di Nello Rossi*
Il Dubbio, 29 maggio 2021
1. I numeri sono eloquenti ed impietosi. Nelle Corti di appello c'è un buco nero, un ingorgo inestricabile. Nel 2019 i processi pendenti erano 260.946. E ogni anno i giudici di secondo grado riescono a definirne meno della metà. Con il risultato che in Italia il giudizio di appello ha una durata media di 851 giorni di contro ad una media europea di 155. Sono questi i dati del Rapporto Cepej che la Commissione nominata dalla Ministra Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi richiama per rendere chiaro che, se non si interviene sul nodo delle impugnazioni, la promessa, scritta in Costituzione, della ragionevole durata del processo penale non può essere mantenuta.
Per realizzare questo obiettivo - che tutti a parole dicono di voler perseguire - occorrerà vincere molte ipocrisie e sfidare le vestali degli opposti dogmatismi presenti tra le forze politiche e nel corpo della magistratura e dell'avvocatura. Parliamo di un sapiente lavoro di rasoio e di bisturi che solo una politica coraggiosa può attuare. Anche compiendo scelte dolorose ma indispensabili, dettate dalla consapevolezza che il cattivo impiego della risorsa - scarsa e costosa - del processo penale si scarica inevitabilmente, con effetti nefasti, sui tempi processuali. Esattamente come avviene in altri servizi essenziali - ad es. la sanità pubblica - nei quali l'incapacità di individuare e far valere ragionevoli priorità genera interminabili liste di attesa, che finiscono con il negare nei fatti un'efficace tutela del diritto alla salute.
2. Il primo nodo da sciogliere è quello delle impugnazioni del pubblico ministero. La Commissione propone di negare alla parte pubblica la possibilità di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento. La logica che la guida è ineccepibile. Se si può emettere una sentenza di condanna solo quando la colpevolezza dell'imputato è provata "al di là di ogni ragionevole dubbio", il giudice di primo grado che assolve ha espresso la certezza dell'innocenza o almeno ha nutrito un dubbio ragionevole sulla responsabilità dell'imputato (si badi: un dubbio ragionevole, della legge n. 46 del 2006, la c. d. legge Pecorella, che aveva già escluso l'appello del pm contro le sentenze di assoluzione. cioè consistente, significativo, non un dubbio meramente ipotetico o cervellotico).
E poiché il giudice è, fino a prova contraria, un essere ragionevole - o un collegio di persone ragionevoli - il suo dubbio non può essere superato solo perché il giudice "che viene dopo", cioè il giudice di appello, si dichiara di diverso avviso, optando per la colpevolezza. Occorrerà molto di più. Che sia dimostrata l'illogicità della sentenza di assoluzione o che essa risulti frutto di una violazione della legge penale sostanziale o processuale (come accade, ad esempio, quando al pubblico ministero sia stata ingiustificatamente negata una prova decisiva). Ma questo accertamento è compito proprio della Corte di cassazione.
E solo ad essa - propone la Commissione potrà rivolgersi il pubblico ministero che intenda impugnare una pronuncia di assoluzione del giudice di primo grado, chiedendo ed ottenendo, se le sue censure verranno accolte, l'annullamento con rinvio della sentenza e la celebrazione di un nuovo processo. E' il ragionamento che molti - compreso chi scrive - avevano svolto per sostenere la conformità alla costituzione Allora i sostenitori di questa tesi vennero smentiti dalla Corte costituzionale che, con le sentenze n. 26 del 2007 e 85 del 2008, dichiarò l'illegittimità della scelta legislativa in nome della parità delle parti nel processo. Oggi, però, la giurisprudenza del giudice delle leggi ha fatto ammenda del formalismo che ispirò quelle decisioni, prendendo atto della profonda diversità esistente tra le parti del processo penale e della differente valenza costituzionale del potere di impugnazione della parte pubblica (non coperto dal principio di obbligatorietà dell'azione penale) e dell'imputato (diretta espressione del diritto di difesa).
Non c'è quindi da attendersi che l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pm incorra di nuovo in una declaratoria di incostituzionalità. 3. Sin qui il "rasoio" della logica giuridica e della coerenza sistematica. Un rasoio più efficace ed incisivo di quanto possa sembrare a prima vista. Se è vero, infatti, che gli appelli del pm avverso i proscioglimenti rappresentano solo una minima percentuale delle impugnazioni non altrettanto può dirsi dei numerosi appelli della parte civile avverso sentenze di proscioglimento che, sulla base dello stesso itinerario logico seguito per il pm, risultano anch'essi preclusi.
