di Gaetano Azzariti
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Uno tra gli scopi principali della nuova normativa, non sia da rinvenire nella repressione dei comportamenti di discriminazione, che pure non devono essere tollerati, ma ancor più nel suo carattere di contrasto culturale. Critiche al ddl Zan sono state espresse non solo da omofobi o intolleranti, ma anche da esponenti del mondo cattolico e liberale, nonché da una parte della cultura femminista. Da un lato, si è manifestato il timore che si possa limitare il libero dissenso nei confronti di pratiche e tipi di relazione contrari alle proprie ideologie, dall'altro è stata contestata l'introduzione di una formulazione che tende a dare rilievo all'identità percepita rispetto al sesso biologico. Vediamo di prendere sul serio queste obiezioni e valutarne il fondamento.
Per quanto riguarda la questione dei limiti alla libertà di manifestazione del pensiero, essa non può essere posta in astratto. Certamente la democrazia pluralista si qualifica per le garanzie prestate alle opinioni espressa dai consociati, soprattutto a quelle meno condivisibili, sicché i reati d'opinione dovrebbero essere esclusi (non sempre è così nel nostro ordinamento, ma questo è un altro problema). Ciò però non vuol dire che non vi siano limiti alle modalità di "manifestazione" delle opinioni: oltre al "buon costume", che è espressamente indicato in costituzione, essenzialmente quando queste ledono altri principi fondamentali del vivere civile, quello della dignità sociale delle persone in particolare. È per questo che un'opinione ingiuriosa, non veritiera, diffamatoria provoca responsabilità penali ovvero civili per chi le divulga.
Nel caso del ddl Zan si ha poi una particolarità. Esso tende a prevenire e contrastare una serie specifica di discriminazioni, quelle collegate al sesso, al genere, all'orientamento sessuale e alle disabilità, ritenute particolarmente odiose, che vanno ad aggiungersi a quelle già previste nel nostro ordinamento e relative alla razza, all'etnia e alla religione. In tutti questi casi si vieta la "propaganda e istigazione a delinquere", nonché si stabilisce un'aggravante "fino alla metà" della pena qualora un reato sia commesso per finalità di discriminazione nei confronti dei soggetti indicati.
Ciò limita la libertà di manifestare opinioni radicalmente contrarie - chessò - alla parità di genere, ovvero ai rapporti omosessuali, magari rozzamente espresse? Può certamente escludersi nel caso dell'aggravante: qui il reato è autonomo (si pensi all'aggressione di un transessuale o ad una coppia gay) e non ha nulla a che fare con le opinioni, ciò che viene in evidenza è la motivazione "spregevole" che ha portato a compiere il fatto. Nel caso di "propaganda e istigazione" la questione si può porre, ma tre considerazioni fanno ritenere che in questo caso si sia ben al di sotto della soglia di allarme.
In primo luogo, la previsione espressa nello stesso disegno di legge. Su iniziativa dell'onorevole Costa, che si è fatto interprete dei dubbi del mondo liberale e cattolico, è stata approvato un articolo per assicurare il pluralismo delle idee e la libertà delle scelte. Con una formulazione, in realtà mal scritta, si è voluto espressamente indicare che sono fatte comunque salve le opinioni se queste non sono idonee a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. In tal modo, si sono fatte rientrare le previsioni del più ambiguo divieto di "propaganda" in quelle più specifiche dell'"istigazione". Era questa una precisazione di cui, peraltro, non vi era neppure bisogno, poiché già chiarita dalla Corte costituzionale (ma poi anche dalla Cassazione), in tempi assolutamente non sospetti.
È questa la seconda e più importante ragione che porta a escludere che la libertà di manifestare un pensiero (anche il più avverso) sia in pericolo. Da sempre - una prima significativa sentenza è del lontano 1957 - la Consulta ha tenuto a precisare che nei reati di opinione elemento decisivo è da ritenersi l'effettiva "offensività", ovvero il pericolo concreto che la propaganda ovvero l'apologia siano in grado di produrre conseguenze delittuose. In sostanza, la propaganda si deve esprimere come una "istigazione indiretta" e costituire un "apprezzabile pericolo" del prodursi di eventi criminosi. È certo vero che tali circostanze dovranno, in ultima istanza, essere apprezzate dal giudice e, dunque, si può temere una valutazione non così rigorosa, che possa portare a condanne anche in assenza di un pericolo immediato.
