di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 14 maggio 2021
Tra le leggi e le cose c'è di mezzo, se non il mare, uno spazio riempito dalle azioni di coloro che le applicano e che il legislatore non è in grado di prevedere e controllare. In altri termini, la vita ingloba il diritto. Ciò spiega perché, spesso, le intenzioni del legislatore sono vanificate dalla prassi. Si vuole un risultato e non lo si ottiene oppure se ne ottiene un altro diverso.
L'eterogenesi dei fini è esperienza frequente nel campo del diritto. Si vuole una cosa e non la si ottiene oppure se ne ottengono altre se non c'è la cooperazione di coloro che stanno tra la legge e le cose, cioè di coloro che chiamiamo genericamente "operatori della giustizia".
Scrivere parole chiamandole leggi non basta. Questa avvertenza vale nel campo della politica (le riforme costituzionali), nel campo amministrativo (le riforme burocratiche) e anche nel campo della giustizia di cui oggi si discute. La giustizia è un sistema complesso di forze e di interessi diversi e spesso antagonisti; ogni legge nuova è soltanto un impulso, un fattore di rimescolamento e sarebbe un'ingenuità considerarla coincidente col risultato finale.
Ridurre i tempi della giustizia, s'intende, è ciò su cui tutti, sono d'accordo. L'ovvia via maestra dovrebbe essere l'efficienza dei processi. Oggi, pare che si battano strade diverse. Ragionando in astratto e per assurdo si può pensare che i processi non si facciano, così durano niente; oppure, sempre per assurdo, che i processi siano sommari, senza tante complicazioni, così durano poco. A ben pensarci, senza giungere a questi estremi, siamo su queste linee direttrici quando stiamo a trattare della prescrizione dei reati e dei limiti all'appellabilità delle sentenze. Il quadro non è ancora definito. Non esistono parole ufficiali del governo e si ragiona quindi su ipotesi.
I reati, ma non quelli più gravi, dopo un determinato periodo di tempo "si prescrivono", "si estinguono" e, di conseguenza, non si procede nei confronti dei loro autori. I giuristi dicono che la prescrizione ha natura sostanziale, oggettiva: l'interesse pubblico a celebrare processi dopo molto tempo dai fatti viene meno e lo Stato, attraverso il suo apparato giudiziario, rinuncia a perseguirne gli autori. Di fatto - ecco un caso di eterogenesi dei fini -, anche se lascia un'ombra di possibile colpevolezza, la prescrizione ha cambiato natura ed è diventata uno strumento processuale per scampare alla giustizia: un'assoluzione per prescrizione per l'imputato, soprattutto se ha qualcosa da rimproverarsi, è meglio di un'eventuale condanna. Ma è anche una frustrazione della giustizia: dei magistrati che vedono andare in fumo i processi che hanno istruito; dei giudici che sono pronunciati invano in gradi precedenti del giudizio, delle vittime dei reati che si sentono beffati e giustificatamente alzano i pugni al cielo.
Non nascondiamoci la realtà: soprattutto nei grandi processi dove sono all'opera i grandi avvocati, maestri nell'usare tutte le risorse della procedura che sono tante (rinvii, eccezioni del più vario genere, rinuncia alla difesa e sostituzione del difensore, ricusazioni, "termini a difesa", ricorsi, ecc.) spesso si punta più sulla prescrizione del reato che sull'innocenza dell'imputato. Così quella che è una sconfitta d'una giustizia che a parole si vorrebbe rigorosa, certa, uguale per tutti e indipendente dalle circostanze, si trasforma in efficace incentivo della sconfitta medesima. Sappiamo però anche che la prescrizione dei reati è un fatto di civiltà, purché non diventi un salvacondotto dei criminali. È un fatto di civiltà perché non si può vivere in eterno restando sotto la minaccia del processo. Il processo è di per sé una pena. Se ha da esserci, lo si apra e lo si chiuda nei tempi più brevi possibili e non lo si lasci pendere come una minaccia sulla testa delle persone. La prescrizione del reato, che - ripeto - è pur sempre un fallimento della giustizia, serve a porre fine alla minaccia e ad assicurare la tranquillità d'animo che è condizione di libertà. Dunque, i reati devono essere prescrittibili, ma i tempi della prescrizione devono essere compatibili con quelli dell'ordinaria celebrazione dei processi. La brevità dei tempi di prescrizione deve essere in rapporto diretto con la rapidità della celebrazione dei processi. Se si vuole che la prescrizione avvenga in breve tempo, si accelerino i processi con semplificazioni delle procedure, eliminazione dei pretesti su cui prosperano i causidici, investimenti, riorganizzazioni. Per accelerare i processi non c'entrano nulla i termini di prescrizione, cioè i tempi oltre i quali lo stato rinuncia a esercitare la funzione giudiziaria. A meno che si dica ridurre i tempi ma si miri ad altro, all'impunità. Si evoca a tutto spiano l'Unione Europea che vuole processi brevi, ma la Corte di Giustizia si è già pronunciata con chiarezza, ponendo un principio: la prescrizione che vanifica i processi è contro lo stato di diritto e non è, dunque, una via percorribile (è la decisione sul "caso Taricco" del 2015: si trattava della responsabilità degli evasori fiscali).
Un altro tema affatica i riformatori: l'appellabilità delle sentenze. A quanto si dice, ora si penserebbe di reintrodurre l'abolizione dell'appello del pubblico ministero contro il proscioglimento in primo grado. L'argomento è suggestivo: se uno è stato prosciolto una volta, come potrebbe il giudice d'appello ritenere fondato "oltre ogni ragionevole dubbio" il ricorso del pubblico ministero che chiede di rivedere la sentenza di assoluzione? Argomento suggestivo, sì, ma anche fondato? Il sol fatto che un giudice si sia espresso è di per sé garanzia che non vi possano "ragionevoli dubbi" sull'assoluzione? Precisamente, ragionando di "ragionevolezza", proprio in casi come questi non dovrebbero essere ammesse le riconsiderazioni? Le decisioni di primo grado possono essere arbitrarie, irragionevoli, sbagliate e, proprio per correggerle, esiste l'appello. Pensando di abolirlo in base a quell'argomento, si farebbe cosa assai strana: l'appello serve a correggere i possibili errori, allora basta dire che il giudizio di chi li ha commessi è dotato d'un plus-valore di verità? Non c'è qui qualcosa come un ingolfo logico?
Il doppio grado del giudizio non è prescritto dalla Costituzione. Ma la cosiddetta "parità delle armi" tra accusa e difesa è necessaria in vista del processo "giusto". Giusto non sarebbe se l'accusa avesse più poteri della difesa, ma anche al contrario, se ne avesse meno: così disse la Corte costituzionale. Come si fa superare lo scoglio? Stando a quel che si legge, si vorrebbe limitare in qualche modo anche l'appello dell'imputato contro le sentenze di condanna in primo grado. Non abolendolo, ma ammettendolo solo in casi "rigorosi" stabiliti dalla legge? Quali? Non è già così? Chi, poi, decide se si rientra nei casi ammessi, se non un giudice d'appello?
Quale groviglio dovrebbe essere sciolto dal legislatore; quante complicazioni e quante controversie ne nascerebbero? Altro che semplificazione, accelerazione. In ogni caso, non si risolverebbe affatto la questione del diritto all'uguaglianza perché questa è questione che non riguarda l'astratta architettura legislativa, ma la concreta posizione delle parti in quel singolo processo e nulla interessa loro se, in altri processi, ci sia una diversa ponderazione dei poteri, questa volta a sfavore della parte accusatrice.
