di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 14 maggio 2021
Vicino a una baraccopoli, nel Foggiano, a un immigrato hanno sparato da un suv e ha perso un occhio. Lo sciacallaggio di certa politica vorrebbe farci credere sia normale. Per aver osato dire che il Sud è spopolato e che regolarizzare gli immigrati servirebbe anche a farlo rinascere, mi sono tirato dietro le ire di Salvini e Meloni per i quali l'odio inveterato per gli stranieri poveri e disperati è un eterno cavallo di battaglia. Lo sciacallaggio di certa politica, l'indifferenza dell'opinione pubblica e il fallimento di ogni riforma sono tutti in questa foto e in quel ragazzo lì accanto. Come se fosse normale vivere così.
Se questa è una casa. Non so da dove iniziare per descrivere questa abitazione. Forse dal più piccolo dei dettagli: un lucchetto. Un lucchetto che immagino serva a preservare poche cose ma fondamentali. Cose magari di poco valore, però utili nel quotidiano. Cose magari che per reperirle, il ragazzo in piedi lì accanto, avrà impiegato settimane, mesi. Se questa è una casa... mi pare ovvio che non lo sia. Eppure lì dentro ci vivono uomini. Tanto ovvio quanto le tavole accostate e il telo di plastica che copre un buco da cui entra l'acqua quando piove.
Se questa è una casa... una casa sottratta a un italiano. E se il lavoro che chi ci vive ha trovato è un lavoro sottratto a un italiano... Se la parte di suolo su cui quella "casa" sorge è suolo sottratto a un italiano e l'aria che quel ragazzo respira è anche quella aria sottratta a un italiano... Di questo parliamo, di sottrazione. Per aver osato dire che il Sud è spopolato e regolarizzare gli immigrati servirebbe anche a farlo rinascere, mi sono tirato dietro le ire di Salvini e Meloni per i quali l'odio inveterato per gli stranieri poveri e disperati è un eterno cavallo di battaglia. Lo sciacallaggio di certa politica, l'indifferenza dell'opinione pubblica e il fallimento di ogni riforma sono tutti in questa foto e in quel ragazzo lì accanto. Come se fosse normale vivere così. Siamo nel Foggiano, dove tre immigrati che rientravano in macchina all'insediamento di braccianti di Torretta Antonacci vengono inseguiti da un Suv da cui partono colpi di fucile a pallini, quelli usati per la caccia ai cinghiali.
I tre migranti scendono dall'auto e iniziano a correre nei campi. Poi chiamano i soccorsi. Uno di loro, ferito più gravemente, viene portato in ospedale e operato d'urgenza. È un trentenne del Mali, si chiama Sinayogo Boubakar, ma tutti lo chiamano Biggie, per via della sua stazza imponente. Ha lasciato in Mali la moglie e una figlia piccola per venire a lavorare qui. È in Italia da circa 7 anni. Da oltre uno attende risposta sul suo permesso di soggiorno, ma ora avrà una difficoltà in più da affrontare, perché i pallini sparati dal fucile lo hanno colpito al volto e ha perso un occhio. Le indagini sull'agguato non escludono l'azione ritorsiva. Un paio di notti prima, alcuni malviventi si erano introdotti nell'insediamento di Torretta Antonacci, il Gran Ghetto, tentando di rubare da una cisterna il gasolio per l'impianto di illuminazione. Alcuni immigrati, scoperti i ladri, avevano chiamato la polizia.
Uno di loro - un pregiudicato foggiano - è bloccato dagli abitanti del ghetto. Aveva con sé una pistola rubata e con quella li minaccia. Poi capisce che non ha scampo e tenta di corromperli col denaro per farsi liberare, ma i migranti non cedono e lo consegnano alle forze dell'ordine. Gli altri riescono a scappare, urlando: "Vi uccidiamo tutti, neri bastardi". Gli immigrati sanno che frasi così non sono solo orrende minacce razziste, ma si trasformano in azioni criminali.
