di Nicola Graziano
Il Riformista, 2 luglio 2021
La vicenda dei pestaggi e delle inaudite violenze consumate nel carcere di Santa Maria Capua Vetere lasciano inorridito chiunque sente la forza di una vigliacca violenza come polo opposto del senso profondo dello Stato e fanno venire in mente, biasimandola, ogni violenza di Stato che, in quanto tale, merita una condanna secca e senza appello, al di là ovviamente della verifica della responsabilità personale dei soggetti che ne risultano coinvolti e che sarà affidata ad un giudizio che la accerterà. Ma il tema agita le coscienze perché pone la condanna di gesti che significano autorità nel senso più deleterio della parola così gettando gravissime ombre sulla autorevolezza che deve caratterizzare uno Stato democratico.
Non è tollerabile una risposta violenta a una ribellione violenta perché non esiste giustificazione alcuna, anche in considerazione della natura chiaramente punitivo-dimostrativa della reazione a freddo avvenuta nel microcosmo carcerario sammaritano. Eppure nella Costituzione è detto che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, il che rende ancora più gravi e imperdonabili gesti di vera e propria tortura o - per usare le parole agghiaccianti della ordinanza applicativa delle misure cautelari - gesti concretizzatisi in una "mattanza". E di questo credo che debba parlarsi, interrogando le nostre coscienze. Che funzione oggi continua a svolgere il carcere? In che condizione si sconta una pena (anche se la più meritata di tutte)? E, soprattutto, nel carcere si riesce ad assolvere quella funzione rieducativa della pena come delineata nei suoi contorni costituzionali?
Io credo che il tema nella discussione politica, ma anche sociale, non possa più essere rimandato perché in Italia troppo spesso è stato rinviato indietro, nonostante le numerose condanne europee sulla violazione dei diritti fondamentali della popolazione carceraria. Non è questo il contesto per richiamare la motivazione posta a base della cosiddetta sentenza Torreggiani che apre al tema del sovraffollamento carcerario, ma forse è necessario affrontare una volta per tutte il tema dell'amnistia e/o dell'indulto che possono avere una funzione utile e necessaria per liberare il mondo carcerario da (a volte un inutile) sovraffollamento. Ci vuole un coraggio politico che il Parlamento non può non esercitare in scelte che si auspicano immediate perché solo così si può mettere un punto fermo e ripartire.
Chi scrive è stato protagonista di un'esperienza civile importante vivendo gli ultimi giorni di esistenza degli ospedali psichiatrico-giudiziari come internato volontario e così può oggi raccontare di quanto a volte era inutile una detenzione collegata a una pericolosità sociale che ben poteva essere gestita da strutture esterne alle sbarre, ma soprattutto essere presa di coscienza della società. È chiaro che non si può proporre il totale superamento del carcere, ma credo che non sia più rinviabile una riforma della custodia cautelare e dei suoi presupposti (come auspicato da uno dei referendum giustizia da poco depositati in Cassazione) laddove la carcerazione preventiva deve essere davvero e assolutamente necessaria e non svolgere altro fine. Certamente bisogna rivedere anche il tema della obbligatorietà dell'azione penale e arrivare a una punizione che sia meritata e proporzionata al valore dei beni giuridici effettivamente rilevanti la cui lesione giustifica la sanzione più aspra che incide sulla libertà personale.
Questo è un tema centrale, non strettamente giuridico ma di civiltà, se si vuole che uno Stato resti autorevole e capace di realizzare con pienezza il principio di rieducazione della pena. Non scendo nei dettagli dei fatti sammaritani, ma essi esemplificano in modo forte e chiaro la necessità di una nuova visione dei diritti dei reclusi e del rapporto che quotidianamente si svolge in un braccio carcerario. È un rapporto difficilissimo - ne sono assolutamente certo - che evidentemente non fa pendere il giudizio da una parte o piuttosto dall'altra parte; tuttavia, se uno Stato deve essere definito democratico, come lo è per fortuna il nostro, non può non trarre da gesti oscuri la luce di una riforma davvero pregnante che possa far pensare a un futuro migliore.
Le grida del dolore provocato dalla reclusione dei miei involontari compagni di cella rimbomba ancora (e lo farà per sempre) dentro la mia anima e a esse, mentre scrivo, fanno eco i rumori della mattanza oggi svelata e forse anche il silenzio della negazione quotidiana di alcuni diritti fondamentali sempre e comunque spettanti ai reclusi. Lo Stato non può permettersi tale battuta d'arresto. Ci vuole un colpo d'ala per lavare il doloroso sangue che schizza della ferita inferta alla nostra Costituzione e alla nostra democrazia. Ora o mai più. Ora e per sempre.
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 luglio 2021
Mentre arrivava il virus e le rivolte erano soffocate nel sangue, un premio letterario raccoglieva i racconti scritti dai detenuti. Sono il ritratto di un dramma, accentuato dalla convivenza con un nemico invisibile. Il 2020 è stato un anno terribile per tutti. Per le carceri in particolare. Al Covid si è unito il dramma delle rivolte.
Tra detenuti impauriti dall'ondata pandemica che stava contagiando il paese. Il fatto che la terza edizione del Sognalib(e)ro si sia svolta e infine conclusa possiede dunque un valore simbolico preziosissimo. Perché i manganelli alzati a Santa Maria Capua Vetere non sono stati i soli. Ventuno carceri in rivolta. 13 morti, tutti carcerati. Tre a Rieti, uno a Bologna, cinque a Modena, altri quattro trasferiti da Modena e deceduti ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli, 107 agenti feriti, 69 detenuti ricoverati. Sono passati 15 mesi. Non una sola responsabilità è stata accertata.
Soltanto i nomi di persone morte mentre erano sotto la custodia dello Stato. Sognalib(e)ro è un premio promosso dal Comune di Modena, dal Ministero della Giustizia e da Bper Banca, coordinato da Bruno Ventavoli, il responsabile di "Tuttolibri", l'inserto del sabato della Stampa, che ha coinvolto molte carceri italiane. Lo scopo: fare leggere e scrivere i detenuti.
Dalle rispettive sedi, i detenuti hanno assistito alla autopresentazione dei tre scrittori in lizza per l'edizione 2020: Gianrico Carofiglio, con La misura del tempo, Einaudi; Valeria Parrella, con Almarina, Einaudi; Maria Attanasio, con Lo splendore del niente e altre storie, Sellerio. Ha vinto Parrella che farà un insolito book-tour per le carceri italiane presentando il suo romanzo.
