di Giuliano Pisapia*
Avvenire, 22 maggio 2021
"E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Suona per te". I versi che hanno dato il titolo a uno dei più celebri romanzi di Ernest Hemingway si adatta perfettamente ai tempi che stiamo vivendo. La campana per la riforma della giustizia in Italia è suonata da troppo tempo e ora siamo all'ultimo rintocco per poter procedere con speditezza. È tempo di mettersi alle spalle decenni di confronto acceso, ideologico e spesso basato su preconcetti.
di Sharon Nizza
La Repubblica, 22 maggio 2021
Il "mediatore" Al Sisi rilancia la sua immagine. Hanyeh ringrazia l'Iran. Ora negoziato per la fase 2 della pace. Gli Usa: ricostruire Gaza. Il giorno dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il frastuono della guerra è sostituito da una serie infinita di speculazioni intorno alla domanda "cosa succederà ora?". Regge per ora la tregua, "reciproca e senza condizioni", mediata dagli egiziani (che consente ad al-Sisi si riaccreditarsi sullo scacchiere internazionale). Completata la fase uno con il silenzio delle armi, i mediatori egiziani hanno già iniziato a muoversi tra la Striscia e Israele per tastare il terreno sulla fase due, che riguarda questioni critiche come l'avvio della ricostruzione di Gaza, l'ampliamento della zona di pesca, l'apertura dei valichi, che hanno ripreso a funzionare a intermittenza per il passaggio di aiuti umanitari e giornalisti.
La grande incognita resta la fase tre, quella che dovrebbe portare a intese di più ampio respiro riguardo a progetti civili, concessione di permessi di lavoro verso Israele e l'ingresso delle valige di contanti per i funzionari pubblici, un ruolo che è spettato al Qatar negli ultimi anni dopo la chiusura dei canali tra Ramallah e Gaza. I discorsi di febbraio sull'estensione del gasdotto israeliano dal giacimento Leviatano fino a Gaza sembrano ora molto lontani.
Gaza, tra le macerie, si festeggia la vittoria divina di cui parla Ismail Hanyeh in un discorso pubblico da Doha (nel quale ringrazia tra gli altri anche l'Iran per il "sostegno economico e gli armamenti"). Anche in Cisgiordania e a Gerusalemme est ci sono manifestazioni con fuochi di artifici e canti che inneggiano a Mohammad Deif. Di nuovo sventolano bandiere di Hamas non lontano dalla Muqata a Ramallah e sulla Spianata, dove si registrano tensioni nel pomeriggio quando, nella Moschea di Al Aqsa, l'Imam vicino a Fatah, viene contestato da una folla dopo un sermone troppo mite, e poi scoppiano nuovi scontri con la polizia israeliana che portano a 20 arresti. La tregua regge però anche questo primo banco di prova, ma ci si interroga cosa accadrà tra due settimane quando la Corte suprema israeliana dovrà discutere nuovamente la questione degli sfratti di quattro famiglie palestinesi da Sheikh Jarrah, di cui Hamas si è fatto portavoce.
Il ritratto della vittoria dipinto da Netanyahu è dibattuto molto dai media: Hamas è stato colpito duramente, oltre 100 km della "metro" sono stati distrutti, ma si tratta solo di un terzo del sistema di tunnel che collega la Striscia sottoterra. La deterrenza è stata ripristinata, ma nessuno sa dire se si tratta di un colpo come quello inflitto al Libano nel 2006 - un fronte che a oggi non si è ancora riaperto salvo incidenti sporadici. Netanyahu dice che non ci sarà più tolleranza per i lanci di razzi da Gaza che hanno colpito periodicamente il sud del Paese e che da ora "le cose cambiano", ma è attaccato per non aver sollevato la questione degli ostaggi a Gaza (2 corpi di soldati e 2 civili israeliani entrati per errore nella Striscia e detenuti da anni).
"È arrivato il momento delle azioni politiche: sulle macerie delle case dei leader di Hamas e dei tunnel, dobbiamo costruire una nuova realtà" è un passaggio del discorso di Gantz che delinea la necessità di rimettere in discussione le dinamiche cicliche che governano il triangolo infernale Israele-Gaza-Cisgiordania dalla spaccatura Hamas-Fatah del 2007. Molto di quanto potrebbe succedere dipende dalle azioni che vorrà o non vorrà intraprendere Biden, che si trova catapultato nel pantano israelo-palestinese prima del previsto. Per ora la Casa Bianca si limita a dire che "la ricostruzione di Gaza è prioritaria, non per Hamas ma per la popolazione palestinese" e che non ha in programma di cambiare l'assistenza per la sicurezza a Israele.
di Francisco Soriano
carmillaonline.com, 22 maggio 2021
Il 2 maggio è morto nelle carceri egiziane Shadi Habash. Il giovane regista era stato incarcerato e torturato per la sua collaborazione artistica con il cantante Ramy Essam, esiliato in terra svedese dal 2015 a causa delle persecuzioni per le sue attività dissidenti nei confronti del regime egiziano. Habash aveva realizzato nel 2018 un video musicale dal titolo "Balaha": significa "dattero" ed è il nomignolo che gli egiziani hanno riservato al loro dittatore. In realtà il riferimento sarcastico si riferisce al personaggio di un film degli anni ottanta in cui si narra la storia di un malato psichiatrico di nome Balaha, finito in isolamento proprio per il suo disagio mentale. La canzone che ha reso Habash un detenuto dissidente conteneva parole di denuncia sociale e non semplicemente di ilarità nei confronti del regime: "Tu vivi nei giardini e noi, invece, dentro le celle... ti hanno rubato le terre promettendoti grappoli d'uva, ci hanno rubato il nostro Nilo e ti hanno lasciato qualche goccia ...".