A marzo del 2019, in zona Borgo Mezzanone, verso Manfredonia, non lontano dai luoghi di questo agguato, Daniel Nyarko, un ghanese di 51 anni, regolare, che lavorava come bracciante agricolo e guardiano in un podere, fu ucciso a colpi di pistola sulla sua bici davanti alla casa colonica in cui viveva. Tragedia nella tragedia, la salma restò all'obitorio 4 mesi, finché alcune associazioni di immigrati e la Caritas locale poterono raccogliere i soldi per funerali e sepoltura. Le indagini si orientarono su un regolamento di conti dopo una rissa tra immigrati, ma l'ipotesi da subito non convinse chi conosceva Daniel, che invece ricordò che qualche tempo prima aveva denunciato una banda di malavitosi italiani. Il proprietario del suo podere si rifiutava di pagare il pizzo, la banda allora aveva cercato di rubargli dei mezzi agricoli e Daniel aveva chiamato la polizia, facendoli arrestare. Si era opposto a un'ingiustizia, al racket che distrugge le aziende sane. Quella che vedete nella foto non è senz'altro una casa, ma lì accanto, a destra, quello che vedete è sicuramente un uomo. Non dimentichiamolo mai.
di Elena Basso
La Repubblica, 14 maggio 2021
Il 15 e il 16 maggio si eleggono i deputati che scriveranno la Carta, archiviando finalmente quella di Pinochet. Un traguardo storico ottenuto grazie anche alle centinaia di migliaia di giovani che sono scesi in piazza. E sono stati accecati dalla polizia. Come Fabiola Campillai e Nicole Kramm. Cosa vuol dire perdere la vista per le proprie idee? Cosa si prova quando si esce di casa per manifestare per un Paese più giusto e si torna senza i propri occhi? È accaduto a oltre 460 cittadini cileni che, durante le manifestazioni iniziate nell'ottobre 2019, sono stati accecati parzialmente o totalmente dalle forze dell'ordine a causa dello sparo di proiettili di gomma o di lacrimogeni lanciati in pieno viso.
Come conseguenza delle proteste che hanno portato in piazza oltre un milione e mezzo di persone, lo scorso 25 ottobre è stato indetto un referendum per abrogare la Costituzione scritta durante la sanguinaria dittatura del generale Augusto Pinochet e ancora in vigore. Oltre il 78 per cento di cittadini ha votato per scriverne una nuova e - dopo un rinvio dovuto a un picco di contagi da Covid-19 - nelle giornate del 15 e 16 maggio i cittadini cileni si recheranno ora alle urne per votare i 155 candidati che nei prossimi due anni scriveranno la nuova Costituzione del Cile. Ma quale prezzo si è pagato per ottenere questo cambiamento?
"Ci sono mattine in cui non voglio svegliarmi, per poter continuare a sognare. Sai, quando sogno ho di nuovo i miei occhi, non sono cieca. Sono la stessa donna di prima, posso passeggiare con i miei figli, vedere i loro visi e prenderli in braccio. È meraviglioso. Poi mi sveglio, mi rendo conto che non posso più vedere e mi cade il mondo addosso". Mentre dice queste parole la sua voce si spezza. Fabiola Campillai ha 37 anni e il 26 novembre del 2019 a Santiago del Cile un gruppo di dieci carabineros l'ha colpita in pieno viso con un lacrimogeno cambiando la sua vita per sempre. Fabiola è sopravvissuta, ma ha perso la vista ad entrambi gli occhi, il gusto e l'olfatto, e l'aggressione le ha provocato fratture multiple dal naso alla testa.
Dal novembre del 2019 si è sottoposta a dieci operazioni chirurgiche, il suo caso è noto in tutto il Paese e oggi lei è un simbolo della rivolta. Ma ancora nessuno ha pagato per ciò che le è accaduto. "È difficile, è come rinascere una seconda volta, ma senza i propri occhi" dice Fabiola "La mia vita è cambiata al 100 per cento. Devo imparare come affrontare anche i gesti più quotidiani: camminare, lavarmi, cambiarmi i vestiti, rispondere al telefono. Ho paura del fuoco e non posso più cucinare da sola. Lavoravo come operaia in una fabbrica e ovviamente ho dovuto lasciare. Non posso uscire di casa senza mio marito che mi accompagni. Io sono madre di tre figli, quando è il compleanno di uno di loro di solito preparo i panini, addobbo la casa e preparo la festa. Ora non posso più farlo. Non posso nemmeno prendere in braccio mio figlio: se faccio sforzi rischio di perdere liquido encefalico dalle narici".
Fabiola è seduta sul divano in casa sua, la madre cucina nella stanza accanto e il marito è in veranda. Il pomeriggio è soleggiato e nella casa di fronte un cartello scritto a mano, "Forza Fabiola", campeggia sopra la bandiera Mapuche, il popolo originario di Cile e Argentina da anni al centro di episodi di abusi delle forze dell'ordine. Fabiola ha sempre vissuto a San Bernardo, un'area umile della capitale cilena. La strada di fronte a casa sua è molto stretta, le case sono una attaccata all'altra e gli abitanti della zona si conoscono da sempre. Mentre parla passa un uomo che saluta suo marito: "Ciao vicino".
