radiogold.it, 2 luglio 2021
Si chiama Hope ed è la fusione tra speranza e luppolo. Un termine non scelto per caso dato che il progetto, nato dall'unione tra Associazione Ises, Idee in Fuga e Carcere di Alessandria, mira a creare un luppoleto su una superficie già individuata all'interno della struttura carceraria.
La coltivazione del luppolo è un progetto sperimentale che potrebbe ingrandirsi e svilupparsi utilizzando l'ampia fascia di terreno ancora a disposizione. Si tratta di una novità per Alessandria che non ha mai approcciato un progetto del genere ma soprattutto permetterebbe alla Cooperativa Sociale Idee in Fuga di potersi approvvigionare dei luppoli necessari a produrre le birre poi vendute in Bottega o sul proprio sito. Una volta portato a regime il luppoleto, il luppolo sarà acquistabile anche da altri birrifici. Ci vorranno però tre anni prima che le piante vadano a regime.
L'importanza di questo progetto, prima che economico è soprattutto sociale.
Il progetto partirà sotto la supervisione di un esperto di luppoleti e con un percorso formativo con cui inserire due detenuti. Questo corso di formazione permetteranno di far conoscere le caratteristiche della pianta, come si gestisce un luppoleto, come si raccoglie e lavora il luppolo. Il primo step del progetto sarà quello della preparazione del suolo (circa 150 mq) che ospiteranno il luppoleto e la piantumazione delle prime 50 piante e filari. Sarà necessario anche un impianto di irrigazione a goccia e spruzzatori fissati alla cima dei pali per dare da bere alle piante. Per realizzare il luppoleto servono però 10 mila euro e per questo è stata lanciata una raccolta fondi che sinora ha raccolto poco meno di duemila euro.
lacnews24.it, 2 luglio 2021
I corsi a indirizzo Alberghiero e Agrario sono stati attivati nella Casa circondariale dal Polo scolastico di Cutro. Per la prima volta, tre detenuti del Carcere di Crotone si sono diplomati. A darne notizia è Vito Sanzo, Dirigente Scolastico del Polo di Cutro, che ha attivato i corsi di Alberghiero e Agrario all'interno della Casa Circondariale pitagorica. "In provincia di Crotone - spiega Sanzo in una nota - non si era mai verificato prima che si diplomassero studenti/detenuti. Oltre al grande risultato scolastico ottenuto, è importante evidenziare il positivo impatto sociale realizzato".
Nel penitenziario pitagorico si sono tenuti gli Esami di Stato con due diverse commissioni che hanno esaminato i candidati e il percorso di studi di tre detenuti che hanno brillantemente conseguito il diploma, due ad indirizzo Alberghiero e uno ad indirizzo Agraria. "La collaborazione tra il Polo di Cutro e la Casa circondariale di Crotone ha portato i suoi ottimi frutti e ancora ne porterà. È doveroso ringraziare sia tutti i docenti del Polo di Cutro della Sezione Carceraria, tutto il personale della Casa circondariale che in ottima sinergia sono riusciti ad ottenere questo splendido risultato. Ringrazio anche il Cpia e l'Ufficio scolastico provinciale" aggiunge Sanzo. Un percorso, quello del Polo di Cutro, iniziato con la riapertura del carcere dopo la sua ristrutturazione e che ha portato al risultato di oggi che assume un significato particolare nella comunità crotonese, anche in considerazione delle difficoltà che la pandemia ha creato. I corsi saranno istituiti anche per il prossimo anno scolastico.
Il Dubbio, 2 luglio 2021
Il procuratore ore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, ha annunciato una moratoria federale sull'esecuzione delle condanne a morte, invertendo la linea dell'amministrazione Trump che aveva invece ripristinato le esecuzioni capitali da parte della giustizia federale. Una svolta attesa da mesi, dopo l'approdo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden.
In un memorandum, Garland informa che il dipartimento di Giustizia intende rivedere le sue politiche e procedure per garantire che "siano coerenti coni principi articolati in questo memorandum: il dipartimento deve garantire che a chiunque sia sotto custodia del sistema di giustizia penale federale vengano garantiti non soltanto i diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, ma anche un trattamento equo e umano", recita il memorandum di Garland, secondo cui tale imperativo si applica in particolare "ai casi di condanna capitale".