Per l'edizione 2020 sono stati individuati dal ministero 17 istituti, dove sono attivi laboratori di lettura o scrittura creativi: la Casa circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, le Case di reclusione Milano Opera, e Pisa, Brindisi, Trapani, Verona, Cosenza, Saluzzo, Pescara, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna, e Castelfranco Emilia; e quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
I detenuti sono stati invitati non solo a leggere ma anche a scrivere e ora Il Dondolo, la casa editrice digitale del comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi, pubblica un volume digitale che seleziona e raccoglie gli scritti pervenuti. Questo ebook si può ora leggere e scaricare gratuitamente sulla piattaforma Mlol che digitalizza tutte le biblioteche pubbliche italiane e su cui si può leggere anche Domani oppure su www.comune.modena.it/ildondolo. Sono poesie, racconti, semplici "sfoghi" sul tema "il mio lato migliore".
C'è anche un romanzo breve, Un po' dentro, un po' fuori, di Daniele Oriolo, dal carcere di Torino, di cui la giuria tecnica, composta da Barbara Baraldi, Simona Sparaco e Paolo di Paolo, ha apprezzato lo sforzo di costruire una trama complessa, ricca di colpi di scena, cercando anche di sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne. Valeria Parrella, la vincitrice, apre l'antologia, indicando le letture importanti della sua vita. Resurrezione di Tolstoj, L'Agente segreto di Conrad, Jane Eyre di Charlotte Brontë, I Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci e, tra i nuovi libri, La città dei vivi di Nicola Lagioia. I testi che ha suggerito verranno acquistati e regalati con il contributo di Bper alle biblioteche degli istituti che hanno partecipato al premio.
Ecco uno dei testi scritti nelle carceri italiane, realizzato da Marco Casonato dalla Casa circondariale "Don Bosco" di Pisa e pubblicato dal Dondolo.
Io e Lui: il virus - Nel 2020 il virus divenne una sorta di compagno immaginario che popolava invisibilmente l'ambiente circostante alle persone e a cui si guardava con qualche circospezione e cautela al punto da cambiare molte abitudini inveterate e richiedere molti cambiamenti agli ambienti e alle modalità di vita più elementari.
Infermeria - Nell'angusta infermeria arredata di vecchie sedie dalle cui screpolature emergeva l'imbottitura di spugna giallastra, seduto alla scrivania di paniforte e formica sbrecciata, il dottor G aveva deciso di indossare il completo azzurro. Quello da sala operatoria per fare fronte al caldo afoso da cui gli indumenti forniti dal Presidio sanitario, composti com'erano di fibra sintetica scelta dall'amministrazione così attenta al risparmio, non parevano assolutamente in grado di proteggerlo.
La stanza, come al solito, era affollatissima: due medici, due infermiere, due pazienti tutti provenienti da zone indeterminabili senza soprascarpe, né altre precauzioni minori. La pala del ventilatore all'americana si allungava dal soffitto ed era striata dal nero delle muffe e per le colonizzazioni batteriche allargatesi nel tempo. La pala girava pigramente rimescolando l'alito afoso dei presenti col pulviscolo. Gli alimentatori dei vecchi computer ronzavano affannati aspirando la polvere che poi espellevano dai loro pertugi nascosti. Ma il dottor G è allegro, il completo azzurro gli dona molto dicono le infermiere, e poi, soprattutto, non percepisce più il fastidio costante, come un prurito mentale causato dall'improprio tessuto sintetico fornito dall'amministrazione sempre micragnosa rispetto a quanto è necessario per il personale sanitario: ciò lo rende nervoso, ora respira e sorride alla giornata.
Gli avvisi e i promemoria di servizio polverosi sembrano suppurare sulle quattro pareti ove sono affissi con cerotto per medicazioni. Tuttavia l'atmosfera è allegra; il medico di ottimo umore sembra spandere attorno a sé il suo ottimismo. L'équipe è in certo qual modo raggiante anch'essa nella luce trasversa che filtra a fatica dalla stretta finestra che non si può aprire. Luminosa come una foto ricordo. Oggi l'indice Rt è 0,98: una sorta di nuova quotazione di borsa che si accompagna ai dati del campionato di calcio e a quelli della volatilità della borsa di Tokyo. Uno dei tanti dati che si ascoltano distrattamente mentre si prende il caffè. Eppure nell'afosa calura d'agosto qualcosa circola invisibile spinto da pale cariche di muffa, da vecchi computer sbuffanti, dal via vai di suole provenienti da chissà dove.
Riesame - Un giudice sudato maneggia con distratto fastidio il fascicolo del Riesame, l'auletta angusta si raggiunge tramite un tortuoso corridoio ove transitano lentamente agenti di polizia accaldati che provengono da ogni parte della regione. Le scarpe della polizia spremono camminando la suola cotta dal sudore che ha conosciuto i sudici corridoi di ogni istituto del comprensorio. Anche nell'auletta del Riesame le pale del ventilatore all'americana rimescolano svogliatamente i sudori di magistrati assiepati nella stanza troppo stretta, del cancelliere, di un'uditrice visibilmente a disagio, con quelli di avvocati e scorta. La moltitudine di deodoranti, le polveri, gli aliti si sedimentano sulle lucide superfici dei banchi e sulla balaustrina di legno finto-antico da ufficio giudiziario semi-dirigenziale che cerca di regalare dignità a quell'assembramento affannato. Come i furgoni-taxi del Medio Oriente.
La ricrescita delle ascelle della sostituta procuratore generale stilla lentamente gocce silenziose durante l'udienza camerale. Mentre si consuma velocemente il tempo contingentato con un susseguirsi di mute mimiche nei momenti cruciali in cui sono esposte frettolosamente tesi e contro-argomenti, la pala del ventilatore all'americana gira lenta e instancabile come la ruota delle Parche. Si riservano. Infine: La situazione epidemica è oramai sotto-controllo. Giugno 2020.