Fermiamoci qui, augurando buona fortuna a chi vuol mettere mano a una materia tanto spinosa, ingorgata, pericolosa, a rischio di controversie a priori inimmaginabili e con serie ricadute, per esempio, sulle parti offese dal reato. Una domanda: si parla nei termini anzidetti di riforma della giustizia per la giustizia. Davvero? Non sarà, invece, che la posta in gioco sia tutt'altra, politica, la tenuta del governo, di cui la giustizia rischia di fare le spese. E non sarà che la da tutti denunciata malattia della giustizia abbia bisogno di medicine d'altra natura?
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 maggio 2021
Intervista ad Andrea Orlando. "Inutile cercare vendette con indagini parlamentari. Prescrizione, torna la mia legge". "Non serve una commissione d'inchiesta sulla magistratura. Inutile cercare un regolamento di conti sul passato, come avverrebbe con l'indagine parlamentare invocata dal centrodestra. Noi del Pd e io personalmente teniamo molto all'idea, che rilanciamo in queste ore, di un'Alta Corte a cui affidare le funzioni disciplinari ora in capo al Csm. Serve un nuovo equilibrio".
A dirlo, in un'intervista al Dubbio, è Andrea Orlando, oggi ministro del Lavoro e nella precedente legislatura titolare della Giustizia. "Sono piuttosto orgoglioso del fatto che si pensi di recuperare la mia riforma della prescrizione", osserva riguardo alle proposte avanzate dalla commissione di Marta Cartabia. E sulle posizioni dei 5S in materia di giustizia risponde: "Non vanno liquidate come segni di infantilismo". "Se guardiamo indietro, se viviamo questa fase come occasione di rivincita, non faremo passi avanti".
Perché, ministro Orlando, vede questo rischio?
"Neanche la commissione d'inchiesta serve, per esempio. I problemi, i mali, le degenerazioni della giustizia sono fin troppo chiari. Ci sono anche indagini di vario genere in corso. Non serve la retrospettiva, non servono inchieste del Parlamento sull'uso politico della giustizia, sui conti col passato da regolare. Ci vuole piuttosto una legge".
Quale?
"Anche una legge costituzionale, se necessario. Ma di sicuro, fra le idee sul tavolo, noi del Pd e io personalmente teniamo molto all'idea che rilanciamo in queste ore di un'Alta Corte a cui affidare le funzioni giurisdizionali ora in capo al Csm. Credo si debba separare l'attività amministrativa del Consiglio da quella, appunto, disciplinare. Serve un nuovo equilibrio".
Intanto, ministro, c'è l'occasione di una riforma della giustizia attesa da lustri: realizzarla non significherebbe pure archiviare del tutto la stagione dei conflitti politici basati proprio sui riverberi delle vicende giudiziarie, quelli in particolare del cosiddetto ventennio berlusconiano?
Sì, ma se lo sguardo è appunto rivolto al futuro anziché al passato. Se l'obiettivo è promuovere un sistema più efficiente e giusto anziché cercare rivincite o vendette.
La commissione sulla magistratura invocata dal centrodestra è una vendetta?
Mi limito a dire che non serve. Abbiamo ben chiari gli errori e i guasti da risolvere. Alcuni peraltro chiamano in causa una certa indole refrattaria della magistratura ad accettare qualunque modifica di sistema. C'è sempre stata, negli anni addietro, una resistenza anche corporativa a qualunque innovazione. È come in una casa in cui non si fa manutenzione per troppo tempo: a un certo punto può crollare.
Lei provò a riformare il Csm...
Ebbi modo di verificare le resistenze di cui le dicevo. Già all'epoca il Pd, a cominciare da Luciano Violante, proponeva un'idea per la magistratura come l'Alta Corte disciplinare ora da noi riportata nel dibattito.
Serve una legge costituzionale?
È un'ipotesi a cui corrispondono vari gradi di realizzazione. Ci si potrebbe fermare alla netta separazione di funzioni per i consiglieri superiori destinati alla sezione disciplinare, come previsto dalla riforma Bonafede, ora in discussione con la ministra Cartabia e la nuova maggioranza, oppure si può introdurre una soluzione più radicale e impegnativa come una vera e propria Alta Corte disciplinare separata dal Csm, che certo richiederebbe una modifica della Costituzione.
La immagina con pari numero di laici e togati?
Abbiamo un modello già disponibile: la Corte costituzionale. Mi pare funzioni bene, anche grazie all'indicazione dei componenti ripartita fra legislativo, magistrature e presidenza della Repubblica. Se una simile istituzione è in grado di giudicare le leggi non vedo perché un organismo analogo non potrebbe essere destinato a giudicare le condotte. Oltretutto si risponderebbe così a un'urgenza avvertita da tempo: concentrare in un unico organo l'attività disciplinare relativa a tutte le magistrature, non solo a quella ordinaria.
Ne ha mai parlato con la ministra Cartabia?
No. Devo dire che l'idea mi è cara da tempo: la riproposi qualche mese fa, oggi vedo lo spazio politico. Il Pd ha giustamente rilanciato la proposta riprendendo un'idea di Violante.
Sul tavolo c'è la prescrizione: la commissione Lattanzi propone di fatto un ritorno alla sua legge. Se ne sente inorgoglito?
Sinceramente sì, ne sono abbastanza orgoglioso, anche perché la commissione istituita dalla ministra Cartabia e guidata dal presidente Lattanzi riprende in realtà la mia idea originaria.
Non è quella realizzata con la riforma penale del 2017?
Quasi, tranne che per una sfumatura: io proposi di sospendere il decorso della prescrizione per due anni in appello e un anno in cassazione. Poi gli equilibri della maggioranza di allora richiesero di riformularla in un anno e mezzo di stop per ciascuna delle due fasi. In ogni caso è un'idea di equilibrio, che risolve il nodo prescrizione con un efficace empirismo. Visto che da una parte gli avvocati ricordano come gran parte delle prescrizioni maturi nel tempo delle indagini, e i magistrati viceversa parlano spesso di tecniche dilatorie della difesa, facciamo una cosa: prendiamo per buone entrambe le affermazioni e stabiliamo un punto di sintesi, con una limitata sospensione del decorso, sufficiente a garantire da una parte la ragionevole durata del processo e dall'altra l'effettività della pretesa punitiva dello Stato.
Ottenere su questo un sì del M5S può voler dire anche favorire una loro visione più "matura" sulla giustizia?
Ma io non credo che le posizioni del Movimento 5 Stelle possano essere liquidate come segni di immaturità. Sono posizioni piuttosto nette su determinate questioni, è un punto di vista politico, non un infantilismo. La sola obiezione che mi sento di muovere riguarda il metodo: io credo che non ci si possa illudere di affrontare emergenze assolute come la mafia o la corruzione con norme simbolo. Inutile confidare nella efficacia salvifica di alcuni singoli interventi. Non a tutto si può rispondere col diritto penale, anzi gran parte delle risposte deve per forza essere di altra natura.
A proposito: con la legge sull'ergastolo ostativo si potrà recuperare anche la sua riforma del carcere?
Mi faccia dire una cosa: c'è un'intelligenza della storia, in questa vicenda della sentenza sull'ergastolo ostativo.
A cosa si riferisce?
Una questione del genere non poteva capitare in mani migliori di quelle della professoressa Marta Cartabia, che ha sul tema competenza, conoscenze e sensibilità uniche. È un motivo che spinge all'ottimismo sulla soluzione da individuare. Quanto alla mia riforma sul penitenziario, di cui qua e là comunque sono state attuate alcune parti, credo sia chiaro si ispirasse alla necessità di risolvere il problema della sicurezza con un trattamento sanzionatorio più individualizzato, orientato al reinserimento sociale ma soprattutto a scongiurare una cetra stupidità nascosta nel sistema.