Per comprendere il grave stato di persecuzione, tortura e violazione di qualsiasi diritto umano in Egitto è necessario riportare qualche statistica ufficiale. Nel mese di aprile di quest'anno sono stati giustiziati nove prigionieri: erano accusati dell'uccisione di altrettanti agenti durante gli attacchi al commissariato di Kerdasa nell'agosto del 2013. L'esecuzione è avvenuta nel mese sacro del ramadan e ha visto coinvolto nella mattanza anche un uomo di 82 anni. A causa di questa spirale di vendetta il sistema giudiziario egiziano ha triplicato le esecuzioni che, nel 2020, ha portato l'Egitto al terzo posto nel vergognoso primato dei Paesi che applicano questa orribile pratica. Le ultime esecuzioni sono solo una parte di quelle riservate a un gruppo di 183 persone condannate a morte con sentenza emessa nel 2014 da un tribunale di Giza e confermate dalla Corte di Cassazione.
Nei due mesi di ottobre e novembre del 2020, secondo fonti di Amnesty International, ci sono state 87 esecuzioni di cittadini condannati alla pena di morte. Il Committee for Justice (CFJ) è una associazione indipendente dei diritti umani con sede a Ginevra e attiva negli studi e ricerche sulle violazioni dei diritti umani nell'area Mena, acronimo di Medio Oriente e Africa del Nord. Questa associazione ha stilato un ultimo report dal titolo emblematico: The Giulio Regenis of Egypt. Il documento rappresenta un quadro inquietante perché fa emergere il grado di disumanità delle autorità egiziane che, dalla seconda metà del 2013 (anno del golpe del generale Abdel Fattah Al-Sisi) all'ottobre del 2020, hanno intensificato nelle carceri le loro pratiche repressive: sono deceduti almeno 1.058 prigionieri a causa di torture o morti provocate dal rifiuto di prestare le adeguate cure mediche. In questo caso la pandemia da Covid-19 ha dato una mano al regime.
La volontaria astensione da parte delle autorità alle cure mediche nei confronti dei detenuti è una delle modalità preferite dal regime del faraone Abdel Fattah Al-Sisi per spegnere il dissenso dei prigionieri politici. Infatti secondo le stime ufficiali delle associazioni umanitarie il 71% dei decessi totali nelle prigioni, dal 2013 al 2020, è determinato dalla carenza di cure mediche. Nel 2021 la percentuale potrebbe essere addirittura superiore: questa tragedia denota un'inaccettabile deriva umanitaria senza precedenti nel mondo.
Queste sono le stime ufficiali che non tengono conto delle sparizioni e delle detenzioni nei centri di carcerazione "informali": attività che avvengono secondo modelli di tortura di tipo "sudamericano", tristemente ricordati per il fenomeno dei "desaparecidos", cioè persone uccise dopo strazianti torture e occultate in fosse comuni o lanciate ancora in vita nell'oceano da aerei in volo.
In particolare bisogna sottolineare il valore perverso di un articolo del codice penale egiziano, l'articolo 143, che prevede la custodia cautelare a tempo indeterminato quando si viene accusati di reati punibili con la pena di morte: terrorismo, sedizione, reati di opinione e pericolosità nei confronti dell'ordine pubblico. Come in Turchia il reato di terrorismo mantiene una volontaria ambiguità. Questo determina l'allargamento della sua sfera di applicabilità in pene severissime nei confronti di cittadini che, con il terrorismo non hanno nulla a che fare: è un atto pensato e programmato per poter perseguitare con maggiore legittimità e con una parvenza di "legalità". Meglio sottolineare che, al contrario, i metodi di un terrorismo di stato si riconoscono meglio nei rastrellamenti, nella tortura, nella sparizione di inermi cittadini accusati di aver contestato il regime o, semplicemente, di averne studiato contraddizioni e illegalità.
In questo quadro insopportabile di ingiustizie come non ricordare la vile messinscena della cattura e l'uccisione di fantomatici rapinatori accusati di essere coinvolti nell'uccisione di Giulio Regeni, al fine di depistare le indagini dei magistrati italiani nei confronti dei servizi di sicurezza egiziani. Secondo il Committee for Justice (CFJ), dal luglio al settembre del 2020 si sono verificati 557 casi di sparizione forzata nelle carceri e 20 casi di tortura che hanno provocato la morte o danni irreversibili nelle vittime. Questi sono numeri recenti che non considerano tutti i casi dal 2013. Un periodo in cui vi è stato un proliferare di migliaia di incredibili crimini nei confronti di cittadini inermi. Sembra a questo punto naturale sottolineare che le violazioni sono determinate e possibili in sede processuale dalla mancanza di indipendenza del potere giudiziario.
Le persone vengono sottoposte all'insostenibile pratica delle carcerazioni preventive arbitrarie e prolungate secondo il sistema delle "porte girevoli", condizione che si aggiunge alla mancanza di tutele ai fini di un processo equo fra chi accusa e chi si difende. Infatti è "normale" in Egitto la persecuzione dei difensori delle vittime anche attraverso la carcerazione con incriminazioni simili a quelle riservate ai propri clienti. In questo quadro come non ricordare la sorte riservata a Bahey El Din Hassan direttore del Center oh Human Rights Studies of Cairo, condannato in contumacia l'anno scorso a 15 anni di reclusione.
Il caso di Patrick Zaki è ancora più paradossale se si pensa che il giovane studente copto è stato incarcerato e mai più rilasciato per aver scritto sui social media pensieri che offendevano e addirittura avrebbero messo in pericolo la sicurezza delle istituzioni egiziane. Il presidente del CFJ ben evidenzia, in molteplici interventi a mezzo stampa, che le autorità egiziane dispongono di elenchi che osiamo definire 'preconfezionati', contenenti una serie di accuse che possono essere mosse contro oppositori, difensori dei diritti umani e giornalisti: adesione e finanziamento di gruppi terroristici, spionaggio, incitamento alla violenza e al terrorismo. [...] Sostanzialmente servono da pretesto per poter procedere con la custodia cautelare in carcere, da prolungare poi ad libitum, per sbarazzarsi dei cittadini scomodi".
