di Giulia Antenucci
abruzzolive.it, 27 giugno 2021
"Abbiamo scelto la Carovana dei Diritti", si legge nel comunicato dei sindacati, "per praticare un nuovo modello di azione sindacale che si richiama alla formula di "Sindacato di Strada" e che vuole dare il senso della vicinanza della nostra organizzazione alle cittadine e i cittadini, attraverso un percorso in movimento.
La Carovana dei diritti vuole essere un momento di ascolto e di condivisione "con le nostre comunità", spiegano, "un momento di confronto anche con le istituzioni locali per capire quale modello di sviluppo costruire insieme. Un modello che parta dai diritti e dal senso di appartenenza ad un territorio, dalla salvaguardia e conservazione ambientale, dal senso di giustizia sociale e di equità. Un modello utile a ricostruire un legame solidaristico tra le persone. Il sindacato deve essere un soggetto attivo e deve rappresentare un luogo aperto di discussione e di incontro, propositivo e di prospettiva. Il cambiamento passa anche dalla capacità di rappresentare i bisogni, di farli emergere da un oblio costruito sulla retorica, di rappresentarli e soddisfarli".
"Ascolteremo tutte le voci e condivideremo con loro le nostre idee, raccogliendo le varie necessità che vengono espresse dalle diverse comunità. Saremo a fianco di tutte e tutti, nessuno escluso: casa per casa, azienda per azienda, strada per strada", continuano. Lunedì, dalle 10 alle 11, il primo appuntamento con assemblee all'esterno delle strutture della Casa di Reclusione di Sulmona e a seguire, dalle 11.30 alle 12.30, all'Ospedale dell'Annunziata. "Nei giorni prossimi attraverseremo le zone più interne", concludono, "nei diversi luoghi del lavoro e del non lavoro, delle cure e dell'istruzione, dell'aggregazione, della cultura e della ricostruzione".
di Daria Bonfietti*
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Il 27 giugno 1980 il DC9 Itavia fu abbattuto e sprofondato nel mar Tirreno. L'evento fu compreso subito: lo dice il documento sopravvissuto del tracciato radar: una chiara manovra d'attacco.
Io credo che ricordando il 27 giugno, la strage di Ustica, proprio a 41 dalla tragica vicenda si debba chiedere la definitiva verità, quella verità che è stata fatta sprofondare. Come il DC9 Itavia che abbattuto, è sprofondato nel mar Tirreno. Oggi dopo tutte le indagini effettuate possiamo ben dire che l'evento è stato "seguito" e compreso nell'immediatezza. Basta ricordare il tracciato radar, con una evidente manovra d'attacco al DC9, unico documento sopravvissuto alla distruzione totale di ogni documentazione.
Ma in qualche luogo fu presa la decisione che i cittadini non dovevano sapere e i parenti delle vittime rimasero soli nel loro dolore. Si disse che l'aereo era caduto per un cedimento strutturale, la tragica ovvietà che gli aerei cadono, si fece fallire la compagnia Itavia, proprietaria del velivolo, le indagini passate da Palermo alla Procura di Roma persero determinazione e mordente, i governi e il parlamento rimasero silenziosi e indifferenti aspettando una verità che però nessuno cercava.
Solo voci isolate di giornalisti e poi poco alla volta negli anni l'impegno di politici e intellettuali, attorno all'ex presidente della Corte Costituzionale Bonifacio, e ancora la presa di coscienza dei parenti con la nascita dell'associazione. Si creò una grande mobilitazione dal basso della società civile che riportò all'attenzione la tragedia. Voglio solo citare che il film "Il Muro di Gomma" di Marco Risi con l'interpretazione di Corso Salani e le musiche di De Gregori arrivò al Festival di Venezia nel 1990. Al culmine di questo impegno civile il Sen. Gualtieri presidente della Commissione Stragi poteva affermare nell'aprile 1992: "Quando è stato chiesto sono venute le risposte dovute...Quando il parlamento, con la nomina di questa commissione, ha preteso le risposte dovute, ecco che la magistratura si è riattivata, le inchieste sono ripartite, gli approfondimenti tecnici sono stati fatti e sono venute meno le protezioni e le impunità fino ad allora garantite".
Ma poi sono passati ancora anni, questa volta di lavoro di inchiesta e peritale molto accurato, che ha permesso al giudice Priore di darci nel 1999, con la sua Sentenza ordinanza, la prima verità: il DC9 è stato abbattuto all'interno di un episodio di guerra aerea. Poi è venuta la stagione dei processi, certamente non sulle cause della strage i vertici dell'aeronautica sono stati assolti in sede penale dall'imputazione di altro tradimento per fatti avvenuti dopo il 27 giugno, per non aver informato il governo, degli elementi in loro possesso e per aver sostenuto ufficialmente la tesi del cedimento strutturale. I tribunali civili in via definitiva hanno condannato invece il Ministro dei Trasporti per non aver tutelato la vita dei cittadini e il Ministero della Difesa per aver ostacolato l'accertamento della verità sulla tragedia. Mentre i Ministeri sono stati condannati anche a risarcire la società Itavia fatta fallire per la falsità del cedimento strutturale.
Ma nel 2007 il presidente emerito Cossiga afferma in interviste pubbliche e poi davanti ai magistrati che il DC9 è stato abbattuto da aerei francesi che avevano come obiettivo il leader libico Gheddafi e si aprono nuove indagini - finalmente per avere un quadro definitivo e sapere chi ha sparato il missile - quelle di cui oggi dobbiamo chiedere le conclusioni.
Lo facciamo con forza in questo anniversario consapevoli però che il grande ostacolo davanti ai giudici è la scarsa collaborazione internazionale. Proprio quei Paesi amici e alleati che pur avevano aerei in volo nei pressi del DC9, non forniscono adeguate informazioni e non rispondono appropriatamente alle rogatorie internazionali.
