di Manuela D'Alessandro
agi.it, 3 luglio 2021
I legali delle famiglie e l'associazione Antigone non si arrendono dopo che la magistratura ha
archiviato l'inchiesta sugli otto deceduti nelle proteste in piena pandemia. Tutti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo contro l'archiviazione dell'inchiesta decisa dal gip di Modena sulla morte di otto detenuti nella rivolta dell'8 marzo del 2020 al penitenziario 'Sant'Anna' per protestare anche contro le restrizioni dovute al Covid. Una scelta, quella di andare fino in fondo, annunciata nei giorni in cui il mondo del carcere è scosso dall'indagine sulle violenze di Santa Maria Capua Vetere.
"Una rivolta non è una situazione eccezionale" - "È una possibilità che stiamo prendendo in considerazione perché la decisione del gip, che ha sposato la tesi della Procura, non ci convince. L'eccezionalità della situazione non 'coprè, come sostengono i magistrati, le responsabilità del personale medico e degli agenti della polizia penitenziaria" spiega all'AGI Alessia Filippi, avvocato dell'associazione Antigone, una delle più attive nel monitoraggio della situazione carceraria. "Questo perché, argomenta Filippi, "anzitutto una rivolta in carcere non è una situazione eccezionale, non è un terremoto. La gestione della sicurezza in carcere è disciplinata da protocolli e circolari che devono essere seguiti. La situazione che si era creata, e su questo non abbiamo da obbiettare alle conclusioni del gip, imponeva di trasferire i detenuti dal momento che l'istituto era ingestibile perché era stato distrutto tutto". Ma, questo è il punto centrale per Antigone che aveva presentato opposizione alla richiesta dell'archiviazione assieme al Garante dei detenuti, le persone in overdose per l'abuso dei farmaci provenienti dagli armadietti saccheggiati "dovevano essere portate al pronto soccorso ed è su questo che si deve fare un processo per accertare eventuali responsabilità". L'archiviazione dell'inchiesta per i reati di 'omicidio colposo plurimo' e 'morte come conseguenza di altro reato' risale al 17 giugno. Secondo il gip, la vicenda "ha trovato compiuta ricostruzione, nella sua genesi e nel conseguente sviluppo in termini spaziali e temporali, nelle relazioni depositate dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese".
Resta aperta l'inchiesta sui pestaggi raccontati dai reclusi - Chiuso, salvo appendici europee, questo capitolo d'indagine, resta aperto quello sui presunti pestaggi ai detenuti nato da due lettere inviate all'AGI da due detenuti che denunciano di avere subito "abusi". Entrambe le persone che riferiscono di essere state vittime di violenze gratuite hanno viaggiato da Modena ad Ascoli assieme a Salvatore 'Sasà' Piscitelli, il quarantenne per il quale i suoi compagni di teatro di Bollate, dove era recluso prima di Modena, avevano fatto un appello per sapere la "verità" sulla sua scomparsa.
"Ammazzavano la gente" - "A me dispiace molto per quello che è successo - è scritto nella prima delle due missive - Io non c'entravo niente. Ho avuto paura...Ci hanno messo in una saletta dove non c'erano le telecamere. Ammazzavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni. A me e a un'altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole. Un rappresentante delle forze dell'ordine, quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola che non picchiava nessuno. Poi non l'ha mantenuta".
