di Giovanna Casadio
La Repubblica, 25 maggio 2021
Il ddl torna oggi all'esame della Commissione giustizia abbinato alla proposta Ronzulli-Salvini, ma non si sa ancora quali esperti e associazioni ascoltare prima di entrare nel merito del provvedimento. Italia viva lavora a un compromesso. I vescovi: "Evitare forzature, c'è ancora tempo per il dialogo".
"Siamo alle solite: Ostellari sta tenendo in ostaggio la commissione Giustizia e ciascun passaggio del ddl Zan per perdere tempo". Franco Mirabelli, vice capogruppo dem in Senato, annuncia battaglia. Oggi è il giorno del disegno di legge contro l'omofobia, che porta il nome del deputato dem e attivista lgbt Alessandro Zan. Torna alle 14 e 30 all'esame della commissione di Palazzo Madama (abbinato alla legge Ronzulli-Salvini).
Il caso audizioni - All'orizzonte c'è l'ennesimo scontro. Il Pd chiederà di votare il calendario dei lavori. E prima ancora punterà - spiega Mirabelli - a ottenere la massima trasparenza, a partire dalle audizioni. Sulle audizioni - ovvero quali esperti e associazioni ascoltare prima di entrare nel merito della legge - è già scoppiato il "caso". La Lega ne aveva chieste un centinaio, tra cui di sentire Platinette, il governatore della Calabria Spirlì e un esponente dei vescovi. Lo stesso presidente della commissione, il leghista Andrea Ostellari ha promesso di sfoltirle: in totale erano oltre 200.
"Noi abbiamo posto la questione di accelerare le audizioni. Ma fino all'ultimo neppure sappiamo chi è previsto. Mai visto che un presidente non garantisca a tutta la commissione di conoscere quali sono le audizioni", denuncia Mirabelli. Monica Cirinnà, ex responsabile diritti del Pd, è ancora più netta: "È un insulto solo immaginare alcune delle audizioni che a quanto pare sono state chieste dalla destra. La verità è che ai leghisti, ai forzisti e a Fratelli d'Italia non importa nulla delle persone che soffrono e delle discriminazioni. Hanno come obiettivo vero quello di affossare la legge Zan che, ricordo, è stata approvata alla Camera dopo un'ampia discussione il 4 novembre scorso ed è attesa da 25 anni".
Mirabelli aggiunge: "Non c'è alcuna volontà di confronto da parte della destra. L'unico scopo della Lega e di Ostellari è di impedire che la legge Zan sia discussa e portata in aula". Il tentativo perciò di Davide Faraone, il capogruppo dei renziani, che ha invitato a evitare "il muro contro muro" e a trovare una mediazione, è dato per fallito in partenza. Intanto c'è la denuncia della Rai a Fedez. La Rai querela il cantante per diffamazione e per avere diffuso l'audio della telefonata con i vertici del servizio pubblico sul Concertone del Primo Maggio e il ddl Zan. Fedez ribadisce: "Lo rifarei mille volte". E Elio Vito, capofila dei forzisti a favore della legge, rincara: "Io dico solo ddl Zan subito".
Iv lavora al compromesso - A lavorare a un compromesso è Faraone, che ieri ha incontrato Aurelio Mancuso e Giovanna Martelli, tra i promotori dell'appello sottoscritto da 450 personalità, reti femministe e associazioni della sinistra, per modificare il ddl Zan, in particolare là dove di parla di "identità di genere". Cristina Gramolini per Arci Lesbica, Marina Terragni per RadFem, Fabrizia Giuliani per Senonoraquando-libere, Vittoria Tola per Udi nazionale sono tra le firmatarie della richiesta di cambiamenti perché - sostengono - "suscita forte preoccupazione l'utilizzo del termine "identità di genere", discutibile sul piano scientifico e utilizzato in diverse parti del mondo per mettere in discussione i diritti acquisiti delle donne attraverso l'auto certificazione dell'identità sessuale".
Una preoccupazione che fa il gioco della destra, secondo i 5Stelle. Alessandra Maiorino, la pentastellata che sa seguendo passo passo il ddl Zan, avverte: "Ci auguriamo che Ostellari abbia davvero tagliato l'esorbitante richiesta di audizioni avanzata dalla Lega. E ci aspettiamo che fornisca un calendario certo dei lavori. Il confronto è altro dal tentativo di insabbiamento di una legge: al primo siamo disponibili, il secondo lo avverseremo in ogni modo".
