di Sharon Nizza
La Repubblica, 13 maggio 2021
Viaggio a Lod, la città teatro della rivolta della minoranza araba: bruciate le sinagoghe. Uccisi nella Striscia 4 capi militari di Hamas: morti almeno 65 palestinesi e 6 israeliani. Nelle ore drammatiche in cui il confronto tra Israele e Hamas degenera senza ancora assumere formalmente il titolo di guerra, la battaglia per lo Stato ebraico si divide su due fronti: la Striscia di Gaza, da dove continua ad arrivare una pioggia di missili, mentre non si placano i pesanti bombardamenti israeliani. Ma c'è anche il fronte domestico, con rivolte violente a Lod, Gerusalemme, Ramla, Acri, Haifa, le città a popolazione mista da dove arrivano immagini che rievocano l'inizio della Seconda Intifada dell'ottobre 2000. Le scene degli scontri nella Moschea di Al Aqsa, virali sui social, fanno scendere per le strade folle di giovani arabi arrabbiati.
A Lod, 80.000 anime, ebrei e musulmani che convivono a fasi alterne, sembra si concentrino tutte le tensioni che il Paese sta vivendo nelle ultime settimane. Scene di vera e propria guerriglia urbana hanno portato il premier Netanyahu a dichiarare lo stato di emergenza. Dalle 20:00 di ieri è in vigore un coprifuoco notturno, proprio mentre ha inizio Eid al Fitr, la festività che chiude il mese del Ramadan. La polizia si prepara a usare il pugno duro. Trenta auto, una sinagoga e due scuole di studi ebraici sono stati dati alle fiamme, presi d'assalto dalla folla che lancia sassi e molotov e issa una bandiera palestinese al posto di quella israeliana in un parco pubblico. Ebrei barricati in casa lamentano l'assenza della polizia fino a che parte lo sparo che fa una vittima tra gli assalitori. Il giovane ebreo che ha sparato è agli arresti, e la sua comunità protesta perché invece "tra gli arabi non è stato arrestato nessuno". La polizia in serata comincia a effettuare i primi fermi anche tra gli arabi.
Come previsto, diversi giovani sfidano il coprifuoco, e nuovi scontri sono inevitabili. Anche Akko brucia e in un tentativo di linciaggio rimane ferito gravemente un ebreo. Pogrom, li ha definiti il presidente Rivlin, chiedendo una chiara condanna da parte della leadership araba. Nel clima avvelenato che si respira, un gesto importante arriva da Mansour Abbas, leader del partito islamista Ra'am, che, in arabo, invita i manifestanti a fermare le violenze. Mantiene così il suo potere negoziale nelle trattative per la formazione di un governo che Yair Lapid cerca di mandare avanti mentre il Paese dà segnali di andare verso una campagna più lunga e fatale di quanto ci si aspettasse. In un messaggio diretto ai palestinesi tramite i social media, il ministro della Difesa Benny Gantz minaccia che "se Hamas non cessa le violenze, Gaza subirà un colpo più duro di quanto inflitto nel 2014".
Nella seconda giornata dall'inizio dell'escalation, l'aviazione israeliana riduce in macerie altri palazzi interi nella Striscia di Gaza, da cui vengono fatti evacuare per tempo gli inquilini. Secondo quanto riferito dal portavoce dell'esercito, gli obiettivi ospitano quartier generali dell'intelligence di Hamas, che continua nella pratica di stabilire le proprie infrastrutture nel cuore della popolazione civile. Il ministero della Salute di Gaza riporta 65 vittime, tra cui 16 bambini. Israele rivendica ieri l'uccisione di quattro operativi tra i vertici di Hamas, appartenenti alla cerchia di Mohammad Deif, il comandante delle Ezzedin al-Qassam. Tra questi anche Bassem Issa, il comandante della divisione di Gaza City e Jomaa Tahla, capo dell'unità cyber.
