di Antonello Guerrera
La Repubblica, 28 maggio 2021
"In attesa dell'espulsione rilasceremo su cauzione". Dopo le polemiche per i cittadini europei chiusi in prigione prima di essere costretti a lasciare il Paese, parla il vice della titolare dell'Interno Priti Patel: "Nulla contro la Ue. Dopo la pandemia torneremo alla normalità, ma controllate le norme sanitarie e migratorie prima di mettervi in viaggio. Chi vive già nel Regno Unito non rischia niente. Record di italiani regolarizzati"
"Sì al rilascio su cauzione dei cittadini Ue in attesa dell'espulsione dal Paese, la detenzione è solo l'ultima alternativa", "europei e italiani sono benvenuti ma bisogna controllare le regole anche sanitarie, e non solo migratorie, prima di arrivare al confine Uk". E poi il record di italiani che si sono regolarizzat; se si rischia l'espulsione nel caso in cui non lo si faccia; e cosa fare per i colloqui di lavoro nel Regno Unito.
Kevin Foster è il viceministro dell'Interno con delega all'immigrazione, il secondo in lizza di comando all'Home Office dietro la falca euroscettica Priti Patel. In questa intervista esclusiva a Repubblica, Foster parla dopo il caso dei cittadini italiani ed Ue detenuti al confine britannico. Una vicenda che ha generato scalpore e inquietudine, come nel caso della 24enne italiana Marta Lomartire, detenuta per diverse ore in una prigione e senza effetti personali perché sequestrati, cellulare incluso "per non scattare foto". Ora però, nel giorno del record di applicazioni di cittadini italiani per il permesso di soggiorno post Brexit "Settlement Scheme" nel Regno Unito, per la prima volta parla un alto responsabile del Ministero dell'Interno britannico.
Viceministro Foster, ci conferma dunque che i cittadini italiani ed europei che arrivano al confine senza la giusta documentazione per lavorare non saranno detenuti in carcere?
"La "border force" decide sugli ingressi a seconda dei casi e normalmente prevediamo la detenzione di un migrante irregolare solo come ultima risorsa affinché l'espulsione si realizzi, o qualora fosse assolutamente necessario come nel caso di atti di criminalità. È qualcosa che accade in molti Paesi, Italia. inclusa. In più sono state a lungo in vigore le regole e restrizioni anti Covid, che tra l'altro hanno complicato ancora di più gli ingressi".
Quindi, una volta usciti dall'emergenza pandemica, questi episodi saranno molto più rari?
"Di norma, quando viene rifiutato l'ingresso per lavoro, si viene messi sul primo aereo di ritorno nel proprio Paese, a meno che non ci siano gravi reati o attività criminali legate alla persona che fa richiesta di entrare nel Regno Unito. Quando torneremo a una certa normalità post Covid, torneranno anche i tornelli automatici "e-gates" per i cittadini europei con passaporto per superare la frontiera britannica. Ma l'ultimo anno, oltre che per la fine della libera circolazione dopo la Brexit, è stato ancora più complesso anche per le norme e restrizioni sanitarie legate all'ingresso. Quindi invito i cittadini italiani ed europei, prima di viaggiare verso il Regno Unito, di controllare non solo le regole dell'immigrazione ma anche quelle di contenimento del Covid".
Ma il problema è che ragazzi e cittadini italiani ed europei incensurati come Marta sono stati trattati alla stregua di criminali alla frontiera, messi in prigione con cellulari e persino le medicine sequestrati. Perché tutto questo?
"Le regole in prigione sono diverse dai centri di detenzione. Detto questo, ciò non è capitato solo ai cittadini europei e italiani, per le cause che ho spiegato sopra, ma anche a canadesi, australiani, neozelandesi, cittadini di Paesi stretti alleati del Regno Unito. Non c'è nulla contro la Ue. Ma il ritorno alla normalità post Covid aiuterà anche questi processi alla frontiera ad essere più fluidi".
Nelle ultime settimane ci sono stati anche casi di cittadini europei e italiani respinti alla frontiera britannica nonostante avessero un colloquio di lavoro già fissato in Regno Unito.
"Sì, ma ripeto, i cittadini in ingresso devono anche controllare le restrizioni anti Covid in vigore. Se in questo momento non è permesso il turismo dalle nazioni in "lista gialla" (come Italia, Francia, Spagna, ndr) o rossa, anche se si arriva per un colloquio di lavoro bisogna sottoporsi a quarantena, ad alcuni test molecolari privati, esclusa qualche rara eccezione per tipologie di lavoratori (che potete trovare sul sito www.gov.uk, ndr). Per questo bisogna attenersi anche alle regole sanitarie in vigore, non solo di immigrazione, in questo caso legale per un colloquio. Altrimenti si rischia di essere respinti".
I cittadini italiani ed europei residenti in Regno Unito già prima della Brexit ma che, per un motivo o per un altro, non si sono ancora iscritti al programma "Settlement Scheme" per ottenere il permesso di soggiorno negli anni a venire, rischiano di essere incarcerati ed espulsi come i migranti Ue considerati irregolari negli ultimi mesi?