Didattica a distanza - In una stretta aula nobilitata dai nuovissimi banchi a rotelle. Mi sente? Un po', però, non la vedo. Come? Io vedo bene. Io no, un punto colorato col nome. Ah, ecco, ora si vede, ma non la sento più. Potrebbe parlare più forte? No, forse devo allontanarmi dal microfono. Cosi la vedo a metà. Ecco, forse ci siamo. Si parte? Procediamo. Dovevate scrivere un commentino al libro che avete scelto. Come vi è parso? Mi sentite? Mi sentite? Sì, ah, mi pareva... andiamo avanti. Brrblurg... Non sento più! Non sento più! Noi la vediamo bene, ma il suono va e viene. Scrrbg... Il commentino lo avete scritto? Ora si sente. Andiamo avanti. Apri la finestra, ché siamo un assembramento. Ma è freddo. Ammazza il virus. Ma se viene da fuori? Boh, andiamo. Io il commento non ho fatto in tempo a scriverlo, ma lo faccio la prossima volta. Come hai detto? ... prossima volta. Ah, va bene, va bene. Mi sente? Io ho letto quel libro di storie siciliane. Mi è piaciuto, soprattutto... Come? Mi sente? Ah, ecco, sì. Storie siciliane, sì. Ti è piaciuto? L'ambientazione, l'atmosfera di paese. Mi sentite sempre? Sì. Quella autrice ha fatto un bel lavoro: è partita da antichi documenti di archivio e poi ha romanzato le scarne informazioni. Come? Come? Ma, mi sentite o è caduta di nuovo la connessione? Va e viene... Forse bisogna parlare vicino a questo microfono aggiuntivo. Ah, allora i banchi a rotelle servono, uno si sposta verso il microfono, pagaiando coi piedi... La carta e l'edizione sono raffinate, eleganti. Ma il libro è una riedizione di alcune storie raccolte in precedenza, cui ne sono stati aggiunti di nuovi. Eh sì, ha trovato "un genere" l'autrice! Mi ha sentito? Che ne pensa? Mi sente? Che ne pensa? Ora sento, che dicevi? Che è il secondo libro. Ah sì, certo. Aggiunte delle storie al primo. Uh, forse, eh sì, ha ragione, il libro era esaurito e l'autrice invece di una ristampa, ne ha fatto uno parzialmente nuovo. E a voi che è sembrato? Dice? Si sente? Sì, sentiamo, ci è piaciuto in generale. Di nuovo va e viene la voce, proprio a metà, la frase tagliata a metà, sul più bello.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 luglio 2021
Gli episodi nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020, ma le immagini risultano inutilizzabili. L'avvocata Simona Filippi, dell'Associazione Antigone, si è opposta alla richiesta di archiviazione dell'esposto. Detenuti del carcere di Melfi legati con le fascette ai polsi, denudati, inginocchiati e messi con la faccia a terra o rivolta al muro. A quel punto schiaffi, umiliazioni e manganellate da parte di un gruppo consistente di agenti penitenziari che, secondo le testimonianze, apparterrebbero ai Gom.
Le immagini delle telecamere risultano inutilizzabili - Le telecamere di video sorveglianza del carcere di Melfi, però, risultano inutilizzabili per l'acquisizione delle immagini a causa di un backup periodico. Diversi detenuti della sezione di Alta Sicurezza di Melfi sarebbero stati messi con la faccia a terra e tenuti fermi con gli anfibi. Altri ancora, per condurli nel pullman, sono dovuti passare tramite un cordone formato dagli agenti e al passaggio sarebbero stati manganellati e insultati. Alcuni testimoniano di aver visto detenuti con la testa sanguinante, occhi tumefatti e nasi rotti.
I fatti sarebbero avvenuti nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020 - Parliamo del carcere di Melfi e sono le 3 di notte del 17 marzo 2020. Un gruppo rilevante di agenti incappucciati in tenuta antisommossa con caschi, scudi e manganelli irrompono nelle celle della sezione AS1 per far uscire i detenuti. Alcuni di loro li avrebbero preso a calci, schiaffi e a manganellate quando erano legati e inginocchiati con la faccia rivolta al muro. Altri ancora, mentre si dirigevano verso il pullman per trasferirli in altre carceri, sarebbero stati presi a manganellate dagli agenti che avevano formato un cordone.
"Venivo messo con la faccia rivolta verso il muro del corridoio della sezione dove era ubicata la cella detentiva e in attesa che arrivassero gli altri detenuti, venivo percosso con il manganello mentre mi insultavano".
Le testimonianze dei detenuti concordano sulla modalità dei pestaggi - È una delle tante testimonianze dei detenuti del carcere di Melfi relative a presunti pestaggi avvenuti alle 3 di notte del 17 marzo 2020. Una situazione simile a quello che è accaduto al carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Un altro detenuto racconta: "Durante tutto il tragitto l'agente della scorta mi ha preso a manganellate fino al locale colloqui, qui arrivati mi ha fatto entrare nella stanza dei colloqui era presente anche l'ispettore dei colloqui, uno bassino pelato, ed era presente anche l'appuntato dei colloqui che mi aveva fatto uscire dalla cella. Sempre il poliziotto che mi ha preso a manganellate mi ha detto mettiti faccia al muro e spogliato, ogni indumento che mi toglievo avevo una manganellata".
Circostanza confermata anche da un altro detenuto, il quale ha ricordato che, mentre era in attesa di effettuare la perquisizione, ha sentito che il ristretto "veniva malmenato nello stanzino dei colloqui", tanto che lo stesso chiedeva "al personale in servizio di lasciarlo stare perché lo stavano massacrando".
Un altro detenuto racconta di essere stato bruscamente svegliato da alcuni poliziotti penitenziari in tenuta antisommossa, muniti alcuni di caschi protettivi altri da passamontagna, i quali gli hanno chiesto di vestirsi ed uscire velocemente dalla cella. Nel contempo, sia a lui che al compagno di cella, gli avrebbero applicato delle fascette in plastica ai polsi, dietro la schiena, in modo da impedire qualsiasi movimento.
Faccia al muro e costretti a passare in un "cordone umano" - Usciti fuori dalla cella, ovvero nel corridoio, li avrebbero messi faccia al muro in attesa di essere trasferiti ai piani inferiori. "Lungo il tragitto che ci avrebbe portato all'interno dei pullman -prosegue il racconto del detenuto -, gli agenti intimandovi di tenere la testa bassa, avevano formato un cordone umano e alcuni di loro ci colpivano con dei calci nel sedere e in altre parti del corpo".
Tutte testimonianze che raccontano lo stesso evento. Un altro detenuto ancora racconta di essersi svegliato a causa delle urla di altri detenuti. Aperto gli occhi ha visto 5 agenti antisommossa dentro la sua cella. Uno di loro si è rivolto a lui e l'altro compagno di cella, intimandogli di vestirsi. Una volta uscito dalla cella, il solito modus operandi con le fascette di plastica ai polsi.
"Una volta immobilizzato - racconta il detenuto -, due agenti di Polizia penitenziaria, mi hanno fatto inginocchiare e mi tenevano bloccato, faccia a terra, con gli anfibi. Durante queste fasi, venivo percosso dai predetti agenti di Polizia penitenziaria, con calci e sfollagente, gli stessi mi colpivano ripetutamente alla schiena, in testa, vicino alle gambe e nelle altreparti del corpo".
Il caso seguito da Antigone - È Antigone ad occuparsi di questo caso. In particolar modo l'avvocata Simona Filippi, sempre in prima fila per i casi di pestaggi e tortura che purtroppo avvengono in alcuni penitenziari.
A marzo del 2020 Antigone viene contattata dai familiari di diverse persone detenute presso la Casa Circondariale di Melfi. Questi denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai propri familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020.Si tratterebbe, esattamente come il caso di Santa Maria Capua Vetere, di una punizione per la protesta scoppiata il 9 marzo 2020. Le testimonianze, come abbiamo riportato nello specifico, parlano di detenuti denudati, picchiati, insultati e messi in isolamento.