La revisione interna del dipartimento di Giustizia interesserà, tra le altre cose, "i rischi di dolore e sofferenza fisica associati all'impiego del pentobarbital", il barbiturico utilizzato durante l'amministrazione Trump per l'esecuzione di condannati a morte tramite iniezione letale. Garland ha quindi annunciato che il dipartimento della Giustizia rivedrà i protocolli di esecuzione messi in atto dall'ex procuratore generale William Barr. Nessun presidente in più di 120 anni, come Donald Trump, aveva approvato tante esecuzioni federali. L'ultimo detenuto a essere giustiziato, Dustin Higgs, è stato messo a morte nel complesso della prigione federale di Terre Haute, nell'Indiana, meno di una settimana prima che Trump lasciasse l'incarico.
di Sara Creta
Il Domani, 2 luglio 2021
Abu Rashada. Regione dei monti Nafusa, 100 km a sud-ovest di Tripoli. Qui c'è uno dei centri di detenzione per migranti gestiti dal governo libico, lontano dalle coste, lontano dagli occhi dell'Europa. Talmente distante da non suscitare nessun clamore né per gli uomini armati presenti a guardia di chi fugge da guerre e fame né per una esplosione che potrebbe aver provocato molti morti. Esplosione di cui le autorità non ne hanno dato notizia, nascosta per giorni. Deflagrazione avvenuta nei pressi delle celle dove vengono stipati uomini, donne e bambini respinti in Libia dalla guardia costiera locale finanziata con i soldi europei e italiani.
La devastazione provocata dalla detonazione nel centro di detenzione Abu Rashada a Gharyan è visibile nelle foto satellitari di Maxar Technologies, società che si occupa di aerospazio, ottenute da Domani. A pochi passi dal luogo dell'esplosione sono detenute circa 600 persone. Secondo un funzionario locale delle Nazioni Unite un deposito di munizioni è a pochi metri dalle prigioni dove vengono riportati i migranti intercettati nel Mediterraneo. Nelle foto satellitari ottenute si vedono anche carri armati e un cannone d'artiglieria stazioni a pochi metri dal centro di detenzione.
"Temo che ci siano decine di morti. La milizia che controlla il centro ha un deposito di armi e i suoi uomini sono coinvolti nel traffico di carburante nel deserto", racconta un funzionario del Dipartimento per il contrasto alla migrazione (Dcim) del ministero dell'Interno libico. La conferma dell'esplosione - avvenuta nel pomeriggio del 20 giugno - arriva anche da fonti delle Nazioni Unite che però ribadiscono: "Non abbiamo accesso al centro". Fonti mediche dell'ospedale di Gharyan dicono che i feriti sarebbero tre, colpiti da proiettili di armi da fuoco e con fratture. Due sarebbero minori. Secondo una stima, nella cella più vicina al luogo dell'esplosione, erano rinchiuse almeno 60 persone. L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari di Tripoli teme che potrebbero esserci centinaia di vittime. "Sarei sorpreso di sapere che non ci sono feriti", ribadisce Justin Brady un rappresentante della divisione umanitaria delle Nazioni Unite.
Nelle celle c'erano anche siriani, algerini ed egiziani. "È successo alle 7 di sera. Tutto è iniziato nel magazzino di munizioni: era l'ultima stanza sul retro del centro di detenzione", ha raccontato a Domani un sopravvissuto, che aggiunge: "Le guardie stavano saldando delle sbarre di ferro, ma una scintilla ha colpito il deposito di munizioni, il fuoco è scoppiato e si è esteso, ed è qui che è avvenuta l'esplosione. Siamo riusciti a scappare. Ci siamo nascosti nelle montagne e abbiamo scoperto che c'erano dei feriti, che erano fuggiti con noi".
Usama Halfaoui, il direttore del centro di Gharyan, contattato da Domani spiega che l'incidente è stato innescato a causa dello scoppio di una bombola del gas in una sezione del centro e le fiamme si sono propagate nelle celle: "Abbiamo fatto uscire i migranti e alcuni di loro hanno tentato la fuga. Non ci sono morti, né feriti". Ma una caccia all'uomo è iniziata nelle montagne circostanti: "Hanno sparato alle persone che hanno tentato di fuggire", ha confermato un altro funzionario del ministero dell'Interno libico. Sono circa 200 i migranti riportati nel centro dopo la ricerca di chi era scappato terrorizzato dalle fiamme e del boato.