"No. Voglio essere chiaro su questo. Le regole per i nostri amici europei che vivevano qui in Regno Unito prima della concretizzazione della Brexit del 1 gennaio scorso le abbiamo scritte in modo flessibile proprio per evitare tutto questo. C'è tempo fino al 30 giugno per iscriversi e invitiamo tutti a farlo, anche se si è momentaneamente all'estero, perché è semplice e rapido mantenere i diritti acquisiti. Per coloro che non ce la facessero, in casi particolari possiamo essere flessibili anche per 10, 12, 13 anni, come per esempio nel caso di bambini europei che hanno sempre vissuto qui ma che per qualche motivo non sono stati registrati dai loro genitori o tutori. Questo per dire che, se qualcuno ha il diritto di rimanere in Regno Unito e dimostra di avervi vissuto qui prima del 1 gennaio 2021, non sarà di certo cacciato, anche se sarà in ritardo".
Ma perché agli oltre 5 milioni di cittadini Ue che si sono già iscritti al Settlement Scheme non concedete anche un documento cartaceo che attesti la loro residenza regolare (di almeno 5 anni) nel Regno Unito?
"Perché abbiamo deciso di informatizzare il sistema come accade in molti altri Paesi, vedi Australia. I documenti cartacei potrebbero essere falsificabili. Con il nostro sistema, il proprio status è direttamente legato al passaporto o altro documento di identità, quindi non c'è problema".
Quanti italiani si sono iscritti sinora alla piattaforma "Settlement Status" per rimanere nel Regno Unito senza problemi e con tutti i diritti?
"Il dato che ho ricevuto oggi è oltre mezzo milione, una soglia cruciale. Per la precisione: 500.550. Il 56% di questi come residenza per almeno cinque anni e il resto di residenze permanenti. Siamo decisamente soddisfatti".
Oltre cinquecentomila è un numero enorme se pensiamo che fino a un anno fa italiani iscritti all'Aire nel Regno Unito erano "solo" in 350mila, il resto erano dunque "invisibili". Quante persone mancano all'appello secondo lei, ministro?
"Difficile dirlo. Prima della Brexit, con la libertà di movimento europea, non c'era un obbligo di registrarsi. Ma di certo la stragrande maggioranza degli italiani ora si è regolarizzata. E stiamo facendo di tutto, anche tramite associazioni che abbiamo finanziato come Stato, per raggiungere anche coloro più restii o che non lo hanno ancora fatto perché anziani in case di riposo o altri casi limite. Faremo il massimo per far regolarizzare tutti gli italiani già residenti nel Regno Unito per farli rimanere con noi"
di Vladimir Rozanskij
asianews.it, 28 maggio 2021
Entro giugno, 600 detenuti stenderanno i binari della ferrovia tra il lago Bajkal e il fiume Amur. L'uso dei detenuti è apparso necessario dopo il crollo delle migrazioni di lavoratori stagionali kirghisi e tagiki. Saranno necessari almeno 15mila operai. Intanto si discute sul progetto di "ripulitura ecologica" del Circolo polare artico. Membri del partito di Putin denunciano un possibile ritorno al sistema staliniano.
A partire dal prossimo mese di giugno, un gruppo di circa 600 detenuti dei lager verrà utilizzato per stendere i binari della tratta tra il lago Bajkal e il fiume Amur in Siberia. L'invio del primo contingente di "lavoratori forzati" al servizio delle ferrovie statali RŽD, è stato deciso ieri. L'utilizzo di detenuti per le opere pubbliche, ove sono necessari lavori particolarmente pesanti, è in discussione ormai da diversi mesi nel governo e a vari livelli dell'amministrazione. Ciò avviene a causa della grave diminuzione di lavoratori migranti dai Paesi centrasiatici, soprattutto kirghisi e tagiki, per le misure anti-Covid e la diffusa crisi economica, che rende la Russia meno attraente per i lavoratori stranieri stagionali.
I lavori in Siberia sono stati affidati alla compagnia semi-pubblica Promstroj, a cui verrà affidato il contingente con un contratto concesso dal centro correzionale federale FSIN sul lavoro di due gruppi, uno di 150 e uno di 430 persone per lavori generici, cementisti e addetti alle armature. La compagnia ha rifiutato di rilasciare commenti ai giornalisti. Il capo del FSIN, Aleksandr Kalašnikov, ha invece appoggiato pubblicamente l'iniziativa, affermando che "non sarà come il GULag del passato: saranno condizioni di lavoro assolutamente nuove e dignitose".
Il GULag (Glavnoe Upravlenie Lagerej, "amministrazione generale dei campi di lavoro") era il sistema staliniano di utilizzo della forza-lavoro dei detenuti. Tra i 20 e i 40 milioni di persone, hanno sostenuto per decenni l'industria, i lavori pubblici, e ancor più l'industria bellica durante la Seconda guerra mondiale. La grande opera staliniana più famosa fu il Belomorkanal, il canale tra il Mar Bianco e il Mar Baltico, inaugurato nel 1933. Ad esso lavorarono oltre 300 mila detenuti, molti dei quali persero la vita durante i lavori, a causa delle estreme condizioni climatiche.
