di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 16 maggio 2021
I 215mila Dpi prodotti a Fuorni consegnati al Comune di Sant'Agata Li Battiati. Salerno e Catania unite da un filo che si chiama solidarietà, reso ancora più prezioso dal progetto di riscatto e di reinserimento sociale che ne costituisce la base. Mercoledì scorso sono state consegnate 215mila mascherine chirurgiche provenienti dal carcere di Fuorni al Comune catanese di Sant'Agata Li Battiati. Saranno destinate agli impiegati municipali, ai vigili urbani, ai carabinieri della stazione locale e ai medici di base e soprattutto a coloro che si recheranno presso l'hub che sarà inaugurato domani alla presenza del presidente della Regione, Nello Musumeci.
Le mascherine, prodotte all'interno della Casa Circondariale di Salerno nell'ambito del progetto #Ricuciamo, nato dal protocollo d'intesa fra Ministero della Giustizia e Commissario straordinario di governo per l'emergenza Covid, ha coinvolto 40 detenuti lavoranti. Nel solo stabilimento di Salerno sono state prodotte fino a oggi oltre 3,2 milioni di mascherine protettive, comprese, appunto, quelle consegnate al sindaco di Sant'Agata Li Battiati, Marco Rubino, dal dirigente aggiunto di Polizia Penitenziaria, Sabato Costabile.
"Sono fermamente convinto - spiega Rubino - che la rete tra gli Enti non è un'utopia. La lodevole iniziativa posta in essere dall'amministrazione penitenziaria, e in particolare dalla Casa Circondariale di Salerno, assume valore ancora più alto se si considera che sono i detenuti i protagonisti del progetto, un messaggio da un luogo che è sempre di sofferenza. Ringrazio il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia, che ha prontamente accolto la nostra richiesta e il comandante Costabile che, insieme ai suoi uomini, ha materialmente consegnato i dispositivi di protezione".
La proposta, prontamente accolta dal sindaco Rubino, è partita dall'assessore alla Sanità, Vittorio Lo Sauro: "Per puro caso sono venuto a conoscenza del progetto #Ricuciamo che mi ha molto emozionato per la sua valenza sociale - afferma Lo Sauro - e nessuno più di me che sono un carabiniere in pensione sa quanto sia importante il lavoro quale strumento per combattere la recidiva". "I criteri per la scelta dei detenuti impegnati nel progetto sono stati l'affidabilità e il fine pena. Si è preferito dare priorità a quelli con fine pena lungo - spiega il comandante Costabile - in quanto ampio spazio è stato dato alla formazione sia pratica che teorica in termini di norme di sicurezza sul lavoro".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 15 maggio 2021
Parla il giudice costituzionale. Sull'ergastolo ostativo il Parlamento avrà una sfida enorme da raccogliere. Parola di Nicolò Zanon, giudice della Corte Costituzionale e redattore della motivazione dell'ordinanza con cui la Consulta ha dato un anno di tempo al Parlamento per rivedere le norma sulla possibilità di concedere la liberazione condizionale ai mafiosi che non collaborano utilmente con la giustizia.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 15 maggio 2021
Più carceri non servono. È indispensabile, invece, far uscire i penitenziari italiani dallo stato di illegalità nel quale versano da decenni, facendo in modo che la reclusione si allinei finalmente al dettato costituzionale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 maggio 2021
Maria Masi, presidente Cnf: "I tempi ragionevoli non sono perseguibili solo con l'ennesima riforma delle norme di rito, si rischia di sacrificare i diritti dei cittadini". Le riforme del processo penale e civile attualmente al vaglio del governo rischiano di mortificare le garanzie di difesa e l'accesso dei cittadini alla Giustizia.
di Giovanni Malinconico
Il Domani, 15 maggio 2021
Della giustizia si fa un gran parlare, ma non si è mai aperto davvero un dibattito. Si parla del contrasto alle organizzazioni criminali ascoltando sempre le stesse grandi procure e dei mali del Csm dando voce alle rappresentanze associative.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 maggio 2021
L'ex sottosegretario alla Giustizia nei due governi Conte esplicita "le forti perplessità" del suo gruppo sulla stretta per l'appello e le priorità dell'azione penale dettate dalle Camere. Alla vigilia della settimana strategica per gli emendamenti al processo penale l'ex sottosegretario di M5S alla Giustizia nei due governi Conte, Vittorio Ferraresi parla con Repubblica e pone un altolà sulla prescrizione: "Per noi resta un punto imprescindibile per tutelare le vittime e garantire che lo Stato arrivi a dare una risposta di giustizia".
