'anno in Veneto, dove l'assessora regionale Donazzan ha partecipato alla cerimonia in memoria dei militi del Corpo di Sicurezza Trentino, artefici di rastrellamenti, distruzioni e stragi al soldo dei nazisti. Criticata dal giornale dell'Anpi, Patria Indipendente, che vigila su questi smottamenti, l'esponente di Fratelli d'Italia ha replicato che tutti i morti meritano rispetto. Non contenta dell'omaggio nazifascista, ha poi ritenuto opportuno intonare ai microfoni della Zanzara le note di Faccetta nera, la canzone della colonizzazione fascista in Africa. L'assessora Donazzan guida in Veneto l'Istruzione. A Codevigo, nel padovano, tra aquile mussoliniane e stemmi littori è comparso il sindaco di Fratelli d'Italia, il quale poi si è giustificato: ho solo risposto sì a un invito. A Miane, nella provincia Treviso, il primo cittadino ha dovuto rinunciare all'ultimo istante a un'analoga cerimonia per i militi di Salò, fermato per tempo da una contromanifestazione dell'Anpi: un suo rappresentante era già pronto per la commemorazione in camicia nera. A Gorizia l'acme è stato raggiuto nel 2019 quando una delegazione di reduci della X Mas è stata ricevuta in municipio, in un tripudio di gagliardetti e saluti romani. Il Covid, fortunatamente, ha sospeso il lugubre rituale.
La verità di Stato sulle foibe Nella mappa della revisione storiografica, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia sono le regioni più spumeggianti, con una crescente produzione di risoluzioni consiliari che si concentrano sulla questione delle foibe. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di condannare i negazionisti - ottimo proposito! - se non fosse che nella categoria vengono incluse le più alte autorità scientifiche in materia, a cominciare da Raoul Pupo, bacchettato per la sua guida realizzata insieme all'Istituto storico della Resistenza di Trieste. La strada è quella tracciata nel 2019 dal consiglio regionale friulano, seguito quest'anno da quello veneto. Il criterio delle due risoluzioni è il medesimo: esiste sulle foibe una verità ufficiale che definisce entità del fenomeno (sciaguratamente ingigantito) e sue caratteristiche (sotto la categoria di "pulizia etnica"). Chi si discosta dalla storia sancita per legge viene escluso dai finanziamenti. In realtà si è trattato di iniziative propagandistiche a cui non è seguita alcuna conseguenza pratica. In Friuli la distribuzione dei fondi è regolata da una legge voluta in articulo mortis dalla precedente giunta di centro-sinistra proprio per evitare le "schifezze di confine", come le chiamano nella comunità scientifica. E, in Veneto, l'appello del consiglio regionale è rimasto finora inascoltato. Resta il valore simbolico di una campagna revanscista che utilizza le foibe in una chiave vittimistica per pareggiare i conti tra crimini del fascismo e crimini del comunismo.
I no a Liliana Segre - In questa ossessione parificatrice si può arrivare a negare la cittadinanza a Liliana Segre perché testimone di Auschwitz e quindi espressione d'una memoria ritenuta assurdamente di parte, che deve essere bilanciata con la memoria di un crimine di segno politico opposto. Dopo Sesto San Giovanni, Piombino (poi pentita) e Gorizia, qualche settimana fa anche Arzignano nel Vicentino ha detto di no alla senatrice a vita: "La sua opera non è legata alla nostra comunità", s'è giustificato il sindaco, rendendo ancora più grave il rifiuto. La variante del "no" consiste nell'accogliere l'omaggio a Segre, ma a condizione di bilanciarlo con l'omaggio a Giorgio Almirante. Ci ha provato lo scorso anno il comune di Verona: ma a far saltare l'improvvido gemellaggio è stata la stessa senatrice a vita che ha denunciato la sua incompatibilità con il segretario di redazione della Difesa della Razza. Allora la proposta di intestare una strada al leader missino fu opportunatamente messa via, salvo rinascere poche settimane a Zevio: a venti chilometri dal centro storico di Verona è sorta via Almirante. Basta aspettare.
