di Alberto Cisterna
Il Riformista, 7 luglio 2021
La vicenda dell'orribile pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ha ricevuto molti commenti e molta indignazione. Il ministro Cartabia ha parlato di un "tradimento della Costituzione", parole che non sono solo il segno di uno sbigottimento e di un profondo rammarico perché provengono dall'ex presidente della Consulta che sa bene che la Costituzione contempla esattamente il tradimento come il più grave dei crimini che si possano imputare a un'istituzione dello Stato, tant'è che riguarda addirittura il presidente della Repubblica (articolo 90). I giudizi sono stati in gran parte netti, ma la comprensione di quanto accaduto è cosa complessa e che pretenderebbe un certo coefficiente di onestà.
Il massiccio e sistematico ricorso alla violenza, il numero enorme di detenuti e di personale della polizia penitenziaria che è rimasto coinvolto nella "Straf Spedition", nella spedizione punitiva accertata dalla Procura di quella città, impongono un'analisi sincera della condizione carceraria nel nostro paese e non solo. Le parole più autorevoli in questa direzione sono quelle che ha reso in un'ottima intervista all'Avvenire Sebastiano Ardita che, per anni, ha ricoperto un ruolo di grande rilievo nel Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia. Ha detto il dottor Ardita che le ragioni di tutta quella violenza "vanno cercate nel microclima interno alle carceri, caratterizzato da una situazione di scontro tra detenuti e personale penitenziario; una situazione anomala, che non dovrebbe mai determinarsi, forse frutto di un modello organizzativo da rivedere e rispetto alla quale andrebbe fatta un'analisi serena, per correggerla senza ulteriori traumi". Sono parole che dovrebbero porsi al centro di una riflessione seria e risolutiva sul pianeta carcerario in Italia.
Le raffiche di giustizialismo e di manettarismo che ammorbano la discussione sul punto hanno, tra molti torti, anche quello di ignorare volutamente che il sovraffollamento carcerario che auspicano e alimentano con leggi liberticide e richieste di punizioni esemplari non hanno fatto altro che scaricare definitivamente sulla polizia penitenziaria un compito immane. La gestione dei detenuti è un lavoro complesso, difficile, anche pericoloso in alcuni casi.
All'interno degli istituti si creano equilibri precari e instabili in cui è sempre complicato mettere insieme il controllo di un numero esorbitante di detenuti, le loro difficili condizioni esistenziali, la compressione di ogni intimità e riservatezza con l'avvio di percorsi che ne agevolino il recupero. Sarebbe complesso spiegarlo ora, ma persino la questione - affrontata dalla Corte costituzionale di recente - dell'ergastolo ostativo a ogni beneficio senza la collaborazione di giustizia rientra in una visione della detenzione carceraria irrimediabilmente distante dal modello costituzionale e terribilmente pericolosa alla luce di quanto accaduto nello stabilimento di Santa Maria Capua Vetere.
Se il carcere, nella sua massima severità punitiva, viene brutalmente percepito come il luogo in cui occorre piegare la volontà dei detenuti per fletterla verso il pentimento e la delazione, è chiaro che il modello di comportamento che viene irradiato verso la polizia penitenziaria è quello securitario. Sospinte da 30 anni di emergenza, le celle non sono mai diventate veramente il luogo dell'espiazione e della rieducazione, ma hanno teso piuttosto a trasformarsi in un campo di aspra battaglia in cui si confrontano la volontà degli asseriti irriducibili e quella dei carcerieri che percepiscono la pacificazione e il controllo come gli strumenti indispensabili per conseguire la mission politica che gli è stata affidata o di cui, comunque, percepiscono l'importanza. Troppe volte il trasferimento di detenuti in carceri a elevata sicurezza, in reparti duri, finanche in istituti posti in zone impervie e remote è stato richiesto all'autorità penitenziaria dagli inquirenti come il mezzo per piegare la volontà dei renitenti, per indurre alla collaborazione soggetti ritenuti portatori di verità rilevanti da confessare.
In questo scenario le pregresse responsabilità ministeriali non sono marginali poiché attengono, anche, alla gestione dei detenuti nelle varie carceri e alla somministrazione del regime ex articolo 41-bis che ormai viene attivato praticamente su mero input delle procure della Repubblica desiderose, non solo e non tanto di contenere la pericolosità del ristretto, ma di agire sui soggetti marginali, sui ritenuti fragili che possono cedere alla pressione carceraria.
Ecco, per seguire le giuste osservazioni del dottor Ardita, si tratta in primo luogo di restituire al ministero della Giustizia e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la sua piena autonomia rispetto alla magistratura inquirente e alle sue pur comprensibili istanze che non possono, però, tradursi in un complessivo appesantimento delle condizioni carcerarie in cui migliaia di detenuti percepiscono che per sfuggire alla durezza della prigionia l'unica via d'uscita è il pentimento.
Troppe iniziative, tuttavia, si sono realizzate negli anni in direzione opposta, con la creazione persino di cellule investigative della polizia penitenziaria che monitorano i detenuti, ne invogliano le collaborazioni, ne percepiscono le confidenze da barattare con qualche alleggerimento della restrizione. In questo modo il carcere è diventata un'estensione del campo di battaglia che è situato fuori dalle mura in cui si fronteggiano inquirenti e mascalzoni, laddove avrebbe dovuto essere il luogo della tregua e dell'habeas corpus.
Un posto in cui ciascuno - con la tranquillità possibile - ha modo di riflettere sugli errori commessi e su come emendare la propria esistenza. Se i detenuti sono percepiti come prede da accaparrarsi e da piegare ai desiderata degli inquirenti e se la polizia penitenziaria viene consegnata, anche solo in parte, a questo ingiusto compito, ecco che la battaglia per la supremazia e per il potere diviene durissima e gli abusi si moltiplicano, spesso nel più assoluto silenzio, tra troppe violenze e troppi suicidi.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 7 luglio 2021
Samuele Ciambriello, sapete chi è? Probabilmente molti di voi non lo conoscono. In questi giorni avete letto tutto quel che si può leggere su vari personaggi. Tipo Conte, Grillo, Di Maio, Fico, persino un certo Vito Crimi. E su Bonafede. Cosa hanno fatto in questi anni tutti costoro? Niente. Sì, giusto Bonafede ha fatto qualcosa: disastri su disastri sulla giustizia, ottenendo dai suoi deputati e da quelli della Lega e da quelli del Pd provvedimenti assurdi che hanno sfregiato lo stato di diritto in modo grave. Spazza-corrotti, leggi inutili a favore della delazione, abolizione della prescrizione, moltiplicazione dei trojan, blocco della riforma carceraria. Manco i fascisti nel '22 erano riusciti in così poco tempo ad abbattere le principali garanzie democratiche.