L'avvocata Simona Filippo ha presentato un esposto, ma la procura ha chiesto l'archiviazione - Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite. Ai detenuti sarebbero poi state fatte firmare delle dichiarazioni in cui avrebbero riferito di essere accidentalmente caduti, a spiegazione dei segni e delle ferite riportate.
Il 7 aprile 2020 l'avvocata Filippi di Antigone ha presentato un esposto contro agenti di polizia penitenziaria e medici per violenze, abusi e torture. Ma la procura di Potenza ha avanzato richiesta di archiviazione.
Presentata opposizione e chiesto di sentire i compagni di cella - L'avvocata Simona Filippi di Antigone non ci sta e ha presentato opposizione. Secondo il legale, la procura non ha approfondito fondamentali circostante. Innanzitutto chiede di sentire i compagni di cella dei denuncianti. Secondo l'opposizione all'archiviazione, questi potranno confermare il racconto reso dalle persone offese sia rispetto alla dinamica di quanto posto in essere dagli agenti di polizia penitenziaria intervenuti sia rispetto alle lesioni riportate dalle vittime.
Per quanto riguarda il riconoscimento degli agenti, Antigone chiede di procedere all'acquisizione dell'elenco degli agenti appartenenti al reparto Gom ed intervenuto nella notte tra il 16 e il 17 marzo 2020.
Un agente in servizio sarebbe stato riconosciuto - Risultano infatti acquisiti tra gli atti di indagine gli elenchi del personale intervenuto facente riferimento al Provveditorato territoriale. C'è anche un detenuto, compagno di cella di una delle presunte vittime dei pestaggi, che ha riconosciuto un agente in servizio nel carcere. Quest'ultimo, secondo la testimonianza, avrebbe detto ai Gom di andarci piano con quel detenuto, perché aveva seri problemi fisici.
In sostanza, mancherebbero accertamenti fondamentali per avere riscontri. Ci sono diversi detenuti da sentire che sono testimoni dell'accaduto. C'è l'elenco dei Gom per individuare chi è intervenuto quella notte. Magari sentendo anche il Comandante che ha coordinato le operazioni, per approfondire in quali reparti e in quali celle sono andati gli agenti di polizia penitenziaria in servizio e anche gli agenti di polizia penitenziaria appartenenti ai Gom.
Il Gip accoglierà l'opposizione dell'avvocata di Antigone? - La dinamica denunciata è uguale a quella che è avvenuta nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere. Con la sola differenza che non è stato possibile dare corso all'acquisizione delle riprese video, in quanto, come emerso dall'esito degli approfondimenti, le telecamere poste all'interno del carcere, consente solo alla visione diretta, ma non la registrazione.
Non solo. Quelle che avrebbero potuto registrare i trasferimenti, risultavano danneggiate dalla rivolta. Per le sole telecamere che hanno registrato tutto, allocate nella fascia perimetrale, il caso vuole che il backup periodico ne ha impedito l'acquisizione. Il gip accoglierà l'opposizione dell'avvocata Filippi di Antigone? Di sicuro, ci sono ancora tanti accertamenti da compiere.
di Armando Mannino
Il Riformista, 2 luglio 2021
Nella sua relazione al direttivo dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm) il presidente Giuseppe Santalucia ha criticato le sei proposte istitutive dei referendum sulla giustizia depositate dai radicali e dalla Lega, perché i temi trattati per la loro rilevanza istituzionale e intrinseca complessità avrebbero dovuto essere discussi e valutati nelle aule parlamentari. La preferibilità di questa soluzione rispetto a quella referendaria è indubbia. Non si può però trascurare che le proposte in discussione in Parlamento, certamente utili, sono timide e in larga misura non idonee a rimuovere le cause della pesante crisi in cui da troppo tempo si dibatte il "sistema giustizia" in Italia.
Inoltre, indipendentemente dal merito delle singole proposte di referendum, sulle quali saranno chiamati a pronunciarsi i cittadini se com'è prevedibile sarà raggiunto il numero di firme necessario, l'effetto non secondario di fatto perseguito è anche quello di accertare la misura del consenso dell'opinione pubblica nei confronti di misure sostanziali di riforma della magistratura, senz'altro utile per rimuovere quegli ostacoli politici che in Parlamento ne impediscono l'adozione. Sembra questo il vero timore di Giuseppe Santalucia e dell'associazione che presiede.
Egli aggiunge infatti che "il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura". Conclude poi che "spetta all'Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo", perché è suo compito operare "affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali".
Per valutare queste affermazioni è opportuno partire dalla contrapposizione esistente tra la costituzione formale, cioè i principi sanciti nella Carta costituzionale, e la cosiddetta costituzionale materiale, derivante dall'assetto concreto che la magistratura ha progressivamente assunto in questi ultimi trent'anni.
La prima si fonda sulla concezione della magistratura come un "ordine" (art. 104 Cost.), privo in quanto tale di una organizzazione e di un vertice che di fatto potessero consentirle, avvalendosi dei poteri coercitivi ad essa affidati, di assumere un'indebita supremazia sui poteri costituzionali. Questo ordine è caratterizzato dai principi di indipendenza da condizionamenti interni ed esterni e di autonomia nell'esercizio della funzione, necessari per assicurare la subordinazione del magistrato alla legge, cioè alla volontà sovrana dei cittadini espressa direttamente con il referendum o indirettamente per mezzo degli organi che li rappresentano.
La costituzione materiale della magistratura si fonda invece su principi opposti, il cui fondamento si rinviene nell'associazionismo sindacale. Messo fuori legge nel 1925 dal regime fascista, nel 1944, quindi ben prima dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, i magistrati costituiscono l'Anm, al cui interno nel 1950 si organizzano le correnti sulla base dei diversi orientamenti culturali e politici. In tal modo la magistratura ha assunto una struttura unitaria e si è trasformata in un potenziale potere politico, poi divenuto effettivo a partire dagli inizi degli anni 90 del secolo scorso con la stagione cosiddetta di "Mani Pulite", che ha prodotto il collasso della tradizionale classe politica di governo e l'avvento di nuove organizzazioni partitiche.
Con la contestuale soppressione della prerogativa costituzionale dell'immunità penale dei parlamentari - avventata perché non sostituita da altre forme di garanzia della politica nei confronti di una magistratura politicizzata e dominata dalla corrente di sinistra -, la classe politica ha perso la sua autonomia, condizionata dalla minaccia sempre latente di iniziative penali inconsistenti, politicamente orientate, destinate a concludersi con un proscioglimento a distanza anche di decenni dopo avere stroncato carriere politiche e prodotto danni notevoli di natura personale, familiare, economica e politica.
