di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2021
I lavori della Commissione ministeriale sono stati prorogati al prossimo 21 luglio. Presto in Cdm gli emendamenti la riforma del processo penale. Prima dell'estate la riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Si allungano i tempi della Commissione ministeriale sulla magistratura onoraria. È stato infatti prorogato al prossimo 21 luglio il termine dei lavori a causa della "necessità di approfondire a livello tecnico trattamento e prospettive previdenziali del personale con una indispensabile interlocuzione con Inps e Ministero del Lavoro". La Commissione, con una nota firmata dal Presidente Claudio Castelli, rende noto che è comunque in corso "una interlocuzione con tutte le (numerose) associazioni sindacali e culturali di categoria". E che i lavori procedono "serrati e spediti e sono già approdati ad ipotesi di lavoro in fase di verifica". Infine, la Commissione auspica di non utilizzare "tutto il tempo della proroga giungendo al risultato richiesto prima della nuova scadenza".
A stretto giro la replica della Consulta della magistratura onoraria che in una lettera indirizzata alla Ministra Cartabia sottolinea le "gravissime problematiche che gravano su oltre 4.700 suoi componenti, divenute drammatiche a seguito della pandemia". La Consulta ricorda che la Commissione sta ormai lavorando dal 7 maggio scorso e che la notizia del differimento dei lavori ha provocato "sconcerto in tutta la categoria".
In particolare preoccupa la possibilità di una "proroga dello stato attuale di servizio, a cottimo e senza tutele". Secondo le toghe infatti non si comprendono le ragioni del rinvio considerato che la sentenza UX della Cgue, per un verso, quelle della Corte Costituzionale n. 267/2020 e n. 41/2021, per l'altro, hanno reso ormai "acclarata" la condizione giuridica dei magistrati onorari. Ragion per cui viene chiesto un "intervento di urgenza" per evitare di arrivare impreparati alla scadenza di agosto che se non scongiurata porterà ad uno scenario "fortemente lesivo dei diritti fondamentali dei magistrati onorari e dei cittadini, utenti del servizio giustizia, ciò sia nel caso di proroga dell'entrata in vigore della c.d. riforma Orlando sia in caso di sua entrata in vigore". Secondo gli onorari infatti non c'è spazio per una proroga della entrata in vigore del regime previsto dal Dlgs. 116/2017, "a meno di incorrere nella procedura di infrazione".
"Analogamente e paradossalmente - aggiungono - l'entrata in vigore del Dlgs 116/2017, senza la pronta riforma su cui sta lavorando la Commissione ministeriale, darà comunque adito a responsabilità erariale di chi non ha inteso l'urgenza di provvedere per evitare la perdita dei fondi del Recovery Plan". Inoltre, prosegue la lettera firmata da Maria Flora Di Giovanni, presidente Unagipa, il reclutamento di giovani risorse per l'Ufficio per il processo, con un investimento di oltre 2 miliardi nel PNRR, "risulterà completamente vano se contemporaneamente si elimina o riduce l'apporto di chi è abilitato da anni, accanto alla magistratura professionale, a decidere".
Mentre il mantenimento dello status quo, sia per effetto della proroga dell'entrata in vigore del Dlgs 116/2017 sia con la sua piena attuazione, "comporterà il perdurare della situazione di irregolarità previdenziale, contributiva e assistenziale dei magistrati onorari in servizio", qualificabili come "lavoratori" per il diritto dell'Unione, ingenerando un "incontenibile florilegio di controversie giudiziarie ed astensioni". Sul fonte delle altre riforme, nella giornata di ieri, intervenendo al convegno "Giovani per la Giustizia" all'Università Roma tre, la Ministra ha reso noto che "A breve, a brevissimo, ci saranno gli emendamenti alla riforma del processo penale". "Poi - ha aggiunto - seguiranno quelli su riforma del Consiglio superiore della magistratura e dell'ordinamento giudiziario, prima dell'estate".
di Giuseppe Rossodivita
Il Riformista, 26 giugno 2021
Il 22 giugno l'assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, grazie alla tenacia di Matteo Angioli, del Sen. Roberto Rampi (Pd) e di Andrè Gattolin - vicepresidente del Consiglio Generale il primo e consiglieri generali del Partito Radicale gli ultimi due - ha approvato una risoluzione che cristallizza il "diritto alla conoscenza" come diritto umano fondamentale. Una delle due battaglie alle quali Marco Pannella ha dedicato gli ultimi anni della sua vita. L'altra era quella, più antica, per ottenere una "giustizia giusta". Cosa c'entra il diritto alla conoscenza con i referendum sulla giustizia promossi dal Partito Radicale e dalla Lega? C'entra eccome.
Per gli addetti ai lavori il sistema di (auto)governo della magistratura era faccenda nota. La politica sapeva come funzionava (e funziona) e ha cercato, per timore e per convenienza, con alterne fortune, di entrarci in contatto, di ricavarsi strapuntini di impunità o occasioni di aggressione all'avversario di turno. Il quarto potere, quello dei media, tanto ne conosceva i meccanismi che lo ha sostenuto e fatto crescere nel tempo, nascondendolo agli occhi dell'opinione pubblica, anche in questo caso per timore, per ricavarsi strapuntini di impunità o di privilegi sul versante delle inchieste da sparare in prima pagina con il mostro di turno. La magistratura non allineata pure ne era perfettamente a conoscenza, così come l'avvocatura, ma di rivolte non se ne sono viste in tanti anni, meglio conviverci, fare spallucce, bofonchiare qualcosa, purché sottovoce e farsi amico qualche potente, tanto questo è il paese di "io speriamo che me la cavo". Ebbri di questo immenso potere di condizionamento di tutta la vita democratica del Paese, i nostri hanno commesso un errore, come tutti gli errori determinati dalla eccessiva consapevolezza di sé stessi.
Quando sono uscite le chat e le intercettazioni di Luca Palamara, i tenutari del potere dentro la magistratura hanno pensato di agire more solito: un paio di importanti giornali nazionali amici pronti a mettere all'angolo "il cattivo" di turno eletto a capro espiatorio di tutti i peccati; i Tg della concessionaria del servizio pubblico in ordinata scia; un paio di processi disciplinari lampo per Anm e Csm, senza dar la parola a 133 testi chiesti dalla difesa con conseguente espulsione "della causa di tutti mali" da Anm e Csm. Partita chiusa e si torna a fare come prima senza doverne mai rispondere a chicchessia. Qualcosa è andato storto, però, perché se da un lato era evidente a tutti che Palamara non è che chattava o parlava da solo, dall'altro è stata anche evidente l'opera di copertura ed insabbiamento delle responsabilità di una intera categoria: la classe dirigente interna alla magistratura, con i suoi metodi di selezione. Ed è la classe dirigente più potente del Paese.
