di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Il vicepresidente del Csm David Ermini: ci siamo accorti tardi della sfiducia della gente nei confronti dei magistrati. "La delegittimazione della magistratura crea effetti gravissimi, perché significa delegittimare uno dei cardini della democrazia liberale", dice David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
Sarà, ma sono stati comportamenti degli stessi magistrati e dell'organo di autogoverno che lei ora rappresenta a provocare questa delegittimazione...
"È vero, e uno degli errori che abbiamo commesso è stato accorgersi troppo tardi di quanto stava montando nell'opinione pubblica la sfiducia verso la categoria; senza distinzioni, che pure esistono, tra i pm che fanno le indagini, i giudici che emettono le sentenze, il Csm e l'Associazione magistrati. Ma tant'è. Con il caso Palamara c'è esplosa tra le mani una bomba, ma la miccia era accesa da molto tempo, e dopo la deflagrazione ci siamo trovati a dover difendere un'istituzione e correggere le storture".
Non sarebbe stato meglio sciogliere subito il Csm evitando lo stillicidio delle dimissioni e dei successivi scandali, dalle chat dello stesso Palamara fino al caso Amara-Storari-Davigo?
"Con quale risultato? Sarebbe stato eletto un nuovo Csm con le vecchie regole e gli stessi meccanismi, congelando e riproponendo la situazione che ha prodotto la crisi in cui ci siamo trovati. Invece abbiamo avviato un periodo di transizione che è servito alla magistratura per rimettersi in discussione, anche qui dentro. La svolta può arrivare da due fronti: da un lato il cambiamento morale e culturale, dall'altro le riforme; noi abbiamo imboccato la prima strada, la seconda tocca al Parlamento".
Che cosa avete fatto in concreto, per il cambiamento morale e culturale?
"Abbiamo cercato di compiere scelte al di fuori del sistema delle correnti e del carrierismo, promuovendo una mentalità che non sia ancorata solo alle domande per avere posti diversi da quello in cui si lavora e ad ottenere per forza incarichi direttivi o di rilievo. Abbiamo fatto nomine importanti seguendo criteri nuovi, celebrato procedimenti disciplinari e di incompatibilità ambientale più numerosi che in passato, insieme a tante altre attività poco note all'esterno ma fondamentali per il lavoro degli uffici giudiziari".
Però avete pure subito bocciature dalla giustizia amministrativa per nomine di peso, come quella del procuratore di Roma, che hanno contribuito ad offuscare l'immagine del Consiglio.
"Sulla vicenda di Roma attendiamo l'esito di tutti i ricorsi ancora in atto, poi torneremo a valutare la situazione. In generale io non mi permetto di sindacare le decisioni del Tar e del Consiglio di Stato, però credo che tra le riforme costituzionali sarebbe opportuno inserire l'affidamento a un'Alta corte sia del procedimento disciplinare che di quello sulle impugnazioni dei nostri provvedimenti. Bisogna salvaguardare la discrezionalità delle scelte dell'organo di autogoverno fatte tenendo conto dei contesti ambientali anche con riferimento alle peculiarità dell'ufficio. Se ne fanno anche di sbagliate, ci mancherebbe, ma ne rivendico la discrezionalità. Faccio anche notare che seguendo le indicazioni del Tar avremmo dovuto nominare a capo dell'ufficio gip di Bari il dottor De Benedictis, giudice recentemente arrestato per gravi accuse. Ciò non per responsabilità del giudice amministrativo, ma perché non dispone di tutte le informazioni in possesso solo del Consiglio".
Sul caso Palamara c'è chi pensa che la sua radiazione con un processo-lampo sia stato un modo per fingere di risolvere il problema, senza procedere oltre.
"Non è vero. A quel processo non ho partecipato e non posso parlarne, ma ce ne sono in corso molti altri, così come le procedure per incompatibilità ambientale. Del resto la giustizia disciplinare dei magistrati è l'unica totalmente trasparente, le udienze si svolgono in diretta radiofonica salvo casi particolari, quale altra categoria si muove con queste regole? In ogni caso, ripeto, le degenerazioni delle correnti e del carrierismo sono esplose in questa consiliatura ma vengono da lontano. Per questo dico che noi siamo un Consiglio di transizione in attesa delle riforme, che però spettano al Parlamento".
Qual è a suo parere la più urgente?
"Quella del Csm è improcrastinabile, tra un anno bisognerà rinnovarlo e sarebbe impensabile andare al voto senza cambiare la legge elettorale che è la principale causa dei condizionamenti correntizi. La ministra Cartabia sta facendo un grande lavoro in questo campo, la commissione da lei nominata ha fatto le sue proposte e ora vediamo che cosa uscirà, così come sulle riforme del processo penale e civile. C'è l'impegno a concludere l'iter entro la fine dell'anno, e dev'essere rispettato".
Lei, come i suoi predecessori, è stato eletto vicepresidente dal "sistema delle correnti". Spera di essere l'ultimo scelto con quel metodo?
