di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 18 maggio 2021
Stella Levantesi denuncia nel libro "I bugiardi del clima" (Laterza) le manovre politiche delle compagnie petrolifere. I primi a vedere i rischi del riscaldamento globale poi spinsero per negarlo. Si può negare tutto, si può negare anche qualcosa di evidente e di dimostrato, lo sappiamo. Si può negare l'evidenza di una pandemia, si possono negare le prove inconfutabili dell'esistenza delle mafie, si può persino arrivare a negare lo sterminio di milioni di persone. Se così non fosse, le teorie del complotto non avrebbero un così grande spazio. Tutto può essere negato, ma si può fare in maniera credibile? Si può negare la realtà con successo? I bugiardi del clima di Stella Levantesi, in uscita il 20 maggio per Laterza, dimostra che non solo si può fare con successo, ma che negare una realtà in maniera sistematica e attiva non è più solo un atto di negazione, ma di negazionismo. Non si tratta solo del rifiuto di accettare, "il negazionismo è strategico, è intenzionale, è pubblico".
Levantesi costruisce un percorso che illustra una delle più grandi manovre di occultamento della storia, quella che i negazionisti del cambiamento climatico hanno messo in atto per nascondere il legame tra loro stessi e il riscaldamento globale ed evitare ad ogni costo politiche ambientali. Attenzione, non solo hanno nascosto il legame, ma hanno nascosto il legame che loro stessi, per primi, avevano individuato. Sapete chi per primo ha ricercato e ottenuto risultati che davano l'allarme sull'uso dei carburanti fossili? La più grande compagnia petrolifera mondiale, la Exxon. Già negli anni Ottanta la ricerca interna all'azienda aveva osservato la necessità di "una grande riduzione della combustione dei carburanti fossili" perché "ci sono alcuni eventi potenzialmente catastrofici che devono essere considerati". Sono parole dei loro scienziati, delle analisi da loro sostenute. La ricerca della Exxon Mobil era all'avanguardia, fu questa azienda tra le prime ad avere le prove inconfutabili dell'esistenza del riscaldamento globale e, perciò, non si può "appellare all'ignoranza" quando spende decine di milioni di dollari per finanziare politici, campagne e lobby al fine di ostacolare un'azione di protezione ambientale.
Ne "I bugiardi del clima" scopriamo - attraverso indagini già verificate e una corposa documentazione - come le aziende di petrolio, gas e carbone hanno osservato per prime che la loro attività, bruciare combustibili fossili, causava un aumento delle emissioni e quindi un aumento della temperatura. L'abilità dei negazionisti è stata quella di trasformare un tema scientifico in uno politico, spiega Stella Levantesi: ""Rendere la scienza più politica" è esattamente ciò che i negazionisti vogliono", perché solo così il tema del cambiamento climatico può essere messo in discussione, solo così un fenomeno scientifico può diventare strumento di propaganda e manipolazione. È stato sufficiente rendere i dati discutibili, interpretabili sul piano politico.
Bisogna fare chiarezza su un punto: la negazione è diversa dal negazionismo. La negazione - è assai bene spiegato nel libro - è un processo di rifiuto, la volontà di allontanare, cancellare, un dato vero che non si riesce e non si vuole accettare. Il negazionismo non è semplicemente il rifiuto della realtà, ma anzi ne costruisce una alternativa. Alla radice, la negazione e il negazionismo "si sono sviluppati per usare il linguaggio con il fine di ingannare gli altri e sé stessi". Ma la differenza più grande è che il negazionismo è una questione pubblica. Il negazionismo non è un meccanismo "passivo", è una decisione strategica volontaria, fatta di tattiche, manipolazione e politica.
Oggi il tema del clima ha molto poco a che fare con la scienza e molto più con la politica, e questo è il risultato della "campagna di disinformazione". I bugiardi del clima sono riusciti nell'impresa apparentemente impossibile di ostacolare la regolamentazione del settore fossile e continuare a guadagnare con la loro attività. Per questo, anche se conosciamo cause e conseguenze del riscaldamento globale da più di cinquant'anni, siamo molto indietro con l'azione per il clima.
