di Lucio Boldrin*
Avvenire, 27 maggio 2021
Ho profondo rispetto per la Giustizia, per le vittime dei reati e per il dolore dei loro familiari. Tuttavia, ancora prima svolgere il mio servizio di cappellano in carcere, avevo dei dubbi sulla costituzionalità e sull'effettiva utilità dell'ergastolo. Pur avendo nel cuore il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, ucciso a pugnalate in maniera assurda, e sentendomi vicino alla sua famiglia, la condanna all'ergastolo dei due ragazzi californiani non mi ha procurato alcun senso di soddisfazione. Perché l'ergastolo non favorisce il cammino di recupero, di riparazione, di riconciliazione e di reinserimento sociale di chi ha commesso un crimine così grave.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 27 maggio 2021
"Ho provato a chiedere una perizia psicologica ma è stato praticamente impossibile". Parla Gianluca Vitale, difensore di Musa Balde, il giovane migrante che sabato notte si è tolto la vita nel Cpr dopo aver subito un pestaggio in strada a Ventimiglia.
"Credo che l'esigenza di salvaguardia della salute, insieme a quella relativa all'accertamento della verità, debbano prevalere sull'esigenza di controllo dei flussi migratori". L'avvocato Gianluca Vitale si riferisce a quanto accaduto a Musa Balde, 23 anni, originario della Guinea, vittima di una brutale aggressione subita lo scorso 9 maggio a Ventimiglia a opera di tre italiani che lo accusavano di aver rubato un telefonino.
di Edmondo Bruti Liberati
Corriere della Sera, 27 maggio 2021
I carichi di lavoro sono spesso mal distribuiti. Inoltre, il Tribunale "sotto casa" non ce lo possiamo più permettere. È all'ordine del giorno la riforma per un giusto processo in un tempo ragionevole. L'occasione è unica: fondi europei da utilizzare nel Pnrr, concorso per nuovi magistrati e assunzione di personale amministrativo.
Bruxelles vigilerà occhiutamente (e giustamente) su come saranno gestiti i fondi europei. Vi saranno inefficienze e magari anche casi di gestione corrotta. Si opererà per contrastarli. Ma si trascura che in mancanza di un incisivo e preventivo intervento sulla revisione della geografia giudiziaria sarà inevitabile un gigantesco spreco di risorse.
Vi sono uffici giudiziari con ridotto carico di lavoro e altri sovraccarichi. Vi sono micro-tribunali strutturalmente inidonei a funzionare. E a questi manderemo fondi per l'edilizia giudiziaria, risorse tecnologiche, assegneremo magistrati e personale amministrativo. La somma di piccoli sprechi produrrà un totale di cospicuo spreco di risorse preziose e pur sempre limitate.
Il Tribunale "sotto casa" non ce lo possiamo più permettere; inoltre le innovazioni cui siamo stati "forzati" dall'emergenza Covid una volta a regime vedranno uno sviluppo del processo telematico civile e penale. La comparizione personale delle parti e dei testimoni in molti casi potrà essere sostituita dal collegamento a distanza.
Non tutti sanno che una percentuale rilevante delle persone che ogni giorno si reca nei palazzi di giustizia lo fa non per partecipare ad indagini o processi, ma per ottenere certificati e per altre prestazione di quella che tecnicamente si chiama "volontaria giurisdizione". Tutto questo può essere assicurato mantenendo "sportelli di prossimità" nelle sedi dei tribunali che dovranno essere soppressi e magari creandone di ulteriori.
L'ultima revisione della geografia giudiziaria risale a dieci anni fa con il governo Monti. La benemerita riforma della ministra Severino ha scontato i limiti della delega, che elenco in ordine di insensatezza: esclusione delle Corti di Appello, mantenimento dei Tribunali dei capoluoghi di provincia, "regola del 3": almeno tre tribunali in ogni Corte o sezione staccata di Corte.
La natura del giudizio di Appello rende molto meno rilevante la prossimità con l'utenza. L'attuale distribuzione delle Corti di Appello, non a tutti nota, è irrazionale. Il principio è quello di una Corte per ogni regione. Vi sono eccezioni ragionevoli in un senso e nell'altro. La Corte di Torino ingloba anche la regione autonoma della Valle d'Aosta.
Una sezione staccata di Corte, è prevista, in adempimento di obblighi internazionali, per la provincia autonoma di Bolzano. Nelle regioni più grandi e popolate è ragionevole vi sia più di una Corte. La Lombardia ne ha due: Milano e Brescia, e altrettante la Campania con Napoli e Salerno. Ma la Sicilia ben quattro: Palermo, Caltanissetta, Messina e Catania. La Puglia ne ha due: Bari e Lecce, e in più la sezione staccata di Taranto.
Le sezioni staccate di fatto, per impiego di personale e risorse, sono assimilate alle Corti di Appello. Se due Corti sono sufficienti per macroregioni come Lombardia e Napoli altrettante dovrebbero bastarne per Sicilia e Puglia. La situazione particolare geografica e dei trasporti giustifica due Corti per la Sardegna (Cagliari e Sassari) e per la Calabria (Reggio Calabria e Catanzaro). La regione Molise ha la più piccola Corte italiana, Campobasso, che dovrebbe essere soppressa estendendo la competenza di Napoli, come d'altronde già avviene con Torino per la regione Valle d'Aosta.
Per la riforma dei Tribunali occorre eliminare la insensatezza del Tribunale per ogni capoluogo di provincia, tanto sono diversificate le dimensioni e il rilievo di ciascuna. Della cervellotica "regola del 3", non mette conto neanche di parlare. La revisione dei Tribunali richiede misure drastiche e attenta considerazione dei dati. Non si parte da zero.
Vi è la proposta della Commissione Vietti del 2016 e il ministero della Giustizia dispone di tutti i dati aggiornati necessari. Una ministra giurista di un "governo tecnico" dieci anni fa ha fatto il primo passo, che ha rotto il tabù, ma si rivelato del tutto insufficiente. Abbiamo di nuovo una ministra giurista di un "governo tecnico" e in più abbiamo la occhiuta sorveglianza di Bruxelles. "Fusse che fusse la vorta bona", direbbe il barista di Ceccano.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 maggio 2021
Incontro con Bonafede. Il ministro: no a processi troppo lunghi. Si sono rivisti nella stessa stanza a cento giorni di distanza, Marta Cartabia e Alfonso Bonafede: dal passaggio delle consegne tra ministri della Giustizia, subito dopo il giuramento del governo Draghi, alla discussione di ieri sulla riforma del processo penale che la Guardasigilli vuole condividere con la maggioranza prima di portare in Parlamento i propri emendamenti.
Il Movimento 5 Stelle, in questo percorso attraverso le diverse posizioni dei partiti che sostengono il governo, rappresentano l'ostacolo più arduo. Perché uno dei punti sui quali bisognerà intervenire è la riforma della prescrizione targata Bonafede, il quale non ha nessuna intenzione di vedere sconfessato (con dichiarata soddisfazione di tutti gli altri) ciò che - da ministro e anche dopo - ha sempre rivendicato come una conquista di civiltà.
Alla fine, è lui a dare il via libera al comunicato post-riunione: "Riteniamo che, in adempimento del dettato costituzionale, sia fondamentale garantire a ogni cittadino un processo celere che si esaurisca in termini ragionevoli, ma questo non deve mai tradursi in denegata giustizia; ogni cittadino che si rivolge allo Stato per avere una risposta di giustizia deve avere la certezza che quella risposta arriverà".
