La Repubblica, 21 giugno 2021
Il report di Save the Children. I respingimenti alle frontiere del Nord Italia, nonostante la minore età. Le numerose testimonianze raccolte. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l'Ong Save The Children sottolinea le responsabilità dell'Europa, premio Nobel per la Pace, che resta a guardare le violenze senza garantire adeguata protezione e accoglienza a chi ha meno di 18 anni. La denuncia in un nuovo rapporto realizzato lungo le rotte tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, con cui si chiede all'Italia e alle istituzioni europee una protezione immediata, un monitoraggio efficace e indipendente delle frontiere e progetti di assistenza umanitaria nei luoghi di transito. Il Consiglio europeo sia la sede per affrontare il tema della protezione dei minorenni ai nostri confini.
Si spostano a piedi, nascosti sotto i camion o sui treni. Oppure trasportati in macchina in autostrada dai passeur, attraversano boschi e montagne pericolose come il Passo della morte tra Italia e Francia, spesso di notte, per superare confini blindati, vengono respinti una, due, dieci, venti volte, in modo spesso brutale e illegale, nonostante abbiano meno di 18 anni, anche tra Paesi Membri dell'Ue. Ma non si arrendono. Sono tanti i racconti dei minori stranieri non accompagnati, a volte poco più che bambini, che parlano delle atrocità subite o a cui hanno dovuto assistere, soprattutto lungo la rotta balcanica: ragazzi che raccontano di essere stati derubati, picchiati, denudati in Croazia, detenuti e sottoposti a violenze in Bulgaria.
Le testimonianze raccolte. Queste testimonianze sono state raccolte da Save the Children - l'Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro - nel suo nuovo rapporto "Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa", a cura del giornalista Daniele Biella, accompagnato sul campo dal fotoreporter Alessio Romenzi. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Rapporto lancia un allarme sui moltissimi minori soli che si muovono come fossero fantasmi. "Ogni giorno e ogni notte attraversano i confini degli stati membri dell'Unione Europea, Premio Nobel per la pace, che continua a chiudere gli occhi di fronte alle violenze che i migranti sono costretti a subire" afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
Minorenni invisibili. Sono continuamente esposti al rischio di incidenti, traffico di esseri umani, violenze psicologiche e fisiche, anche per mano istituzionale. Una volta arrivati in Italia, minori e famiglie continuano a essere vittime di respingimenti alle frontiere interne, che in particolare per i minori soli sono illegali. Solo nel mese di aprile sono stati 107 i minori stranieri non accompagnati che hanno fatto ingresso in Italia dalla rotta balcanica intercettati e accolti nel sistema di protezione italiano. La punta di un iceberg ben più consistente. Sempre ad aprile, 24 di loro hanno invece lasciato volontariamente le strutture di accoglienza del Friuli Venezia Giulia per raggiungere la frontiera ovest italiana, al confine con la Francia, a Ventimiglia o a Oulx. E ancora 24 sono le segnalazioni di respingimenti da parte della polizia di frontiera francese.
Una rotta delicata e complessa. La voce di questi ragazzi coraggiosi ma 'invisibili' è stata raccolta da un team di ricerca di Save the Children per fare luce su una rotta delicata e complessa, due mesi trascorsi tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, ripercorrendo le tracce di minori e famiglie nei luoghi di passaggio formali e informali, lungo i sentieri di montagna in entrata dalla Slovenia e in uscita verso la Francia, ascoltando le loro voci, così come quelle delle persone e organizzazioni della società civile che li stanno aiutando, oltre alle istituzioni territoriali che hanno competenza lungo quelle frontiere.
Il rapporto "Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa" sintetizza un lavoro sul campo che vuole gettare luce su ciò che quotidianamente accade alla Frontiera Nord d'Italia, interessata da un passaggio continuo di minorenni stranieri non accompagnati, che entrano ogni giorno in Friuli-Venezia Giulia, tra Trieste e Udine, dove arrivano a piedi dalle montagne carsiche o lasciati nelle strade di provincia da passeur senza scrupoli. Da qui o dalle regioni meridionali dove sbarcano, una decina di minori non accompagnati raggiungono inoltre ogni giorno Ventimiglia, in Liguria.
Al confine italo-francese ne passano almeno 3-4 al giorno. A Oulx, sempre sul confine italo-francese, ogni giorno sono almeno tre/quattro i minori soli ad approdare a un rifugio che li accoglie dopo i traumi e le fatiche del loro viaggio. I minorenni non accompagnati sono in gran parte maschi, ma non mancano i casi di ragazze in viaggio da sole, in particolare da Paesi dell'Africa Occidentale. Il rischio di tratta e sfruttamento è concreto: in mancanza di vie legali e sicure gli e le adolescenti sono esposti a grandi rischi, ad attraversare pericolosi sentieri di montagna di notte, a vivere di stenti, a fidarsi dei passeur e di chiunque prometta loro un aiuto per l'attraversamento dei confini.
Tutto questo avviene quasi alla luce del sole. Ma solo per chi lo vuole vedere. Le frontiere sono ancora più chiuse dallo scoppio della pandemia e la libera circolazione del trattato di Schengen sembra il ricordo di un passato lontano. In Francia, a Mentone, i minori soli - come riferiscono gli attori locali e gli stessi minori intervistati - oltre a venire rinchiusi in container alla stregua degli adulti, si vedono la propria data di nascita cambiata per risultare maggiorenni e quindi respingibili verso Ventimiglia, mentre tra la cittadina italiana di Claviere e la francese Monginevro, come denunciano gli operatori, se trovi il "poliziotto buono" sei accolto e tutelato, altrimenti vieni considerato maggiorenne e devi tornare da dove sei partito qualche ora prima.
Mentre alla frontiera del Nord Est... A Trieste, fino a pochi mesi fa le forze di polizia italiane seguivano una prassi non meno preoccupante verso chi arrivava dalla Slovenia, la quale prevedeva che, in assenza di dubbi della polizia sull'età adulta, si potesse prescindere dall'eventuale dichiarazione di minore età - non applicando quindi le garanzie, anche giurisdizionali, previste per l'accertamento dell'età dalla L.47/2017 (Legge Zampa) - con il risultato che l'Accordo italo-sloveno che prevede la possibilità di riammettere i migranti sul territorio sloveno in maniera informale rischiava di essere applicato anche ai minorenni. Oggi le riammissioni verso questo Paese sono sospese, ma durante una recente audizione in Parlamento, il Prefetto di Trieste ha annunciato che potrebbero riprendere.