Comunque pensa e scrive la Commissione - se si vuole davvero garantire un processo di durata accettabile il rasoio non basta e occorre anche incidere sulle impugnazioni di entrambe le parti con un altro strumento: il "bisturi" della ragion pratica. Ed il bisturi taglia molto in profondità. Da un lato il pubblico ministero non potrà appellare le sentenze di condanna: una soluzione che, nella sua radicalità, appare francamente eccessiva e che potrebbe essere utilmente sostituita da una rigorosa selezione normativa delle ipotesi di appello del pm. Dall'altro lato, la facoltà di proporre appello è preclusa anche all'imputato a fronte di sentenze di condanna ritenute non particolarmente afflittive (le condanne a una pena pecuniaria o a pene detentive sostituite con il lavoro di pubblica utilità). Infine - ed è questa la vera scelta strategica della Commissione - si suggerisce di ridisegnare la fisionomia del giudizio di appello, trasformandolo da secondo giudizio di merito in "strumento di controllo a critica vincolata della pronuncia di primo grado".
Il tecnicismo della formula racchiude un contenuto semplice e lineare: l'appellante non potrà limitarsi a sollecitare una nuova decisione sui punti della sentenza impugnata indicati nei suoi motivi di impugnazione mentre il compito del giudice consisterà nel verificare la fondatezza o meno degli "specifici" e tassativi motivi di impugnazione addotti. Con il corollario che sui motivi formulati in termini generici si abbatterà la scure severa dell'inammissibilità dell'appello. Già questo primo rapido schizzo del "sistema" delineato dalla Commissione fa emergere più di interrogativo. Non è troppo ristretto il nuovo perimetro dell'appello? Il rito non è troppo fondato sulle carte? Non ne deriva un eccessivo depotenziamento del contraddittorio orale, subordinato alla richiesta dell'imputato o del difensore?
E così via. Obiezioni puntuali che dovranno però misurarsi con la direzione di marcia indicata dalla Commissione: un pieno recupero della centralità del giudizio di primo grado, se si vuole la sua drammatizzazione, coerente con la struttura del processo accusatorio, cui si accompagna una relativa marginalizzazione dell'appello. Parafrasando la folgorante battuta finale, riferita alla stampa, del film "L'ultima minaccia": "È l'accusatorio, bellezza!".
*Direttore di "Questione Giustizia"
Corriere della Sera, 29 maggio 2021
Il figlio di Tano Badalamenti torna libero. Il Paese sudamericano aveva chiesto l'estradizione del figlio del boss per una condanna a 5 anni. Ma i giudici siciliani hanno detto no: non ci sono sufficienti garanzie di una detenzione umana. È stato scarcerato il figlio del boss di mafia Tano Badalamenti, arrestato lo scorso anno per una condanna per stupefacenti maturata alcuni anni fa all'estero.
I giudici della seconda sezione della Corte d'Appello di Palermo, condividendo la posizione dei legali di Leonardo Badalamenti (61 anni), hanno anche respinto la richiesta di estradizione del Brasile. Il timore dei giudici è che nelle carceri brasiliani Badalamenti possa essere sottoposto a trattamenti disumani e degradanti. Il detenuto ha già lasciato il carcere di Pagliarelli, in cui era recluso dal 4 agosto 2020.
L'uomo - figlio di don Tano Badalamenti (mandante del delitto di Peppino Impastato) - era stato arrestato in Italia in seguito al tentativo di prendere nuovamente possesso di un casolare, prima sequestrato e poi restituito dalla Corte d'Assise di Palermo. In Italia non ha maturato alcuna condanna, mentre la richiesta di estradizione riguarda una pena di 5 anni e dieci mesi per "traffico di sostanza stupefacente" emessa dal Tribunale di San Paolo.
"Non è qui richiesto, né ritenuto opportuno riportare le prove e le scansioni procedurali che hanno giustificato la condanna definitiva del Badalamenti", hanno scritto i giudici della Corte d'appello. "Nell'impossibilità di accertare che Badalamenti non sarà sottoposto a 'maltrattamenti, torture e trattamenti crudeli, disumani e degradanti' - scrivono i magistrati - e, anzi, nella ragionevole convinzione che tali condizioni in concreto si verificheranno, la richiesta di estradizione a parere di questa Corte deve essere rigettata".
Il figlio di "don Tano" il 4 agosto 2020 fu arrestato dagli agenti della Dia (Direzione investigativa Antimafia). Nel corso del procedimento il sostituto procuratore generale Carlo Marzella ha espresso parere favorevole all'estradizione, mentre legali gli avvocati Baldassare Lauria e Nino Ganci, avevano chiesto degli accertamenti istituzionali sulle condizioni carcerarie in Brasile e nello stato di San Paolo. La Corte, oltre ai report di organizzazioni non governative come Amnesty International o l'Unhcr, ha acquisito anche dei documenti inviati dall'Ambasciata del Brasile. Secondo i giudici, tuttavia, le informazioni ricevute per via diplomatica erano "assolutamente generiche", tanto che "non vengono indicate le misure 'dell'alloggio', né 'il numero degli occupanti' evidenziando l'assenza di "informazioni 'individualizzate' sul regime di detenzione che sarà riservato in concreto all'estradando".