Approfittando dei poteri coercitivi ad essa assegnati dalla Costituzione e dalla libertà di associazione sindacale, la magistratura si è così trasformata in uno Stato nello Stato, assumendo di fatto la supremazia su tutti gli altri poteri. Ha un proprio organo politico-rappresentativo (l'Anm), costituito a sua volta da entità in prevalenza politicizzate (le correnti) e un proprio organo esecutivo (il Consiglio superiore della magistratura), per mezzo del quale controlla e condiziona, con le modalità descritte da Palamara, tutta la carriera dei magistrati e di riflesso la loro indipendenza e autonomia, distorcendo di fatto principi fondamentali della Costituzione. È questo il contesto in cui si collocano le affermazioni del Presidente dell'Anm, che, considerata l'assenza di qualsiasi forma di dissociazione o dissenso, appaiono rappresentative della generalità della corporazione.
Esse sono espressione e rivendicazione da parte della magistratura, e per essa della cerchia ristretta di magistrati che la governa, della sua supremazia sulla società e sull'organizzazione costituzionale dello Stato. Viene addirittura sindacata la sovranità popolare e con essa i diritti dei cittadini che ne sono espressione! Al referendum vengono posti limiti inesistenti in Costituzione, perché ad esso non sarebbe consentito esprimere, sia pure implicitamente, una valutazione di "sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal Governo" nei confronti dell'ordinamento giudiziario: impianto riformatore che tra l'altro è quello predisposto dall'ex ministro Bonafede, il cui progetto di legge, largamente condizionato nei suoi contenuti timidi e insufficienti dagli ambienti giudiziari interni ed esterni allo stesso Ministero, è il testo-base dell'esame parlamentare in corso. Quindi l'avvertimento è rivolto anche al Parlamento, nel suo raccordo con il Governo in carica, che nell'esercizio del potere legislativo non potrebbe né dovrebbe modificare quell' "impianto riformatore".
Le affermazioni del presidente dell'Anm tendono ad attestare e rafforzare la supremazia assoluta che la magistratura ha assunto nella costituzione materiale dello Stato. Il popolo, i cittadini sovrani, non potrebbero pronunciarsi nemmeno implicitamente sul loro "gradimento" nei confronti della magistratura, perché si teme che possano "formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che [ne] danno in discesa l'apprezzamento". È questa la prerogativa essenziale del sovrano assoluto, che in quanto tale è per principio esente da qualsiasi critica. Ma rivendicarla è espressione di grande debolezza. Presuppone la consapevolezza che il consenso dell'opinione pubblica è requisito indefettibile della magistratura, come ha ripetutamente ammonito il presidente Mattarella, e manifesta il fondato timore che l'esito del referendum ne attesti l'avvenuto declino, aprendo la strada a effettivi interventi riformatori non solo di natura legislativa ma anche costituzionale. Il sovrano è nudo e cerca disperatamente di difendersi.
Per questo l'Anm, quale organismo sindacale rappresentativo dei magistrati, preannunzia "una ferma reazione", che non è espressione della libertà di manifestazione del pensiero, mai in discussione, ma esercizio della libertà di associazione, nella specie sindacale, che si dovrebbe sostanziare in un'attività volta ad impedire lo svolgimento del referendum comprimendo i diritti costituzionali dei cittadini.
Sembra escludersi però che questa attività possa risolversi nella proclamazione di uno sciopero, non solo perché la sua legittimità costituzionale sarebbe molto dubbia, ma specialmente per gli ulteriori effetti pesantemente negativi che produrrebbe sull'opinione pubblica, perché contribuirebbe a delegittimare ulteriormente la magistratura. Non si comprende quindi quali dovrebbero essere le forme e modalità della "ferma reazione" preannunziata dal Presidente dell'Anm, che questi ha omesso di precisare, creando una situazione di incertezza e di preoccupazione che si fonda sui poteri coercitivi costituzionalmente spettanti alla magistratura e sui tanti casi in cui il loro uso si è dimostrato non corretto. Il silenzio con cui queste affermazioni sono state accolte dalle forze politiche sembra confermarlo.
Si comprende quindi la particolare prudenza con la quale la ministra Cartabia sta seguendo la riforma dell'ordinamento giudiziario: prudenza che non è dovuta a debolezza o a interessi politici personali, estranei alla sua formazione e personalità, ma alla preoccupazione che iniziative giudiziarie inconsulte possano intralciare il cammino del Governo e della sua maggioranza, mettendo a repentaglio il raggiungimento di quegli obiettivi di riforma a cui ci siamo impegnati nei confronti dell'Unione Europea. È quindi più che opportuno che tra le tante riforme in cantiere vi sia anche quella di ricostituire le garanzie della politica, riaffermandone l'autonomia nei confronti del potere giudiziario.
adnkronos.com, 2 luglio 2021
Al via la raccolta delle firme per i referendum sulla giustizia targati Lega-Radicali. Gazebo (1200 del Carroccio) e penne saranno a disposizione dei cittadini per 90 giorni. Oggi inizia, infatti, il primo weekend referendario: "L'obiettivo è avere almeno 3000 banchetti per la raccolta firme in tutta Italia: se si raccolgono" in questo fine settimana "la metà delle firme necessarie, 250 mila firme vuole dire che la gente è pronta", ha detto Matteo Salvini, a inizio giugno, prima di depositare i sei quesiti in Cassazione, insieme al radicale Maurizio Turco.
Nel merito i sei quesiti che Lega e radicali vogliono portare in cabina elettorale sono sul tema della riforma del Csm, responsabilità diretta dei magistrati, equa valutazione dei magistrati, separazione delle carriere, limiti agli abusi della custodia cautelare e abolizione del decreto Severino. Ieri il leghista ha ribadito come siamo di fronte a "una pacifica rivoluzione, la firma dei sei referendum potrà fare, dopo 30 anni, quello che non ha fatto la politica in Parlamento". "Noi sosteniamo le riforme di Draghi e Cartabia, ma i cittadini potranno dare un a bella spinta", si è affrettato ad aggiungere poco dopo.
Una posizione che tiene conto della partecipazione al governo della Lega, che deve garantire anche l'appoggio al cammino parlamentare della riforma della giustizia, il 'pacchetto' Cartabia che rischia di essere azzoppato dalla campagna del Salvini di lotta, per la prima volta a fianco dei radicali, da sempre partito referendario del paese.
Sul tema Salvini ha, negli ultimi giorni, cercato di trovare l'appoggio del centrodestra di governo, incassando lunedì scorso l'ok ai referendum di Antonio Tajani, coordinatore azzurro che ha assicurato che il suo partito aiuterà anche per la raccolta delle firme. Dentro la battaglia referendaria anche l'Udc. Uno stringere le fila che sembra costituire come un ulteriore passo verso la federazione dei partiti di centrodestra, auspicata da Salvini, con un patto sulla giustizia targato Lega-Fi-centristi, dopo la proposta comune sui temi fiscali.