In questi mesi sono stati rintracciati e sentiti gli autori delle lettere acquisite dalla Procura. "Ci aspettiamo che questi esposti vengano valutati con massima attenzione ancora di più dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere - afferma l'avvocato Luca Sebastiani, legale di Hafedh Chouchane, morto a 36 anni a pochi giorni dal fine pena -. Anche alla luce di queste denunce non comprendiamo perché non siano state disposte nuove indagine sugli otto decessi. A ogni modo, siamo al lavoro per la redazione del ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'Uomo in collaborazione con alcuni dei migliori professori accademici che hanno offerto la loro disponibilità per questa causa. Confidiamo che in quella sede potremo evidenziare le nostre perplessità e ricevere la dovuta attenzione, in particolare riguardo al tema del sovraffollamento che ha avuto un ruolo determinante sia sul potenziale contenimento che sui ritardi nei soccorsi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2021
Sì della Cassazione alla sospensione del procedimento per reato appropriativo in attesa della dichiarazione di fallimento. La bancarotta per distrazione non si differenzia in nulla dall'appropriazione indebita se l'oggetto è il medesimo. Quindi una volta che sia intervenuta la dichiarazione di fallimento non è possibile l'imputazione per bancarotta se vi è stato già giudizio per appropriazione indebita anche se conclusosi con l'assoluzione. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 25350/2021, precisa il rapporto tra i due reati in caso in cui il presupposto delle due diverse imputazioni sia legato al medesimo evento "naturalistico" per condotta, nesso causale e conseguenza.
È possibile un nuovo giudizio solo se il fatto che si intende punire è diverso. E non rileva ai fini del superamento del divieto del ne bis in idem la circostanza che con la medesima condotta siano in ipotesi stati violati più precetti penali. Dunque l'intervenuta dichiarazione di fallimento non costituisce in sé un fatto nuovo, ma soprattutto diverso. E non è di sicuro un fatto nuovo commesso dall'agente in quanto è un presupposto del reato di bancarotta che interviene in via del tutto indipendente dalla sua volontà.
Ma nel caso risolto la Cassazione respinge le lamentele del ricorrente per la disposta sospensione del giudizio conseguente alla citazione per appropriazione indebita. Il giudice in tal caso in applicazione delle disposizioni dell'articolo 479 del Codice penale aveva, infatti, disposto la sospensione del procedimento appena iniziato per appropriazione indebita ai fini di attendere la risoluzione della questione civile sulla dichiarazione di fallimento da cui poteva conseguire una diversa qualificazione del fatto da punire. Un tale atto al momento iniziale del processo non è abnorme e non viola il divieto dell'articolo 649 del Codice di procedura penale che impedisce di sottoporre a nuovo giudizio il medesimo evento naturalistico già giudicato.
di Simona Gatti
Il Sole 24 Ore, 3 luglio 2021
Il parere del Consiglio di Stato su un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto contro un'interdittiva antimafia e contestuale diniego di iscrizione nella white list provinciale di un'impresa individuale. Legittima l'interdittiva antimafia che si basa su precedenti penali del titolare della società interdetta e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Il Consiglio di Stato il 18 giugno ha espresso questo parere come richiesto dal ministero dell'Interno in merito a un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto, con istanza sospensiva, contro il provvedimento della Prefettura di Reggio Calabria con cui era stata disposta l'applicazione della misura interdittiva antimafia (ex art 91 d.lgs. 159/11) con contestuale diniego di iscrizione nella white list provinciale di un'impresa individuale.
Ricorda Palazzo Spada che "la legislazione antimafia persegue l'obiettivo di prevenire le infiltrazioni mafiose nell'economia legale pubblica e privata, ovvero nei rapporti dei privati con le pubbliche amministrazioni e nei rapporti tra i privati, con la finalità di tutelare la sicurezza pubblica e contrastare la criminalità organizzata di stampo mafioso. In altri termini, in una prospettiva anticipatoria della difesa della legalità, l'autorità amministrativa ha come obiettivo l'eliminazione dal circuito dell'economia legale dei soggetti economici infiltrati dalle associazioni mafiose che, in quanto tali, esercitano la libertà di iniziativa economica privata assicurata dall'articolo 41 Cost. in contrasto con l'utilità sociale, in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana"
Il sistema della documentazione antimafia si fonda sulla distinzione tra le fondamentali misure di prevenzione amministrative: le comunicazioni antimafia, richieste per l'esercizio di qualsiasi attività dei privati soggetta ad autorizzazione, concessione, abilitazione, iscrizione ad albi, segnalazione certificata di inizio attività (Scia) e cosiddetto silenzio assenso; e le informazioni antimafia che operano nei rapporti dei privati con le pubbliche amministrazioni (come contratti pubblici, concessioni e finanziamenti). Su queste ultime pesa la valutazione discrezionale da parte del Prefetto sul rischio di permeabilità mafiosa capace di condizionare le scelte e gli indirizzi dell'impresa. Così l'autorità prefettizia esprime un motivato giudizio, in chiave preventiva, circa il pericolo di infiltrazione mafiosa all'interno dell'impresa, interdicendole l'inizio o la prosecuzione di qualsivoglia rapporto con l'Amministrazione o l'ottenimento di qualsiasi sussidio, beneficio economico o sovvenzione.
