di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 24 maggio 2021
Un caccia Mig-29 ha dirottato e scortato l'aereo con altre 170 persone a bordo con il pretesto di un "allarme bomba". Condanna Ue: "Atto di terrorismo di Stato". Oggi a capo di "Belamova", Roman Protasevich è l'ex direttore del canale Telegram "Nexta", punto di riferimento dell'opposizione a Lukashenko. "Rischio la pena di morte", ha detto a un passeggero. Con lui fermata anche la fidanzata. Il velivolo è ripartito dopo ore per la Lituania.
Non si è più sicuri neppure nei cieli di Minsk. "L'ultimo dittatore d'Europa" Aleksandr Lukashenko ha ordinato a un caccia Mig-29 e a un elicottero Mi-24 di intercettare un aereo di linea che volava da Atene a Vilnius, un Boeing 737-800 della compagnia irlandese Ryanair, per costringerlo a un atterraggio di emergenza nell'aeroporto della capitale bielorussa pur di arrestare un attivista dell'opposizione, Roman Protasevich, che si trovava a bordo.
Di fronte al dirottamento di un volo operato da una compagnia aerea europea tra due capitali europee, i presidenti del Parlamento, della Commissione e del Consiglio Ue e l'Alto rappresentante per la politica estera si sono uniti alle cancellerie dei Ventisette in un coro unanime di condanna.
Un "atto di terrorismo di Stato", lo ha definito il premier polacco Mateusz Morawiecki. Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha chiesto "agli alleati Nato e Ue di reagire immediatamente alla minaccia posta all'aviazione civile internazionale dal regime bielorusso" e di discutere nuove sanzioni al vertice Ue di oggi e domani.
"Assolutamente inaccettabile", hanno commentato Ursula von der Leyen e Josep Borrell, mentre David Sassoli ha chiesto "spiegazioni immediate" e Charles Michel ha sollecitato un'inchiesta dell'agenzia Onu Icao, l'Organizzazione internazionale per l'aviazione civile.
"Ferma condanna" anche del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, con Piero Fassino, presidente della commissione Esteri della Camera, che ha parlato di "un atto illegale, arrogante e in dispregio di ogni diritto". Anche gli Stati Uniti "condannano duramente" il comportamento della Bielorussia e chiedono l'immediato rilascio del giornalista.
Oggi a capo di Belamova (noto anche come BGMnews), Protasevich, 26 anni, è l'ex direttore e cofondatore di Nexta (pronuncia niek-ta, "qualcuno" in bielorusso), il canale Telegram che, dopo le contestate presidenziali dell'agosto 2020, è diventato non solo una delle fonti essenziali d'informazione sulla rivolta contro il sesto mandato rivendicato da Lukashenko, ma il coordinatore di fatto delle proteste.
Lo scorso novembre i servizi di sicurezza bielorussi, che portano ancora la famigerata sigla sovietica Kgb, hanno inserito Protasevich, insieme al cofondatore di Nexta Stepan Putilo, nella lista di "individui coinvolti in atti di terrorismo" ed emesso un mandato d'arresto internazionale a suo nome incriminandolo per tre capi d'imputazione legati alle proteste che prevedono una condanna fino a 15 anni di carcere. Da allora Protasevich viveva in esilio, come la maggior parte degli esponenti dell'opposizione bielorussa, compresa la leader Svetlana Tikhanovskaja che aveva sfidato Lukashenko alle elezioni.
Il giornalista ventiseienne aveva notato di essere seguito già mentre si trovava nell'area partenze di Atene. Aveva scritto ai suoi colleghi che un uomo in coda dietro di lui agli imbarchi aveva tentato di scattare una foto dei suoi documenti, gli aveva fatto una "domanda stupida" in russo ed era andato via. Quando l'aereo è entrato nello spazio aereo bielorusso, ha poi dichiarato Ryanair, le autorità di Minsk hanno informato il pilota di una "potenziale minaccia" e hanno scortato il velivolo fino all'atterraggio di emergenza nella capitale, dove non è stato trovato alcun ordigno, ma è stato prelevato Protasevich insieme alla fidanzata.
Un'operazione pianificata che ha messo a rischio anche le altre 170 persone a bordo prima che, ore dopo, al Boeing fosse consentito ripartire. Protasevich, ha raccontato un passeggero al sito lituano Delfi, "era calmo, ma tremava".
"Gli abbiamo chiesto che cosa stesse succedendo. Ci ha detto chi fosse e ha aggiunto: "Rischio la pena di morte qui". Oltre a essere stata definita l'ultima dittatura d'Europa dall'allora segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, la Bielorussia è l'ultimo Paese d'Europa dove è in vigore la pena capitale.
di Maria Luisa Agnese
Corriere della Sera, 24 maggio 2021
Nel nuovo romanzo della scrittrice, ex ragazza del '68, fa i conti con una stagione di violenza. "L'età avanzata è un momento in cui puoi essere autentico, hai la giusta distanza per ricostruire". "Per me il Novecento non è ancora finito. È da quarant'anni che vivo fra le macerie di quello che avrebbe potuto essere e non è stato".