"Non si può più dire "non sapevamo". E soprattutto è necessario cambiare rotta subito: gli Stati membri dell'Unione Europea potrebbero gestire virtuosamente questi flussi di minori vulnerabili. Non solo in nome della solidarietà, che è un valore fondante, ma anche per cogliere l'opportunità di rendere parte attiva della società tutti questi ragazzi determinati a costruirsi un futuro. La Commissione europea si deve impegnare per arrivare a una Raccomandazione agli Stati Membri o ad altro atto di rango europeo che richieda di adottare e applicare politiche volte ad assicurare la piena protezione dei minori non accompagnati ai confini esterni e interni dell'Europa e sui territori interni e a promuovere il loro benessere e sviluppo, anche mediante strategie tese all'inclusione scolastica e formativa. Inoltre, a livello italiano, è necessario emanare i decreti attuativi della L. 47, che tutelano i minori stranieri non accompagnati, e gli stanziamenti destinati dalla Legge di Bilancio ai Comuni transfrontalieri dovrebbero essere in parte vincolati all'attivazione di progetti di assistenza umanitaria" aggiunge Raffaela Milano.
I numeri dell'accoglienza e dei respingimenti. A fine aprile 2021 erano 6.633 le ragazze e i ragazzi stranieri non accompagnati censiti sul territorio italiano; nello stesso mese in 302 si sono allontanati dalle strutture di accoglienza. Sempre ad aprile 2021 gli ingressi registrati in Italia sono stati 453, di cui 149 da sbarchi. Gli altri 304 sono invece stati rintracciati sul territorio, probabilmente passati dalla Rotta Balcanica a piedi o con i camion. Questo i dati ufficiali anche se, secondo stime degli operatori, il numero complessivo potrebbe essere molto più alto.
Trieste, Udine e la Rotta balcanica. Nel 2020 sono state effettuate verso la Slovenia 301 riammissioni dalla provincia di Gorizia e 1000 dalla provincia di Trieste. Tra queste, potrebbero esserci diversi minori, considerato che in quel periodo erano in vigore due direttive della Procura che lasciavano all'agente di polizia in frontiera la possibilità di considerare il ragazzo maggiorenne senza applicare gli accertamenti e le garanzie anche giurisdizionali previsti dalla legge Zampa.
Un cambiamento del flusso in entrata in Friuli. Tali riammissioni, che avvenivano se la persona veniva trovata in un raggio di 10 chilometri dal confine o comunque nelle 24 ore seguenti all'arrivo, hanno determinato, a cominciare dalla primavera-estate 2020, un cambiamento del flusso in entrata in Friuli Venezia Giulia: i passeur hanno iniziato a portare gruppi di persone migranti più a nord e nell'entroterra, nei dintorni di Udine. Da allora quella zona è molto coinvolta negli arrivi. Il 19 maggio 2021 il team di Save the Children ha constatato l'arrivo di più di 100 persone solo nella notte precedente. In tutto il Friuli Venezia Giulia gli arrivi sono in crescita, nei primi quattro mesi del 2021 si registra un aumento dei flussi già del 20% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Quei minori che si allontanano. Spesso però i minorenni soli, in particolare gli afghani e i pakistani, si allontanano dalle strutture per proseguire il loro viaggio, quasi tutti dopo poco tempo. Negli ultimi tempi si registra un aumento dei traumi psicologici di alcuni minori, in prevalenza pakistani. Che questi traumi possano essere legati alle esperienze subite lungo la rotta balcanica, lo dimostrano diversi racconti tra cui quello di Abdel, neomaggiorenne arrivato l'anno scorso in Italia, ora in prosieguo amministrativo in comunità: "Sogno spesso le violenze della polizia nei boschi della Croazia. Una volta ci hanno fatto camminare senza sosta in salita per ore, continuando a darci percosse, un poliziotto si divertiva a farlo, gli altri gli dicevano di smetterla ma lui andava avanti. Un'altra volta ci hanno denudato e gettato in un fiume gelido, con le rocce che spuntavano dall'acqua. Una volta invece la polizia è arrivata, i piedi erano feriti e non siamo riusciti a scappare, avevano i cani. Uno di noi è stato bastonato dalla polizia alla testa ed è morto sul colpo. È morto e l'hanno preso e buttato nel fiume, il suo corpo non l'abbiamo ritrovato".
Respinti più volte ai confini esterni dell'Unione Europea, come quello croato-bosniaco, anche più di 20 volte brutalmente, oppure con respingimenti a catena su più confini: solo ad aprile 2021, ci sono stati 1.216 respingimenti tra Croazia e Bosnia, di cui 170 a catena dalla Slovenia, 5 a catena tra Italia, Slovenia e Croazia e 1 tra Austria, Slovenia e Croazia. Per quanto riguarda i minorenni soli, l'ufficio locale Save The Children dei Balcani Nord Occidentali ha raccolto le testimonianze di ben 84 di loro (quasi tutti afgani e pakistani), in tre zone al confine bosniaco. Il quadro che ne emerge è drammatico: almeno 7 a testa (ma alcuni di loro erano arrivati a quota 15) i respingimenti da parte delle autorità croate, per un totale di 451 tentativi di attraversamento della frontiera.
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 21 giugno 2021
Intervista con il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel giorno in cui Mario Draghi incontra Angela Merkel a Berlino e alla vigilia del Consiglio Ue. Rivela che la Germania chiederà nuove sanzioni contro la Bielorussia e nuovi finanziamenti alla Turchia. Dopo il tour di Joe Biden in Europa, sostiene che bisogna puntare a spazzare via "tutto" dell'era Trump ed è fiducioso che si possa trovare un'intesa su Nordstream 2 "entro agosto".
Nel giorno in cui Mario Draghi incontra Angela Merkel a Berlino, il ministro degli Esteri Heiko Maas fa sapere che la Germania lo appoggia per un accordo europeo che distribuisca "gli oneri" per i migranti su tutti i partner europei ma avverte che sui "dublinanti" la moratoria per rimandarli in Italia non può durare per sempre. Alla vigilia del Consiglio Ue, il politico socialdemocratico rivela che la Germania chiederà nuove sanzioni contro la Bielorussia e un nuovo accordo sui migranti, dunque nuovi finanziamenti alla Turchia.
Dopo il tour di Joe Biden in Europa, Maas sostiene che bisogna puntare a spazzare via "tutto" dell'era Trump, ed è fiducioso che si possa trovare un'intesa su Nordstream 2 "entro agosto". Il ministro chiede alternative concrete alla Via della Seta: "bisogna frenare l'influenza cinese nel mondo". E di Draghi, Maas dice che è come la Nazionale: diventa più forte man mano che va avanti il torneo europeo.