"Premesso che è la stessa Costituzione a prevedere che la scelta del vicepresidente sia frutto di un accordo tra magistratura e politica, visto che dev'essere nominato un "laico" eletto dal Parlamento dalla maggioranza dei componenti togati eletti dai magistrati, condivido l'ipotesi di modificare la Costituzione affidando la scelta al capo dello Stato che presiede il Csm, purché avvenga tra i consiglieri individuati dal Parlamento".
Ha fiducia che il Parlamento faccia le necessarie riforme sulla giustizia?
"Deve farle, altrimenti è inutile lamentarsi della crisi di credibilità della magistratura. Le riforme rappresentano l'altra strada obbligata per restituire ai cittadini un po' di fiducia nell'istituzione. Faccio un appello al Parlamento perché segua la via indicata dal presidente Mattarella e dalla ministra Cartabia, mettendo da parte le divisioni e trovando le intese necessarie a riforme condivise. La giustizia non dovrebbe essere più argomento da campagna elettorale".
Pare che stia per avvenire il contrario, con la campagna referendaria promossa da Lega e radicali. Lei è favorevole o contrario?
"Ritengo che un lavoro parlamentare fatto con la seria intenzione di varare buone riforme sia più rapido ed efficace del percorso referendario, che inevitabilmente dividerebbe il Paese. Se c'è la volontà le soluzioni condivise si trovano, anche sui temi più divisivi".
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Per il capogruppo del Pd in commissione Giustizia non si può perdere "l'occasione unica di riformare il processo penale". "Un compromesso accettabile tra la prescrizione di Bonafede e i processi infiniti". Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, definisce così con Repubblica l'accordo in itinere sulla prescrizione.
Sulla prescrizione vede un compromesso possibile?
"Il Pd ha molta fiducia nella mediazione finale di Marta Cartabia. Le proposte fatte dalla commissione Lattanzi per noi sono entrambe percorribili. Ma il Pd ha presentato da tempo degli emendamenti che offrono una soluzione parzialmente diversa e che valutiamo come un buon punto di mediazione".
Già, lei sta parlando del compromesso sul piatto tra la prescrizione di Bonafede e la vostra. Quali sarebbero i vantaggi?
"L'ipotesi del Pd prevede una prescrizione processuale un po' semplificata perché si applicherebbe solo ai gradi di Appello e di Cassazione dopo che la prescrizione dei singoli reati si è fermata con il primo grado".
Quindi la legge Bonafede, in questo modo, non verrebbe buttata del tutto nel cestino, ma verrebbe salvata. È così?
"Si, certo, verrebbe salvata, ma verrebbero eliminati i rischi, che anche noi avevamo denunciato, di processi infiniti".
In che modo?
"È semplice. La prescrizione del reato si ferma con la sentenza di primo grado. Poi, nei gradi successivi, scatta una prescrizione processuale: l'Appello può durare al massimo due anni e la Cassazione un anno. Se si superano questi tempi ci sarà una riduzione della pena o il reato stesso diventerà improcedibile".
Nelle trattative segrete tra via Arenula e il M5S proprio quest'ultimo è il punto in discussione. Analizziamo cosa succede in Appello e nell'ultimo grado giudizio.
"In Appello, se si superano i due anni, il processo per l'imputato assolto in primo grado si chiuderà lì in quanto non sarà più procedibile. Se invece l'imputato era stato condannato in primo grado ci sarà uno sconto di pena".
Le indiscrezioni dicono che fin qui M5S sarebbe favorevole. Ma non accetta assolutamente quella che chiama "denegata giustizia", e cioè il fatto di chiudere il processo con la prescrizione senza giungere a una sentenza. Per il Pd come se ne può uscire?
"La via d'uscita è un'ulteriore termine, più lungo del primo - per intenderci non solo due anni per l'Appello e uno per la Cassazione - in modo da cercare di chiudere comunque il processo. Ma, se anche questo termine non dovesse essere rispettato, allora non c'è che la via dell'improcedibilità".
Politicamente è possibile che M5S accetti il compromesso?
"Me lo auguro, perché sarebbe comunque una proposta che non butta al macero la prescrizione di Bonafede, però evita i rischi dei processi infiniti".
Scusi, ma per capirci: da una parte ci sono i processi infiniti e dall'altra la denegata giustizia. È mai possibile che non ci possa essere un punto d'incontro?
"Il punto è nella riduzione dei tempi dei processi che la coraggiosa proposta fatta dalla commissione Lattanzi ha già messo sul tavolo".
Però al centrodestra, vedi la reazione di Enrico Costa di Azione, questa soluzione dello sconto di pena non piace affatto al punto da definirla una "schifezza".
"Faccio notare che il sistema è in vigore in Paesi dove la giustizia funziona bene come in Germania. E non a caso viene portata ad esempio dalla commissione Lattanzi".
Quindi lei pensa che si arrivi a chiudere?