Le proteste contro il governo di centrodestra di Sebastián Piñera, eletto con un secondo mandato nel marzo del 2018, sono scoppiate il 18 ottobre del 2019 per l'aumento del costo del biglietto della metro. Per la società cilena quell'aumento di 30 pesos è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e in pochi giorni milioni di persone hanno riempito le piazze per manifestare contro le enormi disuguaglianze che da decenni affliggono il Paese. In Cile il costo della vita è in costante aumento e il modello economico neoliberale instaurato dalla dittatura di Pinochet ha prodotto una delle società più diseguali al mondo: l'1 per cento della popolazione detiene il 26,5 per cento della ricchezza.
Negli anni i cittadini cileni hanno assistito alla continua privatizzazione dei servizi essenziali (salute, educazione, pensioni) con una politica che ha schiacciato la classe lavoratrice del Paese. "Quando mi hanno aggredita non mi trovavo a una manifestazione, ma quando le proteste sono cominciate mi sono sentita felice: finalmente il Cile si era risvegliato" afferma Fabiola "Voglio che i miei figli e i miei nipoti possano vivere in un Paese migliore".
Erano le 20.30 del 26 novembre del 2019, Fabiola stava camminando nella strada accanto a casa sua per recarsi al lavoro. Era accompagnata dalla sorella e nel loro quartiere non c'erano manifestazioni. All'angolo un gruppo di dieci carabineros armati, e d'improvviso uno scoppio: una bomba lacrimogena ha colpito Fabiola in piena faccia. Sua sorella ha cercato di soccorrerla mentre la giovane era riversa a terra, piena di sangue e l'occhio fuori dall'orbita. Gli agenti, sentite le urla della sorella di Fabiola, hanno sparato altre tre bombe lacrimogene vicino alle due donne e sono andati via senza chiamare un'ambulanza.
"Quale pericolo potevamo rappresentare per quei carabineros? Due donne, disarmate e di bassa statura", ricorda Fabiola con commozione. La repressione delle forze dell'ordine sin dai primi giorni è stata violentissima: a oggi sono oltre 8mila i manifestanti che hanno denunciato di essere stati pestati, detenuti illegalmente, torturati o stuprati. Sono decine i manifestanti morti e migliaia quelli incarcerati, mentre non arriva all'1 per cento il numero di cause in cui è stato dichiarato colpevole un agente dello Stato. Per le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate durante la rivolta, a inizio maggio il presidente Piñera è stato denunciato davanti alla Corte penale internazionale.
"Il caso di Fabiola dimostra chiaramente che la giustizia non è uguale se l'imputato è un militare", dice Alejandra Arriaza, 50 anni, avvocata di Campillai. "I processi sono estremamente lenti, viene richiesto un numero di prove altissime e l'imputato quasi mai rimane in prigione preventiva". Ad oggi per il caso Campillai c'è un solo imputato e si trova agli arresti domiciliari. Fabiola non ha ricevuto alcun indennizzo e nemmeno delle scuse da parte dello Stato. "In Cile dall'ottobre 2019 si è generato un contesto in cui la nostra polizia considera i manifestanti non come cittadini ma come nemici dello Stato. Si è cercato di spaventare le persone in modo tale che smettessero di protestare", spiega Matías Vallejos, 28 anni, direttore esecutivo della fondazione Los Ojos de Chile che sostiene i manifestanti accecati.
"La repressione che abbiamo vissuto la conoscevamo solo per i racconti che ci avevano fatto i genitori o i nonni a proposito dei tempi della dittatura: è stato uno shock viverla in prima persona", dice Nicole Kramm, 30 anni, documentarista e fotografa cilena. La notte del 31 dicembre 2019 si trovava per strada a Santiago, documentava le manifestazioni. Camminava insieme a un collega, stavano passando vicino a un gruppo di carabineros e d'improvviso Nicole è caduta a terra: un proiettile di gomma l'aveva colpita in piena faccia. "Riuscivo a vedere solo nero. Dicevo a me stessa: 'Speriamo che mi abbiano colpita al naso, la fronte o la bocca. Tutto, ma non gli occhi'. Ma poi sono arrivati i soccorritori urlando: 'C'è un trauma oculare' e ho capito" ricorda Nicole, "quando si sono avvicinati i soccorritori (cittadini volontari che dal primo giorno delle proteste aiutano i manifestanti) i carabineros hanno continuato a sparare. Il ricordo più intenso di quella notte è il rumore di decine di proiettili che rimbalzavano sugli scudi dei soccorritori". Mentre parla Nicole si ferma e mima il rumore degli spari.
