di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Le telecamere interne agli istituti di detenzione sono fondamentali, dice Mauro Palma, ma non sempre ci sono e soprattutto quando servono le registrazioni molto spesso sono già state cancellate.
Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, si è chiesto che impressione fanno all'estero le immagini dei detenuti massacrati dalla polizia penitenziaria in un carcere italiano?
Sono immagini distruttive la cui portata e gravità è comparabile alle vicende del G8 di Genova, giusto venti anni fa. Quei video testimoniano di un'operazione progettata a freddo, sotto gli occhi delle telecamere quindi con la certezza della impunità. Sono immagini che certo gireranno all'estero, credo che la questione sarà portata davanti al parlamento europeo e alla commissione Ue. Ce ne chiederanno conto, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione si apre con un richiamo alla dignità umana e l'articolo 4 vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.
Lei pensa che l'operazione sia stata fatta malgrado l'impianto video, non perché gli agenti pensavano fosse disattivato?
Credo entrambe le cose. Può esserci una sensazione di impunità anche con il circuito interno attivo perché queste registrazioni vengono molto presto cancellate. Lo spazio di archiviazione è limitato, quando le si cerca non ci sono più. Merito della magistratura di sorveglianza, questa volta, è averle messe in sicurezza per tempo. (Nell'ordinanza del Gip di Santa Maria Capua Vetere si legge che i carabinieri hanno cercato di acquisire i filmati interni al carcere il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo i fatti, ma sono riusciti a farlo solo il 14, con qualche buco, a causa degli ostacoli tecnici avanzati dalla polizia penitenziaria, ndr).
In generale le carceri italiane sono controllate da telecamere interne affidabili?
Purtroppo no. Non tutti gli istituti sono coperti e anche quelli che lo sono presentano zone oscure. Le telecamere sono spesso decisive, lo sono state recentemente a San Gimignano e a Torino. Ovviamente non si possono tenere sotto osservazioni le celle perché si violerebbe la privacy dei detenuti, ma quando i corridoi e gli ambienti comuni sono sotto sorveglianza si riescono a ricostruire bene gli episodi. Puoi capire dove viene portato un detenuto e in quali condizioni è. Nella riunione di emergenza che abbiamo tenuto al ministero si è parlato di estendere le video registrazioni. Bene. Aggiungo che va creato un archivio capiente in maniera che queste registrazioni siano sempre utili. Stavolta siamo di fronte a un gravissimo episodio collettivo, ma è difficile che il maltrattamento di un singolo venga denunciato subito e quando serve il video non è più disponibile.
Gli agenti protagonisti di queste violenze sono indagati da oltre un anno, c'era bisogno del video per intervenire?
Sicuramente qualcosa nella catena di comunicazione non ha funzionato, considerando che a ottobre dello scorso anno il ministero della giustizia rispose in parlamento che a S. M. Capua Vetere c'era stata una normale e regolare operazione per riportare l'ordine. A meno che il ministro Bonafede non abbia considerato "normale" quello che è successo, e francamente mi sento di escluderlo, bisogna pensare che non era stato informato. Non gli avevano mostrato i video e dunque la comunicazione interna non aveva minimamente funzionato. Questo apre degli interrogativi sulla responsabilità del Dap di allora. Dobbiamo rimediare, episodi come questa cosiddetta "perquisizione straordinaria" bisogna che siano riportati immediatamente e formalmente. Ho letto che invece non c'è nulla di scritto, ma il ministro e il parlamento devono conoscere gli elementi oggettivi, anche per evitare al paese pesanti censure. Si sottovaluta il colpo che questa vicenda assesta all'immagine e agli interessi nazionali.
Nella riunione di emergenza al ministero è stata decisa la sospensione degli agenti coinvolti. Che però sono indagati da oltre un anno. Il Dap non poteva intervenire prima?
In effetti è grave che sia andata in questo modo. Confesso che in un primo momento anche io mi ero posto la domanda se la custodia cautelare per questi agenti non fosse eccessiva, visto che è trascorso tanto tempo dai fatti. Ma quando ho visto che molte delle persone accusate e riprese dalle telecamere in azioni violente erano rimaste nello stesso istituto ho cambiato idea. Forse se fossero stati trasferiti non ci sarebbe stato bisogno di arrestarli.
La sensazione di impunità degli agenti ha a che vedere con la sottovalutazione che c'è stata a livello politico dell'emergenza Covid nelle carceri? I detenuti erano terrorizzati, molte proteste si spiegano così, e fuori c'era chi definiva le carceri il luogo più sicuro contro il virus...
A partire dalla rivolta di Modena non si è voluto capire cosa ha prodotto la paura del contagio in un ambiente già teso. Il Covid nelle carceri ha creato il panico. L'idea che gli istituti fossero sicuri perché sigillati è crollata di fronte ai primi contagi, come appunto a S. M. Capua Vetere. L'effetto è stato deflagrante. Certamente anche a causa di un discorso pubblico, all'esterno del carcere, assai irresponsabile.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Walter Verini, tesoriere e deputato dem, spiega che le immagini delle violenze in carcere "rischiano di far perdere credibilità non solo ai protagonisti di quei fatti, ma all'intero corpo che invece è di straordinaria importanza per il paese e per la sua sicurezza" e che "stavolta la propaganda di Salvini rischia di incendiare la situazione nelle carceri".
Onorevole Verini, cosa farà il Pd perché si accerti la verità sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere?