Se si valuta però alla luce dell'esperienza - e questo è il terzo motivo da considerare - non credo si possa temere più di tanto: sino ad ora i reati di propaganda e istigazione al razzismo su cui si va ad innestare la nuova normativa non hanno prodotto molte condanne. Anzi il rischio è che anche nei casi collegati all'omofobia le nuove norme producano scarsi effetti concreti.
Proprio questo mi porta a dire che uno tra gli scopi principali della nuova normativa, non sia da rinvenire nella repressione dei comportamenti di discriminazione, che pure non devono essere tollerati, ma ancor più nel suo carattere di contrasto culturale. I discorsi d'odio, così come i crimini d'odio, non si combattono solo nelle aule dei tribunali, quanto soprattutto sul piano educativo, promovendo le ragioni del rispetto e dell'inclusione, opponendosi alle discriminazioni e ai pregiudizi. Vi sono alcune norme nel ddl Zan che provano a contrastare le discriminazioni su questo specifico piano. Perché oltre a tutelare la sacrosanta libertà d'opinione di tutti (persino degli omofobi e degli intolleranti) c'è grande bisogno di provare a far valere il valore delle differenze.
È qui che si innesta la polemica di parte del movimento femminista che inizialmente richiamavo. Entrare nel merito delle questioni sollevate è necessario, ma non può essere risolto con poche battute, poiché siamo di fronte a problematiche vivacemente discusse, che dividono trasversalmente le culture femministe, LGBT, della sinistra, che coinvolgono la visione di sé e la percezione dell'io: il corpo come accidente solo biologico ovvero come espressione di una diversità da cui partire. Questione esistenziale e antropologica.
Quel che solo mi voglio qui domandare è se la legge debba prendere posizione su queste questioni. In fondo per conseguire le sue finalità, ovvero la tutela della dignità sociale di tutti i soggetti cui si rivolge, tra loro assai diversi, non sarebbe stato meglio utilizzare una locuzione altrettanto precisa - anzi con un tasso minore di indeterminatezza semantica - evitando un glossario iniziale che non solo divide, ma può persino generare confusioni applicative. Bastava in fondo scrivere che la legge riguardava le discriminazioni fondate sull'orientamento sessuale e di genere, oltre che sulle disabilità. Non spetta poi alla legge stabilire cos'è un corpo, né distinguere tra genere e sua identità.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 maggio 2021
La decisione del leghista Ostellari. Pd, M5S e LeU: "Subito in aula", ma i renziani frenano. "Certo, andare in aula senza relatore è un rischio, ma l'alternativa è permettere alla Lega di bloccare per sempre il ddl Zan". È sera quando un senatore Pd commenta l'ennesima giornata di scontro sul disegno d legge contro l'omofobia. Nel tentativo di salvare il provvedimento bloccato da mesi in commissione Giustizia dall'ostruzionismo del Carroccio, M5S, Pd, e Leu ragionano sulla possibilità di mettere fine ai lavori della Commissione e dare la parola all'aula. Una decisione presa dopo l'annuncio dato ieri dal leghista Andrea Ostellari, presidente della commissione autoproclamatosi relatore del ddl, di ammettere 170 audizioni su un massimo consentito di 250. Il che significa che, pur accelerando al massimo i tempi, slitterebbe tutto a dopo l'estate. Se poi si considera il tempo per presentare e discutere gli emendamenti si finirebbe a autunno inoltrato. Quando, inutile dirlo, ad avere la precedenza subentrerebbero altre priorità, come ad esempio la legge di bilancio. Il risultato sarebbe quello di non parlare più del ddl chissà fino a quando.
Capito il pericolo, ieri il M5S ha lanciato la sfida agli alleati. "Basta aspettare andiamo in aula. Noi siamo pronti" dice la senatrice Alessandra Maiorino. Per farlo basta un voto a maggioranza in commissione e i numeri ci sono. LeU condivide subito la proposta, il Pd anche ma attraverso il senatore Franco Mirabelli chiede una riunione dei gruppi favorevoli al testo per decidere come muoversi. Due i dubbi che spingono il Pd alla prudenza.
