di Erica Manna
La Repubblica, 27 maggio 2021
La figura del Garante dei detenuti esiste: dal 29 marzo. Ma a due mesi dalla sua istituzione, votata dall'assemblea legislativa della Liguria, rimane una casella vuota: "Siamo in attesa che il garante venga eletto, è necessario che diventi operativo. E chiediamo di essere coinvolti nella scelta".
A fare appello alla Regione è la Rete Tematica Carcere, attiva dal 2010 e facilitata dal Centro di Servizio al Volontariato (Celivo), gruppo che dal 2019 è composto da associazioni che operano nel campo della solidarietà. E che, attraverso una lettera indirizzata al Consiglio Regionale, snocciola le urgenze non più rinviabili. Una su tutte, il sovraffollamento delle carceri liguri ormai endemico, sommato al Covid: "Ci sono stati 42 contagi nelle carceri qui in Liguria - spiega Ramon Fresta del Ceis Genova, portavoce per la Rete Tematica Carcere - e le misure di alleggerimento adottate per contenere la pandemia hanno inciso meno, in percentuale, rispetto alle altre regioni".
Nell'unico carcere femminile (ovvero Pontedecimo), peraltro, lo spazio è già ridotto perché diviso con la sezione dedicata ai sex offenders, "gli ambienti dove vengono svolte attività trattamentali sono poco idonei e insalubri", prosegue il documento. Altro nodo: "La presenza in carcere di cittadini che non possono accedere alle misure alternative alla detenzione esclusivamente a causa della mancanza di domicilio o di mezzi di sostentamento".
E poi la carenza di strutture ad hoc per persone con gravi problemi mentali. Infine: "Le due carceri di Genova, da inizio anno, sono guidate da direttori reggenti, così come l'Ufficio di esecuzione penale esterna di Genova e Savona, da quasi due anni affidato al direttore di quello torinese".
Emblematico, conclude Fresta, che l'anno scorso si sia chiuso con il suicidio di un detenuto a Pontedecimo, il 4 dicembre, e si sia aperto con quello di un altro, il 2 gennaio a Marassi. Sul fronte garante per i detenuti, l'altro ieri su proposta dei consiglieri Pd (prima firmataria Cristina Lodi) è stata approvata la delibera per istituire una figura gemella rispetto a quella regionale.
ansa.it, 27 maggio 2021
Giudice dovrà decidere se archiviare o disporre nuove indagini. È fissata per il 7 giugno davanti al Gip del tribunale di Modena Andrea Romito l'udienza per decidere sull'archiviazione del fascicolo sugli 8 detenuti morti durante la rivolta scoppiata nel marzo 2020 nel carcere di Modena. La Procura ha chiesto l'archiviazione, sostenendo che i decessi sarebbero da ricondurre a un'overdose di metadone e benzodiazepine dopo il saccheggio della farmacia del Sant'Anna.
Alla richiesta del pm si sono opposti l'avvocato Luca Sebastiani, che assiste i familiari di Chouchane Hafedh, uno dei morti, l'associazione Antigone e il Garante nazionale, che chiedono di valutare eventuali omissioni e ritardi nei soccorsi. Per il 7 giugno davanti al tribunale è previsto un presidio di associazioni, tra cui il comitato 'Verità e giustizia per la strage del Sant'Anna'. Il Gip dovrà stabilire se accogliere l'archiviazione o disporre nuove indagini.
di Giuliana Covella
Il Mattino, 27 maggio 2021
I detenuti del reparto Ionio del carcere di Secondigliano scrivono ai garanti regionale e comunale, Samuele Ciambriello e Pietro Ioia: "Allo stato dell'arte in questo carcere oggi ci sono concrete possibilità che non si muoia per Covid ma per altro", si legge nella lettera. Una missiva dove si parla di "incresciosa e gravissima situazione per quel che concerne il dilagare dell'infezione". Già lo scorso gennaio - come si ricorderà - erano risultati 38 i detenuti positivi al virus nei reparti Ionio e Tirreno. Oltre a 26 agenti di polizia penitenziaria e un medico, sempre nello stesso mese di gennaio, come riportato dal garante regionale Ciambriello a margine di una visita nell'istituto di pena in quei giorni.