I toni attutiti con cui la delegazione grillina commenta le due ore di incontro "cordiale" servono a tenere bassa la tensione, anzi a far capire che c'è spirito di collaborazione e disponibilità al dialogo; ma servono anche a ribadire ciò che è stato detto e ripetuto nel chiuso del grande ufficio di via Arenula: non ci si può ripresentare ai cittadini con la norma che consente ai processi di andare in fumo, magari dopo anni di attesa e a pochi passi dalla sentenza definitiva, perché il tempo è scaduto.
Una posizione netta alla quale la Guardasigilli ha risposto in maniera altrettanto netta: d'accordo sull'esigenza di scongiurare la "denegata giustizia", ma non ci si può presentare nemmeno con una litigiosità senza fine che impedisce di trovare soluzioni ai problemi di una giustizia che non funziona anche perché troppo lenta. I tempi dei processi - ricorda Cartabia ai rappresentanti del Movimento - vanno necessariamente ridotti per accedere ai soldi del Recovery fund, né si può rischiare una "irragionevole durata" dovuta anche all'abolizione della prescrizione dopo il verdetto di primo grado; dunque se non vi piacciono le proposte sul tavolo provate a suggerirne altre, in maniera concreta e costruttiva.
Sul tavolo ci sono le due opzioni prospettate dalla commissione ministeriale guidata dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi: tre anni complessivi di stop della decorrenza della prescrizione dei reati tra i diversi gradi di giudizio, oppure interruzione definitiva dopo la richiesta di rinvio a giudizio con introduzione della prescrizione processuale. Per la delegazione 5 Stelle (cinque parlamentari oltre Bonafede) vale anche ciò che è scritto nella premessa della relazione: non c'è urgenza perché la norma attuale avrà i suoi effetti pratici non prima del 2025-2027. Tuttavia la commissione si è chiamata fuori da "ogni valutazione politica che ad essa non compete", e che invece tocca alla ministra; grillini a parte, tutti gli altri partiti della coalizione invocano un intervento immediato, con l'ex forzista Enrico Costa (ora passato ad Azione) che non perde occasione di farsi portavoce dell'ala più "garantista": con il nuovo governo la riforma Bonafede deve andare in soffitta.
A parte la prescrizione, ci sono almeno altri due punti della relazione Lattanzi che non piacciono ai 5 Stelle: l'impossibilità per i pm di fare appello contro le assoluzioni e le indicazioni delle priorità nell'esercizio dell'azione penale da parte degli uffici giudiziari, "nell'ambito dei criteri generali adottati dal Parlamento". Il primo nodo andrà affrontato e non sarà facile da sciogliere, mentre il secondo potrebbe anche essere accantonato, per evitare ulteriori divisioni. E tanto per far capire che certi argomenti è meglio lasciarli da parte, la delegazione grillina sottolinea al ministro le sue priorità: riforma del Consiglio superiore della magistratura e ergastolo ostativo per i mafiosi, messo in pericolo dall'ultima sentenza della Corte costituzionale.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 27 maggio 2021
L'incontro certifica le distanze, per la ministra è da escludere che si possa restare fermi al lodo Conte bis come vorrebbero i grillini. Tre paletti da rispettare: accelerare i tempi dei processi, rispettare i diritti degli imputati e non spaccare la maggioranza.
All'incontro con la ministra della giustizia che avevano chiesto per solennizzare il dissenso sulle ipotizzate modifiche alla disciplina della prescrizione, i 5 Stelle si sono presentati con in testa il predecessore, Alfonso Bonafede, autore con la Lega nel 2019 di una riforma della prescrizione alla quale da due anni si sta cercando di porre rimedio. Perché, come ha messo nero su bianco la commissione di saggi insediata da Cartabia e presieduta dall'ex presidente della Corte costituzionale Lattanzi, "espone l'imputato al rischio intollerabile di un processo dalla durata irragionevole". La nuova ministra ha accolto Bonafede con un dono, il volume Treccani della tesi di laurea di Giovanni Falcone di cui lei stessa ha scritto la prefazione, al quale ha apposto una dedica. Poi dopo aver ascoltato le doglianze della delegazione 5 Stelle ha consegnato loro l'onere della proposta: "Dite voi quali potrebbero essere eventuali correzioni".
Ma non è stato un cedimento alle loro richieste, perché Cartabia ha indicato tre condizioni che la proposta grillina dovrebbe tassativamente rispettare. La prima è quella di andare incontro alle richieste dell'Unione europea alle quali risponde il Pnrr: i tempi dei processi penali vanno assolutamente abbreviati (del 25% in tre anni, è l'obiettivo).
Del resto il nostro paese accumula da anni condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo proprio per l'eccessiva durata dei processi di primo grado (tre volte superiore alla media Ue) e di appello (otto volte superiore alle media Ue). Né il lodo Conte bis, quello previsto attualmente dal testo base di riforma del processo penale, a giudizio della commissione dei saggi evita il rischio di processi interminabili. Per questo Cartabia ha detto con chiarezza ai 5 Stelle che lasciare le cose come stanno è escluso. E ha posto altri due vincoli ai parlamentari grillini.
La loro proposta dovrebbe anche "bilanciare i principi costituzionali" che, ha ricordato la ministra, sono almeno due. L'interesse dello stato perché si arrivi a una sentenza - la "giustizia denegata", espressione dei 5 Stelle, è anche a suo giudizio intollerabile - ma anche la tutela dei diritti dell'imputato che nel caso dei processi infiniti è completamente sacrificata.
Infine Cartabia ha posto un terzo paletto ai suoi ospiti: qualsiasi proposta alternativa dovrà essere "politicamente accettabile", vale a dire compatibile con le richieste degli altri partiti della coalizione. Che, chi più chi meno, sono tutti ben disposti verso le soluzioni avanzate dalla commissione dei saggi.
Dunque la delegazione 5 Stelle ha preso atto che non ci sono stati passi in avanti, mentre si avvicina il momento in cui tutto questo dovrà precipitare negli emendamenti del governo al ddl sul processo penale, il cui approdo in aula è stato (ottimisticamente) fissato per fine giugno. Tra le due soluzioni in campo, quella che somiglia molto alla riforma Orlando del 2017 (immediatamente cancellata da Bonafede) e quella della prescrizione "processuale" che, con i numeri di oggi condannerebbe circa il 40% dei procedimenti, quanti sono quelli che si prescrivono durante le indagini preliminari, paradossalmente per i 5 Stelle è proprio la seconda che si presta a maggiori possibilità di correzioni nella direzione da loro auspicata.
I saggi l'hanno lasciata aperta. Ma la prova che le distanze non sono state superate è chiara nel comunicato dei 5 Stelle, dove si propone di cambiare discorso e accelerare, "come affermato dal presidente Mattarella", sulla riforma del Csm. Il cui termine per gli emendamenti, però, sempre ieri, è stato spostato al 3 giugno. Il giorno dopo la maggioranza si riunirà con la ministra e la sua commissione di saggi per vedere se, in questo caso, l'intesa non sia più a portata di mano.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 27 maggio 2021
"Siamo pienamente consapevoli dell'importanza di lavorare, giorno e notte, sulle tre riforme presenti in Parlamento: processo civile, processo penale e Csm. Riforme fondamentali, non solo per la giustizia italiana, ma anche per la ripresa economica del Paese".