Entro il 2030, le autorità russe progettano di ricostruire ben 146 obiettivi lungo la magistrale ferroviaria Bajkal-Amur, tra cui lunghe tratte di binari, stazioni, ponti ecc. Per tutti questi lavori saranno necessari almeno 15mila operai, che in parte saranno coperti dai dipendenti delle Ferrovie e dai soldati delle armate ferroviarie (una sezione già esistente dell'esercito russo), ma la parte principale dovrà essere integrata dai detenuti. Anton Gorelkin, deputato della Duma di Stato, membro del partito putiniano "Russia Unita", è intervenuto contro il progetto.
Sui suoi canali social egli afferma di ritenerlo "un'idea pericolosa, che riporterebbe il nostro Paese al passato del GULag e dei lavori forzati, e farebbe venire la tentazione di mettere in carcere sempre più persone". In effetti, il sistema staliniano prevedeva arresti "mirati" di massa per mantenere le quote dei detenuti-schiavi nelle opere pubbliche. Tale sistema è stato rivelato al mondo con l'opera "Arcipelago Gulag" di Alexandr Solzenicyn. Il progetto pare non limitarsi alle ferrovie siberiane. Una proposta ancora in discussione prevede di inviare i detenuti a "ripulire" i territori dell'Artico, anche al di sopra del Circolo Polare, dai cumuli di rifiuti accatastati fin dai tempi sovietici.
Il governo russo ha intenzione di stanziare oltre 15 miliardi di rubli (circa 200 milioni di euro) per "lo sviluppo della zona Artica", trasformando i suoi territori entro il 2024 per attrarre investitori e turisti, creare posti di lavoro e preparare le necessarie infrastrutture. Per tale progetto, la "ripulitura ecologica" dell'Artico appare assolutamente prioritaria.
Una decina d'anni fa si è tentato invano di intervenire sui territori dell'estremo nord, che la Russia considera assolutamente strategici. Secondo varie stime, sulle rive dell'Oceano Glaciale Artico si trovano tra i 6 e i 12 milioni di grandi fusti per carburante, trasportati fin lassù ai tempi dell'Urss, oltre a circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti industriali ed edilizi. Lungo le rive si trovano anche migliaia di navi abbandonate da proprietari non identificati. Il tutto richiede un'enorme mano d'opera non qualificata per la raccolta, il trasporto, la compressione dei rifiuti e altri lavori pesanti, tanto da far impallidire i numeri dei "lavoratori forzati" dei tempi di Stalin.
di Alessandro Leone
Il Fatto Quotidiano, 28 maggio 2021
Dopo la nomina di Pere Aragonés alla presidenza della Catalogna, il premier spagnolo si è mosso subito per lanciare un segnale d'apertura a Barcellona. Contro di lui non ci sono solo l'opposizione e una parte del suo partito, ma anche la Corte Suprema, che reputa l'indulto "inaccettabile".
I politici catalani in carcere per il referendum indipendentista del 2017 potrebbero tornare in libertà tra non molto. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha espresso chiaramente la sua intenzione di concedere l'indulto appellandosi ai valori costituzionali della "concordia e della comprensione". Le sue parole hanno provocato l'ira dell'opposizione e sono state accolte con scetticismo anche da alcuni colleghi del Partito socialista. Ma il rifiuto più netto proviene dalla Corte Suprema, che reputa l'idea "inaccettabile".
Sánchez non ha perso tempo e ha cominciato ad agire qualche giorno dopo l'inizio del mandato di Pere Aragonés come presidente della Catalogna. Gli obiettivi del nuovo esecutivo regionale restano sempre gli stessi: amnistia per i "prigionieri politici" e referendum pattuito con lo Stato sullo stile scozzese. Il secondo punto verrà affrontato soprattutto dalla mesa de diálogo, una tavola rotonda tra Madrid e i partiti indipendentisti; per il primo invece la via prediletta è l'indulto. Contrariamente all'amnistia, che annulla il delitto, manterrebbe l'inabilitazione politica e restituirebbe la libertà ai prigionieri grazie a uno sconto di pena.
Da parte dell'esecutivo si tratta di un messaggio di apertura che vuole ribadire il carattere democratico della Spagna, spesso paragonata dagli indipendentisti catalani alla Turchia quanto a repressione degli oppositori interni. Per questa ragione Sánchez ha chiesto la comprensione dell'opposizione ricordando quando nel 2017 appoggiò il governo di Mariano Rajoy nella risposta al referendum perché "era una questione di Stato".
Ma la risposta di Pablo Casado, leader dei popolari, è stata feroce: "Fare un colpo di Stato non è un valore costituzione", ha scritto su Twitter. Nulla paragonato alla dettagliata stroncatura della Corta Suprema, che ha parlato all'unanimità di "soluzione inaccettabile". Per i giudici - tra cui Manuel Marchena, che ha condotto il procés - non esiste alcun argomento che giustifichi l'indulto. In nessun caso: né per i nove condannati da 9 a 13 anni di carcere per sedizione, come il presidente di Esquerra Republicana Oriol Junqueras, né per i tre che non sono finiti in carcere ma sono stati inabilitati per disobbedienza. Una delle basi dell'indulto è che ci sia pentimento da parte dei condannati, ma non è questo il caso. Chi si è espresso, come il presidente dell'associazione Omnium Jordi Cuixart, ha ribadito che rifarebbe tutto perché ritiene di non aver commesso nessun illecito.
