di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 20 maggio 2021
L'europarlamento non trova una linea comune, ma chiede a Usa e Gran Bretagna di cominciare a esportare le dosi. Mentre il piano Covax, destinato ai paesi poveri, va a rilento a causa dell'India che ha bloccato l'export da marzo.
Quando ci sarà una posizione comune della Ue sui brevetti dei vaccini anti-Covid? L'unica cosa certa, oggi, è che la Ue non si presenterà alla riunione alla Wto (8-9 giugno) su questa questione con una linea definita. Il Parlamento europeo, che ha discusso ieri mattina per preparare una posizione condivisa, non voterà in questa sessione e ha rimandato tutto alla plenaria del 7-10 giugno. Nel frattempo, l'apartheid vaccinale si sta mettendo in atto. Per il gruppo S&D (socialisti), i vaccini sono "beni pubblici", bisogna levare le barriere commerciali e imporre la trasparenza nei contratti con Big Pharma. La sinistra Gue denuncia che il 50% delle capacità di produzione di vaccini nel mondo non sono utilizzate, mentre i paesi ricchi, con il 16% della popolazione hanno concentrato finora il 90% delle dosi.
La direttrice generale della Wto, la nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala conferma: Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Sud Africa, Senegal possono produrre se i brevetti sono condivisi. La direttrice generale chiede ai grandi produttori farmaceutici di avere "uno sguardo onesto" sulla situazione. "Il finanziamento pubblico ha permesso di trovare i vaccini", incalzano i Verdi che premono per la sospensione dei brevetti per evitare "il disastro" che si prepara nel sud del mondo. Contro, invece, il Ppe, che insiste sul ruolo che ha avuto la ricerca privata e teme una destabilizzazione della produzione con la fine della protezione dei brevetti. I centristi di Renew, d'accordo sull'idea di levare i brevetti a medio termine, insistono sull'urgenza, che è l'esportazione di vaccini. L'Europa ha esportato finora 200 milioni di dosi, la metà della sua produzione, Renew chiede che, al di là delle belle parole di Joe Biden, gli Usa (e la Gran Bretagna) facciano lo stesso, subito.
Tra gli stati Ue non c'è unità, la Germania continua a frenare (difende la sua industria), mentre al summit internazionale per il rilancio dell'economia in Africa, martedì a Parigi, Emmanuel Macron si è dichiarato favorevole alla liberalizzazione dei brevetti. Ma tra il dire e il fare c'è grande distanza. Nel documento finale del summit per l'Africa si afferma infatti che "nell'immediato la priorità assoluta è sviluppare la produzione". Per Macron, la questione è "sviluppare la produzione in Africa nelle prossime settimane", favorendo partnership finanziarie e industriali. L'azione immediata resta però l'export, che potrebbe far aumentare dal 20 al 40% il numero di vaccinati in Africa (oggi solo l'1,3% della popolazione). Biden ha promesso l'esportazione di 80 milioni di dosi entro fine giugno, annullando così il Defense Production Act di Donald Trump, che aveva riservato agli statunitensi l'assoluta priorità.
Nel cuore di questo approccio resta Covax, il trasferimento di dosi ai paesi poveri, di cui la Ue è il principale contribuente, ma adesso c'è l'ostacolo del Serum Institute indiano, principale produttore per Covax: l'India in crisi ha bloccato l'export da marzo e potrebbe riprendere solo "entro fine anno". Covax ha dato vaccini ai Palestinesi, mentre Israele, considerato il campione mondiale della vaccinazione rapida, non ha dato dosi nei territori occupati, invocando i trattati di Oslo (la sanità è questione "nazionale", anche per chi non ha uno stato), ma contravvenendo la Convenzione di Ginevra (che obbliga un occupante a farsi carico della salute delle popolazioni sottomesse).
Le grandi case farmaceutiche continuano a rifiutare la sospensione dei brevetti. Affermano che non ci sono problemi di produzione. Vedono malissimo l'accordo concluso dalla canadese Biolyse per produrre 15 milioni di dosi di vaccini in Bolivia, grazie a un meccanismo di licenza obbligatoria, e frenano decisamente contro le proposte di Incepta del Bangladesh, Teva in Israele, Bavarian Nordic in Danimarca, industrie che si dicono pronte a produrre se viene tolto l'ostacolo dei brevetti.