La cortese formalità con cui la delegazione 5Stelle si congeda dalla guardasigilli Marta Cartabia non racconta molto del confronto appena terminato sulle riforme. Ma è proprio dietro l'affabilità del protocollo istituzionale che si celano le distanze. E tra i pentastellati e la ministra, almeno su un punto, le distanze sembrano incolmabili: la prescrizione. La linea che Alfonso Bonafede, Davide Crippa, Eugenio Saitta, Andrea Cioffi, Felicia Guadiano e Arnaldo Lomuti portano sul tavolo di Cartabia è una e semplice: la riforma Bonafede non si tocca, a costo di ingoiare bocconi amari su altri fronti.
Qualsiasi discorso sulla giustizia non può prescindere da questa garanzia per i 5S, che respingono senza giri di parole le proposte di riforma avanzate dalla commissione Lattanzi, il gruppo di lavoro istituito per fornire degli spunti sulla giustizia penale alla ministra. E sulla prescrizione, la relazione presentata dagli esperti prevede due possibili scenari: o una sostanziale riproposizione della riforma Orlando, o una rivisitazione legata a tempi limite per ciascuna fase del processo (4 anni in primo grado, 3 in appello e 2 in Cassazione) che, se sforati, determinano l'improcedibilità.
Scenari irricevibili per la "dottrina Bonafede", che prevede barricate a ogni sentor di ritocco, soprattutto se si ripristina una soglia massima oltre la quale le pretese dell'accusa svaniscono.
Nessuna mediazione è concepibile, in casa M5S, nemmeno sulla proposta di riforma dell'appello, che, nelle elaborazioni della Commissione, prevede la cancellazione della possibilità di ricorso da parte del pm e delle parti civili, e "l'impugnazione a critica vincolata" per l'imputato condannato, che potrà fare appello solo in alcuni casi ancora da definire. Una rivisitazione radicale delle impugnazioni che ridimensionerebbe parecchio la possibilità di accedere al secondo grado di giudizio e che, seppur diversa dalla legge Pecorella (poi bocciata dalla Corte costituzionale), scontenta garantisti e "rigoristi". Anche su questo fronte, dunque, i grillini alzano un muro invalicabile, ricevendo però la disponibilità di Marta Cartabia ad ascoltare suggerimenti e rintracciare soluzioni alternative.
Ieri la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha fissato la data per la discussione generale della riforma del processo penale per il 28 giugno. Ma l'impressione è che i tempi per l'approvazione del "pacchetto giustizia" siano destinati a dilatarsi. Quantomeno sulla prescrizione, lasciando che civile e riforma del Csm viaggino su binari più spediti.
"Abbiamo rappresentato il nostro punto di vista sulle tre riforme, soffermandoci su alcune riflessioni alla luce della relazione della commissione Lattanzi", spiegano i 5S, uscendo da via Arenula. "In generale riteniamo che, in adempimento del dettato costituzionale, sia fondamentale garantire a ogni cittadino un processo celere che si esaurisca in termini ragionevoli. Ma questo non deve mai tradursi in denegata giustizia", aggiungono, rivelando timidamente il loro disappunto. Quanto basta per convincere via Arenula a far trapelare qualche dettaglio dell'incontro con la delegazione pentastellata, definito ovviamente "molto cordiale".
Buone maniere a parte, dalla ministra è arrivato l'invito a "proporre concretamente eventuali alternative e correzioni, nel bilanciamento dei principi costituzionali e degli obiettivi del Pnrr", si fa sapere. Tradotto: in assenza di interventi radicali sulla giustizia, Bruxelles chiuderebbe i "rubinetti" destinati all'Italia, tenendo sempre a mente il principio della ragionevole durata del processo. Cartabia infatti si sarebbe anche detta d'accordo sul fatto che non possa esserci una "giustizia denegata", ma neanche una giustizia che si scordi dei diritti dell'imputato. Bisogna individuare il giusto compromesso per tenere insieme tutto. La guardasigilli si dice disponibile al dialogo, ma per discutere bisogna essere almeno in due.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 maggio 2021
Intervista al professore emerito di diritto processuale penale Giorgio Spangher: "Il sistema pensato per il processo d'appello cartolare e per il ricorso in Cassazione mi lascia perplesso. E credo che questo sarà l'aspetto di criticità. Certo, semplifichiamo, ma è a rischio il giusto processo".
Ridurre i tempi del processo non basta: l'efficienza non è nulla senza il rispetto delle garanzie, che non sarebbero pienamente garantite dalla riforma del processo penale attualmente sul tavolo della ministra Marta Cartabia. A sostenerlo è Giorgio Spangher, professore emerito di diritto processuale penale alla Sapienza.
Professore, come valuta le proposte della Commissione Lattanzi?
È una manovra molto ampia, che va vista complessivamente e alcuni aspetti, non secondari, sono ancora da delineare. Ci sono tre grumi: il processo, la prescrizione e il sistema sanzionatorio. Partiamo dalla prescrizione: la Commissione Lattanzi non sceglie, proponendo due alternative, una per la quale la prescrizione si ferma con l'esercizio dell'azione penale e poi fissa dei tempi per le varie fasi che vanno rispettati, pena l'estinzione del processo, e l'altra prevede la sospensione con la condanna di primo grado. A ciò si aggiunge un'opzione inedita di risarcimento o riduzione della pena, se il processo è di durata irragionevole. Questa parte dovrebbe essere approvata per legge, non per delega, in quanto l'attuazione di tutto il pacchetto, con la delega, è prevista tra un anno. E non è secondario, politicamente, scegliere la strada della delega o quella dell'approvazione, che consentirebbe di far entrare subito in vigore la parte relativa alla prescrizione.
Passiamo al processo...
La linea è sicuramente quella di decongestionare la fase delle indagini. Ci sono due strumenti: l'archiviazione "meritata" e l'estinzione delle contravvenzioni per adempimento della prestazione determinata da un organo accertatore, ovvero il pagamento di una sanzione amministrativa. In questo secondo caso è stata inserita nel testo della Commissione la proposta avanzata dall'Anm senza alcun ritocco. Con questi due strumenti non si comincia nemmeno a fare i processi. Ma poi c'è tutto il resto, con il rafforzamento del processo telematico e della partecipazione a distanza, che accelerano lo sviluppo del processo. Il che va bene, purché non si tratti di celebrare tutto a distanza. C'è, comunque, un tentativo molto forte di favorire l'uscita dal processo, con pene ritenute di vantaggio e che la parte può accettare, attraverso strumenti come mediazione, messa alla prova, tenuità del fatto. Una definizione processuale consensuale, insomma. In alcuni casi, evitando di impugnare il provvedimento si ottiene uno sconto ulteriore.
Quali sono i problemi?
Il primo aspetto di criticità è il rito davanti al giudice in composizione monocratica. Ci sono zone nebulose: non vengono individuati esattamente i reati che sarebbero privati dell'udienza preliminare e, dunque, a citazione diretta. La Commissione Lattanzi lascia giustamente il compito al legislatore. E la prima criticità di natura sistematica, già evidenziata, è quella dell'udienza predibattimentale, davanti a un giudice che sarà diverso da quello che poi farà il processo. Noi abbiamo delle regole di giudizio, che portano al dibattimento, già piuttosto forti - il pm non archivia quando ritiene che l'indagato va condannato, il giudice rinvia a giudizio per lo stesso motivo - il giudice dell'udienza predibattimentale probabilmente avrò lo stesso parametro.
Come farà il giudice successivo discostarsi dalla decisione del collega "della porta accanto"? Questa udienza è asistematica nella vicenda giudiziaria. La seconda criticità, che qui non viene risolta, è che la Commissione lascia libera la strada della monocraticità in appello, sulla scorta della riforma francese, che consente l'assegnazione del giudizio d'appello ad un giudice monocratico, salva la facoltà delle parti di chiedere, e del giudice di disporre d'ufficio, la rimessione alla composizione collegiale. Ma che vuol dire?