Perché "stupidità"?
Scusi, ma noi abbiamo tante vicende e situazioni diverse, tra i detenuti, trattate con percorsi di esecuzione penale drammaticamente uguali. Col risultato di favorire negli individui un'evoluzione peggiorativa: anziché rieducati, finiscono per essere più inclini all'illegalità di quanto fossero prima. Ecco, credo che sia diventata anche un po' più popolare, rispetto a quando ero ministro della Giustizia, l'idea di una necessaria individualizzazione del trattamento. Quindi sì, sono ottimista sulla possibilità di portare a compimento anche quell'altra mia riforma.
Ce n'è una che riguarda in particolare gli avvocati e il dicastero di cui adesso è responsabile: l'equo compenso per i professionisti. Cosa farà, proporrà emendamenti ai ddl ora all'esame della Camera?
Non mi interessa come si potrà arrivare al risultato, ma che sia raggiunto. Si può approvare una legge come quelle in discussione alla Camera, così come si potrebbe inserire il rafforzamento dell'equo compenso all'interno dell'iniziativa che da ministro del Lavoro assumerò sugli ammortizzatori sociali. Ripeto, non conta: tengo sì a rivendicare l'antico copyright sull'equo compenso, che in effetti è del sottoscritto e del Pd. Le norme che preparammo insieme con il Cnf furono una nostra battaglia politica. Va evitata la proletarizzazione di intere generazioni di avvocati come di altri professionisti, in particolare tra i più giovani, di fronte a committenti forti. Ecco, vede, le riforme vanno fatte, non importa metterci un marchio sopra, farne un distintivo o barattarle con piccole vendette di retroguardia. Conta cambiare le cose, nel lavoro come nella giustizia.
di Antonio Sangermano
Il Domani, 14 maggio 2021
Una premessa è necessaria: deve essere chiaro che Luca Palamara non rappresenta la magistratura italiana e non può divenirne il volto simbolico, essendo stato espressione, unitamente ad altri, del cosiddetto correntismo, ovvero solo la parte più agguerrita e visibile dell'associazionismo giudiziario. Identificare 9.400 magistrati, molti dei quali neppure iscritti alle correnti, con la vicenda che ha coinvolto Luca Palamara, significa usare violenza a migliaia di uomini e donne. Palamara, dopo avere rappresentato, insieme ad altri, il correntismo oggi non può pretendere di diventare il paladino della stragrande maggioranza dei magistrati, che con tali prassi non hanno proprio nulla a che spartire, ma che semmai ne sono stati indirettamente pregiudicati. Il libro di Palamara Il Sistema non è la Bibbia e non può diventare la ghiotta occasione per coagulare trasversalmente tutte le forze, interne ed esterne alla magistratura, che intendono approfittare della attuale crisi per distruggere il modello costituzionale di giustizia.
Detto questo, se va cercata origine di che cosa ha avvelenato la magistratura per correggere l'errore, la risposta a mio parere è il combinato disposto tra Testo unico sulla dirigenza e gerarchizzazione delle procure. Questo ha scatenato il carrierismo, ma ambizione e giurisdizione sono ossimori. Bisogna tornare a criteri selettivi della dirigenza, oggettivi ed essenzialmente basati sul merito giurisdizionale e la pregressa esperienza, non riesumando il vieto criterio della anzianità senza demerito. È indispensabile che l'Anm, da trampolino di lancio per le carriere e arena politico-culturale, si riappropri del suo autentico ruolo di sindacato di categoria, anche incentrato sulla difesa dei valori costituzionali pertinenti il potere giudiziario, varando una severa e perdurante incompatibilità di ruoli con il Csm. Basta con le "porte girevoli" tra magistratura e politica, ogni volta che un magistrato si candida a qualche carica elettiva di natura politica, infligge una ferita profonda al corpo dell'ordine giudiziario.
Tuttavia, lo scandalo del maggio 2019 non può divenire la ragione per una riforma che introduca il sorteggio per i membri del Csm, poiché seguendo la falsariga di questo ragionamento, allora dovremo sorteggiare anche i componenti del parlamento, che non mi pare sia stato immune da condotte individualmente censurabili. Io voglio sapere chi andrà al Csm e potere votare in coscienza, sulla base di un giudizio complesso, fondato su merito, esperienza, integrità e visione del candidato, perché il Csm è un organo di rilevanza costituzionale e non un'assemblea condominiale.
Affidare alla sorte la scelta dei membri togati del Csm, con membri laici eletti dal parlamento, significherebbe minare alle fondamenta l'autonomia e il prestigio della magistratura. Ricordo ai numerosi detrattori a senso unico della magistratura, il tributo di sangue, abnegazione e senso dello Stato che tanti colleghi hanno pagato per difendere la democrazia dalla mafia, dal terrorismo, dalla criminalità. Lo scandalo del 2019 vede come persone offese innanzitutto migliaia di magistrati. Questo massimalismo violento e iniquo serve solo a delegittimare tutto e tutti.
La riforma più profonda è in primo luogo di natura etica, riscoprire e attuare il valore e la purezza della giurisdizione, rifiutando la logica del potere, del protagonismo e dell'individualismo, nella consapevolezza che la violazione delle procedure formali apre inevitabilmente la strada all'arbitrio e all'abuso. Ciò non toglie che le riforme legislative siano assolutamente necessarie, e dovranno essere incisive, coraggiose e strutturali.
La magistratura non è un contropotere, non deve chiudersi nel conservatorismo corporativo ma deve "fare sistema", contribuendo a superare una epocale crisi sanitaria, sociale ed economica nel quadro di una responsabile sinergia repubblicana. Le riforme spettano al governo e al parlamento, che sapranno certamente coniugare garanzie ed efficacia repressiva, finalismo rieducativo della pena e difesa sociale. L'auspicio è che questa straordinaria opportunità storica serva a conservare i pregi del sistema, espellendone i difetti. Allentare il controllo di legalità sarebbe un errore terribile, perché la sicurezza è il collante dei diritti individuali e della pace sociale e senza legalità non ci sono diritti, ma solo paura e violenza.
Veniamo ora ai fatti recenti della cosiddetta vicenda Amara. Non esprimo giudizi né sul caso né sui magistrati che ne sono indirettamente coinvolti a diverso titolo, perché non conosco i fatti e ho rispetto per le persone. Posso solo dire che quando ho avuto ragione di dubitare della correttezza di qualcuno, sulla base di elementi concreti, ho agito nelle sedi competenti in modo formale, investendo della mia doglianza il Comitato di presidenza del Csm, il procuratore generale e la competente autorità giudiziaria. Se altri hanno ritenuto di agire diversamente, avranno le loro ragioni, che saranno valutate dagli organi competenti. Ho piena fiducia nel Csm e nel procuratore generale presso la Corte di cassazione.
Al netto di questa precisazione, intervengo su un punto: accostare Magistratura indipendente alla massoneria, come qualcuno pare abbia fatto, è ridicolo e offensivo. Magistratura indipendente è la componente associativa che rappresenta i tantissimi magistrati moderati, nel quadro di un progetto culturale fondato sul pluralismo, la polifonia, il netto rifiuto della ideologizzazione e del collateralismo, la centralità della giurisdizione quale spazio di attuazione del diritto e non già campo di battaglia della cosiddetta militanza civica. La delega e la supplenza che la politica assegna troppo spesso alla magistratura, sovraespongono il giudice in compiti che non gli appartengono e che ne snaturano la funzione. Ognuno faccia la sua parte, nel rispetto reciproco. Magistratura indipendente ha avviato un rinnovamento profondo e reale, senza mai indulgere al giustizialismo, senza sventolare cappi e mannaie. Questa è la nostra cifra, rigore e umanità.