Nell'ottobre del 2019 Shadi Habash riusciva a far diffondere un suo messaggio con l'obiettivo di chiedere aiuto alle autorità internazionali e testimoniare la condizione dei detenuti politici in Egitto: Resistere in prigione significa resistere a te stesso. Proteggi te stesso e la tua umanità dall'impatto di quello che tu vedi ogni giorno. Ti fermi, vai di matto o lentamente muori perché sei stato buttato dentro una stanza due anni fa e sei stato dimenticato, non sapendo quando ne verrai fuori. Sono alcune settimane che l'attivista Alaa Abdel Fattah ha cominciato uno sciopero della fame e della sete per sensibilizzare l'opinione pubblica sul trattamento sanitario insufficiente o dolosamente assente nelle carceri, soprattutto nel contenimento del Covid-19.
Ai familiari della donna sono state proibite le visite e la possibilità di farle pervenire medicinali. Altre due attiviste, Marwa Arafa e Kholoud Said, hanno subito una carcerazione dopo essere scomparse dalle loro abitazioni: sono ricomparse in mano alle forze di sicurezza egiziane qualche settimana dopo. Alle due donne viene tuttora riservato un trattamento davvero "speciale" perché detenute nella sezione Scorpion, che ospita detenuti politici accusati di reati d'opinione.
Sembra segnato il destino di Patrick Zaki: nei suoi confronti le autorità si distinguono ancora una volta per la loro sistematica opera di annientamento psicologico e fisico dello studente. Il regime mostra sempre di più atteggiamenti paranoici, disumani e punitivi al limite della sopportazione. La verità è che il sistema economico egiziano getta sempre di più la popolazione in uno stato di depressione provocata da fame e disoccupazione: un sistema sfrontatamente liberista improntato alla corruzione e allo smantellamento dei servizi pubblici.
Le risorse vengono spese in sistemi di controllo interno della popolazione e di acquisto di armi come deterrente esterno. Il Cairo è partner privilegiato dell'Italia nell'acquisto di strumenti bellici, secondo le stime più attendibili per un giro di affari di in decine di miliardi di euro. Secondo quanto riferisce la Rete italiana per la pace e il disarmo (Ripd), l'Egitto "è il Paese destinatario del maggior numero di licenze; è in aumento la propria quota fino a 991,2 milioni di euro grazie alla licenza di vendita delle due Fregate Fremm". E questa è solo una parte delle spese egiziane nel nostro Paese.
Pertanto è evidente constatare che gli affari valgono molto di più della vita delle persone, anche se si tratta di un cittadino italiano come nel caso di Giulio Regeni. Una vergogna ben imbandita sull'altare dell'ipocrisia e della complicità silente a crimini efferati.
di Fadi Hassan e Andrea Presbitero
Il Domani, 22 maggio 2021
Sono passati dieci anni dall'inizio della guerra in Siria. A tratti ci siamo sentiti toccati da vicino da questo conflitto, specie con le immagini dei rifugiati che cercavano di raggiungere i paesi europei. Ma come sta la popolazione rimasta in Siria? Male, e da quest'anno peggio. Secondo il World Food Programme, oltre 12 milioni di siriani (il 70 per cento della popolazione residente) sono in stato di insicurezza alimentare; 4,5 milioni lo sono diventati quest'anno. Il paese, già prostrato da anni di guerra civile, è stato colpito in rapida successione da tre shock negativi, ciascuno in grado di mettere in ginocchio economie ben più solide.
Sono passati dieci anni dall'inizio della guerra in Siria. A tratti ci siamo sentiti toccati da vicino da questo conflitto, specie con le immagini dei rifugiati che cercavano di raggiungere i paesi europei. Ma come sta la popolazione rimasta in Siria? Male, e da quest'anno peggio. Secondo il World Food Programme, oltre 12 milioni di siriani (il 70 per cento della popolazione residente) sono in stato di insicurezza alimentare; 4,5 milioni lo sono diventati quest'anno. Oggi un chilo di carne costa un quarto dello stipendio medio di un impiegato, è come se da noi la carne costasse 700 euro al chilo.
I beni primari come il riso, lo zucchero o la benzina sono di fatto contingentati: lo stato garantisce dei quantitativi minimi a dei prezzi calmierati, ad esempio un chilo di riso al mese per persona o 25 litri di benzina a settimana per macchina; quantità maggiori possono essere acquistate sul mercato libero, ma a dei prezzi spesso proibitivi per la maggior parte delle persone. Il problema è che il paese, già prostrato da anni di guerra civile, è stato colpito in rapida successione da tre shock negativi, ciascuno in grado di mettere in ginocchio economie ben più solide.
Le sanzioni americane - Innanzitutto nel giugno dello scorso anno c'è stato l'inasprimento delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti con il Caesar Act voluto dall'amministrazione Trump e assecondato dall'Unione europea. L'obiettivo delle sanzioni era di indebolire il regime di Assad, ma di fatto hanno avuto l'effetto di aggravare la crisi umanitaria, come dichiarato recentemente dalle Nazioni Unite, e di bloccare la ricostruzione del paese, che potrebbe iniziare sfruttando il forte calo dell'intensità del conflitto bellico.
La particolarità di queste sanzioni è che non si applicano solo a cittadini e aziende americane, ma si estendono anche a quelle di paesi terzi, come i paesi europei e il Libano, che intrattengono rapporti economici e finanziari con la Siria classificati come proibiti.
Le sanzioni hanno avuto un forte impatto economico colpendo in particolare il settore delle costruzioni e infrastrutture, quello energetico e quello finanziario.
Tuttavia non si applicano alla parte nord-est del paese controllata dai curdi, dove c'è una presenza militare americana e dove imprese americane stanno estraendo petrolio. Inoltre, le sanzioni hanno portato a un deprezzamento della sterlina siriana rispetto al dollaro di oltre il 70 per cento e questa perdita di valore della moneta ha innescato un drastico aumento dei prezzi che ha coinvolto anche i principali beni alimentari.