Fatto di tanta imbarazzante evidenza che è deflagrato non appena Palamara ha annunciato, dalla sede del Partito Radicale, di volersi mettere a disposizione per raccontare come sono andate le cose per tanti anni, nelle segrete stanze (e nei sottoscala) del Csm e dell'Anm. E i racconti del libro Il Sistema - al di là delle singole vicende e dei personaggi coinvolti che il grande pubblico neanche conosce - hanno profondamente indignato l'opinione pubblica. Una parte della stampa ha capito che dietro l'inaspettato successo editoriale - un libro che il Segretario del Pr Maurizio Turco ha definito uno strumento di lotta politica - c'era e c'è la volontà dell'opinione pubblica di conoscere e di sapere come funziona quel mondo dal quale escono indagini e sentenze che possono distruggere la vita delle persone, di conoscere quel mondo che, da tangentopoli in poi, gli era stato raccontato come un mondo di eroi senza macchia e senza paura, che a colpi di inchieste e di arresti, stava "smontando" l'Italia (Governi, Regioni, Comuni) dell'illegalità e dell'immoralità.
Si è aperto così un varco di conoscenza e di indignazione che ha scompaginato vecchi equilibri determinando, a valanga, altri racconti: quello di Storari e quello di Davigo, quello del senatore Morra e quello di Ardita e via elencando. E il potere della conoscenza, quando viene consentita, si è dimostrato quello di una bomba atomica, che ha portato ai minimi termini la credibilità dell'intero sistema della giustizia italiana. Lo stesso Salvini, pronto ad intercettare gli umori dell'opinione pubblica, ha scritto sui suoi social, insieme a Giulia Bongiorno, che il racconto di Palamara ha consentito alla gente e alla Lega di rendersi conto dell'urgenza delle riforme. Ed è un dato di fatto che un anno fa i referendum non sarebbe stato possibile convocarli: non c'erano le condizioni e la stessa Lega, un anno fa, non ci sarebbe stata.
Oggi si registra invece una amplissima convergenza di forze politiche e sociali. Ed è per questo che oggi la classe dirigente dell'autogoverno della magistratura è terrorizzata dai referendum: ha ragione, ha fallito e farebbe bene a farsi da parte lasciando spazio alle nuove leve, nell'interesse del Paese e della Giustizia. La ministra Marta Cartabia è lacerata dalla domanda che gli viene posta più frequentemente di questi tempi: "Ministra, come facciamo a tornare ad avere fiducia nella Giustizia in Italia?". Per Piero Calamandrei, il giudice era colui che nell'unica trattoria del paese, siede da solo all'ultimo tavolo, con sua unica commensale la sua indipendenza. Quanto è distante questa figura anelata da Calamandrei con lo spettacolo penoso che finalmente l'opinione pubblica ha potuto conoscere? Il patto sociale sulla giustizia è venuto meno, si è sgretolato. Perché mai il cittadino messo sotto processo dallo Stato dovrebbe accettare sentenze pronunciate da persone a cui non viene più riconosciuta quella autorevolezza del giudice austero e rigoroso di Calamandrei o del giudice che soffre il potere di togliere la libertà di Sciascia, piuttosto che goderne ed abusarne? Se c'è una cosa che gli italiani non perdonano è quella di essere giudicati da chierici che predicano bene e razzolano male, almeno quanto quelli che condannano riservandosi per loro solo autoassoluzioni.
Cosa c'entrano i referendum con queste riflessioni? Cosa c'entra l'abrogazione di quelle norme che impediscono di citare a giudizio il giudice in caso di danni cagionati nell'esercizio delle funzioni o l'abrogazione delle norme che consentono ai pm di diventare giudici e viceversa nello sviluppo della loro carriera, o ancora di quelle norme che impediscono agli avvocati di partecipare alla valutazione della professionalità dei magistrati in quei mini Csm che sono i Consigli giudiziari, solo per fare tre esempi: cosa c'entrano con quanto abbiamo appena visto? Sono riforme sufficienti, quelle proposte con i sei quesiti referendari, per rimettere in ordine un sistema impazzito, dove l'unica parola che conta è potere, dove non c'è traccia di responsabilità, di qualsiasi specie e natura, civile, professionale, disciplinare? Ovvio che no, non sono riforme sufficienti, non possono essere altro che l'inizio di un percorso riformatore di un sistema che ha consentito abusi e soprusi senza controlli e contrappesi.
È un sistema, che anche a livello Costituzionale non ha retto al trascorrere del tempo e alla trasformazione profonda della società: i tempi di Calamandrei sono lontani e sono lontani anche i modelli di giudici a cui i nostri padri costituenti si riferivano. Ed è per questo che i sei referendum sulla giustizia sono l'occasione per ricostruire il patto sociale su cui si fonda l'amministrazione della giustizia. La politica ha fallito, non è stata capace e non ha avuto la forza di evitare quel degrado che per la prima volta è stato fatto conoscere. Ora i cittadini pretendono di dire la propria, di decidere direttamente, non solo sull'abrogazione di quelle norme indicate nei quesiti, ma evidentemente pretendono di indicare una direzione di marcia che alla politica converrà seguire. Come si ricostruisce la fiducia dei cittadini nella giustizia? Dandogli ascolto senza tradire la loro volontà. Per questo i referendum, in questo momento storico, sono un'occasione irripetibile, sono l'occasione per restituire ai cittadini parola, voce e fiducia nei confronti della giustizia.
di Simona Musco
Il Dubbio, 26 giugno 2021
Il caso Cavallotti arriva alla Camera: Forza Italia propone un fondo per le vittime dell'antimafia. Il tema delle misure di prevenzione entra in Parlamento, per la prima volta, dal punto di vista delle vittime dei sequestri ingiusti. Che "strappano" un impegno alla politica: modificare il codice antimafia e istituire un fondo per le aziende dissequestrate.
Tutto è accaduto alla Camera, presso il gruppo di Forza Italia, dove, alla presenza di diversi parlamentari e del sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, Pietro Cavallotti, vittima di sequestro ingiusto da parte dello Stato, ha raccontato la sua storia. Sisto si è impegnato a rivedere i rapporti tra il processo penale e il processo di prevenzione, "perché è inammissibile che nel 2021 una persona assolta con sentenza definitiva perché non ha commesso nessun reato si ritrovi, per lo stesso motivo, con i beni confiscati", ha sottolineato l'imprenditore. L'idea è quella di estendere le garanzie del contraddittorio e dell'onere della prova al processo di prevenzione. Altro punto su cui è stata manifestata disponibilità al confronto è quello di costituire un fondo per le aziende dissequestrate, proposta contenuta in un emendamento della deputata Matilde Siracusano al Decreto Ristori, che ha superato il vaglio di ammissibilità e che dovrà essere valutato dalle Commissioni, per l'istituzione di un fondo di 10 milioni di euro destinato alle aziende dissequestrate.