Giovanna è una donna tormentata che ha vissuto la gioventù dalla parte sbagliata della storia, negli anni Settanta, e ora vive la sua vita con la stessa accorta prudenza di una clandestina, anche se clandestina non lo è più, negandosi al mondo. Ha pagato il suo debito con la Giustizia, anche se non ha mai ucciso, ma la sua anima non riesce a perdonarsi. Proprio quando, grazie agli estradati di Francia, si torna a parlare di verità sugli Anni di piombo, arriva in libreria "Avanti, parla", trentesimo romanzo di Lidia Ravera, scrittrice e ragazza del '68 che dei fasti, i tormenti e le colpe della generazione nata nel dopoguerra si è fatta interprete attraverso la lente addomesticata della letteratura.
Siamo al bilancio dei baby boomer, la generazione che ha inventato la libertà e la gioventù, che ha marciato nel '68, ha ballato e cantato a Woodstock nel '69 e poi ha portato il peso e le corresponsabilità, dirette o indirette, della violenza dei 70. E Lidia Ravera negli anni si è fatta interprete di "questa autobiografia collettiva".
Dal primo romanzo "Porci con le ali", una love story generazionale di folgorante successo che ha venduto tre milioni di copie, fino a "La festa è finita" e alla trilogia sulla vecchiaia: "Piangi pure", "Gli Scaduti", "Terzo Tempo". "Lo strumento della letteratura è l'unico che so usare ed è anche l'unico che voglio usare, perché la letteratura è il territorio della sospensione del giudizio, la letteratura evoca, non giudica, E attraverso l'identificazione sperimenta l'empatia. Per capire, e raccontare.
Ora questo libro che completa il cerchio...
"Volevo andare a vedere come se la cava col suo passato una donna della mia età che ha un trascorso più pesante del mio perché già noi, con un passato più leggero ma formate in quegli anni, abbiamo avuto qualche problema ad invecchiare... Non certo per le rughe, chi se ne frega, ma perché abbiamo idolatrato la giovinezza, abbiamo scritto che la giovinezza era ontologicamente rivoluzionaria... e abbiamo costruito, parallelamente, una caricatura di età adulta, senza spessore, senza qualità, per poter scappare di casa e sbattere la porta. Questo mio ultimo libro racconta un decennio molto particolare ricordato come anni di piombo, ma che fu quello e anche tutt'altro, è stato un po' tutto e il contrario di tutto. Gli anni Settanta sono stati anche quelli in cui la nostra società si è svecchiata, è cambiato molto, dal diritto di famiglia al divorzio all'interruzione di gravidanza, insomma è stato un decennio molto più ricco di sfumature di quanto non venga normalmente ricordato. Sono stati anni di gioia e di noia, di piombo e di velluto, di grandi conquiste civili e di piccole sconfitte personali".
E soprattutto c'è stato da fare i conti con la Violenza...
"Sì, sono stati anni molto particolari, la violenza era nell'aria. Io non ho mai torto un'aluccia a una mosca, il massimo della violenza immaginata era saltare le transenne al concerto dei Led Zeppelin, però mi ricordo di essermi sintonizzata con certi cori, certe frasi tipo "Per i fascisti non basta una sfilata prognosi, prognosi riservata", di cui, oggi, mi vergogno. A diciannove, vent'anni non lo capisci davvero che cos'è, la violenza. Dopo si, quando hai vissuto e sai che cos'è il dolore. C'è un gran bisogno di chiarezza nel terzo tempo della vita. E la scrittura è uno strumento d'indagine: ti metti nei panni di un personaggio e incominci a pensare come lui/lei, entri nella sua anima e nel suo corpo... Mi sono chiesta: com'è ripensare ai propri vent'anni per una che a 20 anni ha fatto degli errori così drammatici, non dei peccati veniali ma dei peccati mortali come la mia protagonista Giovanna, che non ha mai ucciso nessuno, ma questo è abbastanza inessenziale. Lei stessa, onestamente, ammette che se glielo avessero chiesto, l'avrebbe fatto. Invece evidentemente non veniva considerata una compagna sufficientemente dura da compiere l'atto in sè, però faceva tutto il resto: quindi lei non cerca di sminuire le sue colpe, anzi continua a castigarsi".
Tu prima citavi quello slogan che è sicuramente uno di quelli brutti, per quanto ce ne siano altri. Hai anche brindato alla morte del Commissario Luigi Calabresi?