Il testo della Corte Suprema non è vincolante ma limita l'applicazione dell'indulto, che può essere solo parziale. Le opzioni sul tavolo per il governo Sánchez sono quindi due: ridurre la pena, quella più probabile, o commutarla. La decisione era prevista per l'estate, ma si parla di un possibile anticipo. Adesso spetta al ministero della Giustizia elaborare una proposta e mandarla al Consiglio dei Ministri, che prenderà la decisione finale. Precedentemente anche la Procura si era opposta, segnalando l'indulto come "moneta di scambio per l'appoggio parlamentario".
Gli stessi colleghi socialisti non sono convinti della scelta di Sánchez e temono che il loro elettorato possa reagire negativamente. L'ex premier Felipe González ha dichiarato che "in queste condizioni" non concederebbe l'indulto e così anche il presidente della Castiglia e La Mancia Emiliano García-Page. L'unico che finora si è espresso a favore è un altro ex premier, José Luis Zapatero: "Dobbiamo fare le cose che importano davvero, pensando nell'interesse generale e non nel breve periodo. La democrazia - ha detto - deve prendere l'iniziativa, altrimenti cosa vogliamo fare? Vogliamo tornare alla lezione del 2017?".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 28 maggio 2021
Informazione italiana. L'atteggiamento nostrano è questo: "Se ne riparlerà alla prossima eruzione", come se Gaza e la Palestina fossero un fenomeno naturale, come Stromboli. Eppure anche lì il vulcano non dorme mai. Se non fosse per Michele Giorgio, inviato del manifesto a Gaza, sui media italiani sarebbe calato il silenzio più totale. L'atteggiamento nostrano è questo: "Se ne riparlerà alla prossima eruzione", come se Gaza e la Palestina fossero un fenomeno naturale, come Stromboli. Eppure anche lì il vulcano non dorme mai. Ma le bombe e le loro vittime non sono fenomeni naturali: sono crimini di guerra. Ce lo dice Michelle Bachelet, alto commissario Onu per i diritti umani, secondo la quale i raid israeliani su Gaza possono costituire dei crimini di guerra e che pure Hamas ha violato le leggi umanitarie internazionali lanciando razzi su Israele.
Se c'è un inferno sulla terra è quello che ha investito le vite dei bambini palestinesi a Gaza, dice la signora Bachelet: i morti _ma il bilancio è ancora assai provvisorio _ sono stati 270 tra la Striscia, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, di questi 68 sono bambini. Nonostante le dichiarazioni israeliane, non c'è nessuna prova che gli edifici sgretolati dai missili e delle bombe dello stato ebraico ospitassero gruppi armati o fossero usati per scopi militari. In poche parole, secondo l'Onu, il governo israeliano del premier Netanyahu ha giustificato con delle menzogne la morte di centinaia di civili che nulla avevano a che fare con il conflitto.
Per questo al consiglio Onu dei diritti umani è partita una richiesta, appoggiata dagli stati musulmani, di insediare una commissione d'inchiesta per investigare su possibili crimini di guerra e stabilire le responsabilità.
Una cosa è certa: le bombe "intelligenti" israeliane non esistono, e tanto meno a Gaza. Ci sono certamente negli arsenali e si possono usare con estrema precisione ma non è questo il caso: missili e ordigni sono stati puntati e scaricati consapevolmente sui civili perché questa è la guerra che combatte oggi lo stato ebraico, un conflitto dai contorni terroristici, speculare a quello di Hamas. L'obiettivo è soltanto in parte colpire i bersagli pregiati, come i capi di Hamas o del Jihad, oppure i famosi tunnel. In realtà, come hanno ammesso le stesse fonti delle forze israeliane (Idf) riportate da Haaretz nei giorni scorsi, a un certo punto "i bersagli militari erano finiti".
Questo significa che non restavano che i civili da colpire, indiscriminatamente. Ed è esattamente quello che ci racconta Michele Giorgio nei suoi reportage: altro che tunnel, sono stati rasi al suolo palazzi dove si stanno ancora tirando fuori le vittime dalle macerie e sono state colpite persino le librerie.
Lo scopo della guerra oggi non è neutralizzare degli eserciti, questo accade solo in parte: il vero obiettivo è terrorizzare la popolazione, spingerla a fuggire, a vivere in condizioni disumane. Una sorta di pulizia etnica dall'alto che a volte, come è accaduto anche a Gaza, non prevede un'operazione di terra, che viene evocata soltanto per intorbidare le acque della propaganda. La strategia di questi governi israeliani di destra non è soltanto quella di essere contrari alla formula "due popoli, due stati". Va ben oltre. Non si nega soltanto uno stato agli arabi ma anche la loro stessa esistenza come popolo.
Israele di oggi è interessato soltanto ad avere tra gli arabi dei sudditi o cittadini di seconda classe: la prova lampante è che nel 2018 la Knesset ha approvato una legge che proclama Israele "stato nazionale del popolo ebraico". Non una sola parola fa riferimento agli arabi israeliani. Semplicemente non esistono e questa situazione ora, nelle città miste, è diventata esplosiva.