Continua anche la confusione sul corona-pass europeo, per permettere la libera circolazione nella Ue, oggi ostacolata fortemente dall'addizione di misure nazionali. Il certificato dovrebbe entrare in vigore il 17 giugno, ma c'è l'ostacolo di un forte disaccordo tra Parlamento europeo o stati membri (sulla gratuità dei test, sulle dosi, sulle marche dei vaccini ecc.). La Grecia va avanti da sola per accogliere i turisti, la Danimarca ha già il suo corona-pass, l'Olanda sta per varare un corona-check nazionale, l'Ungheria vuole far riconoscere la sua card che evita di menzionare quale vaccino è stato fatto (Budapest ha approvato Sputnik e Sinopharm). Francia, Svezia, Lussemburgo, Croazia e Austria hanno testato la compatibilità dei rispettivi pass nazionali, con identificazione dei test e delle attestazioni di vaccinazione, per evitare truffe.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 20 maggio 2021
I migranti arrivati a Ceuta, gli sbarchi a Lampedusa e i naufragi nel Canale di Sicilia obbligano l'Unione europea ad aprire gli occhi. La marea umana che ha varcato le barriere di Ceuta, l'ondata di migranti sbarcata la scorsa settimana a Lampedusa, i naufragi sempre più frequenti nel Canale di Sicilia stanno obbligando l'Unione Europea ad aprire gli occhi sul Mediterraneo e rendersi conto di una situazione senza precedenti. La pandemia, il terrorismo, il moltiplicarsi degli Stati sull'orlo del fallimento rischiano di spingere verso il mare una moltitudine di persone disperate, pronte a tutto per trovare condizioni di vita decenti. I fronti aperti sono tanti, con cause diverse che spesso si innestano in crisi antiche o sono alimentate da interessi geopolitici spregiudicati, come quello della Turchia. L'effetto complessivo però questa estate potrebbe assumere le dimensioni di una catastrofe umanitaria.
Al primo posto c'è la Tunisia, l'unica fragile democrazia partorita dalla Primavera araba, dove le condizioni economiche continuano a precipitare. Il Paese non ha più risorse: il turismo è stato spazzato via dagli attentati islamisti e il Covid ha messo al tappeto le poche imprese attive nelle esportazioni. Per una popolazione giovane non esistono alternative all'emigrazione e neppure le forze dell'ordine sembrano in grado di frenare la tentazione a mettersi in viaggio verso Lampedusa, che dista poche ore di gommone. Un lungo sciopero dei funzionari fiscali minaccia di bloccare gli stipendi di tutta la pubblica amministrazione, polizia inclusa, e alle intelligence occidentali arrivano segnali preoccupanti sulla tenuta degli apparati di sicurezza. Non a caso, la commissaria europea Ylva Johansson oggi sarà a Tunisi assieme alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese.
L'Italia da sola può fare poco e il governo Draghi ha chiesto che la questione entri prepotentemente nell'agenda del vertice di Bruxelles della prossima settimana: soltanto un intervento su scala globale dell'intera Unione può affrontare la situazione prima che sia troppo tardi. E non si tratta di tamponare le crisi, distribuendo fondi per incentivare governi e polizie a fermare le partenze. Mai come ora è diventata impellente una vera politica estera che renda la Commissione protagonista di una stabilizzazione del Mediterraneo. Comprare brevi moratorie non risolve i problemi strutturali, che finiscono per riproporsi a ogni estate, e aumenta lo sfruttamento della disperazione. Lo si vede in Libia: la tregua nella guerra civile ha riaperto le rotte del traffico di esseri umani, come testimoniano gli oltre duemila migranti del Bangladesh arrivati in Sicilia in pochi giorni. Il business degli scafisti si è rimesso in moto con ricche prospettive di guadagno tra chi scappa dal virus, tra chi fugge dall'Afghanistan abbandonato ai talebani e tra i profughi dell'escalation jihadista nel Sahel.
In Niger, Mali e Burkhina Faso le milizie fondamentaliste dilagano. Secondo l'ultimo rapporto dell'Onu, solamente nella regione nigerina al confine con il Mali più di centomila persone hanno dovuto lasciare i loro villaggi. Altre undicimila si stanno dirigendo in queste ore verso la capitale Niamey: molti cercheranno di attraversare il deserto diretti in Libia e in Tunisia. Non a caso, la Farnesina lo scorso mese ha riunito i leader dei tuareg maliani, trattando un accordo che prevede finanziamenti in cambio del rimpatrio dei migranti. E la stessa linea di diplomazia economica viene seguita con le tribù del Fezzan libico, snodo delle carovaniere che dal Sahel puntano sul litorale. Si tenta di costruire muri nella sabbia, senza riuscire a intaccare il male che sta divorando l'Africa centrale.