"Diciamo non personalmente; però nell'ambiente in cui vivevo, che era l'ambiente di Lotta Continua, è successo. Ero connivente? Ero conformista? Ero superficiale? Sono stata come molti giovanissimi dell'epoca, sconvolta dalla bomba alla Banca dell'Agricoltura. Ero convinta che Calabresi fosse responsabile della morte di Pinelli? Ora non lo sono più, ma non sono neanche convinta che Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani fossero i mandanti. Non sono disposta a mettere la mano sul fuoco su nulla a questo punto, né che Calabresi fosse responsabile di quell'orrore della morte di Pinelli, né che Pietrostefani e Sofri lo fossero di quell'altro orrore che è stato l'omicidio Calabresi. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Soltanto di questo sono sicura, adesso. Confusamente, lo ero anche allora. Però non nego che c'era un terreno comune, fra noi, quelli de "Il pane e le rose" e loro, quelli della lotta armata: anche loro volevano cambiare il mondo, eravamo intrappolati dentro lo stesso sogno, la stessa utopia. Loro erano convinti che l'insurrezione fosse vicina e soffiavano sul fuoco per farla divampare. Noi no. Io, dentro Lotta Continua, stavo in modo molto marginale, scrivevo un giornalino che si chiamava, appunto, "Il pane e le rose", che era una specie di nuovo umanesimo rosé, nemmeno troppo rosso, dove si discuteva di libertà sessuale e musica pop e femminismo. Le femministe furono le prime a esprimere una critica radicale di certi comportamenti. Lotta Continua fu spaccata proprio dall'onda montante del femminismo: c'era uno slogan, all'epoca, che ripeterei anche adesso "a sinistra in piazza a destra nel letto", che in una frase diceva tutto di certe incongruenze e di certe resistenze del vecchio, che minavano la voglia di cambiare. Io, che nel 68 ero una adolescente, me le ricordo bene".
Come hai detto tu c'era un clima...
"C'era un clima che non giustifica, però fa capire. Chi è nato dopo, chi all'epoca era un bambino non lo sa. Ed è difficile spiegare. Io ho cercato di raccontare questa estraneità mettendo la mia protagonista in relazione con Michele Maria Malcolm e Malvina, una famiglia composta tutta di figli, gente giovane (lei li definisce beniamini degli dei) che viene ad abitare nell'appartamento accanto... È attraverso di loro, una bambina di 3 anni e un ragazzo di 13, che la vita ricomincia a scorrere anche per Giovanna. Lei ha scelto il silenzio: ma è davvero possibile finché sei viva? Ha scelto il silenzio per non dover mentire. Vive come un eremita e questo appare come una patologia. Oggi nessuno sceglie il silenzio. O la solitudine. È una patologia che peraltro ho visto poco diffusa fra i brigatisti che hanno scritto libri di racconti e autobiografie dove non mi pare che circoli molto questo atteggiamento di espiazione, di pentimento, di revisione critica di quello che hanno fatto da giovani. Uno solo si stacca dagli altri, Enrico Fenzi, un uomo colto che ha scritto Armi e bagagli sulla sua esperienza. È un libro molto interessante dove Fenzi, qua e là, coraggiosamente, sembra anche alludere alla stupidità dell'insieme".
Anche il presidente Mattarella chiede verità su quegli anni, per ricostruire la storia del nostro Paese...
"Si, questo sarebbe bello: fare chiarezza, a cominciare da chi ha messo le bombe alla Banca dell'Agricoltura nel 1969, tutto incomincia lì, io me lo ricordo, ero al liceo, è stata veramente la perdita dell'innocenza e anche la perdita della fiducia nello Stato, il che è molto pesante sul piano personale, è come vedere tuo padre che scivola su una buccia di banana, appena sei sgusciata fuori dall'infanzia. E poi tutti gli insabbiamenti, tutte le false piste, tutti i vari ballerini o i ferrovieri presi a capro espiatorio... Quindi sì, magari riuscissimo, con l'igiene determinata dalla distanza, a fare chiarezza su tutto. A tanti dovremmo dire: "Avanti, parla". Anche ai militanti della lotta armata estradati da Parigi in Italia, tutte persone intorno ai 70 quando non 80 anni. Parlassero, facendosi forti dell'età avanzata, che è un momento della vita in cui finalmente puoi essere autentico, e non hai bisogno di vederti riflesso negli occhi degli altri per capire chi sei, sarebbe bene che ciascuno facesse uno sforzo per dire, per spiegare, per ricostruire".
Se tutti i pensionati di piombo parlassero...