Chiosa Mirabelli: "Dobbiamo dare atto al senatore leghista Simone Pillon, che ce lo ripete ogni minuto, che non si vuole approvare il ddl Zan". Pillon infatti ha dichiarato: "Siamo ancora in tempo per fermare l'ideologia "gender". L'Italia, a differenza di Paesi in cui leggi simili al ddl Zan sono entrate in vigore, può tornare al buon senso ed alla naturalità delle cose".
Sempre Pillon: "Il Pd ha chiesto tempi rapidissimi. Noi chiediamo sia dato ascolto ai membri della società civile. Abbiamo già rinunciato a 25 nomi di associazioni che avrebbero voluto essere sentite, ora lasciamo spazio al confronto con le rimanenti audizioni".
I vescovi: evitare forzature - Intanto i vescovi italiani chiedono di evitare "forzature" con il disegno di legge Zan contro l'omofobia. "Ribadiamo come ci sia ancora tempo per un dialogo aperto per arrivare a una soluzione priva di ambiguità e di forzature legislative", ha detto il Presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il cardinale. Gualtiero Bassetti, aprendo i lavori di questa mattina all'Assemblea generale in corso a Roma.
di Marzio Breda
Corriere della Sera, 24 maggio 2021
Nel giorno del ricordo di Falcone e Borsellino, il presidente della Repubblica segnala la questione dei rapporti tra toghe e il velo che si sta alzando su "sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all'interno della magistratura".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 24 maggio 2021
Il monito dopo gli scandali al Csm: "Contese e polemiche minano l'autorevolezza della magistratura". A Palermo il presidente ricorda Falcone e le vittime di Capaci: "O si sta contro la mafia o si è complici".
di Maria Luisa Astadi
infermieristicamente.it, 24 maggio 2021
Il 92,65% degli infermieri che lavorano nei penitenziari sono risultati esposti al rischio di contagio da Covid-19, essendo venuti a contatto direttamente con detenuti positivi.
Mentre la diffusione del Covid, è stata ampiamento studiata in ambito ospedaliero, scarsamente indagato è stato il mondo delle carceri, che per antonomasia sono sensibili alla rapida diffusione delle epidemie: i fattori legati all'ambiente ed alla particolare tipologia di paziente, possono accelerare questo processo ed un intervento sanitario precoce rappresenta un elemento focale per contenere e prevenire le malattie infettive (European Centre for Disease 2011; Montoya-Barthelemy et al., 2020).
di Davide Madeddu
Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2021
Una laurea in carcere per una seconda chance. Dall'area politico sociale alle materie artistiche e letterarie passando per l'economia, la giurisprudenza e le discipline ambientali. È in crescita il numero dei detenuti che si iscrivono ai corsi universitari in carcere. I dati elaborati dalla Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari parlano chiaro: si è passati passato dai 796 dello scorso anno agli attuali 1.340, che significa una crescita del 29,9 per cento.
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 24 maggio 2021
In un ipotetico "processo alla giustizia" non è chiaro chi vestirebbe i panni dell'accusa e chi della difesa, è azzardato avanzare ipotesi nel paese dove anche i più fieri epigoni del giustizialismo si trasformano in strenui difensori delle garanzie quando si ritrovano a fare i conti, personalmente, con i guasti di una giustizia malata.
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 24 maggio 2021
È solo mafia, non vi basta? Ha fatto tutto Totò Riina, sulle bombe ci sono le impronte digitali dei fratelli Graviano, per ogni delitto eccellente la pistola in mano ce l'ha avuta sempre Leoluca Bagarella. Mafia, solo mafia. Non cercate altrove perché altrove c'è il nulla. O complottisti di professione, sceneggiatori, romanzieri. Solo mafia, il resto è fiction e delirio. Questa vigilia del 23 maggio, ventinovesima commemorazione dall'uccisione di Giovanni Falcone, è segnata dal ritorno della mafia come unica ideatrice ed esecutrice degli attentati e delle stragi che hanno sconvolto l'Italia.
E non mi riferisco soltanto a Michele Santoro e alla fantasia sospetta di Maurizio Avola, quanto piuttosto a una tendenza che affiora da più parti e cerca di imporre un'idea ignorando decenni di indagini, atti parlamentari, sentenze pronunciate in nome del popolo italiano. Ogni evidenza è seppellita con una battuta in tv, un'arguzia sul profilo Facebook, una contorsione linguistica in un pubblico dibattito. Va di moda, piace che i colpevoli siano solo i mafiosi. Rassicura. Nessun complice, siamo tutti innocenti, indifferenti e favoreggiatori. Sono stati i Corleonesi, in solitudine, a far tremare il paese dal 1979 al 1993.