Se si allarga lo sguardo, allora bisogna tenere conto di un'altra realtà esplosiva. Nel Libano senza governo e senza finanze, senza lavoro e senza nemmeno più l'illuminazione stradale, c'è un popolo dimenticato: un milione e mezzo di rifugiati siriani, i più poveri in una nazione sul lastrico. Le autorità locali non possono occuparsi di loro, la comunità internazionale li ignora. Solo le tariffe esose chieste dagli scafisti li fermano dal salpare verso Cipro, frontiera orientale dell'Europa. Ma nelle ultime settimane già due barche sono state intercettate, altre forse sono riuscite a passare. L'avanguardia della prossima emergenza.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 20 maggio 2021
Con la commissaria Ue Johansson. Finanziamenti Ue in cambio di un maggior controllo delle frontiere marittime. È una Tunisia indebolita da una forte crisi economica e politica quella in cui oggi arriva la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese insieme alla commissaria Ue per gli Affari interni Ylva Johansson. Viaggio non certo di piacere. L'Europa e l'Italia in particolare vorrebbero che le autorità di Tunisi si impegnassero maggiormente nel fermare le partenze di giovani tunisini verso l'Italia e facilitassero ulteriormente i rimpatri del loro cittadini.
Le stesse richieste avanzate un anno fa quando, ad agosto del 2020, sempre Lamorgese e Johansson, ma in quell'occasione era presente anche il commissario per l'Allargamento Oliver Varhelyi, si recarono per la prima volta a Tunisi. A differenza di allora, oggi Lamorgese e Johansson offrono alla Tunisia l'impegno per un rafforzamento del partenariato con l'Unione europea. Significa più investimenti nel Paese contando anche sui sette miliardi di euro annunciati a febbraio scorso da Bruxelles con la nuova agenda per il Mediterraneo per aiutare i Paesi partner dell'area ad uscire dalla crisi del Covid. A patto che fermino l'immigrazione.
Come si è detto non sarà un viaggio facile. Dal punto di vista politico la Tunisia è lacerata dallo scontro che da mesi contrappone il presidente Kais Saied al primo ministro Hichem Mechichi, uno scontro che di fatto paralizza la vita politica del Paese. Ma l'aspetto più pesante, specialmente per la popolazione, è quello economico, ulteriormente aggravato dalla pandemia che ha portato la disoccupazione al 17,4 per cento. Una situazione che, tra l'altro, ha provocato il crollo del fatturato derivante dal turismo che stando ai dati forniti dalla stessa Banca centrale tunisina nel 2020 è sceso a due miliardi di dinari (circa 605 milioni di euro), il 62% in meno rispetto ai 5,2 miliardi di dinari del 2019. Senza contare le centinaia di manifestazioni di protesta avute in tutto il Paese.
Chiaro dunque, che per i giovani tunisini l'Europa rappresenta l'unica speranza di un futuro che sia migliore del presente. Dall'inizio dell'anno, ha spiegato ieri Lamorgese al Comitato Schengen, hanno attraversato il Mediterraneo in 1.781, dei quali 678 sono stati rimpatriati (contro i 2016 di tutto il 2020). Un numero, quello relativo ai rimpatri, che Lamorgese vorrebbe incrementare aumentando ulteriormente il numero di voli charter settimanali.
Un ruolo particolarmente importante l'Italia lo attribuisce poi alla Guardia costiera tunisina con la quale si propone di collaborare segnalando le partenze dei barconi in modo da permettere alle motovedette di intercettarli.
Un ruolo che da tempo preoccupa la società civile tunisina, come dimostra la denuncia fatta a febbraio scorso dal responsabile informazione del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Fides), Ben Amor: "La Guardia costiera tunisina è diventata ormai una forza affiliata all'Agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex, ed agisce su sua procura per intercettare migranti irregolari al di fuori delle acque territoriali", ha detto Amor.
La contropartita offerta alla Tunisia da Ue e Italia è economica e si articola su più livelli, L'Italia si offre di aiutare il Paese nordafricano ad accedere ai progetti di sviluppo dell'Unione europea, cosa sulla quale finora Tunisia avrebbe mostrato qualche difficoltà. Ma non solo: "Sul piatto ci - spiegano al Viminale - sono aiuti finanziari internazionali a cui l'unione europea dovrebbe contribuire con impegno di spessore".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 20 maggio 2021
Dopo le inchieste del manifesto. Gregorio De Falco: "La misura discriminatoria disposta dall'Usmaf non ha ragioni sanitarie, ma sembra rientrare in una strategia di ostacolo al soccorso".
