di Gennaro Santoro
openmigration.org, 19 maggio 2021
Assenza totale di attività, sostegno sanitario e standard abitativi e igienico-sanitari insufficienti, mancanza di trasparenza nel negato accesso a giornalisti e società civile. La situazione dei CPR, tratteggiata dal Garante nazionale delle persone private della libertà personale nel suo nuovo rapporto, racconta di un sistema inefficace e che viola i diritti umani di persone che perdono la propria identità per essere ridotte a corpo da trattenere e confinare.
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha da poco pubblicato il Rapporto sulle visite effettuate nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) nel corso degli anni 2019 e 2020. Il quadro restituito dalle 44 pagine che compongono il dossier è desolante: minori detenuti, bagni senza porte e totale assenza di privacy, docce o servizi igienici non funzionanti e maleodoranti, ozio totale per assenza di attività, polizia sistematicamente presente durante le visite mediche e tanti eventi critici (5 morti nel solo 2020).
Il rapporto si compone di una prima parte introduttiva con raccomandazioni di carattere generale per poi dedicarsi alle singole visite in tutti i CPR presenti sul territorio nazionale (Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta, Trapani, Gradisca d'Isonzo, Macomer, Milano) rispetto ai quali l'Ombudsman offre approfondimenti tematici relativi alle condizioni materiali di detenzione, alla tutela della salute, alla qualità della vita detentiva, alla libertà di comunicazione, alla sicurezza e all'ordine, all'isolamento, all'accertamento dell'età dei presunti minori, alla tutela dei diritti e ai registri (ad es. quello relativo agli eventi critici, del tutto assente nei CPR).
Il Garante riporta casi concreti riscontrati durante le visite in quelli che definisce "involucri vuoti", per sottolinearne la totale assenza di attività e far capire la necessità di un intervento normativo complessivo che compiutamente disciplini la vita detentiva. La necessità, ancora, di assicurare in concreto adeguati standard igienico-sanitari e abitativi (come da ultimo stabilito nel decreto Lamorgese), l'accesso a cure adeguate e ad una pronta e approfondita verifica di idoneità alla vita in comunità ristretta. Casi concreti, come quello relativo al decesso di due giovani nel 2020: A.E. a Caltanissetta, ed E.V., a Gradisca d'Isonzo. In entrambi i casi i giovani erano stati colti da malori e avevano richiesto l'intervento di un sanitario. Le cure prestate all'interno dei centri non sono state sufficienti ed entrambi sono morti. Il Garante osserva saggiamente che, al di là degli esiti dei procedimenti penali relativi ai singoli casi, ciò che manca è un raccordo con il Sistema Sanitario nazionale e, all'interno degli istituti, l'assenza di locali di osservazione sanitaria adeguati, per evitare di continuare a trattenere nei settori detentivi, privi dell'assidua supervisione e assistenza sanitaria, persone che chiedono o necessitano di un intervento medico immediato.
"Manifestazioni di protesta, ribellioni e danneggiamenti alle strutture si sono succeduti senza sosta; inoltre, mai come in passato, si è verificato un numero così elevato di eventi tragici (...) Appare difficile non considerare tale serie di eventi infausti quantomeno il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche, non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia".
Ma il rapporto non si limita a denunciare soltanto gli eventi critici e l'inefficienza dell'assistenza sanitaria, spingendosi a ribadire - come già fatto dal Garante Mauro Palma in altre occasioni - l'assenza di ragionevolezza e proporzionalità nel detenere per rimpatriare quando, da oltre 20 anni, si continua ad avere una media di rimpatri delle persone trattenute al di sotto del 50%. Assenza di legalità nel detenere, durante la pandemia, allorquando le frontiere erano chiuse e impossibile il rimpatrio, come ampiamente denunciato anche dalla CILD nel rapporto Detenzione migrante ai tempi del Covid.
Il rapporto prosegue poi denunciando il totale isolamento di queste strutture dove alla società civile (ONG e giornalisti) non è consentito l'accesso. "Le visite realizzate - si legge - hanno confermato la sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa, generalmente chiuse al mondo dell'informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell'emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle Prefetture le richieste di accesso". E dove ai trattenuti sono sequestrati i cellulari impedendo di fatto - ancor di più drammaticamente durante la pandemia - di poter conferire con i propri difensori e familiari. Insomma, un rapporto che tratteggia l'anatomia di un fallimento di una carcerazione senza pena, dove per un mero illecito amministrativo si finisce rinchiusi in "involucri vuoti"; dove non vi è un magistrato di sorveglianza che vigila sul rispetto della dignità umana (come avviene in carcere); dove il sistema sanitario viene delegato a soggetti privati (ente gestore) in luoghi insalubri e dove non vi è nulla aldilà dell'ozio e degli eventi critici.