Il promo è tecnico: andare in aula senza relatore e con due testi, oltre al ddl Zan c'è anche quello del centrodestra a prima firma Renzulli, significherebbe imboccare un percorso difficile e reso più accidentato dal voto segreto. Il secondo è più politico. Fino a ieri sostenitrice del ddl Zan, Italia viva sembra avere dei ripensamenti. Non solo non si pronuncia sulla possibilità di andare in aula, ma nei giorni scorsi il capogruppo al Senato Davide Faraone ha chiesto un tavolo con tutti i capigruppo "per superare steccati e contrapposizioni sterili e trovare un accordo in tempi brevissimi".
Proposta che alcuni hanno letto come un passo indietro da parte dei renziani, contrari adesso a forzare la mano andando direttamente in aula. "Sento che il senatore Faraone dice ora cose diverse, ci spieghi su cosa ha cambiato idea", chiede non a caso la dem Monica Cirinnà. "Chi ha problemi parli, perché se si vuole portare fino in fondo la legge servono certezze per non correre rischi con il voto alla cieca". E a favore della legge si pronuncia anche il forzista Elio Vito, per il quale dentro Forza Italia "non esiste una linea di partito come dice Ronzulli, perché Silvio Berlusconi ci ha dato libertà di coscienza, come fece con le unioni civili, e gli organi di partito non si sono mai occupati di questo".
"Chi ha paura del confronto? Noi no e siamo pronti a discutere con lealtà", ha detto ieri Ostellari dimenticando l'ostruzionismo leghista che ha ritardato per mesi la discussione. E 170 audizioni non facilitano certo un confronto sereno. "Nemmeno per cambiare la Costituzione si sono fatte tante audizioni", ironizza Vito. Tra gli esperti che saranno ascoltati a partire da giovedì ci sono femministe, associazioni gay e trans, giuristi, ma anche giornalisti, l'ex presidente della Consulta Cesare Mirabelli e l'ex ministro Giovanni Maria Flick, esponenti del mondo cattolico ma anche mormoni, l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche in Italia e il rabbino Riccardo Di Segni. E poi l'Associazione nazionale genitori irpini, le Assemblee di Dio in Italia, il Movimento per la vita, esponenti di "Se non ora quando", l'Azione cristiani perseguitati, la Cei e il presidente della regione Calabria Nino Spirlì. In tutto per l'appunto 170 personalità. "Una presa in giro" per il Pd, che parla di "provocazione intollerabile" e di "forzatura democratica".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 26 maggio 2021
Oggi le presidenziali. Il leader verso il quarto mandato, in un voto disconosciuto dalla comunità internazionale e in un Paese in rovina: dove il governo, nonostante le accuse di crimini di guerra, cerca di riacquisire legittimità. L'unico dubbio reale è quello che riguarda la percentuale della vittoria: perché il fatto che a vincere le elezioni presidenziali in Siria oggi sarà Bashar al Assad non è in discussione. A sfidare il presidente nel secondo voto dall'inizio della guerra che ha devastato il Paese nel 2011 - nel primo, nel 2014, prese il 90% dei voti - sono due personaggi senza nessuna possibilità: l'ex ministro Abdullah Salloum Abdullah, vicino al governo, e Mahmoud Ahmad Mar'ai, membro dell'opposizione tollerata dal regime, e dunque senza legittimità agli occhi di chi si oppone ad Assad. E a votare all'interno del Paese saranno soltanto i residenti delle zone sotto il controllo del governo: questo, insieme al fatto che le liste elettorali sono state compilate senza rispettare alcun criterio internazionalmente riconosciuto e al fatto che i pochi osservatori stranieri presenti vengono da Paesi considerati vicini ad Assad - Russia, Cina e Venezuela fra gli altri - assicura una mancanza assoluta di trasparenza.
Quello che arriva alle urne è un Paese devastato dalla guerra e piegato dalla peggiore crisi economica della sua storia: una tempesta perfetta causata dal conflitto, dalle sanzioni internazionali che ha generato, dal collasso finanziario del vicino Libano e, da ultimo, dal Covid. Un Paese in cui gli unici settori dell'economia che restano ancora in piedi - legali e illegali - dalle telecomunicazioni, al controllo degli aiuti umanitari, fino al traffico di stupefacenti, sono in mano a una cerchia ristretta di uomini vicini al presidente e alla first lady Asma al Assad.