Ministro, Mario Draghi arriva oggi per la sua prima visita ufficiale a Berlino e incontra la cancelliera, Angela Merkel. Il presidente del Consiglio italiano punta a un accordo europeo sui migranti. È plausibile?
"La Germania sosterrebbe in pieno un patto europeo per i migranti. Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri".
La Germania e la Francia hanno circa il 70% dei "dublinanti" che secondo le regole europee dovrebbero essere rimandati nei Paesi di primo approdo. L'Italia ha congelato l'accoglienza dei "dublinanti" durante la pandemia. La Germania ricomincerà a respingerli?
"Anche la variante Delta del coronavirus non può essere la giustificazione per lasciare le cose in eterno come sono. Abbiamo bisogno di una soluzione complessiva sui migranti che includa anche la questione delle cosiddette migrazioni secondarie all'interno dell'Ue. Tutti devono prendersi le loro responsabilità".
L'Ue sta discutendo un nuovo accordo sui migranti con la Turchia. Lo ritiene sensato?
"Sì, dobbiamo aggiornare la collaborazione sui migranti con la Turchia. Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo con il governo turco, dobbiamo riconoscere che si è sobbarcato di un peso non indifferente, dal punto di vista dell'immigrazione. In Turchia vivono quasi quattro milioni di profughi scappati dalla guerra civile in Siria e da altre aree della regione. Penso che nell'Ue abbiamo un enorme interesse ad aggiornare l'accordo sui migranti con la Turchia".
L'ultimo accordo ha riconosciuto alla Turchia sei miliardi di euro per i profughi. È la cifra a cui orientarsi per un nuovo patto?
"Non voglio dire numeri ma è chiaro che non potrà esserci un accordo senza soldi. La Turchia si assume costi enormi che altri risparmiano. Si occupano di milioni di persone".
Ma già l'accordo attuale viene usato da Recep Tayyip Erdogan per ricattare l'Europa...
"Al momento i rapporti con la Turchia sono abbastanza costruttivi. Anche la Turchia ha riconosciuto di avere tutto l'interesse a coltivare buoni rapporti con la Ue. Per un approfondimento di questi rapporti, però, è essenziale che la Turchia faccia progressi nell'ambito dei diritti umani e del rispetto dello stato di diritto. È ciò che molti chiedono per andare avanti sul nodo della liberalizzazione dei visti e dell'unione doganale".
Il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, ha proposto una nuova missione di salvataggio Ue davanti alle coste libiche. Lei cosa ne pensa?
"Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere. Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre. Molti Stati membri non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa. Serve un approccio complessivo, che affronti soprattutto il nodo dell'origine dei flussi".
Che impressione ha del nuovo governo italiano guidato da Mario Draghi?
"È come la Nazionale di calcio italiana. In Europa è forte ma nel corso degli attuali campionati europei sta diventando sempre più forte. Vediamo in Italia una volontà robusta di contribuire a costruire una prospettiva europea. Percepisco accenti molto diversi rispetto al governo precedente. È molto importante. L'Italia può giocare un ruolo centrale. Lo vediamo in Libia, ma anche su altri dosser importanti. Perciò penso che il governo italiano e la Nazionale abbiano molte cose in comune, al momento".
L'imminente Consiglio europeo discuterà se imporre nuove sanzioni alla Bielorussia. Lei è a favore?
"Sì, ritengo nuove sanzioni alla Bielorussia inevitabili. Non penso che possiamo aspettarci che l'atteggiamento del presidente Aleksandr Lukashenko cambi, nel breve termine. Perciò l'Europa deve reagire. La persecuzione dell'opposizione, la violenza contro i manifestanti, gli arresti, tutto ciò è inaccettabile. In passato abbiamo già inflitto sanzioni a singole persone e aziende. Adesso vogliamo estenderle a fette dell'economia bielorussa come l'industria del potassio o il settore energetico. E dovremmo impedire al governo di Minsk la possibilità di finanziarsi attraverso titoli di Stato venduti nell'Unione europea".
Durante il viaggio europeo di Joe Buden e i vertici Usa-Ue e Nato della scorsa settimana ci sono stati molti annunci su un rafforzamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Ma come si andrà avanti, ad esempio sui dazi e su Nordstream 2?
"È stato deciso di sospendere dazi e sanzioni nell'eterna disputa tra Boeing e Airbus. Francamente, era ora. Non possono esserci prospettive se Europa ed Usa si infliggono a vicenda misure punitive. Ci impegneremo a fare in modo che nessuna delle sanzioni imposte negli anni di Trump sopravviva. Abbiamo anche fatto importanti progressi su Nordstream 2. Imprese e imprenditori tedeschi sono stati esclusi dalle sanzioni. E ci sono colloqui in corso per arrivare a una soluzione ad agosto. Una nostra delegazione è appena stata a Washington".
Al vertice Nato la Cina è diventata centrale, è considerata ora una "sfida sistemica"...
"Piuttosto direi che è stata inclusa nel concetto strategico della Nato. Ma a causa degli scenari minacciosi, al centro dell'attenzione continua a esserci la Russia. Però è chiaro che ora l'Alleanza atlantica si occuperà più intensamente della Cina. In futuro non basterà più che gli Usa parlino con la Russia di disarmo. Anche la Cina dovrà giocare un ruolo".
Di recente lei ha criticato la Via della Seta che ha gettato molti Paesi, anche europei, in una condizione di dipendenza finanziaria dalla Cina. Come possono essere liberarli da questo giogo?
"Dobbiamo attivarci su questo. La Cina sfrutta sempre più intensamente delle opportunità economiche per estendere il suo influsso geostrategico. È un tema che è stato anche discusso al G7. Anche in Africa la Cina sfrutta delle proposte economiche per esercitare il suo influsso politico. Molti Paesi sono precipitati in una trappola del debito. Molti Paesi ci dicono: vogliamo liberarci dalla dipendenza finanziaria dalla Cina ma offriteci delle alternative. Vale per il Sudamerica, per il Sudest europeo e per l'area dell'indopacifico. Dobbiamo creare delle alternative alla Via della Seta. Dobbiamo riflettere come impegnarci maggiormente dal punto di vista economico e finanziario. Per aiutare questi Paesi nello sviluppo, ma anche per frenare l'influenza crescente della Cina nel mondo".