Il pericolo d'infiltrazione mafiosa, infatti, fa venir meno l'affidabilità dell'imprenditore sulla sua capacità di essere impermeabile ai tentativi della criminalità mafiosa di inserirsi nel tessuto economico e commerciale attraverso la sua impresa, di non cooperare né di prestarsi in alcun modo a disegni criminali. E quindi per la giurisprudenza amministrativa, l'interdittiva costituisce una misura preventiva con una funzione di massima anticipazione che punta a colpire l'azione della criminalità organizzata impedendole di avere rapporti con la Pa.
Per quanto riguarda poi le motivazioni del provvedimento, il Consiglio di Stato ricorda che "occorre indicare gli elementi di fatto posti alla base della valutazione - elementi che possono essere desunti da provvedimenti giudiziari, atti di indagine o accertamenti svolti dalle Forze di Polizia in sede istruttoria - e che vanno esplicitate le ragioni in base alle quali, secondo la logica causale del "più probabile che non", sia ragionevole dedurre il rischio di infiltrazione mafiosa nell'impresa sulla base di elementi indiziari gravi, precisi e, se plurimi, anche concordanti".
La motivazione può essere eventualmente fatta per relationem, richiamando i provvedimenti giudiziari o gli atti delle stesse Forze di Polizia, se essi contengono con chiarezza il percorso logico seguito dall'Amministrazione per formulare un giudizio di pericolosità.
Infine sulla forma linguistica viene precisato che non si richiede all'informativa antimafia formalismi né formule sacramentali, basta una spiegazione asciutta, scarna e poco elaborata, dal quale, però emergano chiaramente le ragioni sostanziali che hanno giustificato tale misura.
Nel caso specifico oltre ai precedenti di Polizia e ai procedimenti penali, nell'interdittiva antimafia è sinteticamente esposto il contenuto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, collaboratori che inseriscono il titolare dell'impresa tra gli organici a una cosca mafiosa. Quindi se è vero - conclude il parere - che nel processo penale tali dichiarazioni non possono essere poste alla base del giudizio di colpevolezza se non si acquisiscono i riscontri esterni, in questo caso (anche per la diversità tra la logica del "più probabile che non " e quella dell'"oltre ogni ragionevole dubbio") tali informazioni possono essere giustamente considerate, "ad colorandum, unitamente a tutti gli altri elementi indiziari, di per sé già sufficienti, per il giudizio in ordine al tentativo di infiltrazione mafiosa".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 3 luglio 2021
La moglie: "Disperato, ha perso 18 chili". Trader milanese del petrolio, 49 anni, è stato arrestato il 21 marzo: non gli hanno contestato un reato e non l'hanno interrogato. L'inchiesta riguarderebbe questioni finanziarie. "L'ultima telefonata di 4 minuti, poi è caduta la linea".
Quattro minuti di telefonata, mercoledì mattina: "Erano le 8 e stavo portando la bambina all'asilo. M'ha potuto parlare solo quattro minuti, poi è caduta la linea". Per dirle cosa? "Andrea è una persona forte, ma è disperato. L'ultima volta che l'hanno visto, era dimagrito 18 chili: io non gli ho chiesto niente, lui non m'ha detto niente. E so che lo fa per non spaventarmi, anche se lo sono già abbastanza".