La crisi del Libano - In secondo luogo, la crisi finanziaria ed economica in Libano, esplosa alla fine del 2019, ha avuto forti ripercussioni sulla Siria. Il sistema finanziario siriano ha un legame molto stretto con quello libanese da cui dipende per l'intermediazione dei flussi di capitale con l'estero. Molte imprese e famiglie siriane hanno depositi in valuta per diversi miliardi di dollari presso le banche libanesi, ma il blocco generale dei depositi in Libano ha impedito l'accesso ad un'importante fonte di liquidità. La crisi libanese si è tradotta anche in una riduzione della domanda per i prodotti siriani, le cui esportazioni dipendono in buona parte dagli acquisti di cittadini libanesi. A tutto questo nell'agosto 2020 si è aggiunta la terribile esplosione nel porto di Beirut che ha distrutto il silos più importante del paese, diminuendo la disponibilità di grano anche in Siria.
L'arrivo del Covid-19 - Il terzo shock è stato l'arrivo del Covid-19, un ulteriore elemento di fragilità che si è inserito in una situazione già ingestibile e di piena emergenza. Dopo dieci anni di guerra il sistema sanitario è ormai allo stremo: poco più della metà degli ospedali è operativo e circa il 70 per cento del personale medico ha lasciato il paese.
La pandemia avrebbe potuto avere un esito tragico, ma il relativo isolamento internazionale e la scarsa mobilità interna hanno contribuito a contenere la diffusione del virus e ridotto gli effetti sanitari. Tuttavia gli effetti economici si sono fatti sentire, non solo per le chiusure, ma anche per il drastico calo delle rimesse degli emigrati (stimato tra il 50 per cento e l'80 per cento) dovuto sia alla perdita di lavoro nel loro paese di residenza, sia al blocco degli spostamenti internazionali che ha impedito trasferimenti in contante.
Ciò nonostante, una delle conseguenze più rilevanti del Covid-19 è stata la disattenzione internazionale verso la crisi siriana. Con il mondo impegnato a combattere la pandemia, si è trascurato l'aggravarsi della situazione umanitaria. Sono mancati il supporto economico, l'attenzione mediatica, e lo sforzo politico per cercare di risolvere una crisi che si protrae da troppo tempo.
Per fronteggiare l'emergenza alimentare e stabilizzare l'economia diventa sempre più urgente e necessaria una risposta da parte della comunità internazionale diretta a eliminare (o almeno ridurre) le sanzioni, incrementare lo stanziamento di aiuti e agevolare l'attività delle agenzie internazionali, spesso ostacolate da interessi geo-politici.
Tuttavia, i segnali più recenti non sono incoraggianti. Le Nazioni unite hanno dichiarato che servono 10 miliardi di dollari nel 2021 per arginare la crisi umanitaria e sostenere i rifugiati nei paesi limitrofi, ma alla conferenza di Bruxelles di marzo i paesi donatori si sono impegnati per 4,4 miliardi, meno della metà di quanto servirebbe e un miliardo in meno degli aiuti dello scorso anno, nonostante l'aggravarsi della situazione.
Occasione G20 - Spesso si dice che l'Italia dovrebbe avere un ruolo di leadership nella politica estera nel Mediterraneo, ma sulla crisi siriana ha avuto un ruolo molto defilato. Sarebbe opportuno che l'Italia sfruttasse la presidenza del G20 di quest'anno per gettare le basi di una conferenza internazionale sulla Siria, con l'obiettivo di affrontare non tanto il tema di aiuti e donazioni (per quello c'è già la conferenza di Bruxelles), ma quello delle sanzioni creando un dialogo politico per risolvere la crisi. L'Italia ha una ricca storia di legami commerciali e culturali con la Siria, priva di sfaccettature coloniali, che la renderebbero un mediatore internazionale credibile e ben accetto. Nell'estate del 2019 uno di noi era in viaggio in Siria. Durante una gita al Krak dei Cavalieri a un certo punto si sente il classico vociare degli italiani in gita.
C'era un gruppetto di toscani, sembrava un miraggio. Noi eravamo stupiti di trovare loro e loro erano stupiti di trovare noi. Una piccola onlus fiorentina guidata dal signor Saverio si era attrezzata, fra mille difficoltà, per organizzare viaggi di turismo solidale in Siria come messaggio di pace; probabilmente era l'unico in grado di portare occidentali in visita nella regione. Sono quelle cose che quando le vedi ti danno un senso di speranza. A livello micro, quando si tratta di iniziative basate su generosità e caparbietà personale l'Italia arriva prima, ma quando si deve passare a livello macro e guidare proposte internazionali non ce la facciamo. Varrebbe la pena cogliere l'occasione del G20 per provarci, basterebbe avere la volontà politica di farlo e ci sono in ballo 20 milioni di persone.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 22 maggio 2021
Tregua. Sullo sfondo dei proclami delle due parti ci sono le sofferenze e le distruzioni di Gaza e un cessate il fuoco fragile. Torna lentamente alla normalità la vita nel sud di Israele. È da ieri a Gaza la delegazione dei servizi di sicurezza egiziani incaricata di completare i colloqui sul cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Avrà incontri con i rappresentanti del movimento islamico e di altre fazioni palestinesi. Nei giorni scorsi aveva incontrato gli israeliani.
La tregua scattata alle 2 di venerdì comunque regge ed è opinione di molti che sarà così anche nei prossimi giorni sebbene anche un singolo episodio potrebbe innescare un secondo round. I leader di Hamas, da Ismail Haniyeh a Khalil al Hayya, ieri rivolgendosi alla folla di sostenitori hanno esaltato la "vittoria" su Israele e proclamano che "la lotta andrà avanti fino alla liberazione della moschea di Al Aqsa (a Gerusalemme)".
Il successo vero di Hamas però è politico, non militare. La sua popolarità è in aumento anche in Cisgiordania e fra i palestinesi cittadini di Israele. Ieri sulla Spianata delle moschee durante le preghiere - segnate da una incursione della polizia israeliana - e nelle strade di Gerusalemme Est qualche dimostrante sventolava la bandiera verde di Hamas assieme a quella palestinese. Gli analisti sottolineano che Hamas pur non avendo vinto la battaglia con le armi ha ugualmente imposto a Israele un cessate il fuoco unilaterale e generato sostegno alla sua scelta, il 10 maggio, di affrontare le forze armate dello Stato ebraico.
