di Valetina Stella
Il Dubbio, 16 maggio 2021
Ad una settimana dall'intervista agli avvocati Renato Borzone e Francesco Petrelli, difensori rispettivamente di Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, condannati in primo grado all'ergastolo per la morte del vicebrigadiere Cerciello Rega, oggi ospitiamo il parere dell'avvocato Franco Coppi, avvocato della famiglia della vittima, con cui abbiamo parlato anche di altre questioni di politica giudiziaria.
di Agnese Moro
Vita Nuova - Avvenire, 16 maggio 2021
"Le persone possono cambiare: niente è perduto se non viene abbandonato". Dalla nascita della Repubblica in poi la finalità delle pene che i giudici comminano a nostro nome a chi abbia violato le leggi è quella di rieducare chi ha sbagliato. Condurlo cioè a riflettere su ciò che ha fatto, in modo che ne possa comprendere la gravità, anche in termini di dolore inflitto a persone concrete, e non voglia più ripetere simili azioni. Mi sembra che questa scelta fatta a suo tempo dai nostri padri costituenti si basi sostanzialmente su due convinzioni: che le persone possono cambiare e che - per dirla con Mario Tommasini - non c'è niente di perduto se non quello che viene abbandonato.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 maggio 2021
Enrico Costa, parlamentare molto impegnato da sempre nel campo della giustizia e attualmente dirigente di Azione, ha fornito alla stampa i dati sulla responsabilità civile dei magistrati. I dettagli li trovate nell'intervista che pubblichiamo sul nostro giornale. Qui vorrei ragionare su una sola cifra: otto. Otto è il numero dei magistrati che hanno pagato (seppure in misura molto discreta) per i loro errori, i quali errori però sono stati pagati in misura assai maggiore dalle vittime. Chi sono le vittime? Gli imputati innocenti. Cioè quelle persone che sono finite in prigione pur non avendo commesso nessun reato e ci sono restate per qualche settimana, o mese, o anno.
Recentemente, ad esempio, vi abbiamo parlato dell'ex sindaco di Marina di Gioiosa, nella Locride, che fu prelevato dal letto nel quale dormiva una mattina alle cinque, quando aveva cinquantadue anni, trascinato via sotto gli occhi della sua bambina, e poi liberato quando di anni ne aveva ormai sessantadue. Cinque anni in cella. Poi assolto, in via definitiva. Qualcuno ha fatto almeno un rimproverino al Pm che aveva preso l'abbaglio? No, anzi, stanno pensando di promuoverlo procuratore di Milano. Andiamo bene. Ecco, allora guardiamo anche i numeri che riguardano gli errori giudiziari. Circa 1000 all'anno. Dunque negli ultimi undici anni (periodo durante il quale sono stati sanzionati questi otto magistrati) gli errori giudiziari che hanno provocato l'arresto di innocenti sono stati 11mila. Di questi 11mila errori ammettiamo pure che la metà fossero inevitabili, e dunque non prevedessero la sanzione (però l'errore di un medico, di un architetto o di un tranviere non è mai considerato inevitabile): ne restano 5.500, almeno, che erano evitabili. Otto di questi errori sono stati puniti, 5492 sono rimasti impuniti.
A voi sembra che questa sia una cosa ragionevole? E cioè che i cittadini non si possano difendere in nessun modo dalla sconsideratezza, o dalla inettitudine, o dal dolo e dalla persecuzione di rappresentanti dello Stato che, tra tutti gli altri rappresentanti dello Stato, sono quelli con il potere più grande, che spesso è un potere tremendo e devastante di vite, affetti, lavoro, amicizie, progetti? Gli unici - assolutamente gli unici - che con un sorriso beffardo possono privarti della tua libertà, della tua dignità, dei tuoi amori, e ridurti alla disperazione. Questi problemi che sto illustrando sono vecchi, e non sono mai stati affrontati. Oggi emergono in forme clamorose per via dello scompenso provocato dal rapido crollo del prestigio e della credibilità della magistratura. Chi scrive su questo giornale - lo sapete - a questo prestigio non ha mai creduto. Ma fino a qualche anno fa, e anche a qualche mese fa, la gran parte dell'opinione pubblica considerava la magistratura il regno del bene, dell'onestà, del rigore e dell'imparzialità.
Oggi il caso Palamara, poi il caso Amara, e poi a seguire le lotte feroci esplose tra le toghe, hanno reso evidente - credo - a chiunque sia in buonafede, che la magistratura è un luogo di potere inaffidabile e infetto. Devo ripeterlo ogni volta e lo ripeto: ovviamente non tutta la magistratura. Esistono alcune migliaia di magistrati (non molte migliaia) che se ne infischiano del potere e delle lotte di dominio, e esercitano con cultura, saggezza e anche umanità il loro lavoro. Vanno ringraziati, perché fanno la cosa giusta in condizioni difficilissime. Ma non sono la maggioranza. E comunque sono una minoranza esigua ai vertici della piramide. Il punto di degrado che riguarda i posti di comando della magistratura è un punto altissimo: una vetta. Persino il mondo della politica, se messo al confronto coi vertici della magistratura, appare un luogo di candore, onestà, ingenuità, senso del dovere e dell'onore.