Finanziamenti e propaganda sono stati fondamentali. I negazionisti hanno ingaggiato "i maestri della manipolazione", esperti in comunicazione che hanno saputo fare dell'inganno la propria forza. Il negazionismo climatico non è una "corrente di pensiero", scrive Levantesi, "è un vero e proprio sistema organizzato, un'architettura sorretta da solidi pilastri strategici, sostenuta da un'efficace comunicazione e costruita sulle fondamenta di potere e denaro".
Una delle cose in cui il libro riesce bene è disarticolare questo sistema organizzato, mostrarlo con chiarezza. I capitoli sono un reportage dentro un ginepraio fittissimo di storie che raccontano tutto quello che non sappiamo su come le industrie di gas, petrolio e carbone, insieme ai loro alleati della "macchina del negazionismo", ci hanno ingannati. Persino la psicologia dei negazionisti diventa oggetto di analisi, chiave di comprensione. Perché i negazionisti fanno ciò che fanno? La risposta non ha solo motivazioni economiche, ma anche psicologiche e sociologiche. Ha a che fare con i valori, l'identità, il terrore dell'uomo bianco al potere di perdere tutto. Proprio perché la dinamica psicologica è la più insidiosa e perché "la macchina" è così radicata, il negazionismo è difficile da contrastare.
Come si combatte questo fenomeno? I fatti non bastano, bisogna comprendere i processi e imparare a riconoscere le strategie. I bugiardi del clima è uno strumento fondamentale perché scende in profondità nell'inganno negazionista, e non teme l'estrema scomodità del tema, anzi la accoglie. Levantesi ha l'obiettivo di dare strumenti al lettore, i più argomentati ed efficienti possibili. Questo testo è pieno di vicende inaspettate, tutte emerse nel dibattito degli ultimi vent'anni e raramente raccolte in un quadro d'insieme. I bugiardi del clima racconta che secondo un documento del 1998 di uno dei protagonisti della "macchina negazionista", l'American Petroleum Institute, la "vittoria" (dei negazionisti) sarebbe stata raggiunta solo nel momento in cui "coloro che promuovono il Trattato di Kyoto sulla base della scienza esistente sembrano aver perso di vista la realtà". Questo è un passaggio cruciale, la manipolazione dei bugiardi del clima si spinge fino a capovolgere i fatti, per cui chi aveva compreso che il riscaldamento globale era reale e causato dall'uomo diventa, invece, qualcuno che ha "perso di vista la realtà".
Il libro aspira a mappare il negazionismo del cambiamento climatico per comprendere come siamo arrivati fino a qui, e come poter andare avanti senza continuare a commettere gli stessi errori. I bugiardi del clima sembra in parte un thriller, ma non lo è - è un'inchiesta sulla realtà. Levantesi ha uno stile chiaro, governato dall'unica necessità di verificare pagina dopo pagina la sua argomentazione, per questo la narrazione non ammicca mai alla polemica politica. Lo sguardo è fisso sui dati scientifici, sul comportamento delle grandi compagnie. Lo stile è tutto dentro lo spazio del saggio di inchiesta storica che va a ricostruire con due strumenti metodici l'assalto delle compagnie alla scienza: un linguaggio rigoroso che in alcuni punti chiede al lettore la rilettura di alcuni passaggi e dall'altro una forte bibliografia che permette di avere tutto il materiale a disposizione per valutare il percorso fatto ed accedere alla riflessione del libro.
"I bugiardi del clima" è un testo che ha la capacità di leggere e scoprire le relazioni e le interconnessioni, il peso della responsabilità individuale rispetto a quella delle aziende, il dualismo insito nella nostra società, la separazione tra uomo e natura, i fallimenti del capitalismo, il ruolo della letteratura nella crisi climatica. È una bussola in una realtà dove tutto è messo in dubbio, dove manca la fiducia, dove il confine tra fatto e invenzione è sbiadito e confuso e dove si fa fatica a distinguere la verità dalla menzogna.
