di Conchita Sannino
La Repubblica, 3 luglio 2021
Santa Maria Capua Vetere, agli atti il tentativo dei vertici di bloccare l'acquisizione dei video. Il Gip: "Ecco perché tutti sapevano tutto". E il provveditore Fullone spera: "Noi teniamoci fuori". "Pagheremo tutti. Chiuderanno Santa Maria". Quattro parole. Frammenti che sembrano resa e confessione. Espressioni su cui punterà molto l'accusa.
Ma un fatto è certo: il gruppo di dirigenti e comandanti aveva messo in campo "ogni sforzo" per ostacolare le indagini sui pestaggi di Santa Maria Capua Vetere. Foto di "strumenti" di minaccia realizzate ad arte nelle celle dei detenuti, per addebitargli intenti aggressivi e giustificare così le violenze di massa. Video manomessi e retrodatati. Relazioni fasulle. Invenzioni di regie criminali perduranti tra esterno e interno del penitenziario.
Gli inquirenti sospettano anche che fosse stato progettato un reset dell'intero impianto di sorveglianza: ritardato, per loro sfortuna, da un tecnico esterno forse pigro, e dai tempi lenti delle normative anti-Covid. Una strategia che riguarda soprattutto i vertici, tra uffici del Provveditorato e divise della penitenziaria, all'indomani di quella "spedizione punitiva" avvenuta il 6 aprile del 2020 nel Reparto Nilo della Casa circondariale "Francesco Uccella" che il Gip definisce "orrenda mattanza". E c'è perfino chi invoca "un intervento politico".
Sono infatti loro, per i pm, i più alti in grado - il provveditore campano all'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone, la commissaria del nucleo regionale Francesca Acerra, il comandante del gruppo speciale di Supporto Pasquale Colucci, l'ispettore Michele Sanges, il commissario capo Anna Rita Costanzo, l'ispettore Salvatore Mezzarano - ad aver cercato di ostacolare le indagini e l'accertamento dei maltrattamenti. Ma è con lucida metafora cinematografica che uno degli agenti indagati racconterà agli altri che ormai il disastro è annunciato. "Nonostante lo sforzo, il film va in onda in forma completa", scrive il 14 aprile 2020, in chat, Angelo Bruno, uno dei poliziotti oggi in carcere.
Il messaggio significa: ormai hanno preso tutti i video, siamo incastrati. Poco prima, una delle funzionarie appare avvilita e digita il nome del procuratore aggiunto (di cui è nota la fermezza) che guida: "Prox Milita molto tosto".
L'accusa: "Tutti sapevano" - È il 10 aprile quando al carcere arrivano i carabinieri con le richieste dei pm. "Hanno chiesto di acquisire hard-disk, la vedo nera. Ora bisogna pensare alle conseguenze, il personale già sta fuori di testa, sarà una carneficina ...", scrive il comandante Colucci in chat, mentre si reca al carcere di Santa Maria, "senza alcuna motivazione d'ufficio". Scrive il Gip: "La preoccupazione di Colucci è comune a tutti i partecipi della chat", tra i quali spicca il ruolo apicale del provveditore Fullone.
"È assolutamente chiaro che tutti quei componenti sapessero delle violenze. Espressioni utilizzate in chat risultano assimilabili a una confessione e in assenza di sorpresa da parte degli altri, era chiaro che tutti, il provveditore Fullone, l'ispettore Sanges, il dirigente aggiunto Acerra sapessero perfettamente. E tutti, essendo pubblici ufficiali o ufficiali di pg, avrebbero dovuto denunciare".
"Pagheremo tutti" - È il 12 aprile, lunedì in Albis, ma per tutti loro è stata Pasqua d'angoscia. Colucci e "soci" commentano il fatto che "i carabinieri hanno sequestrato tutto l'impianto di videosorveglianza e Santa Maria è allo sbando". Se la prendono con il comandante Manganelli, oggi agli arresti, "perché ha mollato". Colucci arriva a scrivere: "Il Provveditore dovrebbe fare un intervento di carattere politico".
Poi il dirigente Diglio chiede cosa si veda dai filmati e il comandante scrive, riferendosi al collega Manganelli: "È partito senza accertarsi", ovvero - traducono gli inquirenti - "senza essersi accertato preliminarmente che le telecamere non funzionassero". Colucci è perentorio: "Pagheremo tutti, 300 agenti, una decina di funzionari".
E poi va giù senza mezzi termini: "Tutti i funzionari di Santa Maria, io, Perillo, Di Donato. Eravamo tutti presenti, troppe persone coinvolte. Decapiteranno mezza regione (evidentemente: come amministrazione penitenziaria, ndr). Oltre a chiudere Santa Maria Capua Vetere". Una "sintesi profetica delle responsabilità" che emergeranno, chiosa il giudice.
Fullone: Noi teniamoci fuori - È da questa débâcle che il provveditore spera di salvarsi? Sembrerebbe di sì. Quando ormai, dopo aver confezionato false attestazioni secondo cui la videosorveglianza non funzionava, è arrivata la ferale notizia che gli inquirenti non l'hanno bevuta e hanno portato via tutti gli hard disk, il comandante Colucci scrive la famosa frase: "E mo so' c...i. Mo succede il terremoto". Fullone replica così: "Tra loro. Noi teniamoci fuori ...per quanto possibile".
di Antonio E. Piedimonte
La Stampa, 3 luglio 2021
Non solo Santa Maria Capua Vetere. Da Modena a Opera, l'appello dei carcerati: "Non archiviate". "La Campania è solo la punta dell'iceberg", aveva detto a mezza voce un avvocato appena saputo dell'emissione dei 52 ordini di custodia cautelare nei confronti di agenti e dirigenti della polizia penitenziaria per la "mattanza" di Santa Maria Capua Vetere. E a quasi una settimana dagli arresti, oltre a sconvolgere l'opinione pubblica, l'inchiesta "tsunami" continua a riservare sorprese e sembra aver acceso i riflettori su altri scenari inquietanti.
La clamorosa vicenda casertana - per la quale ieri è stata sollecitata la creazione di una Commissione parlamentare d'inchiesta - ha fatto emergere l'esistenza di vecchie indagini apparentemente "dimenticate" e, come riferisce il garante nazionale dei detenuti, sta alimentando nuove denunce in tutta Italia. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere nei prossimi giorni sarà oggetto di un'ispezione guidata dal dirigente Gianfranco De Gesu, dallo scorso novembre a capo della "Direzione generale dei detenuti".
Obiettivo: cercare di capire come ha fatto la situazione a degenerare sino a diventare uno scandalo senza precedenti. La rivolta - su cui circola un video che mostra alcuni detenuti brandire oggetti contundenti - seguita dai "malumori" espressi dagli agenti per la linea "morbida" adottata dal comandante Gaetano Manganelli, parole fissate nelle chat e poi finite nei fascicoli della Procura insieme a telefonate, testimonianze e alle immagini delle telecamere. Ma non solo.
"Ho dovuto bloccare i colleghi (...) li stavano facendo scendere dal medico. Dobbiamo temporeggiare qualche giorno così, non avranno più segni...", si legge in una trascrizione finita nell'ordinanza del gip Sergio Enea. Dunque, niente assistenza sanitaria ai detenuti feriti. E mentre il ministro della Giustizia Marta Cartabia annuncia un incontro (mercoledì) con le rappresentanze dell'amministrazione penitenziaria, si alza la voce del deputato di Più Europa radicali Riccardo Magi: "A ottobre feci un'interpellanza al ministro della Giustizia Bonafede ottenendo una risposta abbastanza sconcertante da parte del sottosegretario Vittorio Ferraresi.