Il Pd ha chiesto che la ministra venga prima possibile a riferire in Aula, così come chiedemmo all'allora ministro Bonafede. È giusto che vicende come queste vengano affrontate alla luce del sole.
Oggi Salvini sarà nella cittadina campana, cosa si aspetta?
I primi annunci, le prime dichiarazioni del leader della Lega, rischiano di essere qualcosa di incendiario. Sottolineo che qui non sono in discussione il ruolo e la credibilità della Polizia penitenziaria. Tutti noi proviamo ammirazione per il lavoro quotidiano che oltre 37mila agenti svolgono ogni giorno in situazioni difficilissime. Ma alla luce dei video diffusi emergono comportamenti di una gravità intollerabile e inaccettabile per un paese civile. Quelle immagini rischiano di far perdere credibilità non solo ai protagonisti di quei fatti, ma all'intero corpo che invece è di straordinaria importanza per il Paese e per la sua sicurezza. Salvini non può soffiare sul fuoco, perché se dentro le carceri si crea un clima particolarmente acceso si rischiano situazioni di enorme gravità.
Oltre alle immagini sono state rese pubbliche anche le foto degli agenti indagati. Occorre evitare la gogna?
Condivido quanto ha detto il garante nazionale per i diritti dei detenuti. Guai a mettere qualcuno alla gogna ed è grave pubblicare le foto degli agenti coinvolti. E va ribadito che dal punto di vista penale fino a sentenza definitiva c'è la presunzione d'innocenza. Noi non siamo un tribunale ma è del tutto evidente che quei video dimostrano comportamenti che non hanno nulla a che vedere con politiche di trattamento in linea con l'articolo 27 della Costituzione.
Eppure Salvini dice di voler esprimere solidarietà alla Polizia penitenziaria...
Non si può andare lì per esprimere solidarietà indistintamente, perché significa esprimere solidarietà anche per quei comportamenti e questo non è accettabile. Al di là del rilievo penale, quei video chiedono, impongono una presa di distanza. L'allora Capo della Polizia Manganelli, che purtroppo non c'è più, qualche tempo dopo la Diaz chiese scusa per quei fatti. Quando rappresentanti dello Stato compiono errori, sbagli, reati, o commettono gesti inaccettabili, chiedere scusa da parte dello Stato stesso è segno di forza e autorevolezza, non di debolezza.
Cosa contestate al leader della Lega?
Un leader politico che sostiene il governo ha il dovere non di scaldare ulteriormente gli animi ma di pretendere l'accertamento dei fatti, evitando gogne ma al tempo stesso lasciando che la giustizia faccia pienamente il suo corso. Il garantismo cui si è convertito Salvini, che va nelle piazze a promuovere i referendum, deve essere verso tutti, anche nei confronti di chi è detenuto. Salvini è sempre propagandistico, ma stavolta è una propaganda che rischia di incendiare la situazione nelle carceri.
Cosa chiedete alla ministra Cartabia?
Di venire a riferire quanto di sua conoscenza. Tra l'altro lei - come ruolo e come persona - dimostra sensibilità ai temi del trattamento dei detenuti e del rapporto con la Polizia penitenziaria. Ad esempio, quella spedizione era a conoscenza degli allora vertici del Dap? Oggi in quei ruoli ci sono persone come Petralia e Tartaglia, di grande affidabilità. Ma è importante sapere quali gangli della filiera, all'epoca dei fatti, fossero a conoscenza dell'iniziativa nel carcere. In secondo luogo, occorre fare in modo che accanto ai necessari provvedimenti di sospensione ci sia rapidità nel dare una sorta di corsia preferenziale agli aspetti giudiziari. Se ci sono stati comportanti gravi e inaccettabili, quei comportamenti vengano accertati e giudicati. Non possiamo rimanere appesi a delle immagini, pur gravi. Nel tempo tra oggi e l'ultimo grado di giudizio si possono creare tensioni e speculazioni come quella di Salvini che possono mettere in discussione la situazione interna alle carceri.
Con quali rischi?
Se c'è tensione nelle carceri si rischia anche che settori della criminalità organizzata possano utilizzarla per causare rivolte insostenibili che mettono in discussione la sicurezza del personale, dei detenuti e infine degli stessi cittadini come accaduto dopo la rivolta di Foggia. L'approccio deve essere radicalmente diverso.
Quali provvedimenti e misure dovrebbero essere adottati?
Dovrebbe essere completata la dotazione organica della Polizia penitenziaria, aumentando numero di figure come psicologi, medici e mediatori culturali in carcere, animatori, volontari. Un lavoro già iniziato dallo scorso governo grazie al lavoro del sottosegretario Giorgis, che ne aveva la delega. Bisogna accelerare anche sul telecontrollo, perché sviluppare il controllo a distanza attraverso le telecamere significa avere maggior consapevolezza della situazione in vigilanza dinamica ma anche contrastare la piaga dell'autolesionismo e dei suicidi in carcere. Più in generale, il carcere deve essere riservato a reati gravi. Occorre sviluppare pene alternative, e sia dentro che all'esterno, sviluppare formazione, lavoro, socialità, recupero. Un cittadino che sconta una pena ed esce rieducato, socializzato, difficilmente torna a delinquere. Lo ripetiamo: investire in pene certe e carceri umane significa investire anche nella sicurezza di chi lavora nelle carceri e di tutta la società.
Teme che le tensioni di questi giorni con Cinque Stelle e Lega possano rallentare la riforma della giustizia?