Pensare che ci sia un dibattito sul clima è un errore, ce l'hanno fatto credere i negazionisti che, con successo e per decenni, hanno continuato a "minare le fondamenta" della scienza del clima, a manipolare i dati, a confondere l'opinione pubblica e finanziare campagne politiche. Ma smascherare i bugiardi del clima, comprenderne il percorso, imparare a riconoscerne i meccanismi, significa proprio sottrarsi a questo inganno.
L'autrice e il libro - Esce in libreria giovedì 20 maggio, il saggio di Stella Levantesi I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo (Laterza, pagine 246, euro 18). Il libro analizza la strategia di manipolazione dell'opinione pubblica seguita da forze economiche influenti per nascondere i dati scientifici secondo i quali le emissioni di anidride carbonica dovute alle attività umane sono all'origine del progressivo riscaldamento del clima su scala globale. Stella Levantesi, giornalista e fotografa, è nata a Roma e vive tra l'Italia e gli Stati Uniti. Si è formata alla scuola di giornalismo della New York University e si occupa in particolare di questioni ambientali Levantesi collabora con diverse testate italiane e internazionali tra cui "il manifesto", "The New Republic" e "Internazionale".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 18 maggio 2021
Rischio palude dopo la mossa di Forza Italia Lega e centristi. Ma per Pd, 5S, Iv e Leu la carta da giocare è andare subito in Aula. Sul ddl Zan contro l'omotransfobia riparte il match in Senato. E la legge è una tela di Penelope: fatta e disfatta. Due settimane fa i giallorossi l'avevano spuntata in commissione Giustizia del Senato garantendo che si riprendeva finalmente la discussione proprio dal disegno di legge che porta il nome del deputato dem e attivista lgbt, Alessandro Zan, già approvata a Montecitorio il 4 novembre scorso. Ecco invece arrivare in commissione oggi la proposta della forzista Licia Ronzulli, del leader leghista Matteo Salvini e dei centristi Paola Binetti e Gaetano Quagliariello. Una sorta di ddl "anti Zan", in tre articoli, che inasprisce le pene per le discriminazioni "per etnia, credo religioso, nazionalità, sesso, orientamento sessuale, età e disabilità". Però cancella il "genere", interviene sull'articolo 61 del codice penale (ignorando la legge Mancino), estende anche all'età il raggio d'azione.
Il ddl Zan rischia così di finire in un vicolo cieco. La destra chiede che le due proposte siano abbinate, puntando a fare morire la legge Zan. "Se ne potrebbe magari fare un testo unico", sostiene Ronzulli. "Di certo a norma del regolamento del Senato l'abbinamento è previsto", dichiara il leghista Simone Pillon che darà battaglia nella riunione della commissione Giustizia convocata oggi. A chi gli fa notare che anche gli elettori della Lega sono in buona parte (il 60%, secondo i sondaggi) favorevoli alla legge Zan, Pillon risponde secco: "Balle". E Salvini in un post su Facebook ribadisce: "Sì a una legge che introduce pene più severe per le discriminazioni come quella presentata dalla Lega e dal centrodestra... ma no a una legge che introduce bavaglio e carcere per le idee".
Solo "fake news" per il Pd, Leu, i 5Stelle e Italia Viva. Persino i più scettici tra i dem sul ddl Zan si sono convinti che non ci sia tempo da perdere per garantire tutela a chi per il proprio orientamento sessuale è vittima di minacce e di aggressioni. I casi di omofobia sono aumentati. La legge è attesa da più di 20 anni. Il segretario del Pd, Enrico Letta del resto, proprio in occasione ieri della giornata mondiale contro l'omotransfobia, ha assicurato in un tweet: "Celebriamo questa giornata con un impegno concreto per i diritti approvando subito il ddl Zan al Senato". Ma il pallino è nelle mani del presidente della commissione il leghista Andrea Ostellari, che si è autoproclamato relatore e che punterà a mettere insieme i due ddl.
