di Liana Milella
La Repubblica, 1 luglio 2021
La segretaria di Magistratura democratica, alla vigilia del congresso di Firenze, lancia l'allarme sul rischio che in Italia prevalgano atteggiamenti repressivi nei confronti delle toghe. Un giudizio netto contro i referendum radical-leghisti, mentre ci sono valutazioni positive sulle riforme della Guardasigilli Cartabia, dall'ufficio del processo alla giustizia riparativa. Nel mare in tempesta della giustizia, Magistratura democratica, la storica corrente di sinistra delle toghe, d'ora in avanti navigherà da sola. Nella pienezza del suo lungo passato. Nella certezza che, soprattutto in questo momento, ci sia bisogno di chi è convinto che i giudici italiani potrebbero rischiare in futuro l'effetto "museruola", dal nome della legge che in Polonia è stata battezzata così e che punisce con sanzioni disciplinari i magistrati che osano parlare criticamente delle riforme della giustizia del loro paese. Maria Rosaria Guglielmi, "Maro" per gli amici, la pm di Roma scelta da poco dal Csm come sostituto procuratore europeo, segretaria uscente di Md, paventa la "museruola" non certo per mano della Guardasigilli Marta Cartabia, da cui anzi arrivano idee riformatrici che condivide come quella sull'ufficio del processo e sulla giustizia riparativa, ma quando assiste agli attacchi della destra contro il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia e quando scorre i temi dei sei referendum radical-leghisti, e ancora quando si materializza l'attacco alla giurisdizione che sfrutta a suo uso e consumo il caso Palamara.
A dieci giorni dal congresso di Magistratura democratica, che si svolgerà a Firenze dal 9 all'11 luglio nel palazzo dei congressi, "Maro" Guglielmi rende pubblica la sua relazione. Venti pagine pubblicate su Questione giustizia, la rivista online di Md diretta dall'ex avvocato generale della Cassazione Nello Rossi, con le due vice Ezia Maccora e Rita Sanlorenzo, la prima presidente aggiunta dei gip di Milano, la seconda sostituto procuratore generale della Suprema Corte, due toghe "rosse" da sempre. Rivista che, in queste settimane, ha affrontato più volte il tema dei referendum e degli aspetti potenzialmente critici delle riforme di Cartabia, come nel caso del gip che vigila sul pm per l'iscrizione del reato e può costringerlo a farla.
Dopo una lunga stagione al vertice delle toghe "rosse" Guglielmi passerà la mano. Ma a chi prenderà il suo posto consegna dei presupposti fermi. Innanzitutto il cammino autonomo di Md che si lascia definitivamente alle spalle la pagina di Area, il cartello di sinistra della magistratura, che univa sia Md sia il Movimento per la giustizia, la corrente dell'ex procuratore di Torino Armando Spataro per intenderci, ma che vedeva al suo interno anche degli "areisti" puri, non iscritti a nessuna delle due correnti. Nata come cartello elettorale, Area è divenuta un soggetto autonomo, dove più di un protagonista ha chiesto e spinto perché Md decidesse di sciogliersi. Ma Md non ne aveva alcuna intenzione. Chi aveva la doppia tessera ha lasciato quella di Md, come alcuni componenti del Csm, ma Md ha deciso di andare avanti. E in questo congresso spiegherà come intende proseguire il suo cammino da sola. Perché, come dice Guglielmi, "vuole fare la sua parte, in quanto molte sfide attuali sui diritti, sulla democrazia, sui cambiamenti culturali della magistratura, che rivelano tendenze corporative, richiedono la sua presenza".
E conviene partire da quell'immagine della "museruola" - che certo fa impressione - per descrivere sommariamente i contenuti della relazione di Guglielmi. Da sempre magistrata impegnata anche in Medel, il gruppo che raccoglie le toghe di sinistra in Europa. Toga dalla visione internazionalista, che tante volte ha denunciato la cancellazione dei diritti in Turchia anche per gli stessi giudici messi in galera, attenta al destino degli ultimi, come i 13mila migranti respinti in Libia quest'anno, paese sul libro nero "per le gravissime violazioni dei diritti fondamentali, con i campi di detenzione arbitraria e la tortura".