"Questa è un'occasione imperdibile per riformare il processo penale e tutti dobbiamo aiutare governo e Parlamento ad arrivare fino in fondo".
di Carlo Terzano
policymakermag.it, 25 giugno 2021
La riforma della giustizia sarà alla base del PNRR, per questo la maggioranza deve trovare entro l'estate un accordo sulla nuova prescrizione. Ridisegnare l'istituto giuridico della prescrizione (una cesoia che interviene se lo Stato impiega troppo tempo ad arrivare a sentenza, ledendo i principi del giusto processo), non sarà facile. Perché dietro la prescrizione si annidano anni e anni di storie e malversazioni politiche, di fuga dalla giustizia e di interventi ad hoc per favorire questo o quel personaggio. Per questo, il Movimento 5 Stelle ha fatto della riforma, in peius (per l'imputato), della prescrizione un suo cavallo di battaglia e non si lascerà convincere facilmente ad abbandonare quanto previsto dalla norma che porta il nome dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede. Ridisegnare l'istituto giuridico della prescrizione, però, sarà necessario, perché i partiti sono quotidianamente tallonati dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, che ha ricevuto mandato dal presidente del Consiglio Mario Draghi di agire e in fretta, visto che la riforma del settore è alla base del PNRR. Insomma, la dobbiamo all'Europa per dimostrare la serietà delle nostre intenzioni.
Ci sarebbe però ormai un accordo tra PD e pentastellati su una bozza che parte proprio dal testo elaborato da Bonafede, prevedendo che la prescrizione si fermi dopo il primo grado, con l'introduzione però di un altro timer: quello della prescrizione processuale, legata alla durata del dibattimento. La giustizia avrà due anni per il processo di appello e un anno per quello in Cassazione. Ma, soprattutto, i magistrati potranno contare su strade diverse a seconda che l'imputato venga assolto oppure venga condannato. Nel primo caso, per l'assolto, se il tempo concesso per chiudere la fase processuale viene superato, scatta l'improcedibilità e il processo si chiude. Se invece l'imputato è stato condannato, ma la fase processuale ha superato i limiti stabiliti dalla legge, allora c'è uno sconto di pena, novella presa in prestito dal modello tedesco. Oppure, sempre per i condannati, potrebbe essere previsto un termine più lungo per giungere comunque alla sentenza, che però, una volta superato, vedrebbe scattare l'improcedibilità.
Adesso le differenze maggiori nei termini si hanno tra chi ha già subito condanne, per i quali ricorrere all'intervento della prescrizione è quasi impossibile e chi ha la fedina penale intonsa, che con bravi avvocati può facilmente sperare nelle cesoie del processo estinto per decorrenza dei termini (all'istituto, comunque, l'interessato che vuole ottenere la piena assoluzione può sempre decidere di rinunciarvi). Resta da vedere, invece, se questa differenza di trattamento tra chi in primo grado è stato assolto e chi è condannato passi il vaglio di costituzionalità, dato che, sulla carta, la legge dovrebbe essere uguale per tutti.
di Paolo Itri
Il Riformista, 25 giugno 2021
Il recente intervento del presidente Giuseppe Santalucia davanti al parlamentino dell'Anm sui quesiti referendari suscita non lievi perplessità, apparendo quanto meno inopportuno. Santalucia, nell'annunciare una "ferma reazione", ha dichiarato che il fatto di portare avanti il tema referendario "fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura".
Egli paventa, in sostanza, che attraverso l'uso del referendum si vogliano processare i giudici. Non è ben chiaro a quale titolo il rappresentante di un'associazione privata, rappresentativa degli interessi sindacali di una categoria professionale quali sono appunto i magistrati, invece di fare una seria autocritica sulle ragioni dell'attuale grave crisi di credibilità dell'istituzione di cui fa parte, pretenda di stigmatizzare il legittimo esercizio di uno strumento di democrazia diretta, accusando in sostanza di populismo le forze politiche che hanno promosso i referendum. Premessa l'assoluta legittimità del giudizio che i cittadini esprimeranno sui quesiti referendari, qualunque possa essere il loro esito, non possiamo tuttavia esimerci dal formulare una opinione negativa su quasi tutti i quesiti stessi.
Il primo quesito riguarda la responsabilità civile "diretta" dei magistrati. La norma vigente già prevede che, seppure il cittadino danneggiato non possa chiamare direttamente in causa il magistrato, egli possa tuttavia rivolgersi allo Stato (soggetto peraltro ben più solvibile del singolo magistrato) il quale poi si rivarrà (in parte) sul magistrato stesso. I proponenti chiedono invece di introdurre la possibilità per il cittadino di chiedere il risarcimento dei danni direttamente al magistrato. Non possiamo che esprimere contrarietà rispetto a tale ipotesi, non certo per ragioni corporative, ma semplicemente perché ciò che conta, dinanzi a un eventuale errore grave del magistrato, è che egli ne risponda disciplinarmente e anche economicamente, ma sempre e solo nei confronti dello Stato.