Pensate a quello che sta succedendo in questi giorni, e che ci racconta Paolo Comi. Il procuratore della più importante procura di Italia, quella di Roma, dichiarato illegittimo (perché nominato con forzature e sotterfugi dal Csm, in assenza di titoli, un anno fa) che resta al suo posto mentre si scatena una operazione a largo di raggio di rinvii e di trame per impedire che sia sostituito e che il suo gruppo di potere sia indebolito (sto parlando della vicenda Prestipino). Partendo da questo quadro, fosco fosco, a voi sembra che si possa sperare in una rapida riforma della giustizia che cancelli le sciagurate controriforme Bonafede (processo eterno, leggi speciali - di tipo fascista - sulla corruzione, trojan, intercettazioni...) e che introduca la responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere, una massiccia depenalizzazione, la riduzione ai minimi termini nell'uso della carcerazione preventiva eccetera eccetera?
Ecco, la questione della carcerazione preventiva è strettamente legata al problema della responsabilità civile dei magistrati. Se fosse ridotta all'essenziale, poche centinaia di arresti all'anno, gli errori giudiziari sarebbero molti di meno o comunque molto meno gravi. Il problema di fondo non è quello di punire i magistrati colpevoli, ma di metterli in condizione di non sbagliare. Aumentando gli strumenti a loro disposizione per indagare correttamente, e riducendo gli strumenti a loro disposizione per punire. Soprattutto - ma non solo - per punire prima della condanna. Non credo che esista la possibilità di mettere mano davvero a queste riforme, con questa maggioranza e questo parlamento. I 5 stelle - e cioè la componente reazionaria del governo - sono in maggioranza, anche se il loro consenso si sta progressivamente assottigliando, e non permetteranno mai una riforma garantista. I 5 Stelle sono la componente più antiliberale che mai sia entrata nel Parlamento della Repubblica, e la loro illiberalità fa parte della loro ragion d'essere: non possono rinunciarci.
Per questo i referendum proposti dai radicali, e ora sostenuti anche dalla Lega, sono essenziali. Nessuno mette in discussione le ottime idee della ministra Cartabia. Ma i ministri non possono fare le riforme se non dispongono di una maggioranza parlamentare. E Cartabia non dispone di questa maggioranza. I referendum non sono un siluro contro la Cartabia, sono uno scudo per difenderla e aiutarla.
Difficile vincerli? Può darsi, sicuramente bisogna fare i conti con una componente giustizialista e punizionista che è ancora fortissima nell'opinione pubblica italiana. Ma, visto che oggi ricordiamo, a cinque anni dalla morte, Marco Pannella, ricordiamoci anche di quando, quasi mezzo secolo fa, sostenne le ragioni di un referendum (il primo della storia della Repubblica), quello sul divorzio, che tutti credevano sarebbe stato vinto dai democristiani e invece fu vinto dai laici e mise fine al fanfanismo.
di Stefano Vespa
formiche.net, 16 maggio 2021
Nelle ultime ore il tema delle riforme e in particolare quello della giustizia ha scaldato gli animi. L'impressione è che la battaglia si combatta sul terreno dei voti alle prossime elezioni anziché sull'interesse collettivo. Mario Draghi sospirerà, non c'è giorno che la sua maggioranza non litighi. Ma tant'è. Nelle ultime ore il tema delle riforme e in particolare quello della giustizia ha scaldato gli animi facendo emergere alcune, almeno apparenti, contraddizioni.
Il primo colpo è stato sparato da Matteo Salvini che, parlando con la Repubblica, ha detto che realisticamente questo governo non riuscirà a fare le riforme della giustizia e del fisco per colpa del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle "per i quali chiunque passi lì accanto è un presunto colpevole". Era appena stato prosciolto per il caso Gregoretti, ma nelle stesse ore il suo avvocato, Giulia Bongiorno, senatrice e responsabile Giustizia della Lega, intervistata a Zapping su Rai Radio 1 ha parlato in modo quasi entusiastico del ministro Marta Cartabia e delle sue idee di riforma. Un'apertura totale con la sola eccezione dell'ipotesi di impedire l'appello all'imputato, salvo determinati casi, mentre è d'accordo sull'impedire l'appello all'accusa sia in caso di condanna che di assoluzione, restando in piedi solo il ricorso per Cassazione.
Era evidente il suo compiacimento anche sulla revisione della prescrizione tanto voluta dall'ex ministro Alfonso Bonafede rivendicando di essere stata l'unica a denunciare fin dall'inizio quella riforma che definì una "bomba atomica", metafora oggi accettata da tutti, pur essendo come Bonafede un ministro nel primo governo Conte. Stando alle parole, quindi, la Lega è dalla parte della Cartabia mentre il leader dà per scontato che non succederà nulla. Il vero motivo sarebbe l'intenzione di Salvini di "liberarsi" di Draghi eleggendolo al Quirinale e di avere spazio di manovra in un possibile governo di centrodestra fin dal prossimo anno.