"A chi oggi vorrebbe museruole e bavagli, dobbiamo ricordare che non siamo in Polonia, non siamo in Ungheria, non siamo in Turchia" scrive Guglielmi. "Siamo in uno Stato di diritto. E ci aspettiamo di trovare un fronte ampio di difesa sul diritto di parola: dall'avvocatura, donne e uomini della parola, a tutti coloro che hanno a cuore la democrazia". L'episodio che ha sconvolto Guglielmi è quello dell'attacco della destra, di Salvini, al presidente dell'Anm Santalucia, che aveva parlato di "ferma reazione" dei giudici di fronte ai referendum radicali-leghisti. Parliamo di quelli che vogliono la separazione delle carriere, la responsabilità diretta dei giudici, la cancellazione della legge Severino sull'incandidabilità di chi è condannato, ma anche un'attenuazione della custodia cautelare. Secondo Guglielmi quella levata di scudi mette a rischio la libertà dell'Anm e quindi degli stessi giudici. Tant'è che lei ricorda come proprio l'Anm "sia stata già sciolta dal fascismo che ne perseguitò i dirigenti". Da qui si arriva alle leggi "museruola", Polonia, Ungheria, Turchia, e a quello che "può succedere quando si nega il diritto di parola e quello di associarsi ai magistrati, ai giornalisti, agli avvocati, ai cittadini".
Ma non si esaurisce certo in questo "allarme" la relazione di Guglielmi. Che necessariamente parte dal caso Palamara, stretto nella polemica "sempre più inestricabile fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute, analisi incompiute e letture strumentali, proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente". Oggi Guglielmi vede "una magistratura che appare immobile, percorsa da divisioni e contrapposizioni al suo interno, incapace di dare segnali riconoscibili di una svolta unitaria verso il necessario cambiamento". Ma soprattutto non vede "un'assunzione di responsabilità collettiva rispetto alla necessità di affrontare i tanti nodi venuti al pettine".
Certo è che la crisi esiste, come dimostra "la frequenza di indagini per fatti gravi e gravissimi che coinvolgono giudici e pm" che esigerebbe "risposte immediate agli inquietanti interrogativi sull'attualità, gravità e ampiezza della nuova questione morale". Ma quali sarebbero le risposte giuste? Non certo quelle che "si esauriscono nelle sanzioni penali e disciplinari". Urge invece una riflessione "sugli scenari che si intravedono dietro inchieste, arresti, contesti ambientali nei quali fatti e condotte si collocano, e sulla necessità di fare luce su tutte le zone d'ombra dove si annidano i fattori di degenerazione". Perché il rischio è che venga intaccata "l'imparzialità della giurisdizione e la fiducia della collettività nell'imparzialità del giudizio e delle decisioni". Come dimostra il tentativo "di chi teorizza l'esistenza di un sistema e in questa chiave riscrive anche la storia di indagini e processi". Quasi che ad indagare ed emettere sentenze sia stata una magistratura ideologizzata e quindi politicamente orientata.
E qui Guglielmi lancia il suo messaggio ai colleghi delle altre correnti, perché "ogni gruppo deve fare i conti con il suo passato e rileggere in questa chiave la sua storia, interrogandosi sulle degenerazioni subite con la nascita di potentati; le dinamiche interne e le condotte nell'autogoverno comunque condizionate dall'obiettivo di acquisizione del consenso e di rafforzamento di presenza nei territori e negli uffici; il consolidamento di posizioni di potere individuale di singoli, sino ad arrivare alle zone d'ombra e di incontro con i poteri esterni". Md, dice Guglielmi, ha già fatto la sua parte, assumendosi le necessarie responsabilità. Adesso tocca agli altri farlo.