"Si, uno sforzo dovrebbero farlo, ma allora dovrebbe esserci un clima diverso, un clima di generale desiderio di ricomporre una fotografia il più possibile obiettiva di quell'epoca. Dopo 50 anni quando ti guardi indietro capisci chi eri, com'era il mondo e gli sbagli che hai fatto tu e gli sbagli che hanno fatto gli altri. Lo capisci perché hai la distanza giusta per vedere interamente la scena che, quando c'eri dentro, vedevi soltanto per particolari. Nel terzo tempo della vita sei come immerso in un romanzo dell'Ottocento, quando gli scrittori volavano sopra la terra e vedevano tutto dall'alto. Paesaggi coerenti. Dal Novecento in avanti siamo tutti limitati dal nostro punto di vista. Io ho scelto quello di Giovanna e della sua amica, Laura, mi sono sdoppiata. Giovanna e Laura, fin da quando erano ragazzine, sono il giorno e la notte: una ama Dostoevskij e i Rolling Stones (Giovanna, io). L'altra i Beatles e Tolstoj. Le divide la politica. Le ricompone la letteratura: a tutte e due piace Joyce".
I Rolling Stones e i Beatles, vera discriminante generazionale fra due tipi di gioventù. E ora hai cambiato idea?
"Sono sempre per i Rolling Stones e Dostoevskij, ma ho fatto posto a Tolstoj. Con il tempo si diventa più inclusivi. Resta: I Can't Get No Satisfaction... Un verso che mi rappresenta perfettamente. Anche a distanza di 40 anni?".
di Salvatore Prisco
Il Riformista, 24 maggio 2021
Dopo il linciaggio di un uomo a Scampia. Questo giornale ha dato, in pochi mesi, due notizie di cronaca: in un caso, un giovane extracomunitario sospettato di furti è stato preso letteralmente "a mazzate" con bastoni da una folla inferocita; da poco analoga sorte è toccata a un uomo, che si diceva avere abusato di nipoti minorenni. Percosso da un gruppo di residenti che voleva impartirgli una lezione, rovesciato in un cassonetto dell'immondizia, ne è riemerso preannunciando querela per diffamazione verso chi avrebbe propalato contro di lui notizie turpi; intanto nel quartiere non può tornare.
Qui non si parlerà dei seguiti giudiziari di tali episodi, per i quali ci sono riti, tempi, organi e luoghi deputati, ma si formulerà un ragionamento generale. Una comunità è civile se, tra l'altro, affida a indagini e decisioni di apposite autorità la tutela della sua sicurezza (punizione di colpevoli, assoluzione e risarcimento di innocenti). Diversamente, si tornerebbe all'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Alla base di una corretta convivenza c'è un patto di reciproca fiducia tra chi deve reggere una società e chi accetta di farsene guidare, chiamando chi comanda e controlla a farlo rispettivamente in forma elettiva o dopo un vaglio concorsuale di competenza. Si chiama divisione dei poteri, dicono i classici del costituzionalismo e del pensiero politico.
A Napoli - e, quanto ai magistrati, nell'intero Paese - questi presupposti non ci sono purtroppo più. Il vaso di Pandora delle contiguità imbarazzanti tra certi politici e alcuni aspiranti a dirigere prestigiose Procure è stato scoperchiato. Il Sistema, titolo del libro di successo scritto dal direttore di un famoso quotidiano e da un ex potentissimo pubblico accusatore manovriero, cacciato dalla sua corporazione bisognosa di rifarsi una verginità, è messo a nudo.
Nessun addebito può muoversi al procuratore capo della città, però il problema è un altro: mentre un ex pubblico ministero, dopo dieci anni di mandato amministrativo la cui brillantezza ognuno può giudicare da solo, cerca ventura altrove, non potendo essere rieletto, un altro (stavolta su un fronte politico locale opposto) ha alimentato per mesi un segreto di Pulcinella: è stato "uno e bino" e, prima di chiedere l'aspettativa, si è chiesto se indossare la toga che si addice alla funzione da lui svolta per anni o immergersi nelle incombenze propagandistiche di quella che spera di esercitare domani. Quanto al centrosinistra, un illustre già ministro e rettore della più antica delle sue università, constatato il disastro dei conti pubblici, inorridisce all'offerta di essere il prossimo sindaco.
Onore alla serietà, anche se un bravo vignettista gli ricorda che, per sapere che il capoluogo della Campania non è Zurigo, non ci voleva la sfera di cristallo. In disparte, la pupilla del primo cittadino uscente si scalda da mesi per raccoglierne il testimone e l'Antico Compagno Ripudiato dai suoi medita (redivivo conte di Montecristo) la rivincita.