"La storia giudiziaria della famiglia Cavallotti non è degna di un Paese civile - ha commentato Siracusano -. Un'azienda sequestrata a seguito dell'accusa di associazione mafiosa poi risultata del tutto infondata ma con un'impresa ormai destinata al fallimento per mano dello Stato. Oltre al danno la beffa: nonostante l'assoluzione questa famiglia ha continuato a subire l'accanimento giudiziario con la confisca dell'azienda". Ora, per la prima volta nella storia, c'è la possibilità che lo Stato si impegni a riconoscere il dovere di risarcire le vittime delle misure di prevenzione. Siracusano ha anche presentato un disegno di legge di revisione complessiva delle misure di prevenzione, a partire dai presupposti, dal procedimento e dal ruolo dell'amministratore giudiziario, idea che riprende molti dei punti già contenuti in una precedente proposta di legge del Partito Radicale.
Cavallotti ha raccontato la sua storia, una storia che gli stessi parlamentari hanno ascoltato con stupore: l'azienda di famiglia, la Euroimpianti plus srl, è stata tenuta sotto sigilli dallo Stato per otto anni, durante i quali, sotto amministrazione giudiziaria, ha subito danni - certificati dal commercialista Giovanni Allotta - per oltre 11 milioni di euro. Nel 2011, nonostante il definitivo proscioglimento dal concorso esterno, il sequestro è tramutato in confisca da un collegio presieduto da Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, radiata dalla magistratura, condannata a 8 anni e mezzo per l'illecita gestione dei beni confiscati alle cosche. Motivo? Vengono considerati indizi di pericolosità quegli stessi elementi che i giudici penali avevano ritenuto incapaci di provare l'accusa di mafia.
Lo Stato riconosce l'errore solo nel 2019, certificando la provenienza lecita di quei beni. Dopo il dissequestro dei beni, la procura si è appellata, ma nelle more dell'appello è arrivata un'istanza di fallimento da parte di Eni, che è creditrice di circa 80mila euro di carburante non pagato dall'amministratore giudiziario. "Passeremo dalla sezione misure di prevenzione alla sezione fallimentare - continua Cavallotti -, questo è l'epilogo della vicenda. Quindi, materialmente, non avremo alcunché, perché le nostre cose passeranno al curatore fallimentare che è un altro amministratore giudiziario. E questa è la storia delle aziende dissequestrate. Ma sono cose che si devono sapere: non è possibile che non ne parli nessuno. Lo Stato distrugge persone che non c'entrano nulla, sequestra, dissequestra, ma poi non aiuta le vittime, mentre nel frattempo le aziende falliscono per debiti accumulati dall'amministrazione giudiziaria. Parliamo di mancati pagamenti di Iva, fornitori, erario, banche... Peccato, però, che le aziende possono essere dissequestrate e in quel caso tocca al proprietario accollarsi i debiti maturati con gli interessi. L'amministrazione giudiziaria va fatta nell'ottica che quell'azienda possa anche essere dissequestrata. Ma ciò non avviene". Il risultato è che lievitano i compensi per gli amministratori giudiziari, mentre rimangono a bocca asciutta Stato, fornitori e dipendenti. "La verità è che la legge antimafia è stata appaltata ai magistrati e il Parlamento approva cose di cui nemmeno capisce il funzionamento. E ne ho avuto la conferma - aggiunge Cavallotti -. Ma non si possono dare deleghe in bianco ai magistrati, bisogna legiferare con equilibrio". All'incontro era presente anche la senatrice Gabriella Giammanco che, dal canto suo, si è impegnata a presentare la pdl di Siracusano al Senato. "Mai era successo, prima d'ora, che il Parlamento sentisse l'opinione di un imprenditore destinatario di un provvedimento di sequestro. Eravamo banditi dal mondo - conclude Cavallotti. In qualche modo siamo stati "riabilitati". Sono consapevole che le cose non cambieranno subito, ma è un passo importante, anche a livello simbolico".
All'incontro era presente anche il deputato forzista dell'Ars Mario Caputo, che ha presentato un disegno di legge voto per l'istituzione di un fondo di solidarietà per le imprese sequestrate alla criminalità organizzata e in seguito dissequestrate. "Vogliamo garantire un sostegno concreto a chi ha subito procedimenti giudiziari poi risolti in un dissequestro delle attività - ha dichiarato nei giorni scorsi -. Ricordo che il 70% di tali imprese a livello nazionale, ha sede in Sicilia. Dunque si tratterebbe di una boccata d'ossigeno per il territorio, che permetta una ripresa, che a cascata coinvolgerebbe tutto l'indotto regionale. Con la discussione di tale disegno di legge voto, vogliamo sollecitare il Parlamento nazionale affinché prenda una netta e definitiva posizione in merito alla delicata vicenda".
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 26 giugno 2021
La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per indagare sulla morte di Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea trovato morto impiccato nel centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi dove si trovava rinchiuso. Così, con il nome e il cognome, forse rischiate di non ricordarvelo perché i nomi stranieri faticano a fissarsi nella memoria e aleggiano leggeri come se fossero un inciampo avvenuto nella cronaca, Balde era quel ragazzo accerchiato e preso a bastonate, calci e pugni a Ventimiglia mentre chiedeva l'elemosina che fu registrato in un video.
Dopo la sua morte (che abbiamo raccontato qui su Il Riformista) si sono affrettati tutti a dirci che no, che il problema non era che fosse rinchiuso nel Cpr di Torino e che anzi forse avesse addirittura rubato un cellulare, come se l'eventuale furto di un oggetto qualsiasi potesse giustificare un pestaggio a sangue. Ma il punto è un altro: dopo il suicidio di Balde nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino qualcuno avrebbe potuto almeno sperare, al di là dell'indagine della magistratura, che almeno si rispettassero i diritti civili di base e invece la situazione rimane una giungla di violenza.
Dall'area Rossa del Centro alcuni ragazzi detenuti stanno comunicando con alcuni volontari all'esterno raccontando di essere in sette in una stanza, con un bagno senza finestre e con una porta rotta. Le ore d'aria (per questi che non sono reclusi nonostante siano trattai illegalmente da reclusi) sono passate sotto la stretta vigilanza della polizia che li circonda. Chi non ha amici e parenti che possano portare dei vestiti puliti deve farseli passare dal Centro che distribuisce i cambi una volta alla settimana, spesso sporchi.
Ci sono perquisizioni in continuazione e le umiliazioni e le intimidazioni sono continue e costanti. Ci sarebbe una direttrice, a dire la verità, ma le poche volte che si fa federe è inavvicinabile e accompagnata dalla scorta, come se camminasse tra delinquenti che invece hanno l'unica colpa di non avere i documenti a posto. Poi ci sono le udienze (accade a Torino come in tutto il resto d'Italia): giudici che non ascoltano i detenuti, non li fanno nemmeno parlare perché spesso l'interprete egiziano risulta incomprensibile e alla fine delle udienze l'unico risultato è un allungamento delle pene detentive, senza nessun ruolo degli avvocati.