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 30 giugno 2021
Non siamo di quelli che "le divise fanno paura", scemenza destituita di ogni rapporto con la realtà. Dunque il punto non è pretendere processi sommari e simbolici assalti alla Bastiglia: gli agenti di Polizia penitenziaria esistono perché servono, non dovrebbero fare paura. Ci sarà modo, anche per noi, di affrontare il tema.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 giugno 2021
Gli agenti della Polizia penitenziaria, come chiunque, hanno il diritto di difendersi e anche di essere considerati innocenti. Una retata con più di 50 misure cautelari, delle quali una decina in prigione, colpisce. È legittima? Era necessario alle indagini, quattordici mesi dopo il reato, sbattere in prigione gli indiziati? C'era rischio di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove? Direi di no. Urge un referendum per riformare le norme sulla carcerazione preventiva. Finché non verrà riformata drasticamente, e cioè finché non ci si deciderà a ridurre al minimo la possibilità della magistratura di utilizzarla come strumento di indagine, continuerà questo costume dell'uso molto disinvolto della prigione da parte delle toghe. Per comodità di chi indaga. O addirittura come mezzo di pressione per far confessare o per ottenere delle delazioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Il Garante nazionale delle persone private della libertà ha stigmatizzato la pubblicazione delle foto di alcuni indagati per i presunti pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un giornale, all'indomani degli arresti per i fatti dei presunti pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, ha pubblicato in prima pagina le foto degli agenti e funzionari della polizia penitenziaria raggiunti dalle misure cautelari. Una vera e propria gogna pubblica che il Garante nazionale delle persone private della libertà ha prontamente stigmatizzato.
di Nello Trocchia
Il Domani, 30 giugno 2021
Le immagini dell'"orribile mattanza" sembrano girate in una galera di un regime dittatoriale. Eppure sono riprese dei giorni nostri, del 6 aprile 2020, effettuate con le telecamere di sicurezza del carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere. Durante il primo lockdown, deciso per contenere il contagio da Covid-19, in carcere non ci sono mascherine, acqua potabile, biancheria e arriva anche il virus che contagia un recluso. Lo stato risponde con un pestaggio generalizzato, con un abuso di potere. Una violenza definita "orribile mattanza" da Sergio Enea, giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza con cui ha disposto 52 misure cautelari (arresti e interdizioni) per agenti e dirigenti, incluso il provveditore regionale per le carceri della Campania. In tutto gli indagati sono 117.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 30 giugno 2021
28 giugno 2021, giù la maschera. Finalmente, dopo tantissimi mesi, si può tornare a sorridere, guardarsi negli occhi, svelare rughe e rossetti, respirare. Passa la bellezza, insomma; la paura non ancora.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 30 giugno 2021
Chissà perché mi è tornato nella mente "Pietà l'è morta", il famoso canto partigiano scritto nel 1944 da Nuto Revelli, mentre nelle stesse giornate assistevo allo scempio sul riposo notturno del novantenne Emilio Fede e al digiuno di Cesare Battisti, "l'atto più degno che potessi fare per evitare di morire in ginocchio".
Ho pensato ai loro corpi legati a diverse prigionie, ma che avevano a che fare tutte e due con la crudeltà della giustizia, con la sua insensatezza, con la casualità di roulette russe impazzite. Ha senso che un uomo di novant'anni, che un corpo e una mente per i quali i progetti di vita sono ridotti al lumicino debbano ancora subire forme di prigionia? Non ha senso alcuno, eppure, nel silenzio generale, nelle carceri ci sono questi corpi sequestrati, spesso malati, sempre dolenti.
Ci sono perché violenta è la necessità di vendetta della cosiddetta funzione "retributiva" della pena, la fotocopia progressista dell'occhio per occhio dente per dente. Ci sono perché magari qualche aggravante "osta" all'applicazione umana della pena. E sono lasciati lì a porre termine ai loro giorni, magari di vite non proprio commendevoli, ma pur sempre vite. Troncate dalla pena di morte all'italiana, quella dell'imbroglio e dell'ipocrisia.
Emilio Fede è stato processato e condannato per qualcosa di assurdo, dopo esser stato spiato insieme ai tanti ospiti di serate trascorse in casa di Silvio Berlusconi. Ed essendo stato il "capo" assolto in via definitiva, la vendetta giudiziaria della moralità di Stato si è abbattuta su altri mille rivoli laterali che hanno colpito amici e testimoni. Perché la giustizia giacobina ha questo effetto- tenaglia che, se ti pizzica, non te la scrolli più di dosso. Emilio deve restituire qualcosa allo Stato. Per esser stato amico di Berlusconi, prima di tutto.