I nomi delle strade - Sbaglia chi liquida la guerra degli indirizzi come una battaglia da strapaese, sul genere dei romanzi di Guareschi. I nomi di strade e piazze rappresentano il nostro patrimonio civile, ciò che decidiamo di mantenere o di buttare via della nostra eredità culturale, come racconta Deirdre Mask nel suo bellissimo Le vie che orientano (Bollati Boringhieri). Willy Brandt, futuro cancelliere della Germania Ovest, ricordava il giorno in cui i nazisti avevano preso il potere nella sua città natale. "A Lubecca il 20 marzo del 1933 molte persone vennero messe in custodia cautelare. Di lì a poco cominciarono a cambiare i nomi delle strade". I personaggi e gli eventi storici ricordati nelle segnaletiche rappresentano la storia in cui ci riconosciamo, o come direbbe Paul Ricoeur - evocato da Liza Candidi nell'introduzione - "un debito che significa nel presente". Nei confronti di chi siamo debitori, secondo la destra postfscista e sovranista? Il primato dell'odonomastica appartiene ad Almirante, nel totale oblio delle sue responsabilità ne La difesa della razza e poi da capo di gabinetto nella Repubblica Sociale Italiana: fu proprio lui a redigere il famigerato manifesto della morte che decretava la fucilazione immediata dei partigiani. L'avrai, camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani è il profetico titolo ispirato a Piero Calamandrei scelto da Carlo Ricchini per il volume che ricostruisce quelle vicende (4 Punte edizioni). Ma le schede celebrative - come quella del comune Nicotera, in provincia di Vibo Valenzia - preferiscono ricordarne l'eroismo militare in Libia, i viaggi in terza classe e quell'omaggio a Berlinguer che lo consegna all'Olimpo dei savi. Al comune di Terracina - ma non è il solo - è venuta l'idea di proporre l'accoppiata toponomastica tra i due leader antagonisti, mentre a Lecce è stata adottata la singolare formula: al segretario missino una delle strade centrali, Berlinguer e Pertini confinati in periferia. E a proposito del presidente partigiano: poco prima della festa della Liberazione, quest'anno, ha dovuto sloggiare da una strada di Torano, in provincia di Rieti, per cedere il posto a Nazario Sauro, irredentista. E a Genova - città medaglia d'oro della Resistenza - il partigiano "Attila" Firpo è stato scalzato da Quattrocchi, mito locale di italianità.
La Resistenza sfrattata o commissariata - Gli istituti storici della Resistenza osservano il fenomeno con inquietudine, anche perché sono stati i primi a subire tagli finanziari da parte delle amministrazioni di destra (non solo da loro, in verità) e in qualche caso un vero sfratto (a Sesto San Giovanni, a Lodi e a Grosseto). In Umbria, la regione che ha patrocinato la festa del libro con Casa Pound, l'Isuc è stato commissariato. E il nuovo timoniere, di fede leghista, ha pensato bene di celebrare quest'anno il suo primo 25 aprile con una cerimonia di pacificazione tra partigiani e saloini: ricordare la vittoria dell'antifascismo deve essergli apparso scortese o troppo di parte. Sarà questa la nuova vulgata nazionale, in caso di vittoria politica delle destre? Occorrerà porsi il problema, prima che sia troppo tardi.
milanotoday.it, 6 luglio 2021
Si occupa del controllo qualità e vede impiegati 90 detenuti. Una nuova iniziativa tra le mura del carcere di Bollate (Milano) ha portato alla nascita di una nuova impresa sociale nella quale lavoreranno 90 detenuti e che si occuperà di controllo qualità di un servizio clienti. La start up, ad oggi la prima per numero di impiegati tra quelle sorte all'interno della struttura detentiva, ha preso vita grazie alla collaborazione tra NeN, azienda EnerTech in Italia, e Bee4.
IntegrazioNeN, questo il suo nome, ha un obiettivo tanto sociale quanto di business. Nell'azienda, infatti, da una parte vengono reinseriti lavorativamente alcuni detenuti di Bollate e dall'altra le attività serviranno ad aumentare la qualità del servizio clienti di NeN: alcune azioni di "controllo qualità" nel processo di sottoscrizione delle nuove forniture di energia saranno affidate proprio alle persone che stanno scontando una pena nel carcere del Milanese.
Dopo un periodo di formazione, ai detenuti coinvolti nel progetto sono affidati compiti di data entry, validazione documentale, controllo e inserimento delle autoletture. In cambio delle mansioni svolte, viene corrisposto uno stipendio che quasi sempre viene trasferito alle famiglie fuori dal carcere (si chiama "mercede" e rispetta le retribuzioni minime previste dai contratti collettivi). Al di là dell'aspetto monetario, inoltre, grazie alla start up, è possibile avviare e seguire un percorso di rieducazione e reinserimento sia lavorativo sia nella società civile. "Bee4 agisce come ponte con il mondo esterno e favorisce l'interazione con la comunità territoriale in tutte le sue forme - si legge in una nota dell'iniziativa - la cooperativa impiega già oggi circa 120 persone, di cui 90 con problemi di giustizia, ma punta a raggiungere i 200 occupati entro il prossimo triennio".
- Monza. "Il giardino delle ortiche", scritti e poesie dei detenuti dal Cittadino in un volume
- Roma. Storia di Daniela, sopravvissuta grazie all'umanità delle compagne di cella
- Migranti. Le stragi taciute: 866 morti nel 2021. E l'Onu smentisce il comando navale Ue
- Ddl Zan, la controffensiva del Pd: "Renzi, basta giochi, questa legge si vota così com'è"
- Il ddl Zan e le modifiche di Italia viva: i testi sull'omofobia a confronto