A oggi, più di mille missili hanno colpito Israele, raggiungendo anche la periferia di Tel Aviv e provocando 7 morti, l'ultimo un bambino di 5 anni. Le sirene non cessano di suonare per tutto il giorno, anche mentre siamo a Lod, a pochi chilometri dall'aeroporto Ben Gurion. Qui, la notte di martedì, durante uno degli attacchi più pesanti, un missile aveva fatto due nuove vittime: padre e figlia sedicenne, arabi israeliani. Come dice Umm Yousef, con cui ci troviamo a cercare riparo mentre suona nuovamente la sirena, "i missili non distinguono tra ebrei e musulmani. Hamas dovrebbe tenerlo a mente".
di Santiago Torrado
La Repubblica, 13 maggio 2021
Ivan Duque, salito al potere a 42 anni, è il leader meno anziano della storia recente del paese, ma si è alienato il favore dei ragazzi: il 74% nella fascia 18 -25 anni ha un'opinione negativa di lui. E hanno pagato un prezzo alto di vite nella repressione sanguinosa delle proteste contro il governo.
I giovani colombiani sono in prima linea nelle proteste contro il governo di Iván Duque, proteste che hanno portato a scontri con le forze di polizia nelle strade. I manifestanti hanno messo nell'angolo l'esecutivo, al punto da costringerlo a ritirare la bozza di riforma tributaria che ha dato origine alle mobilitazioni. Sono giovani anche le 24 vittime che si sono registrate nell'arco di una settimana fra i partecipanti ai cortei, indetti nel quadro dell'autoproclamato sciopero nazionale. Gli interventi brutali delle forze di polizia sono stati condannati dagli organismi internazionali.
"Ci stanno uccidendo", una delle frasi che campeggiano sugli striscioni delle manifestazioni che si sono succedute in Colombia durante il mandato di Duque, il presidente oggi in grave crisi di popolarità, prima era riferita ai continui assassini di leader sociali che avvenivano nelle zone più remote del paese, oggi invece indica anche le giovani vittime degli scontri nelle città e i numerosi episodi di uso eccessivo della forza che si sono verificati durante le proteste. Un altro slogan molto popolare è "voglio studiare per cambiare la società".
I manifestanti si sono riversati nelle strade nonostante nel paese infuri la pandemia e la terza ondata di contagi stia portando gli ospedali al collasso. "C'è gente che muore di fame, non solo di Covid... La peggiore pandemia è il razzismo," ha detto Isamari Quito, una studentessa di diritto di vent'anni legata alle organizzazioni degli afro-colombiani, durante una delle prime manifestazioni a Bogotá. "In pratica ci danno la caccia," ha aggiunto Luna Giraldo Gallego, studentessa universitaria nella città di Manizales, che dal 28 di aprile scende in piazza tutti i giorni e più di una volta ha respirato i gas lacrimogeni lanciati dagli Esmad, i reparti antisommossa.
Stando ai sondaggi, sembra che Duque abbia decisamente perso l'appoggio dei giovani. In un'indagine recente di Cifras y Conceptos, il 74% degli intervistati fra i 18 e i 25 anni ha dichiarato di avere un'opinione negativa del presidente.
Duque, 44 anni, è il più giovane presidente della storia recente della Colombia e, pur essendo arrivato al potere a 42 anni compiuti, fin dalla campagna elettorale ha manifestato idee apertamente conservatrici. Questo paradosso ha aleggiato su tutto il suo mandato ed è apparso ancor più evidente durante questa settimana di disordini. Il governo ha aperto al dialogo politico, con l'obiettivo di arrivare a una riforma condivisa, ma la mobilitazione non si è fermata e i giovani rappresentano una parte fondamentale dello scontento verso l'esecutivo del Centro Democrático, il partito di governo fondato da Álvaro Uribe. L'ex presidente ha dichiarato che polizia e militari hanno il diritto di usare le armi contro i manifestanti.