Mi auguro di no, perché l'Italia secondo noi ha l'occasione di riformare il civile, il penale e il Csm, dando finalmente una giustizia europea al nostro Paese. Mettere i bastoni tra le ruote del governo significa essere poco responsabili davanti ai cittadini. In secondo luogo, anche alla luce del finto garantismo che vediamo su questa drammatica vicenda carceraria, mi chiedo: cosa c'entra Salvini con i referendum radicali quando sul tema carceri ha una visione così incendiaria?
camerepenali.it, 1 luglio 2021
La nota della Giunta con l'Osservatorio Carcere Ucpi. I gravissimi fatti di violenza avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, da subito denunziati dai detenuti e dai loro familiari, nonché dai loro difensori, devono essere accertati con la massima rapidità possibile. Si tratta di una inconcepibile violazione del diritto delle persone detenute ad un trattamento rispettoso della loro persona, della loro integrità fisica e della loro dignità, oltre che del dovere delle istituzioni penitenziarie di garantire la sicurezza delle persone loro affidate, nella prospettiva del percorso rieducativo della pena voluto dalla Costituzione repubblicana.
Atti di brutale violenza contro persone detenute da parte di chi ha il compito di sorvegliarne la incolumità violano in radice il principio di affidamento che la intera comunità sociale sa di dover riconoscere allo Stato. Questa vicenda conferma l'urgente necessità della profonda riforma del sistema della esecuzione penale, irresponsabilmente abbandonata sin dal primo Governo di questa legislatura, che affronti e risolva le drammatiche condizioni di vita nelle carceri dei detenuti e degli stessi operatori penitenziari, rispetto alla cui struttura organizzativa si impongono interventi urgenti per assicurare un continuo ed efficace controllo.
Al tempo stesso, l'Unione delle Camere Penali denunzia l'ennesimo caso di indebita spettacolarizzazione di una indagine penale. La diffusione di foto e video dei denunciati atti di violenza -certamente raccapriccianti ed indegni per un paese civile- che hanno accompagnato l'esecuzione dei numerosi provvedimenti cautelari, prima ancora di qualsiasi forma di contraddittorio con le difese degli indagati, resta inammissibile e gravemente lesiva del principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza. I diritti e le garanzie delle persone indagate restano intangibili, quale che sia l'accusa, così come deve essere ribadita la più ferma condanna di ogni forma di esposizione mediatica delle ragioni dell'Accusa. È inderogabile principio di civiltà che il processo si celebri nelle aule di giustizia, e non sui media, e che dunque sia sempre respinta la tentazione di anticipare giudizi di colpevolezza prima ancora dell'intervento della difesa e della valutazione delle prove da parte di un giudice.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Dem mobilitati sui pestaggi in cella anche per marcare le distanze dalla Lega. Che fa muro sulla cannabis. Uno guarda il calendario e si rasserena. Il calendario della capigruppo di Montecitorio, non quello gregoriano. Quest'ultimo dice che siamo a luglio e che per il Parlamento è partito il "countdown trolley", cioè il conto alla rovescia che precede il giorno della grande fuga dei deputati verso le vacanze. Manca un mese e pochissimo più, un margine irrisorio per le riforme della giustizia. Ma appunto il calendario della capigruppo può illudere: ieri infatti la conferenza dei presidenti ha riaggiornato i turni d'Aula, cioè le date di arrivo dei ddl e, pensate un po', ha fissato al 23 luglio - che comunque non è dietro l'angolo - la discussione sul ddl penale, cioè la riforma più problematica per i Cinque Stelle spaccati. In uno sforzo ulteriore di ottimismo, la capigruppo ha addirittura previsto che tre giorni dopo, lunedì 26 luglio, si passerà al voto. È fatta? Macché: come spiegano dalla commissione Giustizia, dov'è incardinato il ddl su processo e prescrizione, si tratta di un mero automatismo. La data d'arrivo del ddl in Aula era stata fissata al 28 giugno, che ormai è passato. La dicitura "Disegno di legge delega sul processo penale" è lì in elenco e, un po' burocraticamente, i capigruppo di Montecitorio la ripropongono. Ma dietro il nuovo calendario non c'è alcuna novità concreta. Non ce ne sono in commissione, dove l'esame degli emendamenti non è mai partito, e non ce ne sono da parte del governo, perché gli altri decisivi emendamenti, quelli della ministra Marta Cartabia, non sono ancora stati illustrati al Consiglio dei ministri e difficilmente lo saranno nelle prossime ore.
Falso allarme, insomma. La giustizia resta al palo, anzi si balcanizza. Non può affrontare i nodi strutturali del processo penale e del Csm, divaga perciò verso declinazioni che meglio fanno emergere le distanze fra destra e centrosinistra. Il carcere, innanzitutto. Ieri, prima ancora che Cartabia sferrasse il proprio colpo durissimo (di cui si dà conto in altro servizio, ndr) sull' "oltraggio alla dignità della persona e della divisa" perpetrato coi pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, il pm aveva le chiesto di riferire in Parlamento su quegli "abusi intollerabili".