Una sirena che non attrae Fdi, che in un vertice, a quanto apprende AdnKronos ha preso questa posizione: appoggio ai quesiti sulla magistratura, ad esempio sul Csm, mentre no a quanto chiesto da Lega e radicali su custodia cautelare e legge Severino. Nello specifico, per il partito di Giorgia Meloni si rischia con le modifiche alla custodia cautelare, nel caso di reiterazione di reato, di favorire ad esempio gli spacciatori. Sul tema della Severino la linea è quella di mantenere l'automatismo tra incandidabilità e la condanna per certi reati, anche per evitare che si torni alla discrezionalità dei giudici. In ogni caso da parte di Fdi si insisterà per portare le forze del centrodestra a votare gli emendamenti in parlamento presentati dal partito di Giorgia Meloni, per esempio sul tema della separazione delle carriere, con concorsi distinti per pm e giudici. "Sul Csm - spiega all'AdnKronos Andrea Delmastro, deputato di Fdi responsabile dei temi della giustizia - noi per esempio proponiamo il sorteggio, il centrodestra voti i nostri emendamenti, e la risolviamo più facilmente".
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 2 luglio 2021
Sulla giustizia c'è un problema potenziale ma non un rischio effettivo. Si esclude che accada ma non è detto che non succeda. Se ne parla. Può accadere che un M5s sbandato voglia tornare alle origini e riprendere dal vecchio sacco tutte quelle malandate idee sulla giustizia. Può anche accadere che un nuovo gruppo, con a capo Giuseppe Conte, possa servirsi di questo tema per annunciare al mondo i suoi valori antichi e nuovi. Accadrà? E perché?
Questo non è il pensiero di Mario Draghi ma di chi è al governo con Draghi: "Sulla giustizia c'è un problema potenziale ma non un rischio effettivo. La riforma della giustizia si farà. Un irrigidimento di una parte può solo accelerare il suo percorso". Ci sono dei temi sensibili che allontanano le forze di governo? Ci sono. Nasconderlo non serve.
La ministra Marta Cartabia che è rimasta addolorata e ferita dal video dei pestaggi non ha voluto ancora dare una data. Non ha detto "la prossima settimana la riforma va in Consiglio dei ministri". Scrivere tuttavia che a metà della prossima settimana la riforma sarà discussa in Cdm non è azzardare. È una sorta di vidimazione politica. A Palazzo Chigi la chiamano "andatura". E dunque "la riforma della giustizia va approvata per mantenere l'andatura", "non ostacoliamo l'andatura". Chi potrebbe andare controvento? L'ex ministro Alfonso Bonafede.
È la variabile ex ministro. C'è infatti un M5s stordito che si teme possa esasperare i suoi "non ci sto". Le impuntature sono tre: la prescrizione, il criterio di priorità per esercitare l'azione penale e i limiti di appellabilità delle sentenze. Chi sono i parlamentari del M5s che hanno finora mostrato una certa durezza? Di Bonafede si è detto. Gli altri sono Vittorio Ferraresi, Elvira Evangelista, Giulia Sarti. La ministra Cartabia ha lavorato su questa durezza e non solo lei. Li ha ascoltati a più riprese. E se non fosse una parola che in questo paese si interpreta sempre male, come dice giustamente la responsabile del Pd Anna Rossomando, si potrebbe dire che il Pd si è speso con i suoi diplomatici. Sono Cesare Mirabelli, Alfredo Bazoli, Walter Verini che hanno cercato di spostare in area buon senso i "tecnici diritto" del M5s. Si può dunque dire che il Pd stia lavorando al fianco della ministra, ma si può dire, premette la signora Giustizia dei democratici, solo se si spiega che "il nostro partito ha tenuto un punto politico netto. Significa stare al merito. Le soluzioni si trovano così ed è quello che come Pd stiamo facendo. Se invece si sceglie di piantare bandierine simboliche o di giocare due parti in commedia, allora la metà si allontana". Se il M5s dovesse separarsi la vera incognita non sarà tanto sapere a quale leader rispondono ma a quale idea si ispireranno. Fare della prescrizione l'ultima bandiera non dovrebbe essere nella natura di Conte se è un vero Conte liberato da Grillo.
La riforma civile è perfino già calendarizzata. Il 20 luglio va in Aula a Palazzo Madama. Si è avanti. Il passaggio in Cdm riguarda invece la riforma del penale. Quando la ministra Cartabia prenderà la parola sarà più un momento politico anziché tecnico. Sarà l'invito a mettere un sigillo che non può che essere il sigillo del governo. A questo serve la discussione in Cdm. In che condizioni arriverà il Movimento? Scosso, disorientato. La riorganizzazione toglierà forze ancora per qualche settimana. Il governo non ha il fiato corto mentre il M5s adesso è occupato dalle cause di divorzio. Incide. Nessuno né tantomeno Draghi vuole approfittare del loro tormento. Si chiama solo "cronoprogramma".
È stato condiviso. Il governo vuole chiudere il pacchetto Giustizia entro fine luglio. E se andrà come deve andare si dovrà cominciare a ragionare sul sistema penitenziario. Quando il premier si è insediato, molti non lo ricordano, ma uno dei passaggi più alti riguardava le carceri. È uno dei pensieri fissi della Cartabia. Sarà insomma la settimana di questa ministra che usa come frase ricorrente "andare spediti" e che ha definito "oltraggio alla divisa e tradimento della Costituzione" quello che non doveva avvenire. La riforma della giustizia non sarà tanto la prima vera prova parlamentare di Draghi ma la prima uscita di Conte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 2 luglio 2021
L'altolà di FdI affidato al responsabile Giustizia, Delmastro: "Assurdo il quesito sulla custodia cautelare". Firme, oggi il via. Destra divisa. Altro effetto del lungo day after pentastellato, forse, che indirettamente favorisce il disordine e il solipsismo anche in altri schieramenti. Fatto sta che dopo la faticosa adesione al referendum concessa tre giorni fa da Silvio Berlusconi, ieri è invece arrivata la gelida conferma del no di Fratelli d'Italia. L'ha comunicata il deputato e responsabile Giustizia di Giorgia Meloni, Andrea Delmastro Delle Vedove, con una secca intervista al Fatto quotidiano: stroncato innanzitutto il quesito che vieterebbe la custodia cautelare basata se basata solo sul rischio di reiterazione ("noi siamo assolutamente contrari"), ma FdI si chiama fuori anche sulle altre proposte abrogative.
Siamo dunque alla scissione referendaria nel centrodestra. Ed è un dato politicamente pesantissimo. La "destra- destra" di Meloni marca le distanze sulla nuova affinità di Salvini coi radicali. Lo avrebbe fatto in ogni caso, probabilmente, per lucrare una legittima visibilità, lo fa a maggior ragione per mettere il Carroccio in difficoltà sul quesito più problematico per le vocazioni leghiste: quello appunto sui "limiti alla custodia cautelare".