Il vero collo di bottiglia risulta essere il processo d'appello. Le soluzioni adottate la soddisfano?
Il sistema crea la sua criticità nel momento in cui bisogna impugnare e qui sono state fatte delle scelte anche abbastanza radicali: il pm non impugna né la sentenza di condanna né il proscioglimento - e questo sarà un grosso problema, perché bisognerà vedere cosa ne pensano i magistrati -, la parte civile rimane fuori, l'imputato può impugnare per motivi tassativi. L'impressione è che tutto sommato il processo te lo devi giocare prima e che la fase delle impugnazioni sia residuale, considerando l'incentivo della possibilità di avere ulteriori sconti se non si fa opposizione al decreto penale di condanna e sconto di un sesto sulla pena in caso di abbreviato, già ridotta di un terzo. Il sistema pensato per il processo d'appello cartolare e anche per il ricorso in Cassazione mi lascia perplesso. E credo che questo sarà l'aspetto di criticità sul piano di sistema. Certo, semplifichiamo, sgonfiamo, però il giudizio d'appello ridimensionato in termini meramente camerali, parimenti al giudizio di Cassazione, forse è un aspetto critico.
Nel complesso, la riduzione dei tempi auspicata dal governo è raggiungibile tramite questa riforma?
Non credo. Perché per accelerare non basta decongestionare. La manovra dovrebbe essere accompagnata da un provvedimento soft, clemenziale, per partire senza la zavorra di tutti i numeri arretrati. Bisognerebbe anche intervenire sui carichi giudiziari e sulla distribuzione dei magistrati. Non basta parlare di numeri: il processo non deve essere breve, ma ragionevole. E ragionevole è un concetto relativo, che mette in relazione la complessità dello stesso con la sua durata. Quindi non è un numero calcolabile matematicamente, dipende da tantissime cose. La manovra complessiva, con l'informatizzazione e strumenti di decongestionamento, deflattivi e premiali aiuta, però non sta tutto qui. E poi attenzione: il processo deve essere giusto, non posso puntare sui tempi sacrificando le garanzie.
In questo progetto di riforma il giusto processo non è all'ordine del giorno?
No. C'è un riferimento alla formulazione dell'imputazione nell'udienza preliminare, ma è molto marginale. C'è scritto che l'imputazione deve calibrarsi sui dati probatori, evitando discorsi evanescenti. Ma non c'è niente sulle finestre di giurisdizione, sul controllo del giudice, su come si fa un vero esame incrociato. Si possono anche ridurre, sotto certi aspetti, le impugnazioni, ma a condizione che i percorsi precedenti siano fortemente garantiti.
Quindi si è ragionato in termini puramente numerici...
Sì, ma io capisco che un ministero o un governo debbano guardare i numeri, ma poi il singolo guarda il proprio processo. Si parla di ridurre del 25% i tempi, ma cosa vuol dire? Il processo accusatorio spalmava le garanzie lungo le fasi processuali, ma se si vogliono ridurre le fasi di controllo si devono accentuare le garanzie nelle fasi precedenti.
Rischia di essere un peggioramento?
Il problema è: risolte alcune cose, fino a che punto questa compressione delle garanzie nelle fasi delle impugnazioni garantisce un giusto processo? Siamo ancora nelle condizioni di richiedere la celebrazione dei giudizi d'appello e di Cassazione con la presenza delle parti evitando la cartolarizzazione e le udienze camerali. Questa è la vera criticità della riforma. Per il resto - trasformare le pene detentive in pene pecuniarie, le sanzioni alternative, l'archiviazione meritata - si può discutere. Ma perché sono scelte volontarie e quindi possono essere accettate. Ma quando faccio il processo, senza accedere alla premialità, allora ho diritto alle garanzie. E queste vanno conservate nelle indagini, attraverso il controllo del giudice, in dibattimento, attraverso l'esame incrociato e l'oralità e in appello attraverso la partecipazione degli avvocati. Mancano dei profili di garanzia nei vari segmenti. C'è un passaggio efficientista, ma questa non è l'unica cosa che serve.
di Eduardo Savarese
Il Dubbio, 27 maggio 2021
Secondo i sondaggi, la fiducia nella magistratura è calata dal 68 al 39% in dieci anni. Ne deriva la necessità di ricucire il rapporto tra giudici e cittadini. Da magistrato, voglio subito comunicare che questa frattura è percepita da me e da migliaia di colleghi come me in modo molto doloroso: siamo arrivati a un punto di pericolosa incomunicabilità, potenziale preludio di riforme mal pensate e peggio attuate. La magistratura "normale", che non siede in posti di particolare prestigio e potere, probabilmente si sente accerchiata da una comunicazione e da una informazione che suonano comunque "contro". La politica, dal canto suo, non mi pare ad oggi portatrice di una visione chiara e autorevole sulla giustizia. Gli altri poteri dello Stato, poi, sembrano piuttosto fermi in una posizione attendista (il 2022 è alle porte).
Occorrono due premesse. La magistratura non può, senza tradirsi, mettersi a fare "campagne pubblicitarie di immagine". Essa ha bisogno di silenzio come gli essere umani dell'ossigeno. In un mondo che comunica tutto a tutti 24 ore al giorno, capirete che acquistare credibilità in silenzio è terribilmente difficile. Diciamo pure impossibile. Inoltre, ogni presa di posizione della magistratura può minare le uniche cose che contano: le sue indipendenza e imparzialità. In questo quadro, bisogna però trovare un modo che funzioni opportunamente per rappresentare alla società civile ciò che noi magistrati siamo e facciamo, nel bene e nel male, nella nostra vita lavorativa ordinaria. Il mio parere è che oggi siamo a un punto in cui il ritorno di credibilità è possibile soltanto attraverso una comunicazione nuova, nuova sia per provenienza (non i soliti nomi, non le solite "strutture"), sia, soprattutto, per stile e contenuti.
La magistratura potrà vincere la partita del confronto alto con la società civile se saprà dirsi e dire alcune cose in modo semplice, diretto e autorevole. Quali cose stanno a cuore a moltissimi magistrati e, probabilmente, a numerosissimi cittadini in ugual modo? Il problema del potere della e nella magistratura attiene principalmente alle Procure della Repubblica. Bisogna trovare controlimiti effettivi a questo potere. Basti pensare a quello che oggi sta accadendo sempre e ancora attorno alla Procura di Roma. Controlimiti che noi magistrati dobbiamo suggerire alla politica con grande chiarezza.
I meccanismi di rappresentanza associativa hanno portato al trionfo dell'appartenenza correntizia come primo motore immobile di quasi tutti gli accadimenti dentro la magistratura. Non è forse giunto il momento che queste correnti, con gesto coraggioso e di vera libertà, esse stesse si sciolgano, ammettendo il fallimento degli ultimi venti anni almeno e la necessità di ricominciare da zero? Tutti i magistrati sparsi tra ministeri et similia dovrebbero ritornare subito nei loro ruoli. E chi non vuole, dovrebbe avere il coraggio di cambiare mestiere. Sarebbe un segnale potente di verità effettivamente perseguita e realizzata.
