Il Domani, 3 luglio 2021
Bisogna riformare il sistema nel solco tracciato dai lavori della Commissione Giostra e dai più recenti approdi della giurisprudenza costituzionale. Al contempo urge un'azione perentoria tesa ad estirpare quella subcultura autoritaria che si annida in una parte del paese e delle sue Istituzioni democratiche. Umanità della pena. Rieducazione del reo. Dignità della persona come diritto primario di chiunque; perciò, anche dei rei. Questo l'art. 27 della Costituzione. Un mantra nella sua granitica sintesi lessicale. Comprensibile a tutti. Un principio culturale prim'ancora che giuridico. Un patrimonio di inestimabile valore per le coscienze civili del nostro Paese. A presidio di ciascuno di noi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Dopo il via libera dell'autorità giudiziaria è arrivata anche la firma all' l'ispezione nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che partirà nei prossimi giorni. A capo della commissione ispettiva, è stato indicato il direttore generale detenuti e trattamento, Gianfranco De Gesù. Un fatto eccezionale perché solitamente la commissione ispettiva è composta da personale territoriale e un segnale della volontà del Dap di seguire in via diretta a livello centrale le attività ispettive. Il direttore generale riferisce infatti solo ai vertici del Dap.
E intanto emergono nuovi particolari raccapriccianti sui pestaggi ai detenuti: "Dobbiamo ancora temporeggiare qualche giorno così non avranno più segni", è una delle frasi estrapolata da una chat tra agenti, riportata nell'ordinanza del gip nell'ambito dell'inchiesta sulle presunte violenze. Per l'accusa, ai detenuti sarebbe stata negata la possibilità di usufruire di visite e cure mediche dopo la perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020. "Si volevano far refertare", "Non far scendere i detenuti in infermeria è stata una mia decisione", "Ho dovuto bloccare i colleghi", "Non abbiamo fatto refertare nessuno", "Ma è ovvio che non devono farsi refertare", sono alcune delle dichiarazioni che gli inquirenti avrebbero estrapolato dalle chat intercorse fra gli indagati.
di Ilario Ammendolia
Il Dubbio, 3 luglio 2021
Premesso che chi è garantista lo è con tutti quindi anche con gli agenti della polizia penitenziaria che si sarebbero macchiati di reati gravissimi oltre che di codardia e viltà. Sarà il processo a stabilire le responsabilità che, comunque, non possono che essere individuali e che non devono lambire i moltissimi agenti di custodia che svolgono il loro lavoro con correttezza.
di Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 3 luglio 2021
"Nel febbraio scorso il tribunale di Firenze ha condannato, in primo grado, 10 poliziotti penitenziari per atti di tortura nei confronti di detenuti", sottolinea il professore, fondatore e presidente di "A Buon Diritto", "Tra luglio 2019 e quel 6 aprile a Santa Maria C.V. si sono registrate 9 indagini della magistratura su altrettante vicende di violenze e maltrattamenti avvenuti in carcere. In nove mesi nove indagini. È sostanziale che si superi l'idea che l'unica forma di pena attuabile e immaginabile sia la cella chiusa".
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 3 luglio 2021
Sono due concezioni diverse che, tuttavia, non si escludono. La prima guarda al passato delittuoso e ha a che fare con il diritto, la seconda guarda a un futuro virtuoso e ha a che fare con la morale.
di Federico Marconi e Nello Trocchia
Il Domani, 3 luglio 2021
I video dei pestaggi commessi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere documentano solo una parte delle violenze da parte degli agenti. Tutto il resto viene ricostruito da testimonianze corroborate dalle foto sui corpi martoriati dei detenuti. Quei corpi che parlano hanno spinto il giudice per le indagini preliminari Sergio Enea a parlare di "orribile mattanza". Il 6 aprile 2020 i detenuti del reparto Nilo vengono pestati, alcuni vengono trascinati fuori dalle celle e condotti in isolamento.
Finiscono in un altro reparto, il Danubio. Sono 15. "Nelle operazioni in questione taluni detenuti hanno opposto resistenza. Dodici, in particolare, venivano individuati e rapportati disciplinarmente. Tutti risultano essere stati sanzionati, ai sensi dell'articolo 39 dell'ordinamento penitenziario, con 15 giorni di esclusione dalle attività in comune", diceva il governo Conte 2 in aula il 16 ottobre rispondendo a un'interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Magi.