Dura, eh?... "Le prime settimane, sono tornata da Dubai e mi sono isolata da tutto. Ero scioccata: sei là con la famiglia e arrivano otto poliziotti, arrestano il papà di tua figlia e lo fanno sparire nel nulla, senza spiegarti nulla". E adesso? "Vivo appesa al telefono. Per sapere qualcosa. L'hanno portato via il 21 marzo e Andrea, visto come s'erano messe le cose, poteva anche esser morto. La prima volta che il console italiano l'ha potuto visitare, era un mese dopo. La prima volta che l'ho potuto sentire io, era il 27 maggio: più di due mesi dopo". Ma come lo trattano? "Non me l'ha detto. Quattro minuti. Non sono riuscita a raccontargli neanche come sta la bambina".
Sono 105 giorni che Stefania Giudice, 41 anni e una figlia di tre, sta aspettando un perché. "Andrea è uno che paga subito le multe", dice. E invece Andrea Giuseppe Costantino, 49 anni, trader milanese nel petrolio, da tre mesi e mezzo è chiuso in una cella ad Abu Dhabi. Unico occidentale fra siriani, libici, yemeniti nel carcere di al Wathba: famoso da sempre per le rudi condizioni dei detenuti, noto nell'ultimo anno per i numerosi casi di Covid. Non gli hanno contestato un reato. Non l'hanno interrogato. Non gli hanno consegnato un atto giudiziario. Non gli hanno ancora permesso di parlare con un difensore. E alla Farnesina, che ha chiesto spiegazioni, hanno risposto solo: "Stiamo indagando". È la linea degli Emirati arabi, mai teneri. Ma nel caso Costantino si sta andando un (bel) po' oltre: "L'ambasciata italiana non è mai stata informata ufficialmente dell'arresto - spiega l'avvocato Cinzia Fuggetti - e se quella mattina non ci fosse stata Stefania, nessuno avrebbe saputo niente".
Quella mattina, Stefania è su una spiaggia di Dubai con la bimba e sta aspettando che Andrea sbrighi qualche faccenda. Sei giorni prima sono decollati tutt'e tre da Malpensa e arrivati a Dubai, come tante volte. Lui ha una società, l'Eidon Global, e con la doppia residenza compravende da una decina d'anni i carichi di petrolio: gli Emirati gli hanno appena rinnovato il permesso e bisogna ripartire, finita la pandemia. L'incubo si presenta con una chiamata dall'hotel: signora, venga qui, suo marito... "C'erano agenti in borghese e in divisa. Senza mandato. La camera era stata messa a soqquadro, un pc e due telefonini già sequestrati. Due poliziotti han preso la bambina, per allontanarla. Andrea ha avuto solo il tempo di dire: mi stanno portando in prigione ad Abu Dhabi...".
Da allora, il buio. L'inchiesta è nelle mani della polizia federale, una specie d'Fbi emiratino, e riguarderebbe questioni finanziarie: prima di pronunciarsi sulle contestazioni, l'autorità investigativa starebbe aspettando un "rapporto della Banca centrale". Ma su che? Un breve passato in politica da vicesindaco di Arese, una quasi ventennale conoscenza del mondo arabo, Costantino non ha mai pensato d'essere nel mirino. "Altrimenti non ci avrebbe portato là", dice la compagna. La sua Eidon, costituita nel 2012, gode di buone relazioni: negli Emirati, al trader milanese è capitato d'incrociare la famiglia reale e in passato nella sua società ebbe un ruolo anche Alessandro Nasi, il manager diventato da poco presidente della Juventus, imparentato con gli Agnelli e gli Elkann.
"Non hanno preso uno qualunque", dice l'avvocato Fuggetti: dopo l'embargo sulle armi agli Emirati deciso in gennaio da Luigi Di Maio - e dopo le ripicche dell'emiro, che ha sfrattato i militari italiani dalla base d'al Minhad, vietando qualche giorno fa lo scalo anche all'aereo che andava in Afghanistan per la cerimonia di ritiro delle truppe - "il timore è che la vicenda di Costantino s'inserisca nel recente clima di tensione diplomatica con Roma".
Qualche sospetto c'è: fra le perdite subite con le partecipazioni in Alitalia e Piaggio, fra gli affari sfumati con Leonardo, tra le forniture bloccate perfino alla loro pattuglia acrobatica, gli emiratini hanno qualche sassolino da togliersi. Dalla Farnesina l'escludono, ovviamente. Dall'ambasciata araba a Roma, solo silenzi. Ma ogni giorno che passa nella sua cella, più che un detenuto, Costantino si sente un ostaggio.