E ancora una volta è la politica, l'azione della diplomazia che bisogna chiamare in causa. Il presidente del Consiglio Draghi deve formulare una precisa richiesta di impegno per la messa a disposizione di tutta la documentazione necessaria e proprio rimanendo al bisogno di documentazione, il presidente Draghi si deve anche attivare perché in Italia si dia effettiva attuazione alla Direttiva Renzi, direttiva per la declassifica e per il versamento straordinario di tutti i documenti riguardanti le Stragi all'Archivio centrale dello Stato. Uno sforzo determinato per la documentazione, sia per la verità definitiva sulla morte di 81 cittadini innocenti, sia per la Storia stessa del nostro Paese. È il grande impegno che chiedo al Presidente Draghi in questo 41 anniversario della strage di Ustica.
*Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica
Di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 27 giugno 2021
Senza studi e lavoro cercano nel branco orgoglio e violenza. Secondo l'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, il 6,5 per cento dei minorenni fa parte di una banda, il 16 per cento ha commesso atti vandalici, mentre tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. Un fenomeno, quello delle baby-gang, che in Veneto ha subito un'escalation negli ultimi anni, con un'ulteriore impennata durante la pandemia. "Episodi che, spesso, sono figli del disagio causato dall'emergenza sanitaria nelle fasce più giovani della popolazione, con i ragazzi costretti per mesi a casa da scuola e da attività positive come lo sport" ha spiegato l'assessore alla Sicurezza di Verona, Marco Padovani.
Secondo l'Osservatorio nazionale sull'adolescenza, il 6,5 per cento dei minorenni fa parte di una banda, il 16 per cento ha commesso atti vandalici, mentre tre ragazzi su dieci hanno partecipato a una rissa. Un fenomeno, quello delle baby-gang, che in Veneto ha subito un'escalation negli ultimi anni, con un'ulteriore impennata durante la pandemia. "Episodi che, spesso, sono figli del disagio causato dall'emergenza sanitaria nelle fasce più giovani della popolazione, con i ragazzi costretti per mesi a casa da scuola e da attività positive come lo sport" ha spiegato poche settimane fa l'assessore alla Sicurezza di Verona, Marco Padovani, intervenendo di fronte alla Commissione consiliare per la sicurezza.
Nella città di Giulietta e Romeo si respira aria di emergenza, le bande giovanili imperversano nei quartieri a ridosso del centro ma anche nei paesini di periferia, spacciando droga, minacciando e rapinando coetanei. Al punto che la polizia locale ha dovuto correre ai ripari organizzando dei servizi mirati, che in quattro mesi hanno portato all'identificazione di 299 minorenni e decine di sequestri di sostanze stupefacenti. A Verona alcune "gang" ricordano quelle dei latinos, con tanto di segni distintivi, ad esempio indossano delle tute di una precisa griffe. Si sono perfino dati dei nomi: c'è la "QBR" - forse una contrazione di "Quei Bravi Ragazzi", il leggendario film di mafia diretto da Martin Scorsese - dove militano prevalentemente giovani di seconda o terza generazione con le famiglie originarie dei Paesi dell'Est o dei Balcani; e c'è l'"USK", un tributo alla cultura hip-hop, composto da africani di seconda o terza generazione.
Anche il prefetto di Verona, Donato Cafagna, ai consiglieri comunali ha confermato che a influire è stata anche "la sospensione dell'attività scolastica in presenza e dei centri di aggregazione giovanili dove c'erano regole da rispettare". Non è una buona notizia, ora che l'anno scolastico è finito.
L'allarme più recente riguarda il lago di Garda, dove nei giorni scorsi un 23enne è annegato sotto gli occhi dei turisti: mentre intervenivano i soccorsi, una ventina di ragazzini si è scatenata sulla spiaggia. Non solo hanno rubato lo zaino della vittima ma hanno anche fatto sparire i portafogli dei villeggianti che stavano tentando di salvarlo. Hanno tra i 16 e i 20 anni e, in realtà, sono un esercito composto da "pendolari" del crimine. Lo conferma anche Giovanni Dal Cero, il sindaco di Castelnuovo: "Arrivano dalla Lombardia e si dirigono alla spiaggia libera che è ormai il loro territorio: minacciano i bagnanti, aizzano contro i cani e lanciano sabbia fino a quando la gente non va via. Nel fine settimana arrivano anche in trecento, si danno appuntamento in chat e poi tornano a casa con l'ultimo treno".
Prima di indagare il fenomeno, è bene darne una definizione precisa, considerato che spesso il termine è abusato o confuso con bullismo o disagio minorile. Per baby-gang si intende un gruppo composto da minorenni (anche di 11 o 12 anni) o da ragazzi poco più che diciottenni che si aggregano in un territorio preciso diventando "visibili" e venendo percepiti come causa di insicurezza per i loro comportamenti aggressivi. Spesso riescono a darsi un'organizzazione ben precisa. Un'inchiesta della squadra mobile di Venezia originata da una serie di aggressioni a negozianti bengalesi avvenute alcuni anni fa a Marghera, portò ad arresti e denunce di giovanissimi, quasi tutti italiani.
Per mesi gli investigatori hanno studiato la banda, composta da una trentina di adolescenti tra i 12 e i 18 anni. Dalla relazione consegnata alla procura, si scopre che la "gang" aveva una struttura quasi militaresca: c'era il "sovrintendente", che teneva d'occhio l'evolversi della situazione ed eventualmente dava l'allarme, e l'"attendente", quello cioè che si limitava ad assistere alle aggressioni. Oltre al comandante, ovviamente, che era un ragazzotto di 17 anni con precedenti per danneggiamento, furto e rapina a mano armata. Al suo fianco, una squadra di picchiatori.
La Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza di recente si è concentrata proprio sul fenomeno baby-gang. Dal dossier emerge, ad esempio, la preoccupazione per la nascita di bande giovanili composte da cinesi che stanno prendendo forza anche a Padova e Venezia: "Si connotano per la spiccata propensione all'uso della violenza (...). I locali pubblici quali internet-point, karaoke-center e night club sono spesso utilizzati come basi logistiche (...). Tra gli altri interessi criminali si evidenziano la gestione del gioco d'azzardo, lo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali e lo spaccio di stupefacenti come ketamina, ecstasy, shaboo e cocaina".