Avete letto pochissimo invece - dicevamo - di Samuele Ciambriello. Bene: Ciambriello è una persona che ha fatto molto. È lui che con cocciutaggine e sapienza ha denunciato dal primo momento la vergogna del carcere di Santa Maria Capua Vetere, è lui che non ha mollato la presa in questi mesi, è lui che ora torna a denunciare quel che ancora sta succedendo nel carcere casertano, e cosa succede in altre carceri, è lui che ieri ha polemizzato con Salvini e ha chiesto al Parlamento una misura semplice, liberale, ragionevole, umanitaria: amnistia e indulto. Ciambriello è il garante dei detenuti della Campania, fa un lavoro duro, oscuro e indispensabile: l'ultima barriera tra la prigione e l'inferno. L'ultimo piccolo bastione che tenta di impedire che la sopraffazione e la prepotenza annientino la vita dei detenuti.
Lo abbiamo scritto tante volte nei giorni scorsi. E prima ancora. La colpa del massacro di Santa Maria Capua Vetere, certo, è di chi lo ha guidato e realizzato. Ma solo in piccola parte. La colpa fondamentale è del sistema carcerario. L'idea carcere è una stoltezza e una malvagità. Fuori dal tempo e fuori della civiltà. È un angolo di medioevo, di ferocia e di cupezza. Che non può che produrre violenza e sopraffazione perché è fondata, persino teoricamente, sulla violenza e sulla sopraffazione di stato. Giustificate, nelle nostre coscienze, dalla presunzione che la vittima di questo abominio ha violato la legge. E dunque abbia perso tutti i diritti umani. È la stessa idea, a grandi linee, che giustifica ed esalta la pena di morte. Il linciaggio. La lapidazione.
Ciambriello ha chiesto amnistia e indulto. È l'unica soluzione immediata. Il modo giusto per liberare 10 o 20 mila detenuti non pericolosi e per ridare all'amministrazione penitenziaria la possibilità di governare le carceri. Sì, andrebbero abolite: intanto umanizziamole. In parlamento ci sono le forze per approvare l'amnistia? La Lega, promotrice dei referendum, è pronta a compiere questo passo? I 5 Stelle hanno quel minimo di coscienza che possa spingere a riparare almeno in parte i danni che hanno fatto in questi anni? Il Pd è capace di restare ai suoi principi liberandosi della paura della solitudine e del terrore della propria ombra? Amnistia e indulto, subito. Per tornare, almeno un po', un paese civile.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 7 luglio 2021
Oltre il danno la beffa per Samuele Ciambriello. Il Garante campano dei detenuti, che con le sue denunce nell'aprile scorso ha aperto il 'vaso di Pandora' delle violenze avvenute all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere, con le misure cautelari disposte la scorsa settimana nei confronti di 52 tra dirigenti e agenti di polizia penitenziaria, finisce nel mirino del SPP, il Sindacato Polizia Penitenziaria.
Contro Ciambriello si è espresso infatti Aldo Di Giacomo, segretario generale del sindacato, che ha chiesto al presidente della Campania Vincenzo De Luca "la revoca e sostituzione del Garante". Una mossa, quella del sindacato, che segue le dichiarazioni rese lunedì in conferenza stampa dal garante campano dei detenuti, che aveva rivelato la presenza di "altri video raccapriccianti in possesso della Procura, quelli che abbiamo visto sono solo una parte delle violenze". Secondo Di Giacomo queste parole sono "di una gravità assoluta e alimentano il clima d'odio nei confronti del personale di Polizia Penitenziaria e di destabilizzazione del Corpo". Altro punto criticato dal segretario del SPP, ritenuto "inopportuno", è "sostenere 'oltre il danno la beffa' in relazione al trasferimento dei detenuti di Santa Maria".
Per il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria Ciambriello "alla nostra richiesta di abbassare i toni, consentendo alla magistratura di svolgere il proprio lavoro con serenità, risponde con conferenze stampa dai toni allarmistici che non rispondono alla verità dei fatti accaduti". Ciambriello "dovrebbe spiegare come fa a dire certe cose, come se avesse avuto accesso ai filmati, un'eventualità impossibile", aggiunge ancora Di Giacomo, che se la prende anche con la garante dei detenuti di Caserta, Emanuela Belcuore. Evocando amnistia e indulto, secondo il segretario del SPP la Belcuore rivela "espressamente qual è l'obiettivo che si intende perseguire con questa campagna che ha già duramente colpito e provato oltre 37 mila uomini e donne al servizio dello Stato".
Sulla mattanza era intervenuta lunedì anche la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese: "Le immagini sul carcere di Santa Maria Capua Vetere non avrei mai voluto vederle" ma "bisogna anche dire che non possiamo criminalizzare un intero corpo della Polizia Penitenziaria sulla base di alcune persone".
Intanto mercoledì 7 luglio la ministra della Giustizia Marta Cartabia incontrerà i sindacati della polizia penitenziaria e nei giorni successivi i provveditori degli istituti. "Le condizioni del carcere - ha detto la ministra - stanno suscitando in me grande apprensione. Sto seguendo personalmente l'evoluzione delle vicende che sono emerse negli ultimi giorni: vicende che debbono avere approfondimenti e ho convocato a giorni delle riunioni. Voglio approfondire con i rappresentanti della polizia penitenziaria, che incontrerò nei prossimi giorni, e con i provveditori con cui avrò uno scambio di informazioni e vedute nei giorni successivi. Uno scambio di informazioni per capire come sia stato possibile che succedessero fatti così gravi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 luglio 2021
Coi 5 Stelle fuori dalla fase più nera della loro crisi, la ministra può chiedere l'ok anche alla modifica sulla prescrizione. Oggi cabina di regia con Draghi. Si sblocca l'impasse sulla riforma del processo penale: oggi cabina di regia del governo tra il premier Mario Draghi, la guardasigilli Cartabia e i capi delegazione delle forze di maggioranza, sull'intera riforma della giustizia, domani gli emendamenti al penale dovrebbero approdare in Consiglio dei ministri.