di Liana Milella
La Repubblica, 15 maggio 2021
I dati dimostrano che anche la legge Orlando del 2015 non ha funzionato. I Radicali con la Lega chiederanno un referendum. Il deputato di Azione: "La riforma Cartabia è l'occasione giusta". "Otto condanne in 11 anni. Pazzesco. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati va rivista subito. E l'occasione giusta può essere proprio la riforma Cartabia. Basta leggere i dati, e chiunque se ne potrà rendere conto". Dice così, mentre mostra e sfoglia le statistiche che ha ottenuto in esclusiva, il deputato di Azione Enrico Costa, divenuto ormai il garantista più prolifico di proposte sulla giustizia della maggioranza. E mentre i Radicali, con la Lega, annunciano la prossima battaglia sui referendum, Costa lancia i suoi dati e la sua proposta per una nuova responsabilità civile che cambi le regole attuali che, a suo dire, non funzionano affatto.
Tema da sempre caldissimo: i giudici che sbagliano, ma non pagano per l'errore commesso. Un referendum, quello dei Radicali nel 1987, disse che l'80,21% degli italiani voleva che le regole cambiassero, e solo il 19,79% votò no. La legge Vassalli dell'88 lasciò l'amaro in bocca ai vincitori. Nel 2015 l'ex Guardasigilli Andrea Orlando cambiò le norme, eliminando il filtro di ammissibilità, ma adesso Costa ragiona sui dati e dice: "La legge va cambiata di nuovo perché anche palesi responsabilità non si riescono a perseguire". E cita un caso, quella della povera Marianna Manduca, la donna uccisa dal marito a Caltagirone dopo che lo aveva denunciato per le sue violenze per ben dodici volte, ma inutilmente: "Se i magistrati sbagliano devono pagare. Non è possibile costringere i cittadini a vere e proprie peripezie giudiziarie per ottenere dopo anni e anni un risarcimento".
Ma i dati sulla responsabilità civile che cosa ci dicono? Eccoli qua. Dal 2010 al 2021 sono state avviate 544 cause di responsabilità civile nei confronti di altrettanti magistrati. In media 47 all'anno. Nel 2015, come abbiamo visto, la disciplina è cambiata, e quindi le maglie per mettere sotto "processo" i giudici avrebbero dovuto allargarsi. Ma non è stato così.
E i dati lo dimostrano anche in questo caso. Perché rispetto all'anno 2015, il confronto tra le responsabilità contestate prima e quelle contestate dopo non subisce grandi mutamenti. Tranne in qualche città, a Roma per esempio, dove rispetto alle 28 cause tra il 2010 e il 2015, ce ne sono state 66 dal 2016 al 2021. A Milano ce n'erano 3 prima, e 11 dopo. A Brescia 5 prima, e 14 dopo. A Firenze una prima e due dopo. A Palermo solo una, dopo la nuova legge. A Reggio Calabria 7 prima e 6 dopo. A Lecce 6 prima e 9 dopo. "Ebbene - commenta Costa - la grande, immensa pioggia di cause non c'è stata".
Dal 2010 al 2021 si contano 129 pronunzie tra i tribunali e la Cassazione, ma solo 8 condanne - 3 nei tribunali e 5 in Cassazione - contro lo Stato. Poiché, in base alla legge, la responsabilità non è "diretta", ma passa dallo Stato che poi si rivale sulla toga. Ricapitolando, dal 2010 e fino a oggi, "solo l'1,4% delle cause iscritte contro i giudici si è conclusa con una condanna definitiva".
Delle cause, certamente alcune si sono infrante contro il filtro di ammissibilità, soppresso poi dalla riforma del 2015, ma altre sono state rigettate, altre ancora sono tuttora in corso. Ma la conclusione di Costa è che "la tendenza è chiara, non c'è stata né la pioggia di cause che i magistrati temevano, né tantomeno la pioggia di condanne". E cita una frase che, nel 2015, disse l'allora presidente dell'Anm Rodolfo Maria Sabelli: "Il ministro Orlando ha detto che questa riforma è una rivoluzione, invece è una rivoluzione contro la giustizia, contro l'indipendenza dei magistrati". Ma i fatti non sono andati così.
L'opinione diffusa tra le toghe era quella che il governo Renzi, che già l'anno prima aveva tagliato ex abrupto di ben 5 anni l'età pensionabile dei magistrati, eliminando di fatto le toghe più famose e autorevoli, avesse solo la voglia di "normalizzare la magistratura".