Corriere di Rieti, 3 luglio 2021
La lettera dei detenuti: "Ci hanno massacrato per vendetta". Detenuti fatti spogliare, chi più chi meno, tirati fuori con forza dalle rispettive celle, divisi in varie stanze, e lì presi a calci, schiaffi e manganellate. E poi insulti, a raffica, per un'intera settimana, quella immediatamente successiva alle proteste scoppiate in diversi istituti di pena di tutta Italia dall'8 all'11 marzo del 2020, durante la prima pandemia di Covid. Sono le presunte violenze subite dagli stessi detenuti, denunciate in una lettera scritta dai detenuti del carcere Nuovo Complesso di Rieti, e che secondo quanto riportato ieri dalle pagine nazionali del quotidiano La Repubblica è al centro di un'inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Rieti, che si appresterebbe a chiudere le indagini sulle morti dei tre detenuti Marco Boattini (40 anni), Ante Culic (41 anni), e Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), deceduti nella struttura detentiva a seguito della protesta che, in quei giorni, infiammava numerosi penitenziari in tutta Italia.
Secondo la ricostruzione dei giornalisti Fabio Tonacci e Giuliano Foschini, nel carcere di Rieti, così come in quello di Modena, in Emilia Romagna, si sarebbero verificati atti di violenza da parte delle guardie carcerarie, a mo' di rappresaglia per la protesta scatenata dai detenuti. E sarebbe proprio nelle parole dei compagni di cella dei carcerati morti che, secondo la lettera riportata testualmente da La Repubblica, vengono messe nero su bianco le violenze e le persecuzioni: "Per noi che eravamo lì, nei giorni a seguire non è stato facile - si legge negli stralci della missiva pubblicati dal portale online del quotidiano - sono entrati cella per cella, ci hanno spogliato chi più chi meno e ci hanno fatto uscire con la forza, messi divisi in delle stanze e uno alla volta passavamo per un corridoio di sbirri che ci prendevano a calci, schiaffi e manganellate; per i più sfortunati tutto ciò è durato quasi una settimana tra perquisizioni, botte, parolacce. ci dicevano 'merde, testa bassa!', 'vermi' e quando l'alzavi per dispetto venivi colpito ancora più forte". Dettagli altrettanto inquietanti vengono poi rivelati anche sulla morte dei tre detenuti rinchiusi a Rieti, fatti sui quali stanno indagando i magistrati della procura reatina.
Il Garante regionale per i detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, apprende la notizia dal Corriere di Rieti, rivelando però come "segnalazioni situazioni avvenute nel carcere di Rieti ne abbiamo avute, da parte di parenti e familiari dei detenuti, e anche di associazioni - spiega il Garante - ma di certo non così specifiche e circostanziate come quelle rivelate oggi (ieri, ndr). Siamo a conoscenza di un'indagine in corso da parte della Procura della Repubblica di Rieti, in merito alla quale però, al momento, non abbiamo alcun dettaglio".
Si dice all'oscuro di ogni evento Massimo Costantini, segretario regionale del Lazio di Cisl-Sicurezza: "A noi non risulta nessun atto di violenza o intimidazioni, quand'anche aggressioni vere e proprie, avvenute nel carcere di Rieti né in quei giorni né in quelli seguenti - dice al Corriere di Rieti - ad ogni modo, se ci fosse un'indagine della magistratura in corso, sarà quella la sede deputata a fare chiarezza in merito". Nei giorni scorsi, sulla scia degli avvenimenti che hanno investito la struttura penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta (da cui è partita la ricostruzione de La Repubblica), era intervenuto anche il segretario generale della federazione nazionale della sicurezza Cisl, Massimo Vespia, ribadendo come "non si può fare di tutta erba un fascio. Siamo certi che la magistratura porterà avanti l'accertamento delle responsabilità dei singoli, ma se da una parte si condannano i responsabili di quanto avvenuto, dall'altra si esprime sostegno e solidarietà del sindacato al corpo sano di un organismo che da sempre è al servizio dello Stato e della collettività".