Sempre a parole, Enrico Letta considera quella della giustizia come la prima riforma da fare. L'ha detto alla direzione del Pd invitando Salvini a uscire dal governo se le sue intenzioni fossero davvero quelle di non fare le riforme. Sul tradizionale scambio di invettive via giornali o via Twitter aleggia il fantasma del Movimento 5 Stelle, o meglio il fantasma del Movimento delle origini perché oggi non si capisce quanti siano veramente i Movimenti.
L'incognita sta nel fatto che resta il gruppo parlamentare più numeroso anche se i giustizialisti che portarono a certe scelte del passato sono diminuiti (anche loro tengono famiglia) e Luigi Di Maio sta cercando di avere le mani libere su tanti tavoli: basti vedere l'accordo con Draghi sulla sostituzione di Gennaro Vecchione con Elisabetta Belloni al Dis che non è piaciuta affatto a Giuseppe Conte.
Tra poco bisognerà scoprire le carte perché ci sono dei tempi da rispettare. Il governo prevede leggi delega sui vari temi della giustizia entro la fine di quest'anno e decreti attuativi entro il settembre del 2022. Eppure sono in atto manovre diversive come i referendum che la Lega vuole insieme con i radicali, referendum su temi fondamentali, dalla responsabilità civile dei magistrati alla separazione delle carriere, e che allungando parecchio i tempi sembrano uno specchietto per le allodole: superate le fasi del controllo delle firme e il via libera della Consulta, si può votare dal 15 aprile al 15 giugno, cioè l'anno prossimo, tranne che non vengano sciolte anticipatamente le Camere. Nel frattempo che si fa?
Tutti sanno che se non si rispettano i tempi i soldi europei non arrivano e che si dovrà cominciare presto a far di conto alla Camera e al Senato, anche se Antonio Tajani (Forza Italia) crede che non si potrà andare oltre una maggiore velocità del processo civile proprio per le divisioni politiche. L'apertura dell'avvocato Bongiorno alle proposte Cartabia era sincera, forse perché abituata da decenni alle aule giudiziarie e alle storture dell'attuale ordinamento. L'impressione è che la battaglia si combatta sul terreno dei voti alle prossime elezioni anziché sull'interesse collettivo rispetto a un settore così importante per la vita dei cittadini e delle aziende.
di Paola Balducci
Il Dubbio, 16 maggio 2021
"Processo giusto e breve" è il motto portato avanti dalla ministra Cartabia e che ispira la proposta di riforma del processo penale, da tanto attesa. La necessità di attuare il principio consacrato nell'articolo 111 della Costituzione, quello del "giusto processo", è oggi sempre più incalzante: esso costituisce un diritto fondamentale della persona, di derivazione internazionale, che trova applicazione in qualsiasi processo, a prescindere dalla natura dello stesso. Il punto di frizione tra "giusto processo" e processo penale, in particolare, è da sempre rappresentato dalla "ragionevole durata": la regolamentazione sul piano formale delle tempistiche entro cui si articola ogni fase, procedimentale e processuale, non sembra da sola sufficiente a garantire l'attuazione di quel principio.
Certamente la ricerca e l'accertamento di una verità processuale non può essere compressa entro limiti temporali troppo stringenti ma nemmeno può ergersi a giustificazione di un'eccessiva dilazione dei tempi, così ripercuotendosi in negativo su una serie di diritti della persona nei cui confronti si celebra il processo, stante l'idoneità dello stesso a travolgerli e comprimerli.
Uno dei punti critici, su cui si discute da molto, è quello relativo alla conciliazione tra "giusto processo" e durata dello stesso mediante lo snellimento di alcune fasi entro cui si snoda l'accertamento della verità, sempre nel rispetto del diritto di difesa, del pari garantito dalla Costituzione. La giustizia e la brevità sono due facce della stessa medaglia.
In primo luogo, perché un processo per essere giusto deve essere breve, e questa è una garanzia tanto per l'imputato quanto per lo Stato e soprattutto per le vittime che aspettano la sua definizione. In secondo luogo, perché un processo deve essere "breve" ma allo stesso tempo "giusto", il che significa che un'accelerazione delle tempistiche processuali non potrà mai comportare una menomazione del diritto di difesa dell'imputato. Diritto che è consacrato dalla Costituzione come "inviolabile in ogni stato e grado del procedimento", a ricordarci che un processo "giusto" non deve essere identificato solo in quello che si conclude con una sentenza di condanna.