Pochi giorni prima Domani aveva scritto che un detenuto, affetto da patologie, invece, era stato picchiato, messo in isolamento e, dopo un mese, era morto. Di quella morte non c'era traccia nella risposta del governo. Quel detenuto si chiamava Lamine Hakimi e, scorrendo le migliaia di pagine dell'inchiesta, si può ricostruire il mese che lo ha portato alla morte. Hakimi, secondo la procura di Santa Maria Capua Vetere, non doveva andare in isolamento e soprattutto, in quei giorni, non ha ricevuto i farmaci per curare la malattia da cui era affetto. Sempre secondo la pubblica accusa, per mandare i detenuti in isolamento è stata redatta una falsa informativa.
Falsi atti pubblici che dovevano giustificare le violenze commesse il 6 aprile. Per questo vengono contestati i reati di falso e calunnia a vari agenti. "Condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse", scrive il giudice. I falsi servivano anche, dopo la morte di Hakimi, a occultare le responsabilità in ordine al provvedimento disciplinare adottato illegalmente nei confronti dei 15 detenuti. Mancavano tutti i presupposti per mandarli in isolamento sia il provvedimento motivato che la certificazione prevista dall'ordinamento penitenziario.
Per la procura, tesi non condivisa dal giudice, l'isolamento ingiusto, l'illegittimo provvedimento di esclusione dalle attività comuni, portava alla morte del detenuto. Morte determinata dalle condizioni di abbandono, "senza adeguato e minimo controllo medico e controllo sulla assunzione delle prescritte terapie, in un soggetto psichicamente sofferente e fortemente stressato a causa delle violenze subite e dalla conseguente assunzioni di dose tossica (un mix di oppiacei, ndr)".
Quel pomeriggio del 6 aprile Hakimi, affetto da schizofrenia, viene prelevato dalla sua cella. Nel reparto ci sono detenuti con problemi mentali e di tossicodipendenza. I magistrati non possono ascoltare la sua testimonianza, durante l'inchiesta, perché muore prima, il 4 maggio, ma è possibile ricostruire il pestaggio che ha subito grazie alle parole dei suoi compagni di carcere e al referto di una visita medica.
"Sono stato malmenato da numerosi agenti con manganelli, pugni e calci", dice Hakimi al medico che lo visita, il 15 aprile. Il medico scatta le foto dei lividi sul volto, sulla schiena e sul torace del detenuto: a dieci giorni dal pestaggio sono ancora evidenti. "Tali lesioni risultano compatibili con quanto riportato agli atti e con le dichiarazioni anamnestiche del sig. Hakimi", scrive il medico nel referto. "Gli davano calci, cazzotti e manganelli. E l'altro poliziotto mi lasciò a me e andò dietro a dire: "no, no, no, a calci no (...) non lo uccidete perché se no lo paghiamo"". È il racconto ai magistrati di uno degli altri detenuti portati al Danubio. Hakimi prova a reagire, ma viene assalito da un drappello di agenti.
Dal corridoio viene portato in uno spazio aperto: "Stava spezzato! Si vedevano segni neri come, i tubi, i tubi proprio", dice il testimone. Non è finita perché viene pestato anche durante il tragitto verso l'isolamento. "Ho visto che era tutto sanguinante e che tre o quattro agenti lo hanno trascinato (...) durante il percorso lo picchiavano con dei bastoni", racconta un altro detenuto. Hakimi è l'unico dei 15 reclusi che viene picchiato anche dopo essere stato condotto in isolamento. "Aveva una testa così, non me la dimentico più quella testa, vomitava sangue, nel frattempo che sono stato io andava sempre in bagno a vomitare sangue", racconta un altro detenuto.
Nei giorni successivi al 6 aprile, Hakimi non ha ricevuto cure e non era neanche piantonato per evitare gesti di autolesionismo, come invece sarebbe stato necessario. "Diceva: "appuntato le mie medicine! Chiamate in infermeria, infermiere, infermiere!" (...) Comunque un'ora, due ore non ci davano le medicine e lui faceva più casino, perché stava male, male". La risposta degli agenti? Venivano e dicevano: ""non fare casino" e lo minacciavano", dice un testimone. La sera del 3 maggio la situazione peggiora. "Gli dicevo (al poliziotto penitenziario, ndr) di aprire la cella perché, considerate le sue patologie, non poteva stare chiuso... mi affacciavo per parlare con Hakimi e lui mi diceva, per cinque volte, "salutami mia madre". Ho avuto la sensazione che Hakimi fosse disperato". Muore così, il 4 maggio, in isolamento e abbandonato da tutti.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 3 luglio 2021
Solo chi è legato ai clan è stato graziato e il risultato sarà che ora ogni prigioniero, per proteggersi, cercherà di affiliarsi. Chi è che non è stato picchiato tra i detenuti di Santa Maria Capua Vetere? Chi è che non è stato scelto tra i detenuti da punire? La risposta è semplice per chi conosce la vita delle carceri e i suoi rapporti interni di potere, a non essere pestati sono stati i detenuti camorristi e i colletti bianchi della camorra e della politica. Loro non sono stati sfiorati, non sono stati puniti, non sono stati pestati. Ricordate durante la pandemia le prime rivolte in carcere?
