Corriere del Mezzogiorno, 21 maggio 2021
I legali: "Omicidio colposo". È morto nell'ospedale di Catanzaro, città nella quale era detenuto per favoreggiamento. Ma per gli avvocati i giudici avrebbero impiegato troppo tempo per disporre i domiciliari: il suo stato di salute era precario e nel carcere è scoppiato un focolaio.
L'ex sindaco di Castelvetrano, nel Trapanese, Antonino Vaccarino, 76 anni, è morto per arresto cardiaco nel reparto Covid dell'ospedale di Catanzaro, dove era stato trasferito dal carcere per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute dopo aver contratto il virus. Qualche settimana fa la Corte d'Appello di Palermo, su richiesta degli avvocati difensori, aveva disposto gli arresti domiciliari. Ma l'uomo, viste le precarie condizioni di salute e il Covid, non ha potuto raggiungere casa a Castelvetrano. E ora i suoi legali accusano i ritardi e sporgono denuncia per omicidio colposo.
In cella per favoreggiamento - In carcere Vaccarino, politico dei misteri coinvolto in affari di mafia, massoneria, spionaggio, era finito nuovamente nell'aprile 2019: in primo grado venne condannato a sei anni perché avrebbe ricevuto da un colonnello dei carabinieri in servizio alla Dia di Caltanissetta uno stralcio di una intercettazione che avrebbe poi girato a Vincenzo Santangelo, titolare di un'agenzia funebre, con una vecchia condanna per mafia.
Antonio Vaccarino collaborò anche coi Servizi segreti, intrattenendo col boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro un rapporto epistolare tramite nomi in codice: lui si definiva "Svetonio", Messina Denaro "Alessio". L'obiettivo sarebbe stato quello di far catturare il capomafia, ma l'operazione non andò a buon fine. L'ex sindaco era in attesa anche di un processo di revisione per una vecchia condanna per traffico di droga e del processo d'Appello per la condanna del 2019.
I legali: è stato omicidio colposo - Ma ora i difensori dell'ex sindaco Vaccarino, i legali Baldassare Lauria e Giovanna Angelo, hanno presentato una denuncia per omicidio colposo. Secondo l'avvocato Lauria "la Corte d'Appello di Palermo era a conoscenza del precario stato di salute di Vaccarino, ma la decisione di scarcerarlo è arrivata troppo tardi, quando già il nostro assistito aveva contratto il Covid".
Qualche mese fa, sono stati gli stessi avvocati a informare la Corte d'Appello che dentro il carcere di Catanzaro c'era un focolaio Covid, "ma quella nostra istanza di far uscire dal penitenziario Vaccarino fu respinta", dice l'avvocato Lauria. Dopo 8 giorni l'ex sindaco di Castelvetrano venne ricoverato nell'ospedale di Catanzaro perché positivo al Covid, dove è morto stanotte. "Riteniamo che ci siano responsabilità precise sulla morte di Vaccarino, e chiediamo che si faccia luce", ha concluso Lauria.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2021
Misure di prevenzione. L'obbligo procedurale del giudice dell'esecuzione non vale per situazioni già definite contro cui era azionabile la domanda di revoca. La misura di prevenzione personale può essere riattivata al momento della scarcerazione se era stata sospesa in concomitanza del periodo di detenzione carceraria. Riattivazione ex officio senza rivalutazione della pericolosità sociale del soggetto è la strada che nel caso concreto poteva essere seguita senza incorrere in legittimità. Almeno fino alla pronuncia della Corte costituzionale n. 291/2013 che ha invece determinato l'obbligo di rivalutazione da parte del giudice dell'esecuzione. Lo hanno affermato i giudici della prima sezione della Cassazione con la sentenza 20 maggio 2021 n. 20133.
La vicenda all'esame della Suprema corte - Il ricorrente era stato, infatti, scarcerato prima del deposito della sentenza costituzionale. E la misura personale riprendeva vigore senza alcuna procedura di rivalutazione della sua idoneità e, in particolare, della pericolosità del condannato.
Il ricorrente per cassazione sosteneva che tale lacuna procedurale contrastava di fatto anche con il principio affermato dalle sezioni Unite penali con la sentenza n. 51407/2018 secondo cui è invalida la reviviscenza ex officio della misura di prevenzione sospesa con la conseguenza che le eventuali violazioni della stessa sono penalmente irrilevanti.
E, sempre secondo il ricorrente, a nulla rileva che la decisione costituzionale sia successiva alla riattivazione della prevenzione in quanto tale pronuncia ha eradicato dall'ordinamento un "vizio strutturale" con effetti ex tunc.
La sentenza della Cassazione n. 20133/2021 nel respingere le pretese difensive ha affermato il riverberarsi di una decisione di incostituzionalità a situazioni sovrapponibili anche se espressa relativamente a una diversa norma incriminatrice. Ma ha ribadito il limite delle situazioni esaurite tra cui rientra anche la riattivazione della misura preventiva sospesa e ancora in corso, che determina la sussistenza della responsabilità penale in caso sia violata.