Ora le preoccupazioni sono quelle di un gruppo di reclusi, che ha ritenuto opportuno sottoporle a chi è incaricato di tutelare i loro diritti. "Ma questo è solo uno dei problemi - scrivono i carcerati - la cosa più paradossale è che con la motivazione dell'emergenza sanitaria un intero reparto che conta all'incirca 300 reclusi ad oggi tra contagiati e non sta subendo una chiusura h 24 dove sono stati compressi ora d'aria, socialità e sospese tutte le attività a scopo ludico e didattico". Inoltre "stiamo subendo spostamenti continui - è scritto ancora nelle tre pagine - da una sezione all'altra come se fossimo pacchi postali e ciò che sta creando una grave destabilizzazione psicologica dovuta in parte al timore di un eventuale contagio".
Tante le domande a cui chiedono risposte i detenuti in questo lungo scritto: "perché ci sono state revocate le 2 telefonate precedentemente concesse a causa del Covid?". La risposta sarebbe stata una circolare del Dap, "che però nessuno ci ha mostrato", fa notare chi scrive. Poi l'accorato appello ai due garanti: "anche nei confronti di un animale ci si comporta diversamente. Per questo vi chiediamo di far valere i nostri diritti, come fate quotidianamente", concludono i detenuti di Secondigliano.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 27 maggio 2021
Numeri choc nel report annuale: nel 2020 ben 47 detenuti hanno tentato di togliersi la vita in prigione. Sovraffollamento, carenza di personale, diritto alla salute calpestato e tentativi di suicidio in costante aumento: è un quadro a tinte fosche quello che emerge dalla relazione annuale stilata da Pietro Ioia, garante napoletano dei diritti dei soggetti privati della libertà personale, sulle condizioni delle carceri cittadine.
Il sovraffollamento è una piaga che affligge il nostro territorio da decenni: nelle carceri regionali sono ristretti 6.403 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.052, il tasso di affollamento oscilla da anni tra il 119 e il 120% e, per numero complessivo di detenuti, la Campania è seconda solo alla Lombardia. In questo contesto spicca Poggioreale che, alla fine del 2020, accoglieva 1.991 reclusi, di cui 286 stranieri, a fronte dei 1.571 posti disponibili. Meno gravosa, ma comunque complessa, la situazione nel carcere di Secondigliano, in cui i 1.037 posti a disposizione sono occupati da 1.249 persone di cui 81 straniere.
Tornando a Poggioreale, tra i penitenziari più grandi ma anche più affollati in Italia, è il numero dei detenuti in attesa di giudizio: il report presentato da Ioia parla di 997 imputati, dunque non ancora condannati in via definitiva, 992 condannati e due internati.
Il sovraffollamento non è l'unica criticità. Pesa, infatti, la mancanza di personale: gli agenti di polizia penitenziaria presenti a Poggioreale sono 775 contro i 911 previsti in pianta organica, 13 gli educatori a fronte dei 22 necessari e 57 i titolari di incarichi amministrativi anziché 68. A questo si aggiungono le carenze strutturali: molte celle ospitano fino a 12 detenuti, in alcune mancano la doccia e l'acqua calda.
Non è un caso, dunque, che nel 2020 otto detenuti si siano tolti la vita nelle carceri campane, due dei quali a Poggioreale e uno a Secondigliano; in totale, però, le persone che hanno tentato di togliersi la vita sono state addirittura 47, di cui 33 a Poggioreale e 14 a Secondigliano. Durante i primi 13 mesi del suo mandato, che terminerà nel 2024, il garante Ioia ha incontrato più volte i detenuti che hanno tentato il suicidio e ora, insieme con le istituzioni del mondo carcerario, sta tentando di mettere nero su bianco un piano per ridurre il rischio di suicidi dietro le sbarre.
Tra i principali nodi da sciogliere resta il diritto alla salute, ancor più compromesso con il sopraggiungere della pandemia: in carcere gli spazi sono stretti, rispettare il distanziamento è pressoché impossibile e i contatti con gli agenti della polizia penitenziaria (che entrano ed escono continuamente dagli istituti) espongono i detenuti al contagio. "Durante i colloqui - racconta Ioia - i reclusi parlano spesso dei loro problemi di salute e delle difficoltà nel richiedere un intervento sanitario. Bisogna agire subito sulla mancanza di assistenza sanitaria dietro le sbarre perché molti detenuti sono malati e aspettano mesi e mesi prima di poter fare una visita in ospedale".