*Magistrato e membro dell'Anm
di Giorgio Righetti
acri.it, 14 maggio 2021
Intervista a Giovanni Maria Flick, professore emerito di Diritto penale, già ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale.
Professor Flick, in diversi contributi ha affermato che quello del carcere è un modello da superare, perché?
Perché, appunto, è un modello "superato". Storicamente il carcere nacque come strumento per emarginare o espellere dalla società e dalla vita collettiva i "diversi" (asociali, vagabondi, persone che la pensano in modo diverso o che non accettano, in tutto o in parte, le regole di convivenza...). Questo significato è ritornato di attualità quando sia le ragioni di diritto sia, soprattutto, le ragioni di fatto (le condizioni in cui si vive la reclusione) hanno cancellato la possibilità di salvaguardare i "residui di libertà" (definiti tali dalla Corte costituzionale), che debbono comunque essere rispettati e che sono compatibili con la privazione della libertà personale come pena. Intendo cioè riferirmi agli aspetti di pari dignità sociale e di rispetto dei diritti inviolabili previsti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione, che sono il campo in cui deve crescere l'articolo 27 della Carta: gli obiettivi di tendenza alla rieducazione e di rispetto del senso di umanità nei confronti del condannato. È un controsenso la pretesa di rieducare alla libertà una persona privandola della libertà. Sono possibili altre forme di pena, come le cosiddette pene accessorie, ad esempio l'interdizione, la limitazione delle attività professionali attraverso cui si è commesso il reato; l'imposizione di lavori socialmente utili o di servizi alla collettività, che non devono però diventare forme di servitù coatta. Aggiungo che nella Costituzione non viene citata esclusivamente la pena del-la reclusione ma si parla, al plurale, di "pene", che "non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità". Per questo, l'Italia è stata con-dannata almeno due volte dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, con riferimento alle condizioni di fatto (in realtà strutturali) del sovraffollamento nelle carceri.
Come il carcere può adempiere in maniera più efficiente alla funzione rieducativa che gli viene riconosciuta nell'art.27 della Costituzione?
In primo luogo, occorre evitare di trasformare il carcere da extrema ratio a strumento abituale di separazione ed emarginazione dei "diversi" di vario tipo. D'altra parte, la Corte costituzionale ha più volte ricordato che tra le molteplici finalità della pena vi è al primo posto la tendenza alla rieducazione, rispetto alle finalità di prevenzione e a quelle di cosiddetta "retribuzione" (la vendetta di Stato con cui si cerca di evitare la vendetta privata dei parenti della vittima, della stessa vittima o del suo clan). Il problema è, peraltro, non solo di rieducare (finalità che si sta cercando di concretizzare attraverso percorsi d'istruzione e l'iscrizione all'università in carcere), ma è formare alla responsabilità e ricostruire il rapporto dell'autore del reato con le vittime.
A tal proposito, recentemente ha parlato di "responsabilizzazione" del detenuto più che di "rieducazione". Ci può spiegare meglio cosa intende?
La storia della pena ha registrato, in primo luogo, la prevalenza della funzione punitiva- retributiva; in secondo luogo, quella soddisfattoria del risarcimento del danno allo Stato e alle vittime; infine, il reinserimento sociale attraverso la tendenza alla rieducazione. Nei tempi attuali mi sembra importante la prospettiva, che fa fatica ad affermarsi, della responsabilizzazione, che comprende la rieducazione, ma ha un significato più ampio: la giustizia riparativa, il tipo di giustizia adottata, per esempio, in Sud Africa dopo il superamento dell'apartheid (almeno in teoria). Ciò significa cercare di ricostruire un rapporto tra il colpevole e le vittime, in cui il primo prenda coscienza della sua responsabilità e del male arrecato.
La cultura può essere uno strumento per cambiare la percezione del carcere maggior-mente diffusa a livello sociale?
La cultura può essere uno strumento per superare questa percezione, innanzitutto attraverso le iniziative culturali di vario genere che hanno cominciato a maturare nel carcere, in particolar modo la possibilità di poter seguire un percorso scolastico o accademico. In secondo luogo, è necessario che i detenuti vengano guidati alla comprensione della realtà esterna e al modo in cui ci si augura che essi possano e debbano rientrarci. È importante però, altresì, che anche il mondo esterno conosca il mondo interno al carcere e la funzione che esso ricopre.
Dai dati sul tasso di recidiva emerge che il 68,45% di coloro che scontano la pena in carcere vi fanno ritorno, mentre solo il 19% di colo-ro che scontano la pena con misure alternative alla detenzione rientrano. È un dato emerso da anni, perché allora il percorso di ripensamento del modello e del ruolo del carcere non ha subito un'accelerazione?
Conosco quei numeri e, pur considerando l'approssimazione delle valutazioni statistiche di questo tipo, condivido la riflessione: il carcere è spesso un'ottima scuola di specializzazione nella capacità di commettere reati, piuttosto che una scuola valida per rieducare alla responsabilità e al rapporto con l'esterno. Da ciò, la riflessione sulle cosiddette misure alternative (permessi premi, affidamento ai servizi sociali, detenzione domiciliare), che non sono strumenti di deflazione o di sfollamento del carcere, ma elementi essenziali per il trattamento e il percorso del soggetto de-tenuto verso il ritorno in libertà. Ciò spiega anche la differenza di recidiva tra chi sconta la pena con pene alternative alla detenzione e chi la sconta in un carcere. Aggiungo, inoltre, che mi sembra profondamente sbagliata la linea di condizionare l'accesso alle misure alternativa a una forma di collaborazione con la giustizia, come venne stabilito nel 1992 dopo le stragi di Via d'Amelio e di Capaci. Si trattava di una decisione presa in un momento certamente emergenziale, ma che non può, oggi, diventare ostacolo insormontabile alle misure alternative, superabile solo con la spinta alla collaborazione. È questo il tema sul quale la Corte costituzionale dovrà deliberare prossimamente, sul cosiddetto "ergastolo ostativo", nel quale la possibilità di verificare il distacco dalla posizione precedente e, quindi, l'effettivo ravvedimento è affidato esclusivamente alla collaborazione, che difficilmente in questo modo può essere considerata volontaria. Si può dunque comprendere il per-ché le misure alternative abbiano subito un rallentamento, perché sono considerate strumenti di sfollamento e non componenti essenziali per l'esecuzione della pena.
Nel carcere dovrebbero essere attivati più percorsi formativi, ludici e ricreativi, ma an-che professionali, per non dimenticare diritti e dignità dei detenuti?
Come esplicitato precedentemente, parto dal considerare difficoltoso vedere nella privazione della libertà uno strumento di educare alla libertà, e dall'idea che si debba ricorrere al carcere solo come pena di extrema ratio, per chi sia pericoloso a causa della sua aggressività. Si tratta di un'opinione contraria al pensiero che sottende la politica di costruzione delle nuove carceri proposta come rimedio e come garanzia (illusoria) di sicurezza per la società, e basata su appelli strumentali, e in parte politici, ad un sistema più duro di reclusione. Non basta infatti costruire un carcere, bisogna riempirlo con personale, iniziative, con percorsi di formazione scolastica e professionale, con un trattamento specifico dei detenuti, che rispetti la privacy e il principio di pari dignità sociale. Anche i condannati che hanno commesso il peggior delitto ne hanno il diritto. Per un sistema di reclusione di questo genere occorre però portare avanti percorsi culturali all'interno della società e dell'opinione pubblica, capaci di superare le usuali e diffuse opinioni sul carcere che stigmatizzano la pericolosità delle misure alternative, considerandole un rischio per ulteriori reati.