Si parlava di una "doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità". Sull'altro fronte i sindacati di categoria danno voce agli agenti coinvolti: "C'è amarezza e sensazione di smarrimento. Tutti garantiscono la corretta esecuzione delle misure detentive", dice Giuseppe Moretti, presidente dell'Uspp, sollecitando una profonda riforma.
Niente gogna, è parola d'ordine, ma l'invito a non generalizzare arriva proprio a ridosso della diffusione di ulteriori notizie spiacevoli: sono stati rinviati a giudizio tre agenti e un ispettore accusati di atti di violenza nei confronti di un detenuto nel carcere di Monza nell'agosto del 2019. Ancora più grave il caso del 36enne tunisino Chouchane Hafedh, uno dei 9 detenuti morti nella rivolta del carcere di Modena, per il quale l'avvocato Luca Sebastiani ha annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo (contro l'archiviazione): "Alla luce dei fatti di Santa Maria Capua Vetere non comprendiamo perché non siano state disposte nuove indagini sui decessi".
E in effetti è ancora da chiarire sino in fondo cosa accadde nel marzo del 2020, quando in una settantina di carceri da Nord a Sud esplose la violenta dei detenuti, innescata dal divieto di colloquio coi familiari (per evitare il contagio da Covid).
Il tragico bilancio fu di 13 morti, quattro dei quali registrati durante il trasporto in altri istituti. Quasi tutti giovani e tossicodipendenti che avrebbero ingerito metadone e psicofarmaci saccheggiati dalle infermerie, una spiegazione che non ha mai convinto i familiari e nemmeno quelle Procure che stanno indagando sull'ipotesi di "omicidio colposo" e "morte in conseguenza di altro reato". A Milano un detenuto si è già opposto all'archiviazione di un fascicolo su un presunto pestaggio subito. Si tratta di un 32enne italiano.
A seguito di "un diverbio con un agente", sarebbe stato "immobilizzato" da lui e altri, "cinque o sei" in tutto, e colpito con "calci e pugni". La Procura milanese, però, ha deciso di chiedere l'archiviazione del fascicolo. Il difensore fa notare che gli inquirenti "avrebbero dovuto cercare altri riscontri" sentendo il compagno di cella e gli altri detenuti. Per il 30 settembre è fissata udienza davanti al gip che dovrà decidere se archiviare o, come chiede l'avvocato, disporre nuove indagini con le audizioni di testi.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 3 luglio 2021
L'ispettore dei cappellani, sottolinea la necessità di trasformare il sistema penitenziario: "Bisogna investire di più sulla formazione dei carcerati e su nuove figure professionali che li aiutino". Sarà il direttore generale detenuti e trattamento del Dap, Gianfranco De Gesu, a guidare da martedì la commissione ispettiva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un fatto eccezionale, perché di solito ispezioni del genere sono affidate a personale locale. Non calano del resto le polemiche sulle violenze subìte dai detenuti soprattutto dopo le rivolte "da lockdown" della primavera 2020, e non soltanto in Campania. Ieri a Monza sono stati rinviati a giudizio 4 agenti di Polizia penitenziaria, accusati di lesioni aggravate e violenza privata, oltre a falso, calunnia, abuso d'ufficio e omessa denuncia.
Intanto emergono altri particolari sulla "orribile mattanza" (così il gip) del 6 aprile 2020 a Santa Maria Capua Vetere; in una chat interna gli agenti si sono consultati per decidere di rimandare le visite mediche dei detenuti pestati: "Dobbiamo ancora temporeggiare qualche giorno, così non avranno più i segni" dei colpi di bastone o manganello. Infatti nei verbali di polizia carceraria figurano diversi mancati trasferimenti nelle infermerie per "motivi di sicurezza". Ieri sono salite a 77 (erano 52) le sospensioni decise dal Dap nei confronti dei poliziotti destinatari di misure cautelari; sospesi dal servizio anche i due vicedirettori e un vicecomandante dell'istituto casertano. Interessante la dichiarazione spontanea resa da un ispettore carcerario presente ai fatti, secondo il quale "sono stati i colleghi venuti da Secondigliano a prendere in mano la situazione, noi non potevamo fare nulla. Ho cercato più volte di difendere dei detenuti dai pestaggi prendendo qualche manganellata, mi sono anche buttato su un detenuto per difenderlo. Quelli di Secondigliano dicevano a più riprese che "se la vedevano loro"".
"Intollerabili violenze gratuite". Così definisce la "mattanza" nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, don Raffaele Grimaldi, Ispettore dei cappellani delle carceri. Che però avverte: "La stessa società che oggi condanna la violenza che si è consumato dietro le sbarre, dovrebbe essere propensa ad accogliere chi esce dal carcere. Quando stanno in carcere va tutto bene, ma quando escono? Chi tende una mano? Tante volte i detenuti si trovano soli e rischiano di delinquere ancora e di tornare in carcere. Anche la non accoglienza è una violenza verso il diritto alla speranza".
Don Raffaele, cosa ha provato vedendo le immagini dei pestaggi?
Sono rimasto scosso perché era inimmaginabile una violenza così gratuita. Ho provato anche una grande sofferenza perché sapevo che ne risentiva tutto il Corpo della Polizia penitenziaria anche se ad essere coinvolta è una piccolissima parte. In tanti anni di servizio nelle carceri ho incontrato tante persone motivate, che aiutano i detenuti, che dialogano con loro, per aiutarli a vincere la solitudine. Ha detto bene la ministra che con queste violenze gratuite si è tradita la Costituzione, aggiungendo che hanno oltraggiato la dignità personale dei detenuti, macchiando anche la divisa di tanti uomini e donne che lavorano con grande professionalità all'interno delle carceri.
L'impressione è che non si sia trattato di una reazione a caldo ma di una violenza organizzata...
In quel periodo si stavano vivendo nelle carceri grandi criticità. Ma anche in un contesto critico non sono ammesse queste violenze gratuite. I detenuti stanno scontando una pena, soffrono a causa della loro detenzione e c'è bisogno del massimo rispetto per queste persone. Chiaramente in quei momenti di criticità, la sicurezza non è facile. Si cammina su un filo, non è molto facile gestire questi momenti.
Le tensioni di un anno fa erano provocate anche da una situazione carceraria sempre in difficoltà...
Nelle carceri continuano ad esserci i soliti problemi. C'è la difficoltà di vivere una serenità di fondo. In questo periodo di lockdown il carcere ha vissuto momenti terribili, di isolamento totale, nel quale cappellani, volontari, attività, tutto era sospeso. In questo sguardo di sofferenza possiamo capire il perché di tante reazioni. Adesso che stiamo uscendo fuori da questa triste realtà bisogna guardare avanti, in positivo.
E come?
Bisogna soprattutto investire nell'area trattamentale. Gli operatori, gli educatori sono sempre meno e quindi i detenuti sono abbandonati a se stessi. Invece c'è bisogno di investire sulla formazione, sulle figure professionali che aiutano i detenuti a vivere la loro carcerazione non come repressione ma come momento di riscatto, per riprendere in mano la loro vita e soprattutto per affrontare la nuova libertà.
La presenza di queste figure allenta anche la pressione sugli agenti penitenziari...
Certamente. La Polizia penitenziaria e le direzioni fanno fatica a gestire questo malumore che serpeggia all'interno delle carceri. Anche gli agenti che vivono un lavoro immane sono carcerati tra i carcerati. E quindi hanno bisogno di un'attenzione particolare, di essere seguiti, di una formazione permanente. Soprattutto i più giovani.