Non solo: molto spesso i familiari dei detenuti non sono nemmeno a conoscenza delle loro condizioni di salute e anche questo - come sottolinea Ioia è inaccettabile perché il diritto alla salute e quello a mantenere relazioni con i parenti sono fondamentali e meritano un'adeguata tutela". E in tutto questo la politica che fa? Niente. Il tema della detenzione non figura nell'agenda della stragrande maggioranza di parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali.
A sottolinearlo è lo stesso Ioia: sulle carceri la politica è cinica e pavida. Eppure sono tanti i casi di persone finite in cella da innocenti e successivamente risarcite per questo, senza dimenticare il numero esorbitante di detenuti poveri che non possono permettersi un avvocato e la lentezza con cui il Tribunale di Sorveglianza risponde alle domande di giustizia: i politici dovrebbero assumersi la responsabilità di tutto ciò perché chi entra in carcere oggi ne esce più criminale di prima".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 27 maggio 2021
L'appello di Rita Bernardini. I numeri e le condizioni di carceri come quelle di Poggioreale e di Secondigliano impongono alla politica di riflettere su indulto e amnistia": Rita Bernardini rilancia da Napoli la sua crociata per un provvedimento di clemenza che svuoti i penitenziari e, soprattutto, li allinei al dettato della Costituzione italiana e delle norme sovranazionali.
Nel Maschio Angioino, sede della presentazione del report annuale stilato dal garante napoletano dei detenuti Pietro Ioia, la storica leader radicale e attuale presidente di Nessuno Tocchi Caino tocca un tasto già schiacciato per anni dal movimento politico di Marco Pannella: sul trattamento in carcere - osserva Bernardini - l'Italia è stata sanzionata dall'Europa per la violazione non solo dell'articolo 3 della Convenzione del 1950, che vieta la tortura e le pene consistenti in trattamenti inumani o degradanti, ma anche dell'articolo 6, relativo alla durata del processo che costituisce un'altra falla della giustizia nazionale".
Bernardini, dunque, punta il dito contro un sistema penale che spesso porta all'entrata in prigione di persone molti anni dopo la commissione del reato, quando si erano rifatte una vita trovandosi un lavoro": emblematica, in tal senso, è la storia di Giuseppe Marziale, il 47enne napoletano raggiunto a dicembre scorso da un ordine di carcerazione emesso dal Tribunale partenopeo perché ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti commessi tra settembre 1999 e luglio 2000. Messi insieme, i tempi biblici della giustizia italiana e le drammatiche condizioni in cui versano le carceri nazionali rendono la vita dietro le sbarre insostenibile e, soprattutto, criminogena. Ed è per questo che Bernardini lancia per l'ennesima volta un monito al Parlamento: "È il momento di ragionare su amnistia e indulto".
Di questa necessità la leader radicale ha recentemente discusso anche con la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, da sempre attenta a quanto avviene dietro le sbarre. Difficile, tuttavia, che una maggioranza così eterogenea come quella che sostiene il governo Draghi, nella quale forze storicamente garantiste sono costrette a convivere con partiti di chiara ispirazione giustizialista, riesca ad approvare leggi per le quali è necessaria un'ampia convergenza di parlamentari. La speranza è che i dati diffusi dal garante Ioia e l'appello lanciato da Bernardini sveglino almeno quella politica che finora ha colpevolmente cancellato il tema della detenzione dalla propria agenda.
di Pierluigi Frattasi
fanpage.it, 27 maggio 2021
Nessun nuovo carcere a Bagnoli: il Governo Draghi dice no ad una struttura penitenziaria nell'ex Caserma Battisti. Il quartiere occidentale di Napoli, oggetto del piano di rigenerazione dell'ex Italsider, sarà dedicato solo al turismo, alla cultura e allo sport. La decisione è arrivata nella Cabina di Regia su Bagnoli che si è tenuta oggi, alla quale hanno partecipato i ministri per il Sud Mara Carfagna e della Giustizia Marta Cartabia, con il presidente della X Municipalità Diego Civitillo.