"Bisogna dialogare con le persone che scendono in piazza, si tratta per lo più di giovani che non studiano e non lavorano, giovani dolorosamente consapevoli di non avere un futuro e che non si sentono ascoltati," ha dichiarato mercoledì la sindaca di Bogotá, Claudia López, riferendosi al difficile processo innescato dal governo nazionale. Le notti di scontri nella capitale hanno prodotto centinaia di feriti e durante le mobilitazioni un gruppo di persone a volto coperto ha abbattuto le recinzioni di sicurezza che circondano il Campidoglio, sulla Plaza de Bolivar. Alcuni parlamentari sono stati evacuati a titolo precauzionale. Secondo l'ufficio del difensore civico, che ha pubblicato anche una lista con decine di dispersi, il bilancio di questa settimana di proteste in diverse città della Colombia è di 24 morti, mentre Human Rights Watch ha ricevuto 31 denunce di decessi.
"La sensazione è che questo governo, nonostante sia guidato dal presidente più giovane della storia, insista su idee obsolete, superate, di seconda mano," dice Jennifer Pedraza, 25 anni, rappresentante studentesca dell'Università Nazionale e membro del Comitato per lo sciopero, organo che riunisce le varie organizzazioni promotrici delle manifestazioni. Annuncia che, nonostante la riforma tributaria sia stata ritirata, la mobilitazione continuerà fino a quando l'esecutivo non garantirà il diritto costituzionale alla protesta e non demilitarizzerà le città. "Uscire a manifestare con questo governo è un'attività ad alto rischio," si lamenta. La popolazione colombiana in generale e i giovani in particolare, assicura, si aspettano un cambiamento. "Anni di governi repressivi e con un approccio economico molto rigido, invece di rendere la vita più facile alle nuove generazioni l'hanno resa molto più difficile".
I giovani sono uniti dal disincanto, dal rifiuto della classe politica e da un profondo malessere nei confronti del governo. I protagonisti dell'ondata di proteste che ha scosso il paese alla fine del 2019 erano gli studenti delle università pubbliche e private. Con la loro azione collettiva "hanno ottenuto un risultato titanico in un paese in cui la norma sono cinismo e scetticismo, sono riusciti a ispirarci," scrive la politologa e internazionalista Sandra Borda in Parar para avanzar, il suo libro sul movimento studentesco. Questa nuova ondata di proteste però è diversa.
La pandemia e i lockdown hanno fatto aumentare le disuguaglianze e hanno reso più difficile l'accesso all'istruzione, alla salute e persino al cibo, rendendo anche meno controllabili le proteste sociali.
Sono manifestazioni più spontanee ed emotive, che sfuggono al controllo delle organizzazioni sindacali o studentesche e potenzialmente, come si è visto negli ultimi giorni in città come Bogotá o Cali, più violente. Molti di questi giovani non sono integrati nel sistema educativo né in quello lavorativo. Le loro famiglie sono emarginate e prive di reti di appoggio.
"Sono manifestazioni per la sopravvivenza. Si tratta di giovani molto più al limite, che provengono da quartieri nei quali il rapporto con la forza pubblica è pessimo," aggiunge Borda. Il dialogo proposto dall'esecutivo di Duque presenta problemi che agli occhi di questi giovani sono difficili da superare, in primis la repressione attuata dalle forze di sicurezza. "Non puoi chiedere alle stesse persone che uccidi per le strade di sedersi intorno a un tavolo. C'è un problema di credibilità enorme".
di Francesca Caferri
La Repubblica, 13 maggio 2021
L'intervista allo scrittore: "La violenza fra arabi israeliani ed ebrei è orribile: spezza ogni idea di coesistenza, la speranza di vivere l'uno accanto all'altro". Ansia. Delusione. Amarezza. E anche paura: c'è tutto questo nella voce di David Grossman, uno dei maggiori scrittori israeliani contemporanei, quando risponde al telefono dalla sua casa non lontano da Gerusalemme. "Abbiamo avuto quattro esplosioni abbastanza vicine da sentirle con chiarezza. Vicinissime a luoghi dove ci sono mio figlio, mia nipote, alcuni amici. Ho 67 anni e ho vissuto diverse situazioni estreme: ma questa è una delle peggiori".
Grossman, lei è un attento osservatore della realtà del suo Paese: riesce a spiegarci come ha fatto la situazione a precipitare tanto in fretta?
