di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 25 maggio 2021
Riforme. La ministra alle prese con le resistenze dei 5 Stelle, che incontrerà presto, e con l'annuncio di referendum di Salvini. Il nodo degli emendamenti sulla prescrizione e sul sistema elettorale del Csm. Mattarella le offre pubblico appoggio e lei rilancia: è il momento di incidere.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 25 maggio 2021
I nomi delle trentanove personalità facenti parte della congrega sono coperti da segreto, ma è emerso che ne farebbero parte importanti giudici e avvocati, imprenditori e alti ufficiali.
A seguito del monito - ieri a ventinove anni dall'uccisione di Giovanni Falcone, della moglie e degli agenti della scorta - diciamo meglio dell'allarme del presidente della Repubblica sulle liti che minano la credibilità della magistratura, viene da domandarci: che fine ha fatto la "loggia Ungheria"? Stiamo parlando di quella quarantina di personaggi che - secondo le dichiarazioni rese dall'avvocato Piero Amara ai pm milanesi Paolo Storari e Laura Pedio nel dicembre del 2019 - avrebbero provocato, in associazione tra loro, un qualche danno al corretto funzionamento del nostro sistema giudiziario e forse non solo a quello.
I nomi dei trentanove sono ancora coperti da segreto, anche se da qualche spiffero abbiamo appreso che della congrega farebbero parte importanti magistrati, membri del Csm, avvocati di grido, imprenditori, alti ufficiali dei carabinieri, il comandante generale della Guardia di Finanza, il procuratore generale di Torino, il prefetto di Roma, il presidente del Consiglio di Stato, assieme ad altre personalità di pari livello. Per come sono andate le cose, è evidente che a Pedio (e al capo della Procura di Milano Francesco Greco) è subito parso che le indicazioni di Amara non fossero sufficientemente irrobustite da riscontri e che, perciò, quell'indagine non meritasse una corsia particolare. Storari fu di diverso avviso e, quattro mesi dopo l'interrogatorio, ritenne di denunciare questa sospetta lentezza al consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Al quale consegnò copia dei verbali di Amara dopo esser stato da lui rassicurato circa la liceità di tale comportamento.
L'intenzione dichiarata di Storari era quella di imprimere un'accelerazione all'indagine che Greco, a suo avviso, aveva frenato. Poi però Storari non fece caso al fatto che di mesi ne trascorsero altri dodici (un anno!) senza che si muovesse foglia. Evidentemente si fidava dell'interlocutore: ci avrebbe pensato Davigo a smuovere le acque in tempi e modi che avrebbe saputo individuare facendo ricorso a tutta la sua sapienza e a tutta la sua esperienza. Sicché Storari mai ritenne, neanche in seguito, di denunciare - per vie, diciamo così, più tradizionali - l'inerzia dei suoi superiori. E, mentre i mesi passavano, probabilmente pensò che la lentezza con cui il tutto procedeva fosse da mettere nel conto della pandemia.
Il dottor Davigo, dal canto suo, preoccupato che la notizia dei sospetti "incappucciati d'Ungheria" giungesse alle orecchie di alcuni membri del Csm il cui nome compariva negli incartamenti, parlò della questione in via riservata con il vicepresidente del Consiglio superiore David Ermini. Ma anche con il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi, con il primo presidente della Corte di cassazione Pietro Curzio e con altre persone scelte sulla base di un criterio difficile da decrittare. Quanto all'incartamento affidatogli da Storari, ancor oggi non è dato sapere con certezza se ne abbia consegnato copia completa a qualcuno dei suoi interlocutori.
Poi, a ottobre, Davigo è andato in pensione e non si capisce a chi abbia lasciato in eredità quelle carte incandescenti e segrete.
È un fatto però che in seguito quei fogli hanno preso a diffondersi tra colleghi e giornalisti, forse ad opera della segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, che - ha poi raccontato lo stesso Davigo - gli era parsa negli ultimi giorni in cui l'aveva vista "un po' sopra le righe". Finché il tutto, sempre in forma anonima, è finito nelle mani di un collega di Davigo, Nino Di Matteo, che meritoriamente ha rotto l'incantesimo.