Dove in definitiva il migrante è trattato come hostis, come nemico pubblico, ci dice in premessa il Garante. Come se "l'individuo smettesse di essere persona con una propria totalità umana da preservare nella sua intrinseca dignità, dimensione sociale, culturale relazionale e religiosa per essere ridotta esclusivamente a corpo da trattenere e confinare".
Insomma, un rapporto da leggere e dal quale il Governo ed il Parlamento dovrebbero trarre conclusioni per finalmente implementare alternative alla detenzione e all'irregolarità, come sostenuto anche da tanti attori della società civile (vedi in ultimo il progetto pilota finanziato da Epim "Alternative alla detenzione: verso una gestione più efficace e umana della migrazione").
La riduzione, se non il superamento, del trattenimento in questi "involucri vuoti", come li ha definiti il Garante è ormai improcrastinabile. Il fallimento, in termini di efficienza e, ancor prima, in termini di rispetto dei diritti umani è ormai sotto gli occhi di tutti e non ha senso continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 19 maggio 2021
Il 5 aprile Abdulrahman al-Sadhan, un dipendente saudita della Mezzaluna Rossa di 37 anni, è stato condannato dal Tribunale penale specializzato a 20 anni di carcere che dovranno essere seguiti da un divieto di viaggio all'estero per altri 20 anni. Arrestato nel 2018, al-Sadhan è stato vittima di sparizione forzata per quasi due anni. Dopo un ulteriore periodo di detenzione preventiva, il 3 marzo è comparso di fronte al tribunale speciale che si occupa di terrorismo, che al termine di un processo farsesco lo ha condannato per finanziamento del terrorismo, sostegno a un'entità terrorista, offesa a istituzioni e funzionari dello stato e diffusione di notizie false su questi ultimi.
Le prove? Duecento pagine di tweet spesso satirici su temi politici e di giustizia sociale, estratti da un account anonimo attribuito ad al-Sadhan, seguite da due paginette di "confessioni", estorte secondo i suoi familiari sotto tortura. Qui l'appello di Amnesty International per chiedere il rilascio dell'ennesimo dissidente finito in carcere in Arabia Saudita.: https://www.amnesty.it/appelli/arabia-saudita-condannato-a-20-anni-di-carcere-per-un-tweet/.
Ristretti Orizzonti, 19 maggio 2021
L'associazione "Verso Itaca APS" con la "Casa Circondariale San Vittore" propone un video che sintetizza l'attività del progetto "Il carcere come quartiere della città" sostenuto da Fondazione Cariplo dove l'Istituto penitenziario che poggia sul cuore di Milano viene narrato attraverso la sensibilità della fotografa Margherita Lazzati con la collaborazione della Galleria L'Affiche e con le parole di 54 operatori penitenziari, persone detenute, volontari, insegnanti, il medico, il cappellano, il Garante... raccolte da un gruppo di biografi volontari.
Il senso di questo progetto è quello di raccontare i luoghi e l'umanità di un carcere a cui è legata tanta storia del nostro Paese, di rintracciare i fili che uniscono persone provenienti da culture, geografie e storie molto differenti con la speranza che possano riscoprire relazioni positive anche in un luogo di sofferenza come è indubbiamente il carcere.
Il link al video: https://www.youtube.com/watch?v=2sDoy3-go5w&t=547s
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 maggio 2021
In soli tre mesi, nel 2021, le autorità hanno impedito illegalmente a 2.162 uomini, donne e bambini di cercare protezione. È ciò che emerge da un nuovo rapporto dal nome "Responsabilità respinte: violazioni dei diritti umani come trattamento di benvenuto alle frontiere europee" e redatto da sette organizzazioni, tra le quali l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), le quali hanno raccolto le testimonianze di migliaia di respingimenti illegali di migranti e rifugiati che cercavano di attraversare i confini dell'Europa.