"Se guarda alle operazioni militari a cui abbiamo assistito dal 2006 ad oggi, sono tutte nate in fretta. È un accumularsi di minacce, rabbia, frustrazione: a un certo punto scoppia e ci troviamo improvvisamente nel mezzo di un'operazione militare. O di una vera guerra. La spiegazione è logica, ma non basta per smettere di chiedersi come sia possibile che dopo tutti questi anni siamo ancora prigionieri di questo circolo vizioso, senza che si intraveda una via d'uscita".
Questa volta però c'è un elemento diverso: gli scontri fra cittadini arabi israeliani e cittadini ebrei israeliani sono a un livello mai raggiunto prima...
"È una situazione estremamente pericolosa: quando parliamo di arabi israeliani, parliamo di un quinto della popolazione israeliana. Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato nazione degli ebrei e che fa degli arabi quasi cittadini di serie B. O al bilancio dello Stato, che non stanzia mai per queste comunità fondi sufficienti per combattere criminalità e violenza: magari perché fa comodo a molti che la comunità araba sia afflitta da questi problemi. E poi ci sono eventi come la marcia che celebra il Giorno di Gerusalemme, in cui i partecipanti danzano con bandiere di Israele dentro la Città vecchia: è come se facessimo qualunque cosa possibile per provocare i palestinesi e dimostrare loro quanto siamo forti noi e quanto sono deboli loro. Lunedì scorso Benjamin Netanyahu ha ordinato di cancellare la marcia solo all'ultimo minuto: ma l'incendio era già acceso e le scintille si sono diffuse. Hamas le ha colte come pretesto per dichiararsi protettore di Gerusalemme e ha appiccato il fuoco. È una violenza orribile quella di cui mi chiede perché spezza ogni idea di coesistenza, il sottile filo che si era creato negli anni e che faceva pensare che gradualmente saremmo riusciti a vivere l'uno accanto all'altro. Per la prima volta dopo le ultime elezioni un partito arabo era nella posizione di poter influenzare la scelta su chi sarebbe stato primo ministro. Un segnale importante, ma non è bastato".
Perché? In fondo, il successo del partito islamista Raam è stato il vero elemento di novità dell'ultimo voto...
"Dobbiamo guardare al fenomeno globale. E il fenomeno globale ci dice che, dopo 73 anni dalla creazione dello Stato di Israele, la maggioranza ebraica ha generosamente concesso a un partito arabo-israeliano di giocare un ruolo nella costituzione di una coalizione. È una cosa ridicola: ci abbiamo messo 73 anni a legittimare i nostri concittadini. E non è neanche una posizione condivisa da tutti: quante volte in questi mesi abbiamo sentito le parole: "Mai con l'appoggio degli arabi". Ora chiunque abbia aperto alla possibilità di collaborare con loro è accusato di essere un traditore".
Questa posizione però è il risultato anche di anni di assenza di dibattito pubblico: la soluzione dei due Stati è tramontata, ma al suo posto non si è affermata un'idea alternativa. Il dibattito fra i due lati si è fermato, è come se anche chi come lei per anni ha parlato di pace avesse perso la speranza: è così?
"Abbiamo parlato per decenni con i palestinesi e non siamo arrivati da nessuna parte. Chi per anni ha sostenuto il dialogo è stato delegittimato dall'assenza di risultati e oggi è visto come una sorta di traditore. Da entrambi i lati, crescono solo gli elementi più violenti ed estremisti. Si nutrono l'uno dell'altro: ogni volta che c'è un conflitto lo usano per legittimare le loro posizioni estremiste".
Ha visto tante crisi simili, come crede che finirà questa?
"Per esaurimento, come sempre. Uno dei due lati a un certo punto non ce la farà più e inizierà una mediazione: bisognerà solo vedere quante persone moriranno nel frattempo. In una situazione che sarebbe potuto essere prevenuta".
All'inizio di questa intervista, lei ha parlato di paura: vorrei chiudere chiedendole qual è oggi la sua paura maggiore...