Scrive l'associazione No Cpr Torino: "Per esempio, A., di origine marocchina, portato a Torino dal Cpr di Caltanissetta, fra due settimane finisce i tre mesi di detenzione. Ha visto la sua avvocata solo una volta, ovvero quando gli ha fatto firmare il modulo per il gratuito patrocinio. È a rischio di espulsione perché ora la frontiera è aperta, ma l'unica notizia che ha avuto rispetto alla sua situazione è stata la singola telefonata della legale per informarlo che aveva mandato il suo nominativo al consolato senza avere risposta. Un altro recluso marocchino è in sciopero della fame da quattro giorni proprio per la paura della deportazione. Continuano le resistenze ai tamponi, che aprono le procedure alle deportazioni stesse; due ragazzi tunisini, intimati a fare l'esame. si sono rifiutati di farlo proprio per non essere rimpatriati. Hanno paura di essere prelevati con la forza, e la notte non dormono, determinati a non farsi portare via".
Succede addirittura che quando si accende un litigio uno dei reclusi venga portato in isolamento e nella stanza vengano spostati gli stessi suoi litiganti. Dalle testimonianze risulta che il 24 giugno un ragazzo sia caduto provocandosi un trauma alle costole ma nessuno gli ha prestato le cure. Accade così, fino allo stremo, fino alla disperazione, fino a un suicidio di cui tutti si sentono sorpresi. Accade così quando muoiono i neri: muoiono ma non cambia niente, non se ne accorge nessuno.
di Camilla Insardà
Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2021
Nota a Corte di Cassazione, II sez. penale, sentenza del 26 aprile 2021 n. 15588. Prima di procedere ad un'analisi più approfondita dei temi trattati dalla sentenza n. 15588/2021 della Corte di Cassazione, con la quale è stato ordinato l'annullamento senza rinvio di un'ordinanza del Tribunale per i minorenni di Bologna, con cui era stata concessa la sospensione del procedimento per messa alla prova, sulla sola base di dichiarazioni informali rilasciate ai Servizi Sociali e senza il parere del P.M. sull'adeguatezza del progetto di intervento, è bene offrire un quadro generale dell'istituto.
Si tratta di una misura alternativa al processo, prevista e disciplinata dal Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988 n. 448, recante l'"Approvazione delle disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni", più precisamente dagli articoli 28 e 29. Dalla lettera della prima norma citata si evince che la messa alla prova rappresenta la trasposizione dell'istituto anglosassone della probation nel settore minorile. Com'è noto, nei Paesi di Common Law è prevista la possibilità di sospendere l'esecuzione di una sentenza di condanna, sottoponendo il responsabile ad un periodo di prova, sotto la supervisione delle autorità competenti, al termine del quale, in caso di giudizio positivo, verrà deliberata l'assoluzione.
Secondo la più recente definizione contenuta nella raccomandazione R(2010)1 del Comitato dei Ministri degli Stati Membri sulle "Regole del Consiglio d'Europa in materia di probation", affermano testualmente che essa "descrive l'esecuzione in area penale esterna di sanzioni e misure, definite dalla legge ed imposte ad un autore di reato. Comprende una serie di attività ed interventi, tra cui il controllo, il consiglio e l'assistenza, mirati al reinserimento sociale dell'autore, ed anche a contribuire alla sicurezza pubblica".
Venendo all'articolo 28 del cosiddetto Codice del processo minorile 448/1988, esso stabilisce che, qualora reputi necessario valutare la personalità del minore, il giudice possa sospendere con ordinanza il procedimento, per un periodo non superiore ad uno o a tre anni a seconda dei casi, durante il quale viene sospeso anche il decorso dei termini di prescrizione.
Sempre con ordinanza, prosegue il comma II, il minore viene affidato ai Servizi Sociali dell'Amministrazione della Giustizia, i quali, anche in collaborazione con i Servizi Locali, elaborano un programma finalizzato al reinserimento sociali dell'imputato, sottoposto alla loro osservazione.
Il progetto di "responsabilizzazione" elaborato dai Servizi sociali deve avere un preciso contenuto, in particolare, deve implicare il coinvolgimento del minore e della sua famiglia, indicare gli impegni assunti e le modalità di concreto svolgimento degli stessi. Come previsto dallo stesso articolo 28, il giudice può impartire ulteriori prescrizioni di carattere riparatorio e/o conciliativo.
Tuttavia, come ha fatto presente la V Sezione della Cassazione con decisione n. 7429/2014, tale facoltà incontra un limite tale per cui "è illegittimo il provvedimento con cui il giudice, senza la consultazione delle parti e del servizio minorile competente, imponga prescrizioni ulteriori rispetto a quelle stabilite nel progetto di intervento".
Come previsto dall'articolo 29, terminato positivamente il periodo di prova e fissata una nuova udienza, il giudice dichiara con sentenza l'estinzione del reato, in caso contrario di esito negativo, provvede ai sensi dell'articolo 32 o fissa l'udienza dibattimentale ex articolo 33.
In linea generale, trattandosi di uno strumento volto alla rapida fuoriuscita del minore dal circuito penale, essenzialmente fondato sulla valutazione della personalità del minore e su una prognosi di concreto successo, l'applicazione della m.a.p. non è limitata dalla gravità del reato commesso, tanto più che con sentenza 412/1990, la Corte Costituzionale ha fornito un'interpretazione costituzionalmente orientata, per cui la m.a.p. del minore risulta astrattamente applicabile anche nell'ipotesi di reati punibili con l'ergastolo.
"Astrattamente" perché la concessione del beneficio resta comunque affidata al discrezionale e prudente apprezzamento del giudice minorile, chiamato a valutare le concrete possibilità di positivo sviluppo della personalità del ragazzo, di rieducazione e di reinserimento nel tessuto sociale.
Nel richiamare la propria consolidata giurisprudenza - in particolare, la sentenza 26156/2019 - a proposito del potere di valutazione della personalità del minore, la Cassazione ha sottolineato che l'esercizio di tale potere discrezionale "deve essere sorretto da congrua e logica motivazione, che evidenzi l'esistenza di elementi idonei ad un favorevole giudizio prognostico". In quest'ottica, la gravità dell'illecito commesso, la condotta precedente e successiva alla commissione del reato, il contesto socio-familiare, diventano tutti elementi che verranno tenuti in considerazione ai fini della concessione o meno della messa alla prova del minore. La misura ex articolo 28 può essere chiesta una volta terminate le indagini preliminari, cioè dopo l'esercizio dell'azione penale da parte del Pubblico Ministero, con conseguente formulazione di un'imputazione.