I casi di respingimenti illegali sono stati registrati da gennaio ad aprile in diversi valichi di frontiera in Italia, Grecia, Serbia, Bosnia- Erzegovina, Ungheria e Macedonia del Nord. Più di un terzo dei respingimenti documentati ha comportato abusi fisici e aggressioni, furti, estorsioni e distruzione di beni personali, per mano delle polizie di frontiera e delle forze dell'ordine nonché violazioni di diritti come quello di accesso alla procedura di asilo. "Il quadro agghiacciante che emerge da questo report ci palesa ancora una volta le dimensioni e le atroci conseguenze dei respingimenti alle frontiere. Appare chiaro quanto sia urgente fare luce sulle procedure attuate tanto più se, come spesso accade e come nel caso affrontato di recente dal Tribunale di Roma, i respingimenti non sono agevolmente contestabili e perseguibili in giudizio perché attuati senza la consegna agli interessati di provvedimenti scritti dunque in totale assenza di prove formali", spiega Caterina Bove dell'Asgi.
Inoltre il rapporto documenta 176 casi dei cosiddetti "respingimenti a catena" in cui i rifugiati e i migranti sono stati forzatamente inviati attraverso più frontiere tramite una cooperazione informale tra gli Stati per aggirare la loro responsabilità e spingere gruppi indesiderati fuori dall'Ue. Questo potrebbe essere avvenuto dall'Italia o dall'Austria passando per paesi come la Slovenia e la Croazia fino a un terzo paese come la Bosnia- Erzegovina. "È estremamente preoccupante vedere che così tante persone subiscono respingimenti e violenze alla frontiera. È evidente che gli Stati devono fermare la violenza e queste pratiche illegali, e i responsabili devono essere ritenuti responsabili", dice Charlotte Slente, segretaria generale del consiglio danese per i rifugiati, una delle sette organizzazioni che hanno redatto il rapporto.
Secondo il rapporto, per monitorare il rispetto dei diritti, è essenziale istituire meccanismi nazionali indipendenti per monitorare le frontiere e avviare automaticamente le indagini una volta che le prove vengono raccolte dal meccanismo o gli vengono riferite. Questo sarebbe uno strumento per ritenere i colpevoli responsabili, porre fine all'impunità e garantire l'accesso alla giustizia. A tal fine, si sottolinea nel rapporto, non c'è bisogno di "reinventare la ruota", poiché esistono già molti meccanismi di monitoraggio. "È tuttavia necessario che il meccanismo possa eseguire efficacemente il suo mandato e che le sue conclusioni siano rispettate e attuate", concludono nel rapporto le organizzazioni, che hanno avviato questa azione congiunta denominata Protecting Rights at Borders (Prab) Initiative, unendo le proprie forze per promuovere la tutela dei diritti umani lungo le frontiere europee.
Il rapporto "Responsabilità respinte: violazioni dei diritti umani come trattamento di benvenuto alle frontiere europee" si basa sui dati relativi alla limitazione illegale all'accesso alla protezione lungo i confini dell'Europa, raccolti sistematicamente e analizzati accanto alla previsione di rimedi legali per le persone coinvolte. Si stima che il rapporto riveli solo la punta dell'iceberg. In molti luoghi lungo le rotte monitorate, alle Ong viene impedito di documentare la portata delle pratiche illegali. Altre sfide sono rappresentate dal fatto che le persone temono ripercussioni sul loro status o che viene loro impedito di proseguire il viaggio. Ricorrere ai respingimenti come mezzo per proteggere le frontiere degli Stati è illegale. Gli Stati hanno l'obbligo, secondo la Dichiarazione universale dei diritti umani e la Convenzione europea dei diritti umani, di assicurare che le persone possano effettivamente chiedere asilo e di rispettare il principio di non respingimento. Gli Stati hanno inoltre, secondo gli stessi ordinamenti giuridici, il divieto di effettuare espulsioni collettive e l'obbligo di trattare ogni persona con dignità umana.
di Marco Bascetta
Il Manifesto, 19 maggio 2021
La pandemia ha sfondato diversi solidi muri come il tabù europeo del rapporto tra deficit e Pil. A tempo determinato e a precise condizioni, come non si stancano comunque di ricordare i guardiani momentaneamente in difficoltà dell'ortodossia finanziaria. Ma sul fronte dei brevetti, quelli farmacologici in particolare, e dunque sul terreno che riguarda più direttamente e immediatamente gli effetti della pandemia, l'Unione europea e gran parte degli stati che la compongono non hanno mosso un passo, quando non esercitato una ferma resistenza.