La maschera di Israele, citato come unico stato democratico della regione, non regge più: si tratta di un'entità segregazionista che pretende di prendersi dai palestinesi tutte ciò che vuole, in violazione di ogni legge internazionale, da Gerusalemme Est a pezzi della Cisgiordania dove insediare i coloni, confiscando case e terreni. E se non ti va Israele entra a casa tua e ti spara una bomba, intelligente naturalmente.
Israele è uno stato fuori legge ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente. Tanto meno l'amministrazione Biden. Nella sua visita a Gerusalemme il segretario di stato Antony Blinken non ha messo in discussione nulla con Netanyahu, dagli aiuti militari, al "diritto di Israele a difendersi" e tanto meno l'annessione di Gerusalemme e del Golan regalata da Trump. L'unica differenza tra Tel Aviv e Washington sta nel negoziato con l'Iran. Nel 2003 Bush junior, attaccando l'Iraq, disse che l'avrebbe riportato al Medioevo. Israele fa il suo Medioevo radendo al suolo Gaza e attuando leggi feudali. Il resto sono chiacchiere oppure uno studiato silenzio per addormentare le coscienze.
La Repubblica, 28 maggio 2021
L'onda lunga della guerra a Gaza non si ferma e arriva nelle assisi internazionali. Il Consiglio dei diritti umani dell'Onu ha deciso di aprire un'inchiesta internazionale sulle "violazioni dei diritti umani commesse nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile scorso", ma anche "sulle cause profonde" delle tensioni. Una risoluzione - su iniziativa del Pakistan - che il premier Benjamin Netanyahu ha respinto denunciando "l'aperta ossessione anti-israeliana dell'Onu". "Ancora una volta - ha denunciato - un'immorale maggioranza automatica sbianca un'organizzazione terroristica e genocidaria che deliberatamente colpisce civili israeliani mentre trasforma quelli di Gaza in scudi umani", mentre "raffigura come colpevole una democrazia che agisce legittimamente per proteggere i suoi cittadini da migliaia di attacchi missilistici indiscriminati". "Questa farsa - ha continuato furioso Netanyahu - si fa beffe del diritto internazionale e incoraggia i terroristi in tutto il mondo".
La decisione del Consiglio - approvata in seduta straordinaria con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni - è stata preceduta da un intervento dell'Alto Commissario per i diritti umani Michelle Bachelet. L'esponente delle Nazioni Unite ha detto che gli attacchi di Israele sulla Striscia durante il conflitto potrebbero costituire "dei crimini di guerra". Israele, che non fa parte del Consiglio, ha ribadito che quella è un'istituzione "guidata dall'ipocrisia e dall'assurdo".
Ma la tensione è esplosa anche tra Israele e la Francia a causa delle parole attribuite al ministro degli Esteri di Parigi Jean-Yves Le Drian che, in un'intervista dei giorni scorsi, ha parlato di "rischio apartheid" nello Stato ebraico a causa delle violenze tra arabi e ebrei durante il conflitto. Il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi oggi ha convocato l'ambasciatore francese Eric Danon, al quale ha espresso la forte contrarietà di Israele.
"Quelle di Le Drian - ha detto a Danon - sono parole inaccettabili che distorcono la realtà. Ci aspettiamo dagli amici che non si esprimano in maniera irresponsabile". Tra l'altro Ashkenazi dovrebbe andare la settimana prossima al Cairo per rafforzare il cessate il fuoco raggiunto a Gaza. L'Egitto ha inviato anche l'Autorità nazionale palestinese e anche Hamas per colloqui indiretti con le parti per giungere ad una tregua più profonda. Se così sarà, la visita di Ashkenazi sarà la prima ufficiale da molti anni di un ministro degli Esteri israeliano al Cairo.
Una prima pagina nell'edizione in ebraico del liberal Haaretz ha poi suscitato un vespaio di polemiche in Israele, anche per una vistosa omissione. Il quotidiano - riprendendo un servizio del New York Times - ha pubblicato in prima e terza pagina le foto dei 67 minori uccisi a Gaza durante la guerra. Ma a differenza del New York Times ha omesso le foto delle due vittime minori israeliane. I ritratti dei minori di Gaza erano sovrastati dal titolo di apertura 'Questo è il prezzo della guerra'. A fronte dell'omissione, l'editore Amos Shocken si è scusato del "grave errore" addossandolo ad un non meglio specificato giornalista, secondo il quale "si era già parlato" delle vittime israeliane "ampiamente e in tempo reale".
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 28 maggio 2021
A Casa Caciolle gestita da don Vincenzo Russo quattro detenuti preparano pasti per i senzatetto. Chi ha il coraggio di affermare che una persona dal passato burrascoso con precedenti penali non abbia la possibilità di redimersi e possa contribuire ad aiutare chi è in difficoltà? Un bel progetto di solidarietà coinvolge alcuni detenuti del carcere di Sollicciano a Firenze. Ospiti di Casa Caciolle, una struttura dell'Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa dove stanno scontando la pena alternativa, Michele, siciliano, Giuseppe, toscano, Francesco, calabrese, e Leonardo, albanese, preparano ogni giorno un pasto per i senza fissa dimora della zona.