In quest'ottica garantistica, significativa e utile è, innanzitutto, una diversa concezione dell'udienza preliminare: da anni si è messo in discussione il suo ruolo di udienza "filtro", tacciata troppo spesso di inutilità nell'economia processuale. Concepita dal legislatore come una fase processuale preordinata alla verifica dell'inidoneità degli elementi raccolti dal Pm nell'espletamento delle indagini preliminari, e quindi a una prognosi circa l'inutilità del dibattimento, soffre i limitati poteri attribuiti al Gup che, di fatto, non è in grado di filtrare le sole imputazioni meritevoli di un rinvio al giudizio. In questo senso, pertanto, è certamente opportuno attribuire poteri più pregnanti al Gup, così da essere in grado di valutare efficacemente la sostenibilità dell'accusa in giudizio e, quindi, di garantire una "deflazione" dei procedimenti inutili, perché non condurrebbero a una condanna dell'imputato, già nella fase preliminare.
Più in generale, è necessario insistere sull'intera fase procedimentale delle indagini preliminari, che allo stato degli atti possono arrivare a durare fino a due anni. Anche in questo caso, massima rilevanza andrebbe attribuita alla previsione di tempi certi, nel segno di rendere più difficilmente eludibili i termini fissati per il compimento di determinate attività e per l'esercizio di determinate facoltà.
Nell'ottica di un processo "giusto e breve" è fondamentale rivalutare quei procedimenti' speciali a definizione anticipata. Da una parte si potrebbe far leva sul criterio della entità del fatto commesso, così ampliando il catalogo dei reati per i quali l'accesso ai riti alternativi possa dirsi privilegiato, dall'altra sulle conseguenze derivanti da una simile scelta, prevedendo riduzioni di pena più significative ed estendendo gli altri benefici a tutti i procedimenti speciali. Trai i riti alternativi previsti dal legislatore, una maggiore attenzione dovrebbe essere riposta nella sospensione del procedimento con messa alla prova, del pari ampliandone le condizioni di accesso. Gli effetti di questo procedimento speciale, infatti, sono molteplici: la deflazione del carico pendente, che può avvenire già nel corso delle indagini preliminari quando l'apposita richiesta è presentata nel corso di questa fase procedimentale; il coinvolgimento attivo dell'imputato che è tenuto a prestare condotte volte a riparare le conseguenze dannose derivanti dal reato nonché a svolgere attività di rilievo sociale e di pubblica utilità; l'estinzione del reato allorquando la prova, cui è sottoposto l'imputato, abbia avuto esito positivo.
La previsione di tre gradi di un giudizio se da un lato garantisce la piena attuazione del diritto di difesa, dall'altra contribuisce ad allungare i tempi della giustizia. Perciò è condivisibile l'idea di apporre un limite alla facoltà di impugnare un provvedimento al ricorrere di determinate condizioni: ad esempio, l'appello del Pm avverso una sentenza di assoluzione di primo grado potrebbe essere ristretto ai soli casi eccezionali, dato che il dibattimento è la sede naturale per il contraddittorio sulla prova.
Una riforma della giustizia penale, per dirsi completa, dovrebbe, però, riguardare anche la fase dell'esecuzione della pena inflitta con sentenza di condanna divenuta irrevocabile. La necessità di incidere in maniera definitiva sul problema, ancora attuale, del sovraffollamento carcerario deve spingere a trovare soluzioni alternative, del pari idonee ad assicurare la funzione rieducativa della pena, imposta costituzionalmente. Certezza della pena non significa per ciò solo certezza del carcere, e di questa linea di pensiero sembra farsi portatrice la stessa Corte costituzionale, la quale ha affrontato la questione della non compatibilità del cosiddetto ergastolo ostativo con il sistema costituzionale.
Le soluzioni per un processo "giusto e breve" sono molteplici e non è detto che gli interventi debbano riguardare soltanto la procedura. L'opera di snellimento potrebbe ben riguardare anche i profili sostanziali del diritto penale: la depenalizzazione è un potente strumento, efficace non solo per le conseguenze deflattive che genera sul carico di processi pendenti ma anche per il mantenimento di un diritto penale che sia coerente e rispettoso dei principi generali posti al suo fondamento. Evitare il panpenalismo, in cui si rifugiano le paure di una società moderna; espungere dall'ordinamento quelle fattispecie di reato che in concreto non offendono beni giuridici protetti dall'ordinamento; insistere nella prevenzione dei reati anche, e soprattutto, incentivando la diffusione della cultura della legalità. Questa riforma del processo penale dovrebbe esser figlia di una visione d'insieme: è solo attraverso la sinergia dei vari istituti, sia di diritto penale sostanziale, sia processuale che saremmo in grado di dar vita ad un processo "giusto e breve", nella piena attuazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione e di quelli internazionali.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 16 maggio 2021
L'ex vicepresidente del Csm: sulla giustizia ci sono dei nodi da sciogliere, il sistema attuale non dà risposte. È necessario rendere più allettanti i riti alternativi e far funzionare l'udienza preliminare.