Una Siria completamente diversa dunque rispetto a quella che nel 2000 guardava con speranza all'arrivo al potere di Bashar, allora 34enne, dopo trenta anni di dominio del padre Hafez. Agli occhi dei suoi cittadini e del mondo, l'oftalmologo educato in Gran Bretagna si presentò allora come un riformatore: ma la risposta che ha dato alle manifestazioni iniziate nel marzo 2011 sulla scia delle cosiddette Primavere arabe non è stata diversa da quella usata dal padre per reprimere il dissenso. Esercito contro i manifestanti, torture, sparizioni, terrore: decine di migliaia di persone, denuncia l'Onu, sono scomparse nelle carceri siriane dall'inizio della rivolta. La maggior parte di loro - stimano gruppi come Human Rights Watch e Amnesty International - sono state uccise in una catena della morte fatta di fame, torture e assassini a sangue freddo per la quale Assad e i suoi ufficiali iniziano ora ad essere processati in Europa.
Chi non era d'accordo con il regime se non è morto è fuggito: sei milioni i siriani rifugiati all'estero, su 22 che era il totale della popolazione prima della guerra. Altri cinque milioni fuggiti all'interno del Paese: quattro ancora nelle zone controllate dall'opposizione. Per loro, nessun diritto di voto: avrebbero potuto votare invece i rifugiati all'estero, ma la maggior parte non lo ha fatto. Il voto si può esprimere solo nelle ambasciate controllate dal governo.
"All'inizio pensavamo che nel giro di qualche mese saremmo tornati e noi giovani avremmo ricostruito il Paese - ha detto all'agenzia Reuters la 39enne damascena Lara Shahin da Amman, dove vive da ormai nove anni - ma piano piano abbiamo perso la speranza". Per lei, come per milioni di altri siriani, quello di oggi è un giorno amaro. Quello che decreterà che per altri sette anni il Paese sarà nelle mani dell'uomo che lo ha distrutto.
Ma le conseguenze non riguardano solo i siriani come Shahin: l'appuntamento odierno ha conseguenze anche sulla scena mondiale. Per la Russia, che cerca di legittimare la presidenza Assad e di attirare il supporto occidentale alla ricostruzione. E per i Paesi arabi - Emirati Arabi Uniti ed Egitto per primi, ma anche Arabia Saudita - che da mesi spingono per la riammissione della Siria nella Lega Araba: e dunque nella comunità internazionale. "Il processo per ora è bloccato, ma non possiamo certo dire che lo sarà per sempre", spiega Wael Sawah, senior political researcher di Etana Syria, think tank della società civile siriana.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 maggio 2021
Il sovraffollamento, la scarsa ventilazione, gli spazi ristretti e chiusi, caratterizzano il particolare ambiente in cui il personale penitenziario si ritrova a lavorare e che, indubbiamente, li ha esposti maggiormente al contagio. Tra questi, ci sono gli infermieri. Da un recente studio pubblicato sulla rivista Professioni Infermieristiche, emerge che quasi la totalità del campione raccolto ha riferito di essere a venuto a conoscenza della presenza di almeno un paziente positivo al Covid- 19 accertato all'interno del carcere dove operava.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 maggio 2021
"Non rimanere indifferenti all'appello di Mattarella". Di ritorno da Palermo, dove ha partecipato alle commemorazioni di Giovanni Falcone, Marta Cartabia ha incontrato ieri mattina Mario Draghi, per aggiornarlo sulle proposte che il suo ministero sta mettendo a punto per riformare la giustizia. L'obiettivo è chiudere entro l'autunno.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 25 maggio 2021
La pensava come la Consulta, certi ricordi sono un'offesa. Il modo peggiore di ricordare Giovanni Falcone, nell'anniversario della strage di Capaci, è quello di non rispettarlo, proprio come avevano fatto, quando lui era in vita, coloro che lo descrivevano diverso da come era.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 25 maggio 2021
"Non possiamo guardarci come avversari. Avremo idee diverse, ci confronteremo, ma l'obiettivo è un'impresa corale che chiede la condivisione da parte di tutti. Siamo compagni di strada rispetto a questo obiettivo". Parole, quelle del ministro della Giustizia Marta Cartabia, che tentano di mitigare il futuro dibattito politico. Parole spese durante l'incontro svoltosi tra la Commissione di esperti sul processo penale e i capigruppo della maggioranza.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 maggio 2021
Criminalizzare il dissenso per metterlo fuori gioco. "Pensiero unico, dissenso, repressione: che fare?": è questo il titolo della tavola rotonda organizzata dall'Associazione "La società della ragione". La presidente, l'ex senatrice Grazia Zuffa, ha spiegato il leitmotiv dell'evento: "I movimenti No Tav così come le Ong che salvano le vite nel Mediterraneo vengono ormai considerati come delle congreghe illegali e non come interlocutori con cui la politica può interagire. Quindi poi arriva la giustizia penale a criminalizzarli, mettendoli così fuori gioco.