Erano rivolte che nascevano dalla sospensione delle visite dei familiari e dal crescente timore del contagio in carcere eppure in quelle ore spesso l'opinione imprudente di molti (anche magistrati-opinionisti nei talk) raccontavano fossero rivolte volute dalle organizzazioni criminali per poi negoziarne la pacificazione con le dirigenze, e dalla pacificazione ottenere vantaggi. Non è avvenuto questo.
Quali detenuti sono stati picchiati - Le violenze gravissime ci riguardano e il commento facile è un commento cialtrone, è un commento becero, quello secondo cui chi è in carcere non può pretendere di fare la bella vita, che chi è in carcere qualche schiaffo lo deve mettere in conto perché ha fatto di peggio. Il risultato di una lente distorta che spesso si usa per osservare il carcere è che lo Stato ha picchiato i detenuti, i detenuti senza protezione. Piccoli borseggiatori, piccoli spacciatori, immigrati. Basso livello criminale. Rancore e ritorsioni che potevano sfogarsi sull'unica carne che puoi picchiare senza temere ritorsioni.
L'unico detenuto pestato con un po' più di spessore criminale sarebbe Marco Ranieri, di Latina, con una laterale partecipazione alla banda della Magliana. Durante il pestaggio urlavano, secondo quando riportano gli inquirenti: "Ma tu saresti il boss del Lazio? Qui adesso comandiamo noi", "Tu saresti un capo? Sai quanta gente come te ho vattuto?". A portata di mano, magari, la possibilità di poter picchiare qualcuno che non sa chi sei, che non sa dove abiti, che puoi pestare senza ritorsione. Eppure la domanda è chiara: perché hanno usato tanta violenza? Paura? "Necessità" di riportare le cose "all'ordine"?
Massiccia presenza dei Casalesi - La rivolta dei detenuti, riuniti tutti dentro il parlatorio, preso simbolicamente come luogo di rivolta contro le condizioni che vivevano, mostrava il disagio della direzione e della catena di comando interna al carcere, sostanzialmente mostrava che la direzione non aveva fatto un buon lavoro perché non era riuscita a controllare il carcere. La seconda ragione è che certamente rischiava di mostrare la condizione in cui versano i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che è, come nella maggior parte delle carceri italiane, una condizione infernale, inumana, intollerabile in uno stato di diritto, nonostante la politica non se ne faccia carico mai. Ma il carcere di Santa Maria Capua Vetere sconta anche altro. Essendo stato per anni un carcere con una massiccia presenza del clan dei Casalesi, le associazioni a tutela dei diritti dei carcerati, come ad esempio Antigone, venivano tenute lontane dai detenuti perché erano i clan a voler gestire tutto. Progressivamente il quadro è cambiato, e Santa Maria Capua Vetere si è riempito di carcerati non solo mafiosi ma di detenuti comuni.
Carcere costruito dalla camorra - E qui vale la pena ricordare un'altra verità sul carcere di Santa Maria Capua Vetere, una verità che pochi ricordano, anche se è una verità ormai assodata da decenni: il carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato costruito dalla camorra. Fu costruito dai clan dei Casalesi che fornirono cemento, mezzi e manodopera. Fu proprio il capostipite del gruppo casalese Antonio Bardellino, come ha raccontato il pentito Carmine Schiavone negli anni Novanta, ad aver imposto il cemento del clan e ad aver controllato tutta la filiera. Il carcere venne costruito perché la casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, era diventata ingestibile, il sovraffollamento era insopportabile e la situazione resa incandescente dalla guerra tra Nuova Famiglia e Nuova Camorra Organizzata che si scannavano considerando il carcere cosa loro. Così aprirono Santa Maria Capua Vetere nella provincia casertana, e lì il sovraffollamento ci mise poco a raggiungere i livelli di guardia. Il carcere fu dedicato a Francesco Uccella, un generale di brigata della polizia penitenziaria che aveva diretto il carcere di Santa Maria Capua Vetere quando ancora aveva la sua sede nell'ex convento, perché spesso nel Sud gli ex conventi hanno avuto funzione di case circondariali.