Il senatore Gregorio De Falco (Gruppo misto) ha depositato un'interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Salute Roberto Speranza (LeU) per chiedere "quali siano le basi giuridico normative che possano ragionevolmente consentire all'Usmaf [Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera, nda] di adottare le decisioni discriminatorie" delle quarantene riservate esclusivamente agli equipaggi delle navi Ong.
Il caso delle misure di isolamento sanitario disposte in maniera selettiva è stato denunciato da il manifesto. Il 26 febbraio scorso nell'inchiesta "Covid, quarantene mirate per fermare le navi delle Ong" abbiamo ricostruito il diverso trattamento tra le navi umanitarie e quelle commerciali che avevano salvato dei migranti e mostrato come le deroghe previste a livello normativo per "equipaggi e personale viaggiante" venivano disapplicate soltanto rispetto alle organizzazioni non governative del Mediterraneo.
Il 6 maggio, poi, con l'articolo "Le misure anti Covid diminuiscono per tutti, tranne per le navi delle Ong" abbiamo messo in luce un ulteriore paradosso relativo all'ultima missione della Sea-Watch 4: i naufraghi sono finiti in quarantena per 10 giorni, mentre l'equipaggio per due settimane. Questo termine è rimasto in vigore solo per il personale di bordo delle navi umanitarie, dal momento che l'ordinanza del ministero della Salute del 16 aprile ha ridotto le quarantene a un massimo di 10 giorni. Senza dimenticare che tutti i 484 tamponi effettuati sulla Sea-Watch 4, tra migranti ed equipaggio, erano risultati negativi.
Nell'interrogazione De Falco afferma che "la misura discriminatoria disposta dall'Usmaf non trova fondamento in ragioni di carattere sanitario, ma sembra rientrare in una strategia di costante ostacolo alle attività meritorie delle navi umanitarie gestite da Ong, strategia che si basa, dalla fine del governo Conte 1, sulla quarantena e sui fermi amministrativi".
Parole dure che nel testo sono combinate con i numeri delle oltre 500 vittime registrate nel 2021 lungo la rotta mediterranea centrale e l'impennata al 3,6% del tasso di letalità rispetto alle partenze totali durante lo stesso periodo di tempo. "La morte usata di fatto come strumento di deterrenza è qualcosa di terribile che fa venire i brividi", ha commentato il senatore.
Sulla questione delle quarantene selettive si sono mosse il mese scorso anche le Ong. Il 2 aprile Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, Sea-Watch e Sos Mediterranée hanno scritto ai dottori Giovanni Rezza (direzione generale delle prevenzione sanitaria del ministero della Salute), Mauro Dionisio (direttore del coordinamento tecnico Usmaf-Sasn) e Ulrico Angeloni (direttore sanitario nazionale Croce Rossa Italiana) per chiedere un incontro sulle misure anti-Covid relative al personale delle navi.
"Alla luce della necessità di continuare a svolgere ininterrottamente la nostra attività di soccorso in mare e di rispettare al contempo le misure preventive che siano ritenute idonee e applicabili per la salvaguardia della salute pubblica, riteniamo fondamentale concordare con voi delle linee guida", si legge nella lettera. Fino ad oggi, però, non ha avuto nessuna risposta.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 20 maggio 2021
"Rispettare i diritti dei cittadini europei". Si muove anche Bruxelles dopo le detenzioni in prigione di decine di europei al confine britannico perché considerati "migranti irregolari", come nel caso dell'italiana Marta Lomartire. L'Unione europea si prepara a richiamare pubblicamente il Regno Unito affinché "rispetti i diritti dei cittadini Ue" dopo i casi di italiani ed europei detenuti alla frontiera britannica, come raccontato nei giorni scorsi da Repubblica attraverso il caso della giovane 24enne pugliese Marta Lomartire.
Lo rivela Politico: secondo le bozze che stanno circolando tra gli sherpa, per il Consiglio europeo di giovedì prossimo i 27 leader Ue avrebbero preparato una sezione dedicata alla preoccupante questione che ha generato molte proteste nel continente, a causa della detenzione in vere e proprie prigioni di decine di cittadini italiani ed europei fermati alla frontiera britannica nel 2021 perché non in possesso dei visti o della documentazione necessaria per entrare nel Regno Unito come lavoratori.