Il segretario Enrico Letta ha detto a Domani che i dem sono "profondamente indignati per le violenze degli agenti". È, sì, la naturale sensibilità della maggiore forza progressista sui diritti dei detenuti, ma è anche un modo per segnare le distanze dalla destra. Sulla mattanza in carcere, Matteo Salvini pensa bene di esibirsi, oggi, in una visita agli agenti del penitenziario campano "per portare la mia solidarietà" (sic!), e si rifiuta, come la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, di rilasciare altri commenti sulle violenze. Con la propria vigorosa indignazione, il Nazareno insomma ricorda che esiste pur sempre una giustizia di sinistra lontana da quella dei partiti legge e ordine, partiti dei quali il Pd pure è alleato nel governo Draghi.
Sono diversivi nella pausa delle riforme causata dalla crisi grillina. E se ne possono fare altri esempi. Nella commissione Giustizia della Camera in cui non c'è ombra di convocazioni su penale e Csm, ci si divide ancora, fra il centrodestra e le altre forze, a proposito di legge sulle droghe. Tanto che il deputato del Carroccio Jacopo Morrone lascia l'incarico di relatore al 5 stelle che della commissione è presidente, Mario Perantoni, e lo fa in polemica con quello che per lui è un deragliamento antiproibizionista: il leghista era per il testo del suo capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari, tutto centrato sull'inasprimento delle pene; Pd e 5 stelle sono più attratti dalle proposte che prevedono anche la coltivazione legale della cannabis. Perantoni assicura che si sforzerà di trovare un punto di equilibrio. Ma è chiaro come destra e sinistra, sulle droghe, siano abbastanza lontane da rendere ancora più sbilenca la reciproca convivenza sotto lo stesso governo.
Vogliamo continuare? Spostiamoci un attimo a Palazzo Madama, dove le solite indicibili difficoltà permangono per il ddl Zan: in teoria domani scadrebbe il termine per gli emendamenti, in pratica il tavolo di maggioranza riunitosi ieri ha lasciato addosso al presidente della commissione Giustizia, Andrea Ostellari della Lega, la croce di un'improbabile sintesi tra favorevoli e contrari, da presentare al nuovo summit di martedì. Visto il clima di sospetti e diffidenze che l'implosione pentastellata sembra esasperare fra destre, moderati e progressisti, è difficile intravedere schiarite per la legge antiomofobia.
Volete un lapsus? Rieccoci di nuovo alla Camera. A mostrare quanto la banalità dell'episodio sia spesso rivelatrice è un tweet del deputato Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione: "Il voto sul testo base della legge eutanasia è saltato. Motivo? La sala individuata era troppo piccola per contenere tutti i deputati delle commissioni Giustizia e Affari sociali e la seduta è stata sciolta. Non stupiamoci se fanno i referendum". Ultima chiosa: "Si può essere favorevoli o contrari al testo proposto, ma è sconcertante che il voto su una materia così delicata dipenda da ragioni logistiche". Ma appunto, dietro il rischio assembramenti si nascondono in realtà contrasti pure su quel dossier. Infine, è slittato ad oggi il termine per gli emendamenti, sempre in commissione Giustizia alla Camera, sull'equo compenso: la legge che tutela le retribuzioni dei professionisti, e degli avvocati in particolare, è a trazione FdI-Lega-FI, eppure è tra le poche materie che, come ricordato da Perantoni, mette d'accordo tutti, grillini inclusi. Ma figuriamoci se, col caos e l'isteria che regnano sovrani, su quell'unico dossier condiviso ci si poteva aspettare un'ansia di far presto.
Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2021
"Suscitano profondo turbamento e grande preoccupazione i gravi episodi criminosi ai danni delle persone detenute di Santa Maria Capua Vetere, definiti 'una orribile mattanza' dal Gip che ha emesso sulla base di plurimi riscontri oggettivi 52 misure cautelari di diversa specie nei confronti dei poliziotti penitenziari e di qualche dirigente individuati dalla Procura come possibili responsabili". Così la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà.
"Che personale addetto alle carceri - prosegue la Conferenza dei Garanti territoriali - abbia potuto, nell'aprile 2020 - secondo l'ipotesi accusatoria - reagire con torture, violenze e intimidazioni di vario genere alle proteste inscenate dai detenuti dell'istituto di pena casertano, in seguito alla scoperta al suo interno di un caso di positività da Covid-19, è un fatto di una gravità inaudita che non può non destare indignazione e allarme, specie in un contesto come quello odierno in cui daremmo ormai pressoché per scontato che il rispetto della vita, dell'incolumità personale, della dignità umana e degli altri diritti connessi sia imposto da obblighi costituzionali inderogabili che non ammettono, in linea di principio, discriminazioni di trattamento tra cittadini liberi e persone recluse per motivi di giustizia".
"Poiché però la realtà effettuale talora continua, purtroppo, a smentire la teorica pretesa che la legalità legislativa e costituzionale debba fungere da stella polare anche della gestione "concreta" delle carceri, riceve - tra l'altro - conferma l'indispensabilità della figura del garante dei diritti dei detenuti, prevista nel nostro ordinamento secondo una articolazione territoriale differenziata (cioè a livello nazionale, regionale e locale): è stata infatti la sollecita e coraggiosa denuncia del garante campano prof. Samuele Ciambriello a rendere note all'autorità giudiziaria competente le violenze subìte dai detenuti".