Frequenti distrazioni - Qualche settimana fa, in occasione di un altro doloroso anniversario palermitano - l'uccisione di Pio La Torre e del suo amico Rosario Di Salvo il 30 aprile 1982 - mi è capitato di leggere commenti sulla matrice dell'assassinio ("C'è bisogno della Cia, dei poteri occulti? La mafia è stata: la mafia!!!") che cancellano dalla memoria ciò che ha rappresentato La Torre per il potere e i fili che ha rintracciato per esempio il giudice Falcone nella sua requisitoria sui cosiddetti delitti politici. Sicari di mafia, mandanti di mafia, ma anche un contesto ostile intorno al quale lo stesso Falcone avrebbe voluto approfondire le sue investigazioni e che però il procuratore capo di allora, Piero Giammanco, impedì.
In questi ultimi tempi e in più di un'occasione ho sentito parlare della morte del consigliere istruttore Rocco Chinnici, fatto saltare in aria con un'autobomba il 29 luglio del 1983, con protagonista assoluto di quell'attentato "alla libanese" Giovanni Brusca. Mai una parola sui cugini Salvo, Nino e Ignazio, i baroni mafiosi delle esattorie che finanziavano la corrente andreottiana della Democrazia cristiana siciliana e sui quali Chinnici aveva osato aprire un'inchiesta. I loro nomi sono stati oscurati, accontentiamoci di Brusca.
Viene rimosso ogni richiamo a colletti bianchi o neri, a soldi e a banche, a leggi e a legislatori che avevano garantito alle 75 esattorie dei Salvo un aggio che raggiungeva il 10 per cento contro il 3 della media nazionale. Più facile ricordare solo Giovanni Brusca, "u' Verru", porco in siciliano. Distrazioni frequenti che valgono anche per gli omicidi del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, per il giudice Cesare Terranova, per Giovanni Falcone. E soprattutto per Paolo Borsellino. Probabilmente quella di via D'Amelio, fra tutte le stragi, è la più subìta da Cosa Nostra.
Via D'Amelio - Nella sua ricostruzione ci sono ancora molti pezzi mancanti, sono state acquisite prove di deviazioni istituzionali e non è un caso che la prima istruttoria sul massacro venga ricordata dai pubblici ministeri come "il più grande depistaggio della storia repubblicana". Tutto ciò sembra non avere più una qualche importanza, nella narrazione che ne fa un dilagante neo conformismo, favorito anche - almeno questa è la mia opinione - dal rumore di certe indagini "clamorosissime" che non vedono mai fine o dalle esasperazioni di chi si spinge a dire che, in fin dei conti, dei grandi delitti di mafia nessuno può ritenersi un vero delitto di mafia. Posizioni estreme che non tengono in debita considerazione la natura della Cosa Nostra siciliana, la sua autonomia da altre entità criminali, la capacità che ha sempre avuto di negoziare con lo stato italiano.
Ma mai mi sarei aspettato una campagna "revisionista" come quella di questi ultimi mesi. Con la mafia, per riprendere le parole del presidente della Commissione parlamentare antimafia siciliana Claudio Fava, raccontata come fosse un western, i buoni da una parte, i cattivi dall'altra e in mezzo niente. Diciamo pure che sulla mafia ormai si può scrivere tutto e il contrario di tutto, tanto i Corleonesi dal 41 bis non smentiscono mai. Di recente ho letto un articolo, di contenuto giornalistico indefinibile, sul primo omicidio che avrebbe commesso Totò Riina. Non era riportata l'identità della vittima né la data del delitto, neanche una vaga indicazione di dove era stato compiuto, senza nome anche il magistrato che aveva svelato il mistero e a quanto pare aperto un'indagine. Una fantastica storia che, testuale, "riaffiora nel giorno in cui morì Maradona". Effetti speciali.