Per realizzare una riforma della Giustizia reale e concreta, in credo di velocizzare sul serio i processi, è necessario agire con coraggio. Ne è convinto Michele Vieni, ex vicepresidente del Csm, che fa il punto sulle proposte di riforma fatte dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli, Marta Cartabia.
Onorevole, cosa pensa delle proposte di riforma fatte dalla Commissione?
"Apprezzo lo sforzo, condivido l'urgenza legata al recovery, ma sulla giustizia abbiamo dei nodi strutturali da sciogliere. Non si può pensare di aggiustare il sistema con qualche ritocchino. Non ci si deve illudere, e non si deve illudere l'opinione pubblica, che si possa mettere mano alla giustizia con un po' di manutenzione ordinaria".
Quali sono questi nodi strutturali?
"Per quanto riguarda il processo penale, il rito accusatorio, imbastardito dalle modifiche, si è rivelato inadeguato a contenere e filtrare la massa di procedimenti che il sistema produce. Prevede che il processo si faccia nel dibattimento: tutto deve formalmente avvenire nel contraddittorio delle parti (anche se in realtà l'accusa ha precostituito le prove grazie al controllo assoluto del pm sugli strumenti tecnici di indagine quali le intercettazioni). La condizione per funzionare è avere pochi processi a dibattimento. Ma questo non succede: le fattispecie di reato si moltiplicano, l'udienza preliminare non filtra e, soprattutto, nessuno ricorre ai riti alternativi, perché il micidiale meccanismo della prescrizione induce imputati e avvocati a tirarla per le lunghe. Diventa un cane che si morde la coda. Se non risolviamo il problema della prescrizione, se non renderemo allettanti i riti alternativi, continueremo a ingolfare i dibattimenti e a rendere irragionevole la durata dei processi".
Tra le proposte della Commissione c'è quella di potenziare i riti alternativi. Non basta?
"No. Servirebbe un'udienza preliminare davvero in grado di filtrare. E, soprattutto, servirebbe una reale depenalizzazione. I processi sono troppi, perché i reati sono troppi. Tutti ne parlano e nessuno agisce. Anzi, la politica, non sapendo prendersi le proprie responsabilità, gestisce ogni nuova emergenza con l'introduzione di nuovi reati. Un sistema in cui tutto è reato, non ci sono riti realmente alternativi, tutti puntano alla prescrizione, è destinato a scoppiare".
Quali altri nodi andrebbero sciolti?
"Quello della separazione delle carriere. Se il pm è un magistrato che sta dentro l'ordine l'ordinamento giudiziario insieme al giudice, allora deve cercare anche le prove a discarico dell'imputato, perché questo prevede la legge, e deve chiedere il rinvio a giudizio solo quando ha la ragionevole certezza di ottenere una condanna. Il suo ruolo è stato originariamente pensato con connotati di terzietà. Se invece il pm è l'avvocato dell'accusa, come dopo la riforma de11988, allora la separazione delle carriere è inevitabile, anche per garantire la reale indipendenza dei giudici".
Che indirizzo dovrebbe prendere una riforma del Csm?
"Non si può pensare di riformare la giustizia se non si riforma il governo dei magistrati. Sono due anni che andiamo avanti tra Palamara e Amara, tutti si scandalizzano degli scandali e nessuno fa niente. Il rischio è la delegittimazione dell'ordine giudiziario, che è un problema per la democrazia. Servono una legge elettorale che limiti il peso delle correnti, una sezione disciplinare autonoma e con garanzie di autorevolezza, rigore, imparzialità. Servirebbe anche un sistema di valutazione delle progressioni in carriera che non promuova il 99 per cento e che tenga conto degli esiti del lavoro".
La Commissione ha previsto l'introduzione di un atto di indirizzo del Parlamento, per stabilire le priorità relative ai reati da trattare. Pensa sia utile?
"Assolutamente sì. Di fatto le Procure stilano già per proprio conto un breviario delle priorità che, con tutto il rispetto, è meglio venga deciso dal potere legislativo. L'obbligatorietà dell'azione penale è bella, ma irrealistica Visto che non siamo capaci di fare una reale depenalizzazione, l'obbligatorietà diventa discrezionalità. In Parlamento dovrebbe anche restituire alla polizia giudiziaria il compito di selezionare le notizie di reato".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2021
Lo chiarito la Corte costituzionale, sentenza 98 depositata oggi, ricordando il principio del divieto di applicazione analogica della legge penale a sfavore del reo. Il divieto di applicazione analogica della legge penale a sfavore del reo "costituisce un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo della legge". È quanto si legge nella sentenza n. 98 (redattore Francesco Viganò), depositata oggi, con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Torre Annunziata.
Il Tribunale stava celebrando un processo contro un imputato accusato dal pubblico ministero di atti persecutori (il cosiddetto stalking) per una serie di condotte abusive compiute nei confronti di una donna con cui intratteneva da qualche mese una relazione affettiva, e che frequentava abitualmente la sua casa familiare.