"Allora chiederemo di votare e ci conteremo", annuncia Franco Mirabelli per il Pd. Anche il renziano Giuseppe Cucca afferma: "Il testo base è lo Zan". La dem Monica Cirinnà e la pentastellata Alessandra Maiorino sono per accelerare: "Se la commissione diventa un pantano, dobbiamo tenerci la carta di portare il ddl Zan in aula direttamente". La palude è davvero dietro l'angolo. Sono state presentate ben 200 richieste di audizioni di associazioni ed esperti. Un numero spropositato, se venissero accolte tutte. Tanto per fare un raffronto: 9 sono le audizioni chieste dal Pd, 70 dalla Lega. E poi c'è la partita degli emendamenti: dal fronte leghista è stato minacciato di depositarne milioni. Denunciano i 5Stelle.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 18 maggio 2021
Dal Quirinale un messaggio di rifiuto verso ogni discriminazione e intolleranza: "La società viene arricchita dalle diversità". Il fronte giallorosso rilancia le parole del presidente della Repubblica. Letta: "Serve un impegno concreto per approvare la legge". "Le attitudini personali e l'orientamento sessuale - afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella - non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana, perché laddove ciò accade vengono minacciati i valori morali su cui si fonda la stessa convivenza democratica".
Il messaggio del Quirinale arriva nella Giornata internazionale contro l'omofobia, la transfobia e la bifobia, proprio mentre le forze politiche in Parlamento si dividono sull'approvazione del disegno di legge Zan. Sono parole sentite, non rituali, quelle che vengono espresse da Sergio Mattarella: "La Giornata è l'occasione per ribadire il rifiuto assoluto di ogni forma di discriminazione e di intolleranza e, dunque, per riaffermare la centralità del principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea".
È un appello ad accettare gli altri. "La società viene arricchita dal contributo delle diversità. - dice il presidente della Repubblica - Disprezzo, esclusione nei confronti di ciò che si ritiene diverso da sé, rappresentano una forma di violenza che genera regressione e può spingere verso fanatismi inaccettabili. La ferita inferta alla singola persona offende la libertà di tutti. E purtroppo non sono pochi gli episodi di violenza, morale e fisica che, colpendo le vittime, oltraggiano l'intera società. Solidarietà, rispetto, inclusione, come ha dimostrato anche l'opera di contrasto alla pandemia, sono vettori potenti di coesione sociale e di sicurezza".
Sbaglia chi intende tirare per la giacchetta il Quirinale sul terreno della legge Zan. Fedele al suo ruolo di arbitro, Mattarella non entra, neanche stavolta, nella contesa parlamentare. Non cita mai il ddl, il suo è un discorso alto, che prescinde dalla contingenza politica, ma non si può non notare il calore con cui è stato scritto. Non a caso è stato subito apprezzato e rilanciato da molti esponenti di Pd, Leu, M5S, il fronte favorevole all'approvazione della norma contro l'omofobia.
Il segretario pd Enrico Letta ha chiesto al Senato "un impegno concreto" per fare approvare subito il ddl. Il capogruppo di Leu Federico Fornaro invita ad ascoltare le parole di Mattarella. Il centrodestra però frena, e ha pronto un controtesto, che viene letto come un tentativo di rimandarne il varo. "Sì a una legge che introduca pene più severe per chi discrimina, insulta o aggredisce in base a sesso, etnia o religione, come già presentata da Lega e centrodestra", dice Matteo Salvini. "No invece a una legge che introduce bavaglio e carcere per le idee: punire chi non condivide le adozioni gay o l'utero in affitto è una follia", sostiene il leader leghista.