Per esser stato un direttore del Tg4 colto e irriverente. Per la sua vita di pokerista beffardo. Per l'ironia nei nomi storpiati (che il povero Travaglio non riesce a imitare) e i colpi che gli arrivavano alle spalle con i fuori-onda carpiti mentre nel bel mezzo dei servizi sulla guerra del golfo lui si lasciava scappare un "bella cosciolona" e poi non se ne pentiva. Sembra quasi una nemesi storica il fatto che, mentre gli muore la moglie e lui compie novant'anni, la sua vita e il suo corpo subiscano la violazione di una visita notturna della polizia quasi a marchiare a fuoco il suo passato di nottambulo.
Perché un tribunale di sorveglianza lo vuole prigioniero sempre, e rispettoso di orari e spostamenti. La logica vorrebbe che si dicesse agli zelanti poliziotti e ai burocrati in toga: ma lasciatelo in pace! Ha sepolto la moglie con cui sperava di poter spegnere le candeline, e voi siete ansiosi di sapere in quale letto sta dormendo? E magari anche con chi, visti i reati per cui è stato condannato? Ma il suo corpo non è suo da almeno quattro anni, il suo corpo è dello Stato occhiuto e proprietario implacabile. Il che sposta l'attenzione su un altro, ben diverso prigioniero, Cesare Battisti. Il quale, mentre Fede era schiacciato da quel lutto che avrebbe preferito non dover trascorrere in compagnia notturna di due poliziotti, aveva girato la boa dei venti giorni di sciopero della fame. Non certo per una sfida allo Stato che lasciasse emergere il trasgressivo che un giorno lui era stato, fino a privare altri della vita.
Ma per illuminare le violazioni di legalità che stava subendo, essendo diventato lui stesso vittima di una forza dello Stato silenziosa quanto implacabile. Una sorta di ergastolo ostativo applicato in modo arbitrario ed extragiudiziale. Non mi interessa investigare per sapere se questo ex militante di sinistra e terrorista sia simpatico.
E neanche se le condanne per i reati che ha commesso (e ammesso) siano state eque, visto che lui stesso le ha accettate, nonostante un percorso di commutazione dell'ergastolo fosse stato tentato dal suo avvocato Davide Steccanella. Mi interessa invece sapere perché, trascorsi i sei mesi di isolamento previsti dalla sentenza, gliene siano stati inflitti altri ventiquattro, cioè due anni, fuori dalla legge. Perché dopo un processo milanese, lui sia stato mandato in luoghi lontani come la Sardegna e la Calabria.
Perché sia considerato ancora un terrorista e come tale sia classificato nella detenzione. Ha sofferto e sopportato per due anni e mezzo, dopo che era stato braccato nella sua latitanza più di un boss, dopo che il suo corpo era stato esibito come un trofeo da due ministri (vergogna), mentre i suoi occhi disperati vagavano nel nulla. Tagliategli la testa, ho pensato in quei momenti, perché mi era parso già di vederla rotolare.
Di Emilio Fede oggi non si occupa quasi nessuno, qualche cronaca dopo l'irruzione notturna della polizia e lo sdegno, tra i politici, della sola capogruppo di Forza Italia al Senato Annamaria Bernini. Nessuno, o quasi, a vedere la contraddizione tra -m novantenne abbandonato dai più ma pur sempre ancora prigioniero di questa giustizia stracciona ma eterna nella sua perfidia. Ma le baionette sono pronte per il nemico di sempre, quel Cesare Battisti odiato come assassino e invidiato come lo scrittore coccolato nei salotti parigini, ma perfetto "tipo d'autore" per ogni nefandezza. Quanto lui ha deciso di rinunciare al cibo 'fino alla morte", gli ha risposto Sergio D'Elia, il fondatore di "Nessuno tocchi Caino", che si è messo al suo fianco, come fosse Pannella, a digiunare "fino alla vita", la vita del diritto.
Ma intorno intanto fischiavano le pallottole. Da Giorgia Meloni a Maurizio Gasparri: pietà l'è morta, appunto. Contro il nemico. Gli altri, quelli che comunque sostenevano il diritto di Battisti a una detenzione normale, si premuravano di premettere che comunque lui era una specie di mostro e che a loro stava sulle palle. Oltre a essere ripugnante in quanto assassino, ovviamente. Ma c'è anche Vittorio Feltri, per fortuna. Quello costretto a lasciare l'inutile Ordine della nostra categoria, probabilmente perché è il più bravo giornalista esistente.