Se si esclude l'eccezionalità delle gang orientali, a Venezia l'elemento etnico "non sembra costituire un fattore aggregante". L'ingresso di giovani elementi provenienti dai Paesi dell'Est (anche di seconda generazione) e da giovani di etnia rom o sinti, ha tuttavia influito "sulla qualità degli atti compiuti": le condotte - ha rilevato il prefetto Vittorio Zappalorto, parlandone alla Commissione - "si sono fatte via-via più gravi, affiancando ai reati contro il patrimonio anche reati contro la persona".
La relazione parlamentare conferma come, specie nel Veneto orientale, a partire dalla seconda metà del 2018 si stia assistendo "a un significativo aumento di episodi di violenza compiuti da bande di giovani". Difficile tracciare un preciso identikit: si tratta di "minori appartenenti a tutte le classi sociali, accomunati da una situazione di abbandono e di trascuratezza da parte delle famiglie". Altra costante "destinata a incidere sull'aggressività delle condotte, è rappresentata dal rilevante consumo di stupefacenti accompagnato da abuso di alcolici". Di certo, c'è che nel capoluogo la situazione è preoccupante perché agiscono "in branco, il più delle volte motivati da futili e abietti motivi". Per questo, le contromisure non si sono fatte attendere e Zappalorto ha ricordato l'attivazione di iniziative in sinergia con forze dell'ordine, scuole e famiglie. "Questa importante attività di rete - annotano i parlamentari - ha consentito di ottenere positivi risultati, consegnando all'autorità giudiziaria gran parte dei responsabili".
Gli investigatori fanno ciò che possono per mettere un freno al dilagare delle bande: arresti e denunce di minorenni sono all'ordine del giorno anche in Veneto. I dati elaborati dal Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del ministero sono impressionanti. I minorenni fermati, accompagnati o arrestati in flagranza di reato vengono portati nei Centri di prima accoglienza (Cpa), dove rimangono fino all'udienza di convalida, per un tempo massimo di novantasei ore. L'unico Cpa del Veneto si trova a Treviso dove nei primi cinque mesi di quest'anno si sono già registrati quattordici ingressi.
E sempre a Treviso ha sede il carcere minorile (Ipm), nel quale i ragazzi finiscono in custodia cautelare o scontano la pena detentiva: sedici gli ingressi, solo quest'anno, e al 15 di maggio erano presenti tredici detenuti: quattro tra i 18 e 20 anni, otto tra i 16 e i 17 anni, e un quindicenne. Sono "dentro" per tentato omicidio, aggressione, spaccio di droga.
Esistono poi diverse comunità sparse per la regione, dove i giovani finiti nei guai con la giustizia hanno maggior libertà di movimento e vengono trasferiti dopo il processo, per scontare la "messa alla prova": il 15 maggio le strutture venete ne ospitavano sessantuno. "Forse in carcere trovano finalmente quelle regole che nessun familiare impone loro", riflette un assistente sociale."Ci troviamo di fronte a gruppi di ragazzini che non hanno paura di niente e non rispettano le più elementari regole di civiltà" assicura Alessandra Bocchi, legale che tutela i familiari di Ahmed Fdil, un senzatetto che un paio d'anni fa, nel Veronese, fu arso vivo da due bulletti di 13 e 17 anni che da tempo lo tormentavano "per noia".
Lo pensa anche l'avvocato Valentina Calzavara, che ha difeso molti minorenni incappati in inchieste giudiziarie. "Quelli delle baby-gang, quasi sempre sono ragazzi che non studiano e non lavorano, col benestare dei genitori. Parlo con loro e mi sorprendo a scoprire la totale assenza di progetti per il futuro: sono adolescenti che hanno smesso di sognare, o forse non l'hanno mai fatto". Giovani senza ambizioni, se non quella di proiettare sugli altri un'immagine di invincibilità. "Ricordo un cliente di 17 anni, che faceva parte di un gruppo accusato di spaccio di droga, rapine, rissa e lesioni. Alla fine dell'udienza gli dissi che la sua posizione processuale era critica, probabilmente peggiore di quella di tutti i suoi amici. Non disse nulla ma sorrise con uno sguardo gonfio di orgoglio...".
Il ruolo della famiglia, può essere determinante nel trasformare dei bulletti in veri e propri criminali. "Spesso mamme e papà minimizzano - conclude Calzavara - sostenendo che in fondo è stata solo una bravata. Sono gli stessi genitori che poi si premurano di far avere sigarette e abiti firmati al figlio anche quando si trova in comunità. Li giustificano in tutto ciò che fanno. E forse sono quelli, gli unici ragazzi davvero irrecuperabili".
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 giugno 2021
Enrico Costa, l'ex viceministro poi responsabile Giustizia di FI e ora nell'Azione di Carlo Calenda, inventa un portale web, presuntoinnocente.com, che ha tutta l'aria di essere una piattaforma Rousseau alla rovescia. In principio fu Silvio Berlusconi. Il garantista era lui, e il suo imprinting si rivela, a una decade dall'ultima giornata del Cav a Palazzo Chigi, un infortunio fatale. Perché nell'immaginario italiano la politica garantista è stata indebitamente ridotta alle asserite campagne personalistiche di Berlusconi.
In realtà l'ex premier ha prodotto anche riforme valide, nel campo della giustizia: dalla "Castelli", la revisione dell'ordinamento giudiziario che tuttora regola la vita delle toghe, alla legge Pecorella sul divieto, per il pm, di ricorrere contro le assoluzioni, legge che fu cestinata dalla Consulta ma che viene ora riveduta e corretta dalla commissione Lattanzi. Fatto sta che dirsi garantisti, in politica, è quasi un'autoaccusa, come i giocatori di basket che alzano il braccio se fanno fallo.
Adesso qualcosa è cambiato, per tanti motivi. E adesso la nouvelle vague garantista che tira in Parlamento e ha già prodotto vari risultati, come la ricezione della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza, comincia a consolidarsi e addirittura a farsi "partito", o almeno gruppo interpartitico, cordata trasversale. Chi altri poteva esserci se non Enrico Costa, l'ex viceministro poi responsabile Giustizia di FI e ora nell'Azione di Carlo Calenda.