Gli influencer dell'antimafia - Poi ci sono gli influencer dell'antimafia che non fanno paura alla mafia, poi ancora ci sono i talk show che in un'ora e mezza pretendono di ribaltare trent'anni di processi. È lo stordimento che ci accompagna verso quest'altra celebrazione della strage del 23 maggio e che per il secondo anno consecutivo, a causa del Covid, ci sarà senza le famose "navi della legalità" che approdano ai moli del porto di Palermo. Sempre più stanca la cerimonia dentro l'aula bunker, nel 2020 disertata da molti per i troppi pennacchi e per l'insopportabile retorica. Falcone e Borsellino, Borsellino e Falcone, esibiti come santini, agitati - il copione è il solito - come il bene contro il male. Siamo sempre al western. Ma cos'è diventata la mafia oggi, quale evoluzione ha avuto dopo quel 23 maggio e quel 19 luglio, nessuno ce lo sa o ce lo vuole spiegare.
Periodicamente ci offrono in pasto gli avanzi dei Corleonesi, i feroci allevatori dei Nebrodi, qualche malacarne ragusano presentato come Al Capone o l'ultimo vivandiere (sempre "insospettabile") di Matteo Messina Denaro che intanto continua la sua latitanza. Ma è davvero questa la mafia che comanda quasi trent'anni dopo le stragi, è davvero questa quell'organizzazione potentissima che non ha mai nascosto l'ambizione di essere "classe dirigente", che muove così ingenti capitali da condizionare politica ed economia?
Nei convegni e nei "pensatoi" si parla e si straparla di una mafia stellare (senza però mai fare un nome) e poi però i resoconti quotidiani delle retate ci consegnano l'estorsore beccato con la bottiglia di benzina che dà fuoco al negozio, i disperati dello Zen che si fanno la guerra a colpi di post su Facebook, il boss ultraottantenne spacciato come il futuro che avanza in Cosa Nostra. Si citano a memoria le frasi del giudice Falcone come al catechismo. Una fra le più gettonate: follow the money, segui i soldi. Ma quante indagini sul grande riciclaggio di denaro sono partite negli ultimi anni? Se le contiamo, forse non arrivano alle dita di una mano.
Il "luogo della strage" - Cosa è oggi il sistema criminale italiano? È quello dei poteri apertamente illegali o piuttosto quello dei poteri legali che si muovono illegalmente e naturalmente in combutta con le mafie? Chissà, che ne direbbe Falcone se fosse ancora fra noi. L'ultima volta che sono andato sul "luogo della strage" è stato quattro anni fa, per l'anniversario del quarto di secolo. Sono tornato sul cratere, dove il 23 maggio c'era l'inferno e dove - là sopra, sulla collina - c'è ancora il casotto dell'acquedotto dove Brusca era appostato con il radiocomando.
Sotto, da una parte, c'è il giardino della memoria che ha voluto Tina Montinaro, la moglie di Antonio, uno degli angeli custodi di Falcone. Dall'altra parte invece c'è un piccolo villaggio costruito proprio ai margini del cratere, una trentina di villette color pastello attraversate da stradine che portano il nome dei poliziotti e dei magistrati uccisi a Palermo. L'area sulla quale sorge il villaggio faceva parte di un'operazione immobiliare citata nella relazione prefettizia che, nel 2012, ha portato allo scioglimento per mafia del comune di Isola delle Femmine.
Fra un incrocio e l'altro gli operai del gas hanno sistemato una centrale per la distribuzione del metano, un parallelepipedo di acciaio con un'avvertenza bene in vista: "Area in cui può formarsi un'atmosfera esplosiva". Molto sinistro. Il "luogo della strage" è a qualche passo e non è in territorio di Capaci come sempre scriviamo - e per primo io - ma in territorio di Isola delle Femmine. In alcuni atti ufficiali, dopo ventinove anni, non viene più neanche richiamata la località dove Falcone è stato assassinato. Un'altra piccola rimozione. È Capaci, per tutti. Qualcuno obietterà che è un dettaglio irrilevante. Ma cosa c'è di irrilevante in fondo a quel cratere?
di Leonardo Petrocelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 24 maggio 2021
L'ex magistrato e scrittore: "sono ottimista, ma corporazioni e partiti rischiano di ostacolare la riforma". Una riflessione a tutto campo sulla giustizia, tra necessità di riforma e nodi critici che stanno attraversando il dibattito in queste settimane.
È l'equilibrio la bussola di Gianrico Carofiglio, scrittore, ex magistrato e già senatore, da gennaio in libreria con il fortunato "La disciplina di Penelope" (Mondadori, 2021), al momento il secondo libro più venduto dell'anno. Il suo esordio narrativo, invece, Testimone inconsapevole del 2002, è appena giunto alla centesima edizione, caso unico per un autore vivente.
