dire.it, 22 giugno 2021
Un prete come Garante dei diritti dei detenuti. Questa è la novità introdotta dal Comune di Verona dopo che la garante precedente, Margherita Forestan, si è vista costretta a rassegnare le proprie dimissioni dall'incarico per motivi di salute. A lei è subentrata, circa una settimana fa, Don Carlo Vinco, parroco della chiesa di San Luca. "Vengo da una storia di rapporti con i carcerati- racconta Don Carlo alla 'Dirè- che è indipendente dal mio essere prete. Sono legami che ho coltivato come amico, conoscente, sostegno".
Il Garante è una figura istituita nel 2009 e pensata per essere autonoma dalle istituzioni, ha il compito di promuovere e difendere i diritti dei detenuti e soprattutto di impegnarsi per permettere loro di vivere il carcere come pena rieducativa, che possa reintrodurli nella società, e non semplicemente come mera punizione. "C'è molta strada da fare - afferma Don Carlo - e anzi, forse negli ultimi anni si è anche tornati indietro. È proprio quello che mi ha chiesto la direttrice del carcere di Montorio (Maria Grazia Felicita Bregoli, ndr): riattivare progetti esistenti e coltivare il rapporto col territorio, punto fondamentale visto anche che tante persone in carcere non sono veronesi". Ed è proprio in questo lavoro di creazioni di legami che la figura di un prete-garante può giocare un ruolo inedito, mobilitando parrocchie e associazioni cattoliche così da creare una vera rete d'aiuto per i detenuti ed incentivare anche il dialogo religioso.
La figura del Garante, soprattutto in un momento come questo, ha diverse criticità da affrontare, dalla ripresa dei progetti che coinvolgono i detenuti, che durante la pandemia si sono in gran parte fermati, fino alla difesa dei diritti alla cura e alla salute dei carcerati, spesso messi a repentaglio dal sovraffollamento degli istituti penitenziari e dalla difficoltà di ottenere trattamenti adeguati in caso di forme acute di Covid-19. Per questo Don Carlo accetta con orgoglio la carica fino alla fine del naturale mandato, che coincide con le elezioni amministrative dell'anno prossimo. Poi, spiega il parroco, "dovrò valutare se ripropormi. Vedrò se davvero riesco a dedicare tutto il tempo necessario a questa carica, che faccio su base volontaria ma per la quale avrò anche un ufficio in Comune".
Il Tirreno, 22 giugno 2021
La Consigliera regionale Fratoni punta il dito: "Ruolo delicato ed estremamente importante. Comune di Pistoia in colpevole ritardo, ora faccia presto". A Pistoia non è ancora stato nominato il nuovo garante dei detenuti. A denunciare il grave ritardo da parte del Comune è la consigliera regionale del Pd Federica Fratoni, all'indomani della seduta del consiglio regionale della Toscana che ha approvato la proposta di risoluzione che esprime apprezzamento per i risultati conseguiti dal Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
"Non può che essere condivisibile il richiamo e la sollecitazione rivolta ai Comuni da parte del garante regionale per la copertura di questo ruolo delicato ed estremamente importante - spiega Fratoni - Pistoia è in grave ritardo: solo recentemente, e grazie in particolar modo agli appelli dei gruppi consiliari di opposizione, ha modificato il regolamento, ma adesso mi auguro che si proceda speditamente verso la sua nomina". Dal momento dello scoppio della pandemia, si sono vissuti quindici mesi davvero molto problematici all'interno delle carceri toscane e, ovviamente, anche a Pistoia perché sono stati compromessi i percorsi di riabilitazione attraverso la limitazione degli ingressi esterni, utili per portare avanti progetti di supporto da sempre realizzati con il fondamentale sostegno del mondo del volontariato.