A offuscare questa immagine vittoriosa c'è il prezzo pagato dai suoi uomini sotto le bombe sganciate dai jet israeliani. I dati delle perdite subite dai combattenti islamisti non sono noti e difficilmente saranno comunicati nella loro reale entità.
Su questo punta Benyamin Netanyahu per accreditare la sua "vittoria" e convincere un'opinione pubblica israeliana scettica e che in maggioranza voleva continuare i bombardamenti su Gaza. "Abbiamo ucciso oltre 200 terroristi e distrutto 100 chilometri di tunnel di Hamas. Abbiamo causato il massimo delle perdite riducendo al minimo quelle israeliane. Un risultato straordinario", ha proclamato il premier israeliano poche ore dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco. Israele, ha concluso Netanyahu, ha inflitto ad Hamas un "colpo che non poteva immaginare", la sua rete di tunnel si è trasformata in una "trappola mortale".
Risultati che vengono messi in dubbio dal quotidiano Haaretz che ha raccolto le dichiarazioni di funzionari della sicurezza. Gli attacchi contro l'arsenale missilistico di Hamas, hanno spiegato, non sono stati così devastanti e precisi. L'aviazione e l'artiglieria hanno attaccato circa il 40% delle rampe di lancio dei razzi ma hanno avuto difficoltà a colpire altri siti e il braccio militare del movimento islamico ha mantenuto la sua capacità di fare fuoco contro Israele (4.360 razzi e colpi di mortaio).
Dati che alimentano le tesi di chi in Israele pensa che gli 11 giorni di bombardamenti non siano serviti a raggiungere gli obiettivi di cui ha parlato Netanyahu. Yair Lapid, il leader centrista al quale è stato ha affidato il mandato di formare il nuovo governo israeliano, ha sparato a zero sul primo ministro: "I cittadini e soprattutto le comunità al confine con Gaza hanno sofferto per il pesante lancio di razzi e non hanno ottenuto nessun risultato". Ma proprio lui venerdì sera aveva esortato il governo ad ascoltare l'invito di Joe Biden al cessate il fuoco.
Dietro i proclami di vittoria delle due parti, ci sono Gaza, i suoi morti e le sue distruzioni. Ieri gli abitanti sono riemersi nelle strade e non solo per celebrare l'inizio del cessate il fuoco e l'aver tenuto testa a uno degli eserciti più potenti al mondo. Molti hanno scoperto la vastità delle distruzioni. Alcuni quartieri di Gaza city sono stati trasformati dalle esplosioni, interi palazzi sono svaniti. Le squadre di soccorso hanno ripreso la ricerca nelle macerie di eventuali superstiti e per recuperare i cadaveri di quanti erano dati per dispersi.
A Tel al-Hawa è stato estratto il corpo di una bimba di tre anni. Dei 243 morti registrati dal ministero della sanità, 66 erano bambini o ragazzi. Per migliaia di sfollati è iniziato il ritorno verso casa. Tanti non la ritroveranno: sono centinaia le abitazioni distrutte o danneggiate. Nel sud di Israele la vita è ripresa quasi normale ma diverse famiglie fanno i conti con i danni causati da razzi. Altre piangono i loro morti: 12, tra cui un bimbo di 6 anni.
Joe Biden vuole svolgere un ruolo di primo piano nella ricostruzione di Gaza investendo miliardi di dollari. Lo scrive il New York Times, aggiungendo che il presidente Usa intende prendere anche altre iniziative, forse tenendo conto di una analisi conclusa nel 2017 dal prestigioso Brookings Institution. Gli sforzi di ricostruzione di Gaza, scrisse quattro anni fa l'istituto, sono in gran parte falliti per l'ingestibile opposizione ad Hamas, non solo da parte di Israele ma anche dell'Egitto, che diffida dei legami di Hamas con i Fratelli Musulmani.
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 22 maggio 2021
Cresce nella consapevolezza della pubblica opinione e dello stesso ceto politico l'idea che nessuna seria riforma dell'ordinamento giudiziario potrà prescindere dalla necessità di garantire, ai cittadini ed alla giurisdizione, la effettiva terzietà del Giudice. Lo vuole la Costituzione, lo vuole la logica del giusto processo, lo vuole il buon senso. Un giudice terzo, equidistante dalle parti processuali -Accusa e Difesa- poste in condizioni di parità.
La c.d. "vicenda Palamara" ha reso chiara alla pubblica opinione soprattutto una cosa, e cioè che gli Uffici di Procura, nel nostro Paese, hanno assunto una dimensione politica del tutto impropria, letteralmente devastante per l'indispensabile equilibrio tra i poteri dello Stato. Non "la Magistratura", come genericamente si tende a dire, bensì, per l'esattezza, gli Uffici di Procura. Che diventano perciò terreno di contaminazione e di scontro con il potere politico, giacché i primi - gli uffici di Procura - hanno da tempo definitivamente assunto la forza di determinare le sorti di quest'ultimo, a livello sia locale che nazionale. Quando un potere esonda dal proprio alveo costituzionale, occorre chiedersi responsabilmente quale sia il meccanismo regolatore che è saltato, che è venuto meno, così consentendo quella esondazione. E qui non ci sono dubbi sulla risposta: è il Giudice ad essere venuto meno. Cioè, per essere più precisi, il controllo giurisdizionale sui poteri di indagine e sull'esercizio dell'azione penale.