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 2 luglio 2021
Ciò che lascia sgomenti, più ancora della violenza gratuita, è la sua esibizione, evidentemente nella certezza della impunità. E questo chiama in causa l'intero sistema penitenziario.
Viste le immagini di quel che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile dello scorso anno, la Ministra Cartabia ha trovato il tono giusto e ha dato la risposta che la società civile e migliaia di operatori e poliziotti penitenziari aspettavano: quello che si è consumato nel carcere casertano è stato un tradimento della Costituzione e dell'alta funzione assegnata alla Polizia penitenziaria.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 2 luglio 2021
Quale senso dello Stato e quale idea delle istituzioni esprime un leader politico che, di fronte a crimini attribuiti a membri di corpi di Polizia, non pronuncia una parola - nemmeno mezza - di netta riprovazione? Mi riferisco a Matteo Salvini e a Giorgia Meloni, che si mostrano preoccupati esclusivamente dell'"onore" della polizia penitenziaria: quasi che, a "macchiare" quella divisa, non fossero innanzitutto quanti, mentre la indossano, si rendono responsabili di atti ignobili.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 luglio 2021
Il ministero parlò di "legalità ripristinata". Dopo Cartabia segnale di Draghi: ricevuto il Garante delle carceri. Ieri pomeriggio il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, è stato ricevuto dal presidente del consiglio, Mario Draghi. Poche ore prima la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, aveva usato parole precise: "Occorre attivarsi perché fatti così non si ripetano". Sulla storia del carcere di Santa Maria Capua Vetere il governo Draghi ha deciso di prendere una posizione senza ambiguità: "Quella della Costituzione" per citare ancora Cartabia.
di Fabio Tonacci
La Repubblica, 2 luglio 2021
Santa Maria Capua Vetere non è un caso isolato: pestaggi sono stati denunciati da centinaia di detenuti in tutta Italia. Ma raramente si arriva ad accertare fatti e responsabilità. "C'è troppa omertà, indagini archiviate frettolosamente". Sedici inchieste per tortura, pestaggi e lesioni a carico di agenti della Penitenziaria documentano quanto sia pigra e frettolosa la teoria delle "poche mele marce". E quanto siano fragili le gambe su cui poggia. A stare alle centinaia di denunce presentate dai detenuti di tutta Italia, infatti, "l'orribile mattanza" di Santa Maria Capua Vetere non è la follia di una giornata storta. Appare essere più un metodo. Replicabile e replicato. Spesso tollerato dalle gerarchie. Quindi, alla bisogna, sanguinosa strategia di contenimento e controllo della popolazione carceraria.
di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 2 luglio 2021
Da Bologna a Melfi, i racconti dei soprusi subiti. Inchieste a rischio archiviazione perché le telecamere erano spente. "Alle 3 di notte, mentre dormivo nella mia cella, sono stato svegliato da quattro persone che avevano il volto coperto da un passamontagna. Mi bloccavano le braccia con delle fascette intimandomi "stai zitto, non parlare e abbassa la testa". Mentre mi trovavo ancora in pigiama e con le ciabatte venivo accompagnato presso un pullman e lungo il tragitto sono stato percosso con calci e con l'utilizzo di un bastone. Prima di farmi salire mi hanno controllato facendomi fare i piegamenti sulle gambe con i pantaloni abbassati costringendomi a mantenere la testa china. Quando sono arrivato al pullman una delle persone presenti si è rivolta agli altri dicendo "basta... lascialo". Mi tenevano sempre con la testa abbassata. Se alzavo la testa prendevo più botte". È il 17 marzo 2020. Nel carcere di Melfi, in provincia di Potenza, i reclusi stanno protestando per le restrizioni e le mancate protezioni contro il Covid-19. Per questo si decide di trasferirli in altri penitenziari. Ma prima di portarli via gli agenti di custodia li sottopongono a pestaggi. Questo, almeno, denunciano i detenuti.
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