Il dossier ha posto in evidenza anche gli ultimi dati aggiornati sulla situazione della struttura di via dei Macelli a Pistoia: al 31 dicembre erano presenti 74 detenuti, e di questi 44 stranieri, su una capienza complessiva a regime di 56 persone e, nel corso dell'anno passato, si sono registrati anche ben 35 atti di autolesionismo. Sempre nel report dello scorso marzo si segnala che a Pistoia, oltre al garante, mancano purtroppo anche gli educatori: quelli regolamentari sarebbero due, al momento entrambi assenti (uno in malattia, l'altro in congedo ex legge104).
cittadellaspezia.com, 22 giugno 2021
Quasi concluso il laboratorio "Il rifiuto non esiste", che ha coinvolto sette detenuti spezzini in un progetto dell'associazione Colibrì realizzato con la Consulta femminile e il patrocinio del Ministero di Giustizia.
sarà visibile nel terminal crociere. È "rifiuto" ciò che viene scartato, eliminato, l'avanzo, ciò che sfugge ai binari ordinari di riconoscimento, utilità, regolarità e finisce per essere allontanato, evitato, giudicato, emarginato. Eppure, etichette, confinamento, chiusure aprioristiche e condizionate da preconcetti culturali e sociali, miopi rispetto ad un ventaglio di situazioni vastissimo e molto complesso, rischiano di precludere percorsi virtuosi di rara ricchezza, sofferta trasformazione, presa di coscienza, reale pentimento e possibile riscatto. La funzione rieducativa della pena a questo deve ambire. È nato così il progetto "Il rifiuto non esiste".
Noemi Bruzzi racconta: "Era il settembre dello scorso anno. La fioritura del Maestro Cosimo Cimino chiudeva l'esperienza della prima edizione di "Corazon" ed in particolare la porzione di progetto avente per protagoniste le serrande cittadine. Un campo insolito per una primavera. Quella immaginata con Cimino riempiva una serranda di Via Gramsci, chiusa da anni. Un bouquet di lattine e tappi, petali, ridenti margherite, foglie e verdi steli d'erba, voli e pose di farfalle, composto con certosina pazienza e minuziosa artigianalità manuale, rubava centimetri al grigio urbano.
Nel riflettere sulla capacità dell'artista di recuperare ciò che siamo soliti considerare scarto per farne opere d'arte, l'Associazione Colibrì pensò di portare questo messaggio all'interno di un contesto in cui avrebbe finito, almeno negli intenti ed auspici, per vederne amplificate le potenzialità: la realtà carceraria. Se il rifiuto non esiste per la materia, a maggior ragione non è concetto che possa adattarsi all'essere umano, o peggio, descriverlo. Alla base, la profonda convinzione che in ogni persona abiti una scintilla di luce, una potenzialità di evoluzione che necessita di essere nutrita, o, in alcuni casi, risvegliata, per produrre il suo miglior frutto, anche nelle situazioni più proibitive".
Potere catartico dell'arte, ma anche un giocoso percorso di squadra che, col fine di realizzare un'opera collettiva, attraverso l'utilizzo di lattine, bottoni, tappini a corona, tappi di sughero, coriandoli di carta, petali di rosa, carta di giornale, cartoncino, forbici e colla, desidera consegnare a ciascuno dei partecipanti la consapevolezza che anche nelle situazioni più difficili vi è spazio per la bellezza e che anche all'interno di percorsi che stigmatizzano condotte indubitabilmente gravi occorre trovare la forza ed il coraggio di pescare luce e riscatto dalla versione più buia di sé.
L'idea è stata accolta con entusiasmo dalla Direzione della Casa Circondariale della Spezia e dal suo staff e portata avanti con la collaborazione della Dott.ssa Maria Cristina Failla, membro del direttivo di Colibrì, per poi aprirsi al contributo della Consulta Provinciale Femminile e alla adesione di altre realtà del territorio, quale la Casa delle Donne. Ad aiutarne la realizzazione le attività commerciali che hanno partecipato alla raccolta delle lattine, quali "Antico Caffè Terrilèe" e 'Pizzeria Trattoria Bella Napoli'.
Il laboratorio ha avuto il sostegno di Acam Ambiente, Rao & Sartelli, Euroguarco Spa, Rotary Club di Sarzana e Lerici, Autorità Portuale. Il progetto, oltre alla calorosa partecipazione della Direzione della Casa Circondariale della Spezia e del Capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, ha ricevuto il patrocinio del Ministro della Giustizia e del Comune della Spezia.