Al termine del dibattimento, il giudice aveva prospettato alle parti la possibilità di una riqualificazione dei fatti contestati all'imputato nel più grave delitto di maltrattamenti in famiglia. Ciò sulla base di un orientamento della Corte di Cassazione che considera integrato questo reato in presenza di condotte maltrattanti compiute in un "contesto affettivo protetto", caratterizzato da "legami forti e stabili tra i partner" e dalla "condivisione di progetti di vita".
Tale orientamento però precisa la Consulta risale ad epoca antecedente alla introduzione dell'articolo 612-bis cod. pen., e si è formato in larga misura con riferimento a ipotesi concrete caratterizzate dal venir meno di una preesistente convivenza. Mentre una recente sentenza della Cassazione -successiva all'ordinanza di rimessione - ha escluso il delitto di maltrattamenti in famiglia in un'ipotesi assai simile a quella oggetto del processo a quo, caratterizzata da una relazione "instaurata da non molto tempo" e da una "coabitazione" consistita soltanto "nella permanenza anche per due o tre giorni consecutivi nella casa dell'uomo, ove la donna si recava, talvolta anche con la propria figlia" (2911/2021).
A questo punto l'imputato aveva chiesto di essere ammesso al giudizio abbreviato, e di godere così del relativo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Il giudice, preso atto che il codice di procedura penale non consente di chiedere il rito abbreviato al termine del dibattimento, aveva tuttavia ritenuto che, in un caso come questo, una simile preclusione fosse incompatibile con i principi di eguaglianza e del giusto processo, e dello stesso diritto di difesa. Il mutamento prospettato della qualificazione giuridica del fatto comporta infatti, secondo il Tribunale, uno stravolgimento dei rischi sanzionatori che l'imputato aveva considerato con il proprio difensore, nel momento in cui aveva deciso di affrontare il dibattimento anziché chiedere di essere giudicato con rito abbreviato o di patteggiare la pena.
Conseguentemente, il Tribunale ha sollevato questione di costituzionalità mirante, appunto, a consentire all'imputato, di fronte alla prospettazione di una possibile riqualificazione giuridica del fatto contestatogli, di optare per il rito abbreviato. La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la questione, ritenendo che il Tribunale rimettente non avesse adeguatamente motivato sulla sussistenza, nel caso concreto, dei presupposti del mutamento della qualificazione giuridica del fatto contestato dal pubblico ministero.
In proposito, la Corte ha anzitutto sottolineato che il reato di maltrattamenti in famiglia presuppone, per quanto qui rileva, che le condotte abusive siano compiute nei confronti di una persona della stessa "famiglia", oppure di una persona "convivente"; e che, invece, il reato di atti persecutori aggravati prevede che le condotte vengano compiute nei confronti di persona che sia o sia stata legata all'autore da una "relazione affettiva".
Ha quindi rammentato il fondamentale canone interpretativo in materia penale, basato sull'art. 25 secondo comma Cost. e rappresentato dal divieto di applicare la legge oltre i casi da essa espressamente stabiliti. Questo divieto impedisce - ha proseguito la Consulta - di riferire la norma a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei significati letterali delle espressioni utilizzate dal legislatore. Ciò a garanzia sia del principio della separazione dei poteri, che assegna al legislatore - e non al giudice - l'individuazione dei confini delle figure di reato; sia della prevedibilità per il cittadino dell'applicazione della legge penale, che sarebbe frustrata laddove al giudice fosse consentito assegnare al testo un significato ulteriore e distinto da quello desumibile dalla sua immediata lettura.
La Corte ha evidenziato che il giudice del procedimento principale non aveva spiegato le ragioni per le quali aveva ritenuto che, a fronte di una relazione affettiva durata qualche mese e caratterizzata da permanenze non continuative di un partner nell'abitazione dell'altro, la vittima potesse essere considerata, alla stregua del linguaggio comune, come persona già appartenente alla medesima "famiglia" dell'imputato, ovvero con lui "convivente". In assenza di questa dimostrazione, ha concluso la Corte, l'applicazione del reato di maltrattamenti in famiglia anziché di quello di atti persecutori costituirebbe il frutto di una interpretazione analogica a sfavore del reo della norma penale, come tale vietata dall'articolo 25 secondo comma della Costituzione.
Corriere di Siena, 16 maggio 2021
Tra i testimoni che verranno ascoltati per il caso delle presunte torture al carcere di Ranza a San Gimignano potrebbe esserci anche il Magistrato di Sorveglianza di Siena. Una richiesta che arriva dal garante nazionale dei detenuti, parte civile nella vicenda giudiziaria su quello che sarebbe stato un pestaggio ai danni di un detenuto di nazionalità tunisina nel corso di un trasferimento di cella ad ottobre 2018. L'accusa nei confronti degli agenti, nella fattispecie, era di minaccia aggravata, lesioni aggravate, falso ideologico e - appunto - tortura.