Si trasformano così in nemici della società e non ci si preoccupa più di approfondire le ragioni delle loro azioni. La giustizia penale diviene strumento di esclusione di chi è fuori dalla legalità: ciò è l'opposto di quello che dovrebbe essere il confronto politico, anche aspro ma che dà a tutti i soggetti la medesima dignità al tavolo della discussione".
A ciò si aggiunge anche che secondo alcuni il carcere, pur dovendo essere una extrema ratio, viene usato per mettere a tacere e infondere paura, si pensi al caso dell'attivista No tav Dana Lauriola: "Esatto. Quel caso ci ha spinti proprio a riflettere sul fenomeno ed è facile accorgersi che il principio dell'extrema ratio è disatteso.
Ciò deriva anche dalla richiesta sociale del pugno duro". Ma la magistratura dovrebbe giudicare i singoli casi e non i fenomeni: "Si tratta di una deriva insita nel fatto che la magistratura è divenuta un potere politico più forte della politica". L'ex senatrice Maria Luisa Boccia ha aggiunto: "In un Paese come il nostro che da decenni è in emergenza, in questo periodo di pandemia la crescente sproporzione dell'intervento repressivo contro alcuni movimenti ha trovato giustificazione in motivazioni di "sicurezza" e di "salute pubblica" per attuare il controllo sociale; per esempio i picchetti che sono stati colpiti con interventi della polizia davanti ai luoghi di lavoro perché considerati assembramenti".
Per il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, "rispetto al passato il dissenso viene represso quando trova una forma di manifestazione corporea, cioè quando si fa il picchetto, quando si vanno a prendere le persone in mare e le riportano altrove, quando si costruisce una mobilitazione in una valle; quindi vedo forme di mobilitazione più sotterranee che quando emergono sono esposte all'intervento repressivo, pur mantenendo capacità di comunicazione molto forte". Infine per Riccardo De Vito, Presidente di Magistratura democratica, "non è possibile esprimere una considerazione su cosa è per sempre il potere giudiziario, più importante viceversa è una critica continua, pubblica e senza sconti ai singoli atti in cui si concretizza l'esercizio del potere giudiziario. Una cosa è certa: i giudici non sono nei fatti, come accredita invece una certa vulgata in voga ahimè nelle latitudini italiane, dei Re taumaturghi che per necessità divina fanno bene alla società; né di per sé i giudici sono dei baluardi della democrazia. Un esempio - e mi allontano dalle vicende nostrane - arriva dal Sud America: da un lato abbiamo una giudice guatemalteca che, per aver scoperto la corruzione di suoi colleghi e politici, subisce una persecuzione dal potere con trasferimenti e inchieste; dall'altro lato in Brasile un giudice come Sergio Moro è diventato l'esempio eclatante di come un giudice possa far cambiare il corso politico di quel Paese, pilotando in maniera occulta e artificiosa il processo a Lula. È necessario quindi verificare in concreto l'attività dei giudici per rendere quel potere democraticamente accettabile, il che non significa renderlo necessitante del consenso. Ogni potere giudiziario comporta necessariamente un tasso di ingratitudine, doveroso perché non si muove sul terreno del consenso e guai se lo facesse".
E conclude dicendo che "nessun giudice è obbligato ad una scelta, che invece è frutto di un bilanciamento di valori. Per esempio, a Genova si possono delineare due modi di agire delle magistrature: una che porta avanti l'idea che non si debba fare sconti alle forze di polizia e agli abusi di potere e che reputa necessaria una indagine imparziale; ma c'è anche un'altra magistratura che sceglie, discutibilmente ma legittimamente in termini di diritto, di abbandonare l'azione penale nei confronti di una rilevante serie di casi che vedevano imputati degli apicali delle forze di polizia, che abbandona ogni criterio di priorità con l'ineluttabile fine prescrizionale di alcuni procedimenti e di alcune contestazioni a carico sempre delle forze di polizia, che, rifiutando un patteggiamento a 5 anni per alcuni militanti del movimento che si erano resi responsabili dei fatti più violenti, dà vita ad un processo che funga da contraltare al processo nei confronti delle forze di polizia.