Crede ci sia bisogno di un maggiore accompagnamento del detenuto una volta uscito dal carcere, per sostenerlo nella fase di reintegrazione sociale?
Certamente, per una ragione quantomeno di uguaglianza, occorre che anche chi non ha una casa possa usufruire delle misure alternative, che si realizzano con l'uscita dal carcere. Lasciare chi esce abbandonato a sé stesso, perché si "arrangi" è uno degli ingredienti principali per favorire il suo rientro in carcere.
di Davide Conti
Il Manifesto, 14 maggio 2021
Conti col passato. Serve a poco la retorica che ogni 9 maggio ricorda Aldo Moro e "l'attacco al cuore dello Stato" delle Br, senza raccontare che da quel cuore, il 12 dicembre 1969, era nato il terrorismo. Il dibattito sugli anni 70 riattivato dagli arresti in Francia di ex membri di Brigate Rosse, Pac e Lotta Continua ha eluso alcune questioni di fondo: come si fanno i conti con il passato? Chi li deve fare? Con quali strumenti?
Il primo indispensabile fattore che materializza un processo così articolato è la ricerca storica che opera la ricostruzione di fatti, contesti politico-sociali ed internazionali. Alla società nel suo insieme (istituzioni, partiti politici, organizzazioni sociali, mondo della cultura) si richiede la forza di misurarsi con questa dimensione facendosi carico di una resa di complessità in grado di restituire una rappresentazione reale degli eventi.
Gli "strumenti d'opera" non possono essere unicamente ricondotti alla questione penale perché ciò avvita il dibattito su una dualità opposta e riduttiva: "certezza della pena" o "soluzione umanitaria". La questione resta storica ed il nodo non sciolto del "lungo '68" risiede in un "non detto" di centrale importanza: il ruolo di uno Stato non defascistizzato di fronte alle trasformazioni della società nella Guerra Fredda.
Finiti gli anni cruenti del dopoguerra 1947-1954 (strage di Portella della Ginestra e 81 tra operai e contadini uccisi dalle forze dell'ordine nel corso di lotte per lavoro e terra); chiusa la fase dura della Guerra Fredda 1955-1959 (11 morti); superato il governo Tambroni (eccidi a Reggio Emilia e in Sicilia), gli anni del centro-sinistra furono i primi senza morti in piazza. Tuttavia ripresero dal 1968 a Lodè e Avola con il fuoco sui contadini siciliani. Allora Umberto Terracini pose il disarmo della polizia in funzioni di ordine pubblico come questione che "riassume e precisa in sé il problema fondamentale della vita attuale del Paese" ovvero "la ferma volontà degli uomini di governo di custodire e difendere, costi quel che costi, il sistema di gerarchie sociali ed economiche sulle quali si era sempre retta la vecchia Italia liberale-monarchica e fascista".
Il tema fu cancellato nel 1969 (anno dell'eccidio a Battipaglia) dall'irrompere della strage di Piazza Fontana, un'azione paramilitare contro civili inermi non rivendicata, eseguita dai fascisti di Ordine Nuovo con la complicità diretta di uomini degli apparati dello Stato. L'attentato terroristico fu il culmine eversivo volto a: trasferire sul terreno paramilitare il conflitto politico-sociale del '68-'69; uccidere civili per realizzare un'operazione regressiva nella società e nello Stato; destabilizzare l'ordine pubblico delegittimando l'identità della democrazia conflittuale nata dalla Resistenza. Seguirono le stragi della Questura di Milano durante la commemorazione dell'assassinio di Luigi Calabresi (1973), Brescia e treno Italicus (1974), Ustica e Bologna (1980).
Lo stragismo è rimasto impunito, tranne singoli e limitati casi, quasi rimosso dalla sfera pubblica; con processi durati decenni; sostituito nell'immaginario collettivo dalla formula cinematografica "anni di piombo". L'indiscutibile sostegno di cui godettero i responsabili degli attentati da parte dei vertici dei servizi segreti (che garantirono impunità, latitanze e depistaggi) non fu episodico ma strutturale a tutti i fatti di strage.
In questo quadro tuttavia prese forma la "legge Reale" del 1975 di cui Lelio Basso sottolineò il "carattere profondamente regressivo" teso ad "annullare di colpo le poche conquiste che erano state fatte sui codici fascisti". Un "massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali", scrissero i giuristi Ferrajoli e Zolo, da cui scaturirono altri morti nelle piazze.
Fare i conti con quel passato significa affrontare queste misure della storia repubblicana senza trincerarsi dietro paradigmi autoassolutori o censure.
Le vittime del terrorismo stragista ed i loro familiari, al netto della retorica usata sopra di loro negli anniversari, sono state umiliate da decenni di depistaggi e omertà istituzionali e solo la loro tenacia può permettere oggi, come dimostra l'inchiesta sulla strage di Bologna, di discutere le responsabilità di uomini delle istituzioni in quegli eccidi.
D'altro canto contestualizzare la storia non significa "giustificare" gli omicidi politici dei gruppi armati di sinistra e tantomeno eludere il tema della verità e della giustizia per i loro parenti. Allo Stato però è lecito chiedere il coraggio di non nascondersi alle spalle delle persone e del loro dolore ma restituire al Paese il senso della sua storia. Serve capire l'origine di un fenomeno per respingerne il messaggio politico, posto che gran parte di quei militanti ha scontato il carcere dopo la sconfitta.
L'evocata clemenza in cambio di verità inizia da una profonda rivisitazione senza sconti per nessuno. Capire com'è morto Giuseppe Pinelli senza nascondersi dietro il "malore attivo", dare volto politico ai mandanti delle stragi, spiegare perché i vertici dei servizi segreti finirono in mano alla P2. Su questo serve poco la retorica celebrativa che ogni 9 maggio ricorda l'uccisione di Aldo Moro e condanna "l'attacco al cuore dello Stato" portato dalle Br senza raccontare, anche, che da quel cuore, il 12 dicembre 1969, era nato il terrorismo.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 14 maggio 2021
Ad alimentare la stagione del terrorismo fu anche una parte deviata dello Stato. Ma, come ricorda Mattarella, la Repubblica prevalse. Nella densa intervista rilasciata, domenica scorsa, dal Capo dello Stato Sergio Mattarella al direttore di questo giornale, si ritrova quella categoria di "zona grigia" elaborata da Primo Levi nel magnifico "I sommersi e i salvati", pubblicato nel 1986, appena un anno prima che lo scrittore si togliesse la vita.
Secondo Levi, la zona grigia "possiede una struttura interna incredibilmente complicata, e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro potere di giudicare". È una definizione essenziale al fine di leggere le circostanze storiche e gli eventi individuali e collettivi ai quali, nell'intervista ricordata, viene applicata quella formula. In altre parole, nel "giudicare" quell'epoca, accade che ci si possa "confondere": da qui, la necessità di una discussione, la più franca possibile. Sergio Mattarella, sollecitato da Maurizio Molinari, afferma che in quegli anni la "zona grigia" era rappresentata dalle "posizioni inaccettabili di alcuni intellettuali dell'epoca, che favorirono la diffusione del mito della Resistenza tradita". E, a proposito dello slogan "Né con le Br né con lo Stato", dice: "Oggi non si può neanche ipotizzare l'idea dell'equiparazione tra lo Stato e le Brigate rosse, senza avvertire incredulità e sdegno, ma neppure allora era legittimo farlo".