Il Sole 24 Ore, 29 maggio 2021
I controinterrogatori non possono essere intimidatori o umilianti. Dettagli inutili sull'abbigliamento della donna e sulla sua vita sentimentale. Stereotipi diffusi attraverso le parole di una sentenza che costano all'Italia una condanna per violazione dell'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che assicura il diritto al rispetto della vita privata.
È stata la Corte di Strasburgo, con la sentenza depositata ieri (n. 5671/16), ad accertare la violazione della Convenzione, che ha portato anche alla vittimizzazione secondaria della ricorrente. A rivolgersi ai giudici internazionali è stata una donna, studentessa all'epoca dei fatti, che aveva denunciato di essere stata vittima di una violenza di gruppo.
Erano stati arrestati sette uomini e il tribunale ne aveva condannati sei per aver costretto la donna in stato di incoscienza ad avere rapporti di natura sessuale. La Corte di appello di Firenze, invece, aveva assolto tutti. Di qui il ricorso della donna a Strasburgo. La Corte europea ha puntualizzato che nei procedimenti in cui sono contestati reati a sfondo sessuale le autorità inquirenti devono cercare un giusto equilibrio tra la tutela della dignità e dell'integrità personale della vittima e il diritto degli accusati a difendersi.
È corretto evidenziare eventuali incongruenze nel racconto della vittima, ma senza consentire che il suo controinterrogatorio sia utilizzato come strumento per intimidirla o umiliarla. Nel caso in esame - osserva Strasburgo - gli inquirenti hanno condotto le audizioni correttamente, senza utilizzare mezzi che avrebbero potuto traumatizzare ulteriormente la vittima. Così come il processo è stato svolto con diverse accortezze, ad esempio vietando le riprese televisive.
Detto questo, però, la Corte europea stigmatizza l'operato della Corte di appello che, nella sentenza, ha inutilmente evocato la vita personale della donna. Riferimenti alla biancheria intima utilizzata, alla bisessualità, a rapporti occasionali, che la Corte giudica inappropriati e inutili nell'esame dei fatti e nella soluzione del caso.
È vero - osserva Strasburgo - che la questione della credibilità della ricorrente era rilevante, ma i riferimenti alle scelte sentimentali odi abbigliamento del tutto fuori luogo e in grado di causare una vittimizzazione secondaria. Nei casi che hanno al centro accuse di stupro, gli Stati, inoltre, hanno obblighi positivi di protezione delle presunte vittime.
Certo - scrive la Corte - i giudici devono potersi esprimere liberamente perché ciò è una manifestazione del potere di discrezionalità proprio dei magistrati, ma questo è limitato dall'obbligo di proteggere la vittima e la vita privata di tutte le parti del processo.
Nel caso in esame, per Strasburgo, il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla corte di appello hanno riprodotto stereotipi sessisti che esistono - come rilevato dal Grevio - nella società italiana e che mettono a rischio la protezione effettiva dei diritti delle vittime, malgrado la legislazione nazionale sia soddisfacente. Così, il contenuto della sentenza della Corte di appello ha impedito il rispetto degli obblighi convenzionali.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 maggio 2021
Nel fermo disposto dalla procura di Verbania, ai tre indagati è contestato il pericolo di fuga "anche in considerazione dell'eccezionale clamore a livello anche internazionale per l'intrinseca drammaticità dell'incidente". Un vero e proprio show. Se non ci fossero 14 morti di mezzo, famiglie distrutte e vite ancora in bilico, si potrebbe definire così la gestione dell'inchiesta sulla tragedia della funivia Stresa-Mottarone. Con un aggiornamento costante dello sviluppo delle indagini, interviste su ogni minimo dettaglio della tragedia, titoli di giornale che non lasciano nulla al caso, tradendo un interesse sempre più drammatico per il particolare tragico, e l'inseguimento folle del piccolo Eitan, unico sopravvissuto, a caccia di una frase ad effetto sulla sua tragedia privata, ancora solo agli inizi, per provocare una lacrima e rendere i responsabili di quanto accaduto ancora più detestabili.