Certo per il futuro sarà obbligatoria la rivalutazione dei presupposti per la riattivazione, ciò che prima avveniva, invece, solo su istanza di revoca del condannato.
L'interpretazione della Cassazione - La Corte costituzionale, con la sentenza 6 dicembre 2013 n. 291 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 12 della legge 1423/1956 sulle misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità dove non prevedeva che - se riattivate - il giudice dovesse procedere a una rivalutazione anche d'ufficio della persistenza della pericolosità sociale al momento dell'esecuzione della misura. Partendo dal fatto che la norma nel mirino della Consulta non era quella del codice antimafia violata dal ricorrente, la Cassazione ammette il riverberarsi della pronuncia su una fattispecie completamente sovrapponibile nella sostanza.
Ma arresta tale efficacia a fronte di giudicato divenuto definitivo. Tale interpretazione è espressa dalla Cassazione attraverso l'enunciamento di specifico principio: in caso sia intervenuta condanna definitiva per il reato previsto dall'articolo 75 del Codice antimafia (violazioni della sorveglianza speciale) non è proponibile la domanda di revoca per abolizione della fattispecie incriminatrice se la sottoposizione alla misura di prevenzione, prima sospesa, sia avvenuta prima del 6 dicembre 2013 (data di efficacia della sentenza costituzionale) e in assenza di rivalutazione dell'attualità e della persistenza della pericolosità dopo la scarcerazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 maggio 2021
No della Cassazione all'ex bandito Vallanzasca: non usufruirà dei benefici. "Non si è mai pentito e i precedenti sono infelici". "Ora che ritengo siano altri gli ideali da seguire, quell'etichetta continua a "perseguitarmi". Per tutti resto il bandito".
Renato Vallanzasca lo scriveva lo scorso anno, in una lettera indirizzata al Tribunale di Sorveglianza di Milano. Era giugno, pochi giorni prima che i giudici decidessero l'attualità di quell'etichetta, sperando di ottenere la liberazione condizionale o la semilibertà. Parole che non avevano colpito nel segno allora e che anche mercoledì scorso ha lasciato indifferenti i giudici della Cassazione, che hanno respinto il ricorso presentato dal suo avvocato, Paolo Antonio Muzzi.
Non si è mai pentito, non è mai cambiato, per loro, il "bel René", che dovrà dunque rimanere dietro le sbarre. "Infelice", secondo i giudici, è stata l'esperienza della semilibertà, interrotta dall'arresto in flagranza per rapina. Le relazioni più recenti avevano evidenziato il desiderio di riprendere il percorso di "mediazione penale", il suo isolamento nell'ambiente carcerario, i problemi di salute, l'indebolimento del suo rapporto affettivo con una donna estranea agli ambienti criminali, concludendo per l'utilità di concedere la liberazione condizionale o la semilibertà per proseguire il suo percorso di rieducazione.
Ma per i giudici quel ravvedimento richiesto non esiste. Vallanzasca non si è mai davvero pentito e dunque deve rimanere in carcere, a 71 anni, con quattro ergastoli, 295 anni di reclusione. Un percorso penitenziario altalenante, quello del "bandito della Comasina", con "involuzioni trasgressive" imputabili alla sua "personalità" e al suo mancato affrancamento "dalla subcultura originaria e mai approdata a una reale riabilitazione sociale". Non ha mai risarcito le vittime, né fatto nulla per "ottenere il perdono o alleviare le loro sofferenze".
Troppe le "contraddizioni", senza mai arrivare ad un "definitivo ripudio del passato stile di vita e l'irreversibile accettazione di modelli di condotta normativamente e socialmente conformi". Vallanzasca è stato rimproverato per aver scelto il silenzio nei confronti delle sue vittime, preferendo "non confrontarsi con la dolorosità del male arrecato". Una scelta che l'ex bandito, che ha ispirato film e band musicali, aveva spiegato nella sua lettera.
"Non di rado mi son sentito rimproverare da destra a manca, di aver il più delle volte sottaciuto alle mie vittime e torno a dire per l'ennesima volta che la mia è stata una decisione mirata proprio perché trattasi del silenzio che si deve come il massimo rispetto per le vittime! Non ci sono parole dignitose. Non ci possono essere parole". Per i giudici, però, non ci sono segni di una "evidente ed effettiva resipiscenza". Ed il suo percorso sarebbe "inaffidabile", nell'ottica di "una sufficiente ri-socializzazione che consenta di fare nuovamente affidamento sulla capacità di rispettare le regole della convivenza civile".
In carcere pressoché ininterrottamente dal 1981, dopo l'arresto seguito alla terza evasione, nel 2007 viene ammesso ai permessi di necessità e nel 2009, stabilmente, ai permessi premio. A marzo 2010 gli viene concesso il permesso di lavorare all'esterno, ma a dicembre dello stesso anno viene denunciato e condannato per reati commessi durante il controllo di polizia, con la conseguente revoca dei benefici, salvo l'autorizzazione a svolgere attività di volontariato.