E la Germania non deve ripensare il suo atteggiamento verso la Cina? Finora ha sempre assunto un ruolo di mediazione?
"L'atteggiamento della Germania verso la Cina è già cambiato. Si vede dalle iniziative che abbiamo incoraggiato nell'Ue, ad esempio le sanzioni contro le lesioni dei diritti umani nei confronti degli uiguri. Anche rispetto a Hong Kong l'atteggiamento della Germania è molto più netto che negli anni scorsi. La Cina è un concorrente ma anche un rivale sistemico con il quale dobbiamo fare i conti. Ma dobbiamo continuare a farlo attraverso il dialogo. Non possiamo affrontare le grandi sfide del nostro tempo come la lotta ai cambiamenti climatici o la digitalizzazione senza la Cina".
L'Iran ha votato. E ha scelto l'hardliner Ebrahim Raisi. Cosa può significare per gli sforzi di una ripresa dei negoziati del nucleare iraniano e per i diritti umani nel Paese?
"L'Iran deve decidere che strada percorrere. Vuole che il popolo iraniano continui a soffrire per le sanzioni economiche? L'impressione che ricaviamo dai negoziati è che Teheran sia disponibile, di base, a incamminarsi su una strada costruttiva. Ma si vedrà dalla sua disponibilità a tornare insieme agli americani al rispetto degli accordi sul nucleare. La situazione dei diritti umani in Iran è inaccettabile. Ma non è affatto migliorata durante il periodo della massima pressione esercitata da Donald Trump. Anzi, all'epoca penso che abbiamo specato molte occasioni di influire su Teheran. Un ulteriore isolamento dell'Iran peggiorerebbe anche la situazione dei diritti umani. Perciò un ritorno all'accordo sul nucleare può essere un'opportunità anche da questo punto di vista".
Questa settimana la Germania ospiterà anche la Conferenza sulla Libia. Che progressi ci potranno essere nel Processo di Berlino?
"Il proponimento del Processo di Berlino era duplice: concordare con i Paesi che hanno alimentato il conflitto con armi e mezzi finanziari una fine di queste politiche. Dall'altra parte volevamo favorire in Libia un cessate il fuoco e la creazione di un governo accettato da tutti. Le armi tacciono, nel frattempo. E da marzo c'è un governo. L'estrazione del petrolio e la produzione economica stanno riprendendo. Questa settimana vorremmo dare nuovi impulsi - in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi il 24 dicembre, e voremmo favorire un ritiro delle forze straniere dalla Libia".
Ma sono nodi molto problematici. Alcuni vorrebbero spostare le elezioni o annullarle, addirittura. Persino il primo ministro libico, Abdulhamid Al Dabaiba, non sembra impegnarsi molto perché le elezioni possano tenersi in tempo...
"Ne ho parlato due settimane fa con il premier Al Dabaiba. Mi ha garantito che sta preparando molto intensamente le elezioni. Ma dai colloqui capiamo anche che dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni in Libia, non è così semplice organizzare le urne. Per quanto possa essere difficile, però, non ho l'impressione con i miei interlocutori libici che vogliano spostare le elezioni o persino annullarle".
Non è neanche chiaro quando le potenze straniere ancora presenti in Libia lasceranno il Paese. L'anno scorso il ritiro sembrava essere stato concordato proprio a Berlino. E invece non accade...
"È vero. Coloro che si erano impegnati a Berlino a ritirarsi dalla Libia non l'hanno fatto. Ma se i libici vogliono riprendere in mano il destino del loro Paese, le potenze straniere dovranno andarsene. Anche il governo di transizione lo ha detto molto chiaramente. Penso che la questione, tuttavia, non sia più se si ritireranno, ma quando e come. Dovranno farlo gradualmente e in modo equilibrato per non creare squilibri militari che qualcuno possa sfruttare per un'offensiva improvvisa".
di Andrea Senesi
Corriere della Sera, 21 giugno 2021
Il rapporto del Comune segnala l'inversione di tendenza rispetto all'epoca pre Covid. Nel corso dell'anno ospitati 504 rifugiati e 610 minori non accompagnati. L'appello di Casa Santa Chiara: "Aiutateci a collocare le persone che non sappiamo dove ospitare".
Più minori che adulti. Nel corso del 2020 Milano ha ospitato 504 rifugiati, 378 dei quali già inseriti nei centri di accoglienza e 126 arrivati invece nel corso dell'anno. Quanto ai minori stranieri non accompagnati, quelli accolti al termine del 2020 sono stati 610 (Albania, Egitto e Kosovo le nazionalità prevalenti). È quanto emerge dal rapporto annuale fornito dal Comune, attraverso la rete del sistema di accoglienza e integrazione, per la giornata internazionale del rifugiato, in occasione della quale Palazzo Marino si colorerà di blu.
In merito alle provenienze, il 2020 ha fatto registrare una maggiore variabilità rispetto all'anno precedente, con una crescita soprattutto degli arrivi dall'Asia (passati dal 18 per cento del 2018 al 35 del 2020). Il 46,9 per cento degli adulti ha frequentato i corsi di lingua italiana, 89 sono stati segnalati ai centri di mediazione al lavoro (Celav) e 62 sono stati i beneficiari di borse lavoro, perlopiù impiegati come addetti alle pulizie, alla cucina, o come magazzinieri, manutentori, meccanici ed elettricisti. Inserite nel mondo del lavoro 116 persone, 16 delle quali contrattualizzate a seguito di borse-lavoro. Il raffronto col 2019 dice che il numero dei rifugiati ospitati in città è in (lieve) calo. Due anni fa sono state infatti 738 le persone ospitate a Miano, 359 delle quali già inserite nei centri di accoglienza e 379 arrivate nel corso dell'anno. I minori stranieri non accompagnati, accolti nel corso del 2019, sono stati invece 580.
"Le grandi città - commenta l'assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti - da sempre svolgono un ruolo protagonista nelle dinamiche migratorie, essendo per eccellenza i luoghi in cui le persone cercano l'occasione per ricostruire la propria vita. Riuscire a rispondere a queste richieste rappresenta senza dubbio una delle grandi sfide cui le amministrazioni locali, soprattutto quelle dei Paesi più ricchi com'è il nostro, sono chiamate".