Martedì 18 maggio, per la prima volta in Italia da quando il reato è stato introdotto nel nostro ordinamento, verrà celebrato a Siena un processo in cui a dei pubblici ufficiali viene contestato il reato di tortura. Gli accusati sono cinque agenti di polizia penitenziaria rinviati a giudizio dal Gup Roberta Malavasi. La difesa, con l'avvocato Manfredi Biotti - legale di quattro agenti - ha pronti trentanove testimoni. Mentre sono ventitré quelli dell'avvocato Fabio D'Amato, che rappresenta uno degli agenti sotto accusa. Diciannove invece per il pubblico ministero Valentina Magnini, che ha coordinato l'inchiesta; stessa lista pure per l'Associazione Antigone, una delle parti civili nel procedimento. Le testimonianze saranno a discrezione del tribunale collegiale presieduto Luciano Costantini che ne valuterà l'ammissibilità. Al medesimo inter, ovviamente, non sfugge il Magistrato di Sorveglianza di Siena.
L'udienza di martedì mattina, come detto, assume un valore particolarmente significativo non soltanto per tutta la complessa vicenda del caso delle presunte torture. A finire nel registro degli indagati furono quindici agenti di polizia penitenziaria. Dieci di questi, come è noto, sono stati condannati in rito abbreviato dal giudice Jacopo Rocchi, che aveva riconosciuto le torture perpetrate ai danni del recluso, anche se a livello concorsuale. Mentre gli altri furono rinviati a giudizio dal Gup Malavasi.
La Sicilia, 16 maggio 2021
Un 40enne, detenuto nel carcere di Augusta, si è suicidato nella sua cella ieri notte. L'uomo si è impiccato con una cintura. La Procura di Siracusa ha aperto un'inchiesta e ha disposto l'ispezione cadaverica. "Disorganizzazione del lavoro; un solo agente deve vigilare su tre reparti e risulterebbe che tra questi, ci sarebbe il reparto dove è accaduto il tragico episodio" hanno commentato Nello Bongiovanni, dirigente nazionale e Alessandro De Pasquale, presidente del Sippe, sindacato polizia penitenziaria affiliato al Sinappe.
"Non è possibile - affermano De Pasquale e Bongiovanni - attuare un'organizzazione del lavoro dove al personale si chiede anche il potere dell'ubiquità, e se ti va male, come in questo caso, rischi un procedimento disciplinare con grave pregiudizio alla carriera. Da tempo chiediamo la sostituzione dei vertici del carcere di Augusta perché in questo penitenziario non sembrano esserci strategie, obiettivi ed il personale opera nel terrore". L'istituto ospita oltre 400 detenuti, 150 in più rispetto alla capienza. Il Sippe denuncia la carenza di organico degli agenti di polizia penitenziaria, "190 effettivi quando ce ne vorrebbero 250".
di Marco Damilano
L'Espresso, 16 maggio 2021
La legge Zan e la giornata contro l'omofobia. Gli invisibili in piazza per tutelare il lavoro. Volti diversi di un'unica lotta. Il 17 maggio 1981, quarant'anni fa, gli italiani votarono in un referendum per mantenere la legge 194 sull'aborto, con il 68 per cento di no al quesito promosso dai cattolici del Movimento per la Vita e con l'88 per cento di no a quello del Partito Radicale. Gli elettori furono poco meno dell'80 per cento, all'epoca non c'erano problemi a raggiungere il quorum di validità dei referendum. Era l'Italia che si apprestava ad attraversare l'ennesima crisi politica, aperta dalla pubblicazione degli elenchi della loggia massonica P2, nell'Italia governata da 36 anni dalla Democrazia cristiana e sconvolta, pochi giorni prima, dall'attentato di piazza San Pietro. Gli spari contro il papa polacco Giovanni Paolo II, diventato per i sovietici un bersaglio da colpire, da eliminare, nella seconda guerra fredda di inizio anni Ottanta.
La legge 194 era stata approvata dal Parlamento tre anni prima, nel momento più drammatico della storia repubblicana, durante i giorni del rapimento di Aldo Moro. C'era un governo di unità nazionale, un monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti, i partiti si divisero, ma la legge fu approvata: dalla Camera il 14 aprile 1978 con 308 voti favorevoli e 275 contrari, dal Senato il 18 maggio, con 160 sì e 148 no.
Nelle stesse settimane passò un'altra importante legge sui diritti civili: la legge 180 in tema di accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori, che prese il nome dello psichiatra Franco Basaglia, con cui l'Italia, unico Paese al mondo, abolì i manicomi e gli ospedali psichiatrici. Il Parlamento impiegò appena 24 giorni a licenziarla, con una procedura accelerata che serviva a evitare il referendum proposto dai radicali. I presidenti di Camera e Senato accettarono che le commissioni Sanità votassero il testo preparato dal democristiano Bruno Orsini, psichiatra di professione, in via legislativa, senza cioè tornare nelle aule. Il 4 maggio la commissione della Camera trasmise il testo della legge alla commissione del Senato, il 9 fu discussa, il 10 maggio fu approvata. Le date fanno impressione: erano trascorse soltanto ventiquattr'ore dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault rossa, al termine di una stagione in cui in tanti si erano esibiti nell'analizzare la pazzia dello statista prigioniero delle Brigate Rosse.