Gli "ultimi", i detenuti, si occupano e si preoccupano degli "ultimissimi", i senza tetto. Una solidarietà che non ti aspetti! "Fin dall'emergenza pandemica - racconta al nostro giornale don Vincenzo Russo, cappellano del carcere Sollicciano e presidente dell'Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa di Firenze - i detenuti si sono resi conto che bisognava fare qualcosa per chi vive ai margini della società. Prima della pandemia ospitavamo a cena i senzatetto a Casa Caciolle, ma con il Covid abbiamo dovuto cambiare sistema, preparando i pasti e facendoli arrivare a destinazione".
"Sono convinto - aggiunge - che scontare parte della pena con misure alternative è possibile solo se c'è un lavoro e una casa che accoglie il detenuto. Il sistema carcerario è al collasso e non si rende conto che i reclusi sono persone che hanno un cuore e tanto amore da donare. Non sono semplici cartelle giudiziarie".
Ed è qui che "entra in gioco" Casa Caciolle che ha lo scopo di favorire percorsi di risocializzazione e di reinserimento nel tessuto sociale e lavorativo. Oltre 30 pasti al giorno vengono preparati nella cucina della struttura.
L'Opera promuove e realizza diverse altre iniziative: organizza e mantiene strutture abitative collettive promuovendone l'autogestione da parte delle comunità degli ospiti, come momento centrale del recupero del vivere sociale; organizza la formazione professionale degli ex detenuti e li sostiene nella ricerca e nel mantenimento del lavoro; realizza occasioni di incontro ed eventi culturali, sociali per gli ospiti delle comunità e aperti al pubblico, come momento educativo e di autofinanziamento.
"Ogni volta che cuciniamo per i senzatetto - racconta uno dei detenuti - è come se fosse una terapia di redenzione che in qualche modo ci ricorda il nostro passato marginale e randagio, dove anche noi avremmo avuto bisogno di un pasto caldo".
Ogni sera, quindi, intorno alle 20, il cibo preparato dai detenuti viene prelevato dalla Protezione Civile, dalle Misericordie e dalla Croce Rossa, per essere distribuito sul territorio fiorentino. Una rete di solidarietà che coinvolge numerose persone. "Pensare che attraverso il nostro lavoro di volontariato possiamo aiutare i più bisognosi - sottolineano Michele, Giuseppe, Leonardo e Francesco - per noi è una rinascita. In questo momento di sofferenza collettiva essere partecipi di questo movimento di solidarietà è importante per noi".
E don Vincenzo non ha dubbi. "I detenuti che escono da un istituto di pena, spesso si trovano in condizioni peggiori di quando sono entrati perché durante la permanenza in cella non sono stati realizzati progetti di recupero socio professionali. A Casa Caciolle - conclude il sacerdote - ospitiamo i detenuti a fine pena e li seguiamo in un percorso di reinserimento. Li aiutiamo a dare un senso alla loro vita. Qui, con loro faccio comunità, una comunità cristiana, viviamo come se fossimo un'unica famiglia, dove ciascuno si sente coinvolto dalle esigenze degli altri e cerca di dare una mano in qualsiasi modo".
targatocn.it, 28 maggio 2021
Il progetto è nato nella pandemia. Il gruppo di detenuti aveva iniziato a produrre mascherine con le lenzuola. Poi si è specializzato in borse in tessuto. Presenteranno la loro collezione nella mostra dell'artigianato al via. Il progetto è sostenuto dall'Associazione "Liberi dentro".
"are@51lab". Così si chiama il Laboratorio artigianale di sartoria che, quasi per caso, è nato all'interno del Carcere Rodolfo Morandi di Saluzzo. Si presenterà con una collezione di borse e sacche, pezzi unici, realizzati artigianalmente dietro le sbarre. Un anno fa la pandemia ha costretto tutti alla chiusura e, "per chi vive il carcere, la chiusura ha rappresentato l'impossibilità di incontrare i parenti e di praticare le poche attività disponibili: la scuola, la palestra, la sala hobby, il campetto - raccontano dall'Associazione Liberi dentro che ha incoraggiato il progetto - Alcuni detenuti, desiderosi di contribuire in modo attivo al controllo della diffusione del virus all'interno del carcere, si sono improvvisati creatori di mascherine, realizzate con i mezzi a disposizione: le lenzuola".
Ma poi è capitato che l'esigenza si sia trasformata in opportunità e, grazie alla collaborazione di molti tra i volontari e gli agenti penitenziari, a tutto il team carcerario, i neo-sarti, cinque in tutto, che si sono impratichiti nell'uso della macchina da cucire, hanno pensato che quelle capacità potevano produrre molto altro e hanno iniziato a cucire borse e sacche per usi quotidiani.
Le creazioni sono corredate di etichetta che attesta l'autenticità e unicità del prodotto confezionato nel laboratorio sartoriale "are@51lab "dietro le sbarre. Il progetto è stato sostenuto dall'Associazione "Liberi Dentro", presieduta Bruna Chiotti.