Dietro la fine dello stallo, probabilmente anche la timida schiarita all'interno dei 5 Stelle, che restituisce al Movimento un minimo di serenità per potersi sedere al tavolo. Dunque doppio sigillo politico-governativo in arrivo sul ddl che rappresenta un obiettivo primario per Cartabia, la quale proprio due giorni fa a Catania aveva ammonito: "Per la democrazia non si può fare a meno di garantire i diritti dei cittadini, ma anche la vita economica", e per fare questo "bisogna anche intervenire sui tempi della giustizia" perché "una giustizia lenta e in affanno, incapace di risposte veloci, rappresenta un fardello per il rilancio anche economico del nostro Paese". La ministra della Giustizia in queste settimane ha incontrato le forze di maggioranza per arrivare a una sintesi tra le varie posizioni dei partiti che sostengono l'esecutivo. Il metodo, come sempre, è quello del dialogo, ma il nodo prescrizione resta sul tavolo, con il Movimento 5 stelle che, seppur ferito, continua a combattere per difendere il testo Bonafede.
Eutanasia, approvato il testo base - Intanto ieri, dopo settimane dalla sua presentazione, il testo base sul fine vita e l'eutanasia è stato approvato dalle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera. Il provvedimento fa proprie le indicazioni della Consulta fornite nella sentenza del 2019. Contrari FdI, Lega e FI. Secondo Filomena Gallo e Marco Cappato, segretario e tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, impegnati proprio con il referendum per introdurre l'eutanasia attiva in Italia, "il Parlamento italiano finalmente batte un colpo sul tema dell'aiuto alla morte volontaria: è il primo segnale", dicono, "a quasi tre anni dal primo richiamo della Consulta, ribadito poi con la sentenza Cappato-Dj Fabo".
Sempre a proposito di riforme, slitta di una settimana in commissione Giustizia al Senato l'esame di quella del processo civile, su cui l'avvocatura ha espresso diverse perplessità. Ieri Palazzo Madama ha infatti deciso di riaprire il termine per presentare i subemendamenti alle modifiche depositate da Cartabia, fissato a giovedì prossimo alle 12. L'esame del complesso di emendamenti e subemendamenti slitterà quindi a martedì della prossima settimana, 13 luglio. Su questa riforma si è espresso ieri anche il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nel corso del suo intervento all'assemblea annuale dell'Abi: "La gestione dei crediti deteriorati, inclusa la scelta se cederli sul mercato o mantenerli in bilancio, sarà anche influenzata dalle riforme della giustizia civile".
Continua a tenere banco anche il tema dei referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito radicale. Dopo le obiezioni avanzate, sul Fatto quotidiano, dell'ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, ieri è arrivata la bocciatura anche da parte di Alfonso Sabella, giudice del Tribunale del Riesame di Napoli ed ex assessore al Comune di Roma, che a Radio Cusano ha partecipato la sua "perplessità" sul merito dei referendum con i quali addirittura "si rischia di fare danni anziché risolvere i problemi".
In particolare Sabella si è soffermato sul quesito che introdurrebbe, per avvocati e professori, il diritto di voto sulle valutazioni di professionalità relative ai magistrati espresse dai Consigli giudiziari: "Sull'equa valutazione dei magistrati - ha spiegato - sono d'accordo sul fatto che il sistema vada cambiato, perché attualmente non c'è una valutazione equa dei magistrati, che vengono valutati sempre positivamente, quando invece non sempre sono tutti belli e bravi. Nel referendum però si propone di dare diritto di voto ai professori universitari e agli avvocati: dovremmo impedire l'effetto opposto, cioè che l'avvocato voti contro il magistrato che gli è andato contro". Ma alla fine Sabella ammette: "Noi magistrati ce lo siamo cercati questo referendum, perché abbiamo gestito malissimo il potere".
Intanto si registra l'adesione di Guido Crosetto, che si affranca da Giorgia Meloni e si schiera con Matteo Salvini, appoggiando tutti e sei i quesiti, invece che solo quattro come deciso dalla leader di Fratelli d'Italia. La posizione del cofondatore di Fd'I, differente rispetto a quella ufficiale del partito, non sarebbe isolata: altri dirigenti condividerebbero tutto il pacchetto ma farebbero fatica a uscire allo scoperto. Chissà se questo sì al referendum da parte di Crosetto, che qualche giorno fa aveva dato vita insieme a deputati bipartisan - Giachetti (IV), Bartolozzi (FI), Pittella (Pd) - al sito presuntoinnocente.com, non spinga lo stesso deputato di Azione Enrico Costa, promotore dell'iniziativa, a sostenere le sei proposte referendarie.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 7 luglio 2021
Draghi e Cartabia stringono sulla riforma del processo penale. Gli emendamenti del governo verso il Consiglio dei ministri, ma non c'è ancora l'ok grillino. E arriva tempestiva la bocciatura della Corte costituzionale di un provvedimento proprio sul tema dell'ex Guardasigilli M5S.
È durata due mesi la trattativa tra la ministra della giustizia e la sua maggioranza sulla riforma del processo penale. Quasi tutti spesi a convincere il Movimento 5 Stelle che lo stop alla prescrizione così come realizzato nel Conte uno e difeso nel Conte due andrà modificato. Perché il rischio che conduca a processi senza fine c'è ancora e l'obiettivo della riforma - un pilastro del Pnrr - è opposto: ridurre i tempi della giustizia penale del 25% in tre anni. Ieri un contributo alle tesi di Cartabia lo ha dato indirettamente la Corte costituzionale, che ha bocciato un provvedimento di Bonafede proprio sulla prescrizione. E domani il pacchetto di emendamenti governativi al processo penale può arrivare in Consiglio dei ministri. Passaggio insolito ma giudicato necessario per mettere in sicurezza l'iter della riforma. Che è ancora lungo. Oggi in una sorta di pre-consiglio ai massimi livelli, dovrebbe essere Draghi a stringere con i ministri 5 Stelle.
Lo stallo è durato a lungo, tanto da mettere in dubbio che il provvedimento - che avrebbe dovuto essere votato dall'aula della camera per i primi di agosto - possa per quella data venir fuori dalla commissione. Il punto di caduta, da verificare tra oggi è domani, è ancora quello indicato negli emendamenti di Pd e Leu: un innesto della prescrizione processuale sull'impianto del lodo giallorosso Conte bis. Una sorta di clausola di sicurezza per chiudere comunque il processo quando sfora un termine massimo in appello o Cassazione.
Intanto ieri la Corte costituzionale ha cancellato una delle misure emergenziali alle quali era ricorso l'ex ministro della giustizia Bonafede durante la prima ondata del Covid. La censura riguarda proprio la sospensione della prescrizione. La Corte ha bocciato la norma in base alla quale fino al 30 giugno del 2020 è bastato lo stop prudenziale delle udienze deciso dal capo dell'ufficio giudiziario per provocare anche la sospensione dei termini della prescrizione. In concreto questo ha voluto dire che alcuni imputati non si sono visti riconoscere il non luogo a procedere, da qui i ricorsi e la decisione della Consulta.