Qualche giorno prima dell'esplosione erano arrivate a Gharyan centinaia di persone. Respinte al largo delle coste libiche dalla guardia costiera e poi ammassate in stanzoni fatiscenti. Due piccole finestrelle da cui passa poca aria e poca luce. Stipati l'uno accanto all'altro, con temperature oltre 40 gradi. Secondo quanto emerge da un documento ottenuto da Domani "le condizioni a Gharyan sono brutali. Un tentativo di fuga lo scorso aprile è costato la vita a due sudanesi, morti con un colpo alla testa".
Continuano i respingimenti per procura - Oltre 13.000 persone sono state riportate in Libia dalla Guardia Costiera; una cifra che ha già superato quelle intercettate in tutto il 2020. E l'unico attore rimasto in mare insieme alla Guardia Costiera Libica sono le navi mercantili. Lo scorso 14 giugno la Vos Triton, bandiera di Gibilterra ma proprietà di una compagnia con sede in Olanda (la Vroon), ha raggiunto 200 migranti e li ha consegnati alla guardia costiera libica. Ed è solo l'ultimo di numerosi episodi di "respingimento per procura" in violazione dei diritti umani, che l'Organizzazione non governativa Sea Watch ha documentato grazie alle riprese dal suo aereo di ricognizione Seabird. Nella notte tra il 13 e il 14 giugno scorsi, "le autorità, Frontex e l'Unhcr, venivano aggiornate via e-mail con tutte le informazioni rilevanti e le posizioni Gps" si legge in un report congiunto di Mediterranea Saving Humans, Sea Watch, e Alarm Phone.
Come di prassi, dopo lo sbarco, i sopravvissuti sono stati scortati nei centri di detenzione di Al-Mabani e nel deserto fino a Gharyan, il centro dove sette giorni più tardi avverrà l'esplosione. Gli autobus utilizzati per i trasferimenti sono stati forniti dal ministero dell'Interno italiano. Assistenza materiale, tecnica e politica, finanziata dal Fondo Fiduciario d'Emergenza per l'Africa (un finanziamento di 46 milioni di euro) con l'obiettivo di rafforzare le capacità operative delle autorità libiche nelle attività di gestione dei confini terrestri e marittimi. Traduzione: facilitare il ritorno di migranti e rifugiati alle crudeli e disumane condizioni di tortura nei centri di detenzione del paese.
Negli ultimi mesi sono stati aperti nuovi centri nel deserto libico, sulle montagne occidentali della Libia, lontani dalla costa e controllati da gruppi armati vicini al capo del Dcim, il colonnello Mabrouk Abd al-Hafiz. Il nuovo piano, anche questo supportato dall'Italia e finanziato dall'Europa prevede pattuglie nel deserto: attrezzature dell'UE per la gestione delle frontiere, che le autorità libiche riferiscono essere made in Italy.
Una delegazione del Dipartimento per il contrasto alla migrazione (Dcim) del ministero dell'Interno libico è tornata a Tripoli da pochi giorni dopo una visita ufficiale a Roma. Inviti ormai periodici, e un piano sempre più chiaro: spostare le frontiere europee sempre più a sud. "L'Italia ha fornito alcuni fuoristrada. Lo sanno che il loro aiuto sta contribuendo al traffico di esseri umani, il contrabbando di carburante, il traffico illegale di droghe e la prostituzione. Ma continuano il loro supporto", ha ribadito una fonte del Dcim. "Ci sono stati morti a Gharyan. Qui non esistono i diritti umani", conclude.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 2 luglio 2021
È accaduto nella zona Sar maltese. Nel video diffuso dall'ong tedesca Sea Watch viene ripreso il tentativo dei guardiacoste libici di colpire un'imbarcazione con a bordo circa sessanta persone. Seabird, il mezzo aereo della ong tedesca Sea Watch che monitora la situazione nel Mediterraneo centrale, mercoledì 30 giugno ha ripreso il tentativo da parte della guardia costiera libica di colpire e speronare una barca con a bordo circa sessanta migranti. È accaduto nella zona Sar, zona di ricerca e soccorso, di Malta. L'equipaggio della ong nel video chiede più volte alla motovedetta libica Ras Jadir, donata dall'Italia alla Libia nel maggio 2017, di interrompere i tentativi di attacco, durati circa 90 minuti.