Proprio sul Fatto, Piercamillo Davigo aveva veicolato il messaggio secondo cui il successo di quel referendum sarebbe un regalo alla microcriminalità. Non si può parlare certo di idillio, in questa fase, fra i tre partiti del centrodestra. E il quadro non è semplice neppure per il solo asset della giustizia che prescinda dalle contorsioni 5s, il referendum appunto. Delmastro risponde al quotidiano di Marco Travaglio, che punta a far emerge un "Salvini incoerente" rispetto alla linea "legge e ordine": non è possibile, per il deputato di Fratelli d'Italia, "privare gli inquirenti di uno strumento così efficace", utile, a suo giudizio, a "evitare un'attività criminosa che altrimenti proseguirebbe imperterrita".
Il parlamentare si sofferma sulla necessità di contrastare "spaccio, scippi e furti in abitazione", ma anche i reati dei "colletti bianchi". Non lascia intravedere aperture sugli altri quesiti: noi siamo per gli emendamenti alle riforme, spiega il responsabile Giustizia di Fratelli d'Italia, anche "sul Csm". E la bocciatura del referendum è esplicita, per il partito di Giorgia Meloni, persino sull'abrogazione della legge Severino: "La legge ha effetti distorsivi e incostituzionali per gli amministratori locali, ma dei criteri di ineleggibilità e incandidabilità per i condannati devono restare. Sono contrario a eliminarla del tutto", è la sentenza.
Non è solo un problema di Salvini e al limite di Berlusconi, ma di equilibrio generale. Cosa può avvenire? Che il Carroccio potrebbe sentirsi spinto a esasperare la propria intransigenza su altri versanti, per attenuare il colpo sulla custodia cautelare. Salvini ha già iniziato a farlo a proposito delle carceri, col suo precipitarsi a incontrare il direttore di Santa Maria Capua Vetere nel pieno dello sgomento per i pestaggi. La generale inclinazione leghista alle restrizioni punitive potrebbe riemergere anche sul ddl penale: le modifiche ipotizzate dalla commissione Lattanzi e da alcuni partiti, Pd incluso, estendono il ricorso ai riti speciali per molti reati: ma intanto Salvini è il padre della legge, approvata due anni fa, che ha abolito l'abbreviato per i reati da ergastolo.
C'è il rischio insomma di un caos supplementare, sulla giustizia, tutto nel versante della destra. Certo, al di là delle presunzioni pessimistiche, va riconosciuta al leader della Lega una linea molto chiara, sui quesiti promossi col Partito radicale: "È una pacifica rivoluzione, la firma dei sei referendum potrà fare dopo trent'anni quello che non ha fatto la politica in Parlamento", ha ribadito ieri. Ha quindi chiarito: "Noi sosteniamo le riforme di Draghi e Cartabia, ma i cittadini potranno dare una bella spinta". Sono ottime intenzioni accompagnate da uno sforzo organizzativo mastodontico: da oggi sono attivi 1.200 gazebo per la raccolta delle firme in tutte le regioni italiane. Nelle ultime ore, Salvini è stato a Bologna per inaugurarne 30. Il suo commissario toscano, Mario Lollini, assicura che cercherà di essere presente "anche nelle località balneari". Una grande mobilitazione, che ha però un prezzo politico notevole per la Lega. Pagato proprio al partito e alla leader, Giorgia Meloni, che a Salvini vogliono portar via lo scettro di Capitano del centrodestra.
di Enrico Lisetto
Messaggero Veneto, 2 luglio 2021
Monsignor Pellegrini auspica che si realizzi presto la nuova Casa circondariale. Al Castello 60 ospiti rispetto ai 38 previsti. Ma prima del Covid era peggio. "Da tempo prego e auspico che si risolva la vicenda del nuovo carcere. Che renda la vita dignitosa a tutti, personale che vi opera e detenuti". Così il vescovo Giuseppe Pellegrini alla messa per il patrono della polizia penitenziaria San Basilide, nella chiesa del Cristo di Pordenone.
La situazione odierna al castello è di "affollamento ordinario", ma non di sovraffollamento. L'antico maniero, infatti, dovrebbe ospitare 38 detenuti: in questi giorni oscillavano da 58 a 60. Ma la riparametrazione degli standard fa sì che non vi sia emergenza. Si è, in sostanza, in una situazione "tollerabile" dal momento che in passato si era toccata anche quota 80 detenuti, 72 prima della pandemia. Pure i numeri della polizia penitenziaria non sono ottimali: a fronte di 53 posti previsti in pianta organica, oggi gli agenti sono 41, con una dozzina di scoperti, al comando del dirigente aggiunto Donatella Nardacchione.
Un "panorama" che prima della messa del patrono - alla quale hanno assistito anche il prefetto Domenico Lione, il procuratore Raffaele Tito, il presidente del tribunale Lanfranco Tenaglia e l'assessore Cristina Amirante per il Comune di Pordenone - era stato illustrato al vescovo, accompagnato dal cappellano della casa circondariale don Piergiorgio Rigolo.
"La struttura di Pordenone non è stata colpita in maniera pesante dall'emergenza Covid - ha premesso la direttrice in reggenza Irene Iannucci - mentre Tolmezzo sì. Mi sembrava di vivere tanti venerdì santi in una sorta di lazzaretto. Anche in quel frangente ho conosciuto l'attività instancabile della polizia penitenziaria. Il carcere è anche luogo di sofferenza, gestiamo vite dolenti: ma ho visto fermezza, professionalità, rispetto delle regole e profonda umanità". La direttrice ha esortato "a non delegittimare le istituzioni. Gestiamo sempre con meno risorse e maggiori difficoltà una popolazione variegata".
Tornando alle parole del presule, monsignor Pellegrini ha dato una lettura cristiana all'operato della polizia penitenziaria, con la premessa che ha a che fare quotidianamente con persone fragili: "Il cristiano risponde in un clima di serenità e non di contrapposizione. Ciò non vuol dire lasciar correre, ma c'è modo e modo di trattare le persone". Un riferimento indiretto ai fatti recentemente accaduti nel Casertano. Quindi l'auspicio che la nuova casa circondariale sia realizzata al più presto: "Da anni prego e auspico - ha concluso il presule - che si realizzi una nuova struttura, per rendere la vita più dignitosa sia al personale sia ai detenuti". La vertenza si trascina da anni, il via libera del Consiglio di Stato per una struttura da 300 posti, risale a marzo.
di Stefano Ambu
ansa.it, 2 luglio 2021
Sul palco testo di Giacobbe e musica dei Tazenda. Liberi dentro. Un gioco di parole, ma anche la sintesi dello spettacolo andato in scena ieri pomeriggio nella sala della biblioteca del carcere di Uta, alle porte di Cagliari. Attori e musicisti, i detenuti dell'istituto penitenziario. L'aiuto "tecnico" è arrivato da fuori, quello della compagnia teatrale Cada die, che ha preparato i protagonisti dello spettacolo. La scena più bella? Quando un attore detenuto, tra l'altro bravissimo, si è fermato a metà di un lungo monologo, forse tradito dall'emozione e dalla memoria. E gli altri compagni di carcere seduti tra il pubblico hanno applaudito, coprendo il vuoto. E consentendo a chi era in scena di riprendersi.