"Come garanti, ribadiamo pertanto al valoroso collega Ciambriello il nostro apprezzamento e la nostra solidarietà. I plurimi e corposi elementi di prova raccolti dalla Procura competente (attraverso telecamere di videosorveglianza, analisi di chat, sequestri di smartphone ecc.) convergono nell'attestare la serietà delle gravi contestazioni delittuose ipotizzate, e sarà comunque compito dei giudici delle fasi successive vagliarne l'effettivo livello di fondatezza nel massimo rispetto - auspichiamo - di tutte le garanzie processuali. Ma resta il fatto che la magistratura interviene ex post, dopo che le reali o presunte condotte illecite sono state realizzate. Mentre l'attività di prevenzione, sotto diversi aspetti ancora più rilevante, spetta ad altri organi istituzionali individuabili in questo caso nel Dap e nei suoi vertici: i quali dovrebbero - appunto - farsi nel futuro maggiormente carico di orientare la formazione professionale dei poliziotti e di tutto il personale penitenziario alla stregua di modelli culturali, criteri e metodi in grado di inibire alla radice il possibile manifestarsi di una mentalità contrappositiva e di atteggiamenti aggressivo-ritorsivi nei confronti della popolazione detenuta.
Mentalità e atteggiamenti tanto più inammissibili, se si considera che al poliziotto penitenziario l'ordinamento vigente affida, oltre al compito di tutelare l'ordine e la sicurezza, quello di partecipare al trattamento rieducativo. È evidente come la possibilità di contemperare in maniera equilibrata le due funzioni suddette richiede un elevato livello di preparazione e professionalizzazione. Sollecitare non solo nel capo e nei dirigenti del Dap, ma in primo luogo nella neoministra Marta Cartabia un supplemento di riflessione e di impegno in vista di una sempre più adeguata formazione culturale di tutto il personale carcerario, appare a questo punto necessario sia per scongiurare il ripetersi di eventi gravi e incresciosi del tipo di quelli verificatisi a Santa Maria Capua Vetere, sia per migliorare più in generale le condizioni complessive della vita detentiva".
"Sarebbe, tuttavia, sbagliato prendere spunto da questa drammatica vicenda casertana per formulare giudizi di generalizzata censura nei confronti dell'intero corpo della polizia penitenziaria, i cui componenti in larga maggioranza sono invece soliti operare nel rispetto delle leggi, con dedizione al lavoro e spirito di sacrificio; sottoponendosi spesso per di più, anche a causa di carenze o mancate coperture di posti in organico, a turni stressanti che producono a loro volta usura fisica e disagi psicologici di varia natura. Ed è giusto, altresì, dare in questo momento atto agli agenti e al restante personale penitenziario di avere molto contribuito, con competenza e scrupolo, a fronteggiare l'emergenza sanitaria, così impedendo una diffusione di contagi intramurari che avrebbe altrimenti potuto assumere proporzioni assai allarmanti".
"Piuttosto che occasione di una ingiustificata e ingenerosa critica a tutto campo, quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dovrebbe, allora, costituire motivo di una rinnovata attenzione politico-istituzionale verso l'intero pianeta-carcere. Ciò ad un duplice, auspicabile scopo. Da un lato, per promuovere quelle iniziative e realizzare quegli interventi che appaiono da tempo necessari per riorganizzare e rendere più moderna ed efficiente l'amministrazione penitenziaria; e, dall'altro, per riprendere il cammino delle riforme, la cui interruzione ha finito col provocare non solo una situazione di stallo, ma anche una delusione di aspettative foriera - a sua volta - di effetti ulteriormente pregiudizievoli nell'esperienza quotidiana di quanti vivono il carcere da reclusi, o vi espletano a vario titolo attività funzionali. Sarebbe, in verità, coerente con gli obiettivi di fondo perseguiti con la riforma della giustizia oggi in discussione concepire una prosecuzione del programma riformistico mirante, in una fase immediatamente successiva a quella della riforma del processo e della prescrizione, a ridurre le distanze tra il carcere così com'è e il carcere così come dovrebbe essere alla luce della Costituzione. Una prospettiva di avvicinamento - conclude la Conferenza dei Garanti territoriali - tra essere e dover essere, questa, che certamente sta molto a cuore all'attuale guardasigilli, mostratasi anche nella sua veste di costituzionalista ed ex presidente della Consulta attenta al tema dei diritti fondamentali, e culturalmente sensibile alla più ampia valorizzazione dei paradigmi della rieducazione e della riparazione quali criteri ispiratori di un sistema sanzionatorio conforme allo spirito del nostro tempo".
di Riccardo Noury*
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
Tra meno di un mese ricorrerà il ventesimo anniversario del G8 di Genova, dove le forze di polizia si resero responsabili di quella che all'epoca Amnesty International definì "una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente".
A Genova, 20 anni fa, nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto, si praticò la tortura: pestaggi violentissimi, atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni gratuite come l'obbligo di spogliarsi, inginocchiarsi e fare flessioni nudi.
Sappiamo com'è andata a finire: quella parola, tortura, ripetuta infinite volte nei dibattimenti giudiziari non trovò spazio nelle sentenze perché nel codice penale non esisteva. Non sarebbe esistita fino al luglio 2017 quando, a seguito di una campagna decennale delle organizzazioni non governative e di una sentenza della Corte europea dei diritti umani, il parlamento colmò un ritardo di quasi 30 anni e introdusse finalmente nel codice penale il reato di tortura. La legge non è perfetta: è ridondante e infarcita di locuzioni e aggettivi inutili, come se il legislatore volesse renderla difficile da applicare.