Le frasi del pm impegnato nel procedimento nei confronti delle forze di polizia sono eclatanti: "L'immagine di neutralità dell'azione del pubblico ministero proprio di un assetto improntato al principio di legalità sembra sostituita dall'assunzione di un obiettivo connesso con la necessità anche di recupero di immagine degli apparati dell'amministrazione, quasi a trasmettere un messaggio della riconciliazione con le forze di polizia sul ritrovato fronte comune questa volta stando dalla parte giusta". Per me la parte giusta non è quella dell'apparato né quella dei violenti ma in una possibilità che, se proprio non vogliamo essere antichi, non deve essere neppure quella di Creonte".
di Davide Varì
Il Dubbio, 25 maggio 2021
L'ex presidente dell'Anm accoglie con favore le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul rischio che la magistratura perda credibilità agli occhi dell'opinione pubblica. "Purtroppo è già accaduto".
Esordisce così, parlando con l'Adnkronos, l'ex presidente dell'Anm Eugenio Albamonte (Area), commentando le parole pronunciate ieri dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nell'aula bunker di Palermo, in occasione del 29esimo anniversario della strage di Capaci, ha affermato: "Se la magistratura perdesse credibilità agli occhi della pubblica opinione, s'indebolirebbe anche la lotta al crimine e alla mafia".
"Quando io sono stato presidente dell'Anm - spiega Albamonte - nel nostro congresso a Siena, nel 2017, presente il Capo dello Stato, ho incentrato tutta la mia relazione su una già visibile perdita di credibilità della magistratura, almeno stando ai dati delle rilevazioni statistiche, e individuato una causa di ciò anche nel sistema di invasività delle correnti nella gestione dell'autogoverno".
"E però mi sembra che, a fronte di tante attestazioni di stima e anche di coraggio per la mia impostazione, poi non siano seguiti fatti. A questo poi si aggiungono vicende a cui nessuno poteva pensare, come quella dell'hotel Champagne, che era un pò, diciamo così, l'ordinaria ma non per questa accettabile amministrazione del Csm, in parte significativa condizionata da logiche clientelari. E poi si aggiunge ancora questo ulteriore passaggio sulle vicende Amara, verbali, eccetera".
Sul punto, Albamonte aggiunge: "Io non voglio entrare nel merito rispetto alle diverse posizioni e ai diversi comportamenti, anche perché ci sono uffici giudiziari che se ne stanno occupando, mi limito a dire, però, che il fatto che ci siano tre autorevoli e stimati magistrati che si confrontano tramite le televisioni e la carta stampata nelle reciproche posizioni, tutti e tre che hanno rivestito o rivestono incarichi istituzionali in un contesto in cui ci sono anche cinque procure al lavoro, dà un'immagine di conflittualità tra magistrati che certo non giova all'immagine dell'intera magistratura".
"Perché purtroppo - continua - siamo in una fase in cui ciascuno di noi rappresenta il tutto agli occhi del lettore o del cittadino che è a casa e guarda la televisione. Ognuno di noi, dunque, si deve fare carico della responsabilità, a volte anche molto pesante, di rappresentare agli occhi dell'opinione pubblica, soprattutto in questo momento, non solo se stesso ma l'intero corpo della magistratura quando parla".
Per l'ex capo dell'Anm, quindi, "avviarsi in logiche di contrapposizione che hanno ovviamente anche del personale, e con quelle modalità, senza voler prendere posizione a favore dell'uno dell'altro, complessivamente non giova all'immagine della magistratura e anche della giustizia, perché le famose rivelazioni statistiche di cui parlavo purtroppo sovrappongono alle occhi dei cittadini l'immagine della magistratura e l'immagine della giustizia, nel senso che se i magistrati fanno delle cose sbagliate, agli occhi dei cittadini è la giustizia che non va bene. Non sono i magistrati né tantomeno i singoli".
Ed è proprio in questo senso che Albamonte legge un'altra frase pronunciata ieri da Mattarella, secondo il quale "sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all'interno della magistratura, minano il prestigio e l'autorevolezza dell'ordine giudiziario". "Spero di non mettere in bocca al Capo dello Stato cose diverse da quelle che lui voleva dire - sottolinea Albamonte - ma ho letto e condiviso fortemente questo passaggio del Presidente della Repubblica proprio in questa chiave. Almeno io l'ho interpretata così".