Nemmeno in quella logica dell'emergenza che ha determinato la prudente apertura del presidente americano Biden alla sospensione temporanea dei diritti di proprietà che gravano sulla produzione dei vaccini tagliando fuori vaste aree del mondo dalla protezione contro il Coronavirus. "Nessun profitto sulla Pandemia" proclama il mondo cattolico italiano per bocca di Romano Prodi, anche se di profitti sulla pandemia ne sono stati già fatti a iosa e se ne continuano a fare. Ma non sono tanto i profitti da realizzare oggi sul mercato dei vaccini la principale posta in gioco quanto l'intangibilità della proprietà intellettuale il cui sistema difensivo non può presentare alcuna crepa, alcun varco, sia pure condizionato e temporaneo.
E questo essenzialmente per due ragioni: la prima è che la proprietà intellettuale, ovverosia l'appropriazione dei risultati della scienza, delle sue metodologie e dei suoi strumenti costituisce non solo il futuro della proprietà privata, ma già oggi la sua forma più decisiva e potente. Basti vedere come le multinazionali farmaceutiche hanno potuto ricattare stati e governi manovrando il rubinetto delle forniture di vaccini, trasformando le inadempienze in posizioni di forza. Inoltre, in un contesto che promette il frequente ripetersi di crisi globali i padroni delle conoscenze capaci di fronteggiarle non possono consentire che queste comportino sospensioni dei loro diritti proprietari. Le catastrofi devono restare buoni affari.
La seconda ragione risiede nella espansione piuttosto recente e nella discutibile legittimità della proprietà intellettuale tendenzialmente senza limiti (era ancora decisamente circoscritta fino al primo Novecento) in rapporto ai bisogni della collettività. Fino a non troppi decenni fa un ricercatore che avesse individuato un elemento ancora ignoto esistente in natura, avrebbe potuto brevettare il metodo utilizzato per isolare e depurare la sostanza, ma non la sostanza stessa. A titolo di esempio Jeremy Rifkin riferiva anni fa del rifiuto di brevettare il tungsteno opposto a un gruppo di scienziati dal Patent and Trademark Office degli Stati uniti nel 1928.
Meno di 60 anni dopo lo stesso ufficio dichiarava brevettabili le componenti di organismi biologici a favore di "chiunque ne isoli per primo le proprietà, ne descriva le funzioni e ne individui applicazioni commerciali utili". A partire dalla fine degli anni Settanta la sfera della proprietà intellettuale si è estesa a dismisura, includendo non solo elementi biologici, ma anche l'insieme delle acquisizioni scientifiche conseguite attraverso una cooperazione in larga misura estranea agli investimenti privati.
Il modello del copyright si è esteso sia in senso temporale (prolungamento costante della durata dei diritti d'autore e di sfruttamento dei brevetti) sia includendo ambiti immateriali da sempre oggetto di libera fruizione. Per fare un esempio italiano il diritto proprietario dello stato non solo sulla consistenza fisica, ma anche sull'immagine stessa del patrimonio storico-culturale che amministra (legge Ronchey). La conversione aziendale dello stato, e soprattutto delle università e degli istituti di ricerca, si è esercitata in larga misura sul terreno della proprietà intellettuale nella forma della produzione e cessione di sapere in favore delle imprese private.
Come è noto, l'argomento principe in difesa di questo assetto è che la ricerca e lo sviluppo di nuove conoscenze non avrebbero luogo se non garantissero cospicui profitti. Una banalità tutta interna alla convinzione che non si dia sviluppo senza accumulazione del capitale, puntualmente ripresa dalle grandi imprese farmaceutiche anche nell'attuale crisi pandemica. Di contro è evidente che un processo della conoscenza, gravato di dazi e gabelle, interamente dipendente da una molteplicità di interessi proprietari che ostacolano la circolazione delle acquisizioni scientifiche ne subisca pesantemente il condizionamento.
È inevitabile che la mercificazione del sapere ne delimiti i contorni, ne determini la struttura e gli obiettivi e dunque le esclusioni. Questo è lo sfondo della battaglia in corso intorno alla licenza obbligatoria per la produzione di vaccini, laddove la difesa della proprietà intellettuale si scontra con la consapevolezza che l'esclusione di vaste aree del pianeta dall'accesso ai vaccini e ai farmaci contro il Coronavirus non solo ne decimerebbe le popolazioni, ma non metterebbe concretamente fine alla pandemia.