Napoli è insomma sgovernata, tra un passato che non muore e un futuro che non nasce. Ovvio (tra la camorra e i chiari di luna degli umori populisti che si agitano da tempo nel dibattito politico) che qualcuno si faccia assieme legislatore giudice e comminatore della pena, solo per poco non essendoci scappato il morto. L'unica speranza è affidarsi a Rossella O'Hara: "Domani è un altro giorno". Nel frattempo (insegna il nostro grande Nume) "adda passa' 'a nuttata".
Rosy Bindi: "Il Pd abbia più coraggio. Deve intestarsi la battaglia per la sospensione dei brevetti"
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 24 maggio 2021
Nei giorni scorsi il premier Draghi al G20 ha proposto lo stop al diritto esclusivo delle aziende produttrici del farmaco immunizzante. L'ex ministra della Salute: "Nessun interesse privato può frapporsi alla produzione e alla disponibilità di un bene comune, che è l'unica strada per assicurare la salute di tutti".
"Il Pd dovrebbe avere più coraggio e intestarsi la battaglia per la sospensione dei brevetti sui vaccini. Ora poi, ci saranno risorse importanti per la sanità nel Pnrr: serviranno anche se aumenterà il fondo sanitario nazionale. L'impreparazione del nostro sistema sanitario davanti alla pandemia, è dipesa anche dal sottofinanziamento degli ultimi vent'anni". Rosy Bindi, ex ministra della Salute, ex presidente della commissione Antimafia, cattolica democratica, dà battaglia su vaccini e riforma della sanità. "Il sistema sanitario italiano va ricondotto a unità: 21 sistemi sanitari regionali non ne fanno uno nazionale", denuncia.
Bindi, lei ha scritto con lo scienziato Silvio Garattini una lettera-appello al premier Draghi per una moratoria temporanea dei brevetti sui vaccini, ora il governo italiano si sta impegnando in quella direzione: la strada è stata presa?
"Penso che la nostra lettera abbia avuto una risposta che lascia ben sperare, anche se ci sono incertezze, non tanto in Italia ma in Europa. L'apertura del presidente Usa, Biden ha spianato la strada a una decisione giusta ma anche conveniente. Il Parlamento europeo ha fatto la sua parte e vanno ringraziati coloro che in quella sede si sono battuti".
Tuttavia il vaccino bene comune è un imperativo etico su cui Papa Bergoglio insiste, ma realizzare questo obiettivo è difficile, non crede?
"Papa Francesco ha cominciato a parlare di vaccini per tutti e a tutti quando i vaccini non c'erano ancora e ha aperto la strada. Non sempre le cose giuste sono facili da realizzare, soprattutto quando per ottenerle bisogna intervenire sul sistema che è organizzato in tutt'altro modo. Non abbiamo mai avuto un atteggiamento semplicistico su questo e sappiamo quanto sia complicato arrivare alla soluzione. Non solo bisogna liberalizzare o sospendere provvisoriamente i brevetti, ma è anche necessario avere l'apparato produttivo adeguato. Sono pochi i Paesi al mondo che lo hanno e persino l'Europa si è trovata spiazzata rispetto ai vaccini più innovativi: i processi da mettere in atto sono molti per mettersi in condizione di avere un apparato industriale in grado di produrli. E la disponibilità di produrli a basso prezzo e renderli accessibili a tutti è l'altra buona notizia venuta dal summit sulla Salute del G20 a Roma".
Ma la ricerca delle aziende private va sostenuta...
"Certo va sostenuta come avvenuto in questi mesi. I costi per l'innovazione che sono messi a vantaggio di tutto il mondo vanno supportati con risorse pubbliche, però..."
Però?
"La decisione della sospensione dei brevetti è giusta e anche, ripeto, conveniente. Nessun interesse privato può frapporsi alla produzione e alla disponibilità di un bene comune, che è l'unica strada per assicurare la salute di tutti. Questa pandemia ci ha imposto l'interdipendenza reciproca. Un virus ha fermato tutto il mondo, un vaccino può rimettere in moto tutto il mondo. Solo se tutto il mondo riparte siamo sicuri e in grado di progettare un nuovo futuro. Ma non ci dobbiamo vaccinare per tornare come prima. Dobbiamo vaccinarci, vaccinare tutto il mondo e essere in grado di cambiare il paradigma che ci ha portato fin qui e che ha prodotto questo disastro".
Concretamente?
"Questo modello di sviluppo non regge. La politica e le istituzioni devono essere in grado di guidare il mercato, non di subirne la potenza. Si è scatenata una guerra commerciale persino sui vaccini. Ci sono beni comuni imprescindibili: la salute, il lavoro, l'ambiente, la cultura. Sono le priorità che riguardano il nostro stare insieme. I processi sono globali e devono essere governati globalmente. È la lezione di questa pandemia, altro che sovranismi! Ci vuole una politica in grado di orientare i processi globali".
Vorrebbe che il Pd si intestasse questa battaglia?