Carofiglio ci voleva il Recovery Fund per incoraggiare una seria riforma della giustizia?
"A quanto pare sì, ma non è una buona notizia. Sarebbe stato meglio fare questo tipo di riforme in maniera spontanea e soprattutto superando il problema principale, cioè il conservatorismo delle corporazioni. Mi riferisco a magistrati e avvocati, entrambi parte del problema in modi diversi. Sostenevo questo punto anche quando ero magistrato, non è una frase da pentito (ride, ndr)".
C'è di buono che si è anche compreso, finalmente, il legame fra giustizia e sistema Paese, in particolare in riferimento all'economia. Se gira l'una, gira anche l'altra.
"È addirittura una ovvietà. Se uno deve investire in un territorio ma un problema con un fornitore rischia di tradursi in una causa di anni allora sposta i propri denari altrove. Il legame è fin troppo evidente".
Iniziamo a entrare nel merito, dunque. Da dove bisognerebbe iniziare per riformare seriamente la giustizia italiana?
"Non sono un esperto di procedura civile ma è fin troppo evidente la necessità di semplificare, in modo rilevante, la produzione delle decisioni. Questo si può fare in molti modi ma una chiave di volta è l'alleggerimento degli oneri di motivazione. Naturalmente, è necessario procedere con meccanismi flessibili e con tutte le garanzie del caso, evitando che queste ultime diventino trappole. C'è un percorso scivoloso che può trasformare le garanzie sane in garantismi. Serve la massima attenzione"
Un punto che agita il dibattito, dalla vicenda Palamara fino ai recenti casi di Bari, è quello della "moralizzazione" della magistratura. Come intervenire?
"La questione c'è ma io distinguerei. Nel caso delle recenti vicende baresi si tratta di fatti criminali, mentre la moralizzazione riguarda costumi, relazioni, comportamenti. C'è un problema aggravatosi negli ultimi anni che oggi impone la definizione delle regole per la formazione dell'autogoverno".
C'è chi invoca la cancellazione delle correnti in magistratura.
"Questa è una sciocchezza. Le correnti, se correttamente intese, sono espressione del pluralismo culturale della magistratura. Purtroppo, per molte ragioni, sono diventata anche - se non soprattutto - macchine di distribuzione di incarichi. Non tutte allo stesso modo ma è inutile negare che il problema esista".
E dunque come riformare il Csm? Con il metodo del sorteggio secco?
"Il sorteggio secco viola le regole democratiche e rischia di mandare al Csm persone incompetenti o peggio. E tuttavia nel sorteggio c'è un principio giusto: il tentativo di sottrarre il rappresentante a un vicolo rigido verso il gruppo organizzato - a volte clientelare - che l'ha fatto eleggere".
Qual è la soluzione allora?
"Io un'idea ce l'ho: se i posti per i magistrati al Csm sono 20 allora si procede alle elezioni con liste e correnti per individuare 100 persone che siano espressione della rappresentanza democratica. Ed è tra questi, in seconda battuta, che si può procedere al sorteggio, tenendo così insieme le due legittime esigenze. Sostengo questa soluzione da tempo, ma è bene ricordare che quasi nessuno è d'accordo".
Andiamo avanti con un altro nodo spinoso: la separazione delle carriere. Lei è d'accordo?
"Non credo sia una buona idea, innanzitutto per una ragione culturale: se i pubblici ministeri vengono separati dai giudici rischiano di essere attratti da una cultura di polizia e soprattutto di diventare un super potere, una casta di autogovernati con un Csm a parte come sostengono, con scarsa lungimiranza, molti sostenitori della separazione. L'unico antidoto a questo pericolo è che l'autogoverno sia il medesimo per giudici e pm e le carriere non siano separate. Occorre mantenere una cultura comune della giurisdizione e delle garanzie, con vincoli rigidi - ma quelli n gran parte ci sono già - per il passaggio da una funzione all'altra".
L'enfasi mediatica posta sul tema della prescrizione è giustificata secondo lei?