Non è un caso, forse, che nel fermo disposto dalla procura di Verbania, titolare delle indagini, venga tirata in ballo la risonanza della vicenda, il suo impatto, feroce, con la sensibilità dell'opinione pubblica. Per i tre indagati - la cui colpevolezza è data per certa da chiunque ne parli e ne scriva - la procura ha contestato il pericolo di fuga, ipotizzabile, si legge nel decreto di fermo, "anche in considerazione dell'eccezionale clamore a livello anche internazionale per l'intrinseca drammaticità dell'incidente". Drammaticità "che diverrà sicuramente ancora più accentuata - conclude la procura - al disvelarsi delle cause del disastro". Un clamore che, però, dipende proprio dall'aggiornamento costante di ogni fase delle indagini, anche il più piccolo passo, necessariamente solo agli inizi, e dall'avidità con cui la stampa si è lanciata sull'ennesima storia da usare e poi dimenticare, stabilendo già, senza appello, i nomi dei colpevoli e le loro responsabilità. E ciò mentre le ipotesi della procura, ora dopo ora, cambiano e si arricchiscono di particolari.
"Ciao zia, dove sono mamma e papà?", scrivono i giornali riferendosi al risveglio del piccolo Eitan. Una sorta di pornografia che ingrossa l'odio e toglie spazio alla giustizia, puntando dritto ad un unico, inaccettabile, obiettivo: un colpevole da consegnare alla gogna pubblica. In una vicenda ancora tutta da scrivere, emblematico è quanto accaduto ad uno degli indagati, Enrico Perocchio, direttore di esercizio della funivia del Mottarone in carcere dall'alba di mercoledì insieme a Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone e Gabriele Tadini, responsabile del servizio. "Non si può parlare di pericolo di fuga. Il mio cliente è andato lui stesso in caserma dai carabinieri di Stresa facendosi un viaggio di 90 chilometri", ha detto il suo legale Andrea Da Prato all'Adnkronos. "Non ci sono i presupposti per la convalida del fermo - ha sottolineato -. Fermarlo di notte sapendo che ha un legale di fiducia toscano mi sembra una bella brutalità".
L'uomo è stato convocato in caserma come persona informata sui fatti, arrivando sul posto a mezzanotte. Ma una volta lì è scattato il fermo, il tutto senza che nulla gli venisse chiesto né comunicato. "Non è stato sentito da nessuno, fino alle 3 di notte - ha spiegato Da Prato a La Nazione - quando gli è stato notificato il fermo. Mi chiedo come possa trovare giustificazione nel pericolo di fuga una persona che aveva chiesto di essere sentita come informata sui fatti". Perocchio ha negato di aver autorizzato l'utilizzo della cabinovia con i "forchettoni" inseriti e anche di aver avuto contezza di simile pratica, che ha definito "suicida".
Una pratica che avrebbe sempre osteggiato e che può essere attivata esclusivamente in fase di installazione e comunque solo con le cabine vuote. Per gli inquirenti, però, i fatti, così come ricostruiti, sono "di straordinaria gravità in ragione della deliberata volontà di eludere gli indispensabili sistemi di sicurezza dell'impianto di trasporto per ragione di carattere economico e in assoluto spregio delle più basilari regole (...) finalizzate alla tutela dell'incolumità e della vita" dei passeggeri. E i tre fermati, secondo la richiesta di convalida del pm al gip, devono restare in carcere perché continuando a lavorare in questo settore potrebbero mettere nuovamente in pericolo la sicurezza pubblica e quindi reiterare il reato. Non c'è da dubitare su quali sarebbero le conseguenze qualora oggi il gip giungesse ad una valutazione opposta a quella della procura, decidendo di lasciare i tre a piede libero: una sicura condanna pubblica.
di Pietro Cavallotti
Il Riformista, 29 maggio 2021
La chiamano "prevenzione" della mafia. Ci dicono che in Italia abbiamo il più efficace sistema normativo per contrastare la criminalità organizzata. Un sistema così bello che ce lo invidia tutto il mondo. Mi chiedo su quali basi poggino affermazioni così lontane dalla realtà. Da molti anni mi chiedo se sia efficienza o criminalità togliere il lavoro a un uomo assolto, confiscare l'azienda a chi non è mafioso o sciogliere un comune dove non ci sono mafiosi. Mi chiedo che cosa si "prevenga" perseguitando uomini incensurati, i loro figli e intere comunità. Ma soprattutto mi chiedo come si possa pensare di fare "antimafia" senza considerare gli effetti distruttivi che certe misure provocano sulla vita delle persone.