"Il Pd dovrebbe avere più coraggio. La battaglia in Europa ha visto protagonisti gli europarlamentari dem. Ma la questione dei brevetti sui vaccini e della sanità penso qualifichi la politica di un partito in questo momento. Ci saranno risorse importanti nel Pnrr per la sanità: sono risorse per investimenti, non sono utilizzabili per la spesa corrente. Se vogliamo che quelle risorse producano gli effetti sperati, dobbiamo aumentare il fondo sanitario nazionale. L'impreparazione del nostro sistema sanitario davanti alla pandemia è dipesa anche dal sottofinanziamento degli ultimi vent'anni".
Sui brevetti per Enrico Letta sarebbe battere un colpo di sinistra come la dote ai diciottenni finanziata con la tassa di successione?
"La battaglia per la tassa di successione per i grandi patrimoni da destinare ai giovani è una proposta che creerebbe più giustizia. Me ne aspetto un'altra. Oggi è l'anniversario della strage di Capaci e della morte di Giovanni Falcone, della moglie e della sua scorta: non si possono allentare le regole per gli appalti, perché questo sarebbe il più grande regalo alla mafia".
Tornando alla Sanità. Il commissario Figliuolo sui vaccini cerca di mettere in riga le Regioni, non riuscendoci...
"Il sistema sanitario italiano va ricondotto all'unità: 21 sistemi sanitari regionali differenziati non fanno un sistema sanitario nazionale. Una forte regionalizzazione come la nostra ha bisogno di una forte guida sanitaria nazionale".
farebene.info, 24 maggio 2021
Cinque detenuti ospiti dell'Isola solidale hanno ricevuto l'attestato per aver partecipato al corso per arbitri di calcio promosso dall'Us Acli di Roma. L'Isola Solidale è una struttura che ospita persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
L'iniziativa dell'Us Acli è stata realizzata nel quadro del progetto "Lo sport generAttore di comunità" finanziato dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Il corso, avviato nel 2019 e poi interrotto a causa della pandemia, è stato tenuto dal responsabile della formazione arbitrale calcio dell'Us Acli di Roma Francesco Paone e ha previsto 13 lezioni e un esame finale, orale e scritto. I partecipanti hanno anche effettuato delle prove pratiche, dirigendo gare di calcio a 5, calcio a 8 e calcio a 11.
"I nostri ospiti - ha spiegato il presidente dell'Isola Solidale Andrea Valeriani - hanno avuto la possibilità di mettersi in gioco e muovere nuovamente i primi passi all'interno di una società dalla quale, a causa della detenzione, rischiano troppo spesso di rimanere esclusi. Iniziative come questa sono fondamentali per abbattere barriere e pregiudizi".
di Ezio Mauro
La Repubblica, 24 maggio 2021
Il gap tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri si supera con un'inversione culturale rispetto alla stagione dei nazionalismi, degli egoismi, dei particolarismi. Per attaccare il virus bisogna immunizzare il mondo, come ha detto Draghi, e al più presto.
Dovevamo capire che nell'era della mondializzazione anche il Male - che è il riflesso dell'opera umana - avrebbe agito su scala globale, adottando le nostre stesse misure, inseguendoci nella superficie e nei volumi su cui estendevamo via via la nostra potestà, ricalcolando la proporzione tra gli spazi di offesa e difesa. In ritardo oggi prendiamo atto che prima di noi, delle nostre faticose proiezioni istituzionali, delle nostre organizzazioni internazionali, il virus ha già unificato il mondo nella paura, cortocircuitando la storia e la geografia con il contagio, e sottoponendolo alla stessa minaccia di morte. È saltata l'ultima illusione modernista, che ci spingeva a guardare alle pandemie come a morbi relegati nell'antichità e nella povertà, e di conseguenza ci faceva sentire protetti dallo scudo del progresso, della scienza, della medicina, appannaggio del Primo Mondo in cui viviamo. Un sistema che sembrava inattaccabile come una fortezza: noi produciamo il benessere che consumiamo, e il ricavato di questo benessere ci tutela e ci garantisce. Fino a un anno fa.
Penetrando in questo equilibrio, infatti, il Covid ha azzerato le nostre pretese di invulnerabilità e ha annullato la falsa equivalenza tra privilegio e immunità. Ci siamo trovati tutti esposti, tutti candidati, tutti possibili bersagli, semplicemente per la nostra natura di esseri viventi, organismi di cui il virus ha bisogno per svolgere il mandato genetico impresso nel suo Dna, infettare per riprodursi, moltiplicarsi e assicurare la continuità della specie. Non avevamo mai conosciuto una minaccia così totale, che riguarda l'umanità nel suo insieme, a qualsiasi latitudine, come se il divenire del mondo avesse interrotto il suo transito. È la totalità di un assedio che non ha vie di fuga, prevede una sola distinzione, tra i condannati e i salvati, come un giudizio universale anticipato. Poi è arrivato il vaccino, che ci ha permesso di uscire dalle case dove ci eravamo rifugiati, ha ripopolato il vuoto che avevamo aperto come unica difesa davanti all'avanzare dell'epidemia, ha ricostruito lo spazio sociale che il contagio era riuscito a occupare, disgregandolo.