Ma da allora è stata applicata. Due processi, relativi a episodi avvenuti nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si sono chiusi con condanne per tortura. Ieri, accogliendo la richiesta della procura locale, il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere ha disposto l'esecuzione di 52 misure cautelari, molte delle quali nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, per vari reati tra cui torture pluriaggravate commesse il 6 aprile 2020 ai danni di numerosi detenuti del carcere locale che avevano avviato una rivolta nei giorni precedenti. Il giudice per le indagini preliminari ha scritto queste parole: "orribile mattanza". Ricordano la "macelleria messicana" descritta dall'allora vice questore di Genova Michelangelo Fournier a proposito dell'assalto alla scuola Diaz.
Nelle chat degli agenti di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere si parla di "abbattimento di vitelli". Vent'anni dopo Genova, tra macellerie, mattanze e abbattimenti, pare che passi avanti non siano stati fatti. In realtà, qualcosa è cambiato: ora c'è il reato di tortura e l'auspicio è che sia usato per punire i colpevoli e per evitare il ripetersi di orrori del genere.
*Amnesty Italia
di Federico Minniti
Avvenire di Calabria, 1 luglio 2021
Giovanna Russo, è la Garante per i diritti dei detenuti. Si occupa delle "libertà" dei carcerati. In apparenza può sembrare un ossimoro, ma l'impegno ci dice altro. Dietro l'abito da avvocato, c'è un "occhio materno". Entrata in sordina, durante l'emergenza pandemica, si sta affacciando al dibattito pubblico distinguendosi per determinazione e stile. Il 12 giugno è stata tra le prime reggine ad accogliere il nuovo arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, monsignor Fortunato Morrone, in occasione della sua visita presso il carcere di Arghillà.
Perché una giovane donna reggina decide di fare il Garante per i diritti dei detenuti?
Una domanda intensa che spiega il senso dell'intera intervista. Proverò in poche semplici parole a esporlo. Ho sempre trovato il senso di ciò che faccio quando il mio operato è utile a far valere i diritti altrui. Studiare Legge mi ha portato a sviluppare ulteriore sensibilità ai diritti degli ultimi ed a dar voce alle loro legittime pretese. La mia forte vocazione alla difesa dei soggetti più fragili e vulnerabili ha definito il quadro. Reggio è la città nella quale ho scelto di rimane perché sono fermamente convinta che con spirito di sacrificio, serietà, abnegazione, collaborazione su più livelli, rispetto delle competenze altrui e occhio materno si possano ottenere grandi risultati.
Ci può raccontare una giornata "da Garante". Quali sono le attività che ordinariamente portate avanti?
Il garante cittadino si muove tra impegni istituzionali al fine di promuovere e dare il giusto impulso al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e competenze del comune. Opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale e l'aspetto più delicato sono le visite nei luoghi di detenzione ed i colloqui. È lì che incontri il volto dell'uomo smarrito, delle paure che si agitano nell'animo di ciascun recluso. È lì che devi spogliare te stesso e porti sempre la domanda: e se fossi io? Il superamento cui un garante deve sempre tendere è sapere che qualunque sia il reato commesso dal detenuto, risponde a principi ben più nobili: la tutela dei loro diritti in quanto essere umani.
Sabato 12 giugno, ha accolto l'arcivescovo Morrone nel carcere di Arghillà. Quali sono state le sue emozioni di quel momento?
Emozionata e felice perché ho assistito all'importanza che l'arcivescovo Morrone ha prestato ai detenuti. Cella per cella, mano per mano, incrociando gli occhi ed i volti di chi spesso è troppo solo. Ci siamo abituati a scartare, non ad educare e la prima visita ricaduta sul plesso penitenziario di Arghillà segna l'avvio di un concreto apostolato. Il ministero di "speranza" nelle carceri dove mi auspico, in tal senso ho già ricevuto il conforto di alcuni sacerdoti della città, che le parrocchie accompagnino con numerose iniziative i detenuti. Non senza difficoltà certo, ma si realizzerebbe un notevole supporto alle famiglie dei detenuti accompagnandoli in questo periodo di grande prova. Dalla detenzione alla redenzione, non mi stanco mai di ripeterlo.
La cittadinanza come può cooperare con le Istituzioni per favorire i processi di riscatto sociale di chi vive una misura detentiva?
Reggio è una città difficile e la diffidenza iniziale del reggino spesso le fa da padrona. Io però credo che da qualche tempo sta soffiando il vento del cambiamento. C'è buona parte della cittadinanza che vuole conoscere le realtà e soprattutto essere protagonista del nuovo, di ciò che verrà. Importante in questo spazio di inversione di rotta, non mi stanco di ripeterlo, saranno le relazioni tra istituzioni ed il rispetto dei ruoli e dell'operato altrui. Si sta lavorando alla stesura di alcuni protocolli ed altre attività che vedranno Reggio protagonista di una riforma di umanizzazione dei processi sociali. Anche Roma guarda al futuro di Reggio Calabria. Ma questo è un tema di cui parleremo presto.
di Melinda French Gates*
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
Leader e attivisti sono a Parigi per iniziare a dare forma concreta alle promesse di 26 anni fa a Pechino. Ventisei anni fa, gli attivisti per la parità di genere si riunirono a Pechino in occasione di una conferenza mondiale decisiva dedicata alle donne e alle ragazze per difendere una rivendicazione semplice: "i diritti delle donne sono diritti umani". In risposta, i leader mondiali si impegnarono a "promuovere l'indipendenza economica delle donne" e ad "adottare tutte le misure necessarie per eradicare qualsiasi forma di discriminazione contro le donne". Ma a tali annunci non seguirono nuovi mezzi finanziari né politiche di grande impatto. Per questo motivo, malgrado i graduali passi avanti compiuti, ciò che era vero nel 1995 resta vero ancora oggi: non importa dove nasci, la tua vita sarà più dura se sei una donna o una ragazza.