Forse continua a sfuggire ai più che intercettazioni telefoniche, misure cautelari, sequestri, misure di prevenzione patrimoniali, rinvii a giudizio - cioè i provvedimenti che più impattano sul cittadino indagato- possono essere solo richiesti dai Pubblici Ministeri. Chi li dispone (o li convalida) è un Giudice, il cui compito è proprio quello di vagliare la fondatezza e la legittimità di quelle richieste. Così come si continua ad ignorare - per dirne un'altra- che la durata delle indagini, altro tema caldissimo, è (sarebbe) rimessa al Giudice, che ne autorizza la proroga solo quando motivatamente richiesta dal Pubblico Ministero.
E potremmo continuare. Funziona nella realtà questo controllo? Niente affatto. Il GIP che nega al PM l'autorizzazione alla installazione di un trojan o la custodia cautelare dell'indagato è l'eccezione. Non a caso da anni chiediamo un dato statistico che invece nessuno vuole rendere pubblico: la percentuale di accoglimento da parte dei GIP delle richieste (cautelari, intercettative) dei P.M. E sapete quale è la percentuale di accoglimento delle richieste di proroga delle indagini avanzate dai P.M.? Pressoché il cento per cento. E di rinvii a giudizio da parte dei GUP? 97%.
Dunque, è la terzietà del Giudice, soprattutto del Giudice designato al controllo giurisdizionale delle indagini e dell'esercizio dell'azione penale, il cuore del problema. E c'è un solo modo per assicurare questa terzietà: separando le carriere di Giudici e PP.MM., separando i CSM, separandone reclutamento, formazione e se possibile gli stessi organismi di rappresentanza associativa. L'idea che la terzietà del giudice possa essere garantita dalla famosa "cultura della giurisdizione" ha dato i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: un Paese, le sue istituzioni politiche e la sua economia, totalmente nelle mani degli Uffici di Procura.
Ora, vediamo moltiplicarsi iniziative politiche e parlamentari di vario segno che invocano a chiare lettere la necessità di questa riforma, chi proponendo interessanti emendamenti perfino alla riforma del concorso in magistratura, chi preannunciando referendum abrogativi. Di questi ultimi nulla sappiamo, valuteremo leggendone il testo; ma siamo da tempo consapevoli che la strada della legge ordinaria, per di più attraverso lo strumento non agevole della abrogazione parziale di leggi vigenti, nasce inesorabilmente come un'anatra zoppa.
È invece in Parlamento da tempo -ora di nuovo in Commissione affari costituzionali, addirittura dopo uno storico approdo in Aula- la proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere presentata dall'Unione Camere Penali insieme a 75mila cittadini italiani. È una proposta di legge di riforma costituzionale, perché è bene si sappia che è quella la strada maestra per realizzare davvero, in modo compiuto e strutturato, questa ormai indispensabile riforma. Tutto il resto potrà approdare, nella migliore delle ipotesi, ad una separazione delle funzioni, già dimostratasi un inadeguato pannicello caldo.
Quella proposta di legge prevede due concorsi, e soprattutto due Consigli Superiori, nonché la modifica del principio di obbligatorietà dell'azione penale con affidamento al Parlamento delle scelte di priorità del suo esercizio. È quella la strada maestra, già segnata da un significativo consenso popolare e già arricchita di un lungo approfondimento parlamentare. Senza nulla togliere alla bontà di ogni altra iniziativa, sarebbe il caso di chiedersi se non valga la pena innanzitutto puntare su una forte ripresa del dibattito parlamentare intorno a quella proposta di legge. 75mila cittadini italiani, insieme ai penalisti italiani, attendono una risposta.
*Presidente Unione Camere Penali Italiane
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 maggio 2021
La Corte di Caltanissetta, nella sentenza Capaci bis, ha individuato una sinergia che "si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della Magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone".
Giovanni Falcone ha spiegato molto bene perché in Sicilia si viene uccisi dalla mafia. Il riferimento è agli omicidi eccellenti, quelli che definiva di "terzo livello", ma che non ha nulla a che vedere con la narrazione distorta che gli continuano, senza pudore, ad affibbiare. La mafia corleonese non era quella con la coppola in testa, Totò Riina non era un contadinotto.
Non a caso, nel suo ultimo libro, Cose di Cosa Nostra, scritto a quattro mani con Marcelle Padovani, scrive quanto siano "abili, decisi, intelligenti i mafiosi" e, aggiunge, "quanta capacità e professionalità è necessaria per contrastare la violenza mafiosa". Falcone, professionale lo era. Una mente che Totò Riina ha voluto sopprimere con un'azione eclatante e che ha rivendicato in segreto, parlandone a più riprese con il suo compagno d'ora d'aria al chiuso del 41 bis.
Lo stesso Falcone scrisse come anche Mattarella, Reina e La Torre erano rimasti isolati - Ma qual è il "gioco grande" che tanto viene tirato in ballo, travisando il significato molto più profondo che Falcone gli dava? Lui stesso, scrive nero su bianco nel libro Cose di cosa nostra, che gli uomini come Mattarella, Reina e La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. "Il condizionamento dell'ambiente siciliano - scrive Falcone - l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto".
Più avanti diventa esplicito. Dice che si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un "gioco troppo grande". Quale? Non bisogna andare troppo lontano, ma molto più vicino di quanto uno pensi ed è talmente sconvolgente che mai nessun servizio televisivo ne parla nonostante sia agli atti.
La sentenza della sentenza Capaci bis - Ci viene in aiuto la motivazione della sentenza Capaci Bis depositata nel 2017. Il "gioco troppo grande" è stato individuato dalla Corte di Caltanissetta in una sinergia che "si avvaleva della cooperazione (almeno) colposa di alcuni settori della Magistratura e che agevolava il processo di isolamento intrapreso nei confronti di Giovanni Falcone". Ed ecco che si arriva al movente che singolarmente viene continuamente insabbiato da presunte "inchieste" televisive: "Alla base di questa campagna di delegittimazione - scrive la Corte - vi era una precisa consapevolezza del pericolo che l'attività di Giovanni Falcone rappresentava non solo per "Cosa nostra", ma anche per una molteplicità di ambienti economico-politici abituati a stabilire rapporti di reciproco tornaconto con l'organizzazione criminale, a partire dal settore degli appalti e delle forniture pubbliche".