La situazione delle carceri italiane - Le carceri violente diventano carceri mafiose, la solidarietà data ai poliziotti coinvolti nei video da alcuni politici pronti a qualsiasi atto di propaganda è rischiosa perché danneggia il comportamento corretto delle guardie carcerarie rigorose che pagano un prezzo altissimo per la situazione disastrosa delle carceri italiane, perché sono in pochi a gestire situazioni di degrado e sovraffollamento insostenibili. Non è un caso se in carcere non si suicidano solo detenuti, ma anche molti agenti della polizia penitenziaria. Questo inferno, di cui la politica non si occupa se non per una effimera propaganda, è un inferno per tutte le persone che vi sono coinvolte.
Le conseguenze del pestaggio - Ma chiediamoci quale sia il risultato di quel pestaggio. Questo: ogni detenuto sa che deve essere protetto, ogni detenuto da domani cercherà di affiliarsi, si metterà in fila per entrare in un'organizzazione criminale. Da domani borseggiatori diventeranno killer, piccoli spacciatori soldati al servizio dei cartelli, da domani (ma sta accadendo da molto prima della diffusione di queste immagini), chi entra in carcere sa che non lo difenderà il diritto, che non ci sarà possibilità di migliorare o di correggersi, ma che dovrà sperare solo nel potere e nella longa manus delle mafie, le uniche che potranno rendere meno infernale l'inferno.
Santa Maria Capua Vetere luogo simbolico - E tutto questo avviene in un luogo simbolico della storia del nostro paese. Santa Maria Capua Vetere è la vecchia Capua, la Capua Antica, quella che Cicerone chiamava "Altera Roma" l'altra Roma, perché era seconda solo alla più grande città del mondo antico. Stiamo parlando di uno dei territori più densi di storia del pianeta. Terra di rivolta, da sempre. Proprio da questo luogo, dall'anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere - chi mi legge corra a visitarlo! - è iniziata la rivolta dei gladiatori capeggiata da Spartaco. E proprio in questa terra è accaduta una delle più grandi violazioni dei diritti sanciti dalla Costituzione della storia della Repubblica; in questa terra densa di rancore che non ha una sola statua dedicata a Spartaco, che non ha dedicato nulla, se non una minuscola piazzetta a Enrico Malatesta, tra i più grandi pensatori anarchici che proprio qui nacque. Ha invece in bella mostra la statua di Roberto Bellarmino, che fu inquisitore e vescovo di Capua e tra i responsabili del processo a Giordano Bruno. Bellarmino prese parte al processo nel 1597 (era iniziato nel 1593) e fu tra coloro i quali condannarono al rogo il filosofo dopo aver invano provato a farlo abiurare. "Organi e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione o l'organo muore o la funzione si ricostituisce [...] Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare inventerà i delitti e delinquenti o cesserà di esistere".
Un carcere violento moltiplica i crimini - Questo dice Malatesta. Permettere che esista un carcere violento avrà il solo scopo di moltiplicare i crimini, spaccare la schiena ai detenuti in carceri fatiscenti peggiorerà la sicurezza e la vita della comunità. Il carcere oggi è questo: moltiplicatore di crimine. E sapete qual è la notizia peggiore? Che l'indignazione di oggi farà il paio con l'indifferenza di domani. Fino a quando non sarà chiaro che chi commette un reato, che chi viene processato, giudicato e condannato deve avere, nel suo percorso, obbligatoriamente il reinserimento nella società, fino a che questa, che sembra una ovvietà, non diventerà una acquisizione condivisa da tutti, il maggior garante dell'esistenza e della prosperità delle mafie sarà lo Stato e noi saremo i suoi complici.
di Giulia Merlo
Il Domani, 3 luglio 2021
Nei video pubblicati da Domani sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere si vedono gli agenti della polizia penitenziaria che picchiano i detenuti. Sono bardati con divise e caschi: non sono identificabili. Tanto che, ora che sono in corso le indagini, alcuni di coloro che erano presenti risultano ancora sconosciuti. Gli altri invece sono stati identificati perché il viso era stato inquadrato dalle telecamere di sorveglianza, oppure grazie al riconoscimento degli stessi detenuti. La soluzione sarebbe quella adottata in buona parte dei paesi europei e occidentali: un codice identificativo univoco su divise e caschi delle forze dell'ordine, che però è ancora un tabù per l'ordinamento italiano.