L'azione risarcitoria "diretta", invece, rischia di condizionare gravemente la decisione del giudice, a fronte della non piacevole prospettiva di eventuali future azioni intentate da una delle parti in causa, magari ispirate da finalità solo strumentali o ritorsive.
Il secondo quesito è quello sulla separazione delle carriere: la conseguenza dell'eventuale approvazione del referendum sarebbe che il magistrato, una volta scelta la funzione giudicante o quella requirente, non potrebbe più passare dall'una all'altra. L'argomento è complesso e divisivo, ma va detto che ci troviamo di fronte a un falso problema: gli esperti di ordinamento giudiziario sanno bene che la separazione delle carriere, di fatto, già esiste da tempo, e questo grazie a una serie di "paletti" non solo territoriali che già adesso rendono estremamente improbabile che chi abbia fatto il pm possa decidere di passare nei ranghi della magistratura giudicante (e viceversa).
Il terzo quesito riguarda invece la custodia cautelare: i promotori chiedono che venga abrogata la norma del codice che prevede l'applicazione della custodia cautelare in carcere in caso di pericolo di reiterazione del reato. Tale quesito, se passasse, potrebbe segnare un pericoloso arretramento nell'attività di contrasto alla criminalità. Per chiarire la questione, basti un semplice esempio. Tizio, pluripregiudicato, viene identificato come autore di una rapina in banca grazie alle telecamere installate presso l'istituto di credito. Vistosi scoperto, decide di presentarsi in caserma e di confessare il delitto. Nel caso di specie non ci sarebbe il pericolo di fuga, perché il rapinatore si è costituito spontaneamente. Non ci sarebbe nemmeno il pericolo di inquinamento delle prove, perché ha confessato. Se dovesse passare il referendum, nonostante l'indubbio pericolo di reiterazione del reato, nelle more del processo egli verrebbe lasciato in libertà, con la concreta possibilità, quindi, che possa rapinare un'altra banca.
Quarto quesito: oggi un magistrato che vuole candidarsi al Csm deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme di altrettanti elettori iscritti a una corrente. Attraverso il quesito si intende abrogare questo vincolo delle firme e dunque l'obbligo, di fatto, per un candidato di iscriversi a una corrente. I promotori del referendum sottovalutano, però, la pervasività delle correnti e la loro capacità di controllare i voti degli elettori, indipendentemente dal fatto che il candidato risulti o meno apparentato a questa o quella corrente. L'unica soluzione per contrastare la deriva clientelare resta il sorteggio temperato: si estragga a sorte una platea di candidati in possesso di determinati requisiti minimi (professionali e di anzianità) nella quale gli elettori potranno scegliere con il loro voto colui che meglio esprime la loro sensibilità sui delicati temi della giurisdizione e dell'autogoverno.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Sarà online da lunedì, alla vigilia della discussione sulla riforma del processo penale. Ospiterà anche i contributi dei cittadini che vorranno raccontare le loro storie e denunciare le loro esperienze, positive o negative con la macchina della giustizia.
Si chiamerà proprio così, "presunto innocente.com". Un sito trasversale ai partiti che porterà avanti l'offensiva dei garantisti sulla giustizia. Tant'è che il nuovo sito - che sarà già online da lunedì della prossima settimana - vede tra i promotori Enrico Costa di Azione, Giusi Bartolozzi di Forza Italia, Guido Crosetto fondatore con Giorgia Meloni di FdI, Roberto Giachetti di Italia viva, il dem lucano Gianni Pittella, il giornalista Alessandro Barbano.
In coincidenza con le prossime settimane che vedranno i passi avanti della riforma penale, l'idea dei promotori del sito è soprattutto quello di raccontare cosa succede di positivo ma anche di negativo nel mondo della giustizia e ospitare voci anche contrapposte per creare un movimento d'opinione trasversale che vada oltre lo scontro tra i partiti. Lo slogan del sito sarà riassunto nella battuta "stai attento perché potrebbe capitare anche a te" per mettere in evidenza che i temi della giustizia non riguardano solo gli addetti ai lavori oppure chi viene coinvolto in un processo, ma tutti quanti.
Il sito verrà presentato lunedì alla Camera alle 16 con una conferenza stampa e sarà immediatamente operativo. Sarà possibile trovare una nutrita rassegna stampa sull'attuale dibattito sulla giustizia, tutte le sentenze di assoluzione prodotte dal disciplinare del Csm nei confronti di altrettanti magistrati messi sotto inchiesta, le statistiche sulla giustizia, gli attuali provvedimenti in discussione alla Camera. Ma la parte preponderante del sito sarà lasciata ai cittadini che vorranno raccontare le loro storie e denunciare ovviamente le loro esperienze, positive o negative che siano, quando hanno avuto a che fare con la macchina della giustizia.
di Monica Musso
Il Dubbio, 25 giugno 2021
L'uomo è stato assolto martedì sera dalla Corte d'appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena. Dieci anni prima di essere riconosciuto innocente. È quanto accaduto a Luigi Mazzei, imprenditore calabrese assolto martedì sera dalla Corte d'appello di Catanzaro dopo essere stato condannato in primo grado a due anni di reclusione con sospensione della pena e la non menzione per bancarotta fraudolenta patrimoniale, mentre era stato assolto per altri due capi di accusa per bancarotta fraudolenta. Mazzei era stato arrestato il 30 giugno 2011 per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, false fatturazioni, truffa ai danni dello Stato, falso ideologico, evasione fiscale, esportazione di capitali all'estero. Nell'inchiesta, coordinata dalla Procura di Lamezia Terme e condotta dalla Guardia di finanza, erano coinvolte a vario titolo altre 9 persone. Mazzei era stato arrestato mentre si trovava in barca, il 30 giugno 2011.