Da registrare però, sul tema, l'appello che arriva da Casa Santa Chiara, una struttura destinata all'accoglienza di nuclei familiari richiedenti asilo, che si trova allo Scalo Romana, l'area che accoglierà il futuro villaggio olimpico. "Stiamo cercando una nuova collocazione per le famiglie qui ospitate. Al momento sono ancora tanti i rifugiati che dobbiamo riuscire a collocare", spiega frate Clemente Moriggi, direttore delle opere della Fratelli di San Francesco d'Assisi: "Non possiamo dimenticarci di chi ancora ha bisogno di noi; abbiamo dato loro un tetto e assistenza, desideriamo con tutto il cuore continuare a farlo.
Ecco perché - continua frate Clemente - mi appello all'amministrazione di Milano e alle Ferrovie, che ringrazio per averci consentito in questi vent'anni in Scalo Romana-viale Isonzo di realizzare un importante centro di accoglienza per combattere il degrado e aiutare le persone in difficoltà. L'aiuto che ci hanno dato è fondamentale e speriamo ci aiutino ancora una volta, insieme a Coima, Convivio e Fondazione Prada, a collocare le persone che non sappiamo dove ospitare".
di Chiara Cardoletti
Il Domani, 21 giugno 2021
Le popolazioni civili, inclusi i più vulnerabili, donne e bambini, disabili, anziani, hanno continuato a fuggire, senza avere alternative, alimentando una tendenza alla crescita del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case che non accenna a diminuire da quasi dieci anni. La popolazione delle persone in fuga è ampia e rappresenta l'1 per cento dell'umanità. Se questi 82 milioni di persone formassero una nazione, sarebbe il diciottesimo paese al mondo per numero di abitanti subito dopo la Germania. La pandemia ha avuto inoltre un impatto negativo sulla disponibilità di posti messi a disposizione dagli stati per il reinsediamento dei rifugiati sui loro territori, che ha raggiunto il livello più basso nel corso degli ultimi 20 anni.
Il 23 marzo 2020, nel pieno divampare di una pandemia che avrebbe causato enormi sofferenze per il mondo intero, il segretario generale dell'Onu António Guterres, invocava il cessate il fuoco globale. Contro un nemico comune, che attacca tutti indiscriminatamente, era necessario proteggere i più vulnerabili, compresi gli sfollati e i rifugiati, che avrebbero pagato il prezzo più alto e rischiato ulteriori sofferenze e perdite. "La furia del virus - affermò perentorio il segretario generale - sottolinea la follia della guerra".
Un cessate il fuoco globale era indispensabile per creare corridoi umanitari che permettessero di salvare vite, per aprire spazi alla diplomazia e per dare speranza alle aree del mondo più instabili. Ma purtroppo i conflitti non si sono fermati davanti al virus. I leader mondiali non hanno intensificato quegli sforzi necessari a facilitare la pace, la stabilità e la cooperazione. Le popolazioni civili, inclusi i più vulnerabili, donne e bambini, disabili, anziani, hanno continuato a fuggire, senza avere alternative, alimentando una tendenza alla crescita del numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case che non accenna a diminuire da quasi dieci anni.
Oggi, nel mondo, sono oltre 82 milioni le persone che sono state costrette ad abbandonare tutto per cercare protezione da violenza e persecuzione: oltre 20 milioni di rifugiati, 48 milioni di sfollati interni, in fuga all'interno del proprio paese, oltre 4 milioni di richiedenti asilo. La popolazione delle persone in fuga è ampia e rappresenta l'1 per cento dell'umanità. Se questi 82 milioni di persone formassero una nazione, sarebbe il diciottesimo paese al mondo per numero di abitanti subito dopo la Germania.
Oggi i due terzi dei rifugiati nel mondo fuggono dai conflitti e dalle violenze di soli 5 Paesi: la Siria, il Venezuela, l'Afghanistan, il Sud Sudan e il Myanmar, mentre milioni di persone sono state costrette alla fuga all'interno dei loro stessi Paesi. Alimentato soprattutto dalle crisi in Etiopia, in Sudan, nella regione del Sahel, in Mozambico, Yemen, Afghanistan e Colombia, il numero di sfollati interni è in aumento di oltre 2 milioni rispetto all'anno precedente. I bambini costituiscono oltre il 40 per cento di tutte le persone in fuga dalla violenza: sono i più vulnerabili ed esposti al rischio di abusi, soprattutto quando le condizioni di precarietà a cui sono costretti durano per anni.
Chi è costretto a fuggire per mettersi in salvo porta con sé un bagaglio di sofferenze, ma anche di forza, coraggio e di voglia di tornare a essere membri attivi delle comunità ospitanti. E sono i Paesi vicini alle aree di crisi e quelli a basso e medio reddito che ospitano la stragrande maggioranza dei rifugiati, l'86 per cento del loro numero totale.
Un'emergenza che non finisce - L'Agenzia dell'Onu per i Rifugiati viene costituita nel 1950. Avrebbe dovuto svolgere le sue funzioni per soli tre anni, considerato il tempo necessario per dare assistenza alle persone in fuga dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del 2020, l'Unhcr ha raggiunto i 70 anni di esistenza. Non è un anniversario da celebrare ma certamente siamo fieri e orgogliosi del nostro lavoro all'interno delle Nazioni Unite.
Continuiamo a servire i rifugiati, gli sfollati, i richiedenti asilo e gli apolidi in tutto il mondo fornendo assistenza umanitaria, impegnandoci a trovare per loro soluzioni durevoli, lavorando in stretta collaborazione con gli Stati affinché vengano garantiti loro diritti e protezione. Allo stesso tempo esercitiamo continue pressioni affinché quei Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati ricevano maggiore sostegno dalla comunità internazionale.
Ma questi interventi non bastano per invertire la tendenza alla crescita del numero di persone costrette alla fuga. Le soluzioni stentano a causa di ostacoli costanti e di diversa natura: il numero di rifugiati e di sfollati che hanno potuto far ritorno nelle proprie case è calato rispettivamente del 40 e del 21 per cento nel 2020. I conflitti si protraggono e troppo raramente le condizioni permettono il rientro in sicurezza. La pandemia ha avuto inoltre un impatto negativo sulla disponibilità di posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento dei rifugiati sui loro territori, che ha raggiunto il livello più basso nel corso degli ultimi 20 anni. Le cause che stanno alla radice dei movimenti forzati di popolazioni vanno affrontate con decisione dai leader mondiali, che devono impegnarsi maggiormente per risolvere i conflitti e per garantire il rispetto dei diritti umani. Solo una politica che riporti equilibrio, misure concrete di prevenzione, pacificazione, inclusione e sviluppo, potrà permettere a un numero sempre maggiore di rifugiati e sfollati di trovare soluzioni rispetto a quante persone ancora non hanno alternativa alla fuga forzata.
di Mauro Palma*
La Stampa, 21 giugno 2021
La persona ospitata in un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura - la quale è spesso di fatto privata della libertà - ha diritto a vedere inserita questa sua peculiare situazione nel contesto di un piano trattamentale che sia orientato al massimo recupero dell'autodeterminazione che la propria situazione soggettiva gli consente, con tappe e strumenti che non prevedano un periodico ricorso routinario a questa ospedalizzazione.