Nessun nuovo carcere a Bagnoli: il Governo Draghi dice no. Il quartiere occidentale di Napoli, oggetto del piano di rigenerazione dell'ex Italsider, sarà dedicato solo al turismo, alla cultura e allo sport. La decisione è arrivata al termine della Cabina di Regia su Bagnoli che si è tenuta oggi, alla quale hanno partecipato i ministri per il Sud e la Coesione Territoriale Mara Carfagna e della Giustizia Marta Cartabia, con il presidente della X Municipalità Diego Civitillo. Numerosi i temi affrontati sia per quanto riguarda le attività di bonifica in corso di realizzazione e progettazione sia per le destinazioni d'uso di alcune aree.
"Il governo Draghi - ha annunciato il ministro Carfagna in cabina di regia - non ha nessuna intenzione di destinare la Caserma Battisti di Bagnoli a istituto penitenziario. Ho appena parlato con la collega Marta Cartabia e abbiamo concordato in proposito. Bagnoli ha un altro destino: il lavoro di riqualificazione che è stato avviato deve portarla ad essere un luogo a vocazione turistica, sportiva, culturale. Peraltro, l'edificio della caserma è inadeguato agli standard di una moderna struttura penitenziaria".
Per Diego Civitillo, presidente della X Municipalità di Bagnoli-Fuorigrotta, sulla realizzazione del carcere a Cavalleggeri, "l'azione del territorio di concerto con quella istituzionale ha prodotto questo primo importante risultato. L'area dell'ex Caserma Battisti non sarà più sede di una struttura carceraria ma come previsto dagli strumenti urbanistici sarà dedicata ad attività sociali e culturali. Una grande attrezzatura collettiva dedicata al territorio di Cavalleggeri. È inoltre in fase di elaborazione una proposta da parte dell'Università degli studi di Napoli Federico II per la gestione del Parco dello Sport a seguito di una serie di lavori di riqualificazione nonché di adeguamento a fini agonistici".
"Dal punto di vista infrastrutturale - aggiunge il presidente del parlamentino - al momento si sta lavorando soprattutto sulla rete idrica sia in termini di circolazione idrica sotterranea, sia in termini di bonifica delle acque provenienti da monte. Tali interventi risultano fondamentali per restituire la balneabilità della costa a seguito degli interventi di bonifica degli arenili, dei fondali e della rimozione della colmata sui quali si sta concludendo la fase progettuale di dettaglio".
"Sicuramente in momenti successivi andranno affrontati compiutamente diversi temi, sia di carattere infrastrutturale e trasportistico ma soprattutto di merito a seguito della presentazione del progetto Balneolis, vincitore del concorso internazionale di idee. Immagino momenti di interlocuzione pubblica con i progettisti al fine di integrare idee, proposte e necessità direttamente dalla comunità flegrea. Sarà inoltre necessario comprendere dettagliatamente funzioni di ciascuna area, modalità e costi di gestione.
Durante la seduta odierna - conclude - è stata inoltre proposta una variazione di merito del Praru, relativamente all'area di ricostruzione di Città della Scienza. Modificare infatti strumenti urbanistici e tecnici complessi rischia di compromettere un cronoprogramma già estremamente complesso e oggetto a ritardi. Inoltre qualsiasi discussione di merito sul Praru va affrontata, non solo in Cabina di Regia, ma anche con il territorio ed in particolare con l'Osservatorio popolare".
di Nicola Rosselli
pupia.tv, 27 maggio 2021
Il rumore martellante delle stoviglie battute contro le inferriate alle finestre è ripreso ieri mattina dopo essersi fermato nella serata di lunedì. I detenuti della casa di reclusione di Aversa stanno inscenando una protesta per richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e, soprattutto, della direzione del carcere, su alcune questioni. Dalla casa di reclusione, diretta da Stella Scialpi da poco più di due anni, proveniente dal carcere femminile di Pozzuoli, con l'ausilio del comandante della Polizia penitenziaria, Francesco Serpico, non trapelano notizie. - continua sotto -
La dirigenza ha posto un "no comment" alle richieste di notizie. Dal muro di silenzio eretto, però, trapela che la protesta è dovuta alla qualità del vitto e alla mancanza di colloqui visivi con i familiari, causa Covid-19. In alternativa, ai detenuti vengono concessi colloqui con vetri plexiglass, nonché autorizzati ad effettuare videochiamate secondo quelle che sarebbero le disposizioni impartite dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in questo particolare momento contrassegnato dalla pandemia da coronavirus. - continua sotto -
Una protesta che sembra aver raggiunto il proprio obiettivo perché gli aversani, almeno quelli che vivono nei pressi del carcere e quelli che transitano in zona (ad Aversa la casa di reclusione è in pieno centro cittadino, una assurdità se si pensa che è stata istituita nel 2016), hanno notato quanto stava avvenendo e la circostanza è divenuta una delle più dibattute sui social dove sono in molti a chiedersi cosa sta avvenendo dietro quelle mura che hanno ospitato sino a qualche anno fa quello che fu il primo ospedale psichiatrico giudiziario. Un luogo salito più volte alla ribalta della cronaca per come venivano trattati i criminali malati di mente. Episodi che hanno contribuito non poco alla chiusura di questo tipo di manicomi dove non vi era, di fatto, il fine pena.