"Il Consiglio europeo chiede al Regno Unito di rispettare il principio di non discriminazione tra Stati membri e i diritti dei cittadini Ue", c'è scritto in una bozza delle conclusioni che il vertice dei Paesi europei diramerà la settimana prossima. Il richiamo arriva dopo la retromarcia del Ministero dell'Interno britannico che, dopo gli articoli di Repubblica e altre testate europee sui molti casi occorsi, ha annunciato una nuova direttiva sulle detenzioni dei cittadini Ue considerati migranti irregolari al confine: ora, quando possibile, non saranno più trasferiti nei centri di detenzione ed espulsione, dove venivano privati di ogni effetto personale cellulari inclusi, bensì potranno essere rilasciati "su cauzione" e trascorrere il periodo fino alla loro espulsione dal Paese presso un indirizzo di fiducia.
Nelle ultime settimane si sono accumulati i casi di decine di cittadini Ue e italiani detenuti anche per giorni in quelle che le stesse autorità britanniche hanno definito "prigioni" con i diretti interessati. Esemplare il caso della giovane Marta Lomartire, capitato, a quanto si apprende, anche ad altre decine di italiani dal primo gennaio scorso, quando si è concretizzata la Brexit e sono cambiate radicalmente le politiche di immigrazione per i cittadini europei. Marta era arrivata lo scorso 17 aprile alla frontiera per fare la ragazza alla pari a Londra in casa di suo cugino, ma considerata migrante illegale "senza visto lavorativo" nell'era post Brexit e dunque subito trasportata in un carcere vicino all'aeroporto di Heathrow.
"Mi hanno sequestrato tutto", aveva rivelato Marta, "anche il cellulare per non divulgare foto o video. Poi la prigione: filo spinato, sbarre alle finestre. Sono scoppiata a piangere. Con me c'era anche una ragazza toscana, "detenuta da 5 giorni".
Successivamente, il Guardian invece aveva parlato della "drammatica e umiliante esperienza subita negli ultimi mesi da altri cittadini europei", anche coloro che avevano colloqui di lavoro già fissati e che in teoria potevano entrare nel Regno Unito anche senza visto. Invece no: fermati, detenuti in questi centri di "rimozione" ed espulsi.
In Italia, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, con delega ai rapporti con i Paesi europei e agli italiani all'estero, ha seguito la vicenda nei giorni scorsi ed è stato in contatto con le autorità diplomatico-consolari a Londra. L'Ambasciata d'Italia ha svolto passi formali con le autorità britanniche per chiedere che vengano rispettate le previsioni del diritto consolare internazionale e che le nostre autorità diplomatiche vengano informate immediatamente in caso di detenzione di cittadini italiani affinché possa essere prestata loro assistenza consolare. Il Sottosegretario ha fatto analoga richiesta all'Ambasciatrice del Regno Unito a Roma, Jill Morris, in un colloquio alla Farnesina. Della Vedova si recherà la settimana prossima in visita nella capitale britannica.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 20 maggio 2021
Negli ultimi anni il Paese si è ri-islamizzato, ma nonostante la "cura" Erdogan la società resta divisa. Nella vita internazionale ci si imbatte spesso in due tipi di problemi: quelli affrontabili e quelli non affrontabili. I primi, tipicamente, tengono impegnata la diplomazia. A esempio, molti in questo momento si stanno dando da fare per ottenere un cessate il fuoco fra Israele e Hamas.
Nessuno pensa di "risolvere" alcunché: si tratta di un conflitto destinato a durare per chissà quanti anni o decenni ancora. Ma il problema è "affrontabile" nel senso che sarà forse possibile metterci una toppa provvisoria. Ci sono poi problemi di altra natura, del tutto intrattabili.
Nessuno sa come affrontarli. In genere, si cerca di rimuoverli, di fingere che non esistano. Nella speranza che sia la storia futura, nella sua costitutiva imprevedibilità, a scioglierne i nodi. Per quanto tempo ancora il mondo occidentale potrà fare finta che la Turchia - ossia un membro della propria principale organizzazione militare (la Nato) - non sia diventato un nemico? Come si fa a essere alleati militarmente del nemico?
Ricapitoliamo, per sommi capi, i fatti. La Turchia fa parte della Nato dal 1952. Per decenni è stata dunque parte integrante dell'alleanza occidentale. Una colonna. Per conseguenza, era anche alleata di Israele. C'era un rapporto stretto fra la collocazione internazionale della Turchia e il suo regime interno. La Turchia moderna fu plasmata da Mustafa Kemal Atatürk che la volle laica ed "europea".