Di Matteo ha portato questa strana storia allo scoperto parlandone al cospetto del Csm, un uditorio in cui alcuni già sapevano e altri no. A quel punto alcuni di quelli che hanno ammesso di esser stati già da tempo depositari di quel segreto, si sono trovati concordi su una circostanza: ad ognuno di loro Davigo aveva sottolineato la presenza in quel brogliaccio del nome di un membro del Consiglio, Sebastiano Ardita, fino a qualche tempo prima grande amico nonché compagno di corrente di Davigo stesso.
Poiché ci fidiamo dell'esperienza giuridica del dottor Davigo, siamo portati a pensare che in Italia d'ora in poi entrerà in vigore il "metodo ungherese" di cui quella descritta è stata l'esperienza pilota. Le regole dovrebbero essere le seguenti: se un sostituto procuratore ha qualcosa da ridire sui comportamenti del capo della Procura di cui fa parte, può rivolgersi - all'insaputa del capo stesso e dei colleghi che indagano assieme a lui - ad un componente del Consiglio superiore della magistratura di suo gradimento; a lui può consegnare carte coperte da segreto a patto che siano in copia, così che non sia identificabile chi le ha fatte uscire; di questa documentazione riservata, il destinatario, a sua volta, potrà fare l'uso che più gli aggrada informando, in qualche caso sommariamente, "chi di dovere" (cioè i suoi riferimenti istituzionali); ma gli è altresì concesso di renderne edotti anche parlamentari e colleghi che gli sembrino meritevoli delle sue confidenze; potrà persino correre il rischio che questi suoi sussurri generino disagi alle persone citate nelle carte: può star sicuro infatti che la quasi totalità dei giuristi italiani (ministri ed ex ministri di Giustizia, magistrati di ogni livello, presidenti ed ex presidenti della Corte Costituzionale) non troverà - come fino ad oggi non ha trovato - alcunché da eccepire all'applicazione del "metodo ungherese". Se poi una imprevedibile fuga di notizie dovesse provocare fastidi a qualche malcapitato il cui nome è finito nei fascicoli "segreti", nessun problema: un'accurata indagine porterà all'individuazione dell'usciere o della segretaria responsabile dello spiffero e a lui (o a lei) verrà comminata una pena adeguatamente severa.
A questo punto non possiamo non complimentarci con il fortunato dottor Ardita che ha avuto la buona sorte di essere stato il primo ad esser finito con il suo nome nel ventilatore sicché, al momento, è stato l'unico a poter dimostrare in modo circostanziato la propria estraneità all'ordito massonico che aveva allarmato Storari e Davigo.
Nomi e cognomi degli altri trentanove appartenenti alla supposta loggia non hanno avuto uguale opportunità di difesa pur essendo stata resa semipubblica la loro identità, in qualche caso, persino sui giornali. Restano così, i trentanove sospetti cospiratori, in uno stato di sospensione, esposti a dileggio e insinuazioni. Diciamo la verità: una condizione non invidiabile.
Tocca ora al procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone fare chiarezza sui presunti membri della "loggia Ungheria" separando quelli come Ardita che provatamente non dovrebbero restare un giorno di più nel girone dei sospetti, dagli altri la cui posizione merita di essere ulteriormente esplorata. Quanto a noi, pur ammirati da questo metodo di ricerca della verità assai innovativo, continuiamo a prediligere quello antico che passava per le carte protocollate.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 maggio 2021
La tempistica "allungata" fino al contraddittorio tra le parti tiene conto dell'assenza delle fasi preliminari del rito ordinario. Nel giudizio abbreviato la domanda di oblazione può avvenire nella fase della discussione finale se l'originaria imputazione era per un delitto di cui l'imputato richiede la riqualificazione unitamente al beneficio che estingue il reato contravvenzionale. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 20573/2021, ha accolto la lamentela del ricorrente cui era stato negato l'accesso all'oblazione nell'ambito di un procedimento abbreviato. Con la motivazione che si tratta di richiesta che andava formulata prima del giudizio a pena di decadenza.