Pur senza arrivare allo sciopero, i magistrati contestarono sia l'eliminazione del filtro di ammissibilità dei ricorsi, sia il passaggio da un terzo alla metà della rivalsa dello Stato sullo stipendio della toga. Ma soprattutto quello che fece più discutere riguardava l'attività di interpretazione della legge, che alla fine però fu eliminato. Ma i dati, a questo punto, dimostrerebbero che la "nuova" responsabilità civile si è rivelata un flop. Almeno a detta dei super garantisti come Costa.
Vediamo la situazione negli uffici giudiziari. In tribunale, su 62 sentenze, ci sono state solo 3 condanne, in appello 11 sentenze e "zero" condanne, in Cassazione 23 sentenze e 5 condanne. Ma in quali distretti si iscrivono più cause? Spicca Perugia con 136 richieste in 11 anni, e solo 6 sentenze emesse, di cui nessuna di condanna. Quindi il risultato è 136 a zero. Nessuna responsabilità mai riconosciuta, in ben 11 anni, in quel distretto.
Infine ecco altri elementi utili che si possono trarre dalle tabelle. Dal 2005 al 2014 c'erano state 9 condanne con una liquidazione media degli importi pari a 54mila euro. Quando venne approvata la legge del 2015, ricorda Costa, nella relazione tecnica fu inserita una proiezione di possibile aumento delle condanne, prevedendo che ce ne potessero essere almeno dieci all'anno per una cifra complessiva di 540mila euro. Somma che fu prevista tra le possibili spese della legge di cui il bilancio doveva tenere conto. Facendo un bilancio Costa conclude: "Era una cifra minima, se si pensa ai numeri della responsabilità professionale negli altri settori in cui è prevista. Però a 10 condanne non si è mai arrivati, neanche in 11 anni".
di Valentina Errante
Il Messaggero, 15 maggio 2021
Cantanti neomelodici che dalla Campania alla Sicilia inneggiano a vari esponenti della malavita e della criminalità organizzata; una processione del venerdì Santo che in provincia di Catania, qualche tempo fa, ha subito una deviazione per omaggiare un mafioso della zona; il feretro di un Casamonica che a Roma, alcuni anni fa, è stato trasportato da una carrozza trainata da sei cavalli, mentre una banda accompagnava la processione funebre sulle note del film "Il padrino" e petali di rose venivano lanciati da un elicottero. Ce n'è abbastanza per far preoccupare deputati e senatori della Commissione parlamentare antimafia che hanno messo a punto una proposta di legge per modificare l'articolo 414 del codice penale e prevedere l'aggravante dell'istigazione o dell'apologia della mafia.
La proposta - "Non vogliamo certo censurare la libertà di pensiero - spiega la deputata Stefania Ascari, M5S, prima firmataria del testo - ma mettere uno stop a quelle condotte e quelle espressioni che superano il limite e quindi equivalgono a manifestazioni di mafiosità. La libertà di pensiero non può infatti essere invocata quando l'espressione del pensiero diventa una offesa. La mafia si nutre di messaggi e questi vanno fermati: non è possibile esaltare la strage di Capaci, si tratta di istigazione e si mira a ottenere consenso sociale. Così la mafia diventa una alternativa positiva e va fermata; il contrasto alle mafie deve partire dal linguaggio, altrimenti non le fermiamo più, va responsabilizzata la comunicazione, e alcuni personaggi non vanno presi a modello ma vanno trattati da criminali".
Apologia - Ad oggi il reato di apologia esiste per il terrorismo, ma manca per la mafia. Il testo predisposto dai commissari M5S si compone di due articoli i quali prevedono che se l'istigazione o l'apologia riguardano il delitto previsto dall'articolo 416-bis (associazione di tipo mafioso) la pena è aumentata della metà. La pena è aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso durante o mediante spettacoli, manifestazioni o trasmissioni pubbliche o aperte al pubblico ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. Non possono essere invocate ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume. E quando il delitto è commesso mediante l'utilizzo di social network o mediante emittenti radio o televisive o per mezzo della stampa, chi è responsabile della divulgazione dell'apologia viene punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 10.000 euro e con l'obbligo di rettifica.