Una eredità che i militari, vera struttura portante del regime turco (anche nelle fasi in cui vigeva la democrazia parlamentare) difendevano e mantenevano viva. Laicità in politica interna, filo-occidentalismo in politica estera. Poi le cose sono cambiate: la Turchia islamica, quella ridotta al silenzio o quasi sotto Atatürk, si prese la rivincita sconfiggendo o mettendo nell'angolo la Turchia europea. Il partito islamico guidato da Recep Tayyip Erdogan ha, passo dopo passo, smantellato l'eredità di Atatürk, ha messo fuori gioco i militari (e ha dato loro la spallata decisiva dopo il fallito colpo di Stato del 2016), ha ri-islamizzato gran parte della società.
Con la ri-islamizzazione è finito l'occidentalismo turco. Si può discutere se l'Europa abbia o no una qualche responsabilità: il fuoco di sbarramento contro la richiesta della Turchia di entrare nella Unione Europea, sicuramente contribuì a indebolire e umiliare i turchi europei a tutto vantaggio della Turchia islamica. Ma forse la ri-islamizzazione ha cause molteplici e complesse, non è solo responsabilità dell'Europa.
Il primo segno del cambiamento di collocazione internazionale risale al 2003 quando, essendo già al governo il partito islamico, la Turchia, per la prima volta dal dopoguerra, rispose picche a una richiesta degli Stati Uniti, e rifiutò di permettere all'esercito americano di usare le basi in Turchia per colpire l'Iraq di Saddam Hussein.
Ma forse l'anno in cui il cambiamento di collocazione internazionale per effetto del mutamento di regime interno e della ri-islamizzazione in atto della società turca diventò più evidente fu il 2010: l'attacco israeliano a una nave turca che portava ufficialmente aiuti umanitari ai palestinesi (ma, secondo gli israeliani, anche armi) segnalò al mondo che era in atto un rivolgimento delle alleanze. Finiva l'intesa, durata decenni, fra Israele e la Turchia. Il progressivo indebolimento dell'alleanza turca con gli occidentali si sposava (coerentemente) con un cambiamento di fronte dei turchi anche in Medio Oriente. Finiva l'avventura filo-occidentale voluta da Atatürk, cominciava quella neo-ottomana.
Oggi la Turchia gioca su tutti i tavoli possibili. Il fatto di essere tuttora membro della Nato le consente di tenere a bada gli occidentali. Nel frattempo, mantiene stretti rapporti con Putin (con cui pure è rivale nella competizione per la spartizione della Libia). Grazie a tali rapporti può permettersi anche di sfidare (fino ad ora con successo) quella Nato di cui pure è parte.
Come dimostrò quando ruppe la solidarietà atlantica acquistando missili dalla Russia. Grande sponsor, insieme al Qatar, dei Fratelli Musulmani, Erdogan gioca contro Arabia Saudita ed Egitto puntando alla leadership del mondo sunnita. Il che non gli impedisce di trovare punti di contatto e convergenze con l'Iran sciita. Come in questo momento (ma non da oggi) nel sostegno ad Hamas.
Chi pensa che comunque l'azione turca riguardi il solo Medio Oriente e non tocchi l'Europa si sbaglia di grosso. Prima di tutto perché ciò che accade là ha conseguenze qua. L'appoggio turco al radicalismo islamico in Medio Oriente non può non riguardarci. Inoltre, se il Mediterraneo risulterà stabilmente spartito fra turchi e russi, saranno mani diverse da quelle europee (e ostili all'Europa) ad avere il controllo su vitali fonti energetiche nonché sui rubinetti che regolano i flussi migratori.
Ma, per giunta, l'azione turca, e le ambizioni di Erdogan, travalicano i confini mediorientali. Come hanno dimostrato le tensioni fra Turchia e Grecia per il controllo dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Come dimostra anche il massiccio intervento nell'area balcanica dove la Turchia combina investimenti economici e indottrinamento religioso.
E non è ancora tutto. Si pensi al durissimo scontro fra il presidente francese Emmanuel Macron e il dittatore Erdogan. La Turchia, infatti, ci riprova, questa volta con altri mezzi. Per ben due volte (con gli assedi di Vienna del 1529 e del 1683), l'impero ottomano cercò la strada per invadere l'Europa. Ora la Turchia vuole accrescere la sua influenza politica nel Vecchio Continente finanziando moschee che sponsorizzano l'islam più radicale. Per condizionare dall'interno i Paesi europei.