L'eccessiva durata dei processi dipende in minima parte da inefficienze interne ai meccanismi decisionali e processuali. Noi fronteggiamo una domanda di giustizia endemicamente sovradimensionata. La pappa riscaldata che vuole in una maggiore efficienza quantitativa la guarigione della giustizia malata è una menzogna stupida, eppure va per la maggiore: se non si comincia a sconfessarla dati e idee alla mano, ce la troveremo somministrata a forza come ineludibile panacea. La meritocrazia in magistratura è un concetto necessariamente specifico e va declinato tenendo conto dei requisiti di indipendenza e imparzialità che sono ciò che soltanto davvero conta in uno Stato di diritto attento al rispetto delle libertà. Il merito del magistrato è quello di decidere ciò che va deciso, in un modo tecnicamente appropriato ma soprattutto indipendente e imparziale. Oggi siamo sottoposti a una pioggia di piccoli meriti organizzativi da ceto impiegatizio, che mortificano la funzione. E al contempo a insidie interne ed esterne a quella imparzialità e a quella indipendenza.
Ma come e chi deve oggi parlare alla società civile della magistratura italiana? La magistratura stessa, i singoli magistrati. Non gli onnipresenti in tv (a meno che abbiano cose coraggiose e sincere da dirci). No, deve poter trovare una sua voce la magistratura "normale". Con una duplice consapevolezza: che la credibilità purtroppo è incrinata e che a molti giova che il vetro stia per infrangersi. A molti che, probabilmente, non sono soltanto fuori dalla magistratura. La credibilità, dunque, non nasce solo da forse illusorie rigenerazione etiche (frasario degno di una ambientazione sovietica di quel Vasilij Grossman che vedete nella foto), ma dall'esercizio quotidiano della giurisdizione indipendente e imparziale, e dalla civile conversazione, dal racconto intorno a ciò che noi magistrati siamo e facciamo, e a ciò che vogliamo essere e fare nel futuro.
Un racconto che nella società della iper-comunicazione deve trovare la sua forma, sobria, pacata, incisiva: un racconto fondamentale per una città come Napoli, dove la credibilità della magistratura gioca evidentemente un ruolo non sostituibile. Ma giornali, tv, radio, politici e le stesse rappresentanze istituzionali e associative della magistratura italiana vogliono sentirla davvero la voce della magistratura diffusa? Perché è vero che a noi magistrati serve una sincera, spietata autocritica, ma al resto della società civile serve comprendere in tutta onestà se davvero vuole ascoltare in buona fede e senza pregiudizi, o se ha bisogno di un momentaneo capro espiatorio da bastonare e tacitare.
di Giulia Merlo
Il Domani, 27 maggio 2021
la proposta del partito democratico. Enrico Letta ha proposto che avvocati e professori facciano parte e votino nell'organo territoriale che giudica la professionalità delle toghe. Il "parlamentino" dell'Anm contrario: "Mina l'indipendenza e serenità". Attualmente, circa il 99 per cento delle toghe ottiene giudizio positivo ogni quattro anni dai voti dei propri colleghi e procede nella carriera. L'Anm ha votato un documento contrario alla proposta del Pd, l'unica voce critica è arrivata da Magistratura democratica: "Pensare che i magistrati si comportino diversamente perché hanno paura di un membro laico è offensivo", ha detto Silvia Albano.
È bastata un'agenzia stampa per mandare in agitazione i magistrati: il Partito democratico ha proposto di inserire nella riforma dell'ordinamento giudiziario (il cui termine per gli emendamenti scade giovedì 27 maggio) la previsione che "i componenti avvocati e professori universitari dei consigli giudiziari abbiano il diritto di intervento e anche di voto sulle deliberazioni inerenti alle valutazioni di professionalità dei magistrati". Risultato: nella riunione di domenica il comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati ha votato una delibera proposta dal gruppo di Unicost contraria alla proposta in cui si stigmatizzano la "generale sfiducia verso il corpo giudiziario" e la disarmonicità rispetto all'ordinamento, inoltre "il diritto di voto agli avvocati nelle valutazioni di professionalità determinerebbe un grave vulnus all'indipendenza e alla serenità di giudizio dei magistrati".
In effetti, se la proposta verrà presentata e approvata si tratterebbe di una piccola rivoluzione copernicana nel mondo della magistratura. I consigli giudiziari, infatti, sono dei piccoli Csm: organi collegiali presenti nei 26 distretti di corte d'appello e sono composti da magistrati togati eletti nel territorio e dal presidente della corte d'appello e dal procuratore generale della corte d'appello, cui si aggiungono un avvocato per foro e un professore universitario come membri laici con diritto di tribuna (parziale o a tutte le sedute, a seconda dei regolamenti interni ai singoli consigli). Il compito principale - accanto a quello di dare pareri su questioni tecniche e di organizzazione - è di rendere ogni quattro anni valutazioni di professionalità dei magistrati, necessarie per gli avanzamenti di carriera. Per questo includere soggetti terzi rispetto al potere giudiziario all'interno dei consigli è sempre stato un tabù: secondo le toghe, infatti, le valutazioni dei magistrati devono essere fatte solo da altri magistrati e non da componenti laici.
I dati - Eppure, una delle principali critiche mosse all'attuale funzionamento del sistema di valutazione dei consigli giudiziari è che di fatto non viene "bocciato" nessuno. Le valutazioni possibili sono tre: positiva, non positiva e negativa. Le ultime statistiche disponibili, reperibili sul sito del Consiglio superiore della magistratura, mostrano come la percentuale di magistrati promossi con valutazione positiva dal 2008 al 2016 sono in media il 98,2 per cento. Il picco più alto nel 2015, con il 99,5 per cento di valutazioni positive, il più basso nel 2012 con il 97,1 per cento.
L'attuale sistema è entrato in vigore con la riforma del 2006: la legge apparentemente fissa criteri molto rigidi sulla valutazione, ma nella pratica ha prodotto una sorta di promozione generalizzata. Il risultato è che, unico caso tra i paesi con ordinamento simile a quello italiano, praticamente tutti i magistrati raggiungono il livello massimo di carriera, stipendio e pensione. I dati mostrano che, prima di questo metodo, il vertice della carriera arrivavano solo 1,1 per cento dei magistrati in servizio, mentre con la riforma ci arriva circa il 23 per cento. La ragione di tale cortocircuito, tuttavia, starebbe in come le norme sono state riformate: prima del 2006, le valutazioni negative non erano mai automaticamente causa di "dispensa dal servizio", ma tendenzialmente ritardavano solo di qualche anno la carriera. Il nuovo sistema, invece, prevede che, dopo due valutazioni negative, scatti la dispensa. Una conseguenza che sarebbe considerata inaccettabile ed eccessiva e che dunque produrrebbe il profluvio di valutazioni positive, in assenza di una maggiore gradualità dei giudizi.
Gli argomenti dell'Anm - Il dibattito durante il Cdc di domenica è stato necessariamente breve ed è arrivato alla fine dei lavori, con una inversione dell'ordine del giorno che ha permesso la votazione del documento presentato da Unicost con un confronto durato poco più di un'ora. Nel documento approvato a maggioranza si legge che la proposta del Pd sottintende "l'asserita inidoneità dei consigli giudiziari di essere giudici terzi ed imparziali in occasione delle valutazioni dei colleghi, traducendosi nella negazione dello stesso concetto di autonomia dell'organo di governo locale". La contrarietà alla presenza e il voto degli avvocati è stata giustificata con due ragioni: così si minerebbe "all'indipendenza ed alla serenità di giudizio dei magistrati nel quotidiano esercizio della giurisdizione e nella dialettica processuale"; inoltre non esiste reciprocità perché "tale partecipazione non sarebbe nemmeno bilanciata da una analoga presenza dei magistrati in seno ai consigli dell'ordine" e non sono previste "incompatibilità di sorta per gli avvocati che facciano parte anche dei consigli dell'ordine".