L'iniziativa - L'iniziativa sarà presentata nel corso di una conferenza stampa alla Camera alla quale prenderanno parte - oltre alla Ascari - il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione bicamerale Antimafia e Guido Salvini, magistrato esperto in materia di terrorismo e di criminalità organizzata, interlocutore nella fase di redazione della proposta di legge.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 maggio 2021
Il server "occulto" di Napoli raccoglieva i dati di tutta Italia. Ora rischia di saltare anche il processo a Palamara. "Le operazioni di intercettazione a mezzo trojan hanno subito alcune modifiche e non sono avvenute secondo le modalità che ha qui dichiarato l'ingegner Bianchi quando fu ascoltato nell'ambito del processo al dottor Palamara".
Le parole pronunciate dal sostituto procuratore generale Simone Perelli durante l'udienza disciplinare a carico di Cosimo Ferri suonano come una vera e propria bomba. Perché per la prima volta certificano che quelle che nel corso del procedimento a carico dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara erano state bollate come "illazioni" dal Csm tali non sono, rappresentando piuttosto un dubbio fondato che potrebbe mettere in discussione la radiazione dell'ex ras delle nomine, ma anche decine e decine di processi.
Ed è per questo motivo che il pg ha chiesto un rinvio del procedimento disciplinare di Ferri, in attesa degli esiti delle ispezioni disposte dalle procure di Firenze e Napoli sugli impianti utilizzati per le prestazioni di queste intercettazioni sul server "occulto" di Napoli. La scoperta avviene grazie ai dubbi sollevati dalla difesa di Palamara, che nel corso del disciplinare davanti al Csm ha riferito della possibile presenza di server intermedi tra il telefono del pm e il server della procura di Roma autorizzato a registrare i dati e trasmetterli alla sala di ascolto della Guardia di Finanza.
La sezione disciplinare convoca dunque l'ingegnere Duilio Bianchi, uno dei rappresentanti della Rcs, ovvero la società che ha fornito il trojan, che il 30 settembre nega la presenza di qualsiasi server intermedio. Palamara viene dunque radiato e i dubbi espressi dalla difesa bollati come illazioni. Ma la difesa di Ferri, rappresentata dall'avvocato Antonio Paolo Panella, si rivolge a due super consulenti tecnici: l'ingegnere elettronico Paolo Reale, presidente dell'Osservatorio nazionale di informatica forense, e il dottor Fabio Milana, perito del Tribunale di Roma.
I due scoprono che nella copia forense della Finanza non sono stati copiati i dati che identificano il server al quale il telefono di Palamara ha trasmesso i suoi segreti. Da qui la richiesta di "copiare" i dati del telefono dell'ex capo dell'Anm, dal quale però il trojan è già stato cancellato. Una sorta di vicolo cieco, fino a quando Milana non tira fuori dal cappello un altro procedimento nel quale è consulente e per il quale viene utilizzato lo stesso trojan di Rcs nello stesso periodo di tempo. Da quel telefono si riesce risalire all'ip del server, che straordinariamente non si trova a Roma, ma a Napoli, nel centro direzionale.
Per scoprire se anche i dati di Palamara siano finiti a Napoli, Ferri presenta un esposto alla procura partenopea, trasmesso per competenza a Perugia e da lì a Firenze, competente per i reati a danni dei pm di Perugia. Ed è lì che Bianchi - a cui vengono contestati la falsa testimonianza davanti al Csm, la frode in pubbliche forniture e il falso ideologico per induzione in errore dei magistrati di Perugia - ammette che i dati del telefono di Palamara sono finiti a due server a Napoli collocati nei locali della Procura di Repubblica, che ora ha revocato qualsiasi incarico a Rcs. Ma non solo: quei due server avrebbero ricevuto i dati delle procure di tutta Italia.
La procura di Firenze e quella di Napoli, ora, hanno aperto due procedimenti penali a carico di noti e stanno svolgendo indagini collegate tramite un reparto speciale della polizia postale - il nucleo che si occupa della protezione delle infrastrutture critiche del Paese - per cercare di capire cosa è successo. "Reale sostiene che i server di Napoli, ovunque fossero localizzati, non erano server di transito. E questo spiegherebbe tutto - spiega al Dubbio Panella -, perché in quella fase ai dati non criptati che arrivavano a Napoli potevano avere accesso gli amministratori di sistema di Rcs. Ciò significa che, potenzialmente, poteva accadere di tutto e ciò è assolutamente allarmante e costituisce, a mio parere, un pericolo per la democrazia di questo Paese".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 15 maggio 2021
Dal 2010 al 2021 sono state depositate 544 cause contro lo Stato per responsabilità civile dei magistrati e su 129 sentenze emesse finora ci sono state solo otto condanne. Nemmeno il tempo di "esultare" per le proposte della commissione istituita dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, torna alla carica per inserire nella riforma alcuni aspetti ancora necessari, a parer suo, di accorgimenti.