Ritenendo del tutto irragionevole l'esclusione della concessione della m.a.p. in caso di giudizio abbreviato o immediato, con sentenza 125/1995, la Consulta ha dichiarato incostituzionale il comma IV dell'articolo in esame, per cui oggi è possibile chiedere ed ottenere il beneficio in qualsiasi momento, sino alla chiusura della fase dibattimentale, restando quale unica ipotesi di esclusione quella in cui sussistano tutti gli elementi per un immediato proscioglimento, ai sensi dell'articolo 425 del Codice di Procedura Penale.
Infine, la messa alla prova può essere concessa anche all'imputato divenuto maggiorenne nel corso del processo. Venendo ora al tema delle impugnazioni, ai sensi del comma III dell'articolo 28, il P.M., l'imputato e il suo difensore possono proporre ricorso per Cassazione avverso l'ordinanza con la quale viene disposta la sospensione del processo con messa alla prova. Nella fattispecie in esame, il Pubblico Ministero ha presentato ricorso per Cassazione lamentando, innanzitutto il vizio di motivazione e l'erronea applicazione di legge, in quanto il Tribunale ha concesso il beneficio della m.a.p. sulla sola base di dichiarazioni rilasciate informalmente dagli imputati agli operatori sociali, in assenza di qualunque garanzia difensiva, in secondo luogo, deducendo la nullità del provvedimento per violazione del contraddittorio, non avendo rilasciato il suo necessario parere sull'adeguatezza del progetto di intervento, all'esito dell'esame dei minori.
Ritenuto prevalente questo secondo motivo, dopo aver citato la granitica giurisprudenza sul punto, la Cassazione ha affermato che "il provvedimento di sospensione del processo e messa alla prova dell'imputato minorenne disposto senza che sul progetto di intervento elaborato dai servizi minorili sia stato consentito il contraddittorio tra le parti comporta una nullità di ordine generale sotto il profilo della violazione dei poteri del Pubblico Ministero di iniziativa nell'esercizio, o quanto meno nella prosecuzione, dell'azione penale, atteso che l'esito favorevole della prova comporta l'estinzione del reato".
Si tratta, cioè, di un caso di nullità assoluta ex articolo 178, comma I, lett. b) del Codice di procedura penale, come tale insanabile e rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del procedimento, ai sensi del successivo articolo 179. Passando poi all'analisi della prima censura, ritenuta comunque assorbita dall'altra, il Collegio ha ribadito quanto sostenuto dalle decisioni di altre Sezioni, anch'esse citate nella sentenza in commento, ossia che ai fini della concessione della messa alla prova è necessario che il giudicante esprima il suo discrezionale apprezzamento sulla personalità del minore e sulle sue concrete possibilità di reinserimento nel tessuto sociale.
Nello specifico caso sottoposto all'attenzione della Cassazione, il Tribunale minorile bolognese ha concesso la m.a.p. senza effettuare l'esame dei quattro imputati, tutti presenti in udienza, ma fondando la propria decisione solamente sulle affermazioni da loro rilasciate ai Servizi Sociali, in sede di ascolto indiretto. Benché ai fini dell'ammissione alla m.a.p. sia richiesto comunque l'accertamento in fatto di una responsabilità del minore, una sua confessione non costituisce requisito irrinunciabile. Contrariamente alla passata giurisprudenza di merito che considerava il beneficio incompatibile con una mancata ammissione degli addebiti, più di recente, con la citata sentenza 40512/2017, la Cassazione ha riconosciuto che essa costituisce soltanto un indizio di ravvedimento, utile ai fini della prognosi positiva di rieducazione e di risocializzazione del minore. Giunta a tali conclusioni, la Seconda Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza del 26 aprile 2021 n. 15588, ha disposto l'annullamento senza rinvio dell'ordinanza del 2020 del Tribunale per i minorenni di Bologna.
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 26 giugno 2021
Perché i pubblici ministeri possono indagare chiunque e dovunque, partendo dal solo sospetto che ci sia un reato, figuriamoci quando il corpo reato sarebbe stato conservato in un cassetto. Il condizionale è più che mai d'obbligo in virtù del principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva che vale per tutti. Inclusi magistrati, pm ed ex pm in servizio televisivo permanente ed effettivo.
Possono indagare chiunque e dovunque, partendo dal più insignificante dei sospetti. Basta un refolo di vento per scatenare una tempesta mediatico-giudiziaria. Nel circolo vizioso e tautologico della giustizia succede che il fatto provi il reato e il reato sia l'unica spiegazione plausibile del fatto. Il dogma dell'obbligatorietà dell'azione penale ha reso illimitato il potere dei pubblici ministeri. Alcune prove contrarie vengono tenute nei cassetti, altre e fantomatiche sono confezionate per il circo mediatico. I pm sono diventati ingranaggi di una macchina onnivora che ingurgita tutto ciò che fa audience. Dai sospetti alle suggestioni il passo è breve. Dalle suggestioni ai poteri sovrannaturali anche. Come bramini i pm si muovono nei palinsesti televisivi, moderni templi della stregoneria. Prendi un pubblico ministero. Piazzalo davanti a una telecamera. Fai partire la diretta e lascia che parli a ruota libera. Nessuno saprà alimentare meglio di un pm il sacro fuoco dell'interesse mediatico.
Nelle ultime settimane è comparsa sulla scena Maria Angioni. Mattino, pomeriggio, sera, notte. Un magistrato ubiquo, onnipresente per la verità. Lo zapping compulsivo non cambia la sostanza delle cose. Lei c'è, sempre e comunque. Oggi è un "anonimo" giudice del lavoro a Sassari, ma nel suo curriculum c'è un passato da pubblico ministero. Ed è l'unica cosa che conta per essere invitata in tv a sbandierare verità senza una prova. Non un pm qualunque, ma il primo, negli anni di servizio alla Procura di Marsala, che indagò sulla misteriosa scomparsa di Denise Pipitone, la bimba di Mazara del Vallo di cui si sono perse le tracce, ma per fortuna non la memoria, da diciassette anni. Angioni passa da un canale a un altro, da una rete a un'altra. Si è attrezzata con cuffia e microfono, basta una linea internet veloce e il gioco è fatto. A chi ha i capelli bianchi ricorda gli inviati di "Tutto il calcio minuto per minuto". L'unica differenza è che non è collegata da uno stadio ma dal salotto di casa. Sullo sfondo i quadri alle pareti, il divano, i mobili: un ambiente rassicurante, fa da contraltare ad un racconto destabilizzante.