Nel 2013 viene ammesso per la prima volta al regime di semilibertà, beneficio revocato nel luglio 2014, dopo una rapina impropria commessa all'Esselunga, quando ruba delle mutande e reagisce all'arresto. Da lì le sue richieste di benefici vengono sistematicamente bocciate, l'ultima nel 2020. La corte presieduta da Carmen D'Elia, nel respingere la richiesta, aveva rimarcato la "pericolosità sociale", una "prematura e continua devianza che è accresciuta nel corso degli anni e lo ha accompagnato durante tutta la vita".
E in polemica con tale posizione, il suo avvocato di allora, Davide Steccanella, decise di rinunciare alla sua difesa, esprimendo "amarezza" per la totale irrilevanza del suo lavoro, che lo aveva "indotto a rinunciare al mandato difensivo dopo cinque anni di sforzi e di impegni coadiuvato dal lodevole impegno e sforzo di operatori ed educatori del carcere" di Bollate, dove Vallanzasca è detenuto e "dai mediatori e ben due cooperative", il Gabbiano e la Cooperativa Sociale Opera in Fiore, che erano pronte ad ospitare l'ex bandito. Sforzi che erano volti a fare in modo che "dopo 50 anni il detenuto potesse riacquistare, per quanto residuo potesse rimanergli, uno spiraglio di libertà, in armonia, si ritiene, con il nostro dettato costituzionale". Proteste cadute nel vuoto, come i tentativi di Muzzi di far riottenere a Vallanzasca i benefici persi. Secondo il legale, il Tribunale non aveva "valorizzato il complesso dei comportamenti" tenuti da Vallanzasca, sottolineando "un effettivo interessamento per le vittime" dimostrato dal "percorso di mediazione intrapreso con una "vittima a-specifica"", all'esito del quale "ha iniziato a comprendere che, oltre a sé, esiste anche l'altro, ovvero la sofferenza provocata attraverso le proprie condotte".
I giudici, secondo l'avvocato, avrebbero valorizzato soltanto il suo passato, quello iniziato all'età di 7 anni, quando "cominciai a far parlare di me per aver liberato un nugolo di animali dallo zoo/circo Medini - scriveva nella sua lettera -. Da quel momento, quello che avrebbe potuto sembrare un gioco un tantino sopra le righe di un turbolento fanciullo è diventato poi uno stile di vita. I falsi miti, la forza che mi sembrava di dimostrare al mondo intero, i soldi facili.
Allora era ed ero proprio così. Ora tutto sembra diverso da quest'ottica, dallo sguardo di un uomo di 70 anni che ripensa agli errori da un'ennesima galera". Alle spalle una "carriera" a capo della Banda della Comasina, dedita a furti e rapine, che lo fanno diventare ricco. Ma anche omicidi, sequestri di persona, tre evasioni e decine di tentativi. Si sposa anche in carcere, nel 1979, sposa Giuliana Brusa, una delle sue tante ammiratrici. Nel 1983 finisce anche a processo con Enzo Tortora, accusato da alcuni pentiti di far parte della Nuova camorra organizzata, ma viene assolto. Dal 1999 è rinchiuso nella sezione dell'alta sicurezza del carcere di Voghera.
"Di anni ne sono passati tanti, ma penso che nessuno possa credere che il tutto sia trascorso senza lasciare la ben minima traccia, il bambino del circo ha fatto il suo tempo, così come il bel René e non si può credere che un'intera vita tribolata possa non essere servita a crescere nulla - scriveva un anno fa -. E seppur nell'attuale silenzio, i pensieri sulla mia vita mi hanno accompagnato, così come la consapevolezza dei danni che le mie scelte hanno creato. A tutti. Il mio futuro ora potrebbe essere quello di un percorso in comunità, magari per poter essere utile a chi, più giovane di me, potrebbe trarre qualche giovamento dalla mia vita assurda". Ma ciò non avverrà.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2021
Gli addetti ai lavori lamentano l'ennesimo provvedimento adottato senza prima ascoltarli. Getta acqua sul fuoco il Ministro Carfagna: esperienza magistrati da ascoltare e valorizzare. Continuano le polemiche sulla neo istituita Commissione interministeriale di studio per la Giustizia nel Sud. Si sono adombrati prima i magistrati e poi gli avvocati. I principali attori del settore lamentano ancora una volta che le scelte in materia di giustizia passano sopra le loro teste. "Ci sentiamo trattati come sudditi e non come cittadini", ha protestato il pm di Catanzaro Alessandro Riello, primo firmatario di un appello che ha infiammato le mailing list e aperto il dibattito fra le toghe.
È subito intervenuta la ministra per il Sud Carfagna, che insieme alla ministra Cartabia ha dato il là alla Commissione, dicendosi "dispiaciuta per una polemica che credo derivi da un equivoco che intendo subito chiarire: la Commissione nasce anche per dare ascolto ai magistrati del Sud e accendere i riflettori sulle difficoltà, richieste, proposte organizzative di chi opera nella trincea di territori difficilissimi, spesso correndo anche rischi personali". "Ma le pare - domanda retoricamente - che potremmo fare un protocollo per sostenere gli uffici giudiziari del Mezzogiorno senza considerare l'esperienza di chi, in quei territori, ha trovato soluzioni efficienti e produttive?".