Secondo la normativa, i membri delle forze dell'ordine in servizio non hanno l'obbligo di identificarsi: la divisa parla per loro e le generalità dei singoli non possono essere chieste dal cittadino. L'unica eccezione è quando operano in borghese: in quel caso devono avere il tesserino di riconoscimento e sono tenuti a identificarsi, nel caso di richiesta espressa da parte di chi fermano.
Tuttavia, questa ampia zona grigia dell'inidentificabilità degli agenti è stato un tema centrale nel dibattito pubblico, in concomitanza con eventi tragici di scontri che hanno visto coinvolte le forze dell'ordine. Vent'anni fa il tema riguardò le violenze durante il G8 di Genova, sia durante le manifestazioni che alla scuola Diaz: tutt'oggi, molti degli autori di quei pestaggi non sono stati identificati. Nel 2005 il tifoso del Brescia Paolo Scaroni è stato vittima di una violenta aggressione da parte della polizia, è rimasto in coma per due mesi ed è rimasto invalido: gli aggressori non sono mai stati identificati. Situazione analoga ha riguardato anche gli sgomberi degli attivisti No Tav a Venaus, in Piemonte, avvenuti nel 2005, 2010 e 2011. Anche in questi casi, i video che hanno documentato quanto accaduto ha permesso l'apertura di numerose inchieste da parte della procura di Torino con riguardo al comportamento degli agenti, ma tutte a carico di ignoti. Oggi lo stesso continua ad accadere a Santa Maria Capua Vetere.
I tentativi a vuoto - In Europa, solo Austria, Cipro, Italia, Lussemburgo e Olanda non prevedono l'identificabilità delle forze dell'ordine. Eppure, la raccomandazione europea che prevede l'obbligatorietà del numero identificativo per gli agenti risale al 2001 e nel 2012 la risoluzione 2011/2069 del Parlamento europeo esortava gli stati a "garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo".
Nel 2016, il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni unite si è espresso a proposito della gestione delle manifestazioni pubbliche da parte degli stati, raccomandando che "i funzionari delle forze di polizia siano chiaramente e individualmente identificabili, ad esempio esponendo una targhetta col nome o con un numero". Eppure, nonostante l'esempio della maggior parte dei paesi europei e le sollecitazioni internazionali, tutti i tentativi di approvare gli identificativi sono fallite. Nel 2001, in seguito alle violenze di Genova, ci aveva provato la deputata di Rifondazione comunista Elettra Deiana, nel 2002 al Senato il verde Francesco Martone, nel 2008 invece il radicale Maurizio Turco.
Nel 2014 sono state depositate in Senato tre proposte di legge, una di Marco Scibona del Movimento 5 stelle, una di Luigi Manconi del Pd e una di Peppe De Cristofaro di Sel, adottate come testo base per la discussione in commissione Affari costituzionali. La proposta prevedeva che casco e divise dovessero avere un numero riconoscibile fino a 15 metri di distanza. La discussione si era avviata, ma tutto si è arenato dopo qualche mese in commissione. Nel 2019 c'è stato un altro tentativo con due diverse proposte di legge che prevedevano il codice identificativo, presentate alla Camera dalla dem Giuditta Pini (che chiedeva anche l'introduzione della body-cam addosso agli agenti) e dal radicale Riccardo Magi. Entrambe sono rimaste bloccate e giacciono nei cassetti della Camera.
L'ultimo tentativo in ordine di tempo è quello del 2020 ed era contenuto in un emendamento a un decreto in materia di immigrazione: la proposta, firmata da Nicola Fratoianni, Matteo Orfini, Erasmo Palazzotto, Fuasto Raciti, Giuditta Pini, Luca Rizzo Nervo e Chiara Gribaudo prevedeva che il personale delle forze di polizia indossasse su uniforme e casco una sigla univoca identificativa. L'emendamento è stato ritenuto inammissibile ma ha sollevato dibattito e polemiche.
Gli oppositori - Contro ogni tentativo di introdurre l'identificazione delle forze dell'ordine si sono sempre espressi i sindacati. Dopo la proposta del 2020, infatti, il segretario generale Fsp Polizia di stato Valter Mazzetti ha dichiarato che "viene da chiedersi come si possa calpestare in maniera così brutale e arrogante il senso del dovere e di responsabilità che ancora porta migliaia di operatori per strada" e che "prima di parlare di codici alfanumerici per gli agenti, si pensi agli identificativi per i delinquenti". Anche nel centrodestra le posizioni sono sempre state contrarie. Nel 2019 i deputati di Forza Italia Maurizio Gasparri e Elio Vito hanno partecipato alla manifestazione dei sindacati Sap, Sappe e Conapo davanti a Montecitorio e hanno dichiarato che "ci sono questioni importanti come i codici identificativi e il reato di tortura, voluti dalle sinistre e contro i quali ci siamo battuti perché sarebbero stati un pericoloso strumento in mano ai teppisti di piazza". Sulla stessa linea è anche Matteo Salvini, che nel 2018 dichiarava che "Il mio obiettivo è non mettere il numero sui caschi dei poliziotti, che sono già abbastanza facilmente bersagli dei delinquenti anche senza il numero in testa".