Qualche giorno fa ho ricevuto la chiamata di un uomo che ha l'età di mio padre. Il suo nome è Filippo Vasta. Un uomo distrutto, caduto in una profonda depressione che, da alcuni giorni, non vuole uscire di casa. Mi ha detto che non riesce a parlare con nessuno di quello che gli è successo e che ci riesce solo con me. Filippo è una persona semplice che ha sempre lavorato con umiltà e dedizione. Per un errore giudiziario è stato arrestato, si è fatto la galera da innocente, poi è stato assolto definitivamente ed è stato riconosciuto vittima di mafia. Nonostante tutto questo, a sua figlia è stata negata l'iscrizione nella "white list": in poche parole non può lavorare nel settore pubblico e, per un'impresa come quella della famiglia Vasta che opera nel settore del gas e dell'acqua, significa morte certa. Il diniego viene fatto semplicemente perché è sua figlia, cioè figlia di un uomo innocente!
Mi ha fatto gelare il sangue nelle vene quando mi ha detto che ha pensato di farla finita. Mi si è letteralmente attorcigliato il cuore nel petto. Non si dà pace, crede di essere la causa della rovina dei suoi figli e che, togliendosi la vita, potrebbe salvare le loro di vite. Non parliamo di una persona fragile. Parliamo di una persona che è sopravvissuta alla mafia e al carcere. Eppure, di fronte alla follia di un'interdittiva, è caduto nella disperazione più profonda. Ci si sente così quando gli avvocati non sono in grado di dare risposte, quando i giornali e i politici se ne fregano, quando nessuno ti capisce fino in fondo. Sei assalito da un senso di colpa pari solo all'umiliazione che devi sopportare giorno dopo giorno. Lo Stato ti toglie il lavoro e perseguita le persone a te più care. Questa non è lotta alla mafia. Questa è istigazione al suicidio! Lo Stato Caino che se la prende contro chi ha il diritto di vivere una vita dignitosa.
Recentemente sono stato contatto da altre persone che stanno attraversando lo stesso dramma di Filippo. Hanno tutti paura di subire ritorsioni. Vi rendente conto? Quando un cittadino arriva a non gridare la propria innocenza e rinuncia a difendere i propri diritti per paura dello Stato, non siamo più in democrazia. Siamo in un regime!
È a tutte queste persone che mi voglio rivolgere nella speranza che le mie parole possano essere di conforto e infondere speranza nei loro cuori. Non si può mollare. La paura di rassegnarsi, di lasciarsi morire senza lottare è più forte della paura delle ritorsioni. Il suicidio non è la soluzione! Agli uomini e alle donne cui lo Stato sta togliendo la speranza, il futuro e la voglia di vivere io dico di resistere. Vi dirò una cosa: io, da figlio, rinuncerei per sempre a fare attività d'impresa piuttosto che privarmi di un solo giorno dell'affetto di mio padre. La colpa non è vostra. La colpa è dello Stato che usa strumenti barbari per perseguitare i suoi cittadini. La migliore risposta che possiamo dare è continuare a vivere e a lottare in maniera nonviolenta e, vivendo, troveremo una soluzione. Lo stiamo già facendo. Non vi potete lasciare sopraffare, dovete reagire e reagire ancora, fino alla fine.
Non ci possiamo permettere altri Rocco Greco! Costruiremo insieme la strada per uscire da questo vortice mortale delle misure di prevenzione. Andremo fino alla Corte Europea, scenderemo in piazza se sarà necessario. Ma, per fare tutto questo, bisogna essere in forze e non lasciarsi abbattere. I padri devono lottare per i figli e non lasciarsi morire per loro. E i figli la devono smettere di nascondersi o di piangersi addosso, devono uscire le palle a stare a fianco dei padri. La battaglia per la revisione del sistema delle misure di prevenzione non è una semplice battaglia per la difesa dei diritti o del Diritto. È molto di più: è una battaglia per la salvezza della vita. Non c'è battaglia più nobile di quella per la vita. Io sono sicuro che la vinceremo con Nessuno tocchi Caino. Nel frattempo resistiamo! Nel frattempo viviamo!
di Marina Castellaneta
di Michele Varì
primocanale.it, 29 maggio 2021
È un giallo la morte del detenuto trovato impiccato nella sua cella del carcere di Marassi: Emanuele Polizzi, 45 anni, originario di Vittoria (Ragusa), in galera da quasi due anni per una rapina a sprangate al titolare di una sala giochi, si sarebbe ucciso per la depressione in seguito alla condanna a dieci anni. Aspettava l'appello, ma i suoi nervi non avrebbero retto. Questa è almeno la versione ufficiale che parla di suicidio. Ma sulla testa di Polizzi è stata trovata una ferita e tracce di sangue sono state rilevate su uno sgabello della cella.
La procura vuole vederci chiaro e infatti oggi il procuratore capo Francesco Cozzi, il pm di turno Giuseppe Longo e il dirigente della squadra mobile della polizia Stefano Signoretti hanno svolto un lungo sopralluogo nella cella del carcere di Marassi con gli uomini della sezione omicidi. Primo passo ascoltare la testimonianza dei tre detenuti che erano con la vittima al momento del suicidio e di altri tre reclusi che dormono lì ma in quel momento erano in altre sezioni perché "lavoranti".