"È una questione spesso agitata, da una parte e dall'altra, in modo demagogico. Un giudice o un avvocato americano si metterebbero a ridere stupefatti sentendo i termini di questa disputa tutta italiana. Il cuore del problema è piuttosto evidente: deve essere garantito un tempo accettabile dello svolgimento del processo. Ma questo si fa intervenendo sulle norme che regolano il processo stesso, in modo stringente e con sanzioni per tutti, avvocati e magistrati. Chi accusa la riforma Bonafede di mettere l'imputato sotto processo per sempre lo fa spesso in modo strumentale ma il problema resta e si risolve solo, lo ripeto, andando al cuore della faccenda".
A fronte di tutto questo, qual è alla fine il vero avversario di una buona riforma?
"Certamente i veti incrociati che in partiti possono mettere in campo in una maggioranza così variegata come quella attuale"
Quindi il governo guidato da Mario Draghi non è quello giusto per portare a casa il cambiamento?
"Voglio essere ottimista perché c'è un ministro molto competente oltre che un calendario dettato dalla congiuntura particolare che attraversiamo. Anche la debolezza attuale della magistratura - che in sé non è un bene - può contribuire a depotenziare parte delle spinte conservatrici di cui si parlava prima".
A proposito di veti, crede che negli ultimi anni il Paese abbia assistito a una deriva ideologica su questi temi? Il riferimento è in particolare al Movimento 5 Stelle.
"La dimensione ideologica ha caratterizzato la loro azione fin dall'inizio e non solo in riferimento alla giustizia ma anche sul resto. Occorre peraltro registrare un'evoluzione interessante e meno ideologica in questa forza politica. Peraltro non vedo meno ideologia nei temi declinati dalla destra".
E il campo progressista invece?
"Al momento ci sono confusioni e sbandamenti. È necessario trovare una linea di indirizzo percepibile dai cittadini, recuperando e dichiarando con coraggio i valori di riferimento - primo fra tutti la lotta contro le disuguaglianze - che giustificano l'esistenza stessa della sinistra. Il mio consiglio ai dirigenti della sinistra e del Pd in particolare è di dimenticare l'esistenza dei sondaggi e concentrarsi sui valori e sul modo migliore per comunicarli ai cittadini".
L'ultima battaglia è quella sulla tassa di successione che pure lei ha difeso. C'è stato un errore di comunicazione?
"Poteva essere esplicitata meglio. Una proposta del genere deve essere necessariamente corredata da una comunicazione capace di colpire l'intelligenza e la fantasia dei destinatari e una persona come Letta ha tutti i mezzi per farlo. La destra semplifica dicendo che si vogliono togliere i soldi ai cittadini. In realtà esistono patrimoni spaventosi di decine e decine di milioni piovuti sulla testa di persone senza meriti concreti ma per la casualità dell'eredità. In Francia si chiama tassa sulla fortuna. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché un signore che ha beneficiato di una eredità di 20 milioni di euro non può contribuire al bene e alla vita comune con 200mila euro".
Su questo, però, il premier Mario Draghi ha "silurato" il segretario dem: è il momento di dare soldi, non di prenderli.
"Se è vero quello che hanno riferito è stata una esternazione al di sotto del suo livello. Ridurre le terribili disuguaglianze che affliggono questo Paese, dotando anche chi non ha nulla di una capacità di spesa che riattiverebbe l'economia, dovrebbe essere una priorità".
Chiudiamo infine sulla cultura che ricomincia a camminare. Lei si era battuto in prima linea per riaprire le librerie anche nel momento più buio della pandemia. I numeri di vendita dei libri le hanno dato ragione.
"Finalmente sta ripartendo un po' tutto, dai cinema ai teatri ai festival. Quando si parla di cultura si rischia sempre di dire banalità ma durante il lockdown, ed è forse l'unico effetto positivo riscontrato in pandemia, abbiamo constatato l'impennata notevolissima del mercato dei libri. È una lezione da sfruttare e da non disperdere, ma non per mercificare la cultura bensì per comprendere il potenziale vero di questa ricchezza ed estenderlo ben oltre i confini di una piccola casta di privilegiati".
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 24 maggio 2021
Intervista a Giuseppe Santalucia, presidente Anm. Il monito del presidente Mattarella sulle "contrapposizioni, contese e polemiche che minano il prestigio della magistratura", dice il presidente dell'Anm "coglie una preoccupazione che è anche la nostra". I magistrati nei talk show? "Fare ipotesi in tv, litigando con colleghi, non credo sia la strada".
"Contrapposizioni, contese e polemiche minano il prestigio della magistratura". Giuseppe Santalucia, da presidente dell'Associazione nazionale magistrati, come accoglie la strigliata del capo dello Stato?