Costa è il campione di un instancabile lavoro ai fianchi dei giustizialisti. Ha animato più o meno tutte le battaglie già felicemente concluse in questo scorcio di governo Draghi, ora inventa un portale web, presuntoinnocente.com, che ha tutta l'aria di essere una piattaforma Rousseau alla rovescia, e lo fa con altri quattro parlamentari, Guido Crosetto (FdI), Roberto Giachetti (Iv), Giusi Bartolozzi (FI) e Gianni Pittella (Pd), e uno dei pochi protagonisti dell'informazione schierati dalla parte dei diritti, Alessandro Barbano.
Stavolta la "piattaforma" non è il luogo dove coltivare piani politici anticasta ma il punto di partenza per restituire alla politica, attraverso il garantismo, la propria dignità. Vediamo. Ieri i 6 animatori dell'iniziativa hanno anticipato in una nota i contenuti della conferenza stampa in programma alla Camera per le 16 di lunedì: l'idea, spiegano, "nasce da persone di diverso orientamento politico e culturale, accomunate dallo stesso spirito e dalla medesima convinzione in principi affermati nella Costituzione, ma affievoliti nella realtà, quali la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa, la certezza della pena e la ragionevole durata del processo". Scopo del sito è "pubblicare informazioni, opinioni e soprattutto ospitare testimonianze di cittadini che raccontino la loro esperienza a contatto con la giustizia. Storie da cui possono nascere proposte, mobilitazioni e idee". Ma è chiaro che un sito di giustizia prodotto da cinque deputati di altrettanti partiti diversi e da un grande giornalista è anche un'altra cosa: è un'alleanza per i diritti. Una promessa di cambiamento.
Oggi i garantisti sono almeno apparentemente maggioranza. Costringono i 5 Stelle con le spalle al muro, tanto che il pacchetto di "emendamenti Cartabia" al ddl penale, con dentro l'addio alla prescrizione di Bonafede, andrà in Consiglio dei ministri, dove sarà certificata la maggiorana contraria al fine processo mai. Ma presuntoinnocente.com può essere qualcosa di più.
"Il nostro obiettivo è far comprendere che i temi della giustizia non sono estranei alla vita quotidiana di ciascuno, ma rappresentano le regole fondamentali dello stare insieme", è la promessa. Creare un intergruppo garantista che si dà anche una propria "antipiattaforma Rousseau" è un modo per dire che la politica deve recuperare i valori del garantismo e della presunzione d'innocenza come prioritari nella propria "costituency" e lo deve fare con forza, anche a costo di fronteggiare un'opinione pubblica spesso divergente. Lo deve fare per riaffermare il proprio primato anche sulla magistratura, superare la maledizione di Mani pulite, l'associazione indebita fra politica e malaffare. Deve insomma avere l'orgoglio di mettere fine a trent'anni di anticasta basata sul pregiudizio colpevolista.
È un'operazione che, se espressa in tutto il suo potenziale, è in grado cambiare gli equilibri. Non fra i partiti, non è questa la pretesa: i 6 promotori dicono di voler lanciare "un appello alla politica e alla società civile ad aderire a questo percorso per far nascere insieme un grande movimento di opinione trasversale", che "sia sganciato dalla convenienza quotidiana dei partiti", appunto.
Gli equilibri da cambiare sono quelli oggi sbilenchi fra politica e giornali, politica e magistratura: in ultima analisi, fra politica e sentire diffuso. Il ritorno dei partiti nel loro ruolo passa attraverso il garantismo: questo è sicuro. Come dice da qualche lustro Luciano Violante, sono i partiti che devono essere in grado di valutare se un'indagine può stroncare o no una carriera politica, e devono smetterla di affidare il compito ai magistrati. È l'approdo decisivo per ricostruire una vera democrazia in Italia. Non basterà certo un portale e 6 coraggiosi che si associano, ma se non si comincia mai si finisce.
di Maria Milvia Morciano
L'Osservatore Romano, 27 giugno 2021
I racconti sul tema dell'attesa nati da un laboratorio di Giuliana Nuvoli nel carcere di Opera. Giuliana Nuvoli, professoressa emerita di Letteratura italiana alla Statale di Milano e critica letteraria, ha tenuto un laboratorio di scrittura creativa nel carcere di Opera in collaborazione con gli studenti dell'università. Il risultato è stato un libro di ventinove racconti, L'attesa (Edizioni Stampa 2009), pubblicato nel 2019.
"Fin dall'inizio del laboratorio, il libro è stato pensato come un coro di voci tutte alla pari" racconta Nuvoli. - "Il percorso intrapreso si è rivelato armonioso: tutto è cominciato nel rispetto delle regole di distanza, dal momento che molti tra gli studenti erano ragazze, mentre i detenuti erano tutti uomini, alcuni condannati a pene detentive di 30-35 anni. In teoria avrebbero potuto esserci molti problemi.
Nel tempo, però, tra loro si è creato un dialogo che alla fine si è trasformato anche in una vicinanza fisica assolutamente straordinaria e, ripeto, rispettosa".
Il tema scelto è stato quello dell'attesa. "Tutti gli esseri umani sono in attesa. In attesa di finire la vita o delle cose che accadono; in attesa di quello che è lontano o sta per accadere, del bene, del male". Un sentimento che accomuna i giovani studenti, impazienti di scoprire la vita, e i detenuti, che nella detenzione coltivano la speranza. I racconti sono stati pubblicati con i nomi in ordine alfabetico, senza alcuna distinzione e, nonostante le differenze, disegnano una comune radice: la vita porta in direzioni diverse, si può essere liberi o rinchiusi, ma alla fine le persone sono accomunate da più di quanto non si creda. C'erano ragazzi e ragazze, detenuti giovani e adulti, provenienti da ogni parte del Mediterraneo e del mondo, e tutti hanno interagito insieme in armonia.