La risposta, buona a salvaguardare il mercato ma non la certezza dei risultati né l'autonomia dei beneficiari, è una vasta azione di aiuto internazionale che, una volta raggiunto il volume sufficiente di produzione dei vaccini, ne possa destinare una certa quota ai paesi poveri. La crisi sanitaria globale e la guerra dei vaccini dovrebbero invece rappresentare l'occasione per mettere in discussione il regime della proprietà intellettuale e gli accordi internazionali che lo hanno configurato.
di Carlo Galli
La Repubblica, 19 maggio 2021
Dopo il governo e i partiti sono chiamati in causa anche i cittadini. L'Italia riapre, riparte. Con universale soddisfazione, la "medicinale prigionia", durata più di un anno, si allenta. Ma non si è arrivati linearmente a questo risultato, né il futuro che si dischiude è privo di problemi. Il concetto centrale, per la comprensione della fase, è "responsabilità". Che implica una risposta a una domanda, a un dilemma. Il governo Draghi quando si è assunto la responsabilità della graduale riapertura, il "rischio calcolato", ha onorato l'essenza del proprio mandato: portare l'Italia fuori dal Covid, con tutte le strategie securitarie e immunitarie disponibili, attraverso una momentanea sospensione del conflitto politico.
Alla responsabilità del governo - usare la propria autorità senza commettere errori nel decidere il dilemma fra vita e sviluppo, fra salute ed economia - doveva corrispondere una responsabilità dei partiti, che da un lato dovevano farsi garanti dell'azione governativa, apportandovi l'indispensabile consenso, e dall'altro dovevano astenersi dall'enfatizzare le ragioni della contrapposizione; che in sé è del tutto fisiologica in una democrazia, soprattutto nel momento in cui grazie al Recovery Fund si reimposta (o almeno ci si prova) la struttura e l'orientamento del Paese, ma che non può sovrapporsi alle operazioni di salvataggio. Quindi, la responsabilità davanti alla quale si sono trovati i partiti non è stata tanto quella di collocarsi al governo o all'opposizione, ma di contemperare le ragioni, ora impellenti, dell'unità, con quelle, altrettanto essenziali ma nel breve periodo rinviabili, della dialettica politica.
Dire che questa responsabilità è stata piena e convinta sarebbe improprio: le dispute fra i partiti, le prese di distanze dal governo, le reciproche recriminazioni, non sono certo mancate. Ma una rottura della maggioranza non dovrebbe essere all'ordine del giorno: per ora è nell'interesse di tutti farne parte, per quanto il semestre bianco, ormai in arrivo, possa costituire una tentazione per forzature, rese dei conti, riposizionamenti in chiave pre-elettorale. Se non sulla responsabilità, si è potuto contare, finora, sul calcolo dell'utilità - perfino da parte di chi, fuori dal governo, esercita un'opposizione "patriottica". Auguriamoci che i partiti non sbaglino calcoli nei prossimi mesi - per l'ingordigia di alcuni, per il panico di altri.
Un ostacolo all'esercizio della responsabilità da parte dei partiti sta nel fatto che - deboli come sono - si sentono in dovere di interpretare, con disinvoltura, le istanze contrapposte che, legittimamente, sono espresse da vari settori della società: così, si è aperta una contesa tra i fautori di un'euforica bulimia aperturista e chi invece è stato fatto apparire favorevole a una penitenziale quaresima chiusurista - ciascuna fazione dispone di virologi ed epidemiologi di riferimento. L'ora del coprifuoco è divenuta una linea del Piave, il colore delle Regioni una bandiera identitaria, la mascherina un'appartenenza politica (o generazionale); e se le tesi no-vax non hanno trovato un'esplicita sponda politica, certo la contrapposizione fra destra e sinistra si è arricchita di una nuova sfumatura: l'enfatizzazione o la minimizzazione dei rischi del contagio (o del vaccino), la propensione più o meno accentuata al rispetto delle norme.
E qui si giunge al terzo livello di responsabilità, quella dei cittadini. A questi, e alle Regioni, si chiede fortemente, da parte del generale Figliuolo, un ultimo sforzo per completare l'immunizzazione delle persone over 60. Il che significa che, complessivamente, agli italiani non si chiedono sacrifici e rinunce: si tratta piuttosto di rispondere alla domanda se valga più il godimento incontrollato della libertà, anche al di là delle poche misure ormai rimaste in vigore, con i rischi connessi, o se non sia meglio affrontare un'ultima fatica per approdare a una stabile normalità - che, appunto, si nutre di norme, non di arbitrio. Si tratta in un certo senso di scegliere fra il presente e il futuro.