Parlando di questa iniziativa, Anna Rita Gentile, Direttrice, dice "La Casa Circondariale della Spezia ha aderito, con estremo entusiasmo, al progetto dedicato all'allestimento di un'opera artistica costruita con scarti di materiale di uso comune come: lattine, sugheri e pezzi di stoffa. I sette detenuti che hanno volontariamente intrapreso l'attività di laboratorio sono guidati dal maestro Cosimo Cimino che con la sua arte nobilita il concetto di scarto e con i suoi insegnamenti intorno alla materia veicola il gruppo di ristretti verso quell'ideale di risarcimento sociale che appare positivo sia per la comunità che per il loro difficile percorso personale. L'iniziativa, proposta dall'associazione di promozione sociale "Colibrì" e patrocinata dal Ministero della Giustizia, suggerisce un contenuto di inclusione che non può che essere condiviso da tutti noi e dal nostro Staff. Un doveroso ringraziamento a Maria Cristina Failla ex magistrato con grande sensibilità sociale e Noemi Bruzzi avvocato e presidente dell'associazione Colibrì".
Maria Cristina Failla, presidente della Consulta Femminile della Spezia dice: "Il progetto, approvato dalla Direzione della Casa Circondariale della Spezia, nasce dall'intenzione di intrecciare l'attenzione per la realtà carceraria a quella per l'ambiente, e si propone di incoraggiare le abilità artistiche dei detenuti favorendone l'integrazione, tramite il mondo dell'arte, per creare interessi di vita e lavorativi alternativi. Il laboratorio, seguito e diretto dall'artista spezzino Cosimo Cimino, impegna sette detenuti nella realizzazione di un'unica opera complessa, attraverso l'utilizzo di materiali di recupero (lattine, sughero, cartone, bottoni, carta riciclata, ecc., che rivivono e diventano parte dell'opera). L'opera, delle dimensioni di 4 metri per 2, rappresenterà il golfo della Spezia, con la costa di Porto Venere e delle Cinque Terre, e vedrà l'ingresso sullo specchio di mare delle navi da crociera e di quelle porta container, attesa la vocazione turistica e commerciale del nostro Porto, e raffigurerà altresì alcune barche a vela nonché, verso il mare aperto, le evoluzioni di alcuni delfini, per mettere in rilievo non solo la bellezza dei luoghi, ma anche il rispetto per l'ambiente e l'attenzione per le sue esigenze".
Il laboratorio, come colto dalla sensibilità dell'obiettivo di Rossana Zoppi e Francesco Tassara, ha per protagonisti la manualità eccellente, la continuità laboriosa, la creatività ed il sorriso di sette ragazzi che, nascosto dalle mascherine, spunta dagli occhi. Il senso di tutto sta dentro a due loro frasi: "Grazie di averci portato il mare e i monti in carcere", "Grazie di questa bellissima giornata". L'opera, che ormai volge al suo compimento, sarà presenta alla città il prossimo 4 luglio all'interno della manifestazione "Corazòn 2021" per poi essere trasferita nei saloni de La Spezia Cruises Terminal per la prossima stagione crocieristica, per essere infine collocata, definitivamente, all'interno della Casa Circondariale della Spezia.
anteprima24.it, 22 giugno 2021
"Quando arrivi tra queste mura ti senti spaesata, stare qui non è affatto semplice. Ti ritrovi a vivere in una cella con 8 detenute dove spesso oltre ad avere del disagio per il mancato spazio devi resistere alle gerarchie che si vengono a creare quando c'è il "bulletto del villaggio", con queste parole di una detenuta si apre lo spettacolo musicale nel carcere femminile di Pozzuoli, in cui si è tenuta la manifestazione musicale promossa dal Garante Campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello, realizzata dall'associazione culturale "Ad alta voce", presieduta dal maestro Carlo Morelli.
Quello in questione è un progetto caratterizzato da diversi incontri musicali e teatrali, che si conclude oggi nel carcere femminile di Pozzuoli. Per l'evento 9 detenute, preparate dal maestro Carlo Morelli, da Serena Matrullo e Luigi Nappi si sono esibite in brani del repertorio della classica canzone napoletana.