La stessa tensione al potenziamento di ogni pur limitata e residuale possibilità di scegliere e orientare il proprio tempo deve caratterizzare l'ospitalità di chi è accolto in residenze per anziani o per disabili, scongiurando in modo assoluto la possibilità di traduzione di questa sua specifica collocazione in una forma di internamento (...). Voglio qui condividere soltanto tre o quattro osservazioni per formulare una richiesta al Legislatore.
La prima riguarda l'arretratezza dei dati disponibili - gli ultimi forniti dall'Istat sono del 2018. La seconda riguarda la classificazione delle strutture per disabili che scompaiono quando le persone compiono il sessantacinquesimo anno di età, poiché da quel momento le residenze sono classificate "per anziani" e l'analisi dei bisogni e dell'adeguatezza delle risposte alle relative specificità spariscono. La terza riguarda la disomogeneità territoriale: il numero di posti letto disponibili in tutto il Sud è circa la metà di quello relativo alla Lombardia (...).
È doverosa una complessiva riflessione sul sistema in sé delle residenze sanitarie assistenziali che sono nella maggior parte dei casi strutture private accreditate; nonché sui criteri di accreditamento, che proprio perché calibrati sull'organizzazione a stanze e numero di letti, a cui si aggiunge qualche ambiente comune, hanno finito col configurare l'impossibilità di attività comuni per il rischio di contagio (...) dove il letto diveniva il "luogo" della giornata (...).
Molte volte il Garante nazionale ha sollecitato la loro controllata apertura in sicurezza e troppo spesso le indicazioni in tal senso date dal Ministero della Salute risultano tuttora disattese regionalmente perché affidate alla discrezionalità del gestore. Con danni importanti di regresso cognitivo nel caso di utenti con specifiche disabilità.
Da qui la duplice proposta: dell'avvio di una riflessione ampia sulla risposta istituzionale alle fragilità dovute all'età, alle disabilità, più in generale ai particolari bisogni specifici, che riconfiguri l'attuale modello; e, parallelamente l'istituzione di un registro nazionale effettivo che possa dare con continuità un quadro delle situazioni e indichi come e dove intervenire, supportando, controllando, rivedendo ove necessario, convenzioni anche talvolta di antica tradizione.
*Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale
di Benedetta Ferrari
etrurianews.it, 21 giugno 2021
Il "cibo come strumento di reinserimento sociale" se ne parlerà nell' incontro on line del Polo universitario penitenziario di Roma. Il Polo Universitario Penitenziario di Roma Tre e il Corso di Laurea in Scienze e culture enogastronomiche in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e la Cooperativa agricola sociale O.R.T.O. una realtà attiva nel territorio della provincia di Viterbo, promuovono un incontro-dibattito in modalità a distanza, mercoledì 23 giugno dalle ore 15:00 alle ore 18:30.
L'occasione è offerta dalla presentazione del progetto "Semi-Liberi. Agricoltura sociale in carcere" avviato nel 2017 dalla Cooperativa O.R.T.O. presso la Casa Circondariale di Viterbo.
Questa importante esperienza offrirà lo spunto per una tavola rotonda che si annuncia di grande interesse. Un dibattito aperto per parlare di rieducazione e inserimento lavorativo delle persone private della libertà. Come sta cambiando l'attività rieducativa? È possibile trasformare un istituto di pena in luogo di costruzione di benessere? La produzione di eccellenza artigianale e agro-alimentare può essere un esempio di innovazione al servizio della collettività e di percorso rieducativo per i detenuti? Come può un consumatore essere attore dei percorsi di innovazione agricola e sociale?
L'Università Roma Tre sarà rappresentata dal Prof. Giancarlo Monina, Delegato del Rettore per la formazione universitaria negli Istituti penitenziari, e dalla Prof.ssa Livia Leoni, coordinatrice del Corso di Laurea in Scienze e culture enogastronomiche, mentre il Presidente della Cooperativa O.R.T.O. Dott. Marco Di Fulvio illustrerà le caratteristiche del progetto.
Alla tavola rotonda, moderata dallo scrittore Carmelo Musumeci, parteciperanno Daniela de Robert del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale; Natalina Fanti, Responsabile Servizi Educativi della Casa Circondariale di Viterbo; Oscar La Rosa, CEO di "Economia Carceraria" e Tony Urbani, Ricercatore dell'Università della Tuscia.
L'incontro proseguirà con il contributo di Benedetta Calabresi, ex studentessa di Scienze e culture enogastronomiche e autrice della tesi "Il cibo come strumento di reinserimento sociale" e le testimonianze di Imma Carpiniello, CEO della Cooperativa Le Lazzarelle di Pozzuoli, e Agnese Inverni, Tutor del progetto "Semi Liberi" presso la serra della Casa Circondariale di Viterbo. Concluderà l'incontro il Presidente Marco di Fulvio.
Il progetto "Semi Liberi" - Attivo dal 2017 per la rieducazione e il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti sostenuto da volontari che promuovono un modello di agricoltura che sia sempre più ecosostenibile ed inclusiva. Oltre a fornire strumenti formativi per i detenuti, ha la peculiarità di voler produrre alimenti particolari - i germogli di piante commestibili a elevato valore nutritivo - all'interno di un luogo che per vocazione non richiama i concetti di "benessere e salute".
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 21 giugno 2021
Una serata-concerto a Parabiago, nell'hinterland milanese, con i detenuti ed ex detenuti del Gruppo della Trasgressione attivo da oltre vent'anni soprattutto nel carcere di Opera, ma anche con alcuni familiari di vittime della criminalità.
Le canzoni di Fabrizio De André, arrangiate ed eseguite dalla Trsg.band, gli interventi dei detenuti con una "finestra" sulla vita del Gruppo della Trasgressione. Ma anche la partecipazione di alcuni familiari di vittime della criminalità, che con l'associazione collaborano da anni incontrando in carcere gli autori di reati anche gravissimi per sostenerli nel loro percorso di recupero. Il mondo del carcere torna a "parlare" direttamente con l'esterno, dopo un anno e mezzo di isolamento totale segnato da rarissime eccezioni, e lo fa con un concerto a Parabiago, nell'hinterland milanese che avrà luogo giovedì 24 giugno alle 21 al campo sportivo "Nino Rancilio". Molto più di un concerto in realtà. Un segno.