Fermo restando che in caso di contestazione di reato contravvenzionale ab origine nell'ambito del rito abbreviato la domanda di oblazione deve essere contestuale alla domanda di accesso al rito. Ciò però non può avvenire in caso di riqualificazione del delitto in contravvenzione. Infatti, nel rito abbreviato l'unico momento in cui la domanda di oblazione può essere formulata è il momento del contraddittorio orale tra le parti. Spiega la Cassazione che fin quando il giudice ha la possibilità di riqualificare il fatto contestato non può non essere ammessa la richiesta di oblazione dell'imputato. Ovviamente garantendo il diritto di replica del pubblico ministero. Se invece la richiesta di riqualificazione è avanzata dall'imputato questi deve contestualmente chiedere di essere ammesso all'oblazione.
La sentenza si distingue per aver letto due importanti precedenti contrapposti e relativi però al rito ordinario leggendoli alla luce delle esigenze di quello abbreviato. E vista l'assenza - nel rito abbreviato - delle fasi preliminari in cui può essere riqualificato a opera del giudice un delitto in contravvenzione la regola non potrà essere identica. Cioè la nozione "prima del giudizio" non coincide con quella del rito ordinario "prima dell'apertura del dibattimento". Non si poteva perciò pretendere dall'imputato che la domanda di oblazione fosse posta contestualmente a quella di ammissione al rito abbreviato.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 25 maggio 2021
Nella confusione che agita i cieli della giustizia italiana ogni proposta sembra plausibile e ogni soluzione sembra quella giusta. Il caos legittima sortite e improvvisazioni che hanno quale unico obiettivo la rimodulazione del potere giudiziario e la ridefinizione dei suoi ambiti. È come se sul ring ci fosse un pugile suonato che non riesce a schivare i colpi dell'avversario e, qualche volta, si ha l'impressione che a menare sia pure l'arbitro.
L'idea di imporre, a partire dal prossimo concorso, ai giovani candidati alla toga di optare per sempre tra le funzioni di giudice e quelle di pubblico ministero può anche entusiasmare i fautori della separazione delle carriere, ma è a tutti chiaro che si tratta di cose che hanno poco a che fare l'una con l'altra. Già da molto tempo, da troppo tempo, infatti i transiti di funzioni tra giudici e pm e viceversa sono ridotti all'osso. Una norma di qualche anno or sono consente a un giudice di Roma di poter divenire un pm in qualunque procura della Repubblica, ma che non sia nel Lazio; così come per un pm di Firenze è possibile accedere alle funzioni giudicanti in un qualsiasi tribunale a patto che sia fuori dalla Toscana. L'incidenza sulla vita dei magistrati è evidente e, quindi, scoraggia scelte di questo genere.
Le funzioni giudiziarie sono in via di fatto e in gran parte separate da un pezzo e la promiscuità delle funzioni è solo un residuo di altri tempi, con magistrati di ben altra statura (da Falcone a Borsellino, da Maddalena a Macrì) che facevano di questa "doppia" appartenenza alla giudicante e alla requirente un vanto e un titolo nella propria carriera. La cosa peggiore che possa accadere in Italia in questo momento è proprio quella di allontanare per sempre un giovane magistrato dalla cultura della giurisdizione, dalla fatica del decidere, dalla sofferenza del verdetto, per consegnarlo - praticamente inerme - alle funzioni inquirenti, ossia nelle mani o di colleghi di lungo corso a trasparenza variabile o della polizia giudiziaria che vanta ben altre, molto più collaudate, esperienze e più efficaci moduli organizzativi. Sia chiaro, non tutte le procure si somigliano. Ci sono uffici in cui superbi procuratori assicurano trasparenza e serenità, ma non accade sempre e non accade dappertutto.
Dovrebbe essere evidente a tutti, ma proprio a tutti, che l'attuale crisi del sistema si concentra e si perimetra interamente nell'alveo delle procure della Repubblica. Da dieci anni almeno si assiste a scontri durissimi tra magistrati che esibiscono tutti una lunga militanza nelle file del pubblico ministero e che si sono tenuti sempre distanti dalla logica della giurisdizione, intesa come decisione o perché in buona fede assaliti da una mistica dell'investigazione o perché, in modo meno encomiabile, fortemente ancorati ai propri privilegi.
Spezzoni di inquirenti che guerreggiano per le indagini da fare o per quelle da evitare a seconda dei casi o per la visibilità mediatica o per la conquista di uno scranno nella scalata alla piramide del potere investigativo. Il tutto all'ombra di un Csm che, ben che vada, è sempre più preoccupato ogniqualvolta deve metter mano in regolamenti di conti dagli effetti imprevedibili e che tenta a fatica di preservare la credibilità dell'istituzione.