In questa giornata della Musica, caratterizzata dal clima spensierato e da un senso di ritorno alla normalità, si è esibito in una performance canora anche Ciambriello intonando con le ristrette "Sapore di sale" regalando un sorriso al pubblico in platea. Il Garante Ciambriello ha dichiarato: "La Musica, il teatro, la cultura sono potenti antidoti per combattere mafie e diseguaglianze. L'anagramma di carcere è cercare, cercare un nuovo punto di partenza per costruire un futuro migliore".
L'Associazione culturale Ad alta voce da anni collabora con il Professore Ciambriello, promuovendo la Cultura della Bellezza nelle carceri, nella convinzione che le arti possano salvare le persone dall'abbruttimento e dal degrado delle periferie. "La politica dovrebbe essere il sinonimo di progetto, dando così la possibilità di dare luce, nella massima democrazia, ad una nuova vita. La musica è antidoto, è bellezza colorita che ha permesso a queste donne di avere un momento di spensieratezza. Ringrazio in primis Samuele che ha dato vita a questa iniziativa, ma soprattutto a queste donne che si sono impegnate per dare vita a questo spettacolo" queste le parole del maestro Morelli. A fine manifestazione è stato allestito nei giardinetti della casa circondariale un buffet offerto dalle detenute grazie all'impegno che stanno mettendo nell'imparare a fare le pizze con l'Associazione Generazione libera di Caserta.
Orgogliosa dell'iniziativa anche la direttrice dell'Istituto, Marialuisa Palma: "Ringrazio Samuele, per l'impegno che mette ogni giorno nel realizzare progetti che possano rieducare queste donne ma soprattutto per dar voce ai loro diritti. In questa giornata abbiamo voluto omaggiare le donne e tutti i loro diritti".
Nel giardino a tal proposito è stata costruita una panchina rossa per ricordare le donne vittime di violenza e istallata un'opera che rappresenta un abbraccio dell'artista Teresa Cervo. All'incontro presente anche la Senatrice della commissione giustizia, Valeria Valente che ha dichiarato: "Nella vita tutti possono sbagliare. Nessuno deve essere punito, questa esperienza deve essere vissuta come rieducazione. Una rieducazione anche verso sé stesse, perché solo credendo in sé si può godere di una vera e propria libertà. Io intanto, lavorerò affinché, ogni donna possa avere pari opportunità. Perché solo in questo modo si può essere parte integrante di una società". L'evento si è concluso con un lieto annuncio in diretta da parte del Garante Ciambriello ad una detenuta dopo essersi esibita: "Signora, lei è ufficialmente libera. Abbracci e libertà".
di Giampaolo Mattei
vaticannews.va, 22 giugno 2021
Alcuni ospiti della terza casa circondariale di Rebibbia sono stati ricevuti a Santa Marta assieme alla direttrice, a due donne magistrato e altri funzionari. Poi la visita ai Musei Vaticani, accolti dalla direttrice Barbara Jatta. Il cappellano: grati al Papa per la vicinanza e la sua preghiera a sostegno della dignità di chi vive in carcere. Hanno portato un cesto di pane fresco al Papa, a Casa Santa Marta, stamani alle 8.45, dodici detenuti della terza casa circondariale di Rebibbia che hanno poi visitato i Musei Vaticani. Quel pane lo hanno preparato stanotte, con le loro mani, proprio per dire "grazie" a Francesco "per il dono della speranza che sta offrendo a noi detenuti".
E, in un clima di famiglia, il Papa ha confidato loro proprio la sua attenzione alle persone che vivono l'esperienza della reclusione, ricordando le visite nelle prigioni già in Argentina, e assicurando la sua preghiera anche per i loro familiari. "Oggi tutta la comunità del carcere, con il Papa, ha vissuto un'esperienza importantissima": non nasconde l'emozione padre Moreno M. Versolato, religioso dei servi di Maria, cappellano nel più piccolo dei quattro poli del carcere romano. Sì, padre Moreno parla di "comunità" perché - insiste - "oggi qui, in Vaticano, siamo venuti insieme: dodici detenuti, la direttrice della terza casa circondariale di Rebibbia, Anna Maria Trapazzo, tre educatrici, agenti di polizia penitenziaria e due donne magistrato di sorveglianza".