Come sono le condizioni del carcere di Santa Maria Capua Vetere? Quali sono le maggiori criticità?
Oltre al sovraffollamento, la mancanza di personale. È risaputo da tempo. E non solo lì. Molti vanno in pensione e c'è poco ricambio. E quando non c'è personale tutte le altre attività rallentano perché hanno bisogno della presenza del personale per garantire la sicurezza.
C'è chi ha detto che gli agenti hanno fatto bene, perché i detenuti sono tutti delinquenti...
Chi dice certe cose non sa cosa è la cultura dell'accoglienza, della misericordia. È l'atteggiamento di chi dice "hanno fatto del male, devono stare chiusi dentro, e anche la violenza può essere un metodo per imparare a non essere violenti quando escono fuori". Mentre la piena applicazione della Costituzione che parla della funzione rieducativa del carcere è la migliore risposta alla violenza. È questo il lavoro che devono fare gli agenti penitenziari ma anche gli educatori, noi cappellani, il mondo del volontariato. Siamo chiamati a questo altrimenti il carcere parte già fallito. Ma c'è bisogno di maggiore linfa, di incoraggiamento, per sostenere quelli che operano nelle carceri. È un lavoro nascosto, non si conoscono i sacrifici e le tensioni che si vivono e che non escono sui giornali. Proprio per questo ho appena scritto un libro intitolato "La voce di Dio dietro le sbarre", un accompagnamento pastorale e spirituale per chi vive il suo servizio nelle carceri.
Il Giorno, 3 luglio 2021
Aperti i banchetti di Lega e Radicali. Sei quesiti: i più importanti carriere separate e responsabilità civile. Entra nel vivo la raccolta firme per i sei referendum sulla giustizia lanciati dai Radicali e la Lega di Matteo Salvini. Da Nord a Sud il Carroccio ha organizzato quasi 200 gazebo nella sola giornata di ieri mentre ne sono previsti oltre 1.500 nelle giornate di oggi e domani. Accolte con "entusiasmo" le sei proposte di riforma: code per firmare al gazebo organizzato al mercato di Cinisello Balsamo, 6mila firme raccolte in poche ore in 27 gazebo in Lombardia, 2mila sottoscrizioni nel Lazio in soli 14 punti di raccolta. Partecipazione significativa anche in Campania con 1.900 firme in poche ore.
Sono segnali, ha spiegato la Lega, "di grande partecipazione" in una giornata lavorativa, con alte temperature ovunque, e che precedono una due giorni di grande mobilitazione. Oltre che nei gazebo, i cittadini potranno trovare i moduli anche in tutti i Comuni italiani. Il ministro al Turismo Massimo Garavaglia ha già firmato ieri al banchetto di largo Argentina a Roma mentre quello allo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, firmerà oggi alle 12 a Varese in Piazza Monte Grappa. Erika Stefani, ministro per le Disabilità, è attesa oggi per la firma al Gazebo di Portogruaro (Venezia). Il leader della Lega Matteo Salvini firmerà invece a Milano.
I quesiti sono sei e riguardano in particolare le elezioni del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione degli stessi, la separazione delle carriere, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della cosiddetta legge Severino. Quest'ultima prevede che in caso di condanna per alcune specifiche ipotesi di reato sia applicata automaticamente la sanzione accessoria dell'incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale.
"Il Parlamento è da trent'anni che litiga e non approva la riforma della giustizia. Noi chiediamo un aiuto ai cittadini", ha dichiarato il segretario della Lega Matteo Salvini, intervenendo al gazebo a Sorrento. "La gente - ha proseguito il capo del Carroccio - vuole processi veloci, certezza della pena e responsabilità per chi sbaglia. Se raccogliamo un milione di firme, la prossima primavera questa riforma della giustizia fondata sulla certezza della pena e sul principio che chi sbaglia paga, la voteranno gli italiani".
di Giulia Bentley
Il Domani, 3 luglio 2021
Si sta avvicinando il termine dell'entrata a regime della Riforma Orlando che provocherebbe un vero e proprio cataclisma negli uffici delle procure e dei tribunali italiani, già in affanno a causa dell'arretrato accumulatosi per l'emergenza pandemica. Con l'istituzione della commissione ministeriale che ha iniziato a maggio scorso i lavori volti ad addivenire ad una soluzione di modifica della normativa in vigore (cd Legge Orlando) i magistrati onorari in servizio, destinatari illo tempore di un regime transitorio caratterizzato dal mantenimento dello status quo fino alla data del 16.08.2021, hanno affidato alla Ministra Cartabia la fondata e legittima aspettativa di vedere finalmente riconosciuti i loro diritti.
Mutata radicalmente la prospettiva giurisprudenziale (sentenza della CGUE del luglio 2020 e ripetute pronunce di giudici nazionali) e avendo sentito la Ministra esprimersi sulla necessità, improcrastinabile, di dare una soluzione che riconoscesse le "ineludibili" tutele a che serve lo Stato da oltre due decenni e avendola sentita ribadire che i magistrati onorari oggi in servizio non sono professionalità da adibire all'Ufficio del processo (caratterizzato da funzioni ancillari e di supporto), siamo certi che il lavoro della Commissione non potrà che rispettare quelle che per noi sono prerogative acquisite e riconosciute: permanenza nelle funzioni, tutele previdenziali ed assistenziali a carico dello Stato e una retribuzione che superi il modello del cottimo e che sia proporzionata alla nostra professionalità e al nostro ruolo.
In data 19.05.2021, rispondendo all'onorevole Jacopo Morrone (Lega) in una interrogazione parlamentare a risposta immediata nel corso del question time, la ministra Cartabia ha, infatti, dichiarato che "occorrerà muoversi con urgenza per agire sul regime transitorio e che la Commissione ha il compito, anche, di analizzare le esigenze di tutela economica, previdenziale ed assistenziale dei magistrati onorari di lungo corso".
La commissione - La commissione ministeriale avrebbe dovuto terminare i lavori in data 25.06.2021 producendo un testo da sottoporre al legislatore per l'approvazione, parallelamente al lavoro della commissione Giustizia del Senato dove ancora si recepiscono proposte emendative ai testi in esame (ormai desueti e non più sostenibili da alcuno).
Con comunicazione del 18.06.2021, la ministra ha prorogato il termine per il completamento dei lavori della commissione al 21.07.2021 e il presidente della stessa, il dottor Castelli, ne ha esplicitato le ragioni; occorre ancora acquisire il parere dell'INPS e occorre il vaglio del Ministero dell'Economia e Finanze e, nelle more, raccogliere e valutare i pareri delle Associazioni di categoria sull'impianto della nuova normativa. Noi crediamo e chiediamo che tale termine non venga utilizzato in toto e che i lavori possano concludersi quanto più velocemente possibile proprio in ragione dell'appropinquarsi dell'entrata a regime della Riforma Orlando che provocherebbe, come detto da ogni voce, un vero e proprio cataclisma negli uffici delle procure e dei tribunali italiani, già in affanno a causa dell'arretrato accumulatosi per l'emergenza pandemica. Insieme a ciò pare opportuno sottolineare che la scelta di intervenire normativamente per prorogare il termine sopradetto, in modo da impedire il verificarsi dell'implosione degli Uffici, equivarrebbe a continuare ad eludere quelle tutele a noi già riconosciute, lasciandoci in uno status illegittimo.