Sea Watch, in un tweet, ha riferito che "le 63 persone a bordo sono riuscite a fuggire all'attacco della motovedetta Ras Jadir e ad arrivare a Lampedusa. La violenza a cui sono state sottoposte è inaccettabile e dimostra la necessità d'interrompere gli aiuti alla cosiddetta guardia costiera libica". In molti denunciano le violazioni dei diritti umani perpetrate dalla guardia costiera libica, finanziata dall'Italia e dall'Europa. L'episodio è avvenuto a poche settimane dal voto sul decreto missioni con cui si deciderà se rinnovare o meno il finanziamento.
"Un atto di pirateria", così lo ha definito Nicola Fratoianni, deputato e segretario di Sinistra italiana. Erasmo Palazzotto, deputato, ha denunciato il finanziamento alla cosiddetta guardia costiera libica finanziata dall'Europa e dall'Italia stessa. La denuncia arriva anche da Pietro Bartolo, eurodeputato Partito democratico, medico di Lampedusa che per quasi trent'anni si è occupato dell'accoglienza sull'isola dei migranti.
di Frank Cimini
Il Riformista, 2 luglio 2021
Questa è la storia di Natascia Savio militante anarchica che sta facendo lo sciopero della fame dal 17 giugno scorso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, quello dei pestaggi e delle torture ai danni dei detenuti dove l'inchiesta della magistratura ha portato all'emissione di 52 misure cautelari per agenti e funzionari penitenziari.
Natascia Savio considera lesi i suoi diritti di reclusa e di imputata in due processi in corso a Torino e Genova. Nel capoluogo piemontese la donna risponde di associazione sovversiva ma a piede libero perché le manette erano state annullate dal Tribunale del Riesame. Al centro del processo genovese ci sono invece alcuni pacchi esplosivi.
Savio protesta contro le condizioni detentive che le impediscono di avere rapporti con i familiari e soprattutto con il suo avvocato Claudio Novaro con cui è in pratica impossibilitata a preparare le udienze. Natascia Savio è detenuta dal marzo di due anni fa e dal marzo scorso proprio nell'imminenza dei due processi è stata trasferita nella prigione di Santa Maria Capua Vetere che dista circa mille chilometri dal luogo di residenza della famiglia e dallo studio del suo legale.
L'avvocato Claudio Novaro ha scritto al Garante dei detenuti che l'ha risposto spiegando di aver avviato un'interlocuzione con il Ministero della Giustizia. Il legale racconta inoltre di aver inviato plurime istanze al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria nella speranza di ottenere un trasferimento in un carcere vicino ai luoghi di celebrazione dei due processi e attrezzato al fine di consentire la consultazione degli atti. Il tutto finora senza esito alcuno.
La presidente della corte d'Assise di Torino alla quale era stata mandata per conoscenza la richiesta di trasferimento per Natascia Savio aveva espresso parere favorevole spiegando che il procedimento prevedibilmente impegnerà diverse udienze con cadenza di almeno una per settimana. Dice l'avvocato Novaro che i continui trasferimenti tra un carcere e l'altro hanno visto la detenuta sempre in quarantena sanitaria, di avere a disposizione soldi per la spesa interna e i propri vestiti.
Sempre secondo il difensore la donna è reclusa 24 ore al giorno senza la possibilità di fare l'ora d'aria. Inoltre sarebbe sparita la vecchia cartella clinica e ne è stata predisposta una nuova. I parametri vitali vengono rilevati da un infermiere "che la pesa non tutti i giorni e le misura la pressione. La glicemia è stata rilevata in una sola occasione".
L'avvocato ricorda le diverse raccomandazioni del Consiglio d'Europa secondo le quali i detenuti hanno diritto di mantenere rapporti normali con i familiari. "Ancora una volta si tocca con mano la divaricazione che si produce sul piano del concreto trattamento penitenziario tra l'empireo dei principi e la realtà materiale delle condizioni detentive" scrive l'avvocato nella memoria inviata al Garante e al Dap. Novaro ricorda anche che la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere non prevede la possibilità di video-chiamate a distanza tra i detenuti e i loro difensori. Nei giorni scorsi il legale ha parlato con la sua assistita per una decina di minuti per telefono e sino al prossimo mese non avrà più diritto di comunicare per discutere della linea di difesa.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 luglio 2021
Allo scoccare della mezzanotte, la Turchia ha fatto tornare indietro le lancette dell'orologio dei diritti umani di 10 anni. Dieci anni dall'apertura alla firma, proprio a Istanbul, della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica. Un gesto annunciato tre mesi fa dal presidente Erdoğan, definito "vergognoso" da Amnesty International e condannato in tutto il mondo e particolarmente in Turchia (vedi foto), dove solo lo scorso anno sono state assassinate almeno 300 donne. Un gesto che sarà ricordato nella storia come la prima volta in cui uno stato membro del Consiglio d'Europa si è ritirato da una convenzione internazionale sui diritti umani.