Tra il 30 giugno e il 2 luglio quest'anno, a Parigi e online in tutto il mondo, attivisti e leader si riuniscono di nuovo, questa volta per iniziare a dare una forma concreta alle promesse formulate una generazione fa a Pechino. Mi unirò a loro in occasione del Generation Equality Forum che ci permetterà, lo spero, di cominciare finalmente a colmare il divario tra ambizioni e azioni. Questo significa assumersi importanti impegni di finanziamento, creare programmi di politiche basati sui fatti per garantire che il cambiamento avvenga per davvero, e giungere a un piano condiviso che permetta a tutti di sentirsi responsabili dei risultati.
La pandemia di Covid-19, che ha costretto il Forum a celebrare il venticinquesimo anniversario della conferenza di Pechino con un anno di ritardo, ha brutalmente evidenziato la necessità di cambiamento. Quando si è scatenata la pandemia, il rischio di perdere il proprio posto di lavoro era quasi doppio per le donne rispetto agli uomini. In parte, ciò è dovuto al fatto che le donne sono sovra-rappresentate in quelle professioni che più duramente sono state colpite dalle misure di distanziamento sociale, negli ambiti per esempio della ristorazione e del turismo. Ma in parte ciò è anche dovuto al fatto che, con la chiusura delle scuole e una maggior presenza a casa, la domanda di cura dei bambini e di altre forme di lavoro domestico non retribuito è salita alle stelle, e sono state principalmente le donne a soddisfare tale domanda. Già prima le donne svolgevano circa tre quarti del lavoro non retribuito; ora la ripartizione del lavoro è ancor più asimmetrica e alcune donne sono state persino costrette ad abbandonare completamente la propria attività professionale.
In molti Paesi, l'economia sta iniziando a riprendersi, ma questo non vale per le donne. Recenti dati dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro indicano che mentre gli uomini, considerati come gruppo, hanno già praticamente recuperato tutti i posti di lavoro andati persi dall'inizio della crisi sanitaria attuale, le donne continuano a perdere il lavoro. Quest'anno, altre 2 milioni di donne perderanno il proprio lavoro, andando a sommarsi ai 9 milioni di donne disoccupate dal 2019. Questi dati mettono in luce la fragilità latente di un'economia mondiale basata sul fatto che molte donne hanno due lavori, uno retribuito (solitamente meno rispetto agli uomini) e un altro svolto gratuitamente.
Poiché gli ostacoli all'avanzamento delle donne indeboliscono l'economia, eliminare tali ostacoli la rafforzerà: una ripresa basata sulla parità di genere non permetterà solamente di rimettere in marcia la crescita del Pil nel breve termine, ma aiuterà anche a gettare le basi di una prosperità sostenibile, dando valore all'energia, alla creatività e allo sconfinato potenziale di metà della popolazione mondiale.
Ad esempio, recenti studi dell'Eurasia Group dimostrano che ripensare i programmi statali di trasferimento di fondi a beneficio diretto delle donne potrebbe far uscire dalla povertà fino a 100 milioni di persone, innescando reazioni a catena positive per molte generazioni future. Tali ricerche indicano inoltre che garantire l'accesso ai servizi di cura dei bambini potrebbe tradursi in un aumento fino a 3 mila miliardi di dollari del Pil mondiale. Secondo le stime di McKinsey, focalizzare gli sforzi per la ripresa sulle donne potrebbe, nel tempo, generare una crescita del Pil mondiale di circa 13 mila miliardi di dollari, equivalenti al 16%, da qui al 2030. Perché quando le donne prosperano, prosperano a cascata anche le loro famiglie e le loro comunità.
Per la prima volta nella storia, quest'anno i governi del G20 sotto la presidenza italiana hanno firmato la Dichiarazione di Roma e hanno concordato di rendere i bisogni delle donne una priorità nella risposta globale e coordinata alle pandemie. Questo è un passo fondamentale per rendere più inclusivo il modo in cui gestiremo le future crisi globali.
Per riassumere, la parità di genere è una necessità economica. Le previsioni mondiali per una ripresa durevole dopo la crisi di Covid-19 dipendono dalla nostra capacità di cogliere l'occasione per fermare la marginalizzazione delle donne e delle ragazze. Ed è per questo che l'obiettivo del Generation Equality Forum deve essere il passaggio dalla retorica ai risultati.
A sostegno di questa importante missione, la Bill & Melinda Gates Foundation investirà 2,1 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, in tre degli ambiti ai quali il Forum è dedicato: empowerment economico; pianificazione familiare e salute delle donne; donne nella leadership. In collaborazione con i nostri partner, lavoreremo affinché le liquidità arrivino nelle tasche delle donne e sosterremo le donne che assistono le persone malate, attraverso lo sviluppo di nuovi e migliori metodi di contraccezione, assicurando che le donne vi abbiano accesso, nonché monitorando che nell'ambito sanitario, economico e giuridico vi sia un'equa rappresentanza delle donne a livello manageriale, perché possano pesare sui processi decisionali che determinano il domani.