Proprio la presenza dei due giudici Anna Vari e Paola Cappelli - fa notare il cappellano - ha un forte significato: "Sono loro a valutare e a firmare i permessi nei percorsi di reinserimento sociale, attraverso le misure alternative di semilibertà, ed è straordinario che oggi qui vivano, direttamente insieme ai detenuti, un'esperienza di bellezza che è "scuola di vita" per tutti".
Già, spiega con passione padre Moreno, "questi giovani sono cresciuti nelle periferie degradate o magari vengono da paesi lontani... insomma, hanno avuto, fin da piccoli, un'altra "scuola". Al cappellano fa eco la direttrice dei "Musei del Papa", Barbara Jatta, che ha accolto con un cordiale "benvenuto" gli "ambasciatori" di Rebibbia: "Queste gallerie sono la casa di tutti, qui ognuno, con la propria sensibilità, può cogliere "qualcosa" che vale per la sua vita e la può rendere migliore. Oggi con grande gioia i Musei Vaticani - dice la direttrice - si presentano e si propongono ai detenuti e a coloro che li accompagnano come ispirazione alla bellezza che tocca l'anima nel profondo".
La visita ai Musei ha ancor più significato, riprende padre Moreno, "perché in questo periodo di pandemia i detenuti hanno sofferto moltissimo l'isolamento e l'emarginazione per l'impossibilità di abbracciare i propri cari". Sono situazioni estreme, davvero "al limite" - racconta - ed è facile cedere alla tentazione di dar spazio a conflitti e rabbia. E il pensiero, aggiunge, va anche a tutto il personale di servizio.
"Posso testimoniare, da cappellano, quando grande e sincero sia l'affetto delle persone detenute per Papa Francesco" rilancia il religioso. "Stamani lo abbiamo personalmente ringraziato, tutti insieme, per la vicinanza che ci dimostra continuamente e in occasioni diverse". Il dono delle colombe a Pasqua, aggiunge, è stato per tutti una sorpresa. "Ma il grazie più grande - conclude il cappellano - è per la sua preghiera e per le sue richieste alle autorità politiche perché mutino sempre più le condizioni di detenzione soprattutto dove la dignità della persona è costantemente violata".
Al termine della mattinata in Vaticano la direttrice del carcere parla di un'esperienza di accoglienza e di speranza: "Il dono del pane per il Papa ha un valore enorme per noi: in pieno lockdown abbiamo avviato un laboratorio di panificazione e sette detenuti sono stati assunti da una ditta. Il pane fatto stanotte per Francesco è, dunque, un "grazie". E anche il dono della "mattonella" con la croce, espressione del corso di mosaico, non è un gesto formale ma un segno di fede e di speranza".
di Mario Giro
Il Domani, 22 giugno 2021
Dopo aver esaminato quasi 250 studi scientifici che hanno valutato il livello di alimentazione di circa 110.000 anziani, i risultati dello studio del ministero della Salute sono inquietanti. Un grado di malnutrizione preoccupante concerne il 3-4 per cento degli anziani che vivono a casa loro ma si innalza fino al 70 per cento per quelli posti in strutture di lungodegenza e Rsa. Ora quindi è ufficiale: i dati del ministero confermano quello che molti testimoni denunciano da tempo e cioè che nelle Rsa si mangia male e poco si beve ancor meno e il risultato sono continui casi di disidratazione e malnutrizione.
Le Rsa, le residenze sanitarie assistenziali per anziani, sono di nuovo nel mirino. Questa volta è un rapporto del ministero della Salute a mettere in rilievo l'aspetto nutrizionale degli anziani in Italia.
Dopo aver esaminato quasi 250 studi scientifici che hanno valutato il livello di alimentazione di circa 110.000 anziani, i risultati sono inquietanti: un grado di malnutrizione preoccupante concerne il 3-4 per cento degli anziani che vivono a casa loro ma si innalza fino al 70 per cento per quelli posti in strutture di lungodegenza e Rsa.