Intanto, va resa giustizia a Leonardo Sciascia che, in genere (non da Mattarella e non da Molinari) viene additato come l'autore di quello slogan. Lo scrittore siciliano, intervistato da L'Espresso (4 febbraio 1979), dopo aver affermato: "Naturalmente io mi sarei comportato come Guido Rossa", spiegava: "non ho mai formulato questo slogan. È nato dalla deformazione della mia valutazione negativa della classe politica italiana". E aggiungeva: "Io non ho nessuna affezione per lo Stato così com'è, ma ne ho molta per la Costituzione".
Ecco il punto cruciale: quella mancata affezione era in qualche misura motivata? Attenzione: "motivata", non "giustificata". Se infatti si ricorresse al secondo termine, si potrebbe arrivare con una logica tanto inesorabile quanto perversa a giustificare anche le conseguenze ultime di tale disaffezione, fino al terrorismo. E questo non si vuole fare in alcun modo.
Ciò che preme sottolineare è, piuttosto, che la mancata fiducia, fino alla critica più radicale e alla diffidenza più ostile nei confronti di "questo Stato", aveva radici tutt'altro che esili e nient'affatto immaginarie. La strage del 12 dicembre 1969 e la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato tre giorni dopo da una finestra della questura di Milano, furono il fattore determinante per indurre in una parte dell'opinione pubblica e in settori delle giovani generazioni un atteggiamento di estraneità, quando non di avversione, nei confronti dello Stato. Sentimenti non immotivati, dal momento che, seppure in maniera parziale, anche la verità giudiziaria avrebbe accertato - ma solo dopo trentasei anni - le gravissime responsabilità di alti funzionari dello Stato.
Il Generale Gianadelio Maletti e il Capitano Antonio Labruna, appartenenti ai Servizi segreti, furono condannati in via definitiva per falso ideologico e favoreggiamento verso gli autori della strage (il gruppo veneto di Ordine Nuovo) e i loro ispiratori. Questi ultimi, nella sentenza della Cassazione del 2005, vennero individuati nelle persone di Franco Freda e Giovanni Ventura, non più perseguibili in quanto assolti in precedenza per lo stesso reato; d'altra parte, l'attività di "depistaggio" divenne fattispecie penale solo nel 2016: fosse stata introdotta prima nel nostro ordinamento è altamente probabile che altri funzionari dello Stato avrebbero seguito la stessa sorte di Maletti e Labruna.
L'intuizione di una responsabilità di uomini e pezzi dello Stato in quella e in altre stragi, così come le tante pieghe oscure della morte di Pinelli, trattenuto illegalmente oltre il tempo previsto dal codice, pesarono in misura rilevante su quell'atteggiamento di "disaffezione" di cui si è detto. Ne conseguì che l'eccidio di Piazza Fontana rappresentò una sorta di trauma originario che modificava le aspettative e i valori di ampi segmenti dei movimenti collettivi. In proposito, oltre a chi scrive, Adriano Sofri e Giorgio Boatti parlarono di "perdita dell'innocenza".
Fino ad allora, lo scontro politico e di piazza - pur aspro e, talvolta, violento - aveva rispettato un sistema di regole non dette ma condivise, e aveva fissato un limite invalicabile nella intangibilità della vita umana. Poi, in un contesto di crescente drammatizzazione del quadro politico e sociale, i morti della Banca Nazionale dell'Agricoltura irrompono come un evento sconvolgente: e introducono nel conflitto in corso un'arma spaventosa e non prevista.
Il sospetto che fosse una "strage di Stato" - ovvero, al di là delle forzature retoriche e ideologiche, che vi fossero coinvolti uomini degli apparati e delle istituzioni - non venne mai smentito in modo persuasivo. Si realizzò in quella circostanza, per una quota considerevole di giovani, una frattura nei confronti delle autorità pubbliche, mai adeguatamente sanata.
Sia chiaro, la formula "perdita dell'innocenza" fu messa in discussione in primo luogo dagli stessi che l'avevano elaborata, in quanto, già prima della strage di piazza Fontana, quella "innocenza" era tutt'altro che piena e incontaminata. E, tuttavia, fu Piazza Fontana a costituire il fattore di precipitazione di quel sentimento di angoscia (e di paura), traducendolo in un atteggiamento di aggressività politica, che contribuì alla nascita del terrorismo di sinistra. Detto questo, è proprio vero che, come afferma il Capo dello Stato, la Repubblica democratica seppe "battere il terrorismo senza venire mai meno alla pienezza della garanzia dei diritti fondamentali" e "senza leggi eccezionali"? Mi permetto di dissentire. Un esempio solo: una norma del febbraio del 1980, concernente misure urgenti "per la tutela dell'ordine democratico", prevedeva, per i delitti commessi con finalità di terrorismo, che i termini di durata massima della custodia preventiva fossero prolungati di un terzo rispetto a quelli ordinari: fino a raggiungere quasi i 12 anni.
E che non si trattasse di una rarità è dimostrato, tra l'altro, dal fatto che - come ricorda Andrea Pugiotto - in quegli anni la casa editrice Giuffré pubblicava una collana, diretta da Giovanni Conso, dal titolo "La legislazione dell'emergenza". Su un altro piano, ricordo ancora che nel 1982, a seguito del sequestro del generale Dozier, un certo numero di brigatisti subì sevizie tali da venire qualificate come torture, se allora il relativo reato fosse stato previsto dal nostro ordinamento.
Per questi fatti, quattro poliziotti furono condannati in primo grado e poi amnistiati; e uno degli autori delle violenze trent'anni dopo raccontò a Pier Vittorio Buffa de L'Espresso la dinamica di quegli abusi e le responsabilità di altissimi funzionari dello Stato. Infine, oltre che le valutazioni (sui movimenti della fine degli anni 60 e sulle riforme del decennio successivo...), sono condivisibili le parole conclusive del Capo dello Stato: "è la Repubblica ad avere prevalso" sul terrorismo rosso e su quello nero. E, aggiungo, sullo stragismo (almeno un po') "di Stato".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 14 maggio 2021
Dal novembre del 2014, a seguito di una perizia psichiatrica è rinchiuso in una Comunità. Nel 2020 è emerso che la diagnosi era sbagliata, ma nonostante l'errore non lo lasciano tornare a casa.
Marco Pannella non si stancava di sottolineare la tendenza della ragion di Stato a prevalere sullo Stato di diritto: oggi, davanti a casi come quello di Alberto Esposito, viene da chiedersi se questo fenomeno non sia divenuto ormai un tratto indelebile della "giustizia" nostrana.
Con una diagnosi errata, in base alla quale viene dichiarato socialmente pericoloso, ha inizio il calvario giudiziario di Esposito, quarantanovenne di Rimini, sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata presso una comunità terapeutica di Cesena dal novembre 2014, quando una perizia psichiatrica lo definisce incapace d'intendere e di volere al momento di commissione del fatto, ma schizofrenico.
Accusato di atti osceni per aver mostrato i genitali in pubblico, pur prosciolto dal Tribunale di Rimini per difetto d'imputabilità, è stato tuttavia dichiarato socialmente pericoloso sulla base della diagnosi di schizofrenia e sottoposto quindi alla misura di sicurezza della libertà vigilata per un anno, provvedimento poi rinnovato ad ogni scadenza ed ancora oggi in vigore. I119 febbraio 2020, tuttavia, il Magistrato di Sorveglianza di Bologna, non senza manifestare scetticismo e perplessità, ha finalmente disposto una nuova perizia d'ufficio, dopo che lo psichiatra Danilo Montinaro, consulente nominato dal difensore Vincenzo di Nanna, ha accertato come il signor Esposito sia affetto solo da ritardo mentale.