Nella giornata di ieri poi è intervenuto sul tema il capo dell'Ispettorato generale del Ministero della Giustizia, Maria Rosaria Covelli, che guida anche la Commissione voluta dai Dicasteri del Sud e della Giustizia, promettendo di essere "il più possibile al fianco degli uffici giudiziari del Mezzogiorno". "Perché - ha spiegato - il rilancio economico del Paese "passa necessariamente attraverso la massima efficienza soprattutto della giustizia civile, di cui si occuperà la commissione". "E la commissione - ha aggiunto - sarà l'occasione per focalizzare le principali criticità collegate al contesto di un'area specifica del Paese, su cui si concentra una parte significativa degli investimenti del Recovery plan e, nel contempo, individuare, diffondere ed elevare a sistema le esperienze virtuose maturate in tutto il Paese, anche in numerose sedi del meridione, mediante scambi orizzontali tra uffici giudiziari".
Interventi e chiarimenti però non sufficienti a sedere gli animi degli operatori della Giustizia. Per Francesco Greco, consigliere del Cnf: "È vero che la situazione della Giustizia al Sud è disastrosa, tuttavia - lamenta - siamo molto adirati perché abbiamo appreso della costituzione di questa Commissione soltanto a cose fatte, l'avvocatura non è stata interpellata, né sono stati sentiti gli ordini del Meridione. Siamo molto delusi".
Sugli scudi anche il Movimento Forense. "Apprendiamo con stupore la notizia", commenta il presidente Antonino La Lumia. "Dobbiamo purtroppo rilevare - prosegue - che, ancora una volta, si decide di valutare e porre in essere interventi determinanti, senza il benché minimo coinvolgimento dell'Avvocatura, che ogni giorno è in prima fila nelle aule dei tribunali". "Non è concepibile, né più accettabile - protesta La Lumia - che qualsivoglia riforma venga ideata, impacchettata e messa in pratica senza ricevere il contributo essenziale di tutte le componenti del sistema della giurisdizione: i tantissimi problemi strutturali devono essere individuati, vagliati e risolti con il supporto di chi ne ha precisa consapevolezza perché li affronta quotidianamente. Vale per il civile, vale per il penale, vale per il tributario, vale per l'amministrativo, vale per il lavoro, vale per la famiglia: vale per ogni singolo settore della Giustizia, perché è lì che gli avvocati operano. Sempre".
"Territorializzare scientemente l'opportunità degli interventi - aggiunge la Lumia -, da un lato, significa mortificare una parte d'Italia, sottintendendone l'arretratezza, e, dall'altro lato, porta a far credere che l'organicità dell'ordinamento non sia un valore. È esattamente il contrario di quello che serve. Serve rafforzare le piante organiche della magistratura, serve aumentare le dotazioni dei tribunali, serve digitalizzare effettivamente, serve formare tutte le risorse delle cancellerie, serve ricostruire l'edilizia giudiziaria, serve mettere mano alla situazione carceraria, serve rimettere "al centro" i diritti. Diciamolo chiaro: servono i soldi per la Giustizia. Le Commissioni? Quelle no, non servono". Sul punto la Ministra Carfagna ha ricordato che l'efficienza degli uffici giudiziari "è una delle precondizioni indispensabili per la piena realizzazione del Pnrr che, non va dimenticato, assegna al Sud il 40 per cento delle risorse, una quota enorme". Infine parlando dei magistrati del sud afferma: "Li ho sempre considerati degli eroi".
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 21 maggio 2021
La storia paradossale di un palermitano a cui il ministero della Giustizia avrebbe dovuto versare 8 euro al giorno per la settimana trascorsa nel carcere di Vigevano in uno spazio troppo angusto e in condizioni inumane e degradanti. Chiedeva lo stesso risarcimento per la reclusione al Pagliarelli, ma la Cassazione ha respinto l'istanza
Era stato recluso per una settimana in una cella troppo piccola e questo, come previsto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, avrebbe comportato un trattamento "inumano e degradante". Il tribunale aveva accolto la rimostranza di un detenuto palermitano in relazione alla sua detenzione nel carcere di Vigevano, concedendogli 8 euro al giorno di risarcimento e condannando il ministero della Giustizia a versargli 56 euro in tutto.
Salvatore D'Anna, però, voleva di più, perché a suo avviso la cella sarebbe stata troppo angusta anche quando era stato detenuto al Pagliarelli e per questo aveva impugnato l'ordinanza davanti alla Cassazione. Che, però, ha dichiarato inammissibile il suo ricorso e lo ha condannato a pagare le spese di giudizio per oltre duemila euro.