"Il concerto - spiega in effetti lo psicologo Juri Aparo, fondatore del Gruppo della Trasgressione e tuttora suo coordinatore - mescolando canzoni di Fabrizio De André con interventi di detenuti ed ex detenuti che hanno effettuato un lungo percorso col Gruppo stesso, punta principalmente ad attivare il dialogo fra detenuti e collettività: parti che quando rimangono sorde l'una all'altra generano conflitti e contrapposizioni, che alla distanza e a loro volta producono malessere nel singolo e danni alla società".
La serata di Parabiago ha per titolo "Occhi grandi color di foglia", quel verso di Via del Campo che sintetizza il tipo di sguardo necessario a cogliere e far germogliare le relazioni tra persone anche quando sono vicinissime, come una puttana e una bambina, l'innocenza e il peccato, la parte scura e la parte chiara di noi.
"La serata - prosegue Aparo - proporrà̀ poi una dozzina di canzoni in risposta alle quali i detenuti del Gruppo della Trasgressione consegnano al pubblico le loro antiche fragilità, per molto tempo negate e oggi in cerca di una funzione grazie alla quale diventare risorse per la citta: storie di vita vissuta, di degrado e di criminalità, ma anche storie di persone che, dopo anni di introspezione e di lavoro sui propri errori, partecipano oggi a progetti in favore del bene collettivo che in passato era stato gravemente offeso". E lo psicologo chiude: "Studiare e lavorare con i detenuti, alla distanza, giova alla società più che lasciarli isolati fra le sbarre del carcere".
di Enrico Ferro e Felice Paduano
Il Mattino di Padova, 21 giugno 2021
Abdel Majid Mabchour era accusato di un delitto del 2006. L'amico: "Da giorni diceva di avere male al petto". Una persona è stata trovata morta ieri mattina sotto un grande albero di cedro, all'interno del giardino dove una volta c'era il collegio per le universitarie Domus Laetitiae.
Era un uomo senza casa che dormiva lì da alcuni giorni, avvolto in una coperta, accanto a un suo connazionale. Si tratta di Abdel Majid Mabchour, 45 anni, marocchino, uscito dal carcere lo scorso 3 giugno dopo aver trascorso anni dietro le sbarre con l'accusa di omicidio. Anche in base alla testimonianza del connazionale Said Ellehasz, originario di Casablanca, il marocchino deceduto nel corso della notte, che sul corpo non presentava segni di violenza, sarebbe morto in seguito ad un attacco cardiaco.
I primi a notare qualcosa di strano sono stati i fedeli che ieri mattina si sono presentati a messa. Verso le 9.30 una parrocchiana ha chiamato il parroco Fernando Spimpolo. In quel frangente si sono resi conto che l'uomo sotto la coperta era morto, così sono stati chiamati i carabinieri. Durante l'omelia don Fernando ha ricordato il dramma che si può celare nella precarietà della vita. Nel borsello della vittima è stata trovata una tessera magnetica che vale come riconoscimento alle cucine popolari di via Tommaseo, con la foto e il nome di Abdel Majid Mabchour. È bastato inserire le sue generalità nella banca dati interforze per scoprire che si trattava dell'uomo accusato di essere l'assassino di Francesco Sarno, il cameriere napoletano ucciso a bastonate sul lungargine del Piovego il 10 ottobre 2006.
Un altro marocchino, Alì Samir, era stato erroneamente condannato a 23 anni per questo delitto, perché assomigliava in tutto al connazionale Abdel Majid Mabchour, che poi ha confessato di essere stato presente quando venne pestato a morte il cameriere. Mabchour si trovava sul lungargine del Piovego assieme al connazionale Mourad Assal. A suo dire fu quest'ultimo ad aggredire Sarno che "non voleva fare cambio dell'eroina con la cocaina". Allora lo colpì "con un bastone ed una pietra". Una versione ritenuta dal giudice edulcorata per "arginare il proprio ruolo alla mera presenza sul luogo". Questo non gli ha evitato oltre dieci anni di carcere, da cui era uscito solo il 3 giugno scorso. Il sostituto procuratore di turno Roberto D'Angelo ha già disposto l'autopsia per accertare le cause della morte.
di Nazareno Dinoi
lavocedimanduria.it, 21 giugno 2021
Era salito a quaranta ieri, ma mancavano ancora altri risultati dei tamponi, il numero dei detenuti del carcere di Taranto contagiati dal coronavirus. E con i numeri cresce anche il nervosismo nella popolazione carceraria, reclusi e personale di custodia compresi, alle prese con quella che per il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, è "una pentola a pressione che potrebbe esplodere con effetti devastanti". E non solo da punto di vista sanitario.
Anche ieri nei corridoi del penitenziario tarantino ha echeggiato il sinistro rumore della "battiture", la caratteristica protesta dei detenuti che battono ritmicamente oggetti di metallo contro le sbarre. Preludio spesso di vere e proprie ribellioni. Le famiglie, alle quali sono stati sospesi i colloqui, cercano di informarsi attraverso i propri avvocati che a loro volta si rapportano con gli uffici di direzione. Le notizie che filtrano non raccontano niente di buono perché quello che si temeva è avvenuto. Il virus ha infatti oltrepassato la sezione di massima sicurezza, dove è nato il cluster, raggiungendo altri tre reparti del penitenziario.
Tra gli infettati anche alcuni lavoranti, detenuti impiegati nelle mansioni di manovalanza interna, tra cui gli addetti alle cucine. Per questo la direzione del carcere ha sospeso la preparazione dei pasti caldi somministrando ai detenuti solo piatti pronti. Ieri si è inoltre saputo che un detenuto che era rientrato da un permesso premio ha presentato i sintomi dell'infezione e dal test è risultato positivo. C'è quindi il sospetto che il virus se lo sia portato dall'esterno. Il dipartimento di prevenzione della Asl non fornisce informazioni sulla tipizzazione del virus per cui non è dato sapere se si tratti di una delle varianti resistente al vaccino. Quasi tutti i contagiati sono stati vaccinati con la prima dose, alcuni nemmeno quella.