Il trattato contiene una struttura giuridica per proteggere le donne dalla violenza e promuove l'uguaglianza di genere attraverso atti legislativi, istruzione e sensibilizzazione. I quattro principi fondamentali (prevenzione, protezione, procedimenti penali e politiche integrate) forniscono un quadro di riferimento per contrastare la violenza di genere. Attraverso la sua ratifica e la sua attuazione, la Convenzione di Istanbul ha favorito importanti progressi, tra cui l'istituzione in Finlandia di linee telefoniche attive 24 ore su 24 per le donne che subiscono violenza domestica e l'introduzione, a partire dal 2018, di leggi sullo stupro basate sul criterio del consenso in Islanda, Svezia, Grecia, Croazia, Malta, Danimarca e Slovenia.
Nel giugno 2021 il Liechtenstein è diventato il 34° stato membro del Consiglio d'Europa su 47 ad averla ratificata. Azerbaigian e Russia sono gli unici due stati membri a non averla neanche firmata, mentre la scorsa settimana Ucraina e Regno Unito si sono impegnati a ratificarla. Tuttavia, in molte parti d'Europa la Convenzione è sotto attacco e vari governi la usano per diffondere informazioni false e demonizzare l'uguaglianza di genere e i diritti delle donne e delle persone Lgbti. Le pretestuose motivazioni addotte dalle autorità turche per giustificare il ritiro, ossia che la Convenzione è una minaccia ai "valori della famiglia" e "normalizza l'omosessualità", sono state fatte proprie da vari governi, tra cui quelli di Polonia e Ungheria.
Il ritiro della Turchia dalla Convenzione è uno sviluppo estremamente preoccupante anche perché avviene in un periodo di profonda erosione dei diritti nel paese. Il 26 giugno la polizia anti-sommossa ha usato forza eccessiva contro i partecipanti al Pride di Istanbul, scesi in strada nonostante l'evento fosse stato vietato per il sesto anno consecutivo. Centinaia di manifestanti sono stati colpiti dai gas lacrimogeni e dai proiettili di plastica. Sono state arrestate almeno 47 persone, tra cui due minorenni e un giornalista dell'Agenzia France Presse che ha subito maltrattamenti e torture da parte della polizia mentre era bloccato a terra con un ginocchio sul collo.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 1 luglio 2021
L'esponente radicale accusa il Dap. "A Salvini consiglierei più prudenza, ma trovo gli arresti non giustificati".
Rita Bernardini, consigliera generale del Partito radicale, per Matteo Salvini le divise vanno sempre difese...
"E io invece gli consiglierei di essere più prudente, perché in questa vicenda i filmati parlano chiaro. Il carcere è un'istituzione chiusa, dove i controlli esterni su eventuali abusi sono già di per sé difficili, ma dalla pandemia in poi sono diventati quasi impossibili. Ciò detto trovo anch'io la custodia cautelare in carcere non giustificata".
di Liana Milella
La Repubblica, 1 luglio 2021
"Ferma condanna delle violenze e umiliazioni inflitte ai detenuti". La ministra chiede un rapporto su come possano essere accaduti i fatti contestati dalla procura nel carcere campano. Si procederà tempestivamente anche al ripristino dell'intera rete di videosorveglianza attiva negli istituti. "La più ferma condanna per la violenza e le umiliazioni inflitte ai detenuti, che non possono trovare né giustificazioni né scusanti".
di Alessio Ribaudo
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
I Dem chiedono alla ministra della Giustizia un confronto in Parlamento sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Intanto il ministero ha sospeso i 52 agenti sotto indagine da parte della procura casertana. Scontro Pd-Lega sulle parole di Matteo Salvini. Amnesty: "Applicare il reato di tortura".
- Nomine e silenzi, perché il caso di Santa Maria Capua Vetere inguaia Bonafede
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- Santa Maria Capua Vetere: falsificati video, foto e relazioni per coprire la mattanza
- Lo Stato in ginocchio
- Quel video terribile sui pestaggi andava pubblicato?