Tre le aziende sequestrate: la Cofain di Falerna, fallita nel settembre del 2010 per quasi 100 mila euro, la Inveco con sede a Roma e filiale a San Ferdinando, a Gioia Tauro, e la Temesa Hotel & Resort proprietaria del Temesa Village, sul litorale lametino. L'ipotesi era che i finanziamenti pubblici ottenuti nel 2006 attraverso la legge 488/ 92 sugli incentivi all'industria dal ministero dell'Economia e il Por Calabria dalla Regione - 7 milioni ottenuti sui 18,6 milioni richiesti - fossero stati concessi grazie a fatturazioni falsificate con sistemi definiti "sofisticati" dal procuratore lametino Salvatore Vitello e dal sostituto Luigi Maffia, che avevano ottenuto i domiciliari per Mazzei, considerato a capo di tutta l'operazione.
Il 13 settembre 2017, a conclusione del processo di primo grado, Mazzei fu condannato dal Tribunale di Lamezia in qualità di amministratore della Cofain, azienda che si occupava della produzione di serramenti, pannelli fotovoltaici ed edilizia, per la sola bancarotta fraudolenta, per aver distratto dalla società, quando era già in dissesto, fondi per 69.029 euro destinandoli alla Forest, una delle sue partecipate. Per il tribunale non era stata provata la restituzione del denaro da parte della Forest alla Cofain come sostenuto dal consulente dell'imputato e da Mazzei. Il 23 gennaio 2018 gli avvocati Francesco Gambardella e Paolo Carnuccio, difensori dell'imprenditore, hanno presentato appello sostenendo, dimostrando che da parte di Mazzei non c'era stata volontà di dissipare fondi della Cofain e che il finanziamento alla Forest non era un espediente.
"Sono stato protagonista di una vicenda dolorosa, che, se da un punto di vista giudiziario si è conclusa in una bolla di sapone, ha avuto, per quanto mi riguarda personalmente, sia da un punto di vista umano che economico costi elevatissimi", ha commentato Mazzei. "Ero un fruitore di finanziamenti agevolati, probabilmente uno dei pochi che ne era riuscito a fare corretto utilizzo. È proprio su questo, a mio avviso, che ci fu nei miei confronti del fumus. Così il mio nome e la mia credibilità vennero offuscati e le mie aziende, che avevano creato posti di lavoro e indotto, generando un importante gettito fiscale nei confronti dello Stato che in questo modo si era ripreso i fondi che aveva loro elargito, andarono in sofferenza fino al fallimento e alla chiusura - ha sottolineato. Oggi è stata riconosciuta l'assoluta legalità della mia condotta. Ma il corso della mia vita ha subito pesanti condizionamenti. La mia è una storia, come quelli di tanti altri, di ingiusta giustizia che ho deciso di raccontare in tutti i risvolti in un libro di prossima pubblicazione".
A Mazzei è arrivata la solidarietà del leader della Lega Matteo Salvini: "Nove anni e otto mesi di calvario, per poi uscire pulito perché il fatto non sussiste - ha commentato -. È la clamorosa vicenda dell'imprenditore Luigi Mazzei, arrestato nel 2011: l'ennesimo esempio di malagiustizia. Anche per questo vogliamo cambiare la giustizia, anche con i referendum".
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
L'informazione antimafia interdittiva, contenuta nel decreto del 10 settembre 2013 del Prefetto di Napoli, sta provocando non pochi problemi alla Clp, società del trasporto pubblico che con i suoi autobus collega Napoli a numerose località della Campania e di altre regioni. Il provvedimento prefettizio in piedi da quasi dieci anni si rese necessario a causa di alcuni "tentativi di infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata e tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della stessa".
La vicenda, come detto, risale al 2013, e riguardò solo un ex socio con ricadute dirette, che si ripercuotono tuttora, su tutta l'azienda. La "Clp Sviluppo Industriale Spa" (circa 500 dipendenti) ha come socio unico la "G & FRE Società per azioni". L'amministratore unico è Francesco Viale. Dall'azienda segnalano un paradosso: gli interessi e le attività degli ex soci di Clp sono stati lasciati impregiudicati. Tanto che questi nel frattempo sono diventati titolari di altre imprese di trasporto concorrenti proprio di Clp. Per cui, è proprio il caso di dirlo, c'è chi viaggia zavorrato e chi senza il peso di alcun provvedimento.