Quello di Aversa, infatti, fu il primo manicomio giudiziario a sorgere in Italia e venne ospitato in quella che era l'antica struttura conventuale di San Francesco da Paola. Nel 1876, il Direttore Generale degli Istituti di prevenzione e pena, Martino Beltrani Scalia, con un semplice atto amministrativo, inaugurò la Sezione per 'maniaci'. Nel 1907 la direzione del manicomio di Aversa passò all'alienista Filippo Saporito, scienziato aversano al quale fu, poi, intitolata la struttura, mentre il nucleo iniziale dell'istituto andava ampliandosi inglobando alcuni edifici circostanti poi divenuto, nel 1975, Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Dal 2012, anno in cui la legge ha stabilito l'eliminazione di queste strutture, è stato progressivamente dismesso e da agosto 2016 ufficialmente riconvertito in Casa di Reclusione.
Attualmente vi sono ospitati circa 140 detenuti che devono trascorrere pene leggere e che di giorno, in buona parte, escono per lavorare. È del marzo scorso, infatti, la notizia di un progetto a livello regionale, con la partecipazione del garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, per promuovere, finanziando con i soldi delle Regione Campania, dei progetti di pubblica utilità sia per far uscire un gruppo di detenuti dal carcere al lavoro presso il Comune di Aversa sia per riordinare l'archivio dell'ex ospedale psichiatrico giudiziario così da essere fruibile anche all'esterno. I progetti, non ancora partiti, saranno su più fronti con attività sul territorio del Comune di Aversa, come la cura del verde (aiuole, parchi), arredo urbano, manutenzione della segnaletica stradale. Il Comune prevede l'utilizzo di circa 50 detenuti mentre all'interno del carcere l'altro progetto, il riordino dell'archivio di quello che fu il discusso manicomio criminale, vedrà coinvolti 5 internati, sempre all'interno del carcere un progetto vedrà coinvolti detenuti per l'utilizzo e la valorizzazione del tenimento agricolo nel carcere.
Corriere del Veneto, 27 maggio 2021
Un corso per i detenuti che vogliono riprogrammare la propria vita. Il carcere Due Palazzi riprende le sue attività a sostegno dei detenuti, e lo fa con un mental coach che insegnerà a riprogrammare la loro vita, a guardare al futuro con qualche speranza.
Parole che suonano ridondanti, ma in realtà il processo appare più facile quando il futuro viene spezzettato in piccoli attimi: "Si comincia con il cambiare una piccola cosa, in un piccolo momento, una cosa semplice, e quando cambia lascia il segno".
Lo ha detto ieri durante un incontro di presentazione on line Tania di Giuseppe, psicologa sella Fondazione Patrizio Paoletti, che insieme all'università di Padova ogni settimana affronterà un corso che finirà a luglio con detenuti, funzionari, agenti e volontari attivi nella realtà carceraria. Patrizio Paoletti è un nome conosciuto, con la sua fondazione ha affrontato lo shock dei terremotati del 2016 nelle Marche, due anni dopo sempre lo stesso professionista ha coinvolto i residenti di Genova in un percorso di rielaborazione del lutto e del disagio dalla distruzione dopo la tragedia del Ponte Morandi. Le sue parole mirano a essere fonte di ispirazione per chiunque decida di affrontare un cambiamento.