di Davide Maria De Luca
Il Domani, 3 luglio 2021
L'ex ministro sostiene di aver agito in modo "immediato" sui pestaggi in carcere: in realtà ha atteso mesi prima di richiedere informazioni su quello che era accaduto. Non ha fatto svolgere indagini approfondite e al Parlamento ha dato la versione dei fatti degli stessi funzionari accusati di aver depistato le indagini. La sua difesa è debole: dice che non era possibile fare più di così, ma in realtà non ci sono regole a impedire indagini e sospensioni di agenti sospettati di gravi comportamenti.
Il ministero della Giustizia ha ignorato per mesi le violenze commesse il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e quando ha informato il parlamento su quello che era accaduto durante il pestaggio, ha fornito una versione dei fatti parziale e lacunosa. L'allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sostiene che all'epoca ha agito "immediatamente" e i suoi difensori sostengono che non era possibile intervenire in maniera più incisiva a causa di limiti legali all'azione del ministero. In realtà il ministero della Giustizia ha atteso mesi prima di inviare e poi reiterare le richieste di informazioni che avrebbero permesso di aprire procedure disciplinari interne e consentite dalla legge, come hanno confermato a Domani diverse fonti. Bonafede si è invece trincerato dietro il rispetto formale della prassi e delle consuetudini per evitare di agire in modo più diretto.
Il 6 aprile - Le violenze e i pestaggi al centro della vicenda avvengono durante una perquisizione in uno dei settori del carcere Francesco Uccella. Si tratta di un'operazione massiccia che viene decisa come misura punitiva in seguito ad una protesta del giorno precedente da parte di alcuni detenuti, inferociti a causa della sospensione delle visite familiari per il Covid e spaventati per il ricovero di un detenuto contagiato dal virus. Quel giorno, per circa quattro ore, 300 agenti provenienti in buona parte da altre strutture perquisiscono le celle, picchiano con pugni e manganelli i detenuti e li sottopongono ad umiliazioni e torture. Il Gip che segue le indagini definisce l'episodio "un'orribile mattanza". Le indagini iniziano in fretta. Già nei giorni successivi, carcerati, familiari e garanti dei detenuti denunciano l'accaduto alla magistratura e tra l'11 e 12 aprile i giudici di Santa Maria Capua Vetere sequestrano i filmati di sorveglianza del carcere. Insomma, a meno di una settimana dai fatti era già chiaro che era accaduto qualcosa di sufficientemente grave da spingere la magistratura a indagare. Il ministero, però, ufficialmente non intraprende alcuna azione.
Un'azione "immediata" - Trascorre oltre un mese e il 12 giugno la procura consegna gli avvisi di garanzia a 57 agenti di polizia penitenziaria e dirigenti del carcere. La consegna avviene fuori dall'ingresso del carcere, di fronte ai passanti e ad alcuni parenti di detenuti. Gli agenti protestano e accusano la procura di averli umiliati. Alcuni salgono sul tetto della caserma per protesta e ci vuole l'intervento di un magistrato della procura per calmarli e farli scendere. Nonostante il caos che sembra pronto a esplodere in città, ufficialmente il ministero non si è ancora interessato agli avvenimenti. Soltanto il 3 luglio, il provveditore alle carceri della Campania invia formalmente al ministero l'elenco degli indagati tra gli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Trascorrono cinque giorni e finalmente il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (Dap) intraprende la sua prima azione sul caso di cui abbiamo conoscenza. L'8 luglio invia una richiesta alla direzione del carcere di acquisire dalla procura una copia degli avvisi di garanzia ricevuti dagli agenti. Da allora, il ministero sembra dimenticarsi della vicenda, almeno in via ufficiale, fino a che la stampa non farà esplodere il caso.