È stato un crescendo, il suo. All'iniziò parlava di stranezze nelle indagini. Di verbali striminziti, di gente non tenuta sotto torchio a dovere, di spioni che si prendevano gioco della magistratura. E cioè di lei, perché suo era il coordinamento delle indagini nelle fasi iniziali. Avete presente quei giorni in cui il caso o si risolve subito o non si risolve più? Ecco, di questi giorni si parla. Ad un certo punto Angioni ha detto di essere stata stoppata nell'accertamento della verità. Che qualcuno, addirittura in divisa, la interruppe mentre raccogliere informazioni da una persona, bruciando una pista serissima per trovare la bambina. Aveva la sensazione di essere pedinata mentre ordinava di piazzare microspie nei luoghi sensibili di un lembo di Sicilia ancora scosso dall'assenza di Denise. Pedinata da altri investigatori. Una telecamera che aveva ordinato di accendere fu spenta senza che il pm ne fosse al corrente. Un carabiniere dovette desistere dal piazzare una cimice, il cui ritorno di ascolto avrebbe potuto essere decisivo. In soldoni, un colossale depistaggio ha impedito di trovare Denise Pipitone e ha protetto colui o coloro che la rapirono una mattina di quasi fine estate mentre giocava sotto casa. Così viene spiegato all'opinione pubblica diciassette anni dopo e in concomitanza, con una coincidenza temporale quanto meno strana, con il riaccendersi delle telecamere sul caso. Una perquisizione, questa sì vera, eseguita su disposizione della Procura di Marsala in una casa disabitata e in un garage ha scatenato il putiferio. Si cercavano tracce del passaggio di Denise tra quelle mura e dentro un pozzo, circostanza che mette i brividi. Nessun esito, ma da allora le telecamere sono perennemente accese. Ebbe paura per se stessa, la Angioni, stritolata nei mesi che chiudevano il 2004 da qualcosa più grande di lei, che sfuggiva al suo controllo. Qualcosa che zittiva le bocche dei testimoni, che avevano visto e taciuto sulla sorte della piccola Denise. Poco importa che il direttore d'orchestra fosse lei, era lì per lì per essere trasferita al tribunale di Cagliari. Si lasciò alle spalle l'esperienza alla Procura di Marsala e la Sicilia, ma non le ricerche di Denise. Maria Angioni ha continuato a seguire il caso con indagini parallele.
Tra un processo e un altro, tra scartoffie civilistiche e contenzioso di lavoro, si è messa a fare la smanettona - è sempre lei a raccontarlo - con un paio di amiche su internet. Se ci sia dell'altro non è dato sapere. Di sicuro ha compulsato fonti aperte sui motori di ricerca, studiato profili social, cercato volti somiglianti a quello di Denise Pipitone che nel frattempo, nella comune speranza che sia viva, è diventata donna. Ed ecco la sensazionale comunicazione in diretta. Denise è viva, abita in Europa, è benestante e si è costruita una famiglia. Adesso è madre di una bambina. Fermate le rotative. Lanci di agenzia, titoloni in prima pagina. Qualcuno verifica, per fortuna non tutti si iscrivono al circo mediatico del "basta che sia probabile per essere vero": colei che dovrebbe essere Denise ha 26 anni, dunque più grande, è tunisina, vive a Nizza ed è in qualche modo legata al contesto familiare dell'ex marito di Piera Maggio, la mamma di Denise. "Non sono io", ha tagliato corto la donna scovata tramite il sul profilo social. Capitolo chiuso? Beh no, perché Angioni rilancia. Il suo racconto è adrenalinico. Da qualche altra parte sul web c'è una ragazza che "o è Denise o è sua sorella gemella", dice Angioni. Così sembra a lei e alle sue amiche. Quale sia il metodo scientifico di comparazione non è dato sapere. Le prove non servono, basta l'idea "che Denise sia viva perché non ci sono elementi che provino che sia morta". E mentre Angioni pronuncia queste parole in sovrimpressione spunta la scritta, come un mantello da vestale che tutto avvolge: "La verità dell'ex pm". E chi la scalfisce una verità che proviene da chi è unto con il crisma dell'infallibilità della magistratura. Tutto questo ribollire di allusioni e suggestioni, di rivelazioni un tanto al chilo ha dato vita a un paradosso.
Il pm che conduceva le indagini, cioè Angioni, dice che le indagini, dunque le sue, erano fatte male perché qualcuno depistava gli investigatori, sempre coordinati dall'ex pm che, dopo 17 anni, riferisce di saper dov'è Denise. Viene convocata dai pubblici ministeri, quelli di oggi, che hanno riaperto il fascicolo. Dal confronto con i colleghi Angioni esce indagata con l'accusa di avere reso false dichiarazioni all'autorità giudiziaria. L'ex pm non si mostra preoccupata e aggiunge il tassello mancante, quello che d'ora in poi reggerà l'architrave della sua narrazione: "Quando ho parlato ho dato fastidio a qualcuno. Me lo aspettavo perfettamente".
È lecito attendersi giorni caldissimi, tenendo conto che da indagata l'ex pm avrà diritto di accedere ad alcuni atti con cui puntellare nuove rivelazioni da rilanciare urbi et orbi in televisione. In principio c'era l'obbligatorietà dell'azione penale. Un modo per mascherare e giustificare lo strapotere concesso ai pubblici ministeri. Il fatto che la prova, codice alla mano, si debba formare in dibattimento alimenta l'illusione della parità fra accusa e difesa. Nessuno aveva messo in conto un'altra obbligatorietà, quella dei pm di apparire in televisione.
Prima era una moda, ora è un'esigenza dei palinsesti. E così i pubblici ministeri sono diventati opinionisti, fissi o estemporanei, perché la loro presenza conferisce autorevolezza al contenitore ancor prima che al contenuto. C'è la corsa a garantirsi gli ospiti più illustri. L'elenco è lungo. C'è Alfonso Sabella, un tempo cacciatore di latitanti all'antimafia di Palermo quando il capo era Giancarlo Caselli. I suoi meriti sul capo sono inequivocabili. Ha arrestato gente come Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, poi ha creduto di potere dare un contributo alla politica con la parentesi da assessore alla Legalità nella Roma del sindaco Ignazio Marino, quando si iniziava a parlare di Mafia Capitale. Ora lavora al tribunale di Napoli, o meglio come lui stesso dice è stato "spedito" in Campania perché fuori dalle logiche del sistema di Luca Palamara che controlla nomi e nomine. Altro ospite fisso è Luigi De Magistris che in tv viene chiamato più per il suo passato da pm in Calabria che come sindaco di Napoli. Anche lui ripete spesso di essere stato fatto fuori dalla magistratura. Fino a quando indagava su Silvio Berlusconi era osannato, poi mise il naso nella sinistra e arrivarono i guai.