La norma censurata, contenuta nel decreto legge n° 18 del marzo 2020, è in realtà il risultato di un'incredibile successione di decreti, almeno cinque. Alcuni dei quali hanno assorbito e fatto decadere decreti ancora in fase di conversione, la nota tecnica dei "decreti minotauro" che ha contribuito alla confusione normativa durante la gestione dell'emergenza da parte del governo giallorosso. Il termine di sospensione dei processi con il corollario della sospensione anche della prescrizione (che nel nostro ordinamento è una norma penale, dunque non suscettibile di applicazione retroattiva) è via via slittato dal 22 marzo fino al 30 giugno. E mentre nei primi provvedimenti la sospensione era prevista per norma di legge, negli ultimi questa decisione che ha ricadute pesanti sul destino degli imputati è stata affidata discrezionalmente ai capi degli uffici. Da qui la sentenza della Corte costituzionale, che ha ritenuto "non sufficientemente determinata" la "fattispecie estintiva" della prescrizione e dunque non conoscibile e valutabile in astratto dall'imputato. La sentenza della Consulta nella sostanza censura un atteggiamento troppo disinvolto nei riguardi dell'istituto della prescrizione, che è poi lo stesso che ha portato il governo Conte 1 (con Bonafede) a cancellare del tutto la prescrizione dopo la sentenza di primo grado e il governo Conte 2 (ancora con Bonafede) ad attenuare ma anche a confermare questa impostazione. Che è poi quella con la quale si è dovuta confrontare negli ultimi due mesi la ministra Cartabia.
di Piero Cruciatti
Il Domani, 7 luglio 2021
Un agente che entra in penitenziaria deve seguire un corso di sei mesi in una scuola di formazione. Al termine di questo corso avviene l'assegnazione negli istituti, passando per un concorso nazionale. Sarebbero poi previsti corsi di aggiornamento, almeno una volta all'anno. Tuttavia, non si fanno quasi più. Il comparto della polizia penitenziaria è quello che registra, ogni anno, il maggior numero di suicidi rispetto agli altri. Nel 2020 sette agenti si sono tolti la vita, nel 2019 erano stati 11, secondo l'Osservatorio suicidi in divisa (Osd).
"Finché gli agenti penitenziari avranno una formazione militare, le carceri continueranno a fare schifo". L'agente 361 lavora da 25 anni nel carcere di Bologna. Nonostante l'obbligo di portarlo sulla divisa sia ancora lontano da diventare legge, si identifica con il suo numero perché "siamo solo un numero", dice con amarezza. Si chiama Nicola D'Amore ed è un esponente del Sindacato nazionale autonomo polizia penitenziaria (Sinappe). Un impegno nato con l'obiettivo di portare all'attenzione dell'opinione pubblica, fuori dalle celle, quanto accade dentro. Soprattutto le pessime condizioni di vita sia dei detenuti sia del personale di polizia.
Negli ultimi giorni l'attenzione attorno a ciò che accade nelle carceri italiane è stata altissima. Le immagini dei pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, hanno diviso il mondo della politica. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, pur condannando la violenza, hanno solidarizzato con gli agenti. Eppure si tratta più che altro di parole visto che, stando ai fatti, gli ultimi governi, anche quelli considerati più "vicini", si sono occupati ben poco delle condizioni degli agenti della penitenziaria.
Nel 2018, quando Salvini era ministro dell'Interno, la legge di Bilancio prevedeva 50 nuove assunzioni per il comparto penitenziario entro la fine dell'anno, e un totale di 861 entro il 2022. Tuttavia proprio nell'ultimo biennio, il numero degli agenti effettivi è diminuito in modo costante. Anche per quanto concerne i fondi stanziati, erano stati previsti, fino al 2022, oltre 35 milioni di euro solo per la polizia penitenziaria. Soldi che, se fossero davvero stati investiti, avrebbero potuto migliorare le condizioni di lavoro, integrare l'aggiornamento in formazione e avviare un miglioramento dello stato degradante in cui si trovano le nostre carceri. Nello stesso Pnrr si parla della riforma del processo, ma di investire sull'ammodernamento degli istituti non si parla affatto. Addirittura partiti come la Lega propongono la costruzione di nuovi padiglioni, mentre sono quelli che esistono da decenni a necessitare di interventi di miglioramento. "La polizia penitenziaria viene spesso vista come la polizia di serie B e in realtà assolve a compiti molto importanti: noi dobbiamo produrre sicurezza, non produrre carcerati", spiega ancora D'Amore. Sono troppo pochi, sanno di dover gestire situazioni spesso al limite, come vengono formati per affrontarle?
Come si forma un agente - Un agente che entra in penitenziaria deve seguire un corso di sei mesi, in una scuola di formazione, dove lo studio in aula si alterna con periodi di pratica sul campo. Per accedere basta avere la terza media. Le materie che si studiano sono prevalentemente giuridiche. Da pochi anni sono stati introdotti nuovi corsi che riguardano lo stress correlato al lavoro, il benessere organizzativo, materie di cui gli agenti di venti, trent'anni anni fa non avevano mai sentito parlare. Dopo i primi tre mesi si viene affiancati a operatori che già lavorano in carcere e che istruiscono gli aspiranti agenti su come funzionano i vari compiti, da quelli all'interno delle sezioni, ai lavori di ufficio. Il carcere è una piccola città, ci sono tanti ruoli operativi, ma il più delle volte l'organico è insufficiente. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia, a maggio 2021, gli agenti effettivi erano 36.939, su un organico previsto di 37.181 unità. Tuttavia, in base ai dati pubblicati dall'associazione Antigone nel 17° Rapporto sulle condizioni dei detenuti, a oggi sono 32.545 agenti di polizia penitenziaria realmente operativi.
Al termine della formazione si viene assegnati, attraverso un concorso nazionale, ai penitenziari. In realtà, il percorso formativo non si conclude qui. Sarebbero previsti corsi di aggiornamento, almeno una volta all'anno. Ma non si fanno quasi più, a parte rare volte in cui i neoassunti vengono mandati a fare corsi sulle tecniche operative di tiro. "Il carcere dovrebbe assolvere i compiti della rieducazione e della risocializzazione, ma non può farlo perché la formazione non c'è, a parte quella prettamente militare", afferma D'Amore. "Ho sostenuto il primo corso di aggiornamento della formazione dopo 25 anni dalla mia assunzione", racconta, spiegando che è rimasto sorpreso dalla materia studiata: "La gestione degli eventi critici, ma in modo nuovo. Non più attraverso l'uso della forza, ma attraverso un'opera di mediazione. Dialogare, capire il problema, rimuoverlo".