Sei mesi di attese - Nel sistema carcerario italiano è prassi chiedere un nulla osta alla magistratura per iniziare inchieste interne per casi su cui sono in corso indagini penali. Secondo l'allora sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, la richiesta dell'8 luglio era anche una richiesta di questo tipo. Per questo, Bonafede sostiene di aver agito "immediatamente" (anche se in realtà la richiesta arriva tre mesi dopo le violenze). La richiesta però non riceve risposta, e il ministero rimane in attesa senza sollecitarla e senza avviare formalmente indagini interne per altri tre mesi. Poi, il 28 settembre, Domani pubblica il primo articolo in cui viene raccontato il pestaggio dei detenuti. Lo stesso giorno, il Dap decide finalmente di inviare una seconda richiesta, questa volta direttamente alla procura di Santa Maria Capua Vetere e senza passare dal direttore del carcere. In quei giorni, Domani e altri giornali interpellano più volte il ministero per ottenere chiarimenti, ma non ricevono nessuna risposta ufficiale. Anche una prima interrogazione parlamentare rimane senza risposta.
"Ripristinare la legalità" - Soltanto il 16 ottobre, in seguito a un'interpellanza urgente che ha come primo firmatario Riccardo Magi, Ferraresi riferisce al parlamento una prima versione dei fatti, che costituisce ancora oggi la più dettagliata, e sostanzialmente unica, ricostruzione della perquisizione e del suo contesto da parte del ministero. Quello di Ferraresi è un intervento controverso. Nonostante il ministero sostenga di non aver svolto indagini sull'accaduto a causa del mancato nulla osta della procura, il sottosegretario fornisce un resoconto piuttosto dettagliato dell'accaduto, ottenuto, ha detto a Domani, non tramite indagine interna, ma attraverso una semplice raccolta di informazioni presso il Dap. Nell'intervento, la protesta del 5 aprile viene descritta con precisione e con un tono molto critico nei confronti dei detenuti. Il resoconto, però, omette un fatto importante. Quel giorno, il carcere viene visitato dal magistrato di sorveglianza, che trova una situazione tesa, ma non di aperta rivolta. Riesce a calmare i detenuti e la protesta rientra. Il sottosegretario descrive poi la decisione di avviare la perquisizione degenerata in violenza come "una doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto", senza però specificare la necessità di un'azione di questo tipo dopo che la protesta era ormai rientrata. Ferraresi aggiunge: "Nelle operazioni taluni detenuti hanno opposto resistenza", una frase che oggi appare involontariamente (e tragicamente) ironica alla luce dei filmati della perquisizione pubblicati da Domani. Quella riferita in parlamento, in sostanza, è la versione dei fatti di dirigenti e agenti del carcere. Una versione messa seriamente in dubbio dalle indagini della magistratura, dalle testimonianze dei detenuti e dai video delle violenze.
La difesa - Dopo la pubblicazione dei filmati, che mostrano gruppi di agenti accanirsi contro detenuti che non rappresentano un pericolo, picchiare un disabile in sedia a rotelle, colpire con calci e manganelli persone già cadute a terra, il ministero della Giustizia, oggi guidato da Marta Cartabia, ha sospeso gli agenti coinvolti, dopo aver nuovamente richiesto e ottenuto un nulla osta dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Il rapido evolversi degli eventi ha costretto l'ex ministro Bonafede ad esprimersi per la prima volta in via ufficiale sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. In una nota diffusa ieri mattina dalle agenzie, Bonafede accusa i quotidiani di aver pubblicato "titoli e ricostruzioni totalmente falsi" e afferma che "il ministero si è mosso immediatamente nel pieno rispetto delle prerogative e dell'indipendenza dell'autorità giudiziaria che ha portato avanti le indagini per accertare i fatti". Una rapidità di azione che sarebbe "già evidente e provata".
In realtà il ministero ha agito lentamente, non ha svolto indagini approfondite, ha riferito una versione dei fatti parziale e non ha emesso provvedimenti disciplinari, che pure la legge gli consentiva di comminare, finché non è intervenuta la magistratura e finché i filmati delle violenze non sono stati pubblicati. Domani ha provato a contattare il ministro Bonafede per chiedergli quali fossero i titoli di giornale "falsi" e "fuorvianti" e per domandargli conto delle sue altre affermazioni. Per il momento non abbiamo ottenuto risposta.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 luglio 2021
L'ex capo del Dap: "È pura follia dire che sapessi quello che era avvenuto a Santa Maria Capua Vetere. Sono stato io a consegnare le chat con il provveditore Fullone ai magistrati". "Sono stato io a consegnare ai magistrati copia delle mie conversazioni in chat con il provveditore della Campania Antonio Fullone. Dire che sapessi quello che era avvenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è pura follia". Quando i detenuti furono sottoposti a pestaggio, Francesco Basentini era il direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Tutto quello che accadeva era sotto la sua responsabilità.