Così, se al governo è toccato l'uso responsabile della propria autorità, se ai partiti si chiede il calcolo responsabile delle rispettive utilità, ai cittadini è demandato l'esercizio responsabile della libertà. Con una parola un po' fuori moda nell'epoca dei diritti, eppure solennemente presente nella Costituzione, ciascuno è ancora chiamato - nel declino del Covid, nel dopo-Covid - alla serietà di un dovere verso il Paese.
di Renato Franco
Corriere della Sera, 19 maggio 2021
Il documentario di Giulia Minoli ed Emanuela Giordano in onda domenica su Rai 1. Un progetto partito dal teatro 10 anni fa che oggi diventa un documentario e approda in tv: Se dicessimo la verità di Giulia Minoli ed Emanuela Giordano è un viaggio nella legalità, tra le voci di chi ha il coraggio di denunciare la 'ndrangheta: i magistrati che indagano, gli insegnanti che si impegnano in prima persona, i giornalisti che nonostante le minacce non si tirano indietro, i parenti delle vittime che non gettano la spugna, gli imprenditori che denunciano, le associazioni e le imprese che si uniscono e propongono nuove forme di imprenditoria.
"La 'ndrangheta è la più sconosciuta ma la più potente di tutte le mafie - spiega Giulia Minoli -. L'obiettivo di questo progetto è capire cosa si può fare per reagire a questo colpevole torpore, a questa rimozione di massa che elude il problema della criminalità organizzata, un rifiuto collettivo che riguarda istituzioni e cittadini".
La voce narrante, il punto di vista e lo sguardo che si ferma sui luoghi e le persone, è di un gruppo di giovani attori e formatori che, da dieci anni, si occupa di attività legate al contrasto alla criminalità organizzata. Fanno domande, ascoltano, elaborano in una narrazione che diventa corale, motivata e coinvolta.
"È corale perché il contrasto alla criminalità organizzata deve partire da una consapevolezza di gruppo. L'individuo (giornalista, cittadino comune, magistrato o amministratore che sia) se lasciato solo, diviene vittima designata del potere criminale. Cinquant'anni di storia ci insegnano che solo la "comunità", solo una rete sociale ricca articolata e consapevole, può costituire un deterrente valido contro le mafie".
In onda domenica su Rai 1 nello Speciale Tg1 delle 23.30, Se dicessimo la verità - una coproduzione JMovie e Lux Vide in collaborazione con Rai Cinema - parte dalla Calabria e continua il viaggio da Vienna a Copenaghen, da Malta ad Amsterdam, e accende una luce su un fenomeno "rimasto confinato a dinamiche sociali e ad archetipi che fanno parte del passato: la 'ndrangheta ha pochissimi pentiti, il patto di sangue è fortissimo, per questo riesce a non far parlare di sé. E poi si muove nel terreno degli affari, è mimetizzata nella zona grigia che coinvolge avvocati e commercialisti, non aggredisce l'impresa, ma piuttosto le tende una mano, si offre come interlocutore disponibile, veloce e con i soldi in tasca. Sono persone difficili da riconoscere. Questo film è l'occasione di sviluppare gli anticorpi all'indifferenza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 maggio 2021
Primo firmatario Riccardo Magi di +Europa, sostenuta da un manifesto-appello indirizzato alla società civile. C'è sul tavolo una proposta di legge, primo firmatario Riccardo Magi di +Europa, che si prefigge di cancellare il Codice Rocco relativo ai "Folli rei".
In sostanza si tratta di completare la legge 81 che ha abolito gli ospedali psichiatrici giudiziari, ma che non ha intaccato il sistema del "doppio binario": quello che riserva agli autori di reato - se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale - un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini. Una carenza che non ha reciso la logica sottesa al trattamento dei "folli rei".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 maggio 2021
Il 26 maggio sarà esaminata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Gip di Tivoli sulla competenza delle Rems che potrebbe passare dal ministero della Salute a quello della Giustizia. C'è il rischio di un ritorno alla logica manicomiale? Il 26 maggio la Consulta dovrà esaminare la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Gip di Tivoli con l'ordinanza dell'11 maggio dello scorso anno.
gnewsonline.it, 18 maggio 2021
È ricordando Giovanni Falcone che la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha esordito nel suo intervento durante la commemorazione della 30esima sessione della Commissione per la prevenzione della criminalità e la giustizia penale (Unodc) riunitasi ieri mattina a Vienna.
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