"Ad un anno di distanza siamo fieri di presentare le creazioni ideate e realizzate dai cinque provetti "sarti-cucitori di storie" che, con fatica e determinazione, hanno voluto superare i limiti delle loro capacità iniziali e produrre qualcosa di bello per arricchire sia il carcere che il territorio". Nell'edizione al via di "Start" sul filo conduttore di Re-Start, la ripartenza diventa sinonimo di rinascita, per i detenuti e per le stoffe utilizzate per creare solo "pezzi unici". Le borse di are@51lab saranno esposte in Start/Artigianato presso Casa Cavassa e, nei giorni 2, 5 e 6 giugno, presso l'ex convento delle Orsoline, in via San Giovanni. Per informazioni:
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 maggio 2021
Il Maxxi di Roma celebra il compleanno dell'organizzazione nata il 28 maggio 1961. Il 3 giugno su Raitre il docufilm "Candle in barbed wire" di Fabio Masi e presentato da Blob. Un anniversario da festeggiare insieme a quello dei 30 anni di Patrick Zaki. Libero.
Se si volesse spiegare in una scuola cosa è l'attivismo politico basterebbe un nome: Amnesty International. Un'organizzazione che nasce come social network ante litteram, trova lo start sulle pagine di un giornale europeo e festeggia il suo sessantesimo compleanno - oggi - orgogliosa "di aver contribuito a scarcerare tre prigionieri "di coscienza" al giorno per sessant'anni", come scandisce quasi emozionato il portavoce italiano Riccardo Noury presentando nell'auditorium del museo Maxxi di Roma le iniziative per questo anniversario. Tra esse, una nuova campagna di brand per trovare nuovi "punti di contatto tra attivisti, beneficiari, donatori e firmatari", un bellissimo spot celebrativo e il docu-film "Candle in barbed wire", di Fabio Masi, autore di Blob, che sarà trasmesso il 3 giugno alle 23,15 su Raitre.
Quella candela accesa nel filo spinato è il simbolo di Amnesty da quando il 28 maggio 1961 Peter Benenson, chiamando a raccolta l'opinione pubblica con un articolo sul The observer weekend, in difesa di un gruppo di studenti arrestati in Portogallo, sotto la dittatura di Salazar, per aver brindato alla libertà, diede di fatto vita al primo network mondiale. "Appello per l'amnistia", si chiamava il suo scritto. E da allora Amnesty, che ha sempre avuto un legame profondo con il mondo dell'informazione, ha fatto passare idealmente quella candela di mano in mano tra i "12 milioni di sostenitori, soci e attivisti presenti in buona parte degli Stati del mondo", come fosse una staffetta olimpionica.
Ma oggi, in una Europa nella quale il regime di Lukashenko può dirottare un aereo di linea che collega due città del nostro continente per sequestrare un giornalista, quelle varie generazioni di attivisti politici che costituiscono la rete di Amnesty International sanno che c'è ancora molto da fare. "Se abbiamo contribuito a scarcerare tre prigionieri al giorno, è pur vero - ammette Noury - che ogni giorno cinque persone nel mondo vengono arrestate per le loro idee".
Non a caso, "questo anniversario vogliamo legarlo ad altre due importanti ricorrenze: i 20 anni dal G8 di Genova, con le sue ferite ancora aperte e la necessità di avere codici identificativi per le forze di polizia in servizio, e i 30 anni che Patrick Zaki compirà il 16 giungo", spiega ancora il portavoce italiano dell'organizzazione al pubblico dell'auditorium seduto tra le sagome di Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna detenuto da 16 mesi nelle fetide prigioni del dittatore Al-Sisi.
"Cambiare il mondo armandosi di una penna, non di un mitra", è l'obiettivo dell'organizzazione internazionale secondo la visione del suo portavoce che, proprio per questo, l'ha scelta dal 1980. Poco prima, nel 1977, Amnesty venne insignita di un Nobel per la Pace per la sua campagna contro la tortura. Nel 1984 finalmente la lotta di quelle attiviste e quegli attivisti viene ripagata dalla Convenzione contro la tortura e i trattamenti inumani o degradanti adottata dall'Assemblea generale dell'Onu, pubblicata nell'89 sulla nostra Gazzetta ufficiale. Ci sono voluti altri 28 anni affinché il reato di tortura entrasse nel nostro ordinamento penale.
Di successi ne hanno ottenuti molti altri, in questi sessant'anni, come per esempio la Convenzione delle Nazioni Unite sul commercio delle armi e l'abolizione della pena di morte in tre quarti del pianeta. Ma, come racconta ancora Noury, i risultati raggiunti con più soddisfazione sono testimoniati soprattutto dalle migliaia di lettere di ringraziamento di tutti coloro che hanno sentito, con Amnesty, di non essere stati lasciati soli.
La sagoma di Zaki sta lì a ricordare che "protestare è un diritto umano", come afferma il presidente italiano dell'associazione Emanuele Russo. "Riteniamo - dice - che il mondo debba riscoprire il valore della protesta e del dissenso". Perché ci sono tre principi nella bibbia degli attivisti per i diritti umani e civili: "Per le idee non devi andare in galera; il corpo non si tocca; qualunque reato tu abbia commesso, la polizia non deve essere come o peggiore di te". Quando sono entrato in Amnesty mi hanno insegnato che "noi lottiamo per la nostra estinzione", ricorda Russo. "E per uno che stava nel Wwf era un'idea strana. Ora però la sento mia".
di Agostino Pantano
ilreggino.it, 28 maggio 2021
Oggi come allora cappellano dell'istituto penitenziario, ne parla in un nuovo libro che si intitola "Il tunnel della Speranza". Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Alberto Frasceschini, toni Negri: nomi che ai più giovani non dicono nulla, comunque biografie di terroristi conosciute tra le sbarre dell'allora super carcere di Palmi. Don Silvio Mesiti, oggi come allora cappellano dell'istituto penitenziario, ne parla in un nuovo libro - si intitola "Il tunnel della Speranza", Laruffa editore - dato alle stampe senza difendere o accusare. "Si tratta di persone che hanno creduto in una ideologia di morte - premette il sacerdote - con le quali, però, in un luogo che serve anche per dimostrare di essere pronti a rientrare nella società, dopo l'espiazione, ho avuto confronti dialettici pure sulla filosofia e l'antropologia: sono stati infatti i docenti universitari che sono passati da Palmi".