Ad elaborare il progetto anche l'università di Padova con Francesca Vianello, professoressa associata di Sociologia del diritto, della devianza e del mutamento sociale. Sponsor dell'iniziativa la Fondazione Mediolanum. Ma il vero impulso per realizzare gli incontri è arrivato dal direttore del carcere Claudio Mazzeo (foto): "È stato complicato superare la pandemia, oggi siamo qui a pensare al nostro futuro, possiamo farlo ad ogni livello".
Il riferimento del dirigente è più che mai concreto: il Due Palazzi ha dovuto affrontare ben due situazioni di focolaio, il primo in ottobre 2020 (con un picco di 57 positivi), l'altro nello scorso aprile, quando i contagiati hanno sfiorato quota 100. Grazie soprattutto ai vaccini, l'emergenza è stata superata.
Il Fatto Quotidiano, 27 maggio 2021
Anche in carcere gradualmente ci si riavvia verso la normalità dopo il lungo periodo di inasprimento delle restrizioni per l'emergenza sanitaria. Si conclude in questi giorni la campagna delle vaccinazioni e in alcuni reparti sono riprese le lezioni in presenza; vedendo tornare gli insegnanti, i detenuti iscritti ai vari corsi scolastici (per ora solo quelli che nel prossimo mese dovranno sostenere gli esami di Stato) hanno scoperto una volta di più, come reazione alle privazioni, l'importanza della scuola come momento di crescita personale e occasione di contatto con l'esterno, con un mondo quasi sempre lontanissimo dal proprio precedente vissuto, che in tal modo può essere oggetto di una profonda e veramente efficace revisione critica.
Riprendono gradualmente anche le attività collaterali alla didattica, i progetti di ampliamento dell'offerta formativa come "Libertà e Sapere" con cui da un quindicennio cerchiamo di favorire i rapporti tra gli studenti detenuti e la società nelle sue espressioni più alte e importanti. L'occasione è venuta dall'iniziativa presa da Francesca Rocchi, Francesca Di Martino e altri insegnanti della sede centrale del nostro Istituto scolastico J. von Neumann diretto dalla D.S. Serafina Di Salvatore, che hanno organizzato una videoconferenza sul tema della legalità e della lotta alla criminalità organizzata (per la ricorrenza delle stragi di mafia).
Collegati via Internet, alcuni studenti delle classi quinte hanno potuto ascoltare il professor Sergio Moccia, emerito di Diritto penale all'Università degli studi di Napoli "Federico II", e il colonnello Cesare Forte, della Direzione telematica del Comando generale della Guardia di Finanza. Non è stato possibile, alla fine, stabilire connessioni per coinvolgere anche gli studenti delle sezioni staccate all'interno dei vari settori del complesso Penitenziario di Rebibbia. Tuttavia, abbiamo potuto avvalerci della testimonianza di Francesco Rallo, nostro ex alunno condannato all'ergastolo per reati di mafia. Era in collegamento dagli uffici presso il ministero della Giustizia, dove oggi può beneficiare del lavoro esterno dopo quasi trent'anni di reclusione.
Uno degli aspetti che è apparso con maggiore evidenza nei vari interventi è che combattere la mafia sia un problema innanzitutto di natura culturale, mentre la sanzione penale arriva, quando arriva, solo in un ultimo momento. Cultura è quella mafiosa, che si respira in certi ambienti fin dai primi momenti di vita e in ogni dettaglio dell'educazione impartita ai giovani, spesso anche in modo inconsapevole; e cultura è quella che cerchiamo di proporre noi operatori attraverso le nostre attività scolastiche e trattamentali. Quella di Rallo è la dimostrazione diretta, vissuta sulla propria persona, di questo passaggio dalla cultura di origine a quella che gli è stata offerta come opportunità di studio, di conoscenza, che lui ha saputo trasformare anche in testi teatrali che raccontano il fenomeno mafioso dalla sua genesi agli sviluppi contemporanei.
A chi gli faceva i complimenti per questo suo esemplare percorso di reinserimento sociale, Rallo rispondeva: "Io serio ero allora e serio sugno ora". In una frase c'è tutto un programma, lo sforzo che la nostra società deve fare nel cogliere le potenzialità, anche in termini di semplice affidabilità, laddove esse si manifestino; evitando di lasciare parti di territorio in cui, nell'assenza dello Stato, vanno ad affermarsi altri valori, altri poteri, altri sistemi normativi.