Una linea, questa, che ha convinto la maggioranza dei membri dell'Anm, ad eccezione di Magistratura democratica. In particolare Silvia Albano è intervenuta duramente contro il documento, contestando entrambe le argomentazioni. "Oggi commemoriamo Giovanni Falcone: pensare che i magistrati si comportino diversamente perché hanno paura di un membro laico che assiste o partecipa con un voto sul totale dei componenti del consiglio giudiziario è offensivo nei confronti di chi esercita la professione con etica e rettitudine", ha detto Albano ricordando anche che al Csm un terzo dei membri è laico per previsione costituzionale.
Inoltre è intervenuta anche sul fronte dell'opportunità di una delibera così oppositiva: "Soprattutto in questa fase storica, una chiusura corporativa sulle valutazioni di professionalità è un autogol: parliamo dell'autogoverno come casa di vetro ma temiamo che alle valutazioni di professionalità abbiano diritto di tribuna gli avvocati". Quanto al tema della reciprocità, Albano ha ricordato che gli avvocati ovviamente non hanno valutazioni di professionalità ma che nel procedimento disciplinare forense il pubblico ministero viene avvisato dell'inizio del procedimento, ha diritto di parteciparvi prendendo conclusioni e ha facoltà di impugnare ogni decisione.
Ad oggi, tuttavia, nessun gruppo associativo si è espresso ufficialmente in favore del voto ai laici. Oggi il testo base della riforma dell'ordinamento giudiziario depositato alla Camera prevede all'articolo 3 di rendere permanente solo il diritto di tribuna dei membri laici, che già sarebbe però previsto dai regolamenti di circa un terzo dei consigli giudiziari italiani. Sul diritto di tribuna, l'unica ad essersi detta favorevole è Md. Tutti gli altri gruppi, invece, sarebbero contrari a che un non magistrato assista a come si svolge la valutazione di professionalità. Che il tema sia controverso, tuttavia, lo dimostra lo scontro avvenuto a Bari a dicembre 2020, quando il consiglio giudiziario ha approvato a maggioranza una modifica di regolamento per impedire ai laici di partecipare alle sedute in cui si effettuano valutazioni professionali o disciplinari sui magistrati, scatenando polemiche e dimissioni degli avvocati.
La mossa della politica - Le toghe hanno dunque letto come un attentato alla loro indipendenza la mossa del Pd di voler introdurre non solo il diritto di tribuna ma anche di voto per i membri laici e il timore è che sulla scia dei dem possano convergere anche i Cinque stelle. Il tema, infatti, era stato sollevato anche due anni fa quando l'allora guardasigilli Alfonso Bonafede aveva paventato la stessa ipotesi, tornando sui suoi passi in seguito alla levata di scudi dell'Anm. La posizione del Pd è gradita anche all'Unione camere penali, che tra le sue proposte di emendamento al ddl penale ha inserito anche la responsabilità professionale dei magistrati.
"I giudizi e le valutazioni di professionalità ogni quattro anni sono puramente formali", ha detto il presidente Giandomenico Caiazza, chiedendo una maggiore responsabilizzazione della magistratura, con una giurisdizione che deve essere "frutto dell'interazione con avvocatura e accademia, chiamati a intervenire su giudizi di professionalità". Se l'emendamento del Pd arrivasse, dunque, la questione potrebbe aprire un nuovo scontro tra toghe e parlamento.
di Giulia Merlo
Il Domani, 27 maggio 2021
Piercamillo Davigo è un ex magistrato italiano, presidente della II sezione penale presso la Corte suprema di cassazione ed ex membro togato del Csm. La parabola dell'ex magistrato di Mani pulite inizia nel 2019, quando vota per Marcello Viola al vertice della procura della Capitale per il post Pignatone. Segue la rottura con il collega Ardita, il cambio di voto a sostegno di Prestipino e infine l'incauta presa in consegna dei verbali di Amara, con le comunicazioni informali al senatore Nicola Morra.
Quella che ha trasformato l'ex magistrato Piercamillo Davigo da accusatore ad accusato è una discesa per tappe. Per capire come sia stato possibile che il dottor Sottile di Mani pulite, che del pool era considerato il più abile nel leggere e applicare le norme, sia oggi stato ribattezzato "Pieranguillo" per il suo modo di eludere le domande sul caso dei verbali di Amara, bisogna partire dal 2015. È l'anno che segna la discesa in campo nella politica giudiziaria di Davigo e l'anno della fondazione di Autonomia e Indipendenza, il gruppo associativo che nasce da una scissione con le toghe conservatrici di Magistratura indipendente in rottura con la linea dell'allora capocorrente Cosimo Ferri, e rivendica la separazione netta tra politica e giustizia.
Davigo da dieci anni è consigliere di Cassazione e il suo nome è ancora indissolubilmente legato all'inchiesta di Tangentopoli: diviene presidente di A&I, e nel 2016 si candida alle elezioni dell'Associazione nazionale magistrati. Il suo nome ispira fiducia e anche se la corrente è appena nata, lui riscuote immediato consenso, tanto da diventare presidente dell'Anm nel 2016 e venire eletto al Consiglio superiore della magistratura nel 2018 insieme a Sebastiano Ardita.
Eppure, secondo molti colleghi la dimensione politica non gli apparterrebbe: uomo di battaglie giuridiche, Davigo si muove con poca dimestichezza nell'ambiente della politica togata che oggi è noto come "il sistema Palamara", fatto di incontri e di equilibri tra poteri più che di dibattiti di diritto. Molti hanno guardato infatti a Davigo come a un simbolo, più che a un tradizionale capocorrente con poteri di direzione operativa. Una distinzione determinante, che potrebbe spiegare molte delle scelte che hanno portato Davigo a trovarsi, suo malgrado, protagonista nella vicenda della presunta loggia Ungheria.
La nomina di Viola - Il primo errore tattico ha una data precisa ed è il 23 maggio 2019: esattamente due settimane prima del dopocena all'hotel Champagne che farà deflagrare il caso Palamara ai primi di giugno dello stesso anno. Davigo è membro della quinta commissione del Csm, che si occupa delle nomine e a cui spetta il voto preliminare sui candidati ai vertici degli uffici giudiziari del paese, che indicano al plenum la rosa di nomi tra cui scegliere. Bisogna nominare il nuovo capo della procura di Roma dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone del 9 maggio e la lista di nomi usciti dalla commissione stupisce tutti: il più votato è il procuratore generale di Firenze Marcello Viola con quattro voti, a seguire con un voto a testa il capo della procura di Palermo Franco Lo Voi e il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo.
Il vantaggio di Viola - appartenente come Lo Voi alla corrente di Magistratura indipendente - spiazza tutti per due ragioni. La prima è che la sua nomina sarebbe in discontinuità con la influente guida di Pignatone e guarda alla parte più conservatrice della magistratura, quando invece l'asse che fino a quel momento ha guidato le scelte si appoggia sulla corrente progressista di Area. La seconda è che in favore di Viola ha votato anche Davigo, che quindi ha appoggiato uno degli ex compagni di Mi, da cui però si era polemicamente separato solo quattro anni prima. Una scelta, questa, che non è stata motivata dal consigliere e che, secondo alcune fonti interne alle correnti che all'epoca hanno gestito il passaggio di nomina, sarebbe stata il frutto di una linea condivisa.