Quanto, poi, al passaggio in cui Mattarella dice "si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione", Albamonte evidenzia: "Sono d'accordo con l'impostazione del Presidente della Repubblica e anche del ministro della Giustizia. In questo momento è necessario, da tanti punti di vista, una significativa attività di riforma della giustizia. E necessaria perché, come si dice in questi casi, "ce lo chiede l'Europa", che però, a differenza del passato, la finanzia pure.
E questo è un passaggio strategico, perché noi abbiamo un'arretratezza soprattutto nei tempi di gestione dei processi che deve essere finalmente risolta, e questa è un'occasione importante per affrontarla e ci sono anche delle riforme da fare. E poi c'è anche la parte più direttamente etica della magistratura, quindi la riforma dell'autogoverno, che fra l'altro la magistratura chiede a gran voce".
Sul punto, Albamonte spiega: "In questa fase la magistratura da un lato guarda con attenzione al lavoro del parlamento, perché ci sono alcuni passaggi che richiedono l'intervento del legislatore e i magistrati non possono fare da soli, ma dall'altra guarda anche con apprensione perché, a fronte dei tavoli ministeriali che stanno cercando di fare un lavoro tecnico che va tenuto in grande considerazione, c'è poi tutto un vocio dalla politica sulle riforme che sembra un po', approfittando della caduta di credibilità della magistratura, di voler risolvere o comunque fare un 'redde rationem' rispetto a vecchie ruggini. E questo è un clima che non aiuta".
Nello specifico, Albamonte afferma: "Mi riferisco per esempio al riaccendere di nuovo le micce della dialettica a volte conflittuale attraverso il tema della separazione delle carriere, o della responsabilità civile dei magistrati, o parlare di una Commissione di inchiesta, raccogliere le firme per un ulteriore referendum facendo praticamente la copia carbone della raccolta già fatta dalle Camere penali sempre sulla separazione delle carriere. Sono tutti quanti temi che non creano quel clima di collaborazione tra la politica e le altre istituzioni, la magistratura e l'avvocatura, per una riforma il più possibile condivisa".
E condivisa, aggiunge Albamonte, "non vuol dire che se la scrivono i magistrati da soli, vuol dire che i magistrati, insieme agli avvocati, consapevoli dei problemi, contribuiscono a discutere sulle risposte che il parlamento e il ministro intendono dare. Questo però richiede un clima nel quale, come dice il ministro Cartabia, vengano un po' ammainati i vessilli delle campagne divisive e di contrapposizione reciproca.
Perché il rischio è che se questi vessilli non vengono ammainati si fa una grande confusione in cui alla fine si rischia di perdere un'occasione e di rimanere esattamente nella situazione in cui ci troviamo". "Cosa che - conclude Albamonte - non ci possiamo assolutamente permettere. Non se lo possono permettere i magistrati, non se lo possono permettere gli avvocati ma soprattutto, per il rispetto che vogliamo che i cittadini abbiano del nostro lavoro, non ce lo possiamo permettere anche in termini di credibilità".
di Maurizio Tortorella
La Verità, 25 maggio 2021
La magistratura oggi raccoglie poca fiducia tra gli italiani ma il suo potere d'interdizione è intatto. Il presidente appoggia la Cartabia, però non è credibile che si trovi l'accordo sulle misure. A cominciare da quelle sul Csm.
"La magistratura superi le polemiche interne e sia credibile". Per un po' era stato silenzioso, Sergio Mattarella, ma finalmente ha parlato. Esattamente un anno fa, davanti allo scandalo sconvolgente delle chat dell'ex pubblico ministero Luca Palamara, e all'emersione dello squallido mercato correntizio delle nomine e promozioni di giudici e pubblici ministeri, si era limitato a dichiarare che "non ci sono le condizioni per lo scioglimento del Consiglio superiore della magistratura".
Da un mese, dopo le ancor più le sconvolgenti faide interne scoppiate tra magistrati e membri togati del Csm sui verbali dell'avvocato Pietro Amara e sui misteri della loggia massonica Ungheria, il Quirinale non aveva detto molto. Ma poi, domenica 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, il presidente della Repubblica ha parlato: basta con "contrapposizioni, contese, divisioni, polemiche che minano il prestigio e l'autorevolezza dell'ordine giudiziario" e "si affrontino sollecitamente e in maniera incisiva i progetti di riforma nelle sedi cui questo compito è affidato dalla Costituzione".