Feltri parla di dignità e del diritto di ogni detenuto, anche un pluriomicida, a "godere di un'esistenza non umiliante". E si spinge a chiedere alla ministra Cartabia di eliminare l'ergastolo ostativo e l'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Siamo parlando di Vittorio Feltri, di quel direttore considerato una specie di fascista volgare dai perbenisti del "sono garantista però...". Lui non usa nessun "però" nel chiedere, non solo per Battisti, alla ministra "di provvedere ad eliminare certe gratuite crudeltà, che contrastano con le caratteristiche di un Paese civile". Non sempre "Pietà l'è morta".
di Enza Bruno Bossio*
Il Riformista, 30 giugno 2021
Cesare Battisti è stato trasferito da Rossano Calabro a Ferrara. Nella giornata precedente a quella in cui è stato disposto e poi, conseguentemente, è avvenuto il trasferimento, ho fatto visita alle carceri di Rossano Calabro e ho potuto, personalmente, constatare quanto fosse drammatica la sua condizione. Ho incontrato una persona assai sofferente e provata. Le ragioni della sua protesta erano effettivamente fondate. Una persona costretta per lunghi mesi in una condizione di isolamento che la condanna inflittagli non contempla.
Un uomo a cui non venivano garantiti i livelli minimi di civiltà penitenziaria, privato dal godimento dei diritti carcerari riconosciuti dalla legge e dall' ordinamento costituzionale. Una sottile forma di tortura detentiva. Ieri l'annuncio di una buona notizia, quella della sospensione dello sciopero della fame. Il fatto che Battisti abbia inteso assumere questa decisione solo dopo aver varcato la soglia del carcere ferrarese, potrebbe indurre a ritenere che il trasferimento possa essere una misura atta a determinare la cessazione di una illegale condizione carceraria. Nella nostra breve conversazione avvenuta venerdì durante la visita al carcere, ho notato la sua insistenza rivolta non a chiedere sconti o trattamenti di favore per un detenuto "speciale", ma ad invocare il rispetto di diritti primari che anche la condanna all'ergastolo non sopprime. È da ritenersi, dunque, che la detenzione a Ferrara non sia di continuità con il carattere illegalmente sanzionatorio di quella vissuta prima ad Oristano e poi a Rossano.
Battisti chiede di scontare la sua condanna nella legalità. E non a caso la richiesta primaria che avanza insieme al suo legale è quella di poter conoscere le motivazioni che il DAP ha dato per la classificazione del detenuto da assegnare in Alta Sicurezza. Non è ammissibile che in risposta alle istanze presentate si possa attestare che "la documentazione richiesta è stata sottratta al diritto all'accesso". Un modo per impedire, persino, l'esercizio del diritto alla difesa.
È davvero incomprensibile che, in questo Paese, si possa giustificare e apprezzare la scarcerazione di Giovanni Brusca come un atto dovuto in applicazione della legge e poi, contestualmente, gridare invece allo scandalo per Cesare Battisti che protesta perché è sempre quello stesso Stato che si fa promotore di evidenti violazioni e, così, impedisce che la pena possa essere scontata nel pieno rispetto delle norme vigenti.
Nel colloquio in carcere ho notato momenti in cui il "duro" Battisti si è commosso: quando ha ricordato gli occhi di un bambino presente, ahimè, in uno di quei raid degli anni di piombo, e quando mi ha mostrato la foto del piccolo Raul, il suo bambino. Comunque, il tema non è il giudizio etico-politico sul terrorista Battisti, paradossalmente, invece, in questo caso è quello sullo strabismo da parte dello Stato che riconosce a Brusca il diritto del cittadino che in base alla legge riacquista la libertà e a Battisti nega la espiazione di una condanna nelle forme legali. Ciò contribuisce ad alimentare il sospetto che la gestione della detenzione di Battisti sia improntata alla ritorsione e ad uno spirito vendicativo. Insomma, la pena diventa vendetta.