Riflessi delle loro storie, ma soprattutto dialogo intorno ad una pastorale che don Mesiti descrive anche attraverso degli episodi scolpiti nella sua memoria. "Come quella volta che misi dei crocefissi nelle celle, trovandoli rotti il giorno dopo. Mi arrabbiai molto, ma mi fu detto che all'epoca i detenuti temevano che di essere intercettati tramite microspie nascoste, e fu uno di loro che mi tranquillizzò distinguendo il Dio che si trovava nei pezzi di legno, dal Dio che per lui era un credo da rispettare".
Aneddoti e ricordi, inframezzati dalla cronaca di quegli anni. "Per la stampa - prosegue - il carcere di Palmi era come il santuario di San Francesco, perché tanti sono stati i matrimoni religiosi che io ho officiato, addirittura venendo invitato in occasione delle nozze con il rito civile, tanto forte fu il legame personale che si era stabilito".
Il libro, che conta sulle prefazioni del vescovo Francesco Milito, ma anche al magistrato Antonio Salvati e all'avvocato Armando Veneto, è pure una occasione per rileggere gli anni di piombo, ricordando gli anni d'oro di una struttura che oggi non ha un regime di massima sicurezza e che comunque, attraverso i suoi ospiti, racconta ugualmente geografie umane e criminali che mutano: "Mi ha colpito la testimonianza di un extracomunitario che ha detto di preferire rimanere in carcere, dove può mangiare, lavorare e mandare soldi casa". Per volontà dell'autore i proventi delle vendite serviranno a gestire una struttura che dia ospitalità ai famigliari dei detenuti che vengono da lontano.
Agostino Pantano
di Michele Gravino
La Repubblica, 28 maggio 2021
"Quel povero diavolo è stato bastonato da tre malandrini: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione" (Adriano Sofri, su Il Foglio del 25 maggio 2021). Musa Balde è stato rinchiuso nel Cpr - Centro di permanenza per il rimpatrio - di Torino per quindici giorni, e ne è uscito cadavere: si è impiccato con le lenzuola nel bagno della sua stanza.
Era ricoverato nel cosiddetto "ospedaletto": come fa notare Rosita Rijtano su lavialibera, rivista dell'associazione Libera, "si tratta di un casermone dove l'unico spazio esterno concesso per prendere un po' d'aria è un piccolo cortile al di fuori di ogni stanza, coperto da un'inferriata: una gabbia".
Balde, 23 anni, guineano, in Italia da almeno cinque anni senza permesso di soggiorno, era stato portato a Torino dopo che, a Imperia, tre italiani l'avevano pestato a sangue con spranghe pugni e calci (loro sostengono che avesse cercato di rubare un telefono, lui diceva che stava solo chiedendo l'elemosina). Il video del pestaggio si trova facilmente in rete, di linkarlo non me la sento. I tre sono stati denunciati a piede libero senza l'aggravante dell'odio razziale; per Balde era stata avviata la procedura di rimpatrio. In un amarissimo pezzo sulla sua pagina Facebook, Adriano Sofri ha notato le analogie con la storia di Pinocchio: "Quel povero diavolo è stato bastonato da tre malandrini: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione".
Il racconto di Musa: "Voglio studiare, trovare un buon lavoro e vivere bene" - Di Musa Balde resta un video del 2017, girato in una delle strutture di accoglienza che si erano occupate di lui: con il sottofondo di una musichetta allegra che oggi suona particolarmente sinistra, raccontava di essere scappato per la difficile situazione nel suo Paese, e diceva di voler studiare (in effetti in questi anni aveva preso la terza media), di voler trovare un lavoro, di fare il tifo per la Roma.
È la sesta persona a morire in un Cpr da giugno 2019 a oggi. Sempre nell'articolo di Rijtano, trovate le informazioni disponibili su cosa sono e come funzionano questi centri, e le ragioni di chi chiede di abolirli. Eventualità che resta molto improbabile, così come nessuna forza politica propone di abolire il reato di clandestinità Con diverse denominazioni e diversi quadri normativi, e sotto tutti i governi, i Cpr esistono dal 1998. Tre anni prima di Guantánamo.
- Amnesty, strade inedite aperte dalla società civile
- Vercelli. Accanto agli orti del carcere è nata l'Oasi delle Api voluta dal Soroptimist
- Egitto. Patrick Zaki compirà 30 anni in cella. E noi staremo zitti e buoni?
- Migranti. Il respingimento targato Italia
- Migranti. "Prove concrete di respingimenti illegali" nei documenti contro Frontex