Il primo investimento che manca, quindi, è quello in formazione. Ma se anche fosse possibile intervenire su questo aspetto, nessuno degli agenti in servizio potrebbe abbandonare il posto di lavoro per partecipare ai corsi, perché non ci sono colleghi a sostituirlo. "Negli ultimi 20 anni il carcere ha cambiato pelle, così come l'ha cambiata la società. Anche l'immigrazione ha inciso, quindi ci troviamo a gestire un'utenza di cui non sappiamo niente", dice il sindacalista. "I corsi di formazione non hanno mai tenuto conto di questi cambiamenti, quindi ci sono colleghi più grandi che non hanno mai studiato queste materie, organizzazione del lavoro, lavorare in sinergia, l'antropologia, e non tutti si mettono a studiare per curiosità personale". Quello che hanno mostrato le telecamere di sicurezza del carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere non è il risultato di un'emergenza che inizia con l'esplosione della pandemia da Covid-19, ma è ben più vecchia.
Un'emergenza storica - "Si fanno 40-60 ore di straordinario al mese, fatte tutte in un carcere e in sezioni dove ci sono 100-150 detenuti per un solo agente", spiega Massimiliano Prestini sindacalista della Fp Cgil, che si occupa degli agenti della penitenziaria. "La tensione era già forte prima del Covid-19, poi è solo peggiorata". I dati pubblicati dall'associazione Antigone mostrano come la carenza di personale incida molto sulla gestione dei detenuti. L'Italia ha attualmente un rapporto di circa un agente ogni 1,4 detenuti. Una media nettamente migliore rispetto a quella degli altri paesi europei, pari a 3,1 (dato dicembre 2020). Nonostante il dato confortante, Antigone precisa che i numeri variano molto da regione a regione e da carcere a carcere. Ci sono infatti istituti ingestibili a causa del sovraffollamento. Secondo i dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 31 maggio 2021, su 189 carceri sparsi sul territorio nazionale, 116 sono sovraffollati: il 61 per cento. A livello complessivo i presenti sono in media 53.660, il 6 per cento in più della capienza massima, pari a 50.780 posti.
A questo, come spiega Prestini, si aggiunge che "difficilmente si trova un carcere in cui le condizioni igienico-ambientali siano decenti. Sono tutte strutture vecchie con la muffa sui muri, accessori e sanitari vecchi, spesso c'è difficoltà ad avere l'acqua. Si creano tensioni perché si vive male, vive male sia chi lavora che chi vi è recluso, e queste cose con l'andare del tempo sono difficili da risolvere".
Il comparto con più suicidi - Il comparto della polizia penitenziaria è quello che registra, ogni anno, il maggior numero di suicidi rispetto agli altri ordini di polizia. Secondo l'Osservatorio suicidi in divisa (Osd) nel 2020 sette agenti si sono tolti la vita, nel 2019 erano stati 11. Per Prestini la media annua si aggira intorno ai 7-8 casi, e sempre più spesso gli agenti si suicidano negli istituti stessi in cui prestano servizio.
Prestini, che vive quotidianamente nell'ambiente carcerario in quanto agente, ricorda delle prime riunioni in cui denunciava il problema dello stress sul lavoro: "Mi hanno risposto che per un poliziotto che vive un certo tipo di situazioni è normale soffrire di determinate patologie. Quindi non è che le amministrazioni se ne devono occupare più di tanto". L'affiancamento psicologico degli agenti, dunque, è inesistente. Da anni la Cgil prova a fare dei percorsi di sostegno, ma a eccezione di pochissimi istituti che hanno preso accordi con le Asl locali, nessun agente ha questa possibilità.
"E se lo stress è così alto, immaginiamo accumularlo per 40 anni di fila, senza mai poterlo elaborare", sottolinea Prestini. Ora che la condizione carceraria è tornata al centro dell'attenzione, "purtroppo o per fortuna, per quanto accaduto a Santa Maria", prosegue, "dobbiamo intervenire e far che sì che si decida di investire in questo sistema che è stato progettato male fino a oggi. Finora sono state fatte solo dichiarazioni". La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, oggi alle 15 e 30 incontrerà anche i sindacati per discutere delle varie problematiche all'interno del comparto. "Se da qui partirà un grande confronto con tutti, forse si può iniziare un cambiamento concreto", dice Prestini.
Risocializzare il detenuto - Gestire migliaia di detenuti, non è facile. Secondo il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione gli istituti penitenziari dovrebbero assolvere al compito di rieducare i detenuti. Accanto agli agenti, dunque, ci sono anche gli operatori giudiziari, meglio conosciuti come educatori. "L'agente partecipa al processo rieducativo, ma l'educatore ha un suo ruolo specifico, poi all'interno si collabora e se ne parla, si fanno anche delle riunioni d'equipe in cui i vari casi vengono analizzati tutti insieme, poi fuori ci sono gli assistenti sociali, che li seguono nel reinserimento sociale", spiega Prestini. Tuttavia, anche in questo caso, c'è un problema di organico. Prestini racconta che nel carcere in cui presta servizio, sono soltanto tre educatori per mille detenuti. "Come fanno ad avere in mente ogni storia e lavorare sul processo di reinserimento della singola persona? Come fanno a svolgere tutti gli adempimenti del caso? È un settore che non dà reddito, quindi è messo da parte e trascurato dalla politica".
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 7 luglio 2021
Manganelli, Colucci e Costanzo negano di aver ordinato le violenze. È stato il giorno degli interrogatori dei "dirigenti" della polizia penitenziaria. I comandanti. Nell'aula 5 al primo piano si sono presentati davanti al Gip Sergio Enea, Pasquale Colucci comandante degli agenti di Secondigliano che guidava il "Gruppo di supporto agli interventi", istituito proprio da Antonio Fullone, il provveditore all'amministrazione penitenziaria della Campania, nei giorni dell'emergenza carceri durante il lockdown. Interrogato anche Gaetano Manganelli (difeso dall'avvocato Giuseppe Stellato), il comandante della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere e Anna Rita Costanzo, commissario capo responsabile del Reparto Nilo.