*Deputato del Partito Democratico
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Il segretario della Uil pol pen, Gennarino De Fazio, all'indomani delle 52 misure cautelari sui presunti pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, chiede l'utilizzo della tecnologia già approvata nel 2018. "Riteniamo che non sia più rinviabile dotare il Corpo di body-cam al fine di riprendere ogni fase operativa all'interno delle carceri!". È ciò che chiede il segretario della Uil pol pen Gennarino De Fazio all'indomani delle 52 misure cautelari nei confronti di agenti e funzionari della polizia penitenziaria sulla presunta mattanza avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "Lo chiediamo da anni e lo abbiamo sollecitato recentemente nelle occasioni di confronto che abbiamo avuto con la Guardasigilli Cartabia", sottolinea sempre De Fazio.
Grazie al body-cam si abbassano i livelli di aggressività - Il body-cam è un supporto tecnologico che potrebbe creare due effetti: quello di "de-escalation" nell'individuo aggressivo una volta posto di fronte alla telecamera, migliorando nel contempo la sicurezza intrinseca degli agenti di polizia che si trovano ad effettuare l'intervento in una simile situazione; ma è anche utile a prevenire episodi di abuso da parte degli agenti penitenziari poiché questa strumentazione genera un abbassamento dei livelli della risposta aggressiva o, peggio ancora, dei pestaggi pianificati come sarebbe accaduto nel carcere campano. In realtà è già possibile visto che nel 2018 il Dap ha acquisito il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali. Infatti, in quell'anno, sembrava che si fosse arrivato alla messa a punto del sistema di videosorveglianza in mobilità in dotazione al personale della Polizia penitenziaria, ma senza alcuna spiegazione c'è stato uno stop e dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non se n'è parlato più. Il perché non è dato saperlo.
Nel 2018 c'era stato il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali - Eppure il body-cam aveva trovato il parere favorevole non solo di diverse sigle sindacali, ma anche, come già detto, dal Garante per la protezione dei dati personali dopo aver esaminato preliminarmente la documentazione trasmessa dal ministero della Giustizia e dal Dap nell'aprile del 2018. Ricordiamo che a capo del Dap c'era ancora Santi Consolo. Poi con il cambio dei vertici tutto è finito nel dimenticatoio. Le caratteristiche di questo sistema di video sorveglianza in dotazione degli agenti erano illustrate in una nota dell'ex Direttore generale del personale e delle risorse del Dap, Pietro Buffa, e, più in dettaglio, in un disciplinare denominato "Sistemi di videosorveglianza in mobilità Scout ed Explor".
Il sistema è composto dal sistema Scout (dispositivo veicolare) e dal sistema Explor (dispositivo personale), "allo scopo - scrive l'ex direttore generale del Dap di dotare il Corpo di Polizia Penitenziaria, di uno strumento funzionale a coadiuvare l'operatore nella documentazione delle attività Istituzionali individuate dal disciplinare ed in particolare, nelle attività attinenti l'ordine e sicurezza interna degli Istituti Penitenziari, la sicurezza delle traduzioni e la prevenzione repressione di reati in atto o consumati".
"Scout" è un dispositivo veicolare, "Explor" è in dotazione all'agente - I terminali di videoripresa e registrazione sono costituiti, come accennato, dagli apparati "Scout" ed "Explor". L'apparato "Scout" è un dispositivo veicolare che permette all'operatore di effettuare la videoripresa attraverso telecamere montate sul mezzo e di trasmettere i filmati, in tempo reale, alla Centrale Operativa competente per lo svolgimento del servizio. Il dispositivo è dotato di telecamera frontale, per la videoripresa delle immagini, e di una batteria integrata, ed è inoltre concepito per l'utilizzo portatile da parte dell'operatore.
L'apparato "Explor "invece, è un dispositivo mobile in dotazione all'operatore di Polizia Penitenziaria, utilizzato come equipaggiamento personale, al fine di fornire all'operatore uno strumento di videoripresa funzionale alla documentazione delle attività svolte, in occasione di particolari circostanze operative.