Tra le maglie dei racconti emerge sempre un pezzo della loro storia personale. "Ovviamente negli scritti degli "studenti ristretti" la componente autobiografica è più forte, perché il loro orizzonte rimane chiuso. Sanno di dover stare nel carcere per un determinato tempo. Per loro l'io riempiva quasi tutto lo spazio presente e futuro". Sono stati totalmente liberi di esprimersi come individui. Esisteva una sola regola: non fare cenno ai loro reati, né alla pena comminata. "I pochi giovanissimi tremavano, fragili, di speranza - scrive Nuvoli nell'introduzione - i più, adulti, parlavano come chiusi in una corazza. Per tutti, però, vi era la stessa luce, in fondo: la famiglia. Madri, mogli, figli".
Per gli studenti della Statale la cosa è stata invece un po' diversa. A 19-26 anni ci si immagina il futuro con più libertà "con più possibilità di quanto ovviamente non si possa fare chiusi tra quattro mura, ma la componente autobiografica è presente, potente, in tutti i racconti". Eppure i tempi che viviamo non sono facili neppure per loro: l'incertezza sempre latente, la precarietà, la possibilità di non poter immaginare un futuro, di crearsi una famiglia li fa sentire in gabbia.
"In realtà - osserva Nuvoli - non esiste un solo individuo a questo mondo, ieri come oggi, che possa dire di non sentirsi prigioniero di una gabbia più o meno visibile, di non essere condizionato dalle regole, dai pregiudizi, dagli obblighi e dai doveri, dalla necessità di patteggiamenti". Una percezione che nel tempo di pandemia ha riguardato tutti. Siamo stati quasi nella stessa situazione, tutti un po' rinchiusi. E per questo motivo sembra che questo libro abbia guardato lontano, catturando nell'aria il presagio di qualcosa che già c'era.
"L'importante è pensare che le gabbie abbiano pareti di cristallo e permettano di guardare fuori, che non abbiano pareti di piombo. Sentirsi completamente liberi è una presunzione, una follia, paragonabile alla hybris, all'arroganza di Ulisse che, secondo Dante, precipita nel gorgo e muore quando passa le antiche e invalicabili Colonne d'Ercole. La vera libertà ce la portiamo dentro. La vita è fatta di affetti ed emozioni e questi non hanno gabbie. Dovremmo imparare a pensare a relazioni più leggere, non condizionate dall'economia, dal denaro, dal successo, dai bisogni materiali. La vita è bella se si prende così, come viene", aggiunge la professoressa.
Un altro punto di contatto tra tutti gli autori dei racconti è "la voglia di futuro, di camminare col corpo teso in avanti e lasciarsi indietro rabbia e paura. In realtà, in ognuno di loro c'è il bisogno di essere amati", si legge nella quarta di copertina del libro. "Esiste una virtù primaria comune a tutti, laici e credenti, cattolici e non, che è una virtù civile: il perdono. Se ci si lascia trattenere a terra dalla zavorra della rabbia, della paura, dai sentimenti di vendetta, non ci si libera. Se non impariamo a buttarci dietro le spalle tutto il dolore che ci possono aver procurato, le angherie e le offese, non abbiamo scampo, non viviamo".
Nel celebre monologo del terzo atto, Amleto dice che "la coscienza fa vili" e impedisce di tentare di sfuggire ai mali andando incontro alla morte, forse anche scegliendo il suicidio. La paura di ciò che attende al di là della vita rende sopportabile il male quotidiano.
"In queste parole - prosegue Nuvoli - manca la speranza, che è quella che spinge a vivere. Elpis o Spes, come la chiamavano i greci e i romani, nell'iconografia antica è raffigurata come una fanciulla che avanza verso il futuro in punta di piedi. La speranza è l'unica a rimanere in fondo al vaso di Pandora, quando tutti i mali sono usciti".
D'altra parte la speranza è per i cristiani una virtù teologale, ricordata di continuo da Papa Francesco che la definisce "un'ancora che noi abbiamo dall'altra parte: noi, aggrappati alla corda, ci sosteniamo" e che chiama "la più piccola virtù ma la più forte". La speranza - conclude Giuliana Nuvoli - "tiene in vita nell'attesa, ma nulla è possibile se non scendiamo a patti con noi stessi. È tutto questo è possibile solo se impariamo a perdonare gli altri e noi stessi".
La Provincia Pavese, 27 giugno 2021
L'infermeria del carcere si rinnova grazie al lavoro di due detenuti. Da anni gli ambulatori non erano mai stati ristrutturati. Così la direttrice della casa circondariale, Stefania Mussio, ha deciso di dare la possibilità a due ospiti della struttura di rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo. R.R. e G.P. si sono messi all'opera lo scorso febbraio e con un accurato lavoro durato mesi hanno riqualificato l'intero settore, rendendolo dignitoso e ordinato, con la supervisione e il coordinamento degli operatori di Polizia Penitenziaria.
Molto soddisfatto anche il Dirigente sanitario, Gianni Belfiore: "Questo rinnovo, iniziato a metà febbraio e vissuto da tutto il carcere con curiosità e sincero interesse, ha portato a un totale rinnovo dei locali, con un apprezzabile miglioramento. Un segno importante e concreto della considerazione verso l'area sanitaria e del lavoro, spesso complesso, che si svolge in essa da parte della attuale direzione della casa circondariale di Voghera". Il medico che dal 2015 frequenta il carcere iriense come dottore del Ser.D. e da circa un anno ha assunto anche il ruolo dirigente sanitario, ha notato come il cambiamento in questi ultimi mesi "darà sicuramente nuovo impulso alla rivalutazione dell'attività".
tgvercelli.it, 27 giugno 2021
Lunedì 28 giugno alle 11.30 nella Sala Convegni della Fondazione CRV verrà presentato il progetto Liberare lo sguardo, un percorso di formazione e di promozione della cultura cinematografica dedicato alla Casa Circondariale di Vercelli. Si partirà con la visione del docu-film di Wim Wenders del 2018 Papa Francesco. Un uomo di Parola.