I dati del ministero confermano quello che molti testimoni denunciano da tempo e cioè che nelle Rsa si mangia male e poco, si beve ancor meno e il risultato sono continui casi di disidratazione e malnutrizione che indeboliscono gli anziani e li condannano ad essere più facilmente preda di gravi malattie. Certamente non è così dovunque, ma si tratta di un trend generalizzato e purtroppo assai esteso.
Il rapporto del ministero (di un anno fa ma messo online ora) evidenzia la mancanza di una sorveglianza nutrizionale per gli anziani anche se la produzione scientifica su tema è considerevolmente aumentata negli ultimi trent'anni. Il testo del tavolo tecnico denuncia anche una scarsa attenzione dei media a tali fenomeni e una "carenza sistematica" di formazione del personale sanitario. La cosa più grave rimane il mancato recepimento delle linee di indirizzo per la ristorazione collettiva nelle lungodegenze, nelle strutture riabilitative e nelle Rsa". Tra le firme del rapporto anche Francesco Landi, presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia.
Dalla strage di anziani di inizio pandemia -ancora occultata dai responsabili del settore- abbiamo posto su queste pagine in forte evidenza la questione anziani istituzionalizzati. Il dibattito che ne è scaturito ha preso di mira in particolare le Rsa come luoghi di abbandono e carenza di cure, dove oltretutto si da precedenza ai motivi finanziari (pudicamente chiamati di sostenibilità) rispetto alla cura degli anziani stessi. Ne è nata su queste pagine una campagna sulla chiusura delle Rsa e in favore dell'assistenza domiciliare diffusa sul territorio che ha trovato molto favore. Le reazioni contrarie sono state in realtà difensive, basate sull'impossibilità di cambiare l'attuale scenario: famiglie in difficoltà per carenza di risposte pubbliche; non autosufficienza degli anziani; difesa dei lavoratori delle Rsa. Si tratta di risposte rassegnate all'esistente. Nessuno che abbia a cuore gli anziani ha interesse a prendersela con chi lavora nelle strutture o con chi le gestisce: semplicemente vogliamo andare oltre l'attuale sistema.
Pensiamo che l'istituzionalizzazione sia sempre la risposta sbagliata, salvo eccezioni. La carenza di risposta pubblica a cui le Rsa sopperiscono non può essere più accettata. Riteniamo che con il recovery plan si possa andare oltre: un vero programma di assistenza domiciliare sul territorio che superi il destino triste dell'istituzionalizzazione. In passato si è fatto per altre parti della popolazione come per l'infanzia o i malati psichici. Si faccia ora anche per gli anziani.
di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La proposta di legge che istituisce l'Autorità dei diritti umani è ferma da mesi in commissione alla Camera. Cartabia: "È tempo di dare attuazione a quegli impegni internazionali assunti sin dal 1993".
Sono 28 anni che l'Italia aspetta una Autorità nazionale per la tutela dei diritti umani. "È tempo di dare attuazione a quegli impegni internazionali assunti sin dal 1993", ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia, aggiungendo: "Il nostro è uno dei cinque Paesi dell'Unione Europea - insieme a Malta, Romania, Estonia, Repubblica Ceca - che ancora non ha una National Human Right Institution, come ha segnalato ripetutamente anche il direttore dell'Agenzia dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, da ultimo nella relazione relativa al 2020". La ministra è intervenuta ieri mattina alla presentazione alla Camera della Relazione annuale al Parlamento del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, ed è alla figura del Garante che si è riferita per esortare il Parlamento a dar seguito a quei "Principi di Parigi" che dal 1993 aspettano di essere attuati in Italia. "Si deve affiancare al Garante un'autorità indipendente con simili competenze che coprano però tutto lo spettro della tutela dei diritti umani. Per questo ci sono iniziative legislative in Parlamento che potrebbero e dovrebbero riprendere il loro corso".