La decisione è della sesta sezione civile della Suprema Corte, presieduta da Chiara Graziosi. D'Anna aveva impugnato l'ordinanza emessa dal tribunale di Palermo il 18 luglio del 2019, con cui gli erano stati concessi i 56 euro per la reclusione "in condizioni inumane e degradanti" a Vigevano perché avrebbe avuto a disposizione in cella solo 2,6 metri quadrati e quindi meno dei 3 sanciti dalla Cedu. A Pagliarelli, invece, D'Anna avrebbe avuto a disposizione 9,35 metri quadrati di spazio personale quando era stato solo in cella e 4,67 metri quadrati quando era assieme ad un altro detenuto.
Secondo il palermitano, però, il tribunale avrebbe sbagliato i calcoli su Pagliarelli perché non avrebbe detratto dallo spazio utilizzabile nella cella l'area occupata dai letti, considerandolo invece come uno spazio fruibile. Ma, dice ora la Cassazione, nel calcolo in realtà era stato detratto l'intero spazio occupato da "arredi fissi", compresi i letti. Da qui il rigetto del ricorso e la condanna a pagare duemila euro di spese di giudizio al ministero della Giustizia.
genovatoday.it, 21 maggio 2021
Nella casa circondariale sono presenti 162 persone detenute, di cui 78 donne, nonostante la capienza regolamentare totale sia di 96 detenuti. Dopo il covid-19, nella casa circondariale di Genova Pontedecimo è arrivata anche la scabbia. La notizia è di alcuni giorni fa ma giunta solo quest'oggi alla segreteria regionale del sindacato Osapp.
Solo pochi giorni fa nel reparto femminile è stata isolata a scopo precauzionale una ristretta per presunta scabbia. A distanza di alcuni giorni sono stati confermati sette casi di scabbia e due detenute attualmente in isolamento, una sorta di quarantena in attesa di conferma se è stato contratto da quest'ultime l'infezione.
Rocco Roberto Meli, segretario regionale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Osapp dichiara: "il sistema penitenziario italiano è stato più volte sanzionato per le condizioni disumane relativamente al suo sovraffollamento e l'assenza di spazi idonei al trattamento e reinserimento sociale dei detenuti".
"Attualmente - prosegue Meli - nella casa circondariale di Genova Pontedecimo sono presenti 162 persone detenute, di cui 78 donne, nonostante la capienza regolamentare totale sia di 96 detenuti, dunque ben oltre la soglia prevista. Situazioni di questo genere non possono essere considerati casi sporadici o poco significativi. Siamo molto preoccupati che ci sia in corso una epidemia. Se cosi fosse la nostra preoccupazione aumenta in relazione alla possibilità di contagio anche nei confronti del personale di polizia penitenziaria".
"Riteniamo superfluo - dice il sindacalista -, inoltre, ricordare che tutti gli opportuni accertamenti clinici e l'eventuale prevenzione sanitaria nei confronti dei poliziotti non dovranno gravare sul loro bilancio economico. Ed è per questo che invitiamo l'amministrazione a voler procedere celermente a una adeguata profilassi".
"Cogliamo l'occasione - conclude Meli - per allertare l'amministrazione locale nonché il settore sanitario nel porre maggiore attenzione ai controlli nei confronti di detenute/i nuovi giunti o di detenuti sottoposti a isolamento sanitario proprio per tale infezione. Speriamo che nelle prossime ore non ci siano altri casi scabbia nei confronti di altre detenute o che qualche poliziotto abbia contratto l'infezione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 maggio 2021
Antonio Vaccarino, che per 30 anni ha subito un accanimento giudiziario, era in carcere con gravi patologie in attesa di giudizio. A Catanzaro ha contratto il Covid, le innumerevoli istanze di domiciliari sono state respinte, tranne l'ultima che è arrivata troppo tardi.
È morto dopo trent'anni di accanimento giudiziario, così lo definiscono i suoi avvocati, in particolar modo l'avvocata Giovanna Angelo che lo ha assistito per vent'anni. Parliamo dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, morto in ospedale dove era stato trasferito di urgenza dopo che il Covid, contratto nel centro clinico del carcere di Catanzaro, ha peggiorato il suo stato clinico già precario. E pensare che, dopo innumerevoli istanze per differimento pena, finalmente i giudici gli hanno concesso i domiciliari. Sì, ma dopo che oramai non c'era più nulla da fare.
Vaccarino aveva gravi patologie cardiache - "Nonostante tutto - spiega l'avvocata Giovanna Angelo con un animo scosso dall'accaduto -, il professor Vaccarino credeva nelle istituzioni, è sempre stato disponibile con la giustizia, ha dato tutto sé stesso per poter essere utile alla cattura del latitante Matteo Messina Denaro". Eppure, il paradosso vuole che è stato recentemente condannato in primo grado per aver addirittura favorito la latitanza del boss da poco condannato per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio. Per questo motivo, da oltre un anno e mezzo, all'età di 76 anni e con gravi patologie cardiache, era in carcerazione preventiva.