Il progetto in questione nasce dalla volontà di investire in un'iniziativa di cultura, bellezza e rieducazione di una fascia considerata debole della società come quella dei detenuti, in totale continuità con le attività già messe in campo dal territorio e, nello specifico, dalle case circondariali molto attente alla promozione culturale e da iniziative attente alle persone detenute.
Il percorso formativo, promosso dall'associazione Officina Cultura e Territorio, costituirà occasione di approfondimento e comprensione del linguaggio cinematografico, ma sarà soprattutto opportunità di incontro e di lavoro di team per le persone detenute che vorranno partecipare al percorso.
"La cinematografia - spiegano gli organizzatori - rappresenterà un efficace strumento formativo, nello stesso modo dei percorsi educativi già attivati dall'istituto. Il modello del progetto, una volta consolidato, potrà essere facilmente applicato ad altre carceri e realtà del territorio". Il progetto di Officina Cultura e Territorio è stato realizzato in collaborazione con Fondazione CRT, Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, Fondazione CRC, Banca Alpi Marittime, Associazione Amicorti, Ausilia Onlus, Casa Tecnica e Stile, MG Project, Patrimonio Immobiliare Srl, La Sesia.
Gazzetta del Sud, 27 giugno 2021
L'avv. Agostino Siviglia, accompagnato dal Garante Comunale, avv. Federico Ferraro, si è confrontato anche con il sindaco Vincenzo Voce. Il Garante Regionale dei detenuti, avv. Agostino Siviglia, giovedì si è recato nella città di Crotone, accompagnato dal Garante Comunale dei detenuti, avv. Federico Ferraro. Il Garante Siviglia, nella prima parte della mattinata, è stato accolto dal sindaco di Crotone, ing. Vincenzo Voce, e nel colloquio istituzionale si è avuto modo di tracciare i profili inerenti le problematiche del mondo carcere e anche dei vari luoghi di restrizione della libertà personale: le Rems, le camere di sicurezza, il C.a.r.a.
La disanima delle varie situazioni ha consentito di aggiornare il primo cittadino sugli sviluppi futuri e sui recenti interventi ministeriali su temi come la ripresa dei colloqui tra detenuti e familiari a pieno regime.
L'insorgenza del Covid-19, come evento imprevisto e imprevedibile, ha amplificato le criticità del sistema penitenziario e ha costretto tutti a un vero e proprio fermo di alcune attività e modifica degli assetti ordinari. Nonostante ciò la popolazione detenuta calabrese, e in particolare a Crotone, ha mantenuto sempre un atteggiamento responsabile e collaborativo, volto alla cooperazione nella soluzione delle criticità pandemiche. Al termine della visita di cortesia in Comune, il Garante Regionale, accompagnato dal Garante Comunale, si è recato presso l'Istituto penitenziario di Crotone per una visita ispettiva, alla luce del monitoraggio Covid-19 avviato da tempo nei 12 istituti penitenziari della Calabria. La visita ha consentito anche un incontro diretto con la popolazione detenuta a Crotone nelle sezioni media sicurezza e un sopralluogo nelle celle e negli altri ambienti penitenziari. Importante è stata, infine, interfacciarsi con la direzione sanitaria penitenziaria con cui sono già da tempo avviate interlocuzioni e un monitoraggio periodico che coinvolgono anche il Garante comunale Ferraro.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 27 giugno 2021
Dagli Stati Uniti in Israele, fino allo scontro in Italia sul ddl Zan e in Europa sulla legge Orbàn. La battaglia sui diritti Lgbt in Ungheria e la contemporanea disputa sul ddl Zan fra Italia e Vaticano portano l'Unione Europea a confrontarsi con la sfida che già distingue Stati Uniti e Israele: i sistemi democratici hanno bisogno di valorizzare le proprie diversità per rigenerarsi e rafforzarsi.
Negli Stati Uniti l'elezione alla presidenza di Joe Biden è stata il frutto di una coalizione elettorale guidata da una schiacciante maggioranza di donne, minoranze e giovani che si riflette nella composizione della sua amministrazione: fra i primi cento incarichi per importanza 57 sono donne e 39 non-bianchi. È il risultato di un cammino che ha visto l'America nel 2008 eleggere in Barack Obama il primo presidente afroamericano, nel 2011 approvare con la Corte Suprema le unioni civili per i gay, nel 2017 unirsi dietro il movimento #Metoo in difesa dei diritti delle donne e nella campagna elettorale del 2020 reagire all'uccisione di George Floyd a Minneapolis con una grande mobilitazione antirazzista.
Ciò significa che l'humus di diversità espressa dall'amministrazione Biden viene da lontano ed è questa idea diffusa del diritto alla identità differente che ha portato alla sconfitta dei repubblicani di Donald Trump, la cui maggiore debolezza - come osserva il columnist del Washington Post EJ Dionne - è stata di essere soprattutto un partito di uomini bianchi. Quando Karine Jean-Pierre si presenta dunque ai giornalisti nella Brady's Room della Casa Bianca come la prima portavoce presidenziale al tempo stesso donna, gay e afroamericana incarna un'idea di democrazia delle diversità che punta a includere ogni tassello della società nazionale.
Trovando nel mosaico identitario una formidabile ricetta capace di rivaleggiare - e sconfiggere nelle urne - il populismo che invece si nutre di scontento sociale e protesta contro le istituzioni rappresentative. Nulla da sorprendersi dunque se Biden e Kamala Harris - la prima donna nera divenuta vicepresidente - accelerano in questa direzione: dichiarando "Juneteenth" festa nazionale il 19 giugno per ricordare come nel 1865 vide la liberazione degli ultimi schiavi dopo la Guerra Civile come anche promettendo di raddoppiare il numero delle donne afroamericane fra i giudici di appello.
Il nuovo governo di Israele, da poco insediato, va nella stessa direzione perché include ebrei ortodossi e musulmani fondamentalisti, politici israelo-etiopi e israelo-moldavi, un ministro apertamente gay e più in generale componenti con le origini in Asia, Africa, Europa e America. Per non parlare delle 9 donne su 27 ministri, un premier ultranazionalista, un ministro degli Esteri centrista, i leader della sinistra storica e il primo partito arabo-israeliano in una coalizione di governo. Come riassume Alan Dershowitz, giurista liberal di Harvard, "sfido chiunque a trovare una democrazia parlamentare con una coalizione di governo più diversa".