La legge è ferma in Commissione Giustizia del Senato, mentre i dati sugli attacchi omofobi sono in crescita. Secondo Gay Help Line nell'ultimo anno i ricatti e le minacce subite dalle persone Lgbt sono cresciuti dall'11 al 28 per cento e i casi di mobbing e discriminazioni sul lavoro sono lievitati del 15 per cento. La bussola, per il Colle, è l'articolo 3 della Costituzione, che promuove l'uguaglianza tra le persone. Parole simili Mattarella le aveva pronunciate già l'anno scorso, quando aveva detto che "le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana". Anche l'Europa, dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen al presidente dell'Europarlamento, David Sassoli, ha preso posizione contro l'intolleranza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 maggio 2021
Da appena un mese l'Italia ha recepito la Direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza: in attesa di norme che la attuino, va riscoperta la sobrietà. E adesso? Recepita nell'ordinamento italiano la direttiva 343 dell'Unione europea, col suo portato di censura per le violazioni della presunzione d'innocenza, cambierà qualcosa? Difficile dirlo.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 17 maggio 2021
Intervista a Giulia Bongiorno, senatrice leghista: "Sosteniamo il superamento della legge Bonafede". "Strumentale". È laconica, la senatrice Giulia Bongiorno, responsabile per la giustizia della Lega, quando le si chiede della polemica quotidiana contro Salvini.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2021
Intervista a Vittorio Manes, docente di diritto penale dell'Università di Bologna.
Professor Manes, può spiegare innanzitutto quali sono state le linee ispiratrici della riforma proposte dalla commissione Lattanzi di cui lei fa parte?
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2021
Oltre il 60% dei procedimenti penali definiti da Gip e Gup viene archiviato. Solo una minoranza è decisa nel merito o rinviata a giudizio. La distanza si è accentuata nel 2020, l'anno del Covid, che ha visto anche crescere l'arretrato e i tempi dei processi, soprattutto di fronte al tribunale monocratico.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 maggio 2021
Intervista a Giorgio Spangher: "Il processo mediatico? Se i cittadini si stupiscono di una sentenza vuol dire che il loro giudizio è stato alterato. Bisogna riappropriarsi delle garanzie". Per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto Processuale Penale alla Sapienza, "gli imputati sono morti che camminano perché su di loro si posa lo stigma sociale scaturito dal racconto che il pubblico ministero costruisce intorno a loro e che la stampa replica all'infinito".
Professore quanto è grave il problema del processo mediatico nel nostro Paese?
Il problema è molto grave. Le spiego il perché con alcuni esempi. Il giudice emette una sentenza e dal popolo si leva un grido di stupore "Li hanno assolti! Ma non erano colpevoli?". Pensiamo poi a Mafia Capitale: benché la Cassazione abbia escluso l'aggravante mafiosa, per molti resta sempre un crimine di stampo mafioso. Cosa voglio dire con questo? Che il nostro sistema processuale non è incentrato sul dibattimento in aula ma sulla fase delle indagini. Prima era diverso. Nel 1955 in Italia si è celebrato il processo per la morte di Wilma Montesi, giovane donna ritrovata morta sulla battigia a Torvaianica. Tra gli imputati c'era Piero Piccioni, figlio di Attilio, fra i massimi esponenti della Democrazia Cristiana. L'avvocato di Piccioni riuscì a ottenere lo spostamento del processo da Roma a Venezia perché la gente si accalcava nel palazzo di giustizia della Capitale per conoscere morbosamente tutti i dettagli della vicenda. Per questa tensione mediatica sui giudici del dibattimento, il processo fu trasferito. Un grande successo per la difesa che ottenne anche l'assoluzione.
Cerchiamo di snocciolare meglio il problema...
L'avvocato Valerio Spigarelli fece giustamente notare che all'inizio del processo per Mafia Capitale c'erano molti giornalisti poi nessuno ha seguito le udienze e sono ritornati solo il giorno della sentenza. Se manca da parte della stampa il racconto del processo, la narrazione rimane ancorata alla formulazione dell'imputazione fatta dal pm durante le indagini e alla comunicazione che fa sulle fonti di prova. La gente assorbe pienamente la qualificazione giuridica data dal pm che presenta come già colpevoli gli indagati. Questo inoltre va a condizionare - ed è l'aspetto ancora più grave - tutta la fase iniziale del procedimento. Quante persone nel processo Mafia Capitale sono state mandate al 41bis, misura che poi si è rivelata inopportuna alla luce della sentenza?
Quindi mi pare di capire che i problemi sono due...