In quelle conversazioni il provveditore Fullone la informa che si procederà a perquisizione straordinaria...
"Lo so bene. Però bisogna prima di tutto ricordare che cosa accadeva in quei giorni".
I reclusi protestavano perché non avevano mascherine nonostante alcuni di loro fossero positivi al Covid. È così?
"Il primo caso di detenuto contagiato venne accertato il 4 aprile e iniziarono le proteste".
In realtà in tutta Italia le rivolte erano iniziate a marzo, quando erano stati bloccati i colloqui con i familiari...
"Prendemmo la decisione proprio per evitare contatti dei reclusi con l'esterno che avrebbero potuto creare focolai. Ci furono proteste, ma poi tornò la calma. Pensavamo di avere la situazione sotto controllo, invece ad aprile ci furono nuove rivolte".
E si scelse la linea dura?
"Si scelse di seguire le regole per riportare la calma. Eravamo tutti d'accordo. Il provveditore Fullone mi teneva costantemente aggiornato sulle situazioni di maggior rischio, come appunto Santa Maria Capua Vetere. Mi informò che il 5 aprile un gruppo di 50 detenuti si era barricato all'interno di un reparto".
Le spiegò anche che cosa stava organizzando?
"Mi disse che aveva avviato un dialogo ed effettivamente riuscì a tenere la situazione sotto controllo. Il giorno successivo mi inviò il messaggio per informarmi che avevano proceduto a una perquisizione straordinaria".
È quello allegato agli atti dell'inchiesta in cui lei risponde "fai benissimo"?
"Sì".
Ma se la situazione era sotto controllo, che bisogno c'era di entrare nelle celle?
"La conversazione è ormai pubblica e la risposta è nel messaggio che mi aveva inviato. Lui lo riteneva indispensabile per riportare la calma e dare un segnale al personale. Fullone era ritenuto uno dei provveditori più bravi e competenti, io mi fidavo".
Non fu neanche sfiorato dal sospetto che la perquisizione "per dare un segnale al personale" potesse trasformarsi in una spedizione punitiva?
"Sinceramente no. Nei messaggi non vi è alcun riferimento alle azioni violente fatte dagli agenti intervenuti".
In quei giorni c'era una tensione altissima. Prima di dare il via libera non sarebbe stato opportuno saperne di più?
"Come ho già detto si trattava di un funzionario di grande livello che conosceva perfettamente la situazione. E proprio perché c'era uno stato di massima allerta approvai la scelta di fare la perquisizione. Ma davvero si può credere che io avrei potuto avallare una cosa del genere?".
Il provveditore le chiese anche il trasferimento di una parte dei detenuti. Lei si informò dell'esito della perquisizione?
"Certo, il contatto era continuo. Poco più di una settimana dopo Fullone mi fece l'elenco, sempre tramite messaggio, di quello che era stato trovato nella disponibilità dei detenuti. Mi inviò anche le fotografie".
Ma perché vi parlavate tramite messaggi?
"Appena nominato direttore del Dap avevo attivato linee di contatto diretto con provveditori e comandanti proprio per gestire le situazioni più delicate. Quella lo era. Il momento era complicatissimo, alcune scelte andavano condivise in tempo reale. Poi venivano richieste le relazioni".
Ne discusse con il ministro della Giustizia Bonafede?
"In quel periodo noi eravamo in contatto costante con via Arenula, facevamo riunioni continue anche con i sottosegretari. Non abbiamo mai sottovalutato nulla".
Qualche giorno dopo però cominciarono ad arrivare gli esposti dei familiari dei reclusi. Possibile che non li abbia collegati a quella perquisizione che le era stata preannunciata dal provveditore?
"La relazione mandata al Dap è del 26 aprile, prima non era mai stato informato di quanto avvenuto nelle sezioni. Si scoprì con l'esposto dell'associazione Antigone".
E cosa fece?
"Come ricorderà bene il 2 maggio io mi sono dimesso da capo del Dap per le polemiche create ad arte sulle scarcerazioni di chi era accusato di reati di tipo mafioso".
Quando ha saputo che c'erano i video dei pestaggi?
"In questi giorni dai giornali. A settembre sono stato interrogato dai magistrati come persona informata dei fatti e ho ricostruito esattamente quello che sto dicendo ora. Anche a loro ho detto che se avessi avuto informazioni su quello che era successo non avrei esitato a disporre provvedimenti cautelari a carico dei responsabili, come avevo fatto su episodi analoghi avvenuti nel carcere di San Gimignano qualche mese prima".
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