Nel centro clinico del carcere di Catanzaro ha contratto il Covid - Era in carcere nonostante fosse affetto da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, aritmia per fibrillazione atriale persistente. Come avevano scritto, nelle continue istanze, i suoi avvocati Laura Baldassarre e Giovanna Angelo, "il mancato impianto di pacemaker, consigliato dai periti, e la somministrazione del farmaco Cardior stava esponendo l'uomo ultrasettantenne a rischio blocco cardiaco e, conseguentemente, la morte". Poi è arrivato il Covid che ha infestato il carcere di Catanzaro. Ma si era detto che il centro clinico fosse al sicuro. Invece, alla fine, il terribile scherzo del destino: tra i detenuti del centro, Vaccarino è stato l'unico a subire il contagio.
Le istanze di domiciliari sono state sempre rigettate - Nella penultima istanza, gli avvocati hanno chiesto subito un trasferimento a casa, perché gli stessi medici del carcere hanno detto chiaro e tondo che non sarebbero stati in grado di assisterlo. Eppure la Corte ha rigettato e indicato il trasferimento presso un carcere adeguato. Operazione impossibile. Passano i giorni, fin quando il detenuto Vaccarino viene trasferito in ospedale a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni cliniche. Ricoverato in terapia sub intensiva, la Corte d'appello di Palermo, presieduta dalla giudice Adriana Piras, accoglie finalmente l'istanza urgente di concessione dei domiciliari presentata dai suoi difensori, rilevando che sono venute meno le esigenze cautelari. Ma a casa non ci andrà più. Troppo tardi, perché alla fine muore, da solo, sul letto di un ospedale.
Parliamo dell'ennesimo arresto che ha subito nella vita. Sei anni di carcere per concorso in rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento con l'aggravante mafiosa, con il coinvolgimento nella vicenda di due carabinieri. Secondo l'accusa - dalla quale scaturì il processo terminato con la sentenza di condanna emessa lo scorso 2 luglio dal Tribunale di Marsala - l'ex sindaco di Castelvetrano avrebbe rivelato a un condannato per mafia il contenuto di un'intercettazione ricevuta da un colonnello della Dia. Quest'ultimo è l tenente colonnello dei carabinieri Marco Alfio Zappalà, colui che lavorava per conto della Procura di Caltanissetta. E proprio lui, coordinato dalla procura, si era rapportato con Vaccarino proprio per avere materiali, che hanno contribuito alla condanna del superlatitante Matteo Messina Denaro.
L'accusa di favoreggiamento su intercettazioni insignificanti - C'è il giornalista Gian Joseph Morici, direttore del giornale on line La valle dei Templi, gran conoscitore delle vicissitudini giudiziarie di Vaccarino, che evidenzia come "né l'uomo al quale Vaccarino avrebbe rivelato i contenuti dell'intercettazione, né i soggetti intercettati, erano indagati, e - particolare di non poco conto - i contenuti di quell'intercettazione apparivano del tutto insignificanti ai fini delle indagini sul latitante Matteo Messina Denaro". Non si comprende, quindi, come possa essere valutata come prova di chissà quale favoreggiamento. Eppure la condanna, seppur ancora di primo grado, arriva.
Recluso a Pianosa per le accuse di un pentito rivelatosi inattendibile - Ma com'è detto, Vaccarino è stato già vittima di malagiustizia nel passato, tanto da finire recluso ingiustamente nel supercarcere di Pianosa subendo indicibili torture. Finì lì dentro per associazione mafiosa grazie alle parole di un pentito - tale Vincenzo Calcara - che in seguito sarà dichiarato inattendibile da diversi tribunali. Vaccarino verrà assolto per l'accusa di 416 bis. Gli era rimasta quella sul traffico di droga, ma di recente è stata accolta la richiesta di revisione del processo perché l'accusa si era basata sempre sulle parole di Calcara. L'avvocata Giovanna Angelo che ha lavorato per quella revisione fin dal 2011. Alla fine è riuscita a ottenerla. Vaccarino è morto, ma molto probabilmente i familiari decideranno di proseguire. Non per giustizia, alla quale comprensibilmente non ci credono più, ma per una questione di "dignità".
Collaborò con i Servizi per catturare Messina Denaro - Ricordiamo che Vaccarino, nei primi anni del 2000 ha collaborato con i servizi segreti capitanati da Mario Mori per la cattura di Matteo Messina Denaro. Operazione vanificata dopo una fuga di notizie. Il dramma è che per quella collaborazione, chiara e con un fine genuino, ancora oggi c'è chi la tira fuori adombrando ombre. Parliamo in realtà di una operazione d'intelligence durata dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006. In sostanza Vaccarino era riuscito a intraprendere dei contatti epistolari con il latitante. Poi tutta l'operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e un'indagine - poi subito archiviata - della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi "Svetonio", pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro.
Una fuga di notizie fece saltare la copertura di Vaccarino - La fuga di notizie svelò tutto e la copertura di Vaccarino saltò. Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l'ultima lettera - ma questa volta minacciosa e rabbiosa - di Matteo Messina Denaro. "Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto - scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera - perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere".