Secondo quanto è trapelato dagli interrogatori, Colucci ha presentato una memoria scritta che è una lunga dichiarazione spontanea in cui, sostanzialmente, dice che non ha capito niente di ciò che stava accadendo, anche perché non era presente dall'inizio, ma sarebbe arrivato solo alle 17, mentre la perquisizione e le relative violenze da parte degli agenti penitenziari, sono cominciate molto prima, e cioè alle 15.30. Questa invece, in sostanza, la linea difensiva di Gaetano Manganelli: "Io non c'ero. Hanno fatto tutto i miei sottoposti. La perquisizione non l'ho ordinata io". Dunque sembra essere tutto uno scaricabarile, dove ognuno dei capi tenta di allontanare da sé qualsiasi responsabilità. Ma quello che hanno mostrato i video di quella giornata, e i nuovi filmati allegati agli atti e pubblicati sul sito di Repubblica, riporta ad una delle pagine più nere della nostra storia, una pagina dove tutta la catena di comando sembra coinvolta. Nel corso dell'interrogatorio davanti al Gip Sergio Enea, Anna Rita Costanzo, il commissario capo della Polizia Penitenziaria responsabile del Reparto Nilo, si è riportata a quanto aveva già dichiarato nel corso dell'interrogatorio reso nel gennaio scorso.
Costanzo è finita ai domiciliari lunedì 28 giugno su ordine del gip Sergio Enea, sempre nell'ambito dell'indagine della Procura sulle violenze ai danni di detenuti avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020. Costanzo (difesa da Vittorio Giaquinto) si presentò spontaneamente alla Procura di Santa Maria Capua Vetere per chiarire la sua posizione. Come scrive il Gip nell'ordinanza riferendosi all'interrogatorio reso dalla funzionaria a gennaio, "prezioso aiuto è stato fornito dalla collaborazione della Commissaria Costanzo, che nel suo interrogatorio ha riconosciuto altri agenti e ufficiali di Polizia Penitenziaria, che non erano stati compiutamente individuati dai detenuti".
Allora Costanzo spiegò di non essere tra gli organizzatori della perquisizione. "Io - riferì a gennaio - arrivai dopo che i comandanti si erano riuniti per distribuire i ruoli e i compiti nella stanza di Manganelli, ove l'operazione era stata pianificata; non so dire come fosse stata pianificata ed organizzata l'operazione, né lo compresi dopo. Io arrivai in istituto prima che iniziasse la perquisizione e a cose già pianificate". Nelle immagini interne del carcere determinanti per ricostruire i pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020, Costanzo aveva il manganello in mano.
Dalla ricostruzione dei fatti che emerge dagli atti giudiziari dell'inchiesta depositati emerge che la poliziotta penitenziaria ha impartito ordini precisi ai propri uomini, come quelli relativo ad un detenuto: "Le deve avere". A un detenuto che le chiedeva, implorandola, "perché ci state facendo picchiare, aiutatemi sto subendo troppo, mi stanno uccidendo", Costanzo rispose: "Per colpa vostra sto facendo le nove di sera". Ieri sono stati sentiti anche altri agenti colpiti da misura cautelare, tra cui Raffaele Piccolo di 48 anni (omonimo di un altro agente finito ai domiciliari, che però ha 56 anni); Piccolo, difeso da Mariano Omarto, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
di Simona Musco
Il Dubbio, 7 luglio 2021
Incostituzionale la norma del Cura Italia che sospende la prescrizione: è necessario predeterminare per legge "il termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale". Che fine farà la norma Bonafede?
Dalla Consulta arriva una vera e propria picconata alla norma Bonafede sulla prescrizione. Con una sentenza che, stabilendo l'incostituzionalità della sospensione prevista dal comma 9 dell'articolo 83 del decreto "Cura Italia", ribadisce due principi fondamentali, fortemente messi in discussione dalla legge voluta dall'ex guardasigilli: la necessità di predeterminare per legge "il termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale" e l'obbligo di calcolare il tempo della prescrizione in termini di ragionevolezza e proporzionalità. Due principi che nella legge 3/2019 vengono fondamentalmente meno: la sospensione della prescrizione, infatti, non è predeterminata, ma dipende dalla durata dei processi. Cosa impossibile da calcolare in anticipo.
La sentenza dello scorso 25 maggio, le cui motivazioni sono state depositate ieri, stabilisce che l'articolo 83 del decreto "Cura Italia" è in contrasto con il principio di legalità, vista la "libertà" con la quale il capo dell'ufficio giudiziario può adottare un provvedimento di rinvio dell'udienza penale per contrastare l'emergenza Covid. La Corte costituzionale ha quindi censurato la norma, accogliendo la questione sollevata dal Tribunale di Roma e confermando l'insufficiente determinatezza della fattispecie legale dalla quale consegue la sospensione dei termini di prescrizione dal 12 maggio al 30 giugno 2020. Secondo quanto evidenziato dalla sentenza, una persona accusata di un reato deve poter conoscere, sin dalla commissione del fatto, quale sia la fattispecie contestata, la pena ad essa collegata e le modalità della sua espiazione, nonché la durata della prescrizione. Per la quale la garanzia della sua natura sostanziale "si estende anche alle possibili ricadute che sulla sua durata possono avere norme processuali". È necessario perciò predeterminare per legge "il termine entro il quale sarà possibile l'accertamento nel processo, con carattere di definitività, della responsabilità penale".
Sulla base del principio di legalità, la norma che comporta un prolungamento del termine di prescrizione come conseguenza dell'applicazione di una regola processuale deve essere "sufficientemente determinata", così come stabilito da una precedente sentenza della Consulta, anch'essa in riferimento all'articolo 83 del decreto Cura Italia, ma relativamente al comma 4. A novembre scorso, infatti, la Corte aveva respinto la censura mossa dai Tribunali di Siena, Spoleto e Roma sulla base del rinvio d'ufficio di tutti i procedimenti a data successiva all'11 maggio 2020 e la sospensione del decorso di tutti i termini per il compimento di qualsiasi atto. Una stasi processuale generalizzata e fissata entro certi limiti di tempo, dunque determinata, per la quale la Consulta non aveva ravvisato una violazione del principio di non retroattività, in quanto la sospensione rientrava in una "causa generale" imposta da una particolare disposizione di legge, così come previsto dal primo comma dell'articolo 159 del codice penale. Nel caso specifico, invece, il profilo della sufficiente determinazione risulta violato, in quanto il comma 9 della norma, pur fissando un limite al 30 giugno 2020, richiama le facoltà del capo dell'ufficio di adottare linee guida vincolanti per la fissazione e la trattazione delle udienze e, su tale base, anche di rinviare le udienze a data successiva, salvo i casi urgenti. Una facoltà "che solo genericamente è delimitata dalla legge quanto ai suoi presupposti e alle finalità da perseguire".