"Credo che faccia sempre bene. Coglie una preoccupazione che è anche la nostra".
E quindi che farete?
"Abbiamo già cercato di adeguarci a questo monito che ci era stato fatto già a febbraio, quando siamo stati ricevuti dal presidente. E anche prima".
Quindi non vi sentite chiamati in causa?
"È un periodo non facile per la magistratura. Ci sono più punti di vista su come superare la crisi. All'interno dell'Anm si discute ma non ci sono conflitti. Tranne con un piccolo gruppo. Ma anche in questo Comitato direttivo centrale ci siamo ritrovati su posizioni comuni, come il ricordo di Giovanni Falcone".
Su quello era facile.
"Sui principi generali, autonomia e indipendenza c'è unità. Ma tante cose non dipendono da noi". E da chi? "Dalla crisi si esce con buone riforme. Abbiamo bisogno dell'attenzione del Parlamento".
Ma il presidente stigmatizza anche liti interne.
"Con questa vicenda della presunta loggia Ungheria, abbiamo visto molte liti in tv tra magistrati. Se questo è ciò pensa, mi trova perfettamente adesivo".
Cosa intende?
"Siamo tutti in trepidante attesa che ci dicano qualcosa di certo su quelle rivelazioni che tirano in ballo magistrati come presunti affiliati: se sono calunnie o reati gravissimi. Ma il salotto tv non sostituisce l'accertamento della verità".
Sta dicendo: basta magistrati nei talk-show?
"Ognuno si determina come ritiene. Ma fare ipotesi in tv, litigando con colleghi, non credo sia la strada. Il tavolo di confronto deve essere serio. O c'è chi deduce che tutto è malato. Non è così".
Le chat di Palamara non mostrano una giustizia sana. A parte espellere lui, l'Anm non ha fatto nulla?
"Da mesi ci sono procedimenti aperti per violazioni del codice etico, come le auto sponsorizzazioni. A breve valuteremo".
Vuole dire che sono in arrivo sanzioni? Per quanti?
"Sono una cinquantina le posizioni aperte. E alcuni si stanno dimettendo dall'associazione. A quel punto il nostro procedimento si interrompe. Ferma restando l'azione disciplinare del Csm".
Non è a maglie larghe?
"No. Dai numeri si vede che non siamo una casta chiusa in atteggiamento corporativo".
Ma auspicate riforme.
"Quelle buone. Si è scatenata una reazione che potrebbe portare a soluzioni improvvide".
Quali ritiene tali?
"Se ne sono sentite di tutti i colori. Dare la prevalenza numerica alla componente laica del Csm. O la commissione d'inchiesta sulla magistratura. E anche la separazione delle carriere non mi sembra una buona idea. Ma ce ne sono di interessanti".
Ad esempio?
"La riforma del processo civile ci trova in gran parte favorevoli. Come le misure allo studio per il recupero di efficienza della giustizia penale".
Ha fatto retromarcia sull'idea di scegliere per sorteggio i consiglieri Csm?
"Era l'idea di alcuni nell'Anm, non la mia. È fuori luogo e non è costituzionale. Ci sono altre soluzioni. L'importante è che non ci sia il doppio turno che favorisce gli apparentamenti".
Le cordate decidevano le promozioni. È meglio tornare al criterio di anzianità?
"Sì, ma non brutale che lega le mani al Csm".
La magistratura uscirà dalla crisi?
"Si, c'è tanta indignazione. Il caso Palamara ha fatto tanto male, ma anche tanto bene"
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 24 maggio 2021
Intervista al costituzionalista Michele Ainis: "A differenza del mondo anglosassone in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere".
"Diritto resiliente". Un'espressione del genere non è stata ancora utilizzata. Ma visto l'andazzo non si può escludere questo fantasioso ingresso nel linguaggio del legislatore e del giurista del ventunesimo secolo. È, però, stata coniata e importata - potevamo esimerci dalla solita fascinazione esterofila? - la locuzione "soft law", la legge soffice, nel settore dei contratti pubblici. Giuristi della caratura di Alberto Trabucchi e Temistocle Martines rimarrebbero senza parole di fronte a derive linguistiche del genere. Un altro studioso, il costituzionalista Michele Ainis, è invece convinto che la scrittura, quasi esoterica ed incomprensibile, delle leggi rende la democrazia più fragile. "Con un diritto oscuro - dice al Dubbio Michele Ainis - diventiamo tutti punibili". Per questo il ruolo dell'avvocato diventa sempre più delicato nella nostra società. Deve avere il coraggio di vigilare sulla qualità linguistica delle norme e degli atti. Solo così potrà essere preservato il diritto delle persone a capire per adempiere. Cosa non da poco.