Ancora proroghe - Ci chiediamo a questo punto: ma il Legislatore, che ha avuto quattro anni di tempo per rivedere una normativa palesatasi sin da subito inefficace e impraticabile per il sistema giustizia e che ha voluto approvare nonostante 110 procuratori della repubblica e presidenti di tribunale avessero chiesto di salvaguardare le nostre professionalità, come può prospettare la necessità di una proroga, che è l'esatto contrario di una soluzione! Noi riteniamo di avere pieno diritto a che si metta la parola fine all'ingiustizia in cui prestiamo servizio e lo si faccia ora.
Eppure in commissione Giustizia è proprio il Pd, per bocca del senatore Mirabelli, ad introdurre tale argomento; fu proprio il Pd dell'allora Ministro Orlando che non lesinò, nel 2017, auto acclamazioni per aver salvato i magistrati onorari dalla precarietà e dal balletto delle proroghe. I lavori della commissione bene possono e devono essere recepiti in un decreto legge, sussistono pienamente i requisiti di necessità ed urgenza proprio in ragione della data del 16.08.2021, tralasciando l'incombente procedura di infrazione e le centinaia di ricorsi già pendenti dinanzi all'Autorità giudiziaria italiana per il riconoscimento di quanto nel tempo pervicacemente negatoci.
Nessuna tutela - Stiamo continuando a lavorare sempre privi di ogni tutela, ma non siamo supereroi e gli accidenti della vita sono sempre dietro l'angolo; le affermazioni lusinghiere sul nostro fondamentale contributo più che ventennale al funzionamento della macchina della Giustizia non sono più sufficienti. Confidiamo che la ministra, che ben conosce la nostra vicenda e non avrà certo mancato di rilevare quanto il nostro status sia in contrasto con molteplici diritti costituzionalmente riconosciuti ad ogni cittadino italiano, non vorrà permettere che il Parlamento deliberi una proroga per l'entrata in vigore della Riforma Orlando nella parte relativa al cosiddetto "regime transitorio". Ci limitiamo a rassegnare che una proroga sic et simpliciter in tal senso, dopo quattro anni di interlocuzioni e tavoli tecnici all'uopo costituiti, equivarrebbe ad una sconfitta del Legislatore stesso, sconfessando formalmente la bontà di quanto normato nel 2017 e definito "Riforma organica della Magistratura Onoraria".
Siamo stati esclusi dalla possibilità di attingere fondi dal Recovery Plan, che invece prevede un investimento notevole per l'assunzione di 16.500 unità di addetti all'Ufficio del Processo (con contratti triennali, già dichiarati come modificabili in rapporti di lavoro a tempo indeterminato); va sottolineato, però, che una delle condizioni per l'accesso ai fondi europei, in materia di Giustizia, è lo smaltimento dell'arretrato e la riduzione dei tempi di definizione dei procedimenti giudiziari, nel quale, è evidente, un ruolo decisivo può e deve essere svolto dalla Magistratura onoraria, risultato non ottenibile certo con l'impianto normativo della Legge Orlando. Il Governo dunque dovrà attivarsi per il reperimento dei fondi necessari perché il mantenimento del dogma dell'invarianza finanziaria non può, nel nostro caso, che condurre ad una prosecuzione coerente e determinata delle nostre rivendicazioni, in tutte le formule declinabili.
di Mariarosaria Guglielmi*
Il Domani, 3 luglio 2021
Magistratura democratica si accinge a celebrare il suo XXIII congresso, nel periodo forse più difficile per la magistratura e la giurisdizione. Pubblichiamo un estratto della relazione introduttiva della segretaria.
La crisi innescata dallo scandalo delle nomine e dalle gravissime cadute etiche svelate dall'inchiesta di Perugia ha mostrato in questi mesi pericolosi segnali di avvitamento intorno ad un intreccio, sempre più inestricabile, fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute; analisi incompiute e letture strumentali; proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente.
Dopo l'iniziale rivolta, e la richiesta di una forte reazione allo scandalo appena esploso venuta dalle assemblee autoconvocate, la magistratura appare immobile, percorsa da divisioni e contrapposizioni al suo interno, incapace di dare segnali riconoscibili di una svolta unitaria verso il necessario cambiamento.
Fra tentativi di letture consolatorie, distinguo di breve respiro, e spinte antisistema, nel dibattito interno è mancata un'analisi condivisa e un'assunzione di responsabilità collettiva rispetto alla necessità di affrontare i tanti nodi venuti al pettine. E da questo obiettivo ci allontanano anche le letture in apparenza più radicali, che accomunano indiscriminatamente nella riprovazione singoli, gruppi, protagonisti delle diverse stagioni dell'autogoverno e dell'associazionismo.
Nel nostro dibattito e nella sua rappresentazione esterna, abbiamo visto prendere sempre più corpo un modello di magistratura fatta di singoli, indipendenti perché estranei alle esperienze collettive: una nuova dimensione di individualismo difensivo, e di protagonismo di quanti si propongono come la parte sana di un corpo malato, in grado di riscattarne l'immagine perché, da sempre, soli, estranei ad ogni esperienza di aggregazione e alle inevitabili contaminazioni che da queste derivano.
La magistratura di questa stagione di crisi sembra aver smarrito la sua identità di soggetto collettivo e non riesce a ritrovarla nei luoghi dove in origine si è costruita: nell'esperienza associativa e nell'autogoverno, luoghi dove si è espresso l'impegno comune e l'assunzione di responsabilità per una magistratura all'altezza del suo ruolo; luoghi di confronto, dove il pluralismo delle idee ha operato da controspinta alla chiusura corporativa.
La spinta per ripartire - In questi luoghi avremmo dovuto ritrovare la spinta a far ripartire una riflessione sui cambiamenti culturali subiti per effetto di nuove forme di carrierismo e di corporativismo, e sulle ragioni ed effetti della crisi che ha investito il nostro sistema di rappresentanza. E in questa lunga, difficile stagione si è aperto un fronte ancora più preoccupante: la frequenza di indagini per fatti gravi e gravissimi, che coinvolgono giudici e pubblici ministeri, esige risposte immediate agli inquietanti interrogativi sull'attualità, gravità ed ampiezza della nuova questione morale.
Risposte che non si esauriscono nelle sanzioni penali e disciplinari: non possiamo più rinviare una riflessione sugli scenari che si intravedono dietro inchieste, arresti, contesti ambientali nei quali fatti e condotte si collocano, e sulla necessità di fare luce su tutte le zone d'ombra dove si annidano i fattori di degenerazione.
Abbiamo scelto come tema centrale di riflessione del congresso il rapporto fra magistratura e democrazia: in questo rapporto pensiamo che si possa trovare una chiave di lettura di tanti aspetti della crisi, dei suoi effetti e dei suoi risvolti sulla legittimazione democratica della magistratura.
Salvatore Mannuzzu parlava dell'accordo fondamentale del giudice con la Repubblica, qualcosa che è ben di più della lealtà e della fedeltà al giuramento prestato, basato non sul consenso ma sulla fiducia, e di una consonanza che nasce dal riconoscimento del ruolo della giurisdizione nella tutela dei diritti e le libertà, come limite posto dalla Costituzione ad ogni potere e come difesa da ogni arbitrio.
Fu una presa di coscienza collettiva che consentì alla magistratura la svolta radicale del congresso di Gardone: lì la magistratura prese consapevolezza delle sue responsabilità nell'attuazione della Costituzione e gettò le basi per la sua legittimazione democratica. E oggi è solo una nuova presa di coscienza collettiva, del nostro ruolo e dei cambiamenti necessari per essere all'altezza della nostra funzione, che può aiutarci a ricostruirla. Il tempo stringe.