In fondo è in questo che si esaurisce e si risolve il caso Palamara, non meno della lotta intestina milanese sulle dichiarazioni dell'avvocato Amara. A guardarli dall'esterno, con il distacco possibile, ma senza pretesa di alcuna oggettività, possono individuarsi alcune linee di continuità e ben poche fratture tra i due casi. I protagonisti dei due affari che stanno scuotendo dalle fondamenta la magistratura italiana appartengono sempre al medesimo cluster: ci sono alcuni pubblici ministeri, alcuni personaggi sospetti, alcuni giornalisti.
Gli obiettivi perseguiti sono sempre gli stessi: screditare gli avversari, conquistare credibilità mediatica, occupare posti quando non sovvertire il funzionamento del Csm (accusa, questa, che circola in relazione a entrambe le faccende). Le conseguenze sono le medesime: magistrati del pm colti con il dito nella marmellata a ordire o sull'orlo di una crisi di nervi o a caccia di corvi e cicale e con il dubbio che l'azione penale sia solo - in qualche caso almeno - lo schermo per lanciarsi in battaglie a tutto campo. Ci mancava nel pantheon solo il pentito di turno e, in verità, anche questa casella della perfetta partitura è stata riempita grazie al profondo ripensamento del dottor Palamara e alle scelte un po' naif dell'avvocato Amara.
Ora correre il rischio di consegnare giovani laureati, e per sempre, a questa turbolenta e, a tratti, infida macchina da guerra può sembrare coerente alla luce di altri, più complessivi propositi (come quello di separare le carriere), ma preso in sé è un progetto da rimeditare e profondamente. Non tanto perché potrebbe avere un esito infelice in sede di voto parlamentare, quanto perché avalla la preoccupante involuzione della magistratura italiana che è in atto (con la separazione delle funzioni) e che sta producendo guasti incalcolabili. Sono state chiare le prime dichiarazioni del presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia sin dal suo insediamento: non si può isolare il pm dalla giurisdizione per consegnarlo a sé stesso o peggio in altre mani perché sarebbe in discussione il gradiente della democrazia.
Un'impostazione quella "autonomista" o "sovranista" che, si badi bene, era ed è spesso gradita ad alcuni ras delle procure della Repubblica che non stanno a valle, ma - come il lupo di Esopo - piuttosto a monte dello scorrere delle acque della giustizia italiana e che - attraverso le saldature di polizia e gli asset mediatici evocati ne Il Sistema - mantengono sotto scacco l'intero plesso istituzionale della magistratura italiana e che vedrebbero di buon occhio la costituzione di un'enclave libera da ogni vincolo.
bizjournal.it, 25 maggio 2021
La Rete tematica carcere, ha raccolto in una lettera le proprie esperienze e proposte sulla legge sull'istituzione del garante dei detenuti. In attesa che venga eletto il nuovo garante dei detenuti, il cui mandato riguarda anche gli stranieri ospiti dei Cir, le persone sottoposte a Tso e gli ospiti delle rsa, la Rete tematica carcere, attiva dal 2010 e facilitata dal Centro di Servizio al Volontariato della città metropolitana di Genova (Celivo), ha raccolto le proprie esperienze, idee, proposte e le ha razionalizzate in una lettera inviata oggi al consiglio regionale.
Dal 2019 il gruppo composto da diverse associazioni che operano nel campo della solidarietà e che si occupano in vari modi di giustizia penale (detenuti, ex detenuti, persone in misura alternativa alla detenzione, messa alla prova, etc.) ha seguito con interesse gli avvenimenti legati all'approvazione della legge regionale di "istituzione del garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale", una legge fino a oggi non prevista nella nostra regione e che lo scorso 29 marzo ha trovato conclusione con il voto di approvazione da parte dell'Assemblea Legislativa della Liguria.