Polizzi si è impiccato prima delle nove di stamane. venerdì 28 maggio, con le lenzuola, si è ucciso nell'antibagno: si è chiuso la porticina alle spalle e si è tolto la vita. Possibile che nessuno si sia accorto di nulla in pieno giorno? In linea teorica sì, ma è questa la domanda a cui gli inquirenti stanno cercando di dare una risposta. Altra domanda che potrà fare capire cosa è successo nella cella è l'ora in cui è morto l'uomo.
Per questo il pm ha disposto l'autopsia che sarà svolta dal medico legale Sara Lo Pinto. Il detenuto due settimane fa era apparso molto giù, depresso, durante il colloquio con il suo legale, l'avvocato Silene Marocco, con cui aveva parlato in vista dell'appello, tanto che il legale aveva chiesto che fosse visitato da uno psicologo. Ma venerdì scorso, quando l'avvocato lo ha rivisto, era apparso più sereno, quasi tranquillo. Oggi, nel giorno del decesso, il legale doveva rivederlo, ma ha invece appreso della sua morte.
Polizzi era molto scosso perché non si aspettava di essere condannato a ben dieci anni per una rapina, violenta, ma che non aveva provocato lesioni gravissime alla vittima. Era accaduto in via Bologna, a San Teodoro. Con lui c'era anche un complice albanese, dopo il colpo sparito nel nulla. Ad aggravare la posizione del quarantaseienne sono stati due fattori: i tanti e gravi precedenti penali e il fatto che non ha mai ammesso nulla pur davanti a prove schiaccianti, perché nel portone dell'aggressione erano state trovate le sue impronte e il suo furgone era stato inquadrato dalle telecamere proprio in via Bologna nell'ora della rapina.
Una negazione totale di ogni addebito che aveva convinto il suo storico legale, l'avvocato Giovanni Maria Nadalini, a dismettere il mandato. Polizzi però sperava di riuscire ad ottenere uno sconto di pena, lo ha detto anche la sua ex moglie con cui ha avuto due figli, e la nuova compagna. Sperava, eppure si sarebbe tolto la vita perché disperato, un giallo appunto, una brutta storia su cui dovrà fare luce la squadra omicidi della squadra mobile. I primi accertamenti sul suicidio sono stati svolti dagli agenti della polizia penitenziaria che collaborano all'indagine della mobile.
atnews.it, 29 maggio 2021
Organizzato dal Garante delle persone detenute e del Difensore civico regionali. Il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma ha inviato al presidente del Consiglio Mario Draghi e alle Autorità europee una nota formale in merito all'annunciata proposta di revisione della "Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina di Oviedo". Lo ha annunciato in apertura del seminario "Nuove e vecchie contenzioni", organizzato dal garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà Bruno Mellano e dal difensore civico della Regione Augusto Fierro.
"Il rischio - ha sottolineato Palma - è un arretramento concettuale che può far fare passi indietro al nostro Paese laddove si introducono, tra l'altro, la possibilità di un ricorso alla contenzione sulla base di mere istanze di 'sicurezza pubblica' e in occasione di 'trattamenti involontari' senza alcuna specificazione su tempi, modi e criteri".
Il seminario ha inteso approfondire le problematiche legate al fenomeno della contenzione fisica e chimica nell'ambito delle strutture istituzionali di residenza penitenziarie e sociosanitarie nella consapevolezza che nuove e più moderne modalità di intervento si sono affiancate a vecchie pratiche non ancora superate, nonostante norme e procedure standardizzate di presa in carico.
Fierro, che secondo quanto stabilito dalla legge regionale 19/18 è anche garante della salute, nel 2019 ha condotto un'indagine conoscitiva sull'uso degli strumenti di contenzione meccanica nelle Rsa e nelle Case di cura piemontesi in cui, ha sottolineato "l'88% delle risposte pervenute dalle strutture interpellate riferisce di utilizzare strumenti di immobilizzazione alla carrozzina o alla sedia e il 61% di utilizzare strumenti di immobilizzazione al letto. Prassi questa che, in ipotesi di immobilizzazioni prolungate nel tempo, è contraria all'etica e alla legge".
"Contenere i pazienti, sia pure con finalità di protezione, al di fuori della circoscritta e tassativa disciplina dello stato di necessità - ha sottolineato - si pone in contrasto inconciliabile con il principio del rispetto della dignità della persona ed è priva di effetti migliorativi sulla salute del paziente. Buone pratiche realizzate in alcune città italiane dimostrano come siano concretamente possibili strategie alternative attraverso interventi strutturali e organizzativi nel perseguimento di un rapporto adeguato tra persone ricoverate e operatori".