Un lavoro di squadra tra chi ha lavorato all'opera e chi ha assistito: un senso di solidarietà che ha illuminato il pomeriggio di un posto dove le giornate spesso sono tutte uguali. "Grazie per questa opportunità - ha detto a fine spettacolo un giovane detenuto - perché ci ha consentito di impegnare il tempo in maniera proficua. E penso che sia la buona strada per un futuro personale migliore". Sul palco venti detenuti e quattro nazionalità di provenienza: Algeria, Italia, Nigeria, Venezuela. Tutti che in scena parlavano l'italiano. E addirittura il sardo perché il testo era "Arcipelaghi", tratto dal romanzo della scrittrice nuorese Maria Giacobbe. Per tutti una prima volta. Ma chi li ha guidati, Pierpaolo Piludu e Alessandro Mascia, non ha potuto nascondere la sorpresa di aver trovato dei talenti naturali. "Anche se all'inizio - confessano - sembrava con questo spettacolo di non andare da nessuna parte. Poi tutto si è messo a posto naturalmente".
E la resa è stata ottima: attori detenuti convincenti e coinvolgenti. Perché tutti hanno seguito con grande attenzione e disciplina i corsi organizzati e tenuti dagli organizzatori. Anzi, arrivavano in anticipo alle lezioni. E sino alla notte prima tutti stavano ripassando la loro parte. E tutti sono entrati nella parte. Non è finita con gli applausi, i bravi e le strette di mano. Perché c'è un futuro, anche di teatro, oltre le sbarre. Una porta è mezzo aperta. "Siete tutti invitati ai laboratori, faremo ancora teatro insieme", promette Piludu.
Recitazione, ma anche molta musica con una predilezione per i Tazenda, da Terra Madre a Mamoiada. C'è stata anche una produzione originale, composta da due detenuti. "Siamo qui ma in fondo liberi, liberi dentro. Liberi di viaggiare ogni volta con la mente. Liberi di volare con la fantasia ma liberi di sentirci ancora uomini liberi", questa una parte del testo. Parole importanti per chi uscirà tra poco e per chi dovrà rimanere ancora lì per molti anni. Il direttore del carcere Marco Porcu ha assistito allo spettacolo in prima fila. E ha seguito con grande partecipazione ogni secondo. "È stato bello ritrovarsi qui - ha spiegato - in un clima diverso dalle normali consuetudini di ogni giorno.
Bello soprattutto dopo un anno e mezzo molto difficile con le restrizioni che hanno toccato anche il nostro mondo". L'idea messa a punto dai due artisti del Cada die è parte del programma nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", terza edizione, promosso da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuto da dieci Fondazioni bancarie, tra cui la Fondazione di Sardegna, e che da 3 anni coinvolge circa 250 detenuti di 12 carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro. Una giornata diversa e di speranza. Una festa che ha lasciato qualcosa nel cuore di chi ha partecipato da protagonista. Ma anche di chi ha assistito. Messaggio fin troppo chiaro: anche il teatro è una ripartenza.
Gazzetta della Spezia, 2 luglio 2021
"Ciò che resta - appunti dalla polvere" realizzato da "Gli Scarti" verrà presentato alla Fortezza Firmafede di Sarzana. Il celebre critico cinematografico Tatti Sanguineti - noto oltre che per la sua attività di critico e giornalista anche per le sue partecipazioni come attore nei film di Nanni Moretti e Mario Monicelli - assieme al regista e sceneggiatore bolognese Germano Maccioni presenteranno, mercoledì 7 luglio alle ore 21.00 nella suggestiva cornice della Fortezza Firmafede di Sarzana, il film "Ciò che resta - appunti dalla polvere" realizzato da Gli Scarti (con regia di Enrico Casale e Renato Bandoli e riprese di Rocco Malfanti) con protagonisti 25 detenuti della casa circondariale della Spezia.
Il film è stato prodotto e realizzato all'interno della seconda annualità del progetto "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" promosso su tutto il territorio nazionale da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria, tra cui Fondazione Carispezia. Alla proiezione saranno presenti anche i detenuti-attori che hanno partecipato alle riprese per raccontare dal vivo la loro esperienza al pubblico presente. L'ingresso alla proiezione è gratuito con prenotazione obbligatoria.
Protagonista del film è "un uomo che cammina: forse è un artista che insegue la sua vocazione. O forse è solo alla ricerca di storie. È incalzato dai suoi pensieri, assalito da improvvise apparizioni: frammenti di conoscenza, come parole, immagini o melodie, che inaspettatamente giungono fino a lui. Incede attraverso luoghi a lui ignoti. Forse in nessun tempo reale. Il suo è un ambiguo oscillare tra realtà e finzione. È accompagnato da visioni discontinue di esseri umani... volti, segni, frasi, melodie, musiche e rumori, versi poetici e brandelli di prose inutilmente filosofeggianti. La realtà, spogliata del superfluo e del quotidiano, diventa incerta e sfuggevole, misteriosa e insondabile: restano solo i pochi tratti necessari a coglierla per un attimo. Che cosa c'è di più lieve e sottile della polvere?".
Il film raccoglie "ciò che resta" del percorso creativo dei detenuti della Casa Circondariale della Spezia partecipanti ai laboratori teatrali - curati da Enrico Casale, Renato Bandoli e Simone Benelli - e ai laboratori tecnici - curati da Daniele Passeri, Fabio Clemente, Alessandro Ratti, Enrico Corona - dell'Associazione Gli Scarti nell'ambito del progetto "Per Aspera ad Astra. Come riconfigurare il carcere attraverso cultura e bellezza". A causa del blocco dovuto alla pandemia del marzo 2020, non è stato possibile portare a compimento la naturale e originaria forma teatrale del lavoro che si è trasformato in un film per non dissipare il lavoro e il valore umano dell'impegno dei partecipanti al progetto, e "per non disperdere tutti i granelli di polvere che la vita e l'arte depositano su tutte le cose".
Fonte d'ispirazione è stata l'opera di Alberto Giacometti, il quale scriveva che "bisogna caricare di vita ogni particella di materia" per "dare permanenza a ciò che passa".
"Per Aspera ad Astra" è un progetto promosso da Acri (l'associazione delle Fondazioni di origine bancaria) e sostenuto per la quarta annualità (2021/2022) da Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione Tercas, Fondazione di Sardegna
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