Come nel caso della responsabilità civile dei magistrati, tema del quale si discute da decenni (il referendum targato radicali con il quale oltre l'80% si schierò a favore di un cambiamento delle regole è del 1987) e del quale si torna a parlare dopo la pubblicazione dei dati in cui si attesta che dal 2010 al 2021 sono state depositate 544 cause contro lo Stato per responsabilità civile dei magistrati e su 129 sentenze emesse finora ci sono state solo otto condanne. Numeri che hanno fatto sobbalzare Costa sulla sedia e gli hanno fatto dire che "la legge sulla responsabilità civile dei magistrati va rivista subito e l'occasione giusta può essere proprio la riforma Cartabia".
Il deputato spiega che attraverso la lettura dei dati "chiunque si potrà rendere conto" della gravità della situazione, visto che "solo l'1,4 per cento delle cause iscritte contro i giudici si è conclusa con una condanna definitiva". E pensare che nel 2015 l'allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva soppresso il filtro di ammissibilità, ragione per cui, ragiona Costa, le maglie per mettere sotto processo i giudici avrebbero dovuto allargarsi, ma non è stato così". Rispetto al 2015 in effetti il confronto tra le responsabilità contestate prima e quelle contestate dopo non subisce grandi mutamenti.
A leggere i dati non c'è stata né la pioggia di cause che i magistrati temevano, tanto che l'allora presidente dell'Anm, Rodolfo Maria Sabelli, parlò di una "rivoluzione contro la giustizia e contro l'indipendenza dei magistrati", né tantomeno la pioggia di condanne. Di quella riforma, arrivata soltanto un anno dopo il taglio di cinque anni dell'età pensionabile dei magistrati, i magistrati contestarono sia l'eliminazione del filtro di ammissibilità dei ricorsi sia il passaggio da un terzo alla metà della rivalsa dello Stato sullo stipendio della toga, ma lo scontro già aspro arrivò sull'attività di interpretazione della legge.
In quel caso la voce dell'Anm, assieme alle pressioni politiche, ebbe la meglio e la norma fu eliminata. Evidentemente, però, non era quello il vero problema. A dire la verità soprattutto nelle grandi città un cambio di passo dopo la riforma Orlando si può notare: come a Roma, dove rispetto alle 28 cause tra il 2010 e il 2015, ce ne sono state 66 dal 2016 al 2021; o a Milano, con 3 cause prima del 2015 e 11 nel periodo successivo.
Come è noto, la responsabilità civile dei magistrati non è "diretta" ma ricade sullo Stato, che poi si rivale sulle toghe. Delle otto condanne avvenuta dal 2010 a oggi, tre sono arrivate dai tribunali, su 62 sentenze, nessuna dall'appello, su undici sentenze, e otto dalla Cassazione, su 23 sentenze. Nel distretto di Perugia, per citare un caso emblematico, ci sono state 136 richieste in undici anni e sei sentenze, di cui nessuna di condanna.
Un altro dato che salta all'occhio è che la riforma Orlando prevedeva, in proiezione, una spesa per lo Stato di 540mila euro all'anno in seguito a condanne per i magistrati, frutto della media dei dieci anni precedenti in cui c'erano state otto condanne totali con risarcimenti medi di 54mila euro. Ebbene, non solo non si è realizzata la previsione di una decina di condanne all'anno, ma a quelle dieci condanne non si è arrivati nemmeno in undici anni.
È per questo che Costa parla della responsabilità civile post Orlando come di "un flop" e da qui nasce l'idea di emendare ancora la riforma Cartabia con modifiche anche sulla responsabilità civile dei magistrati. "La legge va cambiata di nuovo perché anche palesi responsabilità non si riescono a perseguire - conclude il deputato. Per questo motivo, presenteremo degli emendamenti sulla responsabilità civile al testo di riforma del Csm e della magistratura. Se i magistrati sbagliano devono pagare. Non è possibile costringere i cittadini a vere e proprie peripezie giudiziarie per ottenere dopo anni e anni un risarcimento".
- "Smettere di esaltare i boss": la proposta per punire l'apologia della mafia
- Napoli. 100 libri solidali per le detenute del carcere di Santa Maria Capua Vetere
- Roma. Nel carcere femminile di Rebibbia c'è un errore
- Campania. Il Garante: "Il 50% dei detenuti campani è vaccinato contro il Covid"
- Nuoro. Vaccini a tutti i detenuti e personale carceri del nuorese