Matteo Messina Denaro avrà accolto bene la sua morte - Ora che Vaccarino è morto, e la sua famiglia è distrutta dal dolore, sicuramente Matteo Messina Denaro ha accolto con gioia la sua dipartita. Era quello che sperava. Mentre l'avvocata Giovanna Angelo lo ricordo al Dubbio con un commovente messaggio: "Castelvetrano e le Istituzioni tutte abbiamo perso una persona eccezionale. Un Uomo che ha fatto dell'onestà, della correttezza e dell'amore per il prossimo il suo stile di vita. È stato il professore di tutti, il professore di quanti abbiamo avuto il privilegio di stare al suo fianco. Conosco il professore Vaccarino da oltre venti anni. È stato sempre un grande esempio per noi e ci ha lasciato un patrimonio morale immenso. Nonostante le grandi ingiustizie subite ha sempre creduto nelle Istituzioni e nella Giustizia. Mi diceva sempre "bisogna credere nella Giustizia e lottare per la Verità anche a costo della vita". Che Dio perdoni chi si è reso responsabile di una tale ingiustizia".
A proposito di giustizia c'è la quarta beatitudine del Vangelo che recita così: "Beati gli affamati e gli assetati di giustizia perché saranno saziati". Da tempo il giornalista Frank Cimini, che grazie al prolungato contatto con i magistrati, ha preso in prestito questa beatitudine del Vangelo per coniare una nuova massima che, anche in questa terribile vicenda, trova fondamento: "Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato".
di Ferruccio Pinotti
Corriere della Sera, 21 maggio 2021
Antonella D'Agostino lancia una richiesta di clemenza per il "re della Comasina", cui la Cassazione ha negato la scarcerazione per il furto di un paio di mutande alla cassa di un supermercato nel 2014.
Un accorato appello, una richiesta di clemenza per un uomo che ha pagato il suo debito con la società. A lanciarlo, proprio all'indomani della decisione della Cassazione di confermare la carcerazione, è l'ex moglie di Renato Vallanzasca, Antonella D'Agostino, 71 anni, coetanea del bel René e sposata con lui dal 2008 al 2018, ma legata a a lui sin da bambini, in quanto frequentavano le elementari insieme. "Sono distrutta, ma voglio riportarlo a casa", ha dichiarato al magazine Mow la D'Agostino ex moglie del leader della banda della Comasina.
La signora è rimasta fedele all'affetto per il gangster milanese: "Io non lo abbandonerò mai, non ho buttato via 20 anni della mia vita per farlo marcire in carcere, dimostrerò al tribunale di Milano che dal maggio 2005 al febbraio 2012, cioè quando eravamo insieme, non è mai successo niente, Renato non ha mai commesso un reato o non gli è stata contestata una infrazione. Non sarà un caso, no?".
Il furto del 2014 - Antonella D'Agostino si riferisce a un furto alla cassa di un supermercato di cui Vallanzasca si è reso responsabile del 2014, durante il regime di semilibertà concessogli dal carcere di Bollate. In merito ha spiegato a Mow: "Se fossi stata con lui non sarebbe accaduto perché è stata una svista, non una rapina. Renato ha una certa età, non voleva rubare quelle cose. Semplicemente non le aveva messe nel cestello e poi se le era dimenticate addosso. Anche perché - conclude l'ex coniuge del bandito - quelle mutande non poteva neanche mettersele a causa di un intervento alla gamba che non gli avrebbe permesso di utilizzarle". La tesi non ha convinto i giudici e il 19 maggio 2021 la Cassazione ha respinto il ricorso della difesa confermando il verdetto emesso dal Tribunale di sorveglianza di Milano il 23 giugno 2020.
Vallanzasca, tornato in cella nel 2014 dopo l'arresto per rapina all'Esselunga di viale Umbria, aveva chiesto la libertà condizionale o in subordine la semilibertà. Ma la Cassazione ha detto no. Motivo: non si è mai davvero pentito. Peraltro Vallanzasca, cui sono stati comminati 4 ergastoli e 296 anni di carcere, "non ha mai chiesto perdono", né ha risarcito i familiari delle vittime. Quindi non ha potuto usufruire di sconti e benefici.
L'ultimo della vecchia mala milanese - Vallanzasca, anche se non particolarmente anziano, è uno degli ultimi esponenti della vecchia mala milanese rimasti in vita. La "vecchia guardia" se n'è andata. L'ultimo a passare la mano è stato Sante Notarnicola, uno dei duri della banda Cavallero, morto il 22 marzo 2021. Si era preso l'ergastolo ma nel 1978 il suo era stato il primo nome della lista di tredici detenuti da liberare indicati dalle Br in cambio del rilascio di Aldo Moro. Nel 2013 se n'è andato Luciano Lutring, il "solista del mitra" (teneva l'arma in una custodia da violino) che non ha mai ammazzato nessuno e che, uscito di galera, si era dato alla pittura. Un fedelissimo di Vallanzasca, Rossano Cochis, detto Nanu, è morto il 9 luglio 2020, dopo anni in carcere, per un tuffo dal gommone nel mare del Gargano.
elivebrescia.tv, 21 maggio 2021
Un 50enne, di nazionalità italiana, ha accusato un malore nel carcere di Canton Mombello dove stava scontando una pena detentiva di alcuni anni. L'uomo, prontamente soccorso e trasportato in ospedale, sarebbe deceduto poco dopo. Il 50enne era affetto da gravi patologie per le quali stava seguendo le cure necessarie. Non ci sarebbe alcuna connessione tra il malore, lo stato di salute e il conseguente decesso con la situazione denunciata in più occasioni negli ultimi mesi all'interno del carcere cittadino.