Ha osservato che le connessioni fra una politica affarista e una criminalità mafiosa - Lo stesso Falcone, sempre tramite i suoi scritti, ha considerato che la ricchezza crescente di Cosa nostra le dava un potere accresciuto, che "l'organizzazione cerca di usare per bloccare le indagini". Ha osservato che le connessioni fra una politica affarista e una criminalità mafiosa sempre più implicata nell'economia, rendono ancora più inestricabili le indagini. Non è un caso che, nelle sentenze, tra i mandanti della strage di Capaci (ma anche di Via D'Amelio) compare anche Salvatore Buscemi. Non è un personaggio secondario, visto che, assieme al fratello Antonino, erano fondamentali all'interno di Cosa nostra visto che ricoprivano un ruolo assolutamente dominante nella cosiddetta imprenditoria mafiosa avvalendosi della compiacente "collaborazione" fornitagli da taluni esponenti delle istituzioni di allora e da enormi settori del mondo dell'imprenditoria e della finanza.
Le dichiarazioni di Angelo Siino e Giovanni Brusca - Ma i Buscemi erano anche coloro che avrebbero avuto rapporti all'interno della magistratura. Ci sono due dichiarazioni dei pentiti Angelo Siino e Giovanni Brusca che sono state riportati nelle motivazioni della sentenza d'appello del Capaci uno. "Sul punto - scrive la Corte d'Appello -, Angelo Siino ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l'onorevole Mario D'Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell'allora Procuratore della Repubblica di Palermo, dottor Giammanco, al fine di neutralizzare le indagini trasfuse nel rapporto "mafia-appalti" ed in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze".
I rapporti tra i fratelli Buscemi e il gruppo Ferruzzi-Gardini - C'è anche la dichiarazione di Brusca. "Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l'ingegner Bini - scrive la Corte -, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era rimasto all'interno della struttura societaria come impiegato; che i fratelli Buscemi si "tenevano in mano... questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte" e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome".
L'importanza degli appalti per la mafia - Falcone, che ha sempre esplicitato quanto sia importante la questione degli appalti riguardanti anche imprese nazionali (convegno del 15 marzo 1991 e che ha provocato la reazione dei Buscemi "questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare"), andava eliminato per un insieme di concause. Dall'esito del maxiprocesso, alle indagini verso anche Cosa nostra americana (da qui anche la loro attenzione per l'attentato, come è emerso dalle dichiarazioni dei pentiti e contatti telefonici con utenze americane) fino ad arrivare alla questione mafia-appalti.
Andava eliminato con un'azione eclatante - Falcone, quindi, andava eliminato attraverso un'azione eclatante. Dagli atti emerge che è stata condotta esclusivamente dalla manovalanza mafiosa. Gioacchino La Barbera, tra coloro che hanno partecipato all'attentato, mai ha parlato di soggetti esterni che hanno partecipato all'azione. Si è ricordato, a distanza di molti anni, di aver visto due soggetti "estranei" per pochi minuti rispettivamente presso la villetta dove era avvenuto il travaso dell'esplosivo e il casolare da ultimo scelto quale base logistica del gruppo: non ha attribuito a questi individui alcuna condotta significativa, tanto che egli ha specificato di avere ritenuto che si trattasse del proprietario dell'immobile o di un giardiniere. Brusca, colui che ha diretto la fase esecutiva e ha poi premuto il telecomando per azionare il tritolo, è stato chiaro sul punto. Alla domanda se nessun estraneo è mai intervenuto nelle operazioni, lui ha risposto: "Assolutamente no".
Falcone andava a ledere i rapporti tra mafia e interessi economici - La mafia aveva chiaramente adoperato in connessione con altri interessi. Il pentito Antonino Giuffrè ha esplicitato che i "motivi più gravi" che determinarono l'isolamento, al quale seguì l'uccisione di Falcone, consistevano nel fatto che quest'ultimo "andava a ledere quelli che erano i rapporti professionali, economici, questo intrigo tra la mafia e organi esterni", facendo riferimento anche ai grandi canali del riciclaggio internazionale. Giuffrè ha poi evidenziato il pericolo rappresentato da Falcone per i "livelli alti" della politica, specificando che "c'era questo intreccio tra Cosa nostra, politica di un certo livello e imprenditoria in modo particolare".
Anche Borsellino aveva individuato il "gioco grande" - Ecco il "gioco grande" che Falcone ben conosceva. Lo sapeva anche il suo collega e fraterno amico Paolo Borsellino che non a caso, ha deciso di approfondire quelle connessioni che lo hanno portato all'isolamento, alla solitudine, alla mancanza di fiducia in alcuni colleghi. Borsellino aveva individuato il "gioco grande", tanto che Riina ha dovuto accelerare l'esecuzione dell'attentato di Via D'Amelio. Oggi si parla di altro, di "entità", di trattative, "facce da mostro", perfino di donne bionde. E forse ancora per tanti altri anni si andrà avanti con l'astratto e l'indefinibile. Ma poi conterà ciò che si tocca con mano. Ci penseranno i posteri, quando non sarà più possibile intossicare, manipolare e prendere in giro gli ignari lettori e spettatori. Accadrà che si potrà serenamente raccontare tutto ciò che è visibile agli occhi. A quel punto si potrà per davvero onorare la memoria di Falcone e Borsellino.
di Floriana Rullo
Corriere della Sera, 22 maggio 2021
La morte dopo un mese di agonia. L'omicidio era avvenuto nell'agosto del 2019. È morto dopo più di un mese di agonia Alberto Pastore, 24 anni di Cureggio, nel Novarese, che aveva ucciso l'amico Yoan Leonardi a coltellate e aveva affidato ai social la confessione con delle stories su Instagram e un post su Facebook. Il giovane aveva tentato il suicidio in cella dove stava scontando la condanna a 14 anni e mezzo. Era stato anche trasferito a Torino dove poi è stato dichiarato il decesso.