Sì. Abbiamo quello relativo alle conferenze stampa del pm e ai video delle forze dell'ordine che già condannano le persone coinvolte. Questa immagine di colpevolezza viene offerta all'opinione pubblica per un tempo indefinito: si costruisce intorno a un soggetto un giudizio di responsabilità ma anche un fatto che appare cristallizzato come vero, grazie anche all'abuso delle intercettazioni. A ciò si aggiunge il modo in cui il soggetto viene presentato. Pensi a quanto accaduto a Massimo Bossetti il cui arresto è andato in onda a reti unificate. O andando indietro nel passato ad Enzo Carra che fu condotto dal carcere al tribunale con gli "schiavettoni" ai polsi per essere incriminato da Davigo.
Quindi il dibattimento non conta più?
Esatto: arriva a distanza di tempo e non conta più di tanto. La criticità è dunque questa: che il processo si celebra prima di entrare nell'aula di dibattimento. E questo va ad incidere anche sulla credibilità della giustizia.
Oggi poi assistiamo allo strano fenomeno che se un giudice assolve o mitiga la pena la gente e i parenti delle vittime si scagliano contro di lui. Se condanna va tutto bene, in caso contrario qualcosa non ha funzionato...
Esatto. È qui che sta la patologia; se la gente si stupisce della sentenza vuol dire due cose: che il suo giudizio è stato precedentemente condizionato e che non ha assistito al dibattimento.
A formare il giudizio preventivo c'è anche il fatto che vengono pubblicati atti di indagine che non dovrebbero essere resi noti o accade che testimoni vengano contro interrogati nelle trasmissioni tv...
La regola sarebbe quella che il pm ha il dono della riservatezza; gli atti non dovrebbero uscire se non nei limiti in cui si dà conoscenza del contenuto in via sommaria. Invece il compito della Procura può essere molto utile nel correggere, come ha detto il procuratore Melillo qualche giorno fa in un webinar, l'informazione scorretta, qualora la stampa fornisse all'opinione pubblica una ricostruzione errata.
Secondo Lei i giudici hanno una struttura tale da non farsi influenzare dal processo mediatico parallelo?
Un proverbio sardo dice che nel cuore di un uomo entra solo dio e il coltello. È difficile capire quanto un giudice possa essere impermeabile alle influenze esterne. Io credo che il nostro giudice è un professionista che ha l'onere di motivare la sua decisione. Sa che la sua sentenza va a giudizio in Appello e poi in Cassazione: nulla teme di più il giudice che il giudizio dei suoi colleghi.
Però è anche vero che da tanto tra i giuristi si dibatte di come la virgin mind dei giudici possa essere inficiata. Il giudice di primo grado dovrebbe arrivare in aula senza sapere nulla...
Questo è un altro discorso, lei ha ragione. Non sono in grado di valutare il condizionamento psicologico di un magistrato. Quello che posso dirle è che il codice di procedura penale dice che il giudice valuta in base alle prove che ha regolarmente acquisito nel processo. Purtroppo con le sentenze del 1992 e 1994 della Corte costituzionale noi recuperiamo larga parte del materiale dichiarativo che è stato assunto dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria. È un problema che mette in crisi l'oralità a svantaggio del contraddittorio. Il concetto di tabula rasa del giudice vergine non esiste più, non dal punto di vista dell'influenza mediatica ma del materiale probatorio.
Un'altra conseguenza del processo mediatico è anche la trasformazione degli indagati e degli imputati in mostri. Su di loro si posa uno stigma sociale difficile da abbandonare, al di là delle risultanze processuali...
Su questo ha ragione: proprio lo spostamento del processo nella fase delle indagini e la morbosità mediatica determinano già una sanzione per gli indagati. Questo è fuori discussione ed è lo stigma peggiore perché il pubblico ministero li presenta in una certa maniera e i giornali danno voce solo a quel racconto. Sono già dei morti che camminano anche se si salveranno e verranno dichiarati innocenti. Saranno per sempre vittime della damnatio memoriae.
Infatti nonostante sentenze di assoluzione, le persone e alcuni colleghi giornalisti su determinati fatti di cronaca continuano a ritenere gli imputati colpevoli, giustificandosi così: "la verità giuridica non è quella storica"...