Anche Israele ha fatto emergere le proprie diversità unendosi contro un leader nazionale conservatore - Benjamin Netanyahu è stato al governo per 12 anni consecutivi - e le similitudini con gli Stati Uniti non finiscono qui perché nello Stato ebraico solo il 44 per cento degli abitanti è bianco mentre negli Usa il 48 per cento delle nuove nascite avviene in famiglie ispaniche. Ovvero, si tratta di due nazioni costruite da immigrati che vedono le rispettive democrazie rigenerarsi esaltando le diversità - politiche, etniche e di genere - delle rispettive collettività.
Gli Stati europei hanno popolazioni etnicamente più compatte e dunque arrivano con un certo ritardo alla sfida della ridefinizione dell'identità nazionale dovuta all'impatto demografico delle minoranze. Da qui la novità del fattore Lgbt che invece sembra far breccia con più efficacia con il risultato di portare anche il Vecchio Continente davanti alla sfida politica delle diversità.
A ben vedere per l'Ue la data di inizio di questa battaglia è il 2017 con la decisione della Corte europea dei Diritti Umani di definire "discriminatoria" la legge russa del 2013 contro la raffigurazione pubblica di comportamenti e valori Lgbt, definendola "discriminatoria" e sfidando il Cremlino nell'aggiungere che "incoraggia l'omofobia".
La legge ungherese ora difesa a spada tratta dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn ha caratteristiche simili e lo scontro che ha innescato in seno all'ultimo Consiglio europeo indica proprio nei diritti Lgbt il test della diversità per gli Stati dell'Unione, con le democrazie occidentali determinate nel considerarli diritti civili a differenza di alcuni Paesi dell'Est, guidati da Ungheria e Polonia. Quando il ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, si spinge fino ad accusare il premier olandese Mark Rutte di "essere uscito dal cerchio delle persone civilizzate" a causa della sua difesa dei diritti Lgbt, emerge con chiarezza un approccio illiberale alle diversità - non solo di genere - con cui l'Europa deve fare i conti.
Da qui la domanda se l'Ue, dopo aver assistito in gran parte passivamente alle profonde trasformazioni americane innescate dall'elezione di Obama e dalla mobilitazione per il #Metoo, non stia trovando sul terreno dei diritti Lgbt la propria strada verso un approccio più inclusivo al diritto alle diversità. Ed è un interrogativo che si rafforza davanti alle evidenti divisioni che il ddl Zan innesca nel nostro Parlamento, nella Chiesa italiana e in Vaticano.
Rinnovando così l'idea che una democrazia si consolida in maniera direttamente proporzionale al numero dei diritti che riesce a identificare, codificare, proteggere e far coesistere fra i propri cittadini. Aumentandone di conseguenza espressione e rappresentanza a dispetto di ogni distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Come recita l'articolo 3 della Costituzione repubblicana.
di Javier Cercas
La Repubblica, 27 giugno 2021
Dall'Inferno di Dante a Sartre, da Adolf Eichmann a Ingmar Bergman. Il grande scrittore ragiona su delitto, castigo e senso di colpa. È impossibile pensare a Dante senza pensare al problema del Male; inversamente, è impossibile pensare al problema del Male senza pensare a Dante, almeno senza pensare alla Divina Commedia, almeno senza pensare all'Inferno, che può e forse deve essere letto come una vasta meditazione sul Male, come un'intricata e visionaria enciclopedia metaforica delle diverse forme in cui il Male si incarna negli esseri umani. Tuttavia, cos'è davvero il Male, o ciò che chiamiamo il Male oggi, settecento anni dopo la morte di Dante? E qual è il rapporto che il Male intrattiene oggi con la letteratura, o con l'arte in generale?
Non credo che nemmeno a Roma, così vicino al Vaticano, ci sia bisogno di evocare Lucifero per definire ciò che è il Male; e non è più alla nostra portata immaginarlo come fa Dante alla fine dell'Inferno, al centro stesso della Terra, nel punto più lontano da Dio, sprofondato tra il ghiaccio e le ombre, come una creatura orripilante dotata di sei smisurate ali di pipistrello e di tre teste con le fauci che divorano tre peccatori famosi, tre malvagi senza remissione: Giuda, che tradì Cristo, e Bruto e Cassio, che tradirono Cesare.
No, per noi, per la nostra povera immaginazione senza Dio né Diavolo, senza Inferno né Purgatorio né Paradiso, il Male è qualcosa di più pedestre, di più comune, qualcosa che fa parte del dramma più intimo e quotidiano degli esseri umani, che è il dramma della libertà: il Male è, semplicemente, il prezzo della libertà. Non siamo liberi di non essere liberi, scrisse in una frase famosa Jean-Paul Sartre. Il che significa che, perfino quando non scegliamo, scegliamo; significa pure che possiamo scegliere il bene, ma possiamo anche scegliere il male.
Georges Bataille, che tante volte polemizzò con Sartre, andò ancora più in là: non soltanto il male è sempre alla nostra portata e siamo sempre liberi di sceglierlo; il male abita dentro ogni essere umano, fa parte di noi. "La parte maledetta", chiamò quella zona dell'essere umano Bataille, che nel 1929 scrisse: "C'è in ogni uomo un animale rinchiuso in una prigione come un forzato e c'è una porta, e se si socchiude quella porta l'animale si getta al di fuori come il forzato che cerca l'uscita; allora provvisoriamente l'uomo cade morto e la bestia si comporta da bestia".
Questa assidua familiarità con il male spiega il fatto che, nel 1963, a proposito del processo a Eichmann a Gerusalemme, con un'espressione non meno famosa, Hannah Arendt parlasse della Banalità del male. Ciò che Arendt voleva dire in quel libro che tanto scandalo suscitò all'epoca non è, tuttavia, che il male sia banale; ciò che voleva dire è che coloro che commettono il male sono spesso persone banali, a cominciare da Adolf Eichmann, il protagonista del suo libro, uno dei più grandi criminali della storia dell'umanità, architetto della cosiddetta Soluzione Finale, un uomo insignificante che, a quanto conclude la stessa Arendt, "non era un mostro, ma era davvero difficile sospettare che fosse un pagliaccio".