Talvolta, come già si è detto, è la storia, nella sua imprevedibilità, a sciogliere i nodi che gli umani non sanno come affrontare. Magari (chissà?), la Turchia europea, per quanto colpita duramente e indebolita da quella asiatico-islamica, prima o poi risolleverà la testa. Nonostante la "cura" Erdogan, la Turchia resta una società divisa, a cavallo fra Europa e Asia.
Se le due Turchie torneranno a scontrarsi, questo avrà certamente conseguenze e ripercussioni anche sulla politica estera di quel Paese. Forse ne ridimensionerà le ambizioni, forse lo renderà meno aggressivo sia in Medio Oriente che nei confronti dell'Europa. Se tu non puoi cavare le castagne dal fuoco, devi sperare che ci riesca ciò che alcuni chiamano Provvidenza e altri Fortuna.
di Bernarnd Henry-Lévy*
La Repubblica, 20 maggio 2021
È Hamas ad avere trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto e in una rampa di lancio per i missili. La pioggia di obici di mortaio che Hamas ha iniziato a lanciare sulle città israeliane nella notte dell'11 maggio suscita una domanda semplice, che è impossibile non farsi: che cosa pretendeva? che cosa vuole? qual è l'obiettivo della sua guerra?
Di certo non "la fine dell'occupazione israeliana", perché dal 2005 - e il ritiro lo decise Ariel Sharon - non c'è più nemmeno l'ombra di un soldato israeliano a Gaza, di conseguenza non esiste occupazione di sorta, né colonizzazione o disputa territoriale di alcun tipo.
Tenuto conto della guerra fratricida che combattono l'uno contro l'altro da quando Hamas, due anni dopo, ha avuto il sopravvento a forza di seminare il terrore, l'obiettivo dell'organizzazione non è nemmeno di esprimere una qualche forma di "solidarietà" all'Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas, a capo, a Ovest del Giordano, del territorio "fratello", la Cisgiordania.
L'obiettivo non è nemmeno quello di rompere il cosiddetto "blocco", accusato di asfissiare il territorio, poiché:
a) Gaza non ha un'unica frontiera con il resto del mondo, ma due e, nel caso, bisognerebbe tenere d'occhio anche l'Egitto, che sì mette il chiavistello alla sua frontiera Sud;
b) se proprio si vuol parlare di frontiere, la frontiera con Israele è di gran lunga la meno dotata di serrature a tenuta stagna, perché è proprio da lì che passano, ogni giorno e persino in tempo di guerra, non solo acqua, luce e gas, ma anche centinaia di camion che riforniscono di merci, quotidianamente, l'enclave; inoltre, in senso di marcia opposto, viaggiano centinaia di civili palestinesi, che vanno a farsi curare, quotidianamente anche loro, negli ospedali di Tel Aviv;
c) in quanto al blocco dei prodotti che servono a fabbricare materiali militari come quelli che si utilizzano nell'aggressione di questi giorni, basterebbe che finisse l'aggressione e il blocco cesserebbe d'immediato; l'aggressione, invece, non fa che rafforzarlo.
No. Hamas non ha un obiettivo chiaro, quando invece dialogo e impegno potrebbero incarnare un obiettivo in sé. O, per essere più esatti e usare il linguaggio militare prussiano di Clausewitz, "obiettivo" può essere inteso in due modi: in questo caso non esiste uno "Ziel", un obiettivo concreto, razionale, intorno al quale un cessate il fuoco permetterebbe di confrontarsi e di trovare un accordo; esiste invece uno "Zweck", ossia un obiettivo strategico, uno solo, che non è altro se non la riaffermazione dell'odio cieco, implacabile e dichiarato all'"entità sionista", di cui Hamas esige l'annientamento.