La proposta di legge che istituisce l'Autorità dei diritti umani è ferma da mesi in commissione alla Camera. "Adesso si può fare questa legge, prima della fine della legislatura c'è tutto il tempo", ha detto il Garante Mauro Palma che nella relazione ha affrontato il problema del sovraffollamento delle carceri, tema ripreso dalla ministra Cartabia che ha anche annunciato: "Sono felice di poter anticipare che presto una circolare del Dap ufficializzerà la ripresa dei colloqui in presenza nelle carceri". Ci sono troppi detenuti nei penitenziari italiani: "Tuttavia quest'anno parliamo di 53,4 mila detenuti contro i 61 mila dell'altro anno", ha precisato Palma. Spiegando: "Sebbene il problema ci sia poiché lo spazio è per poco più di 47 mila detenuti". Il Garante ha ribadito la necessità di creare strutture alternative al cercere: "Un terzo dei detenuti ha pene definitive inferiori ai tre anni, mentre 1.200 detenuti sono in carcere per pene inferiori a un anno, e sono per lo più persone senza fissa dimora". Anche Daniela De Robert - nel collegio del Garante - è intervenuta sul problema delle strutture alternative: "Bisogna smettere di pensare al sovraffollamento come un problema di posti letto, sono spazi di vita".
di Giovanni Viafora
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La richiesta formale al governo italiano attraverso il Segretario per i rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher. L'atto consegnato il 17 giugno. Non era mai successo. Il Vaticano ha attivato i propri canali diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il "ddl Zan", ovvero il disegno di legge contro l'omotransfobia.
Secondo la Segreteria di Stato, la proposta ora all'esame della Commissione Giustizia del Senato (dopo una prima approvazione del testo alla Camera, lo scorso 4 novembre), violerebbe in "alcuni contenuti l'accordo di revisione del Concordato". Si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati - o almeno, senza precedenti pubblici - destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell'iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso).
La "nota verbale" - A muoversi è stato monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. In sostanza, il ministro degli Esteri di papa Francesco. Lo scorso 17 giugno l'alto prelato si è presentato all'ambasciata italiana presso la Santa Sede e ha consegnato nelle mani del primo consigliere una cosiddetta "nota verbale", che, nel lessico della diplomazia, è una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata. Nel documento - pur redatto in modo "sobrio" e "in punta di diritto" - le preoccupazioni della Santa Sede: "Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato - recita il testo - riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall'articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato".
Un passaggio delicatissimo.
I commi - Questi commi sono proprio quelli che, nella modificazione dell'accordo tra Italia e Santa Sede del 1984, da un lato assicurano alla Chiesa "libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale" (è il comma 1); e, dall'altro garantiscono "ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione" (il comma 2). E sono i veri nodi della questione.
"Libertà a rischio" - Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la sopracitata "libertà di organizzazione" - sotto accusa ci sarebbe, per esempio, l'articolo 7 del disegno di legge, che non esenterebbe le scuole private dall'organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia; ma addirittura attenterebbero, in senso più generale, alla "libertà di pensiero" della comunità dei cattolici. Nella nota si manifesta proprio una preoccupazione delle condotte discriminatorie, con il timore che l'approvazione della legge possa arrivare persino a comportare rischi di natura giudiziaria. "Chiediamo che siano accolte le nostre preoccupazioni", è infatti la conclusione del documento consegnato al governo italiano.
Cosa succede - Il giorno stesso, a quanto risulta al Corriere, la nota sarebbe stata consegnata dai consiglieri dell'ambasciata italiana presso la Santa Sede al Gabinetto del ministero degli Esteri di Luigi Di Maio e all'Ufficio relazioni con il Parlamento della Farnesina. E ora si attende che venga portata all'attenzione del premier Mario Draghi e del Parlamento. Ma cosa potrebbe succedere adesso? In teoria, stando al Concordato, potremmo essere davanti anche all'ipotesi in cui, di fronte ad un problema di corretta applicazione del Patto, si arrivi all'attivazione della cosiddetta "commissione paritetica" (prevista dall'articolo 14). Ma è presto per trarre conclusioni. L'unica cosa certa è che siamo oltre ad una semplice moral suasion.
Il salto di qualità - Il punto, come detto, riguarda proprio il "livello" su cui la Santa Sede ha deciso, questa volta, di giocare la partita. Le critiche della Chiesa al "ddl Zan" non sono certo nuove. Sul tema la Cei è già intervenuta ufficialmente due volte: la prima nel giugno del 2020 ("Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio", dissero all'epoca i vescovi); e la seconda non più tardi di un mese e mezzo fa ("Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza", era stata la nota del presidente Gualtiero Bassetti).