Le tracce video sono trasmesse in tempo reale alla centrale operativa - Ogni dispositivo "Scout" ed "Explor" è identificabile attraverso un numero seriale. Gli apparati sono in grado di effettuare registrazioni audio-video, che possono avvenire con due modalità: in modalità remoto - che rappresenta la modalità ordinaria di utilizzo - le tracce sono registrate temporaneamente su una memoria interna; in modalità streaming - modalità attivata dall'operatore in occasione di situazioni di possibile interesse dell'autorità giudiziaria o quando ricorrano motivi di ordine e sicurezza - le tracce sono trasmesse in tempo reale alle centrali operative. Abbiamo una possibilità, quella di rendere più trasparente il carcere e di prevenire gli episodi di violenza da entrambi le parti.
di Graziella Di Mambro
articolo21.org, 30 giugno 2021
Lunedì i carabinieri di Caserta hanno eseguito 52 misure cautelari nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, accusati di violenze nei confronti dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, avvenute tutte la sera del 6 aprile 2020. I provvedimenti sono stati emessi dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura della Repubblica, in seguito a un'indagine avviata dopo le denunce di alcuni detenuti. Tra le persone coinvolte dai provvedimenti ci sono Gaetano Manganelli, ex comandante del carcere, e Pasquale Colucci, comandante del nucleo traduzioni e piantonamenti, e Antonio Fullone, provveditore delle carceri della Campania, per il quale è stata disposta l'interdizione dalle proprie funzioni.
In altri termini una delle storie più buie della Repubblica, capace di oscurare i molti passi avanti fatti in questi anni a tutela delle persone private della libertà e, al tempo stesso, in grado di riportarci indietro di venti anni, alle violenze del G8 di Genova.
Eppure Daniela De Robert componente del Collegio del Garante Nazionale dei detenuti è la prima a rinnovare fiducia nel nostro sistema democratico e di controllo "che ha consentito di intervenire subito e di individuare i responsabili, senza fare sconti".
Su quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere la De Robert ha le idee molto chiare: "Non ci sto a criminalizzare tutto e tutti del nostro sistema carcerario, sarebbe un grave errore. Ci sono due concetti importanti che ruotano attorno a questa vicenda".
Quali sono?
"La magistratura si è mossa subito, la sera stessa sono stati sentiti i detenuti, è andata a fare i colloqui. Il Garante nazionale infatti non si è mosso, non ha detto nulla perché sapevamo che si stava già operando. Credo che la tempistica sia importante in questa storia perché restituisce il segno della reazione, degli anticorpi che si sono messi in moto".
Non si può comunque negare che sia intercorso molto tempo dalla data dei fatti all'applicazione delle misure cautelari. I tempi della giustizia italiana molto lunghi...
"In effetti 14 mesi sono tanti e anche il fatto che i poliziotti indagati siano rimasti nello stesso posto quindi con la possibilità di inquinare le prove è un elemento negativo, sì".
Lei ha parlato di due elementi importanti nel caso specifico, qual è il secondo?
"Riguarda l'aspetto mediatico, mi riferisco al fatto che accanto alla notizia ci sono state paginate di foto dei 52 indagati, ecco questo non lo trovo adeguato, non necessario. Cosa aggiunge? Nessuna ingerenza sul modo di raccontare una vicenda gravissima, i pestaggi contestati sono un vulnus alla nostra democrazia, tuttavia quel modo di informazione può mettere a rischio di ritorsione le tantissime altre persone che lavorano nelle carceri italiane. Ciò che voglio dire è che non va cavalcato il filone dell'odio".
Siamo nel 2021, i fatti sono del 2020, come è possibile che sia accaduta in Italia, in Occidente, in Europa una vicenda così sudamericana?
"Le immagini video mostrano le cose come sono andate e non doveva accadere nel 2020. La chiusura per il Covid purtroppo non ha aiutato i controlli, noi lo abbiamo detto dal primo momento. C'è molto da lavorare sul fronte della formazione. L'Autorità del Garante per i detenuti ha firmato molti protocolli con tante carceri e Procure italiane proprio per quanto concerne la formazione che resta la chiave di volta. Ci sono dei 'focolai' nella nostra democrazia però ribadisco che non bisogna né generalizzare né soffiare sul fuoco dell'odio perché questo sarebbe un ulteriore grave errore. La tentazione di molti adesso è quella di demonizzare la polizia penitenziaria e questo non va bene, non sarebbe preciso né giusto, nè tantomeno risolutivo".
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