La vera posta in gioco di una crisi che, fra immobilismo interno e attacchi dall'esterno, oggi non trova una via d'uscita, è diventata la giurisdizione. Le analisi più tranchant sulle dimensioni e l'irreversibilità della crisi hanno sempre più guadagnato spazio nel dibattito interno, e oggi dominano quello pubblico e mediatico, con sorprendente seguito anche fra autorevoli osservatori ed opinionisti. In queste analisi non serve capire e discernere vicende e cause. E non c'è memoria storica dell'esperienza dell'autogoverno e dell'associazionismo e del ruolo che hanno avuto.
La cura proposta è radicale: la torsione dell'attuale assetto costituzionale, che ha garantito l'indipendenza della magistratura per tutelare una giurisdizione indipendente. La giurisdizione è l'obiettivo, dichiarato, di chi teorizza l'esistenza di un sistema e in questa chiave riscrive anche la storia di indagini e processi: la degenerazione avrebbe colpito la magistratura anche nell'esercizio delle sue funzioni; oggi, come in passato, le motivazioni di indagini e sentenze andrebbero ricercate nelle finalità politiche della parte più ideologizzata dei giudici e dei pubblici ministeri. La crisi partita dalle cadute nell'autogoverno e nell'attività di amministrazione della giurisdizione, dopo aver investito in pieno i gruppi e tutto il sistema di rappresentanza, sta pericolosamente lambendo valori essenziali per la tenuta della democrazia: l'imparzialità della giurisdizione, e la fiducia della collettività nell'imparzialità del giudizio e delle decisioni. È uno scenario che deve fortemente preoccuparci. E che, senza chiedere sconti né indulgenze, vorremmo che preoccupasse ogni cittadino di questo paese.
Niente capri espiatori - Noi non ci attendiamo analisi e cure pietose. Non confidiamo nella nottata che prima o poi passerà. E non vogliamo capri espiatori. L'assunzione di responsabilità da parte della magistratura deve essere piena. E ci riguarda in via diretta, come magistrati che rivendicano il valore dell'associazionismo, della rappresentanza, dell'autogoverno. All'esplosione dello scandalo immediata e ferma è stata la reazione dell'ANM, con la richiesta di dimissioni per tutti coloro che erano stati interessati dalle vicende dello scandalo e sulla stessa linea di fermezza si è mosso al suo interno il gruppo di Unicost. Ma colpe e condotte dei singoli non spiegano il grumo di problemi svelato dalla crisi.
E se oggi ci aspettiamo che le buone riforme facciano la loro parte, intervenendo dove quelle cattive e pessime hanno contribuito a portare distorsioni (mi riferisco in particolare all'attuale legge elettorale per il CSM), pensiamo che il rinnovamento etico e culturale, più profondo e duraturo, non possa che partire dalla magistratura e dai gruppi. Il necessario percorso di riflessione richiede un'analisi di ciò che ha contribuito a svilire il senso dell'impegno associativo, e che ha fatto recedere le ragioni ideali, quale spinta ad aggregarsi, rispetto ad interessi e obiettivi individuali.
È il processo che Nello Rossi ha descritto come perdita di democraticità interna ai gruppi e al sistema di rappresentanza: dinamiche che hanno in vario modo contribuito ad allontanare i luoghi della decisione da quelli del confronto, indebolito il substrato ideale e culturale alla base di ogni aggregazione e favorito percorsi individuali, con riflessi diretti e condizionamenti anche sull'autogoverno.
Ogni gruppo oggi deve fare i conti con il suo passato e rileggere in questa chiave la sua storia, interrogandosi sulle degenerazioni subite con la nascita di potentati; le dinamiche interne e le condotte nell'autogoverno comunque condizionate dall'obiettivo di acquisizione del consenso e di rafforzamento di presenza nei territori e negli uffici; il consolidamento di posizioni di potere individuale di singoli, sino ad arrivare alle zone d'ombra e di incontro con i poteri esterni.
Pluralismo - Incapace di ritrovare nel dibattito associativo una nuova visione e una progettualità comune, la magistratura deve intraprendere e portare avanti questo difficile e faticoso percorso facendo appello a tutte le risorse disponibili nei luoghi che ancora esprimono il senso autentico del pluralismo, apertura, capacità di riflessione critica. Luoghi istituzionali, come quelli della formazione.
La Scuola deve diventare sempre più la casa comune dove far crescere una nuova cultura dell'etica professionale e deontologica. E dove anche la magistratura del futuro può ritrovare una memoria condivisa della nostra esperienza unica di autogoverno e di associazionismo, e del loro valore autentico, e della nostra storia di istituzione appartenente alla democrazia di questo paese, parte dell'argine che l'ha sostenuta nei momenti in cui è stata più duramente colpita. E un ruolo importante potrà essere svolto dalla rete delle riviste, sempre più articolata e vitale, che restituisce l'immagine di una magistratura impegnata nella riflessione e nell'elaborazione culturale, non ripiegata su se stessa ma aperta al confronto con il punto di vista esterno.
Questa rete - come ha scritto Enrico Scoditti in una riflessione su Questione Giustizia - offre spazi di democrazia, platee di discussione e di confronto, luoghi di proposte e di controllo rispetto a quelle decidenti e può in questo momento sostenere e stimolare il percorso di rigenerazione culturale di cui abbiamo fortemente bisogno.
*Segretaria di Magistratura Democratica
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 3 luglio 2021
Sono giornate febbrili in via di Torre Argentina. Il Partito Radicale è il centralone del comitato per i sei quesiti in cui si articola il referendum per la Giustizia giusta e sui quali inizia oggi la raccolta firme. Nel salone istoriato con le gigantografie di Marco Pannella risuonano i telefoni. Su cinque tavoli - ma soprattutto a terra - cataste di moduli, quelli da compilare, firmare e autenticare. Siamo nel cuore pulsante del comitato referendario dove Maurizio Turco e Irene Testa animano e coordinano decine di volontari. È qui che l'Anm sognerebbe una immaginifca irruzione, forse. Ma non può, finché la Costituzione garantisce l'istituto del referendum. E il via vai cui assistiamo ci dice che qualcosa nell'aria sta cambiando. Ce ne parla la Tesoriera del Partito Radicale Irene Testa, la pasionaria di questa campagna referendaria.
Come è nato questo referendum per la riforma della giustizia?
Con il Segretario Maurizio Turco ne discutiamo da oltre un anno. Avevamo intuito che i nodi stavano venendo al pettine e che l'unico modo per aiutare il Paese e la stessa magistratura fosse la via referendaria. Oggi tocchiamo con mano quello che Pannella andava dicendo da decenni: la giustizia rappresenta la più grande ed importante questione sociale del nostro Paese. La leva di tutte le leve.
Una grande questione sociale, perché con Salvini?
Avevamo bisogno da subito di compagni di strada con cui costruire la campagna referendaria: ho semplicemente scritto un messaggio a Matteo Salvini, chiedendogli un incontro e il pomeriggio stavamo già nel suo ufficio in Senato a discuterne.
Sulla scia di Pannella. Quella sulla giustizia giusta era una sua pietra miliare...
Certamente sì. La madre di tutte le battaglie. Pensare che la prima manifestazione per la giustizia giusta fu nel 1967. Da allora il Partito Radicale ha promosso a più riprese diversi referendum. Solo un dato: quello sulla responsabilità civile fu votato da più dell'80% degli elettori ma venne successivamente stravolto in Parlamento. Ora però la situazione, se possibile, è addirittura peggiore perché sta montando nel Paese una sfiducia nella magistratura mai vista prima e questo rappresenta il dato più preoccupante.