Per non parlare delle singole prese di posizione ("È un attacco teologico ai pilastri della dottrina cattolica", ha affermato di recente, per esempio, il vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta"). Ma si è sempre trattato di pur legittime prese di posizione "esterne", "politiche". Come le tante, dirette e indirette, cioè mediate dai partiti di riferimento, registrate negli anni (nel 2005 il cardinal Ruini arrivò a schierarsi pubblicamente a favore dell'astensionismo nel voto referendario sulla fecondazione assistita). Ma mai si era attivata la diplomazia. Mai lo Stato Vaticano era andato a bussare alla porta dello Stato Italiano chiedendo conto, direttamente, di una legge.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
Uno dei luoghi comuni è che se la donna torna alla vita normale, vuol dire che non è stata una violenza. Assurdo perché lo stupro non è una coltellata che lascia una ferita sanguinante. Qualche riflessione sullo stupro, visto che se ne parla molto e spesso adducendo luoghi comuni che tardano a scomparire. Uno di questi, il più diffuso è che lo stupro sia un atto di libidine. Cosa che la Storia smentisce. Lo stupro, che fra gli animali non esiste, è un atto di intimidazione e non ha niente a che vedere col piacere sessuale, ma piuttosto con il bisogno di offendere e umiliare i nemici. Infatti la violenza sessuale è una invenzione puramente guerresca. Tradizionalmente si uccidevano i nemici vinti e si stupravano le donne, primo per mostrare la propria forza, secondo per lasciare un segno sul corpo considerato proprietà del nemico. La vittoria più compiuta si aveva quando quel corpo invaso, dava la nascita a un figlio.
Secondo luogo comune, purtroppo volgarmente ripetuto fino alla nausea dai violentatori per difendersi: lei era consenziente. Cosa che non direbbero di una rapina. Nessuno chiede a chi denuncia una estorsione se sia stato consenziente. Lo stupro è una rapina e nessuna donna può essere consenziente. Può non reagire, paralizzata dalla paura, o dalla droga, o dall'ubriachezza, ma non certo perché provi piacere. Utile esercizio: di fronte alla notizia di un ragazzino sodomizzato da 4 uomini, direste che sia stato consenziente? Di una ragazza purtroppo invece sì, perché, come dicevano i romani: "Vis cara puellae", ovvero la forza piace alle fanciulle. Ma è un fantasia che serve solo a giustificare la sopraffazione... Altro luogo comune: se la donna torna alla vita normale, vuol dire che non è stata una violenza. Assurdo perché lo stupro non è una coltellata che lascia una ferita sanguinante. Chi infierisce sul sesso femminile, colpisce soprattutto il luogo sacro e potente della nascita. Per questo molte donne non denunciano.
Oltre alla paura e alla vergogna, le violentate sono travolte da una umiliazione cocente che spesso distrugge la stima di sé. Per superare il trauma cercherà di nascondere anche a se stessa i danni che ha subito e proverà a seppellire nel silenzio quell'atto di guerra. Eppure non potrà evitare che la sua vita venga per sempre modificata. La brutalità del gesto, soprattutto quando non sarà riconosciuta come parte di una orribile prevaricazione, sarà vissuta come una colpa genetica: la terribile colpa di essere donna.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha reso nota la lettera inviata il 7 giugno ai leader del Sud Sudan in cui paventa il rischio che in nome della riconciliazione vengano sacrificate verità e giustizia. Nel testo trasmesso al presidente Salva Kiir Mayardit e al primo vicepresidente Riek Machar Teny Dhurgon, Callamard chiede di assicurare che "le vittime e i sopravvissuti alle atrocità commesse nel conflitto iniziato nel dicembre 2013 ricevano giustizia per le enormi sofferenze patite, anche attraverso processi che accertino le responsabilità".
In caso contrario, si tratterebbe di una riconciliazione monca e destinata a durare poco. Nel corso del conflitto decine di migliaia di civili sono stati uccisi, migliaia di donne sono state stuprate e milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro terre e i loro villaggi, saccheggiati e dati alle fiamme.
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