Basta, dunque, apporre motivazioni derivanti dal contrasto alla pandemia per poter rinviare la trattazione dei processi, con conseguenze non prevedibili sui tempi della prescrizione. "In tale quadro, questa normativa speciale e temporanea introduce sì una fattispecie di rilievo processuale, in quanto essa può comportare il rinvio delle udienze penali per alcuni processi e non per altri, secondo quanto prescritto nelle linee guida del capo dell'ufficio", continua la sentenza, ma manca una "adeguata specificazione circa le condizioni e i limiti legittimanti l'adozione del provvedimento di rinvio, cui appunto consegue tale effetto sfavorevole sul piano della punibilità del reato in ragione dell'allungamento del termine di prescrizione". In questo modo, "è solo al momento dell'adozione del provvedimento di rinvio del processo che si completa e si integra, caso per caso, la fattispecie legittimante il rinvio stesso: in tal modo la regola speciale finisce per avere un'imprevedibile variabilità".
Per i giudici, dunque, si tratta di "un radicale deficit di determinatezza", con conseguente "lesione del principio di legalità limitatamente alla ricaduta di tale regola sul decorso della prescrizione". Secondo Oliviero Mazza, ordinario di Procedura penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca, la questione tocca da vicino la norma Bonafede sulla prescrizione, in quanto la stessa "fa dipendere la sospensione - che è in realtà è un blocco - dalla durata dei giudizi di impugnazione, quindi da scelte discrezionali del giudice - spiega al Dubbio -. La norma è già illegittima per due ragioni: la sentenza di novembre aveva stabilito che le sospensioni previste dalla legge devono comunque rispondere ad un criterio di ragionevolezza. Una sospensione sine die e non predeterminata nella sua durata è per ciò stesso irragionevole. La sentenza di oggi non fa altro che ribadire il concetto sotto un altro aspetto: non più l'irragionevole durata della sospensione, ma quello della sospensione non prevista dalla legge, facendo dipendere la durata da una scelta del giudice e non predeterminandola per legge".
Per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto processuale penale presso l'Università di Roma "La Sapienza", la norma Bonafede viene toccata soltanto da un passaggio contenuto nelle premesse della sentenza: "Il tempo della prescrizione deve essere calcolato in termini di ragionevolezza e proporzionalità - spiega al Dubbio -. La norma cui fa riferimento la sentenza è incostituzionale perché viola il criterio di tassatività, di legalità e di precisione, perché i modelli organizzativi possono essere diversi e non c'è una regola generale. La prescrizione può essere sospesa, ma non sine die, cioè senza un criterio di proporzionalità e ragionevolezza. Serve la certezza di un termine finale ed è proprio nei criteri di ragionevolezza e proporzionalità che la sentenza individua i rilievi al legislatore". Sotto questo profilo, dunque, ci si può chiedere quanto ci sia di costituzionale nella legge dell'ex ministro.
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 7 luglio 2021
Il rischio per il futuro è avere pm "superpoliziotti" e giudici sempre più deboli. Davvero "separare le carriere di giudici e pubblici ministeri" è la condizione essenziale per la soluzione di tutti mali della giustizia italiana? Ne sembrano convinti alcuni schieramenti politici e soprattutto le Camere Penali ed è allora opportuno esaminare le ragioni che imporrebbero un simile sconvolgimento degli equilibri fissati in Costituzione.
In primo luogo viene prospettata l'impossibilità per chi ha svolto le funzioni di accusa di trasformarsi nel garante imparziale dell'imputato. È un'affermazione del tutto apodittica, smentita dalla storia di questi ultimi trent'anni; si pone, semmai, un problema di professionalità, ed in tal senso sono previsti specifici corsi di formazione. Peraltro, la separazione delle funzioni si è già realizzata in concreto. Infatti, il fenomeno del passaggio da una funzione all'altra, scoraggiato anche dal fatto che può avere luogo solo dopo cinque anni e comporta il trasferimento in un'altra regione, ha dimensioni assolutamente esigue, come ha evidenziato Armando Spataro su questo giornale ("Carriere dei giudici da non separare", 4 giugno 2021): appena 80 passaggi da requirente a giudicante e solo 41 in direzione opposta nell'arco di un triennio, con percentuali minime rispetto al numero dei magistrati in servizio (rispettivamente 1,17% e 0,20%). Questi numeri si ridurranno ancora di più se, come proposto dalla Commissione Luciani per le riforme in materia di ordinamento giudiziario, in futuro saranno consentiti solo due passaggi di funzione nell'intero arco della vita professionale del magistrato.
Non è più convincente la tesi che fa derivare la necessità della separazione delle carriere dai principi del giusto processo sancito dall'articolo 111 della Costituzione, sostenendo che la parità delle parti davanti a un giudice terzo non sarebbe possibile se accusatore e giudice appartengono entrambi allo stesso ordine giudiziario. Infatti la parità in questione è quella garantita dalla legge nel processo e non quella ordinamentale; né si può nascondere la realtà della diversa natura di parte pubblica del Pm, riconosciuta ancora di recente dalla Commissione Lattanzi per la riforma del codice di procedura proprio per giustificare, paradossalmente, il trattamento deteriore del Pm che dovrebbe perdere il diritto di proporre appello avverso le sentenze di primo grado.
L'argomento sostanziale a favore della separazione rimane allora, come è stato detto, l'asserita incapacità dei giudici di esercitare la funzione di controllo per la loro predisposizione a prestare ascolto alle tesi dell'accusa perché prospettate da appartenenti alla stessa carriere (tanto che si giunge a parlare di "appiattimento" dei giudici sul Pm). Anche qui dai numeri emerge una precisa smentita: secondo i dati elaborati dalla Procura Generale della Cassazione nel 2020, già in primo grado si ha una percentuale di assoluzioni nel merito del 26%, che raggiunge il 40% nei giudizi monocratici. Più difficile è stabilire il numero delle richieste di misure cautelari rigettate dal Gip, di cui non si ha quasi mai notizia all'esterno del procedimento. Uno dei pochi dati disponibili registrava comunque per il tribunale di Milano, nel 2013, il 25% di provvedimenti di rigetto. È poi appena il caso di ricordare i molti processi di grande importanza e/o rilievo mediatico che si sono conclusi con sentenze di assoluzione, magari dopo un alternarsi di decisioni tra loro contrastanti. In sostanza, i giudici esercitano già la loro funzione di controllo, al cui rafforzamento tendono inoltre alcune delle proposte di riforma attualmente all'esame della ministra della Giustizia.
Sempre a sostegno della (inesistente) sudditanza psicologica dei giudici viene dedotta anche una pretesa influenza dominante dei Pm sul Consiglio Superiore della Magistratura o, meglio, sulle correnti all'interno di essa. Anche in questo caso i dati concreti sono di segno contrario. I rappresentanti dei giudici sono il triplo di quelli dei Pm (12 e 4) e la stessa proporzione è prevista nella proposta di riforma della legge elettorale elaborata dalla Commissione Luciani. Se poi si esaminano le ultime consiliature si può facilmente verificare che anche le funzioni, peraltro di importanza relativa, di capogruppo non sono state svolte in prevalenza, per le singole correnti, da consiglieri provenienti dagli uffici di Procura.