La lettera inviata oggi al consiglio regionale punta a evidenziare alcune criticità e a offrire un contributo concreto nella scelta della figura del garante da parte di chi quotidianamente opera sul campo. "Le organizzazioni aderenti alla rete carcere di Celivo - spiega Ramon Fresta del Ceis Genova e portavoce per la Rete Tematica Carcere in questo contesto - hanno accolto con piacere la notizia dell'approvazione definitiva della legge regionale di istituzione del garante delle persone private della libertà. Una figura che riteniamo fondamentale per garantire un percorso, condiviso con le istituzioni, per traguardare scelte utili a migliorare la qualità delle condizioni non solo della popolazione target ma anche di tutti coloro che a quelle persone sono legati; con la positività che caratterizza il volontariato, crediamo che migliorare la loro condizione porti giovamento all'intero territorio".
All'indomani del corso di formazione nazionale realizzato dalla Rete Carcere a cui hanno partecipato centinaia di persone da tutt'Italia, il gruppo ligure fa nuovamente sentire la propria voce ponendo al futuro garante dei detenuti alcune richieste: disponibilità, raggiungibilità, confronto per un lavoro sempre più efficace e migliorativo sul territorio.
La Stampa, 25 maggio 2021
Approvato un ordine del giorno in Consiglio regionale. Realizzare nel più breve tempo possibile il nuovo carcere di Savona in un'area idonea della Val Bormida tra i Comuni di Cengio e Cairo Montenotte. Lo sollecita un ordine del giorno approvato con 23 voti a favore (centrodestra e Pd-Articolo Uno), 3 contrari (Linea Condivisa e Lista Sansa) e 2 astenuti (M5S) stamani in Consiglio regionale.
Il documento presentato dal capogruppo Angelo Vaccarezza (Cambiamo!) impegna la Giunta Toti "ad attivarsi presso il Ministero di Giustizia affinché l'iter procedurale per l'individuazione dell'area e la costruzione del carcere giunga alla sua conclusione nel minor tempo possibile". "Le attuali amministrazioni comunali di Cairo Montenotte e Cengio hanno più volte ribadito la concreta disponibilità di aree idonee allo scopo", ha sottolineato Vaccarezza.
A oggi Savona è l'unica provincia ligure priva di una casa circondariale dopo la chiusura del vecchio carcere nel 2016. Si stima che la nuova struttura debba disporre di circa 50 mila metri quadrati. Il capogruppo Ferruccio Sansa (Lista Sansa) ha espresso "perplessità sulla scelta della Val Bormida per il nuovo carcere di Savona, perché nella vallata per decenni si sono sbattute attività che nessuno voleva. Il nuovo carcere deve essere vicino alla città di Savona per consentire le visite dei parenti dei detenuti. I collegamenti della Val Bormida non sono adeguati e obbligherebbero la polizia penitenziaria a lunghi viaggi in autostrada". (Nella foto l'ingresso dell'ex carcere di Savona).
agenziadire.com, 25 maggio 2021
Primo appuntamento di Giulianelli con le componenti che intervengono negli istituti, mentre prosegue la consueta azione di monitoraggio. Ad affiancare l'azione di monitoraggio degli istituti penitenziari effettuata dal Garante di diritti Giancarlo Giulianelli, anche una serie di incontri con le diverse componenti che operano in carcere. Primo appuntamento da remoto con i rappresentanti sindacali degli agenti di polizia penitenziaria, al quale hanno partecipato Nicando Silvestri (Sappe), Maurizio Gabucci (Cisl), Francesco Patruno (Cgil), Alfredo Bruni (Sinappe), Alessandro Scognamiglio (Uspp), Riccardo Casciato (Fsacnpp).
"Ritengo che il carcere sia un ambiente simbiotico. Quando stanno bene i detenuti - ha sottolineato Giulianelli aprendo l'incontro - stanno bene anche tutti gli altri e viceversa. Proprio in questa direzione vanno affrontati i problemi in una visione complessiva, ma anche con la dovuta attenzione alle specificità di ogni singolo istituto".
Sul piatto della bilancia vecchie e nuove criticità legate soprattutto al divario tra gli agenti assegnati e quelli effettivamente in servizio, che attualmente si assesterebbe sulle 119 unità, con un primato su Montacuto (33) ed a seguire Fossombrone (28), Pesaro (25), Barcaglione (22), Marino del Tronto (17) e Fermo (6). Carenza di personale che si fa sentire soprattutto considerata la molteplicità delle mansioni espletate dagli agenti (sicurezza, trattamento e percorso di reinserimento dei detenuti); il sovraffollamento che, sia pure senza picchi elevati, si ripresenta in modo ciclico; i più volte evidenziati mutamenti nell'ambito della popolazione carceraria; i problemi strutturali che gravano sugli istituti.