Sui diritti civili, in passato, i partiti hanno saputo scontrarsi e anche decidere, in mezzo a un grande dibattito pubblico che animava la società e l'opinione pubblica, con la stampa che era il luogo privilegiato della battaglia di idee. Dopo la fine della Prima Repubblica, invece, è calato il gelo sui diritti. Il bipolarismo politico, stentato e sempre indebolito dalle divisioni all'interno degli schieramenti, si è trasformato in un nefasto bipolarismo etico, quasi che non fossero rimaste che le bandiere sui diritti a sostenere l'identità politica e culturale in evaporazione sugli altri fronti. Per la sinistra, i diritti sociali, lo smantellamento del welfare, la tutela del lavoro, la lotta contro le disuguaglianze.
Oggi siamo alla vigilia di un doppio appuntamento. La Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia del 17 maggio, che in Italia coincide con la ripresa in Senato della discussione del disegno di legge firmato dal deputato Pd Alessandro Zan "Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità". E lo sciopero dei lavoratori nelle campagne di martedì 18 maggio, con la manifestazione a Roma indetta dalla Lega dei braccianti di cui si fa portavoce Aboubakar Soumahoro.
Tornano le piazze, nel rispetto rigoroso delle regole anti-assembramento, in un Paese in cui le forze politiche si sono agitate sull'orario del coprifuoco. Una settimana fa a Milano, e in molte città nelle prossime ore, si è mobilitata la società civile che si batte per l'immediata approvazione del ddl Zan. E poi arriveranno i braccianti, in gran parte immigrati, a nome di rider, precari, lavoratori della cultura e dello spettacolo. Molto visibile è stata la prima battaglia, lanciata anche dal palco del concerto del primo maggio. Molto meno visibile la seconda, e infatti il movimento politico che sta nascendo attorno a quelle lotte e che forse un giorno si candiderà alle elezioni ha assegnato a se stesso questo nome impegnativo: gli Invisibili.
L'Espresso, in linea con la sua tradizione di oltre 65 anni di battaglie civili, dedica la copertina di questa settimana alla diversità che è ricchezza, disegnata da Fumettibrutti: "Il corpo è il primo campo di battaglia". E l'incontro, l'abbraccio con l'altro è il primo confine. Che non può essere calpestato da nessuno, meno che mai dalla politica. Oggi va ribadito questo principio elementare, nel momento in cui partiti e leader di una destra vicina ai nazionalisti di Polonia e Ungheria più che all'Europa continentale, provano a impedire l'approvazione di una legge contro le discriminazioni.
La Costituzione parla nei suoi primi articoli di una Repubblica che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo (articolo 2) e che si impegna a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (articolo 3). Riconoscere, garantire, rimuovere sono tre bellissimi verbi. Riconoscere significa che lo Stato non concede i diritti, perché se li concede li può anche togliere, revocare. Lo Stato, con le sue leggi, riconosce (e garantisce) quello che nella società già è nato e riconosciuto da tempo: la sua evoluzione, le nuove domande, le richieste di svolgere la propria personalità, i desideri, le aspirazioni di ognuno. E gli ostacoli su questo cammino vanno rimossi, perché ogni generazione ha le sue sfide da affrontare.
Il ddl Zan, alla fine, è diventato occasione di un dibattito culturale e di questo vanno ringraziati i sostenitori, ma anche gli avversari a viso aperto della legge. Quanti hanno esposto perplessità (legittime) senza abbassarsi all'oscurantismo e all'ostruzione, fra le femministe, nella comunità omosessuale, hanno contribuito con le loro idee al confronto che è la linfa della democrazia.
Quel giorno di quarant'anni fa non si votò solo per mantenere la legge sull'aborto, conquista delle donne, ma anche per conservare l'ergastolo e le norme più dure sull'ordine pubblico negli anni di piombo. Il 77 per cento degli italiani votò contro l'abolizione dell'ergastolo. Il segno che nel doppio no dell'elettorato italiano, sull'aborto e sull'ergastolo, c'era una affermazione della libertà individuale che conviveva con una richiesta securitaria, la difesa dal crimine, molto sentito alla fine degli anni Settanta delle stragi e del terrorismo. Lo stesso elettore, lo stesso giorno, aveva votato per conservare un proprio diritto e al tempo stesso per negare a un detenuto la prospettiva di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione. Una contraddizione che va ricucita. Per questo, oggi più che mai, diritti civili e diritti sociali sono due volti di una stessa battaglia. Di libertà e di uguaglianza. E di fraternità.
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