Appena rialziamo la testa, oggi, dobbiamo fare il conto con le nostre diversità che riemergono e c'interpellano, dopo i mesi del lockdown in cui eravamo tutti precipitati sentendoci uguali, anche nel primitivismo delle uniche armi di difesa, la distanza, la maschera, le mani lavate continuamente. Adesso si riaffacciano le distinzioni: tra chi è vaccinato e chi no, tra chi è fragile e chi invece deve aspettare il turno dell'età, tra i giovani che d'estate e in vacanza rischiano di diventare una categoria esposta, e gli anziani protetti per primi. Ma tutto questo, che pure ci riguarda da vicino, è una parte del problema. Perché attorno a noi c'è il mondo, interamente attaccato dal virus. E quel mondo sembra uguale soltanto sotto l'attacco della pandemia, quando è inerme e indifeso. Appena comincia la fase di recupero, si intravvede una via d'uscita e ritorna la speranza, il mondo si divide, perché ritornano immediatamente le differenze, incolmabili. Il Primo Mondo è riuscito a concentrare lo sforzo del progresso sul vaccino: lo ha trovato (a tempo di record), lo ha prodotto, lo distribuisce a se stesso, introiettandolo. Dunque forse si sta salvando. Ma proprio qui, proprio a questo punto, nasce una domanda: può salvarsi da solo, consumando il suo privilegio anche davanti a un fenomeno mondiale come la pandemia?
Il primo dato a consuntivo del rimedio vaccinale, richiamato dal capo del governo italiano Draghi e dalla presidente della commissione europea von der Leyen a Roma durante il Global Health Summit, è impressionante. Per immunizzare tutta la terra, bisognerebbe vaccinare sette miliardi di persone, una quantità impossibile da raggiungere: ma oggi sul miliardo e 625 milioni di dosi somministrate in 186 Stati, l'85 per cento è finito agli abitanti dei Paesi più ricchi, e soltanto lo 0,3 per cento è stato destinato ai Paesi poveri. Uno squilibrio confermato dalle analisi di dettaglio: la prima dose (o la monodose) nel mondo è arrivata a 748 milioni di persone, il 9,6 per cento della popolazione, la seconda dose al 5,31 per cento, cioè 383 milioni di cittadini.
Nella classifica totale della distribuzione l'Italia è all'ottavo posto coi suoi 30 milioni di dosi, e passa al ventunesimo nel calcolo delle dosi somministrate in rapporto alla popolazione, col 49,57 per cento rispetto al 121,9 di Israele, al 120,7 degli Emirati Arabi, al 90,35 del Cile, all'87,1 del Regno Unito. Ma il resto del mondo? Scopriamo che il Brasile è a quota 26,6, l'Albania a 24,4, l'Argentina a 23,8, la Bulgaria al 18, la Colombia al 15, l'India al 13,6, la Bolivia all'11, l'Ecuador al 9,7, la Malesia al 7,55, Cuba al 6,53, la Tunisia al 5,70, le Filippine al 3,39, il Ghana al 2,74, la Guinea all'1,8, la Nigeria allo 0,92, il Sudan allo 0,66, l'Algeria allo 0,17. Se la Cina distribuisce 10 mila dosi per milione di abitanti, la Grecia 8.600 e l'Italia 7.900, l'Uzbekistan scende a 780, dieci volte di meno, la Libia a 669, l'Armenia a 411, il Bangladesh a 230, l'Etiopia a 129, il Kenya a 47, il Rwanda a 6.
Dunque il mondo si unifica nella paura, si separa nella fiducia. L'autorizzazione a sperare sembra valere soltanto per la zona del benessere, dove sono concentrate la ricerca, la tecnologia e il sapere, come se quest'area avanzata del pianeta fosse legittimata a usufruire in monopolio dello sviluppo che produce. Ma proprio la natura globale dell'attacco virale cancella l'idea che sia venuto meno il vincolo d'interdipendenza tra la parte ricca e la parte disperata del mondo, e che la partita della salvezza si possa quindi giocare tutta e soltanto dentro il recinto protetto della prosperità, trasformando il vaccino in un moltiplicatore delle disuguaglianze. La metodica stessa del contagio, che affida all'uomo infettato il compito della trasmissione virale, abbatte le divisioni artificiali tra il Primo Mondo e gli altri, nella falsa convinzione che si possa raggiungere l'esclusiva della salvezza. È vero il contrario, per un problema morale e per un calcolo strategico: questo squilibrio politico rivelato dalle cifre non può reggere, e la stessa sicurezza dei Paesi più ricchi resterà minacciata dall'azione del Covid anche dopo una vaccinazione di massa se il vaccino non raggiungerà le popolazioni dei Paesi più poveri e più esposti, condannandole ad essere riserve permanenti e attive di riproduzione del virus, e strumenti potenziali di contagio.