"Tutti i dipendenti Clp - dice l'avvocato Luigi De Martino - stanno vivendo un'esperienza paradossale unica nel suo genere. L'azienda nel 2012 ha ricevuto dalla Regione Campania l'intero pacchetto di autolinee, impianti e personale della fallita Acms di Caserta. Siamo condizionati in tutto e per tutto dagli impedimenti che impone la legislazione in materia di interdittive, l'impossibilità di poter esprimere tutte le potenzialità di un imprenditore e dei suoi collaboratori, che si esternano con la partecipazione a gare pubbliche, marketing di settore e protocolli d'intesa operativi con i 130 Comuni serviti dai nostri autobus". Dal 2015 la gestione societaria è riunita in un comitato esecutivo con due amministratori straordinari nominati dal Prefetto di Napoli.
Lo sconforto per tale situazione non è poco e potrebbe trasformarsi in rabbia. "Qualsiasi iniziativa - prosegue De Martino è condivisa con i componenti del comitato esecutivo, professionisti prestati ad un'opera che è remunerata dalla stessa società, ma che umilia chi lavora onestamente, con dedizione e con passione, a partire dall'amministratore Viale fino ad arrivare all'ultimo dipendente". All'origine dell'interdittiva vi furono alcune intercettazioni che coinvolsero Carlo Esposito (all'epoca titolare della società), il quale ebbe contatti con personaggi poco raccomandabili. Le intercettazioni, il cui contenuto - riferiscono i legali di Clp - non è conosciuto dall'azienda, riguardavano alcuni affari conclusi in Toscana da Esposito. Su questi fatti si è tra l'altro pronunciata la Corte di Cassazione. La Suprema corte non rilevò reati legati alla camorra.
Ma questo è un aspetto collaterale.
Il punto principale riguarda la prolungata provvisorietà dell'interdittiva antimafia abbattutasi su Clp e qualcuno vede in questo un disegno ben preciso. Quello, cioè, di indebolire una realtà aziendale che continua a muoversi sulle proprie gambe, nonostante le traversie affrontate. La Clp ha chiesto alla Prefettura di Napoli di esprimersi di nuovo per aggiornare i suoi orientamenti. L'auspicio dei vertici dell'azienda è che la revoca dell'interdittiva arrivi quanto prima. Il management è in possesso del requisito dell'onorabilità, unitamente ad una nuova governance monitorata e ai provvedimenti assunti in difesa della legalità. Significherebbe scrollarsi di dosso un fardello pesante e riappropriarsi di una reputazione offuscata per troppo tempo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
La Corte ha disposto un'istruttoria, sulla questione sollevata dal giudice di sorveglianza di Tivoli, con domande ai ministeri della Giustizia e della Salute, alla Conferenza delle Regioni e all'Ufficio parlamentare di bilancio. La Corte costituzionale ha depositato una ordinanza in merito alla questione sollevata dal giudice di sorveglianza di Tivoli sulle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Ha disposto una istruttoria sulle difficoltà dell'applicazione di tali misure, indirizzando un pacchetto di quattordici domande ai ministeri della Giustizia e della Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio.
La Consulta chiede di chiarire se esistano forme di coordinamento - Nei 14 punti elencati nell'ordinanza si chiede, fra l'altro, di chiarire se esistano, allo stato, forme di coordinamento tra il ministero della Giustizia, il ministero della Salute, le Asl e i Dipartimenti di salute mentale volte ad assicurare la pronta ed effettiva esecuzione, su scala regionale o nazionale, dei ricoveri nelle Rems; se sia prevista la possibilità dell'esercizio di poteri sostitutivi del governo nel caso di riscontrata incapacità di assicurare la tempestiva esecuzione di tali provvedimenti nel territorio di specifiche Regioni e se le difficoltà riscontrate siano dovute a ostacoli applicativi, all'inadeguatezza delle risorse finanziarie o ad altre ragioni.
Il Gip di Tivoli ha sollevato la legittimità costituzionale della disciplina sulle Rems - L'intervento della Corte è stato sollecitato da un Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Tivoli, che aveva disposto il ricovero di un imputato in una residenza per l'esecuzione di una misura di sicurezza. A distanza di quasi un anno dal provvedimento, la misura era rimasta ineseguita a causa della carenza di posti disponibili nelle Rems della Regione Lazio. Il giudice aveva allora sollevato questione di legittimità costituzionale della disciplina sulle Rems, che affida ai sistemi sanitari regionali una competenza esclusiva nella gestione delle misure di sicurezza privative della libertà personale disposte dal giudice penale. Secondo il giudice, questa disciplina, sollevando il ministro della Giustizia da ogni responsabilità in materia, contrasta in particolare con la sua competenza costituzionale in materia di "organizzazione e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia", prevista dall'articolo 110 della Costituzione.