La direttrice del carcere, Stefania Baldassarre, cerca di circoscrivere il contagio separando i positivi dai contatti diretti man mano che si scopre la loro positività. Compito non facile in una struttura nata per contenere la metà delle persone attualmente ospitate. La soluzione proposta, per la quale si attende l'autorizzazione degli uffici preposti, è quella di occupare la nuova ala realizzata di recente per duecento posti. "Al momento non vedo altre soluzioni", afferma la direttrice Baldassarre infastidita da voci che la davano dimissionaria. "Chi mi conosce - dice - sa bene che non abbandonerei mai il mio posto nei momenti di difficoltà come questo".
Gli attivisti e le attiviste dell'associazione tarantina "Marco Pannella" chiedono di poter effettuare die sopralluoghi nel penitenziario e denunciano la mancanza di medici e infermieri messi a disposizione dalla Asl "che hanno costretto persino il dirigente sanitario a dare le dimissioni perché - si legge in una nota -, non riusciva a coprire con quattro medici il fabbisogno che la pianta organica stabilisce in undici". Solo ieri dall'azienda sanitaria ionica è arrivata una prima risposta con l'assegnazione di due medici all'infermeria del carcere.
Il sindacato Sappe, che si chiede perché l'amministrazione penitenziaria a livello centrale e regionale non abbia inteso avviare un massiccio programma di sfollamento di detenuti negativi nelle regioni limitrofe, invita la magistratura di Taranto ad aprire un fascicolo per verificare la correttezza di tutti i provvedimenti adottati da vari enti coinvolti al fine di ricercarne le effettive responsabilità".
di Michela A.G. Iaccarino
huffingtonpost.it, 21 giugno 2021
Ristruttureranno la Bam. Riabilitata e perfino glorificata in Russia l'esperienza dei lavori forzati. La storia della Federazione russa potrebbe tornare a scorrere laggiù dove si era fermata, al confine delle città dove sorgevano i campi di lavoro forzati per i nemici del regime comunista. Vecchi gulag sovietici e nuovi gulag russi. Nel lontano, siderale e sterminato est di Mosca, dove le infrastrutture richiedono costante manutenzione, il Fsin, Servizio penitenziario federale, ha deciso di lanciare un progetto pilota in cui saranno coinvolti inizialmente solo poche centinaia di prigionieri delle sature carceri nazionali.
A causa della pandemia i gastarbeiter, (i migranti in arrivo da tutte le ex Repubbliche sovietiche per lavorare a prezzi ridottissimi e condizioni usuranti ad ogni latitudine russa), hanno fatto ritorno in patria e hanno abbandonato lavori che i russi non si affrettano ad accettare. Anche per questo, nei prossimi mesi, su base volontaria, i condannati per reati minori potranno raggiungere il cuore della Siberia per ristrutturare la Bajkalo-Amurskaya maghistral', una ferrovia parallela alla Transiberiana, che collega il cuore gelido della Federazione con l'Estremo Oriente.
Nota anche con l'acronimo Bam, lunga 4500 chilometri, fu ideata in epoca zarista, ma la sua realizzazione risale all'era sovietica: fu costruita "grazie al lavoro forzato di migliaia di prigionieri del gulag", dice Andrea Gullotta, studioso di letteratura e storia russa e docente universitario all'Università di Glasgow. "Il progetto di riproporre l'utilizzo dei lavori forzati in Russia è l'ultimo di una lunga serie di circostanze che hanno lentamente portato la Russia a rivalutare l'esperienza del gulag. Colpisce non solo la proposta in sé, quanto la scelta dei cantieri in cui mandare i prigionieri", spiega ancora Gullotta, "ma la questione più rilevante adesso è che il progetto, con un certo scarto rispetto al recente passato, non viene solo giustificato, ma addirittura glorificato".
Gullotta si riferisce ad un articolo pubblicato dall'agenzia statale Ria Novosti, firmato dalla pubblicista e drammaturga Viktoria Nikiforova: "Scrive che, per migliaia di persone che vivevano in povertà, il gulag è stato un ascensore sociale, una mistificazione vera e propria". Per la Nikiforova non c'è nulla di spaventoso nell'iniziativa della Fsin e "la comunità democratica" che se ne stupisce, non è coscia che il gulag, all'epoca, aiutò a risolvere problematiche sociali: "Non dimentichiamo quale fosse il tenore della vita in Russia dopo la guerra civile". Per senzatetto e lumpen che pativano la fame, il campo di lavoro, scrive la giornalista, forniva cibo tre volte al giorno, alloggi caldi e visite mediche. Anche il quotidiano Novaya Gazeta si è accorto delle parole dell'autrice che "ha dimenticato di indicare la longevità di quanti entravano in questo ascensore".
Secondo un recente sondaggio promosso dall'agenzia VTsIOM, il 71% dei russi è favorevole all'idea del ritorno all'utilizzo dei lavori forzati. Ricorda il professore: questo progetto, insieme a molti eventi recenti, "sembrano suggerire che sia in atto il tentativo di cambiare la storia, o renderla più accettabile. Da anni, in particolare a partire dal 2012, lo Stato russo ha cambiato strategia verso il gulag: è stato dimenticato fino a quando, a cavallo tra il 2012 e il 2017, ha investito molto in iniziative mirate a ricordare il tragico passato legato a quelle che in Russia vengono chiamate "repressioni sovietiche". Parallelamente, organizzazioni e singoli ricercatori impegnati sul tema del gulag sono stati messi a tacere: se da un lato lo Stato sta agevolando la preservazione della memoria dei campi, dall'altro sembra volere mettere a tacere le voci indipendenti che se ne occupano da anni".
Contro l'iniziativa della Fsin, dal fine esplicito ed inequivocabile, le reazioni di oppositori ed attivisti per i diritti umani sono state nette: è ricreare il sistema dei campi di lavoro chiamandoli con un altro nome, è un nuovo modo di obbligare al lavoro forzato ed è anche un metodo per giustificare una tragedia con cui la Russia non ha mai davvero fatto i conti. Oltre alla Bam, c'è un altro acronimo che i russi ricordano bene: Bamlag, il mastodontico sistema di gulag dove venivano spediti i prigionieri sovietici impiegati nella costruzione della ferrovia.
Per numero di reclusi ed estensione, il campo di lavoro correzionale Bajkal-Amur, creato nel 1932, era uno dei più estesi dell'Unione e contava 200mila prigionieri nel 1938. Ricorda ed omaggia oggi il sacrificio più cruento di quelle centinaia di migliaia di innocenti, condannati a costruire binari a temperature siderali e in condizioni di vita disumane, una lapide che si trova nella città in cui fu costruito il campo, un luogo dal nome paradossale: Svobodniy, "libero".