Detto ciò, la domanda quasi si impone: perché il male continua ad affascinarci, sia nella realtà sia nella finzione? Com'è possibile che, soprattutto nella finzione, ci sentiamo più attratti dai criminali che dalle brave persone? Sarà vero che, come diceva André Gide, non si può fare buona letteratura con i buoni sentimenti o, come diceva il grande poeta catalano Gabriel Ferrater, è impossibile parlare della felicità senza fare una faccia da idiota? Fatto sta che il Riccardo III di Shakespeare è forse la più grande canaglia della letteratura universale, ma ci sono passaggi di quella tragedia crudele in cui ci si sorprende a mettersi dalla sua parte, a solidarizzare con quella belva spaventosa, così come in Delitto e Castigo si solidarizza con lo studente Raskol'nikov nonostante si sappia che ha ucciso Aliona Ivanovna, una vecchia e repellente usuraia.
Ma torniamo per un momento alla realtà; torniamo, anche, ad Adolf Eichmann. Poco tempo fa ho visto un documentario sul suo processo a Gerusalemme, quello su cui Hannah Arendt scrisse il suo libro. Si intitola Uno specialista, è opera di Rony Brauman ed Eyal Sivan ed è stato realizzato con le immagini riprese da Leo Hurwitz durante il processo. Verso la fine del dibattimento il pubblico ministero chiede a Eichmann se si sente colpevole dell'assassinio di milioni di ebrei. "Dal punto di vista umano, sì" risponde Eichmann. "Perché sono colpevole di avere organizzato le deportazioni." Poi aggiunge: "Però i rimorsi sono inutili, non faranno resuscitare i morti. I rimorsi non hanno nessun senso. I rimorsi vanno bene per i bambini. Ciò che importa è trovare il modo di evitare questi avvenimenti nel futuro". Quando ho sentito Eichmann pronunciare queste parole ho avuto un soprassalto: soltanto pochi giorni prima avevo sentito dire qualcosa di simile da Ingmar Bergman, il grande cineasta svedese.
Era successo sempre in un documentario, stavolta intitolato L'isola di Bergman, opera di Marie Nyveröd. Lì, un Bergman crepuscolare parla a rotta di collo di tutto o di quasi tutto, e a un certo punto l'intervistatrice menziona i nove figli avuti nei suoi diversi matrimoni, e gli domanda: "Non hai rimorsi per averli abbandonati?". Bergman risponde quasi senza pensarci, come se avesse riflettuto spesso sulla faccenda. "Li avevo" riconosce.
"Avevo dei rimorsi; fino a quando ho scoperto che avere dei rimorsi per una cosa così seria come abbandonare i tuoi figli è puro teatro, è un modo di vivere con una sofferenza che non è paragonabile alla sofferenza che hai causato".
Queste parole di Bergman mi hanno commosso quando le ho ascoltate. Ho ricordato Spinoza, il quale afferma che il rimorso è uno dei due peggiori nemici del genere umano (l'altro, secondo lui, è l'odio), una passione ripugnante e triste che alla lunga ci distrugge, e mi sono detto che quella di Bergman era la risposta di un uomo libero, coraggioso e onesto, che conosce gli esseri umani e sa che è indegno aggiungere al peccato di aver commesso un errore il peccato di soffrire per averlo commesso... Però adesso, ascoltando anche Eichmann esprimere il suo rifiuto del rimorso per il male causato ad altri, mi sono chiesto: com'è possibile non provare dispiacere per aver provocato la morte di milioni di persone?
Salvaguardando per un momento l'enorme distanza tra l'errore di Bergman e quello di Eichmann, mi sono chiesto se il loro comune rifiuto del pentimento unisse in qualche modo il genio del bene e il genio del male, e mi sono chiesto in che modo lo facesse. Mi sono chiesto: può esistere qualche vincolo rilevante tra la visione del mondo di un uomo che si è dedicato a creare e quella di un altro che si è dedicato a distruggere, quella di un uomo che ha illuminato il mondo e ha lasciato dietro di sé una scia di bellezza e di irresolubili complessità e quella di un altro che ha oscurato il mondo e che ha lasciato al suo passaggio una scia di semplicità letale e di inconcepibile distruzione? E mi sono anche chiesto: uno stesso precetto etico può essere onesto e coraggioso sulle labbra di una persona e abietto e codardo sulle labbra di un'altra?
La risposta a questi perturbanti interrogativi è arrivata subito, nello stesso documentario su Eichmann, quando, poco dopo avere accettato di essere colpevole dello sterminio degli ebrei, l'ex gerarca nazista l'ha negato, recuperando la sua linea di difesa essenziale durante tutto il processo: considerava l'accaduto con gli ebrei un fatto mostruoso, ma lui aveva potuto soltanto agire come aveva agito, perché era soltanto un tecnico ed era obbligato dal suo giuramento di obbedienza a fare ciò che aveva fatto; pertanto, dentro di sé si sentiva "libero da ogni responsabilità".
La prima differenza tra Bergman e Eichmann sta, ovviamente, nella dimensione dei loro errori; neanche la seconda è banale: Bergman accetta del tutto la propria responsabilità; Eichmann, soltanto in apparenza: in realtà la rifiuta. Accettare il dramma della libertà assumendo la responsabilità del male commesso, essendone consapevole, costituisce forse il primo passo per poterlo combattere: nonostante il male da lui commesso sia infinitamente minore di quello di Eichmann, Bergman lo fa; Eichmann, invece, no. Pascal osservò che esistono soltanto due tipi di uomini: gli uni, giusti che si credono peccatori; gli altri, peccatori che si credono giusti. Bergman forse era un peccatore, ma non si credeva un giusto. Questa è forse una condizione indispensabile per essere un giusto.
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