La Corte vuole acquisire informazioni sul funzionamento delle Rems - La Corte costituzionale ha quindi ritenuto necessario acquisire, ai fini della decisione, una serie di informazioni concernenti il funzionamento concreto del sistema delle Rems, introdotto a partire dal 2012 in sostituzione di quello degli Opg. La questione non è di poco conto. Qui è in gioco lo scopo per il quale sono nate le Rems.
Il Gip di Tivoli reclama il ripristino della competenza al ministero della Giustizia - Ricordiamo che il Gip di Tivoli, attraverso l'ordinanza, reclama dunque il ripristino della competenza in capo al ministro della Giustizia in relazione all'esecuzione della misura di sicurezza detentiva, nel caso di specie provvisoria, per malati psichiatrici autori di reato.
Di fatto mette così in discussione il principio cardine che supera la logica manicomiale: ovvero l'esclusiva gestione sanitaria delle Rems, affidate esclusivamente alla sanità pubblica regionale, senza alcun potere decisionale o organizzativo del ministero della Giustizia; le ridotte dimensioni per evitare l'"effetto-manicomio": la capienza massima di ogni Rems non deve superiore ai 20 posti.
La Corte costituzionale ha disposto che venga depositata una relazione entro 90 giorni - Una dimensione assimilabile a quella delle comunità terapeutiche, ma superiore a quella dei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura (Spdc) ospedalieri.
La Consulta, però, prima di decidere, ha deciso di vederci chiaro. Per questo ha disposto che, "entro novanta giorni dalla comunicazione della presente ordinanza, il ministro della Giustizia, il ministro della Salute e il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, (...) il presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio (...) depositino una relazione, per quanto di rispettiva competenza", in merito ai quesiti posti.
di Nello Trocchia
Il Domani, 25 giugno 2021
Il 6 aprile 2020, nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, un gruppo di agenti penitenziari, provenienti da altri istituti di pena, ha picchiato brutalmente i detenuti. Fatti che vengono citati in un procedimento giudiziario riguardante violenze perpetrate da 4 detenuti contro i poliziotti. La giudice, respingendo le misure cautelari richieste a carico di quattro cittadini stranieri, aggiunge un particolare riferendosi agli "asseriti maltrattamenti subiti", quelli commessi dalla Polizia penitenziaria precedenti alle violenze dei detenuti: "Profilo rispetto al quale, peraltro, non sono stati fatti approfondimenti di tipo investigativo".
Il 6 aprile, nel carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, un gruppo di agenti penitenziari, provenienti da altri istituti di pena, ha picchiato brutalmente i detenuti. Domani ha raccontato quanto accaduto, rivelato la presenza di video a riscontro, i "non ricordo" dei vertici del Dap, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. L'indagine in corso riguarda un centinaio di soggetti. La vicenda non ha avuto ancora un esito disciplinare o giudiziario, né attraverso l'esecuzione di misure personali né attraverso la notifica di un avviso di conclusione delle indagini, ma intanto trova un riferimento nelle carte di un'inchiesta che riguarda le violenze commesse, successivamente ai fatti del 6, da alcuni detenuti contro alcuni agenti della polizia penitenziaria che nulla c'entravano con quel pestaggio.
E su queste violenze commesse da alcuni reclusi si consuma uno scontro tra procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, la stessa che indaga sul pestaggio del 6 aprile, e il giudice per le indagini preliminari. Emerge dall'ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che ha accolto il ricorso della procura e ordinato l'esecuzione delle misure cautelari bocciate dal primo giudice. I fatti si sono svolti il 12 giugno dello scorso anno e vedono protagonisti quattro cittadini stranieri, detenuti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Minaccia a pubblico ufficiale, incendio, danneggiamento, lesioni personali sono i reati contestati, a vario titolo, a Houssin Mouamir, Mohamed Chiri, Beladim Mahdi per i quali la procura ha chiesto la misura cautelare in carcere. La pubblica accusa ha poi chiesto per un altro detenuto Dimitar Dimitrov gli arresti domiciliari per fatti avvenuti il 13 giugno, il giorno dopo.
I maltrattamenti - La giudice Rosaria Dello Stritto, nonostante le violenze commesse dai soggetti indagati contro i poliziotti penitenziari, lo scorso ottobre, respinge la richiesta della procura con una motivazione che fa riferimento anche ai pestaggi subiti dai detenuti precedentemente. "Dalle risultanze investigative è emerso che gli indagati si sono determinati a commettere i fatti contestati in ragione del loro stato detentivo, ovvero per protestare a fronte di asseriti maltrattamenti patiti in precedenza a opera degli agenti di polizia penitenziaria", scrive nell'ottobre scorso. E in riferimento agli "asseriti maltrattamenti subiti", scrive: "profilo rispetto al quale, peraltro, non sono stati fatti approfondimenti di tipo investigativo".