L'assassinio era avvenuto quasi due anni fa, il 26 agosto 2019. Da allora Pastore si trovava in carcere a Novara. Da sempre aveva dichiarato la sua intenzione di uccidersi. Una decisione già manifestata al giudice per le indagini preliminari appena dopo l'arresto. Nei mesi scorsi in cella era anche stato aggredito e aveva rimediato una ferita al ciglio e un'emorragia all'occhio, a seguito delle quali c'era stato un distacco della retina. Episodi che l'avevano portato a vivere la reclusione con enorme disagio.
Il decesso risale al 14 maggio. La famiglia ha deciso di mantenere massimo riserbo, saranno donati gli organi e non ci saranno funerali. Quel 26 agosto i due ragazzi erano in auto insieme quando hanno iniziato a litigare a causa della gelosia. Pastore aveva fermato l'auto in una piazzola vicino a Borgo Ticino e poi aveva colpito l'amico più volte con un coltello. Infine era fuggito. Era in auto sull'autostrada quando aveva girato dei video sui social. Dopo essersi schiantato fu arrestato dai carabinieri e condannato.
"Voglio scusarmi ho fatto una c... per amore, ho scoperto troppe cose dal mio migliore amico, non potevo continuare in questo modo, sono stato preso in giro... Nella mia vita ho commesso troppi errori e il mio errore più grande è questo...". Era stato questo il post lasciato da Alberto Pastore, 23 anni, su Facebook, subito dopo l'accoltellamento. "Ero andato a trovare Alberto in carcere - ricorda Angelo Barbaglia, sindaco del paese. L'avevo trovato molto provato. Poi c'è stata l'esplosione del Covid e non è stato più possibile fargli visita. È un dramma che si aggiunge al dramma".
Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2021
Il ricorso era stato presentato da un eurodeputato rumeno contro il proprio Paese. Il politico sosteneva che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. "Le misure di confinamento adottate dalle autorità per lottare contro la pandemia Covid-19 non possono essere equiparate agli arresti domiciliari". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani (Cedu) nella sentenza sul ricorso presentato da un eurodeputato rumeno, Cristian-Vasile Terhes, del Partito Social Democratico contro il suo Paese.
Il politico sostiene che l'interdizione a uscire di casa, se non per una serie di motivi limitati che dovevano essere provati con un'attestazione, ha violato il suo diritto a non essere privato della libertà, sancito dall'articolo 5 della Convenzione europea dei diritti umani. Nel dichiarare il ricorso "inammissibile", la Cedu afferma che le restrizioni non hanno raggiunto un'intensità tale da poter essere equiparate agli arresti domiciliari. I giudici di Strasburgo evidenziano che le restrizioni si applicavano a tutti e che le autorità non avevano adottato alcuna misura individuale contro Terhes. La Cedu osserva che l'uomo era libero di uscire di casa per vari motivi a qualsiasi ora fosse necessario e che non è stato soggetto a sorveglianza da parte delle autorità.
Inoltre, si sottolinea che Terhes non ha detto di essere stato costretto a vivere in uno spazio angusto o di essere stato privato di contatti sociali, e che non ha fornito alcuna informazione che potesse descrivere la sua esperienza personale del lockdown. Nella sentenza infine la Cedu sottolinea che con il suo ricorso Terhes voleva provare che il confinamento equivaleva agli arresti domiciliari piuttosto che costituire una violazione del diritto alla libertà di circolazione.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 22 maggio 2021
La denuncia del responsabile Giustizia e deputato di Azione Enrico Costa: i Ministeri avevano due mesi di tempo ne sono passati cinque. Salutato come una svolta epocale nei rapporti tra cittadini e Giustizia, l'emendamento Costa alla Manovra 2021 che ha introdotto il rimborso delle spese legali per chi è assolto con sentenza definitiva, non è ancora operativo. Manca infatti ancora una volta il tassello finale: il decreto auttativo.
La denuncia arriva dallo stesso deputato di Azione.
"A dicembre - afferma Costa - il Parlamento ha approvato, una norma per cui se lo Stato sottopone un cittadino innocente al lungo, defatigante e spesso umiliante calvario delle indagini e del processo, è giusto che lo risarcisca". "In assenza del decreto del Ministro della giustizia di concerto con il Ministro dell'economia - prosegue Costa - i rimborsi non possono essere concessi". La legge ha previsto che il decreto con cui avrebbero dovuto essere definiti anche i criteri e le modalità di erogazione dei rimborsi fosse adottato entro sessanta giorni. Il budget annuale è di 8 milioni di euro e si prevede un limite massimo di 10.500 euro di rimborso.
"Di giorni - continua il Responsabile Giustizia di Azione - ne sono trascorsi ben più del doppio di quelli ma del regolamento ancora non c'è traccia". "Auspichiamo - aggiunge con una nota polemica - che il quotidiano, silenzioso e certosino lavoro del Governo si estenda anche a questi atti che, ove ritardati ulteriormente, manderebbero in fumo l'applicazione di norme di civiltà, che non sono bandierine identitarie, approvate dal Parlamento".
Cosa dice la norma - La norma ha previsto che, all'imputato assolto, con sentenza divenuta irrevocabile, "perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, è riconosciuto il rimborso delle spese legali nel limite massimo di euro 10.500".
Il rimborso viene ripartito in tre quote annuali di pari importo, a partire dall'anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile, e non concorre alla formazione del reddito. Per ottenerlo è necessario presentare la fattura del difensore, con espressa indicazione della causale e dell'avvenuto pagamento, corredata di parere di congruità del competente Consiglio dell'ordine degli avvocati, "nonché di copia della sentenza di assoluzione con attestazione di cancelleria della sua irrevocabilità". Nessun ristoro invece nei casi di: a) assoluzione da uno o più capi di imputazione e condanna per altri reati; b) estinzione del reato per avvenuta amnistia o prescrizione; c) sopravvenuta depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione. Il beneficio si applica soltanto nei casi di sentenze di assoluzione divenute irrevocabili successivamente al 1° gennaio 2021.
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