C'è Antonio Ingroia, ex pm e ideologo della trattativa Stato-mafia, un biglietto da visita sempre attuale anche ora che fa l'avvocato dopo avere tentato la scalata politica collezionando percentuali da zero virgola. Un pm è per sempre. Il mantello di sacralità è un dono eterno. Anzi, da ex pm la loro voce diventa più autorevole perché, il caso Angioni fa scuola, si può sempre dire che uomini misteriosi hanno ostacolato la verità, salvo scoprire che a volte capita che siano gli stessi pm ad occultare le possibili prove contrarie. E cioè che qualcuno è stato processato pur in presenza di elementi che avrebbero potuto e dovuto alimentare il dubbio che fosse vittima piuttosto che carnefice. Così sostengono ad esempio a Brescia, dove la Procura ha messo sotto inchiesta due magistrati di Milano, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro. È un rivolo che rischia di diventare un fiume quello che nasce dall'accusa, crollata al processo, rivolta a Eni e Shell di aver pagato una maxi tangente da un miliardo e 92 milioni di dollari per ottenere nel 2011 una concessione esplorativa di idrocarburi al largo del Delta del fiume Niger. I quindici imputati sono stati tutti assolti nei mesi scorsi, così come le società. Quella tangente non è mai esistita. Detto così rientrerebbe nella casistica, sempre più ampia, dei roboanti processi che finiscono in macerie dopo che il tritacarne ha rovinato vite e reputazioni. Però c'è un però. De Pasquale e Spadaro sono indagati con l'ipotesi di rifiuto di atti d'ufficio per aver omesso di depositare nel fascicolo del processo documenti che sarebbero stati elementi di prova favorevoli agli imputati.
Un altro collega, sempre pubblico ministero, Paolo Storari, (il magistrato che ha consegnato i verbali resi dell'avocato siciliano Piero Amara a Piercamillo Davigo, allora al Csm) aveva inviato a De Pasquale e Spadaro materiale che dimostrerebbe che un ex manager "licenziato" dalla compagnia petrolifera italiana aveva "costruito" prove in realtà false per "gettare fango" sui vertici del gruppo di San Donato per poi ricattarli. Materiale che i due pubblici ministeri non hanno messo a disposizione delle difese e del Tribunale durante il processo pur avendo consapevolezza, questa è l'ipotesi, delle false accuse mosse. E così l'inchiesta nata con l'obiettivo di svelare il più grande caso di corruzione internazionale della storia rischia di trasformarsi in uno dei più gravi scandali della storia della magistratura italiana.
di Gabriele De Giorgi
lecceprima.it, 26 giugno 2021
Il sovraccarico di consumo elettrico ha causato blackout in vari punti della città, ma a Borgo San Nicola le conseguenze, per due giorni, sono state molto pesanti. Nel carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, è stata registrata una prolungata assenza di acqua e una limitata disponibilità di energia elettrica. La tensione è salita alle stelle e solo nelle ultimissime ore il problema pare essere stato avviato a risoluzione, come ha dichiarato la garante delle persone private della libertà del Comune di Lecce. Maria Mancarella, che si è recata nella casa circondariale dove ha incontrato la neo direttrice, Valetina Meo Evoli, e il dirigente Pasquale Somma, potendo ricostruire l'accaduto.
I guai sono iniziati già da martedì dopo un primo blackout della rete elettrica. Da allora la situazione, all'interno dei blocchi, è progressivamente peggiorata, causando frustrazione e rabbia mentre le temperature, elevate anche di notte, non hanno concesso tregua, essendo i bracci e le celle già di per sé privi di condizionamento di aria. Il giorno dopo, infatti, a distribuzione della corrente elettrica è stata interrotta, a causa di un guasto, in tutta la zona del territorio comunale nella quale si trova il penitenziario.
Il limitato soccorso fornito dal generatore interno è durato un giorno perché nella mattinata di ieri, giovedì, è andato in blocco, probabilmente per un sovraccarico. Si è deciso dunque di reperire una secondo generatore ma intorno alle 20 l'erogazione di energia sarebbe stata interrotta dal gestore nazionale nella sola area del carcere determinando l'interruzione definitiva della fornitura di acqua: le vasche di accumulo, infatti, si erano intanto svuotate.
Forte si è levata la richiesta di aiuto: senza l'energia elettrica è impossibile fare una doccia e conservare gli alimenti. "Acqua" è stata l'invocazione che si sente ripetutamente in un video girato ieri sera all'esterno del penitenziario leccese e diffuso attraverso i social, con il rumore di sottofondo di stoviglie e arredi battuti con le mani tipico delle proteste dei detenuti. In una sezione in particolare il malcontento sarebbe degenerato per poi rientrare nei ranghi.
Anche l'associazione Antigone, informata della situazione di criticità, si è mossa per sollecitare il ripristino di condizioni di agibilità della vita carceraria, nel rispetto dei fondamentali diritti umani. La referente pugliese, Maria Pia Scarciglia, ha avuto un colloquio con la neo direttrice del carcere, ricevendo alcune rassicurazioni: è stato fatto un incontro con le delegazioni di di tutte le sezioni del carcere e sono state distribuite bottigliette e taniche di acqua.
"Certamente non posso che esprimere la mia soddisfazione per la soluzione del grave problema - ha poi commentato la garante - ma nello stesso tempo far sentire la mia vicinanza ai detenuti e alle detenute per i gravi disagi affrontati che vanno purtroppo ad aggiungersi ai tanti problemi da cui è afflitto un carcere ormai vecchio strutturalmente, gravemente sovraffollato e con carenze di tipo sanitario ormai croniche come Borgo San Nicola. Continuerò a monitorare la situazione e darne comunicazione ai tanti familiari che in queste ore mi hanno contattato attraverso tutti i canali a mia disposizione".
di Maria Mancarella*
salentolive24.com, 26 giugno 2021
Appresa la notizia della grave situazione determinata nel carcere di Borgo San Nicola dall'interruzione dell'erogazione della corrente elettrica per un grave guasto verificatosi in tutta l'area, in mattinata sono andata a fare una visita di verifica. Dagli incontri avuti con il dirigente Pasquale Somma, che sostituisce il Comandante, e con la direttrice, Valentina Meo Evoli, ho potuto appurare che al momento la situazione sembra essere tornata alla normalità e nel contempo mi è stato possibile ricostruire gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Il tutto è cominciato mercoledì: a causa di un guasto, preceduto da un breve black out verificatosi martedì, Enel ha interrotto l'erogazione della luce elettrica non solo nel carcere ma in tutta la zona. L'emergenza generata dalla mancanza della luce è stata in un primo momento affrontata attraverso il ricorso al generatore che purtroppo, probabilmente a causa del sovraccarico, si è bloccato nella mattinata di giovedì. Nel pomeriggio la direzione ha provveduto all'affitto di un generatore di supporto per consentire la riparazione di quello in dotazione al carcere. Alle 18 la situazione sembrava risolta. Intorno alle 20 Enel interrompe improvvisamente l'erogazione, questa volta solo nell'area del carcere, generando una situazione gravissima poiché, nel frattempo, le vasche di accumulo dell'acqua non più alimentate si erano completamente svuotate determinando l'interruzione dell'erogazione dell'acqua stessa. La Direzione si riserva di verificare le responsabilità di questa interruzione.