La giudice, insomma, bacchetta la procura che non avrebbe svolto indagini sui fatti del 6 aprile, ma non è così. L'indagine c'è, ma è in un altro procedimento penale, precisa la procura negli atti. Per bocciare la richiesta di misure cautelari, la giudice prosegue con un'analisi del contesto. "Deve aggiungersi, come è noto, che dette condotte si inseriscono in un contesto storico-temporale caratterizzato da un clima di particolare tensione negli istituti penitenziari, in ragione della difficoltà di gestire in detti ambienti le problematiche connesse alla diffusione epidemiologica del Covid 19".
La conclusione della giudice è quindi che il carcere non arginerebbe il pericolo di recidiva, ma "lo amplificherebbe", e anche i domiciliari sono inapplicabili perché a casa "non avrebbero ragioni per reiterare le condotte". Ma la pubblica accusa presenta ricorso al riesame.
Condotte ingiustificate - "La fondatezza di eventuali maltrattamenti subiti non giustificherebbe le gravissime condotte poste in essere dagli indagati che non si limitavano a una mera protesta, bensì sfociavano in gravissimi atti di violenza ai danni di agenti penitenziari, senza distinzione alcuna di persona, tant'è che ne veniva investito per lo più personale operante temporaneamente distaccato da altro istituto carcerario, quello di Benevento, che nulla avrebbe in ogni caso avuto a che fare con i paventati maltrattamenti", scrive il riesame riportando il ricorso della procura, guidata da Maria Antonietta Troncone. Riesame che ha accolto il ricorso della procura con un'ordinanza depositata, una settimana fa. I fatti, i profili dei soggetti, gli atti di violenza commessi impongono "massima riprovazione sul piano del disvalore penale dei fatti in contestazione", si legge nel provvedimento del riesame, firmato dai giudici Pietro Carola, Mariaraffaella Caramiello, Elisabetta Catalanotti.
Per i fatti contestati uno dei detenuti, Mohamed Chiri, già condannato per rapina e resistenza, in sede di interrogatorio, ha raccontato il clima molto teso di quei giorni, gli atti di autolesionismo di un altro recluso e la morte di un detenuto, vittima dei pestaggi del 6 aprile, pestaggi che avrebbe visto, ma non subito.
"In sede di interrogatorio ho chiesto la revoca della misura visto che è trascorso, ormai, un anno da fatti, a mio avviso, il primo giudice aveva ragione perché queste vicende sono maturate in un contesto particolare", dice l'avvocato Leonardo Pompili che difende Chiri. Sul punto relativo agli atti di autolesionismo, i giudici del riesame hanno chiarito che erano praticati solo per reiterare richieste di trasferimento prima di parlare di "azioni concertate e premeditate, realizzate con ferocia e inaudita violenza". Così i quattro sono stati arrestati e, oggi, è prevista l'udienza preliminare. Per i fatti, invece, del 6 aprile, a cui si fa riferimento negli atti d'indagine, dopo la notifica del decreto di perquisizione a carico di 57 indagati, non ci sono stati nuovi sviluppi giudiziari, ma l'inchiesta prosegue.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2021
Il riconoscimento ai fini della pena del periodo del trattamento volontario intrapreso prima della condanna si basa su limitazioni della libertà. L'affidamento in prova speciale consente di anticipare l'inizio dell'esecuzione della pena - rispetto alla data del verbale di affidamento del giudice di sorveglianza - ma solo se in precedenza il condannato si era sottoposto a un trattamento terapeutico di disintossicazione che prevedesse misure limitative della libertà personale. E come spiega la sentenza n. 24681/2021, non equivale ad alcuna forma di restrizione personale la circostanza che tale trattamento precedente comportasse incontri cadenzati, psicoterapia o esami clinici.
Secondo la difesa andava invece dato rilievo al positivo atteggiamento del soggetto alcolista consistito nell'essersi adeguato al rispetto degli impegni cadenzati dalla struttura cui si era rivolto e che lo seguiva prima di eseguire la condanna nella forma alternativa dell'affidamento in prova previsto per chi ha dipendenze. Quindi la pena detentiva - convertita in affidamento - conseguente alla condanna per il reato in materia di stupefacenti andava considerata in parte espiata col precedente volontario percorso di recupero.
La norma al centro dell'interpretazione della sentenza di legittimità è l'articolo 94 del Dpr 309/1990 e in particolare il comma che recita: "L'esecuzione della pena si considera iniziata dalla data del verbale di affidamento, tuttavia qualora il programma terapeutico al momento della decisione risulti già positivamente in corso, il tribunale, tenuto conto della durata delle limitazioni alle quali l'interessato si è spontaneamente sottoposto e del suo comportamento, può determinare una diversa, più favorevole data di decorrenza dell'esecuzione".
- Misure di sicurezza nelle Rems, prima di decidere la Consulta dispone una istruttoria
- Caso Persichetti, procura e riesame non pervenuti
- Reggio Emilia. Il carcere reggiano è covid-free dopo 217 contagiati su 330 detenuti
- Cagliari. Teatro in carcere, 20 detenuti sul palcoscenico a Uta
- Bergamo. Reinserimento sociale e lavoro, in carcere un corso in confezione tessile