Il giornalista Matteo Spicuglia ha presentato il volume "Noi due siamo uno - Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso" (Add Editore) e il ricercatore dell'Università di Torino Luigi Gariglio il saggio "La contenzione del paziente psichiatrico - Un'indagine sociologica e giuridica" (Il Mulino). Mellano ha evidenziato come "la presenza e l'azione delle figure di garanzia possa contribuire a modificare l'ambito di osservazione, così come momenti di condivisione e di confronto che si rivolgono all'opinione pubblica". Nel dibattito sono intervenuti il giornalista e scrittore Alberto Gaino e il docente di Sociologia della salute dell'Università di Torino Mario Cardano.
di Alberto Sardo
radiocl1.it, 29 maggio 2021
I familiari dell'ex collaboratore di giustizia Emanuele Puzzanghera non riescono a trovare una ragione valida per cui il loro congiunto il 14 maggio scorso si è tolto la vita dentro una cella del carcere di Augusta. Il 41enne doveva scontare altri 18 mesi prima di essere libero avendo saldato il suo debito con la giustizia. In queste settimane aveva goduto di permessi premio ottenuti grazie alla sua condotta carceraria.
La procura di Siracusa ha iscritto quattro persone nel registro degli indagati tra amministrativi, educatori e appartenenti alla polizia penitenziaria che hanno ricevuto un'informazione di garanzia prima che si procedesse con l'autopsia sul corpo del 41enne nisseno. L'esame è stato condotto nei giorni scorsi dal medico legale Giuseppe Ragazzi e gli esiti saranno depositati nelle prossime settimane.
A seguire la vicenda per conto dei familiari è l'avvocato nisseno Ernesto Brivido. "Siamo in attesa degli sviluppi - spiega il legale - i familiari non si danno una ragione, la pena residua era bassa. Per loro è stato un fulmine a ciel sereno anche perché aveva scontato il carcere con serietà". Il sostituto procuratore di Siracusa Stefano Priolo ha iscritto il fascicolo con l'ipotesi di omicidio colposo con riferimento alla fattispecie di reato omissivo improprio.
A ridosso della tragedia il sindacato di polizia penitenziaria Sippe aveva parlato di "disorganizzazione del lavoro" con "un solo agente che deve vigilare su tre reparti". L'indagine dovrà chiarire molti aspetti, in primis come sia stato possibile che un detenuto avesse in cella una cintura. Soprattutto dopo la bufera che aveva coinvolto il carcere di Augusta a metà aprile quando la Guardia di Finanza eseguì 16 arresti per un giro di telefoni e droga introdotti all'interno della casa di reclusione con il coinvolgimento di un sovrintendente della polizia penitenziaria.
Emanuele Puzzanghera in passato aveva collaborato con la giustizia prima di vedersi revocare il programma di protezione a inizio 2011 quando fu coinvolto in un'inchiesta riguardante dei furti commessi al nord Italia. Ma le sue dichiarazioni, in molti casi frutto di quanto appreso durante i periodi di reclusione, hanno spesso trovato riscontri e contribuito ad emanare condanne.
di Marco Lignana e Massimiliano Salvo
La Repubblica, 29 maggio 2021
Per il procuratore capo Francesco Cozzi "si tratta di un caso degno di approfondimenti". Del resto, non capita tutti giorni che lo stesso Cozzi effettui un sopralluogo in carcere insieme al pubblico ministero di turno (in questo caso Giuseppe Longo) dopo un presunto suicidio avvenuto in cella. E invece questo è avvenuto ieri mattina: E.P., 46 anni genovese condannato per rapina in primo grado e in attesa del processo di appello, è stato trovato senza vita con una corda intorno al collo, legata alle sbarre di una piccola finestra a Marassi.
Se gli stessi sindacati di polizia penitenziaria hanno subito parlato dell'ennesimo gesto di disperazione avvenuto in spazi sovraffollati e carichi di tensione, alcune lesioni sulla testa del 46enne e tracce di sangue hanno insospettito la Procura. Così, gli inquirenti hanno incaricato la polizia scientifica e il medico legale Sara Lo Pinto di effettuare approfondimenti sul corpo dell'uomo e sulla stessa cella, che ovviamente E.P. condivideva con altre persone. Le stesse, quattro, che hanno chiamato le guardie penitenziarie per segnalare la morte del detenuto. Tecnicamente, il fascicolo affidato alla polizia è aperto per omicidio e nessun nome al momento è stato iscritto sul registro degli indagati.