Professor Ainis, la crisi della politica e la sua delegittimazione derivano anche da una legislazione complicata e ai più non fruibile?
Sicuramente. Si tratta di un antico problema, tra l'altro, già affrontato da Tacito quando parlava di corruzione delle leggi. Mi sono occupato di questo tema nel 1997, quando scrissi il saggio intitolato "La legge oscura" (edito da Laterza, ndr). Il ceto intellettuale italiano ha una grande responsabilità. Ama parlare in maniera difficile e non comprensibile. A differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, in Italia regna il sospetto della divulgazione e, di conseguenza, del farsi comprendere. Assistiamo ad un rifiuto del confronto. Se usi un linguaggio semplice, rischi quasi di essere discriminato. Eppure, Einstein parlò di relatività facendosi comprendere da tutti. Non capisco perché il legislatore debba parlare e scrivere in maniera incomprensibile. Il diritto ha bisogno di un suo linguaggio. Questo è innegabile. Non posso parlare di usucapione, usando un altro termine. Detto questo, sono sotto gli occhi di tutti l'ampollosità di un certo linguaggio giuridico ed il continuo rinvio ad altre leggi quando si scrivono le norme. Questi elementi rendono i testi legislativi più imprecisi.
La tecnica, quasi esoterica, della scrittura delle leggi è un modo per una ristretta cerchia di politici, magistrati e giuristi che tende ad autodifendersi?
È un effetto ricercato e voluto. Partiamo da una premessa storica. Abbiamo avuto sempre governi di coalizione anche quando la forza politica dominante del Paese era la Dc con le sue correnti interne. Nella coalizione devi fare sintesi, se non ci riesci, devi fingere davanti ai cittadini per dimostrare di avere preso delle decisioni. Scarichi le conseguenze delle tue incapacità sui cittadini. Le leggi adesso le scrivono gli uffici legislativi e la tecnica usata rifugge le clausole generali e si impicca ai micro-provvedimenti. Assistiamo ad uno strapotere della burocrazia e della magistratura. Quest'ultima è destinataria di una delega implicita che la legge incomprensibile produce. La responsabilità della politica su questo è enorme. È inevitabile che il giudice si trovi a fare il legislatore di fronte a norme incomprensibili. Non dimentichiamo, inoltre, che viviamo in un'epoca in piena crisi di idee e valori. Il Novecento è stato il secolo delle grandi ideologie, che ci ha poi condotto ad una legislazione che si è via via svuotata ed è diventata meno organica. Oggi arriviamo al fatto del minuto prima ed il linguaggio giuridico e legislativo è specchio della cultura generale.
Chi scrive le leggi si preoccupa solo di sé stesso?
L'autoreferenzialità è un'altra malattia del nostro tempo. Il successo delle fake news o il populismo trumpiano hanno a che fare con il brodo di cultura dei tempi che stiamo vivendo. Si tende a parlare ai propri simili. La politica vive di pensieri corti. Quando la politica finisce nelle Gazzette ufficiali le cose cambiano e certi linguaggi diventano incomprensibili.
In questo modo si rende il diritto inaccessibile. Una esclusività che porta dei vantaggi a qualcuno?
Il diritto serve per proteggere i deboli. Per i forti e prepotenti è di intralcio. Se il diritto non serve i deboli, diventa un favor per il più forte dal quale inevitabilmente si generano delle disparità. Su questo mi viene in mente quanto scritto da un autore molto interessante, un grande filosofo del diritto. Mi riferisco a Lopez de Onate, autore del libro "La certezza del diritto", secondo il quale quando il diritto è incerto il reo guadagna la riva, mentre il debole è destinato ad affogare. Un diritto scarsamente comprensibile danneggia i cittadini. Qui si innesta un'altra riflessione sui delitti naturali e i delitti di pura creazione legislativa. Questi ultimi sono delle mine sulle quali il cittadino può saltare per aria in qualsiasi momento. Il rischio è che si attribuisca un potere abnorme ai giudici. Esistono nel nostro ordinamento migliaia di reati e siamo dunque tutti processabili. Con un diritto oscuro diventiamo tutti punibili e più deboli.
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