Esatto, questo è importante: quello che il pm costruisce nei suoi capi di imputazione è la cosiddetta verità storicizzata, come se dicesse a se stesso "il processo è una cosa, ma io come pubblico ministero custodisco la verità". Il pm costruisce una sua notitia criminis che resta storicizzata, anche se il processo farà un altro corso.
Come usciamo da tutto questo? Adesso abbiamo recepito anche la direttiva europea sulla presunzione di innocenza...
Ma dobbiamo attuarla subito insieme a degli strumenti importanti, come il reclamo, il diritto all'oblio e anche una sanzione disciplinare nei confronti del pubblico ministero che tiene conferenze stampa superando i limiti previsti per il rispetto della presunzione di innocenza. Il primo obiettivo è comunque riappropriarci delle garanzie: tutti gli attori coinvolti devono capire questo, dai pubblici ministeri ai giornalisti. E mai dimenticare che il processo penale non riguarda gli altri, ma domani potrebbe riguardare noi.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 17 maggio 2021
Siamo degli inguaribili ottimisti, lo sappiamo. Tendiamo sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, lo ammettiamo. Rischiamo, ogni tanto, di sopravvalutare alcuni piccoli segnali che raccogliamo nelle cronache quotidiane che forse dimostrano meno di quello che noi ci aspettiamo. Ma stavolta è diverso. Stavolta lo sballo è sincero.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2021
Tribunale che vai acquisizione che trovi. E il tribunale di Rieti sceglie la via della Corte di giustizia. A quando l'intervento normativo? All'interno del numero 20 del 22 maggio del settimanale "Guida al Diritto" - in distribuzione agli abbonati a partire da oggi - è stato pubblicato un servizio dedicato agli orientamenti dei tribunali italiani dopo la sentenza della Corte giustizia europea del 2 marzo 2021, causa C-746/18 sull'acquisizione dei tabulati telefonici da parte del pubblico ministero. Vi riportiamo di seguito una prima ricostruzione della questione.
Sono passati poco più di due mesi dalla sentenza c.d. H.K. (Corte di giustizia dell'unione europea - Grande Sezione Sentenza 2 marzo 2021, H.K., causa C-746/18) in tema di data retention e acquisizione dei tabulati telefonici per finalità di giustizia. Questo relativamente breve lasso di tempo è però bastato a creare il caos negli uffici giudiziari. Si sono, infatti, susseguite diverse interpretazioni sulla disciplina da applicare, non solo tra i diversi tribunali, ma addirittura anche all'interno degli stessi uffici del Gip. A spazzare via ogni dubbio interpretativo potrebbe essere la stessa Corte di giustizia, chiamata in causa dal Tribunale di Rieti (ordinanza 4 maggio 2021, Pres. Sabatini, rel. Marinelli) per superare nel più breve tempo possibile un tale impasse ermeneutico.
Nella famosa sentenza la Corte di Lussemburgo aveva, in sostanza, affermato che soltanto la repressione di gravi forme di criminalità o la prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica può giustificare intrusioni nella vita privata di un singolo individuo, con la conseguenza che l'accesso ai tabulati deve essere circoscritto a tali ipotesi. Inoltre, per i giudici europei autorità competente ad autorizzare l'accesso ai dati non può essere il Pubblico ministero, ovvero un soggetto il cui compito sia quello di "dirigere il procedimento istruttorio penale e di esercitare, eventualmente, l'azione penale in un successivo procedimento".
Tali principi sono stati invero elaborati dalla Corte Ue in relazione all'ordinamento estone, nel quale il ruolo del Pm è diverso da quello italiano e non gode delle garanzie di giurisdizionalità che l'ordinamento italiano attribuisce a quest'ultimo. La domanda che si sono posti i giudici italiani è stata se le affermazioni della Corte di giustizia siano applicabili anche nel nostro ordinamento e se, quindi, il Pubblico ministero italiano possa ritenersi ancora organo dotato dei requisiti necessari per l'autorizzazione all'acquisizione dei dati relativi alle comunicazioni degli indagati, come prevede l'articolo 132 comma 3 del Codice della Privacy (D.lgs. n. 196/2003) e come costantemente ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità; e, ancor prima, come individuare i reati che compongono il catalogo di quelle gravi forme di criminalità per le quali è consentita l'acquisizione dei dati.