Secondo Silena Marocco, l'avvocato che assisteva l'uomo, sposato e con due figli, ultimamente E.P. sembrava giù di morale, circostanza che era stata anche segnalata al medico del carcere. Ma proprio il giorno prima della morte il 46enne aveva parlato con la propria legale, e i due si erano dati appuntamento per un colloquio in carcere la mattina seguente.
"Quando mi sono presentata a Marassi - spiega lei - mi è stata riferita la notizia. Al momento è impossibile, per me, capire come sono andate le cose". Il procuratore capo si limita a dire che "si tratta di accertamenti doverosi per capire se quanto riscontrato è compatibile con il suicidio".
L'esito delle indagini su questo specifico caso non cancellano, comunque, il significato del messaggio lanciato da Michele Lorenzo, segretario regionale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, su un tema troppo spesso trascurato: "Il suicidio è sempre una sconfitta per lo Stato, il fatto è grave se si colloca in un quadro ben più grave degli istituti liguri dove c'è l'assoluta indifferenza del provveditorato alle nostre richieste di intervento. Ricordo che Marassi è stato già protagonista di varie proteste, di vari tentati suicidi, vari atti offensivi verso la polizia penitenziaria. C'è da rivedere tutto il sistema penitenziario".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 29 maggio 2021
ma i Centri per il Rimpatrio hanno gravi problemi strutturali. Il Garante dei diritti delle persone private delle libertà personali e quello per la protezione per i dati personali firmano un protocollo. Le ONG denunciano le condizioni di vita nei Centri per il rimpatrio. La notizia di un nuovo protocollo d'intesa a protezione delle persone senza libertà personale arriva a pochi giorni da un'altra notizia, quella del suicidio di Musa Balde nel CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Torino. Il ragazzo, originario del Gambia aveva 23 anni ed era detenuto nel centro in attesa di rimpatrio. La decisione dei Garanti sembra essere legata a questa ennesima tragedia annunciata. Si legge infatti nel comunicato diffuso il 26 maggio 2021 che "le due Autorità coopereranno per proteggere la dignità e i diritti dei detenuti e di altre persone sottoposte a forme di limitazione della libertà, come i migranti trattenuti nei CPR e gli ospiti delle Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza).
Cooperazione tra Garanti. Le Autorità potranno attivare ispezioni e istruttorie congiunte su casi di reciproco interesse, avviare indagini conoscitive, scambiare informazioni su possibili violazioni di pertinenza dell'altra Autorità. I due Garanti supporteranno anche progetti formativi comuni per condividere esperienze e migliorare specifiche competenze nel settore. Ci sarà insomma coordinamento e una maggiore sinergia nel difendere i diritti delle persone private della libertà. I problemi relativi ai CPR, però, sono molti e molto gravi.
Centri di detenzione. Due settimane prima di togliersi la vita, Musa Balde aveva subito un durissimo pestaggio da parte di tre italiani. Era finito in ospedale. E poi di nuovo in isolamento nel CPR di Torino. Incredulo, aveva chiesto al suo avvocato come mai lui fosse rinchiuso e i suoi aggressori a piede libero. Il dibattito sulle condizioni di vita all'interno dei CPR non si è mai placato. Prima si chiamavano CPT, poi CIE, ma il succo non cambia: i migranti irregolari sono in stato di detenzione amministrativa in attesa di essere rimpatriati per un periodo che va dai 30 ai 90 giorni. Sono isolati, senza telefono, in condizioni definite da molte ONG ai limiti dell'umanità. Un carcere per innocenti, con ancora meno tutele e servizi del carcere penale.
Rapporto del Garante sui CPR. Non sono solo le ONG a denunciare la situazione. L'ultimo Rapporto sulle visite effettuate nei CPR negli anni 2019 e 2020 divulgato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale definisce queste strutture "involucri vuoti", luoghi dove "l'individuo è ridotto a corpo da trattenere e confinare", spogliato di dignità e umanità. Oltre alla detenzione di minori, vengono riportate condizioni igieniche insalubri con docce e gabinetti non funzionanti, bagni senza porte e incuria generale. I migranti, rinchiusi e privati del contatto con il mondo, non fanno nulla.
L'isolamento totale dal resto della società. Il rapporto denuncia anche il totale isolamento delle strutture dalla società civile, per esempio ONG e giornalisti. Le notizie arrivano all'esterno solo in caso di tragedie o di ribellioni. Negli ultimi periodi ce ne sono state molte, così come sono aumentati i casi di autolesionismo, riporta il Garante. Nel 2020 ci sono stati ben 5 morti. La società civile si mobilita ormai da tempo, in particolare attraverso la rete "Mai più lager - NO ai CPR", che qualche settimana prima della morte di Balde aveva rilasciato un'intervista a Melting Pot sulla situazione penosa dei migranti detenuti nei CPR.
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