Non da ultima la situazione sanitaria dove si riscontra la mancanza di personale specifico e che, ovviamente, ha riscontrato ulteriori problemi a causa dell'emergenza epidemiologica, a partire dal focolaio sviluppatosi nei mesi scorsi a Villa Fastiggi. Nel corso dell'incontro è stata posta in primo piano la necessità di superare la marginalizzazione in cui spesso ci si viene a trovare, sempre a causa dell'esistenza di un solo Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria chiamato a sovrintendere, ormai da diversi anni, su Emilia Romagna e Marche
Da parte del Garante l'impegno a seguire costantemente la situazione ed a rappresentarla nelle sedi opportune e l'illustrazione di alcuni progetti che saranno attivati nelle prossime settimane e che riguarderanno interventi di sostegno in diversi settori e il riavvio delle attività trattamentali.
di Rita Rapisardi
Il Domani, 25 maggio 2021
Il 23enne della Guinea non era stato curato adeguatamente, dice l'avvocato. Secondo i volontari è la prassi nel Cpr di Torino, struttura opaca e senza tutele. I decreti di Salvini hanno anche diminuito la presenza medica. Musa Balde è deceduto nella notte tra sabato e domenica nel Centro di permanenza per rimpatri di stranieri di Torino. Di lui si sa che aveva 23 anni ed era originario della Guinea. È finito dentro dopo essere stato aggredito il 9 maggio scorso da tre italiani a colpi di spranga a Ventimiglia, mentre forse cercava di arrivare in Francia.
Durante la visita in ospedale era emersa la sua irregolarità e per questo è stato spedito in quello che per i torinesi è il Cie di corso Brunelleschi. Si è subito parlato di suicidio, commesso arrotolando le lenzuola come un cappio, ma alcune voci, arrivate a volontari che sono in contatto con i migranti, parlano di mancata assistenza: "Secondo la testimonianza di un ragazzo, nonostante dimostrasse chiari segni di sofferenza causati dalle lesioni al corpo, Musa non è stato mai visitato da nessun medico o membro del personale medico del Cpr. È stato sentito urlare e chiedere l'intervento di un dottore senza mai ricevere una risposta", si legge nel comunicato diffuso da No Crp Torino, un comitato composto da persone che vogliono rimanere anonime e che spesso organizza presidi di solidarietà all'esterno del centro.
Sul fatto, su cui per ora indaga la squadra mobile di Torino, c'è riserbo. Ma da tempo le condizioni del Cpr di Torino, uno dei nove presenti in Italia (capienza 161 posti, spesso sovraffollato) sono denunciate da avvocati e associazioni: "Mi sembra che la situazione del Cpr sia totalmente ingestita e ingestibile e la storia di Musa ne è la prova: è entrato lì senza un approfondimento psichiatrico, non si sa se il personale sapesse della sua aggressione, ma l'ultima cosa da fare sarebbe stato metterlo in isolamento", racconta Gianluca Vitale, l'avvocato che seguiva Musa, il quale non si dava pace per essere stato rinchiuso, vista l'aggressione razziale che aveva subito per il solo fatto di chiedere l'elemosina: "Quello è un luogo di abbandono, queste persone vengono buttate lì e non sanno neanche perché".
Le denunce - Da tempo politici ed esperti di diritti umani denunciano le condizioni pessime di chi lì dentro vive: "Questa morte mi ha ricordato quella di Faisal (deceduto nel 2019 per infarto mentre era in isolamento, ndr) rinchiuso per sei mesi, anche lui era detenuto nell'Ospedaletto, delle cellette a schiera separate dal resto, aree scarsamente controllabili", aggiunge Vitale. Queste mura sono spesso inviolabili anche per gli avvocati, ancor di più da dopo le riforme fatte quando Matteo Salvini era al governo. Dal 2018 al 2019 nel Cpr di Torino le ore di presenza di medici, psicologi e mediatori sono state dimezzate.