La perizia d'ufficio del prof. Antonio Melega, esclusa ogni forma di schizofrenia, ha confermato le conclusioni formulate dal consulente della difesa, che renderebbero inutili (se non dannosi) i farmaci antipsicotici prescritti per la cura della schizofrenia, con cui Esposito è stato "imbottito" per sette lunghi anni. Anzi, secondo Montinaro, recentemente intervistato da Radio Radicale, "i potenti antipsicotici e psicofarmaci potrebbero aver peggiorato il decadimento cognitivo". La madre Carla, che per sette anni ha ribadito come Esposito non sia affatto socialmente pericoloso, si sta battendo affinché ritorni a casa: "Hanno tolto la giovinezza a mio figlio", ha dichiarato al Corriere di Bologna. Ma nonostante gli appelli della madre e le questioni sollevate dall'on. Roberto Giachetti (Italia Viva), che ha presentato una interrogazione parlamentare sulla vicenda, il magistrato ha disposto ancora una volta il rinnovo della misura: pur recependo la diagnosi di ritardo mentale, a giudizio del magistrato non si può sottovalutare l'ipotesi che, se comportamenti siffatti o condotte minacciose venissero tenute nei confronti di persone diverse dagli operatori della struttura non potrebbero escludersi reazioni impaurite e una eventuale escalation dagli effetti non prevedibili.
Ed è qui che viene in mente l'adagio di Pannella, ovvero: come bisogna interpretare tale parere? Non è forse come dire che, non essendo pericoloso, in uno Stato di diritto l'accusato dovrebbe essere libero di tornare a casa dai suoi cari, ma la sua condizione potrebbe causare reazioni disordinate e dunque secondo la ragion di Stato lo teniamo recluso? Il provvedimento è stato subito impugnato dal difensore Di Nanna, il quale ne ha posto in rilievo le contraddizioni: pur recependo la nuova e corretta diagnosi, in maniera del tutto irrazionale e contraddittoria finisce per dissentire dalle conclusioni del perito d'ufficio, il quale ha peraltro specificato che un farmaco come la Clonazina è "caduto in disuso per gli effetti collaterali che poteva produrre sulla crisi ematica".
Pur nel rispetto delle decisioni sinora assunte dal Magistrato di Sorveglianza, viene allora spontanea e inevitabile la domanda: se il paziente non soffre di schizofrenia ed è stato per anni giudicato "pericoloso" sulla base di tale errata diagnosi, perché è ancora "curato" come uno schizofrenico ed è sottoposto a una misura di sicurezza? Questo caso conferma purtroppo come una volta che si è giudicati socialmente pericolosi si rischi di esserlo per sempre, in quanto la misura disposta viene rinnovata sine die un fenomeno che per molti si traduce nel famigerato "ergastolo bianco", immagine di quella ragion di Stato che prevale, ancora una volta, con prepotenza sullo Stato di diritto in Italia.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 14 maggio 2021
La denuncia del Garante Regionale Samuele Ciambriello. "Nella mia attività di Garante dei detenuti sempre più frequentemente mi imbatto in problematiche relative all'accesso ai servizi delle Poste italiane da parte della popolazione detenuta. Devo purtroppo registrare una situazione di estrema incertezza e di sostanziale disinteresse, che si riflette negativamente sulle legittime richieste da parte delle persone private della libertà. Ad esempio, un caso che mi è stato sottoposto di recente aveva a che fare con l'impossibilità per una persona detenuta di delegare la propria moglie a richiedere la sostituzione di una carta PostePay". Lo denuncia in una nota Samuele Ciambriello.
"Secondo l'ufficio delle Poste competente, a tale richiesta avrebbe dovuto provvedere di persona il detenuto. Di fronte a una risposta così ferma mi sono chiesto se sia mai possibile che per una operazione del genere sia necessario fare richiesta al magistrato di sorveglianza perché consenta alla persona detenuta di recarsi fuori dal carcere, con tutte le difficoltà organizzative che questo comporta. Così ho provveduto a contattare diversi dirigenti, locali e nazionali di Poste italiane, per tentare di trovare una soluzione, e ho potuto toccare con mano la situazione di incertezza sia normativa sia applicativa che accompagnano queste situazioni.
È evidente come tutto ciò impatti in maniera particolarmente negativa sulle già difficili condizioni di vita detentiva. Rivolgo pertanto un pubblico appello a Poste Italiane e al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria affinché sia rivolta maggiore attenzione nella prestazione di servizi essenziali anche e soprattutto nel momento in cui questi riguardino la popolazione carceraria".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 14 maggio 2021
L'Italia è incapace di pensare al nuovo, di progredire, l'attenzione del suo discorso pubblico è sempre pronta a rivolgersi ossessivamente all'indietro. Riusciamo a immaginare che nell'Italia del 1980, nell'Italia, tanto per ricordare, in cui entrava in vigore la riforma sanitaria e si svolgeva la "marcia dei quarantamila", potesse accendersi una lunga discussione pubblica sulla stampa come nel mondo politico e intellettuale, chessò, circa le malefatte dello Stato Maggiore e le complicità di Badoglio nell'inverno-primavera del 1940, per aver assecondato la decisione di Mussolini di gettare il Paese nella catastrofe della Seconda guerra mondiale? È immaginabile che potesse accadere una cosa del genere? Mi pare molto difficile. E invece ci sembra del tutto ovvio che nell'Italia del 2021, nell'Italia di oggi, si torni ancora una volta a dibattere del terrorismo.
Si torni a dibattere dei suoi mille retroscena, delle sue oscure complicità, dei suoi mille aspetti non chiariti: si torni a discutere per l'appunto di quanto è accaduto più o meno quarant'anni fa o ancora prima. Capisco le buone, le ottime, ragioni per farlo. Che stanno non solo nelle complicità e nei retroscena detti sopra ma specialmente nell'esigenza, morale ancor prima che giudiziaria, di risarcire le vittime, di rendere giustizia a chi soffrì la perdita di mariti, di padri, di figli, assassinati nel modo più indifferente e brutale. Nell'esigenza di rendere loro giustizia dando innanzi tutto un nome non solo agli esecutori ma anche ai mandanti dei delitti in questione.
Ma i delitti di cui stiamo parlando, i delitti del terrorismo, non furono un fatto privato. Non c'è bisogno di scomodare la categoria della guerra civile per affermare che essi furono un fatto anche eminentemente pubblico, rivolti contro la comunità nazionale e il suo ordinamento politico-costituzionale. Proprio per questo è lecito chiedersi: fino a quando ha un senso che tale comunità mantenga viva la sua attenzione più fervida, discuta appassionatamente, indaghi, s'interroghi e quindi si divida su quei delitti e il vasto contesto in cui avvennero? Oggi sono a un dipresso quarant'anni e ne discutiamo ancora. Lo faremo pure tra dieci anni? tra venti? Fino a quando?
Si dice: ma ci sono complicità cruciali e mandanti occulti di cui non sappiamo ancora nulla. Se anche fosse vero - e in parte lo sarà senz'altro, come del resto è ovvio in queste faccende: è possibile però, mi chiedo, che dopo tanto tempo e tante indagini, di autentici grandi burattinai non ne sia venuto fuori neppure uno da mandare in galera? - se anche fosse vero, dicevo, il discorso che sto facendo non riguarda in alcun modo un'eventuale amnistia. Per i reati non ancora prescritti la magistratura, se ha degli elementi, continui pure le sue indagini. Quello che m'interessa e di cui sto dicendo è altra cosa. Riguarda il discorso pubblico del Paese e l'immagine di questo: l'immagine della sua psicologia e della sua mentalità, della sua cultura diffusa, della sua retorica, da tutto quanto viene fuori dall' interminabile rimestare che ormai da mezzo secolo veniamo facendo di quella lontana tragedia tra memorie, ricostruzioni, illazioni, riflessioni, rimpianti, evocazioni e rievocazioni di ogni tipo. In una estenuata immersione nel passato che sembra non conoscere mai fine, tra obbligatori sdegni di Stato e molte lacrime di coccodrillo.