Dobbiamo cercare di mettere a frutto, auspicabilmente a servizio della legalità, le migliori risorse umane, come giustamente ha fatto il colonnello nella sua attività di scouting per i giovani studenti che mostrano particolari competenze informatiche, da impiegare all'interno della Direzione telematica della Guardia di Finanza per una sempre più efficace lotta alla criminalità.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 27 maggio 2021
L'esperienza rieducativa dello sport raccontata in "Per essere chiari" da un ex detenuto diventato volontario. Diventa (anche) un libro, il progetto "Pugni chiusi" avviato nel carcere di Bollate nel 2016. Dopo la realizzazione del docu-film e la mostra fotografica il progetto per insegnare pugilato ai detenuti è diventato la trama di un saggio, "Per essere chiari", scritto da Antiniska Pozzi, Editore Milieu, collana Banditi senza Tempo.
"Non è il pugilato in sé, come disciplina, che ti salva, è il tuo percorso di uomo nella boxe, perché per mezzo di quella fatica puoi riuscire così a dominare i demoni", spiega l'autore. Ideatore e anima del progetto è Mirko Chiari, volontario in carcere, che ha coinvolto i detenuti in un corso di pugilato e che, chiarisce il libro, è più un percorso, accomuna chi viene da fuori e chi vive dentro. E dentro è stato anche Mirko, a 19 anni, un paio di giorni a San Vittore, per un motorino rubato. È lì che il narcotrafficante Pino gli ha spiegato che "tutti abbiamo un tempo e se siamo abbastanza fortunati possiamo deciderne cosa farne.
La scelta non è sempre serena, perché dobbiamo condividerla con la bestia che ci abita. Quello che puoi fare è capire come tenere a bada la tua, e se c'è un altro modo per nutrirla rispetto a quello che hai trovato fino a oggi, un modo che non ti porti al gabbio". È anche per questo che Mirko decide: chiude con i furti, inizia a lavorare, entra in palestra. Affronta 104 incontri, incontra maestri veri e non, compagni di allenamento che diventano amici.
"Ogni incontro, ogni allenamento, ha scavato fiumi carsici, ha eroso cime - si legge nel romanzo - smussato angoli, creato spazi che non c'erano e cancellato zone che non avevano più senso di esistere". Fino a quando, un giorno, "ho capito che non era più il pugilato al mio servizio, ero io che sentivo di dover essere al servizio del pugilato". Nel 2016 torna in carcere, a Bollate, come volontario. E qui inizia il suo progetto e la box diventa in pochi mesi un modo per "combattere senza rifiutarsi di fuggire il dolore non è naturale. Ne consegue una dimensione di rispetto, nei confronti di se stessi prima che in quelli degli altri intorno".
La grinta e la forza dei detenuti-pugili del carcere lo scorso anno erano stati immortalati anche dalla macchina fotografica di Federico Guida, scatti che avevamo incantano la giuria della 14esima edizione del Premio Canon e ottenuto una Menzione speciale per la fotografia sportiva. Prima ancora era stato realizzato un documentario per la regia di Alessandro Migliore e grazie al sostegno di 93 donatori attraverso la piattaforma di crowd-funding Produzioni Dal Basso e alla co-produzione di Infinity.
Ora il libro. "L'insegnamento lo faccio in gruppo, ma il percorso ognuno lo fa con sé stesso", racconta Mirko che nel frattempo ha portato il progetto anche nel carcere San Vittore di Milano. Da mesi però "il percorso è sospeso causa Covid senza possibilità, per ora, di riprendere, ma speriamo che con il ritorno alla normalità si possa tornare ad allenarsi". Intanto lui non è restato con i guantoni in mano, ma ha fatto partire un nuovo progetto con la fondazione Exodus. Tutto, sempre, gratis, "non so quantificare quanto lo sport mi abbia dato, rendo quello che posso, quello che ho lo dono".
- Illegale la schedatura di massa. Storica sentenza della Cedu
- Ddl Zan, Pd e 5S scrivono a Casellati: "In aula a luglio". Ma i renziani si sfilano
- Migranti. Perché ci siamo assuefatti alle immagini della sofferenza
- Migranti. L'Alto commissariato Onu: nel Mediterraneo regna una "indifferenza letale"
- Il blocco navale, i dubbi dei generali. "Se attuato in Libia, attirerebbe migranti"