Mentre quelle per l'assistenza legale sono passate da 72 a 16. Le comunicazioni dall'interno sono scarse anche perché di recente è stato vietato l'uso del telefonino personale. Ci sono dei telefoni pubblici, ma che spesso non funzionano. Una delle ultime grandi proteste è avvenuta questo inverno, quando sono state distrutte due aree, bruciate dagli stessi ospiti che cercano in ogni modo di far sentire la propria voce. La mala gestione riguarda ogni aspetto: ragazzi minorenni, detenuti perciò illegalmente, scarsa igiene e assistenza, cibo avariato, mancanza di cure mediche adeguate di fronte a patologie che meriterebbero attenzione, e di beni di prima necessità come coperte e lenzuola, ma anche violenze ed abusi.
"Molti sono stati prelevati dalle forze dell'ordine in assetto antisommossa e condotti, uno alla volta, in una stanza dove sono stati picchiati, immobilizzati da tre guardie ed infine costretti, sotto tortura, ad effettuare il tampone", scrivono dal comitato No Cpr Torino. I fatti si riferiscono al tampone anticovid, un atto necessario per concludere il rimpatrio e per questo diventato arma di dissenso, ma anche il rifiuto del cibo e delle terapie psicologiche spesso sono gli unici modi per provare a farsi ascoltare: "La pressione quotidiana delle guardie e le attuali condizioni di sovraffollamento all'interno delle stanze hanno portato alcuni reclusi a compiere gesti di autolesionismo in segno di protesta", si legge ancora.
Le proteste dei parenti - Anche sui social i pochi parenti denunciano: "Mio fratello è stato insultato e picchiato durante la custodia ed è stato deportato con la forza", "Il mio compagno è lì dentro da novembre e qualche giorno fa hanno dato fuoco a tutto, ora dormono per terra, in 35 in una stanza". "Sono luoghi di sofferenza, peggio delle carceri perché qui non esistono sistemi di accoglienza, terzietà o associazioni che operano. Sono spazi fatiscenti per quelli che sono di fatto dei "senza nome", spiega Marco Grimaldi, consigliere regionale di Liberi e uguali, che è riuscito negli anni a fare più di un sopralluogo, sempre con difficoltà: dalla richiesta alla possibilità di entrare infatti trascorrono giorni e non è semplice verificare le mancanze.
"I casi di abuso di psicofarmaci e autolesionismo, sono numerosi: ti chiedi perché sei lì e non lo sai. Chi scappa da miseria e guerra e finisce in un Cpr è spogliato di nuovo della sua libertà, anche perché nella maggior parte dei casi non si è detenuti per un crimine. È la cronaca di un disastro umanitario e civile", aggiunge Grimaldi che per la morte di Faisal denunciò il malfunzionamento del citofono per chiedere aiuto e la mancanza di telecamere nelle cellette.
Per molti a essere sbagliato è l'intero sistema dei Cpr, costoso e inefficiente, quando ci sarebbe tutto lo spazio nel sistema carcerario attuale. La gestione poco trasparente rende i centri di permanenza delle galere parallele in cui però le regole sono diverse. "Sono luoghi totalmente impermeabili all'esterno e con un'altissima presenza di forze dell'ordine, quasi ingiustificata", conclude Vitale. "Ma il grande schieramento, con mitra sempre visibili e antisommossa, indicare una cosa sola: quella è già frontiera. Ti trovi in Italia, ma sei già fuori. Per questo l'isolamento è coerente in un territorio separato addirittura da quello italiano".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 25 maggio 2021
Moussa Balde era stato aggredito a Ventimiglia e poi rinchiuso nel centro per i rimpatri di Torino perché senza documenti. La procura di Torino ha avviato accertamenti sulla morte di un ragazzo nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Torino. Moussa Balde aveva solo 23 anni ed era nato in Guinea: domenica si è tolto la vita impiccandosi con le lenzuola.
Due settimane prima era finito in un drammatico video diventato virale: il 9 maggio, a Ventimiglia, era stato aggredito da tre uomini. Lo hanno pestato con bastoni, calci e pugni in mezzo alla strada, di giorno, tra le urla dei vicini. "Così lo ammazzano", si sente dire in sottofondo. Alla fine è morto comunque.