Come si supera il gap economico, tecnologico, di conoscenza tra i due mondi? Trasferendo il know how, aumentando la produzione dei vaccini, rendendo le licenze obbligatorie, minacciando Big Pharma di una sospensione dei brevetti per arrivare a una distribuzione massiccia dei rimedi a prezzo di costo, incentivando donazioni e aiuti da parte dei Paesi ricchi, eliminando il blocco all'export dei componenti vaccinali negli Usa e nel Regno Unito. Ma soprattutto con un'inversione culturale, rispetto alla stagione dei nazionalismi, degli egoismi, dei particolarismi. Combattere un assedio pandemico nel chiuso del recinto di casa è illusorio, o meglio è solo l'inizio, un'operazione di difesa: per attaccare il virus bisogna uscire, "vaccinare il mondo - come ha detto Draghi - e al più presto". La sfida va giocata a livello planetario, con manovre continentali, intese internazionali, organizzazioni sovranazionali. All'universale si risponde solo con l'universale.
Finisce l'epoca che voleva privatizzare il benessere dietro i muri, riemerge la cooperazione, il tentativo di governare la globalizzazione. E mentre il sovranismo si dimostra un'ideologia fallace anche in termini di sicurezza, rispunta addirittura il concetto di solidarietà che sembrava in esilio dal nuovo secolo: e invece torna a indicare come soluzione il vincolo tra gli individui, quel legame volontario, non contrattuale ma naturale, che sta a metà strada tra la libertà e l'uguaglianza.
di Francesco Cavallo
centrostudilivatino.it, 23 maggio 2021
Dal 1992 al 31 dicembre 2020, 29.452 italiani sono stati sottoposti a ingiusta detenzione: in media, negli ultimi 29 anni in Italia ogni anno 1015 innocenti finiscono in custodia cautelare. Il tutto per una spesa che supera i 794 milioni e 771 mila euro in indennizzi, per una media di poco superiore ai 27.405.915,00 di euro l'anno. Vogliamo discuterne?
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 23 maggio 2021
Costa (Azione) chiede al Mise i dati sulle ingiuste detenzioni. La replica: impossibile. Spiacente, ma non si può. Il ministro dell'Economia Daniele Franco alza bandiera bianca: impossibile mandare alla Commissione giustizia della Camera tutte le ordinanze di ingiusta detenzione accumulatesi le une sulle altre nell'arco di un lustro, fra il 2015 e il 2020. O meglio, si potrebbe pure fare, ma questo richiederebbe uno sforzo titanico e manderebbe gli uffici del ministero in tilt: i documenti sono tanti, tantissimi, solo in parte digitalizzati e sparpagliati qua e là.
di Davide Varì
Il Dubbio, 23 maggio 2021
Le parole della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in un colloquio con Maria Falcone, pubblicato sul Foglio e che andrà in onda oggi su Rai Storia. "Rinviando il compito di modificare la legge al Parlamento, mi pare che la Corte riconosca la specificità del regime da applicarsi ai condannati per mafia. Perciò richiede che per questi casi il Parlamento stabilisca regole specifiche per l'accesso alla liberazione condizionale, accompagnate eventualmente da specifiche prescrizioni che governino il periodo di libertà vigilata.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 23 maggio 2021
Otto referendum per una giustizia giusta. La notizia, al di là del merito dei quesiti referendari, ha il sapore di una ventata di libertà. Sono ormai circa dieci anni che il paese è oppresso in nome della responsabilità. Non si vota... per senso di responsabilità; non si consente l'accesso ai verbali del Comitato Scientifico relativi alle decisioni sul lockdown, nonostante l'ordine dato dal Tar... per senso di responsabilità; non si affrontano le questioni sollevate dal caso Palamara... per senso di responsabilità; non si mettono sul tappeto le riforme radicali di cui il paese ha bisogno... per senso di responsabilità. Si potrebbe proseguire all'infinito. Il senso di responsabilità è diventato una cappa di piombo, che deve proteggere da ogni sussulto il palazzo e gli intrighi che si consumano al suo interno. E, oggi, il senso di responsabilità dovrebbe indurre a non aprire nemmeno la stagione referendaria.
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