Eppure il passato, per vivere, bisogna a un certo punto gettarselo alle spalle. Non dimenticarlo ma neppure restarne prigionieri. Semplicemente metterlo da un canto per trarne, quando serve, la necessaria ispirazione: magari, se possibile, nella solitudine delle coscienze anziché negli "special" televisivi.
Nel dopoguerra l'Italia fu capace di rialzarsi, di rimboccarsi le maniche e di compiere la spettacolare rinascita di cui ancora in qualche modo godiamo i frutti perché innanzi tutto le riuscì proprio questo: di sciogliersi dai lacci del proprio recente passato. Fu ciò che si propose l'amnistia per le nefandezze commesse durante la guerra civile promossa da Togliatti nell'accordo generale. Un'amnistia che lungi dal rappresentare un vile gesto di rinuncia fu viceversa un saggio atto di governo: al prezzo di un certo numero di ingiustizie, è vero, ma in vista di un vantaggio superiore. Quello appunto di esorcizzare il potere ricattatorio e paralizzante del passato terribile che avevamo attraversato.
Per vent'anni il Paese si limitò a rievocare le vicende trascorse nelle occasioni di prammatica, nelle date del calendario civile della nazione, ma nella sua pur aspra quotidianità politica si occupò d'altro e guardò avanti raggiungendo i traguardi che sappiamo. Proprio quello che invece l'Italia odierna non sembra in grado di fare: e forse proprio perciò siamo da decenni un Paese bloccato, che sembra quasi ipnotizzato dalle proprie impossibilità. Un Paese incapace di muoversi e di progredire, di superare gli ostacoli, di pensare al nuovo, perché la sua testa e i suoi occhi, l'attenzione del suo discorso pubblico, sono sempre pronti a rivolgersi ossessivamente all'indietro: a piazza Fontana, a Sindona, a Ustica, alla strage di Stato, alle Brigate Rosse, alla P2, a Mani Pulite. E così via, così via, nell'elenco praticamente infinito di un passato che non passa.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 14 maggio 2021
È questa la fotografia scattata dal Rapporto Italia 2021 dell'Eurispes: il consenso delle toghe cala al 47,7%. La ripresa dell'Italia passa attraverso la riforma della giustizia, che non può prescindere dalla fiducia dei cittadini nei confronti dei protagonisti della giurisdizione. A partire dai magistrati. Anche lungo queste due tracce si muove il Rapporto Italia 2021 dell'Eurispes. Il consenso che i cittadini ripongono nella magistratura è stato negli ultimi tre anni in buona sostanza stabile. Il calo più preoccupante si è registrato nell'ultimo anno, passando dal 49,3% del 2020 al 47,7% del 2021.
Ad incidere gli scandali che hanno interessato alcuni magistrati coinvolti nelle vicende con protagonista Luca Palamara. Tuttavia, sottolinea lo studio di Eurispes, "sarebbe troppo semplice imputare questo andamento solo agli ultimi recenti fatti. Sicuramente, qualcosa nell'immaginario dei cittadini sta cambiando, la giustizia non è sempre giusta, e accanto alla figura mitizzata del giudice-eroe sta probabilmente prendendo piede l'idea che, comunque, anche la magistratura è fatta da uomini". La fiducia degli italiani verso la giustizia è condizionata altresì dai procedimenti che arrivano a sentenza. Altri dati meritano attenzione e riguardano uno studio Eurispes, con il supporto delle Camere penali, che verrà presentato nelle prossime settimane.
È stato esaminato un campione di 13.755 procedimenti pendenti in 32 tribunali dal quale emerge che le assoluzioni sono poco meno del 30%. Il 4% è dei procedimenti va incontro ad assoluzioni ex art. 131 bis del Codice penale (non punibilità per particolare tenuità del fatto). Le condanne incidono per il 43,7% delle sentenze, percentuale nettamente più bassa di quella rilevata nel 2008 (60,6%). Molto più elevata risulta la quota relativa all'estinzione del reato: 26,5%, a fronte del 14,9% del 2008. La prescrizione, motivo di estinzione del reato, incide per il 10% sui procedimenti arrivati a sentenza. Vale a dire poco più del 2% del totale dei processi monitorati.
Solo un quinto dei processi penali (20,5%) arriva a sentenza in primo grado. Nel 78,9% dei casi, il procedimento termina con il rinvio ad altra udienza. La durata media del rinvio si attesta intorno ai cinque mesi per i procedimenti in aula monocratica e quattro mesi per quelli davanti al Tribunale collegiale. Rispetto al 2008 (anno di riferimento di una precedente rilevazione), si è assistito ad un aumento della percentuale dei rinvii ad altra udienza (+9,6%: nel 2008 la quota era del 69,3%). L'incidenza delle sentenze invece è scesa dal 29,5% al 20,5%.
Nota dolente della giustizia tempi lunghi. Secondo l'istituto di ricerca, la lentezza dei processi continua ad essere una zavorra, un vero e proprio problema "storico" tutto italiano verso il quale servono interventi mirati. L'impegno della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, va in questa direzione. Lo dimostra il super-emendamento sul processo civile, che, tra le varie cose, intende rivitalizzare il processo civile. Grande valore si intende dare alla prima udienza davanti al giudice unico. Qui dovrebbero da subito cristallizzarsi gli elementi chiave della causa per garantire speditezza nel raggiungimento delle sentenze.
Gli analisti dell'Eurispes ritengono non rinviabili gli interventi sul servizio giustizia. Sul fronte civile, la possibilità di ottenere giustizia in tempi ragionevoli è ormai quasi inimmaginabile, ma anche nel penale la "lentezza della nostra macchina giudiziaria è scoraggiante". Già nel 2009 il 62,3% degli italiani individuavano nella durata irragionevole dei processi la principale causa del malfunzionamento della giustizia italiana e di uno sviluppo economico rallentato. Una convinzione che si è rafforzata nel tempo. "Pertanto - rileva Eurispes -, la riforma del sistema giudiziario, in direzione di una maggiore efficienza, rappresenta uno dei punti chiave sui quali il nostro Paese è chiamato ad attivarsi dall'Ue anche nella messa a punto del Recovery Plan". Gli interventi in favore dell'innovazione organizzativa della giustizia hanno come dote finanziaria circa 2 miliardi di euro.
Il primo obiettivo è la riduzione della durata dei processi, partendo dall'innovazione dei modelli organizzativi e puntando sull'implementazione delle tecnologie e della digitalizzazione.
"Se l'Italia risente del poco invidiabile primato per produzione abnorme di leggi e leggine - sostengono i ricercatori Eurispes - ed è evidente la carenza di personale di sostegno al lavoro dei Giudici, la durata del processo, la sua organizzazione e gestione, i suoi percorsi e procedure sono nodi centrali per comprendere l'origine dei problemi legati alla giustizia". Il ragionamento è analogo nel penale. "La ragionevole durata del processo come diritto dell'imputato - evidenzia l'istituto di ricerca -, ma anche delle vittime, rappresenta un principio costituzionale, purtroppo, costantemente violato nel nostro Paese".
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