I tre italiani di 28, 39 e 44 anni sono stati identificati dalla polizia di Imperia e denunciati per lesioni. Per Balde invece, nonostante avesse ricevuto una prognosi di 10 giorni, si sono aperte le porte del Cpr. Per l'assurdo effetto delle leggi che hanno trasformato donne e uomini in clandestini la vittima ha avuto la peggio due volte. Anzi tre.
Balde era arrivato in Italia nel 2017, attraversando il mare. "Sognava un'altra vita, un lavoro. Non poteva rientrare nel suo paese. Diceva che sarebbe stato ucciso dalle stesse persone che lo avevano spinto a scappare - ha raccontato all'Ansa Marco, un suo amico - Era un ragazzo molto intelligente: in pochi mesi ha imparato l'italiano e preso la terza media a Imperia. Era però anche tormentato e impaziente, faticava ad aspettare".
Altre persone che lo hanno conosciuto ne ricordano la grande sensibilità e l'interesse per la politica. Sulla pagina del centro sociale ligure "La talpa e l'orologio" c'è un'immagine in cui sorride con addosso la maglietta "Imperia antirazzista". La foto è stata scattata a Roma, durante una manifestazione per i diritti dei migranti.
"Una persona affidata alla responsabilità pubblica, deve essere presa in carico e trattenuta nei modi che tengano conto della sua specifica situazione, dell'eventuale vulnerabilità e della sua fragilità. Questo non è avvenuto", ha accusato ieri Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti. Nell'ultimo rapporto sulle visite nei Cpr, Palma si è soffermato sulla zona "Ospedaletto" del centro torinese, quella usata per l'isolamento sanitario in cui Balde si è tolto la vita. È così descritta: "priva di ambienti comuni, le sistemazioni individuali sono caratterizzate da un piccolo spazio esterno antistante la stanza, coperto da una rete che acuisce il senso di segregazione".
"Voleva solo andare via, non accettava di essere rinchiuso là dentro senza aver fatto nulla", dice l'avvocato Gianluca Vitale, difensore del ragazzo. La scorsa settimana lo ha incontrato due volte e Balde gli ha raccontato che a Ventimiglia era stato picchiato mentre chiedeva l'elemosina, non dopo un tentativo di furto, come sostenuto dagli aggressori. Pare che la sua versione non sia stata ascoltata neanche dalla Procura. "Avrei dovuto vederlo oggi. Eravamo preoccupati: un ragazzo di 23 anni che viene picchiato barbaramente e poi finisce in un Cpr non può che trovarsi in una condizione di estrema vulnerabilità", afferma la Garante dei detenuti del comune di Torino Monica Cristina Gallo.
"Come è stato possibile disporne non solo l'espulsione in un paese tutt'altro che sicuro come la Guinea ma perfino il trattenimento in un Cpr?", ha dichiarato Riccardo Magi (+Europa). Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista) hanno chiesto la chiusura di tutti i Cpr. Erasmo Palazzotto (Liberi e Uguali) ha presentato un'interrogazione alla ministra Lamorgese affinché faccia chiarezza su tutti gli snodi della vicenda: dalla reclusione all'assistenza medico-psicologica. Ieri gli altri 107 migranti rinchiusi nel centro hanno protestato per la morte del loro compagno. Oggi alle 18 la rete "No Cpr Torino" manifesterà sotto le mura della struttura detentiva.
Il Resto del Carlino, 25 maggio 2021
Ancora 38 detenuti positivi di cui tre ricoverati in ospedale. Dietro Foggia con 36 casi. Calano i numeri del contagio da Covid 19 nelle carceri italiane, ma il penitenziario di Reggio mantiene purtroppo il primato di casa di pena col maggior numero positivi: 38 detenuti, di cui tre in ospedale. In Italia i positivi tra i detenuti sono in tutto 226 e tra gli agenti 222, secondo i dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 19 maggio.
Il 17, giorno della rilevazione precedente, erano rispettivamente 232 e 282. I contagiati sono quasi tutti asintomatici (215 tra i detenuti e 208 tra i poliziotti). Tra il personale amministrativo e dirigenziale i positivi sono 35. In calo anche i detenuti ricoverati in ospedale: da 12 sono passati a 10. Oltre al focolaio di Reggio, persistono quelli di Foggia (36, di cui 2 ricoverati), Rebibbia femminile (24) e Verona (15).