Cosa vuol dire essere una fotografa e perdere la vista? "Gli occhi sono la mia professione, il mio strumento di lavoro: per me sono tutto" spiega Nicole, "continuavo a vedere solo nero, ma non potevo credere che stesse davvero capitando a me e così mi dicevo che il giorno dopo la vista sarebbe tornata". Mentre parla si commuove. Ha la frangetta e i capelli scuri. È molto minuta e guardandola ci si chiede quale pericolo potesse rappresentare mentre camminava con la sua macchina fotografica per le strade di Santiago. Quella notte ha perso la vista all'occhio sinistro. "Ho iniziato la terapia per capire come adattarmi a questa nuova dimensione: come muovermi negli spazi, come usare la camera. È un lungo percorso per cercare di essere quella di prima, ma so che non succederà mai. Seguo anche una terapia psicologica per superare il trauma dello sparo. Se oggi vedo una persona in uniforme inizio a tremare, a sudare, divento nervosa, mi alieno e cado nella disperazione". Anche per l'aggressione di Nicole fino ad oggi non ci sono responsabili. Dall'ottobre del 2019 le manifestazioni non si sono mai fermate, così come gli spari agli occhi dei manifestanti: dal dicembre del 2020 si sono registrati sei nuovi casi. Nicole si guarda intorno e dice: "So che non smetteranno di accecare i manifestanti e ogni volta che sparano a qualcuno è come rivivere la propria aggressione".
Ristretti Orizzonti, 13 maggio 2021
Ai responsabili dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione e sensibilizzazione dal carcere e dall'area penale esterna: ci incontriamo in videoconferenza il 13 maggio alle 15.30. Segnalando l'adesione all'iniziativa alla mail
Gentili tutti, abbiamo ricevuto da Francesco Lo Piccolo, giornalista, direttore del periodico "Voci di dentro", realizzato con i detenuti delle Case circondariali di Chieti e Pescara, un invito a promuovere una videoconferenza per rilanciare le nostre attività.
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 13 maggio 2021
"O collabori o rimarrai dietro le sbarre": questo scambio opprime la libertà di autodeterminazione che coincide con la dignità di ognuno, anche se criminale certificato. E la Consulta ha trovato le parole per dirlo.
di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 13 maggio 2021
Il deposito delle motivazioni dell'ordinanza della Corte costituzionale 97/2021 sul cosiddetto ergastolo ostativo fa giustizia di troppo affrettate interpretazioni del comunicato stampa con cui essa era stata annunciata qualche settimana fa. E pone il legislatore di fronte alla responsabilità di un intervento equilibrato, libero dai condizionamenti del fazionismo urlato che, in queste materie, impera. È un'occasione da non perdere per più di una ragione.
di Edmondo Bruti Liberati
Il Dubbio, 13 maggio 2021
Il segnale di civiltà offerto dalla sentenza della Consulta è una sfida al crimine. La Corte Costituzionale lo scorso 15 aprile ha ritenuto che la attuale disciplina che fa della collaborazione con la giustizia l'unica strada a disposizione ai condannati all'ergastolo ostativo per accedere alla liberazione condizionale è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ma ha deciso di rinviare il giudizio al 10 maggio 2022, così da garantire al legislatore il tempo necessario per affrontare la materia. La motivazione della ordinanza depositata l'11 maggio consente, a mio avviso, di superare allarmi e preoccupazioni da più parti avanzati.
di Franco Corleone
Il Riformista, 13 maggio 2021
È un vecchio arnese del Codice Rocco che porta con sé lo stigma. Ora c'è una proposta di legge per affrontare il tema dell'imputabilità per i "folli rei" e respingere le pulsioni neo-manicomiali.
Ieri alla Camera dei Deputati abbiamo presentata la proposta di legge n. 2939 a prima firma Riccardo Magi per affrontare radicalmente la questione delicata della imputabilità per i "folli rei", finora risolta con perizie psichiatriche per stabilire l'incapacità di intendere e volere e comminare misure di sicurezza in ragione di una pretesa pericolosità sociale.