Ventisei anni fa, le persone riunite a Pechino condividevano una visione di parità per il futuro e strapparono al mondo delle promesse. Ma troppo spesso le promesse fatte alle donne sono promesse non mantenute. Oggi abbiamo una seconda chance. Abbiamo bisogno di impegni decisivi e di un'assunzione di responsabilità da parte dei leader rispetto al futuro, per garantire che, per le nostre figlie e le nostre nipoti, la vita di una donna non sarà più dura di quella di un uomo. Così facendo, la vita sarà migliore per tutti.
*Co-presidente della Bill & Melinda Gates Foundation
di Valerio Marcangeli
cittaceleste.it, 1 luglio 2021
L'iniziativa ideata dall'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l'Associazione Culturale Litorale Romano. Nel pomeriggio di ieri i è andato in scena un quadrangolare di solidarietà nell'istituto penale minorile di Casal del Marmo. "Un calcio per la libertà", questo il nome dell'iniziativa ideata dall'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria (Anppe) in collaborazione con l'Associazione Culturale Litorale Romano e resa possibile dalla direttrice dell'istituto, Maria Teresa Iuliano il comandante Rosario Moccaldo, gli educatori della struttura e gli organi di vigilanza che hanno sorvegliato l'iniziativa per l'intero pomeriggio.
Solidarietà per i giovani detenuti - Prima del calcio d'inizio, il responsabile dell'evento e appartenente all'Anppe, Luigi Zaccaria, ha voluto parlare così a cuore aperto ai giovani detenuti: "Siamo convinti che da un evento sportivo può nascere qualcosa di importante. Il decalogo dello sportivo è dentro ognuno di noi, una persona che ama il proprio corpo può dare tanto. Magistrati e poliziotti sono qui per dare un segnale chiaro: la giustizia esiste. Non è vero che fuori dal carcere non ci sono opportunità. Oggi potevamo andare tutti al mare, invece siamo qui per dirvi che all'esterno c'è una società che funziona che vi può sostenere".
Al signor Zaccaria hanno fatto seguito il segretario nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati, il dottor Salvatore Casciaro, e il direttore generale del dipartimento di giustizia minorile, il signor Giuseppe Cacciapuoti, con il seguente messaggio: "Sport, sicurezza e legalità, questi sono i temi principali di questa iniziativa. Sport è disciplina e rigore oggi, qui, vogliamo far comprendere che il mondo è pronto a offrirvi una seconda opportunità".
Wilson tra le vecchie glorie - Presenti anche alcune vecchie glorie del calcio come Gigi Corino, ex Lazio, Carlo Cherubini ex Fiorentina e attuale procuratore, e infine l'ex capitano della Lazio del primo scudetto, Pino Wilson, il quale si è espresso così sull'evento: "Un onore partecipare a tale iniziativa. Da parte mia c'è tutta la voglia di supportare questi eventi. Spero che organizzazioni del genere possano ripetersi spesso per aiutare questi ragazzi".
Tutti in campo - Dopo le dichiarazioni largo al quadrangolare che è consistito in gare da mezz'ora (due tempi da 15 minuti) tra l'Anppe, l'Anm, le vecchie glorie coadiuvate da alcuni ragazzi dell'Astrea, società di Eccellenza e una selezione dei giovani detenuti dell'istituto di Casal del Marmo. A trionfare nel rettangolo verde sono stati i magistrati, ma i giovani detenuti sono stati elogiati senza sosta con applausi e cori dai coetanei dell'istituto recatisi a bordocampo per fare il tifo. In seguito alle partite andate in scena sotto il sole cocente della capitale largo alle premiazioni con coppe e targhe. L'evento è terminato con un rinfresco, in un pomeriggio ricco di gioia, solidarietà e senza pregiudizi nell'IPM di Casal del Marmo.
sardegnareporter.it, 1 luglio 2021
Grande emozione ieri pomeriggio nella biblioteca della Casa circondariale di Uta dove venti detenuti/attori, sotto la direzione di Pierpaolo Piludu e Alessandro Mascia, registi e drammaturghi del Cada Die Teatro, hanno messo in scena "Arcipelaghi", un racconto forte e importante, di violenza, vendetta e omertà, ma anche di debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose.
Lo spettacolo conclude la terza edizione del progetto nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", promosso da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuto da 10 Fondazioni bancarie, tra cui la Fondazione di Sardegna e che da 3 anni coinvolge circa 250 ospiti degli istituti penitenziari di 12 carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
"Siamo qui in questi corpi privati della libertà che si muovono in ristretti confini, che premono, che ci spingono e a volte ci affogano. Siamo qui ma in fondo liberi, liberi dentro, liberi di viaggiare ogni volta con la mente, liberi di volare con la fantasia, liberi di sentirci ancora uomini liberi". Sono le note della canzone scritta e musicata da due dei partecipanti ai laboratori che chiude lo spettacolo. Accanto alla recitazione e alla drammaturgia, i detenuti/attori hanno potuto frequentare i seminari di musica e scenografia, tenuti rispettivamente da Giorgio Del Rio e Marilena Pittiu. Il risultato è una messa in scena interessante e credibile.
C'era l'emozione nei volti degli attori e dei musicisti, certamente anche la paura di sbagliare, ma di sicuro la consapevolezza di star facendo qualcosa di importante, soprattutto per se stessi. Oltre ai dirigenti del carcere, ai docenti del Cpia 1 di Cagliari e agli agenti di polizia penitenziaria, ha potuto assistere allo spettacolo anche un gruppo di altri detenuti che non hanno fatto mancare il loro supporto ai compagni sul palco.
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