Preoccupa anche loro. Sorpresi dalla reazione dell'Anm?
A memoria mia non credo sia mai accaduto che un Presidente dell'Anm si rivolga ai magistrati chiedendo di "reagire" contro il metodo e lo strumento referendario che, è bene ricordarlo, è previsto dalla Costituzione. Questo ci dà una indicazione chiara della condizione in cui versa la magistratura ora. I cittadini hanno solo due "armi" in mano. La scheda elettorale per eleggere i propri rappresentanti e quella referendaria. C'è chi sta lavorando da tempo per sfilare loro la seconda.
Chi sta aderendo al comitato promotore?
Il Comitato promotore è composto dal Partito Radicale e dalla Lega di Matteo Salvini. Stiamo incontrando poi diversi esponenti politici, come il Psi, il Partito Liberale Europeo; se ne stanno aggiungendo anche altri: chiunque si metterà in piazza con i tavoli e autenticatori per raccogliere le firme sarà il benvenuto.
Salvini e pezzi di sinistra insieme?
Questo inedito ticket tra due forze politiche storicamente diverse come Lega e Partito Radicale dimostra come sia possibile, anzi doveroso, lavorare cercando un terreno comune su temi concreti e specifici, in modo da realizzare quella piattaforma riformatrice che permetta di dare una stabilità al Paese nel medio e lungo periodo.
Si devono impegnare a fare i banchetti, adesso. Quante firme vanno raccolte, e da quando?
Abbiamo tre mesi per vincere questa sfida, anche se la raccolta firme si svolgerà in piena estate, con la campagna vaccinale in corso e con poca informazione. L'obiettivo che vorremmo raggiungere è di un milione di firme per ciascun quesito.
Un obiettivo realistico?
Assolutamente sì. Noi ne siamo convinti.
di Giacinto della Cananea
Il Foglio, 3 luglio 2021
Negli ultimi venticinque anni, l'Italia ha avuto, in base agli indicatori economici, una crescita modesta in termini assoluti e relativi, sia rispetto agli anni precedenti, sia nei confronti degli altri principali paesi europei. Nel medesimo periodo, nel nostro paese il contesto giuridico e amministrativo si è rivelato sempre meno favorevole sia alle libertà economiche, sia al godimento dei diritti sociali. È sufficiente ricordare il peso dei ritardi della giustizia sui cittadini e sulle imprese: sette anni e tre mesi - mediamente - per una causa civile, rispetto ai tre anni e quattro mesi necessari in Francia e in Spagna. La situazione della giustizia tributaria non è migliore: i due gradi di giudizio di merito si esauriscono in meno di tre anni, ma ne occorrono - sempre in media - altri quattro per la Corte di Cassazione, sulla quale grava un arretrato di più di 55.000 ricorsi giacenti, un vero fardello.
Sul versante dei diritti sociali, la pandemia ha rivelato diversità inaccettabili dal punto di vista dell'eguaglianza. Il divario si manifesta anche in altri ambiti, come l'erogazione degli assegni volti a rendere effettivo il diritto allo studio. Per porre rimedio a queste antiche tare e alle diseguaglianze che si sono accresciute, il governo Draghi ha ripreso alcune iniziative avviate dai governi precedenti e ha elaborato molte altre misure, collocandole tutte nella cornice del Recovery fund. Esso mette a disposizione dell'Italia un'ingente dotazione finanziaria. L'importanza del piano predisposto per accedere a quelle risorse - il Pnrr - va ben al di là delle singole misure che ne fanno parte. Ci ricorda che l'aver fatto di meno, anche assai meno, di quanto era possibile negli anni precedenti non significa affatto che non si possa invertire la tendenza. Il destino è nelle nostre mani ed è necessario agire, non solo con l'occhio al benessere dei nostri nipoti. Tuttavia, nulla garantisce che questa preziosa, forse irripetibile, opportunità verrà colta.
Non è facile invertire la tendenza. Vi è d'impedimento l'intrico di competenze creato dal titolo V della Costituzione e prima ancora dalle complicazioni organizzative che hanno reso inefficaci non poche semplificazioni procedurali. Vi è d'impedimento l'invocazione delle disposizioni costituzionali per impedire riforme moderate, come è successo nella discussione sui concorsi per il reclutamento dei giudici tributari, quando si è detto - irragionevolmente - che quei concorsi possono essere migliorati, ma solo fino a un certo punto. Vi è d'impedimento la forza degli interessi particolari e settoriali: per esempio, Marta Cartabia, nel sottolineare l'importanza fondamentale della riforma della giustizia, ha chiesto alle organizzazioni portatrici dei vari interessi - avvocati e magistrati - di agire in una maniera "costruttiva, non sterile", senza arroccarsi nella difesa dello status quo.
I termini del problema cui i riformatori sono di norma esposti sono stati illustrati, con il consueto acume da Machiavelli. Nel "Principe", il grande fiorentino ha segnalato che chiunque si accinga a introdurre "nuovi ordini" va incontro alla strenua opposizione di quanti traggono vantaggio dalla situazione esistente, senza avere il sostegno di quanti - invece - beneficerebbero delle riforme, perché questi ultimi non ne colgono fino in fondo l'utilità. Per superare questo paradosso, per realizzare le riforme di cui l'Italia ha bisogno da un quarto di secolo (una generazione...), è necessario far comprendere ai cittadini e a tutti i loro rappresentanti che il governo è riuscito a convincere i partner europei perché le sue proposte sono degne di fiducia. A fronte di quelle proposte non vale agitare temi irrilevanti ai fini del miglioramento delle istituzioni amministrative e giurisdizionali. Ma bisogna fare di più per dimostrare che determinate resistenze sono immotivate, stridono con la razionalità più elementare. Se la qualità delle proposte è essenziale, la loro percezione non è di secondaria importanza, può essere determinante per il successo delle riforme.
di Gianni Santamaria
Avvenire, 3 luglio 2021
Dal carcere preventivo alla separazione delle carriere tra pm e giudici: partita la caccia alle 500mila firme necessarie per presentare i sei quesiti. Sei domande ai cittadini per arrivare a una "giustizia giusta". Sono i quesiti referendari promossi dal Partito radicale e dalla Lega, per i quali è partita ieri la raccolta delle firme. L'iniziativa, messa in campo dal partito pannelliano che dei referendum è stato da sempre alfiere, ha visto convergere il Carroccio. Che ora porta in dotazione la sua potenza di fuoco sul territorio per arrivare all'obiettivo delle 500mila sottoscrizioni. In questo week end saranno 1.200 le piazze coinvolte in tutta Italia (oggi anche a Monaco di Baviera), 500 delle quali nella sola Lombardia. I referendum "provano a fare tramite iniziativa popolare, ciò che non è riuscito a fare il parlamento in 30 anni", ha detto ieri Matteo Salvini.
Sullo sfondo ci sono le vicende che hanno agitato il mondo delle toghe, primo fra tutti il "caso Palamara". E soprattutto è in corso il tentativo, promosso dal ministro della Giustizia Marta Cartabia, di arrivare a una riforma complessiva del settore, sia del penale che del civile, passando per la riforma dell'organo di governo autonomo della magistratura. In discontinuità con la riforma promossa dall'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, del M5s. Con il capitolo più divisivo, quello della prescrizione, su cui i referendum però non entrano.