ansa.it, 13 maggio 2021
Scende sotto quota 300 il numero dei detenuti che hanno contratto il Covid raggiungendo il livello più basso del 2021. E si riducono per dimensioni i focolai nelle carceri. Rispetto a una popolazione carceraria di 52.561 detenuti, i positivi sono 294, secondo i dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 10 maggio. Appena quattro giorni prima erano 371. Il calo è ancora più significativo se paragonato al picco di contagi raggiunto nel dicembre dell'anno scorso con 1.088 casi.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 13 maggio 2021
Sono 13 le scuole carcerarie che hanno aderito alla XIX edizione di "Adotta uno scrittore", l'iniziativa di promozione della lettura del Salone del Libro di Torino (14 - 18 ottobre 2021) sostenuta dall'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, in collaborazione con la Fondazione con il Sud. L'edizione 2021 coinvolgerà 37 autori e 32 classi (tra scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e carcerarie) e 2 università.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 maggio 2021
La preoccupazione di Draghi è che non si riesca a seguire un cammino comune e che il dibattito diventi una polveriera. Cartabia punta tutto sugli emendamenti al processo penale, nei quali terrà conto delle differenze tra partiti. La maggioranza si slabbra sulla giustizia. Prima la Lega terremota Cartabia con i referendum. E tira a destra. Ma adesso, dopo l'incontro di lunedì con la Guardasigilli, una forza propulsiva opposta tira a sinistra. È quella dei 5Stelle.
Che davanti a Cartabia si sono comportati come dei signori. Ma poi, riflettendo sulle proposte, hanno cominciato a essere tentati di far saltare il banco. E quando, alla Camera, ieri mattina l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede ha incontrato Enrico Costa di Azione non è riuscito a trattenersi dal dirgli: "Siete contenti eh?!?!". Alludendo, chiaramente, ad almeno tre o quattro punti delle proposte di Cartabia, che gli sono andate decisamente di traverso, e che sarebbero di stampo conservatrice. Per intenderci, roba di destra.
Quali sono? Eccole. La netta marcia indietro, comunque vada, sulla prescrizione di Bonafede e addio allo stop dopo il primo grado; il processo d'appello praticamente quasi cancellato in stile Gaetano Pecorella (l'ex pupillo di Berlusconi che diede il nome alla legge, poi soppressa dalla Consulta, che legava le mani al pm che perde il processo); le priorità dell'azione penale decise dal Parlamento (le propose l'ex Guardasigilli Angelino Alfano); la stretta, inequivocabile, sui pubblici ministeri messi sotto l'usbergo dei gip. Che addirittura potranno fare le pulci al pm se conduce le indagini con troppa lentezza. Non basta: sempre il gip potrà controllare se il pm fa la furbata di cambiare la data di iscrizione dell'imputato nel registro degli indagati.
A questo punto il tam tam delle lamentele degli M5S arriva a palazzo Chigi, entra nella stanza di Draghi, e nella testa del premier scatta un campanello di allarme. Si materializza il timore che sulla giustizia la maggioranza non riesca a tenere la barra dritta. Che faccia acqua in Parlamento. Un fatto, però, è certo, e anche documentato dalle verifiche di Repubblica. In via Arenula la giurista Cartabia è tranquilla. Convinta com'è che tutte le contraddizioni sfumeranno quando lei, tra una settimana, presenterà alla Camera i suoi emendamenti sul processo penale.
Che terranno conto delle pur diverse anime della maggioranza, e che saranno una sintesi delle ben 721 richieste di modifica al testo base di Bonafede sul processo penale presentate dai partiti, ma anche del lavoro, considerato "prezioso", dell'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi. Oggi al vertice del gruppo di lavoro che, per scelta di Cartabia, ha rimesso mano al processo penale in versione Bonafede. Con una mappa di modifiche che sicuramente piacciono alla destra, tant'è che proprio l'ex forzista Costa twitta entusiasta "il 'fine processo mai' va in archivio, la Cartabia illustra una proposta seria per cancellare i danni di M5S, lo smarrimento dei grillini è evidente, speriamo che il Pd non faccia di nuovo il loro gioco".
Una polveriera potenziale pronta a esplodere. Legittimo dunque che oggi, di fronte agli spifferi che entrano dalla sua finestra, Mario Draghi si preoccupi, anche perché la Guardasigilli Marta Cartabia, lunedì pomeriggio con modalità da remoto, il che ha evitato la rissa in diretta, ha presentato la riforma della giustizia accentuando molto il rischio che, se dovesse fallire il tentativo di approvare in tempo le riforme, anche i fondi del Recovery potrebbero saltare. O addirittura ne potrebbe essere richiesta una restituzione. E con l'aria che tira in Parlamento - M5S deluso e furibondo, Lega che punta sui referendum - tocca solo al Pd accollarsi il peso di un possibile compromesso. A questo punto la domanda legittima è, ma sulla giustizia la maggioranza terrà, o precipiterà rovinosamente?
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