Il sovraffollamento e la situazione di disagio denunciate ripetutamente dal Sinappe, il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria non sarebbero in questa circostanza in nessun modo correlate. Canton Mombello rimane, in ogni caso, al centro di numerose polemiche per il sovraffollamento che si registra in questi mesi, tanto che la situazione, come abbiamo scritto in questi giorni, è approdata in Parlamento con un'interrogazione a firma di Simona Bordonali e dei deputati leghisti per chiedere la costruzione del nuovo carcere a Brescia, progettato da anni ma il cui progetto rimane sulla carta.
Il Dubbio, 21 maggio 2021
Al via oggi la seconda edizione del Festival della Giustizia Penale, che dopo il grande successo del 2019 torna quest'anno con una tre giorni dal titolo "Vittime di ieri, vittime di oggi". L'evento, in programma fino al 23 maggio, si terrà interamente online e tutte le sessioni saranno disponibili gratuitamente sul sito e sul canale Youtube del Festival. Cifra stilistica di questo appuntamento con la giustizia è proprio il rapporto diretto con i cittadini, al fine di avvicinare i non addetti ai lavori al linguaggio giuridico e alla materia penale attraverso registri comunicativi e organizzativi non convenzionali.
Nomi eccellenti del panorama italiano - tra cui giuristi, magistrati, avvocati, politici, intellettuali ed artisti - introdurranno al tema delle vittime di reato, con la partecipazione degli stessi protagonisti di alcune delle vicende giudiziarie più note a livello nazionale e internazionale. "È un tema molto importante, quello delle vittime, che ci consente di andare al cuore dei problemi della nostra giustizia penale e della giustizia penale di tutto il mondo", spiega il direttore scientifico Luca Lupária Donati, certificando la vocazione internazionale propria dell'incontro promosso e organizzato dall'Associazione Festival Giustizia Penale Onlus che da Modena quest'anno si apre anche agli Stati Uniti e all'America Latina. Nato da un'idea di Donati e Guido Sola, avvocato e presidente dell'Associazione, insime a Martina Cagossi, Elena Lenzini, Andrea Lodi, Chiara Padovani, Roberto Ricco e Gianpaolo Ronsisvalle, il Festival propone un programma ricchissimo con la partecipazione di oltre 100 relatori e 35 panel.
Nei primi due giorni gli incontri saranno dedicati alle vittime secondo la formula del confronto, con richiamo alla giustizia riparativa. La figlia di Aldo Moro, Agnese, dialogherà con l'ex brigatista Grazia Grena; il nipote di Piersanti Mattarella, omonimo dell'ex presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia, andrà a colloquio con il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho; Vittorio Occorsio nipote del magistrato ucciso dal terrorismo nero, si confronterà con l'ex magistrato di Mani Pulite Gherardo Colombo.
La terza giornata sarà invece dedicata alle "prospettive di riforma del diritto e del processo penale", con una tavola rotonda a cui prenderanno parte Giovanni Canzio, Glauco Giostra, Giacomo Caliendo, Valerio Spigarelli, Gian Luigi Gatta e Mitja Gialuz. Il Festival dedicherà ampio spazio anche all'universo penitenziario, con un focus sul carcere ai tempi della pandemia. "Abbiamo inteso parlare di carcere sotto questo profilo perché ritieniamo che si sia giunti a un'ulteriore vittimizzazione del soggetto detenuto, per via delle restrizioni imposte soprattutto nella prima fase dell'emergenza sanitaria", spiega Gianpaolo Ronsisvalle, del comitato organizzativo.
Nella prima giornata, dopo i saluti istituzionali a cui prender parte anche la presidente del Cnf, Maria Masi, si segnala un evento dedicato agli avvocati in pericolo con la legale turca Aysegül Çagatay insieme al presidente dell'Oiad, Francesco Caia, coordinatore della Commissione diritti umani del Cnf, e l'avvocato Roberto Giovene di Girasole, componente della Commissione per i Rapporti Internazionali Paesi del Mediterraneo del Cnf.
Il Festival è patrocinato dal Senato, della Corte Costituzionale, dal garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, dalla Regione Emilia- Romagna, dai comuni di Modena, Carpi, Sassuolo e Pavullo, dal Consiglio Nazionale Forense, da Unimore, dall'Università di Roma Tre, dall'Ordine degli Avvocati di Modena, da Croce Rossa Italiana e Non sono un bersaglio, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, dalla Fondazione ex campo di Fossoli, da Fondazione Vittorio Occorsio, dalla Rete universitaria per la pace, dal Lions di Pavullo e del Frignano, da rete Dafne Italia, dalla Camera Penale di Modena Carl'Alberto Perroux, da Italy Innocence Project.