La preoccupazione e il grave disagio generato hanno dato vita a proteste da parte di detenuti in alcune sezioni, appena contenute dall'intervento degli agenti che, utilizzando l'acqua degli idranti, hanno riempito alcuni secchi da utilizzare per le emergenze. Oggi, sin dalla prima mattina la direttrice e il comandante hanno incontrato le delegazioni di detenuti di tutte le sezioni per dar loro conto della situazione, spiegare i diversi passaggi e comunicare che Enel si era impegnata a risolvere il problema nella mattinata. È stato anche comunicato loro che, per un paio di giorni nelle ore del passeggio, l'erogazione dell'acqua sarà sospesa per dar modo alle vasche svuotate di riempirsi nuovamente.
La direzione ha, inoltre, acquistato scorte di acqua in bottiglia per venire incontro a tutte le esigenze. Alle 13 di oggi il problema sembra risolto, i lavori terminati e l'erogazione dell'energia elettrica tornata alla normalità. Certamente non posso che esprimere la mia soddisfazione per la soluzione del grave problema, ma nello stesso tempo far sentire la mia vicinanza ai detenuti e alle detenute per i gravi disagi affrontati che vanno purtroppo ad aggiungersi ai tanti problemi da cui è afflitto un carcere ormai vecchio strutturalmente, gravemente sovraffollato e con carenze di tipo sanitario ormai croniche come Borgo San Nicola. Continuerò a monitorare la situazione e darne comunicazione ai tanti familiari che in queste ore mi hanno contattato attraverso tutti i canali a mia disposizione.
*Garante dei diritti dei detenuti
ansa.it, 26 giugno 2021
Il presidente della Camera, Roberto Fico, ha inaugurato ieri a Pozzuoli il progetto "Puteoli Sacra" che apre al pubblico il tempio-duomo, la cattedrale di San Procolo martire al Rione Terra, il museo diocesano e gli ipogei diocesani. Il progetto punta sull'inclusione sociale e sarà gestito dalla fondazione Regina Pacis con giovani e donne a rischio emarginazione, in partenariato con gli istituti penitenziari di Nisida e Pozzuoli. "Il Rione Terra è un luogo sacro, carico di storia e di cultura - ha detto Fico - e riuscire a coniugare la ripresa del Rione Terra con l'attività della diocesi per gli istituti di Nisida e di Pozzuoli, in un percorso di recupero dei giovani è un progetto molto all'avanguardia su cui si deve investire.
Sarà un fiore all'occhiello per la regione e per il nostro paese. Sul recovery vengono messi 7 miliardi di euro circa per turismo e cultura. Accedere a questi fondi, metterli a disposizione dei nostri ragazzi, perché questi sono i nostri ragazzi, anche in funzione di un recupero sociale - ha concluso - dà un significato e un senso a tutto". Numerose le autorità istituzionali presenti alla cerimonia che si è aperta con il taglio simbolico di una catena, a significare "che bisogna abbattere tutti i pregiudizi ed offrire solidarietà ed accoglienza" ha detto il vescovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella. "L'avvio del progetto - ha concluso il sindaco, Vincenzo Figliolia - è un'altra sfida che raccogliamo in attesa della riapertura completa del Rione Terra e soprattutto di Procida capitale della cultura 2022. Si aprono importanti prospettive per tutti i nostri giovani e per il nostro territorio".
Belluno. Astucci per occhiali made in carcere:rientrano le lavorazioni che erano state delocalizzate
di Alessia Forzin
Corriere delle Alpi, 26 giugno 2021
Stipendio, Tfr e malattie pagate: una quarantina di detenuti sforna sette milioni di pezzi all'anno. Il progetto curato dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro, commesse dalle imprese del territorio. Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il principio, sancito dalla Costituzione, si è trasformato nella casa circondariale di Belluno in un laboratorio che dà lavoro a una quarantina di detenuti. Nella "fabbrica", allestita nei locali della struttura carceraria cittadina, i detenuti confezionano astucci per occhiali, panni per pulire le lenti, effettuano assemblaggi di componenti plastici. Un lavoro vero e proprio, con orari e stipendio, che permette ai detenuti di costruirsi una seconda occasione attraverso un'occupazione che li impegna quotidianamente. Di recente il progetto, che è portato avanti dalla cooperativa Sviluppo & Lavoro, è stato segnalato fra i venti candidati al premio nazionale Angelo Ferro per l'innovazione dell'economia sociale e, pur non risultando nella cinquina premiata, ne è stato riconosciuto il valore durante la cerimonia conclusiva.
La genesi - Il progetto è iniziato nel 2015, racconta il presidente della cooperativa, Gianfranco Borgato: "Siamo partiti ristrutturando i locali all'interno della casa circondariale per adibirli a laboratorio", spiega. "Sono stati gli stessi detenuti ad occuparsi di questa attività". Una volta allestite le stanze, si è deciso di "riempirle" con un progetto che ha portato a creare una vera e propria fabbrica in carcere. "I detenuti effettuano lavori di assemblaggio di componenti plastiche, realizzano astucci per occhiali, confezionano i panni per pulire le lenti", continua Borgato. Lavorazioni semplici, ma che richiedono attenzione e manualità. "Per questa attività prendono uno stipendio, hanno il Tfr, la malattia pagata. È come essere in azienda".
Delocalizzazione in casa - Sono una quarantina i carcerati che aderiscono al progetto, e che effettuano le lavorazioni per conto di aziende del territorio. E sono due i reparti attrezzati nella casa circondariale dove lavorano i detenuti, con macchinari specifici come le stampatrici, necessarie per confezionare i panni per le lenti degli occhiali. Lo scorso anno sono stati prodotti circa settemila pezzi, con una produzione che è rientrata in Veneto dalla Romania, dove era stata delocalizzata.
Seconda occasione - I lavoratori vengono seguiti da personale specializzato della cooperativa e da Borgato stesso, e la scelta di aderire o meno al progetto è volontaria. "C'è grande entusiasmo da parte dei ragazzi", segnala Borgato. "Il lavoro per loro è la vita, e oltre ad essere un modo per occupare le giornate, è anche un primo passo per il reinserimento nel tessuto sociale e produttivo". "Lavorando, i ragazzi hanno dei ritmi assimilabili a quelli di una vita normale", prosegue il presidente della cooperativa. "E possono costruirsi una seconda o una terza occasione". Qualcuno, infatti, trova un impiego una volta scontata la pena, proprio grazie alla professionalità acquisita in carcere.
Ma l'attività di Sviluppo & Lavoro non si ferma qui. La cooperativa si occupa anche delle persone sottoposte a misure alternative (come la semilibertà) impiegandole in un'azienda a Paludi, in Alpago, che opera nel campo dell'edilizia. "Siamo sempre pronti a sviluppare i progetti che portiamo avanti nella casa circondariale con il supporto della direzione", conclude Borgato. "Se ci sarà modo di ampliare l'iniziativa, ci attiveremo".
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