Il voto per Viola, tuttavia, diventa un boomerang appena scoppia lo scandalo Palamara. Quello del pg di Firenze (inconsapevole degli accordi intorno alla sua candidatura), infatti, è il nome su cui convergono gli invitati alla cena dell'hotel Champagne - Palamara, Cosimo Ferri, alcuni consiglieri del Csm e Luca Lotti - per pilotare la nomina al vertice della procura della Capitale, le cui intercettazioni ancora coperte da segreto finiscono sui giornali. Così scoppia il caso anche se, nella confusione dei giorni successivi e nel mulinello di nomi che piano piano emergono dalle chat e dalle intercettazioni, la figura di Davigo finisce sullo sfondo. Contemporaneamente, matura la sua frattura con il collega di corrente Sebastiano Ardita.
Il Csm corre ai ripari, invalida la votazione del 23 maggio e il 14 gennaio 2020 la quinta commissione torna a esprimersi sulla rosa di candidati per Roma da presentare al plenum. Il nome di Viola è evidentemente bruciato dopo lo scandalo e al suo posto - accanto ai confermati Lo Voi e Creazzo - subentra Michele Prestipino, procuratore aggiunto nella Capitale e in quel momento reggente come facente funzioni, nonché braccio destro di Pignatone.
L'unico a votarlo è Davigo che, dopo aver imprevedibilmente votato Viola in maggio, ora vira su Prestipino e lo "candida" a presentarsi davanti al plenum. Anche nella votazione finale lo sostiene, discostandosi dalla posizione dei suoi due colleghi di gruppo associativo, Ardita e Di Matteo, che al plenum convergono entrambi su Creazzo.
Il cambio di fronte è clamoroso: dal candidato di discontinuità e proveniente dalla corrente moderata, a quello che più garantisce la continuità con l'operato di Pignatone e che viene nominato procuratore capo dal plenum del 4 marzo con i voti della corrente progressista di Area, pur essendo sulla carta il meno titolato del gruppo di candidati. Oggi, proprio la farraginosità della procedura è costata al Csm l'annullamento della nomina con sentenza del Tar Lazio e confermata dal Consiglio di stato, che tra le motivazioni indica anche la carenza di motivazione che invece sarebbe stata necessaria per il cambiamento di voto di Davigo.
I verbali di Amara - Cronologicamente, i fatti emersi nelle scorse settimane vanno collocati poco dopo la nomina di Prestipino a Roma, nel marzo 2020. È a ridosso di questo momento che Davigo riceve dal sostituto procuratore milanese Paolo Storari i verbali dell'ex avvocato dell'Eni Piero Amara. Storari chiede consiglio a Davigo perché non condivide quella che ritiene un'inerzia da parte del procuratore di Milano Francesco Greco e dell'aggiunta Laura Pedio nel non aprire un fascicolo sulle notizie contenute nei verbali. Nei verbali, infatti, si delinea l'esistenza di una presunta loggia segreta Ungheria, in cui compare anche il nome di Sebastiano Ardita.
Quello di Amara, tuttavia, è un nome noto a Davigo e che si intreccia con il caso Palamara: a inizio 2019 il pm romano Stefano Fava, infatti, parla con Davigo e Ardita proprio di dissapori e di possibili conflitti di interesse da parte dell'aggiunto Paolo Ielo e del procuratore Pignatone nella gestione del fascicolo romano su Amara.
È in questa fase che Davigo fa una serie di scelte di condotta che oggi lo espongono al rischio di conseguenze penali. Davigo, infatti, non suggerisce a Storari di fare un esposto formale al Csm ma accetta i verbali di Amara in formato word e senza i timbri di procura (elemento che esclude il reato di ricettazione) e mette personalmente al corrente del loro contenuto i vertici del Csm: il vicepresidente David Ermini, il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi e il primo presidente di Cassazione Pietro Curzio. Non solo, ne parla anche con il consigliere di Area Giuseppe Cascini, con quello di A&I Giuseppe Marra e con il laico Cinque stelle Fulvio Gigliotti. Con tutti, però, lo fa in modo informale e senza lasciare traccia scritta che permetta di mettere in moto un qualche tipo di azione da parte del Consiglio.
Proprio questa procedura insolita è una delle principali zone grigie del caso della loggia Ungheria. Davigo sostiene di aver agito in modo corretto, in coerenza con una circolare del Csm del 1994. Quella circolare, tuttavia, dice che "il pm che procede deve dare immediata comunicazione al Consiglio con plico riservato al Comitato di presidenza di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio" e che "può ritenersi consentito il superamento del segreto investigativo ogni qualvolta questo possa rallentare o impedire l'esercizio della funzione di tutela e controllo da parte del Csm".
Al Csm l'interpretazione condivisa è che la circolare non legittimi affatto un procuratore a rivelare segreti d'indagine a un membro del Csm a sua scelta. Inoltre, le regole del segreto istruttorio sono disciplinate dal codice di procedura penale e dal decreto legislativo 109 del 2006: solo il procuratore generale presso la Cassazione, con il nulla osta del procuratore capo e se lo ritiene necessario ai fini delle determinazioni sull'azione disciplinare, può acquisire atti coperti da segreto investigativo senza che il segreto possa essergli opposto.
L'informalità tenuta in tutte le sue interlocuzioni sul dossier Amara rischia di essere un problema per Davigo, anche perché lo stesso pm Storari - oggi indagato a Brescia per rivelazione di segreto d'ufficio - ha scaricato su di lui le responsabilità. "Tecnicamente il dottor Davigo era persona autorizzata a ricevere quegli atti, tale si era qualificato, e in tal senso aveva autorizzato il dottor Storari", ha detto il suo avvocato Paolo della Sala.
Inoltre, in questa vicenda Davigo commette un secondo passo falso: lascia i verbali in formato digitale nel suo pc al Csm e proprio da qui, dopo il suo pensionamento, sarebbero stati trovati, stampati e inviati in plico anonimo alle redazioni del Fatto Quotidiano e di Repubblica, oltre che al togato Nino Di Matteo che - nell'aprile 2021 - denuncia pubblicamente davanti al plenum di aver ricevuto i verbali segreti e li definisce calunniosi nei confronti di Amara. Oggi, per l'invio dei verbali è indagata per calunnia l'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto.
La confidenza a Morra - L'ultimo tassello della vicenda legata ai verbali sono le recenti dichiarazioni del presidente della commissione Antimafia ed ex parlamentare Cinque stelle Nicola Morra. Proprio le sue parole rischiano di essere un problema per l'ex pm di Mani Pulite. Morra, infatti, ha rivelato di essere stato messo a conoscenza dei verbali segreti sempre da Davigo, in un'occasione in cui si era recato al Csm per parlare con il togato e con Ardita.
Il racconto di quell'incontro è stato fatto dallo stesso Davigo a DiMartedì: "Il senatore Morra, presidente della commissione Antimafia, è venuto da me e voleva in quel momento parlare con Ardita, con il quale avevo interrotto i rapporti perché in passato si erano verificati alcuni fatti che avevano fatto venire meno il rapporto fiduciario", sono state le parole di Davigo, che ha spiegato che, siccome Morra insisteva a chiedergli di parlare tutti e tre insieme, "L'ho fatto uscire e gli ho spiegato che oltre alle altre ragioni per cui non volevo parlare con Ardita c'è anche una questione che potrebbe riguardare una associazione segreta. E gli ho ricordato che nella sua qualità di pubblico ufficiale, come presidente dell'Antimafia, era tenuto al segreto".