Mi faccio anche una seconda domanda molto semplice, che in realtà dovremmo farci ogni volta che vediamo migliaia di manifestanti scendere in piazza a Parigi, Londra o Berlino per "difendere la Palestina". È la morte dei civili palestinesi a ripugnarli? Allora non si capisce perché non aprano bocca quando sono i palestinesi a perseguitare, torturare, mutilare con armi da fuoco, assassinare o attaccare con l'artiglieria pesante altri palestinesi, sospettati di collaborare con Israele o con chissà chi. Hanno davvero cura di appellarsi ai diritti umani in ogni luogo e in ogni circostanza? Ci si stupisce del fatto che, senza dover risalire fino al genocidio dei Tutsi in Ruanda o allo sterminio dei musulmani in Bosnia o nel conflitto del Darfur, non facciano mai sentire la loro voce in difesa degli Uiguri, "fatti fuori" dalla dittatura cinese; dei Rohingya, "invitati a sloggiare" dalla giunta birmana; o dei cristiani della Nigeria, sterminati da Boko Haram o dai gruppi di fulani islamici; e che non aprano bocca nemmeno a proposito delle colossali violazioni dei diritti umani in Afghanistan, in Somalia, nel Burundi, sulle montagne di Nuba, tutti posti che conosco abbastanza bene e dove non sono qualche centinaio ma migliaia, anzi, decine o centinaia di migliaia i civili che muoiono sotto i colpi delle armi da fuoco.
Sono dunque ripugnati dall'indifferenza complice dell'Occidente, che permette i bombardamenti a Gaza, contro una città e contro dei civili musulmani? Allora non si spiega perché non siano scesi in piazza a manifestare la loro solidarietà ai curdi del Kirkuk, aggrediti, nell'ottobre del 2017, dagli squadroni assoldati dai Guardiani della Rivoluzione Islamica dell'Iran; o non si siano mostrati solidali con i civili che, l'anno dopo, furono bombardati a tappeto da Erdogan a Ovest del Rojava; oppure, sia prima che dopo, con le città della Siria bombardate dagli aerei del dittatore arabo Bashar al Assad, che dispiegò attacchi di un'atrocità inaudita, con l'appoggio, anche bellico, di Vladimir Putin.
No. Comunque la si giri o la si volti, non rimane che constatare che in Francia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ci sono tantissime persone che non hanno veramente a cuore né i diritti umani, né le guerre dimenticate e nemmeno i palestinesi, e che si prendono la briga di manifestare solamente quando mobilitarsi consente loro di prendere due piccioni con una fava e gridare, en passant, "morte a Israele" o "morte agli ebrei".
Io, dal canto mio, di fronte a tanto fariseismo non ho mai cambiato giacca, negli ultimi cinquant'anni. Il numero di vittime civili causate da questa guerra assurda, criminale e voluta da Hamas mi sbriciola il cuore, indiscutibilmente. E pur essendo piuttosto recenti le loro rivendicazioni a livello di nazione e anche se mi dispiace che i loro dirigenti politici non abbiano usato i cospicui aiuti e le sovvenzioni economiche internazionali degli anni scorsi per creare anche solo l'abbozzo di un'amministrazione degna di questo nome, ritengo che i palestinesi abbiano diritto a uno Stato.
Ma non a uno Stato basato sulla tirannia. Non a uno Stato assassino che prende in ostaggio il proprio popolo, lo costringe a vivere in una prigione a cielo aperto e, ogni tre o quattro anni, quando il suo assetto politico vacilla, manda al sacrificio un contingente di scudi umani per poi ostentarne il martirio e lavare l'immagine della propria legittimità perduta.
Infine, non a uno Stato la cui essenza è servire da rampa di lancio ai missili che puntano a distruggere Israele.
*Traduzione di Monica Rita Bedana
di Katia Poneti
Il Manifesto, 19 maggio 2021
Le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) sono strutture ad alta intensità terapeutica, ispirate al principio della recovery, all'idea di recuperare quanto più possibile le capacità della persona con patologia psichiatrica che ha commesso un reato, con l'obiettivo del suo reinserimento sociale.
di Angela Stella
Il Riformista, 19 maggio 2021
Paletti rigidi per i benefici, parere obbligatorio dell'antimafia e tutte le decisioni affidate al tribunale di sorveglianza di Roma. Nessun accenno alla rieducazione. La pdl "contro le mafie" apre la strada a un nuovo fine pena mai.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 maggio 2021
Dopo le decisioni su permessi premio e liberazione condizionale per i mafiosi non pentiti, i grillini presentano una proposta. E a Cartabia dicono: "Ci sono punti di distanza sulla riforma, ma senza scendere in piazza chiedendo referendum, il Movimento si siederà al tavolo cercando una sintesi". Rompe il prolungato silenzio sulla giustizia l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. E lo fa su un tema delicatissimo come l'ergastolo ostativo: "Non possiamo permetterci che l'impianto normativo fortemente voluto da Giovanni Falcone e da Paolo Borsellino per contrastare l'azione delle mafie venga gravemente indebolito.
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