Il rischio di fibrillazioni nella maggioranza è perciò concreto. In particolare a dividerla profondamente sono alcuni dei temi oggetto del referendum: la riforma del Csm, la responsabilità civile diretta delle toghe e la separazione delle carriere, la legge Severino. E dal punto di vista politico la questione è intricata. Salvini, scettico sul poter arrivare a una riforma insieme a Grillo e soci, ha dunque imboccato il sentiero referendario. Nel quale ha portato con sé Forza Italia e i centristi del centrodestra. Non ha invece convinto del tutto Fratelli d'Italia, che appoggerà sì i referendum, ma non ne condivide due: quello sui limiti alla custodia cautelare e quello sull'abolizione di parte della legge Severino. "I referendum saranno un aiuto al ministro Cartabia e al Governo per chiedere di accelerare", ha assicurato ieri Salvini. C'è poi il capitolo dell'informazione in vista di una decisione consapevole, altro tema caro ai radicali. Per questo ieri una delegazione guidata dal segretario Maurizio Turco si è recata dal Garante per le Comunicazioni Giacomo Lasorella, per esprimergli le proprie ragioni sull'applicazione dei princìpi in materia.
Le firme andranno depositate entro il 30 settembre presso l'ufficio competente della Cassazione, che le vaglierà. Dato l'ok, la Corte Costituzionale esaminerà la legittimità dei quesiti. Ottenuto il quale partirà l'iter per convocare le urne, di solito in una domenica tra 15 aprile e 15 giugno.
QUESITO 1 Candidature al Csm, via il vincolo delle firme - Attualmente un magistrato che voglia candidarsi al Consiglio superiore della magistratura deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. "Ciò significa - lamentano i promotori - che per poter presentare la propria candidatura deve ottenere l'appoggio di una delle correnti interne". Il quesito referendario mira, dunque, ad abrogare il vincolo delle firme, contenuto nella legge 195 del 1958, (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), e permettere così a tutti i magistrati di candidarsi, senza dover sottostare al condizionamento delle correnti. Sul meccanismo elettorale vigente (collegio unico nazionale e voti di preferenza), che non viene toccato dal referendum, sono all'esame del Parlamento diverse proposte di modifica. La Commissione Luciani nominata dal governo ha proposto, ad esempio, il voto singolo trasferibile.
QUESITO 2 Responsabilità civile, rivalsa diretta sulle toghe - Il quesito punta ad abrogare parti della legge 117 del 13 aprile 1988 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati) e successive modifiche. Normativa che venne introdotta subito dopo la vittoria, con l'80% dei voti, del referendum radicale del 1987. L'obiettivo, spiegano i promotori, è di "ridurre la specialità della disciplina della responsabilità dei magistrati, permettendo al cittadino leso nei propri diritti dalla condotta del magistrato di poterlo chiamare in giudizio direttamente". Mentre oggi ci si può rivalere contro lo Stato che successivamente può fare lo stesso verso la toga. Fatto che non avviene quasi mai. La tesi di partenza è che al "grande potere di cui gode la magistratura in Italia non corrisponde un adeguato obbligo per i propri membri di rendere conto delle eventuali decisioni sbagliate assunte".
QUESITO 3 nella valutazione professionale dei magistrati dare più spazio alla componente non togata - Questo quesito interviene sul decreto legislativo numero 25 del 2006, che istituisce - secondo la legge 150 del 2005 - il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e rinnova la disciplina dei Consigli giudiziari. Sono gli organi dove si valuta anche la professionalità dei magistrati. L'obiettivo è di superare l'attuale situazione che, secondo i proponenti, quando si tratta di discutere o valutare lo status dei magistrati, vede "esclusa dalle discussioni e dalle votazioni su questi temi la componente minoritaria "non togata" (avvocati e professori universitari). L'abrogazione consentirebbe, dunque, anche a tale componente di esprimersi sulla qualità del lavoro dei magistrati, "superando il principio della giustizia solo interna alla magistratura". Il quesito si sovrappone a varie iniziative di riforma, compresa quella del governo.
QUESITO 4 Separazione delle carriere tra pm e giudici per promuovere "sano antagonismo tra poteri" - Il quesito sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente è il più lungo e articolato. La richiesta di abrogazione di parti di testi legislativi sulla materia rileva come presupposto che nel corso della loro carriera i magistrati "passano più volte dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa". Questa "contiguità tra il pubblico ministero e il giudice rischia di creare uno spirito corporativo" e di "compromettere un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico". Il quesito punta a "stabilire che il magistrato, una volta scelta la funzione giudicante o requirente all'inizio della carriera, non possa più passare all'altra". L'Associazione magistrati ha sempre difeso, invece, l'unità delle carriere come garanzia di indipendenza della giurisdizione.
QUESITO 5 Carcere preventivo, limiti alla possibilità di usarlo - La custodia cautelare, vale a dire la detenzione in carcere prima della sentenza di condanna, secondo Lega e radicali, si è trasformato negli anni "da misura con funzione prettamente cautelare a vera e propria forma anticipatoria della pena, con evidente violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza". Il quesito, dunque, tende a "limitare la possibilità di ricorrere alla carcerazione preventiva prima dell'emanazione di una sentenza definitiva di condanna". E lo fa chiedendo l'abrogazione di un articolo del testo del decreto del presidente della Repubblica numero 447 del 1988, (Approvazione del Codice di procedura penale), come risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate. Delle tre circostanze per cui si ricorre alla custodia cautelare (inquinamento delle prove, pericolo di fuga e reiterazione del reato) il quesito interviene solo sulla terza.
QUESITO 6 Condannati incandidabili, si vuole abrogare la norma - Il decreto legislativo 235 del 2012 (la cosiddetta legge Severino) prevede che in caso di condanna per alcune specifiche ipotesi di reato sia applicata automaticamente la sanzione accessoria dell'incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale. Il quesito referendario che ne chiede l'abrogazione intende "abolire l'automatismo per quanto riguarda i termini di incandidabilità, ineleggibilità e decadenza, lasciando al giudice la decisione, caso per caso, se comminare, oltre alla sanzione penale, anche la sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici e per quanto tempo". Secondo alcuni cosituzionalisti potrebbero esserci dei problemi di legittimità in quanto la norma recepisce disposizioni anticorruzione di livello sovranazionale.
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 3 luglio 2021
La violenza nelle carceri è frutto di una situazione di abbandono completo dell'istituzione penitenziaria da parte dello Stato che dura da troppo tempo. "In carcere produciamo da soli 20mila mascherine al mese perché la Asl non ci ha mai fornito dispositivi di sicurezza. I direttori penitenziari non furono presi in considerazione nello stanziamento fondi del primo ddl come tutte le altre autorità preposte al contenimento dell'emergenza Covid. Lo Stato italiano da sempre ha abbandonato gli istituti penitenziari, siamo gli ultimi tra gli ultimi".
È un torrente in piena Stefania Baldassari, direttore della Casa circondariale/reclusione di Taranto e segretario generale dell'Associazione Nazionale Dirigenti Penitenziari, da noi intervistata a proposito delle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che stanno scioccando l'opinione pubblica. "Gli assistenti sociali e gli educatori pedagogici non mettono piede nel carcere da quando è cominciata l'emergenza Covid, il nostro dirigente sanitario, adesso che si è verificato un nuovo focolaio, ha pensato bene di restare a casa, e questo perché lo Stato ha ceduto la sanità penitenziaria a imprese locali. Io sto qui sul posto più tempo che con la mia famiglia e così i poliziotti penitenziari". Non c'è da stupirsi che accadano rivolte: "Condanno fermamente quanto abbiamo visto tutti, ma vorrei tanto che i media una volta sola si occupassero dei 46mila poliziotti penitenziari che ci sono in Italia e che salvano le vite dei detenuti, e non solo di questi 52 violenti".