I fatti sono stati confermati dallo stesso Morra, ma le loro posizioni divergono su un punto: il parlamentare sostiene (e lo ha dichiarato anche davanti ai magistrati di Roma) che Davigo gli avrebbe mostrato fisicamente i verbali, l'ex magistrato invece nega.
Tuttavia le intenzioni di Morra sono chiare e vengono spiegate da lui stesso sempre in televisione: "A seguito della notizia della rottura all'interno del gruppo di Autonomia e Indipendenza, per mia iniziativa ho cercato di ragionare con il dottor Davigo e il dottor Ardita, per ricomporre un quadro che a me sembrava particolarmente convincente perché doveva eradicare il sistema correntizio". In sostanza, Morra avrebbe tentato di farsi mediatore nella crisi tra Davigo e Ardita perché li riteneva il suo punto di riferimento in materia di politica giudiziaria. Davigo, a parziale spiegazione della rottura, lo avrebbe informato dei verbali sulla loggia Ungheria e della presenza del nome di Ardita.
Il procedimento Palamara - Altra vicenda cronologicamente successiva riguarda la decisione di Davigo di rimanere membro della sezione disciplinare che, nel luglio 2020, inizia il procedimento che poi porterà alla radiazione di Luca Palamara dalla magistratura. La difesa di Palamara ne chiede la ricusazione dal collegio e lo cita come testimone, perché Davigo nel marzo 2019 ha incontrato a pranzo insieme ad Ardita il magistrato romano Stefano Fava (oggi indagato a Perugia per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento), che li ha messi al corrente delle divergenze e dei possibili conflitti di interesse dentro la procura di Roma, che poi sono stati oggetto di un esposto richiamato nelle incolpazioni al Csm rivolte a Palamara.
In particolare Fava mette al corrente Ardita e Davigo della sua volontà di presentare un esposto al Csm (cosa che fa il 27 marzo 2019) nei confronti del suo procuratore capo, Giuseppe Pignatone. "La questione era se il procuratore si dovesse astenere nei procedimenti che riguardavano ben tre degli indagati in oggetto, Amara, Bigotti e Balistreri. Risultava che questi avessero conferito incarichi professionali al fratello del procuratore, che fa l'avvocato e si chiama Roberto Pignatone. Insomma, io ritenevo che il capo del mio ufficio si dovesse astenere. E a quel pranzo parlammo della faccenda e dei miei contrasti con Pignatone proprio per questa ragione", ha detto Fava in una intervista a Libero.
Ascoltato dalla procura di Perugia, anche Ardita avrebbe dato la stessa versione, dichiarando a verbale: "A un certo punto Fava iniziò a evidenziare alcuni problemi che aveva nella gestione dei procedimenti alla Procura di Roma. Parlò di alcune consulenze che il fratello di Pignatone aveva fatto per qualche indagato eccellente, se non ricordo male per l'avvocato Amara. Disse che questi rapporti del procuratore creavano dei problemi all'ufficio e anche alla sua attività investigativa".
Tradotto: Davigo sarebbe stato parte di un circuito di conoscenze e confidenze che lambivano la partita intorno alla procura di Roma. Non solo, risulta che Palamara avrebbe presentato un libro dello stesso Davigo e poi gli avrebbe dato un passaggio in macchina per tornare a casa, ma della conversazione di quella sera non ci sarebbe traccia perché il trojan installato sul cellulare di Palamara quella sera era spento. Davigo, tuttavia, sceglie di non astenersi.
L'istanza di ricusazione viene respinta e lui partecipa: viene anzi considerato uno dei grandi accusatori di Palamara. La sua presenza comporta anche una insolita accelerazione del procedimento disciplinare. Il 19 ottobre del 2020 per Davigo, infatti, scatta il pensionamento per raggiunti limiti di età e la sua decadenza da consigliere del Csm e quindi dal collegio disciplinare rischia di far saltare tutto il procedimento. Ecco che allora vengono fissate udienze a tappe forzate - tanto che uno dei motivi del ricorso in cassazione di Palamara contro la sentenza del disciplinare, oltre alla presenza di Davigo in possibile conflitto di interesse, è anche la compressione del diritto di difesa - e Palamara viene espulso l'8 ottobre.
Il pensionamento - Nominato Prestipino al vertice della procura di Roma ed espulso Palamara, l'ordine interno sembrerebbe ricomposto con una maggioranza relativa legata ad Area, ma per Davigo si apre lo scontro più duro. Lui vorrebbe completare il mandato al Csm anche dopo il pensionamento. Non è mai successo prima, ma si appiglia a un cavillo: il pensionamento non è causa espressa di decadenza dall'incarico di consigliere.
Tuttavia il Consiglio deve votare e a Davigo serve la maggioranza dei membri. Di quel che accade in quei giorni ci sono varie ricostruzioni. Secondo alcune fonti, Davigo avrebbe sperato di avere la maggioranza proprio perché era stato decisivo nella nomina del procuratore di Roma e nel caso Palamara. Secondo altri, invece, il sistema delle correnti prima lo ha usato per risolvere quelle due spinose vicende e poi se ne é liberato.
I fatti certi sono i seguenti: proprio il giorno della votazione sulla sua decadenza, Davigo non può essere presente al Csm perché viene chiamato a Perugia dal procuratore capo Raffaele Cantone per essere ascoltato come testimone nel processo penale a carico di Palamara. Un legame con quel processo che incrina ulteriormente l'opportunità del suo ruolo di giudicante nel disciplinare del Csm. Nel mentre, la maggioranza del Csm vota contro di lui: determinante è il voto sfavorevole di Nino Di Matteo, consigliere indipendente ma eletto con la corrente di Davigo. Dopo il suo intervento si astengono tre consiglieri di Area (due invece voteranno a favore, come sembrava essere l'orientamento iniziale del gruppo) mentre votano contro i vertici della Cassazione (sia Giovanni Salvi che Pietro Curzio sono di area Magistratura democratica). Così Davigo esce di scena dal Csm, anche se propone immediatamente ricorso contro la decisione.
La somma di questi passi falsi porta a due possibili conseguenze: una di tipo penale e una politica. Sul fronte politico, le dichiarazioni del parlamentare grillino Nicola Morra che ha parlato di Davigo come "punto di riferimento" e che da lui è stato messo al corrente dei contenuti dei verbali aprono un problema alla corrente di Autonomia e Indipendenza, che era nata proprio dalla proclamata necessità di una distanza chiara tra partiti e giustizia. Sul piano penale, l'informalità nel trattare i verbali segreti consegnati da Storari rischia di complicare la posizione di Davigo.
Proprio il fatto che Morra si sia recato a rendere dichiarazioni spontanee ai magistrati di Roma potrebbe aprire all'ipotesi di un procedimento penale con l'ipotesi di rivelazione di segreto d'ufficio a carico di Davigo. Non c'è notizia che questo sia avvenuto, ma il rischio è concreto perché la norma è chiara: il pubblico ufficiale che "violando i doveri inerenti le sue funzioni" o comunque "abusando della sua qualità" rivela notizie che devono rimanere segrete o "ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza" rischia da sei mesi a tre anni di reclusione.
- Liguria. Il Garante dei detenuti, questo sconosciuto nonostante la pandemia
- Modena. Morti in carcere durante la rivolta, il 7 giugno udienza dal Gip
- Napoli. I detenuti di Secondigliano scrivono ai Garanti: "Tutelate i nostri diritti"
- Napoli. La denuncia del Garante Ioia: nelle celle si muore ma il governo sta a guardare
- Napoli. "Sveglia, partiti: amnistia e indulto non possono aspettare ancora"