I quirinalisti si sono sbracciati a sottolineare soprattutto questa parte del discorso del presidente. E a interpretarne le parole. Hanno spiegato che la parola "sedi" esclude il Csm, di cui il capo dello Stato è presidente, in quanto tutto deve essere fatto in Parlamento. Questa spiegazione-interpretazione, però, è difensiva, oltre che in parte ipocrita. Perché è poco probabile che il Parlamento vari la riforma dell'ordine giudiziario impostata dal governo di Mario Draghi.
Ovvio che i partiti che lo sostengono si dicano d'accordo su processi più rapidi ed equi. Quando poi dagli aurei principi si passa alle ipotesi concrete, divisioni e contrapposizioni tornano irriducibili. Non per nulla, anche nel Recovery pian che a fine aprile il governo ha spedito alla Commissione europea si parla molto degli strumenti per accelerare i tempi della giustizia, civile e penale, ma poco delle grandi riforme, quelle più "divisive".
Per questo, pare ovvio che Mattarella appoggi le iniziative del ministro della Giustizia, Marta Cartabia. Ma è poco credibile che la maggioranza di governo trovi unità sulle misure che dovrebbero modificare i difetti più macroscopici dell'ordinamento giudiziario, a partire dal Csm. Per questo, rinfranca sapere che Mattarella è turbato dai duelli rusticani tra magistrati e dallo scambio sommerso di verbali segreti, che nel Csm passano di mano in mano come accadeva a scuola alle figurine dell'album Panini, e poi vengono utilizzati come frecce intinte nel curaro. E conforta sentirgli affermare che "la credibilità della magistratura è imprescindibile per il positivo svolgimento della vita della Repubblica".
Allo stesso modo, di fronte agli osceni mercanteggiamenti tra correnti, è consolatorio che il presidente della Repubblica alzi la voce per dire: "Provoca turbamento il solo dubbio che la giustizia possa non essere, sempre, esercitata esclusivamente in base alla legge". Però viene fatto di ricordare che, soltanto per provare a riformare il Csm, nel settembre 2015 Andrea Orlando, ministro della Giustizia del Pd, aveva varato ben due commissioni di studio: perché sei anni fa il problema dello strapotere delle correnti era già grave, e da parecchio. Malgrado quel dispiegamento di forze, però, Orlando non combinò nulla. Eppure il suo governo, guidato dal volitivo Matteo Renzi, aveva una solida maggioranza.
Se si pensa al fallimento di quella riforma della giustizia (che poi è solo uno dei tanti), che cosa si può sperare possa uscire dalla maggioranza patchwork che sorregge Draghi & Cartabia? E sarà anche vero che la magistratura oggi tra gli italiani raccoglie poca fiducia (pare sia al minimo storico, il 39%, contro il 95% del 1993), ma il suo potere d'interdizione sulle riforme è intatto: due giorni fa Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, l'Associazione nazionale magistrati che è il sindacato delle toghe, ha silurato il sorteggio per eleggere i membri togati del Csm, cioè l'unica strada che davvero toglierebbe potere alle correnti: "È fuori luogo e incostituzionale".
Chi avrà il coraggio di proseguire? E poi i collegamenti tra la magistratura e certi partiti restano più che stretti, organici. Nicola Morra, già presidente grillino della commissione antimafia, ha appena rivelato senza problemi le sue intense frequentazioni con Piercamillo Davigo, fondatore della corrente Autonomia e indipendenza e fino a ottobre membro del Csm, e con Sebastiano Ardita, pm antimafia e ancora membro di quel Consiglio, figure definite "di riferimento" per la politica giudiziaria.
Il timore, insomma, è che le frasi pronunciate per il ventinovesimo anniversario della strage di Capaci dal presidente Mattarella, in fondo, siano illusorie. Nel 1992 un magistrato onesto aveva detto: "Se l'autonomia della magistratura è in crisi, dipende anche dalla crisi che da tempo investe l'Anm, diretto alla tutela di interessi corporativi, dove le correnti si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm". Era Giovanni Falcone.
- Giustizia, l'assist del Colle a Cartabia
- Magistrati e indagini: lo strano metodo "ungherese"
- Abbreviato: la riqualificazione del reato consente fino alla discussione domanda di oblazione
- Le carriere di Pm e giudici sono di fatto già separate, non separiamo i concorsi
- Liguria. Legge su Garante detenuti: la Rete tematica carcere scrive al Consiglio regionale