I filmati delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere risalgono al marzo 2020, in quel periodo si contarono diverse manifestazioni dei detenuti per mancanza di dispositivi sanitari. È vero che in quel periodo tutta l'Italia era nel caos, ma si può dire che le carceri furono trascurate del tutto?
Ho vissuto in primissima linea tutta l'emergenza Covid. Già il 23 febbraio 2020 la nostra amministrazione penitenziaria pose in essere i primi correttivi, quelli relativi al blocco dei trasferimenti nel territorio nazionale. Da allora siamo sempre in emergenza, è appena scoppiato in questi giorni un nuovo focolaio dentro la struttura.
Ci può spiegare nei dettagli quello che avete vissuto e state vivendo?
L'amministrazione penitenziaria nella sua complessità, a tutti i livelli, non ha avuto e ancora non ha la necessaria attenzione da parte dello Stato italiano rispetto alla gestione del Covid all'interno delle strutture penitenziarie.
Ci può citare degli esempi?
Le parlo del nostro caso. Ci siamo inventati in assoluta solitudine i protocolli sanitari per il contenimento della diffusione, ci siamo inventati le modalità di difesa rispetto a questo fenomeno che era nella sua massima recrudescenza. È stato implementato in tutta Italia lo smart working, ma non da noi. Ci siamo trovati per 15 giorni consecutivi senza figure fondamentali come gli educatori, che si sono messi in malattia, non avevo più funzionari giuridici pedagogici in istituto, sa cosa vuol dire?
Ce lo dica...
Gestire una emergenza in un carcere senza educatori, senza gli assistenti sociali che non entrano nel penitenziario per assolvere al loro mandato istituzionale da marzo 2020, ecco cosa stiamo vivendo. I contatti previsti dall'ordinamento penitenziario tra detenuto e complesso esterno sociale, che per mandato costituzionale è in capo all'ufficio per l'esecuzione penale esterna, non avvengono più, è una cosa gravissima.
Come avete fatto fronte all'emergenza?
Eravamo senza mascherine, la Asl ancora oggi non ce le fornisce. Avevamo avuto una piccola donazione di macchine per cucire industriali con cui volevamo implementare il nostro reparto sartoria, ma nessuno le sapeva usare. Un giorno, in preda alla disperazione, ho chiesto a un detenuto che è ingegnere se poteva mettere mano a quelle macchine. Gli ho dato il libretto di istruzioni scritto in inglese, per tutta la notte se l'è studiato ed è riuscito a far partire le macchine e così possiamo produrci da noi 20mila mascherine al mese. Tutto questo è assenza dello Stato.
Una cosa gravissima di cui nessuno parla. Perché?
Vorrei che si capisse che la figura del direttore penitenziario è una figura essenziale di equilibrio. Sono dovuta intervenire personalmente con il sottosegretario alla Giustizia, Giorgi, perché i direttori degli istituti penitenziari non erano stati inseriti nel quadro degli stanziamenti dei fondi nel primo ddl per fronteggiare l'emergenza. Noi direttori, incarcerati con i detenuti, non facevamo parte delle autorità preposte a gestire l'emergenza. Giorgi con grande sensibilità è intervenuto tempestivamente. Non si può affidare il carcere a un'autogestione rimessa alla discrezionalità di chi ha voglia di farlo e soprattutto con una Asl che non sa fare e non vuole fare il suo lavoro. I tracciamenti dei percorsi li ho fatti io con il comandante delle guardie senza che la Asl intervenisse.
Come è la situazione attuale nel suo carcere?
Abbiamo 60 detenuti positivi e 457 quarantenati.
Ma come si giustifica la Asl davanti a tutto questo?
Non si giustifica, è uno stipendificio dove l'unico problema che hanno è di esimersi dalle competenze. Un altro aspetto che denuncia la mancanza dello Stato è quello che riguarda i detenuti con problemi psichiatrici. Hanno chiuso gli Opg, ma non hanno creato strutture apposite per loro, ce li abbiamo noi ed è un grande problema.
Questo è un aspetto tipico della malattia mentale: se non ci fossero strutture private che accolgono queste persone sarebbero tutte in mezzo alla strada...
Vivo una vicenda kafkiana. Lo scorso aprile un detenuto doveva essere scarcerato per fine pena, quest'uomo era un soggetto libero e io come direttore ho solo un obbligo, porlo fuori dalla struttura. Ma era positivo.
Quindi era pericoloso per la comunità?
Certo. Chiamo la Asl e dico: devo scarcerare un detenuto che deve andare a Cerignola ma è positivo, datemi indicazioni su cosa devo fare. Mi chiama il direttore generale e mi mette in contatto con l'ufficio di prevenzione.
Cosa le hanno detto?
Che non posso scarceralo perché è positivo. Io rispondo che non posso trattenerlo perché è un sequestro di persona e chiedo un'ambulanza per accompagnarlo al suo domicilio in isolamento sanitario. La Asl mi risponde: e chi la paga l'ambulanza? Ho dovuto minacciarli di sequestro di persona per ottenere un'ambulanza.
Torniamo ai filmati delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Venere. La domanda che tutti si fanno è: nelle carceri vige ancora il metodo repressivo più che quello educativo?
Le immagini hanno creato sgomento, sconcerto e smarrimento, ma le assicuro che il corpo di polizia penitenziaria, con il quale tutti i giorni passo più tempo che con la mia famiglia, vive una condizione davvero esasperante ed esasperata. Non giustifico quello che si è visto, ma racconta una immagine della polizia davvero non corrispondente. E vorrei dire che anche la stampa ha delle colpe.
In che senso?
Esiste un luogo comune da parte della stampa che va a consolidare l'opinione pubblica. Si parla di polizia penitenziaria solo rispetto a questi eventi, che io condanno, ma qualche volta la stampa si è mai occupata e preoccupata di quanti detenuti i poliziotti salvano? Di quanti detenuti aiutano? Il contatto diretto fra detenuti e poliziotti dura 24 ore su 24, gli educatori finiscono l'orario, timbrano e se ne vanno, gli assistenti sociali è da un anno e mezzo che non si fanno vedere, i volontari svolgono una funzione eccezionale, ma vengono quando possono. Chi sta nell'assoluta solitudine di una emergenza è il poliziotto penitenziario che non è un eroe che ha deciso di sacrificarsi e vivere l'abbandono dei detenuti. La violenza è una reazione ingiustificata, deplorevole, senza alcuna giustificazione, però il poliziotto penitenziario fronteggia in assoluta solitudine una emergenza mondiale, dove ci sentiamo gli ultimi degli ultimi.
Cosa andrebbe fatto?
Vanno ripristinati degli equilibri e lo Stato deve comprendere i suoi errori. La rieducazione, l'articolo 32, sono concetti dimenticati. Lo Stato ha ritenuto di delegare in via esclusiva ai penitenziari tutta la gestione, continuerà a essere un fallimento nella misura in cui non si capirà che per il reinserimento e la rieducazione si concorre insieme. Non si può vedere che un detenuto positivo al Covid venga abbandonato in mezzo alla strada.
Lei spera che nella sua riforma della giustizia il ministro Cartabia si ricordi di voi?
Ho grande fiducia nel ministro, nelle sue parole ha raccontato con equilibrio e straordinaria lucidità di valutazione quello che è accaduto. Sono certo che l'amministrazione riuscirà a isolare quelle minoranze violente, iniziando un percorso di narrazione che sia anche altro da quello del poliziotto violento e basta.
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