Applicabilità diretta della sentenza H.K. Vs Persistenza della normativa interna - A tali quesiti i giudici italiani hanno risposto schierandosi in due fazioni: da una parte, coloro che hanno optato per la disapplicazione della normativa interna (Gip di Roma, decreto 25 aprile 2021, giud. Sabatini; Gip di Bari, decreto 1° maggio 2021, giud. Agnino); dall'altra, coloro che si sono espressi a sfavore della diretta applicabilità della decisione europea (Tribunale di Milano, ordinanza 22 aprile 2021, Pres. Malatesta; Gip di Roma, decreto 28 aprile, giud. Fanelli; Gip di Roma, decreto 29 aprile, giud. Savio).
Per il primo orientamento, alla luce delle affermazioni della Corte Ue, deve ritenersi che il Pubblico ministero italiano non possiede quella caratteristica di terzietà necessaria per disporre l'acquisizione dei tabulati, né pare essere sufficientemente equidistante per effettuare quel bilanciamento tra la necessità di condurre le indagini e quella di rispettare la vita privata dei soggetti indagati. A disporre le autorizzazioni all'acquisizione dei dati deve essere, pertanto, il Giudice, mentre le problematiche concrete - inutilizzabilità delle autorizzazioni disposte dai Pm e individuazione del catalogo dei reati - che derivano dalla disapplicazione della normativa interna, vanno risolte trovando una sponda nella disciplina delle intercettazioni (articoli 267 e 271 cod. proc. pen.).
Per il secondo orientamento, invece, non è possibile applicare la sentenza H.K. in Italia, per via della non sovrapponibilità tra la figura del Pubblico ministero estone e quella del Pubblico ministero italiano, quest'ultimo considerato una "Autorità giurisdizionale", nonché per via della indeterminatezza delle affermazioni ivi espresse, quanto alla individuazione della autorità deputata a disporre l'autorizzazione e alla procedura che essa deve seguire. A disporre le autorizzazioni all'acquisizione dei dati deve continuare ad essere, pertanto, il Pubblico ministero, non potendo, tra l'altro, le problematiche concrete derivanti dalla disapplicazione della normativa interna essere risolte in via creativa dalla giurisprudenza, ma solo da un intervento del legislatore.
Il rinvio pregiudiziale - Nell'attesa di una auspicata presa di posizione da parte del legislatore, pur aderendo sostanzialmente alla tesi che ritiene il Pubblico ministero dotato di un grado di autonomia e indipendenza sufficiente per continuare a disporre l'autorizzazione all'acquisizione dei dati, il Tribunale di Rieti opta per il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia. I giudici europei dovranno così sciogliere ogni dubbio in merito al nodo principale della questione: la riconducibilità del Pubblico ministero italiano nell'ambito di quelle autorità che, per le loro caratteristiche strutturali e funzionali, sono deputate ad autorizzare l'acquisizione di tabulati telefonici.
Se così non fosse, per i giudici laziali il principale problema concreto sta nell'evitare il "rischio di "paralisi" delle indagini penali", in assenza di una disciplina transitoria o di indicazioni "interptemporali". Altra questione sta poi nella necessità di contemplare delle "eccezionali ipotesi di "urgenza investigativa", tali da consentire al Pubblico ministero l'immediata acquisizione dei dati dei tabulati telefonici", con successiva convalida da parte del Giudice procedente, al pari di quanto prevede l'articolo 267 cod. proc. pen. in tema di intercettazioni telefoniche. La futura pronuncia della Corte di giustizia si preannuncia, pertanto, come un tassello importante e un passo in avanti per la risoluzione interpretativa dell'intera vicenda, in attesa - forse - di un intervento legislativo diretto ad adeguare la normativa italiana al nuovo quadro europeo.
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