L'argomento principale a sostegno della separazione rimane dunque un semplice sospetto che non trova riscontro nei dati oggettivi e che si alimenta invece delle polemiche che alimentano quotidianamente il dibattito sulla giustizia e che sono inevitabilmente espressione di punti di vista soggettivi.
Non viene invece preso adeguatamente in considerazione, a mio avviso, il serio rischio che la separazione delle carriere porti a rendere normale quella che oggi rimane un'eccezione e cioè un Pm superpoliziotto, inevitabilmente soggetto, molto più di quanto avvenga attualmente, alle pressioni dell'opinione pubblica, alle sue tendenze colpevoliste e alle sue richieste di un risultato immediato, specie dopo i fatti più gravi ed eclatanti. Questo risultato sarebbe inevitabile. Infatti, il Pm sganciato dalla giurisdizione e che avrebbe come unico riferimento un Csm distinto da quello dei giudici vedrebbe sempre più la propria ragion d'essere istituzionale nella funzione di accusa centrata sulla fase delle indagini preliminari, con molto minore interesse - anche in termini di progressione di carriera - all'esito giudiziario della sua azione. Parallelamente, il giudice sarebbe più solo e, quindi, più debole.
Ma il problema più grave posto dalla separazione delle carriere è la prospettiva della dipendenza del Pm dall'esecutivo. So benissimo che (quasi) nessuno dei fautori di quella tesi lo chiede e, anzi, in tutte le proposte finora formulate essa non è prevista. Tuttavia la forza delle cose non potrebbe che spingere in questa direzione, come del resto avviene in molti Paesi europei. Non sarebbe infatti accettabile, in un sistema democratico, l'esistenza di un organo che, anche grazie al controllo della polizia giudiziaria, sia così potente e contemporaneamente del tutto irresponsabile nel momento in cui venisse meno l'attuale inserimento - peraltro in termini minoritari, come si è visto - nell'ambito più vasto della giurisdizione. Del resto, l'impossibilità di un esito diverso è confermata proprio dalla recentissima proposta della Commissione Lattanzi che siano le Camere a determinare i criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti "in piena coerenza - si precisa - con un'architettura costituzionale nella quale le valutazioni di politica criminale non possono che essere affidate al Parlamento". Se questo vale per i criteri di priorità, è facile pensare che nel resto della sua attività, certo molto più incisiva, il Pm non possa restare una monade isolata dal punto di vista ordinamentale e istituzionale.
Una riforma dunque da evitare, mentre quelle proposte dalle Commissioni Lattanzi e Luciani delineano un quadro largamente condivisibile. Per superare i problemi che certamente esistono serve però soprattutto un profondo rinnovamento culturale, del quale devono essere partecipi la politica, l'avvocatura, i mezzi di informazione, l'opinione pubblica e, in primo luogo, la magistratura tutta che deve recuperare, come ha detto ancora pochi giorni fa la ministra Cartabia, la sua credibilità e, con essa, la fiducia dei cittadini.
di Giorgio Meletti
Il Domani, 7 luglio 2021
Venerdì scorso il garante della privacy Pasquale Stanzione. nella sua relazione annuale, ha ricordato che con i social network è in gioco la democrazia. "La sospensione degli account Facebook e Twitter di Donald Trump ha rappresentato plasticamente come le scelte di un soggetto privato, quale il gestore di un social network, possano decidere le sorti del dibattito pubblico, limitando a propria discrezione il perimetro delle esternazioni persino di un capo di stato".
Facebook e Twitter hanno espulso Trump, impedendogli di rivolgersi ai cittadini americani sui loro canali, mentre il controverso personaggio era ancora presidente in carica degli Stati Uniti, con tanto di valigetta atomica. Ne è nato un dibattito inquinato dalla simpatia o antipatia per il protagonista o riservato alla cerchia degli esperti. Manca tra i cittadini la consapevolezza della posta in gioco. Sentiamo ancora Stanzione: "Il Tribunale di Roma ha rilevato come il pur ordinario contratto privatistico di fornitura del servizio di social network soggiaccia a una peculiare forma di eteroregolazione dovuta alla sua incidenza su diritti fondamentali".
Detto in parole più semplici: un supermercato è un'azienda privata che tratta privatisticamente con i suoi clienti, però la legge gli vieta di decidere arbitrariamente chi può entrare e chi no a fare la spesa. Facebook e Twitter invece possono scegliersi gli utenti. Come se una concessionaria autostradale ammettesse alla sua rete solo gli automobilisti che, a suo insindacabile parere, guidano bene.
Ci sono un fatto fondamentale e due problemi. Il fatto è che i social network per loro natura, come tutti servizi a rete, tendono al monopolio. Scelgo la carta di credito tra quelle accettate in più negozi, mentre i negozi si associano alle carte di credito più diffuse. Tutti stanno su Facebook perché sanno di trovarci tutti. I politici usano Facebook per la loro propaganda perché è il canale più efficiente. Questo fa dei social network un servizio pubblico essenziale, sia pure gestito da privati, come i telefoni.
E dev'essere aperto a tutti, visto che, nella realtà storica concreta, è il principale canale della libertà di espressione garantita dall'articolo 21 della Costituzione. Primo problema: l'algoritmo di Facebook decide quali notizie farmi vedere, tra i milioni di post di ogni giorno. Stanzione parla di un "potere pervasivo di condizionamento (...) fondato su tecniche psicometriche, volto a potenziarne la capacità persuasiva adattando il messaggio alle preferenze e alle inclinazioni desunte dalla profilazione algoritmica".
Il secondo problema è ancora più evidente. Se scrivo in un post che il tale politico è un ladro commetto un reato e ne rispondo in tribunale. Se scrivo che "bisogna vietare ai barconi dei migranti di attraccare", la cosa somiglia più a una odiosa idiozia che a un'opinione, ma non è vietata dalla legge. Però non so se è conforme ai fumosi "standard della community" e potrei trovarmi sospeso dalla piattaforma e, in caso di recidiva, espulso, sulla base di decisioni non motivate di una società privata. Essa si assume impropriamente, come rileva Stanzione, "un ruolo arbitrale rispetto alle libertà fondamentali e al loro bilanciamento, da riservare pur sempre all'autorità pubblica". Insomma, una società privata ha il potere di negare a qualunque cittadino (o leader politico) la libertà di partecipare alla vita pubblica. Abbiamo un problema con la democrazia e non se ne può parlare solo nei convegni tra gli "esperti di internet".
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