"È facile risponderle. Vedo il fragile equilibrio su cui si basa la società israeliana a rischio oggi: e so che se non riusciremo ad arrivare a uno Stato in cui le due comunità si sentiranno a casa, perfettamente uguali, e potranno contare sul fatto che le loro vite hanno lo stesso peso sulla bilancia, avremo perso tutti. Solo se la minoranza arabo- israeliana si sentirà protetta e la maggioranza di religione ebraica non minacciata, ci sarà la possibilità di creare qualcosa di valore e si ridurrà lo spazio per la violenza. Da entrambe le parti. È il mio sogno, la mia speranza, e oggi il mio timore maggiore è che si spezzi".
Ristretti Orizzonti, 12 maggio 2021
Ai responsabili dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione e sensibilizzazione dal carcere e dall'area penale esterna: ci incontriamo in videoconferenza il 13 maggio alle 15.30. Segnalando l'adesione all'iniziativa alla mail
di Sarah Grieco
Il Manifesto, 12 maggio 2021
Un Ordinamento penitenziario senza luoghi, tempi e spazi adeguati a garantire il mantenimento di relazioni affettive significative, oltre a produrre i suoi effetti nei confronti dei familiari, spesso "vittime dimenticate", rischia di compromettere la salute psico-fisica dei detenuti.
I contatti con il mondo esterno, attraverso i rapporti con famiglia e la tutela degli affetti, rappresentano il "biglietto da visita" di un ordinamento penitenziario che persegua l'obiettivo del reinserimento sociale del detenuto. Questi lunghi mesi di pandemia nelle carceri italiane sono stati segnati da bisogni insoddisfatti, mancanza di contatto umano, privazione dei più elementari gesti di intimità, come poter stringere una mano o prendere sulle ginocchia il proprio figlio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 maggio 2021
La Consulta ha ribadito che è incostituzionale la preclusione assoluta della liberazione condizionale per chi è all'ergastolo ostativo e non collabora. La preclusione assoluta della liberazione condizionale per chi non collabora con la giustizia è incostituzionale, ma essendo una misura decisamente ben diversa dal permesso premio (poche ore l'anno di "libera uscita"), dovrà pensarci il Parlamento a varare una legge che modifichi l'ergastolo ostativo. Il motivo? Un intervento meramente "demolitorio" della Consulta, potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 maggio 2021
Rita Bernardini racconta l'incontro avuto con la guardasigilli e con la delegazione composta dall'esponente Radicale, da Luigi Manconi e da Sandro Veronesi. "La ministra Marta Cartabia ha manifestato la convinzione che la priorità è la diminuzione della popolazione detenuta e che, per quanto l'edilizia penitenziaria, i soldi vanno indirizzati per ristrutturare le carceri e non costruirne di nuove". Così Rita Bernardini spiega a Il Dubbio l'incontro, durato più di un'ora, avuto con la guardasigilli con la delegazione composta dall'esponente radicale, dall'ex senatore Luigi Manconi e dallo scrittore Sandro Veronesi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2021
Depositate le motivazioni della Corte costituzionale, ordinanza n. 97 di oggi. Un anno al Parlamento per individuare le alternative. Prossima udienza di discussione il 10 maggio 2022.
La collaborazione con la giustizia "certamente mantiene il proprio positivo valore, riconosciuto dalla legislazione premiale vigente" e non è irragionevole presumere che l'ergastolano non collaborante mantenga vivi i legami con l'organizzazione criminale di appartenenza. Tuttavia, l'incompatibilità con la Costituzione si manifesta nel carattere assoluto di questa presunzione poiché, allo stato, la collaborazione con la giustizia è l'unica strada a disposizione dell'ergastolano ostativo per accedere al procedimento che potrebbe portarlo alla liberazione condizionale.
"La collaborazione con la giustizia non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento: la condotta di collaborazione ben può essere frutto di mere valutazioni utilitaristiche in vista dei vantaggi che la legge vi connette, e non anche segno di effettiva risocializzazione, così come, di converso, la scelta di non collaborare può esser determinata da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali".
È quanto si legge nella motivazione dell'ordinanza n. 97 (redattore Nicolò Zanon) depositata oggi, con cui la Corte costituzionale ha stabilito che spetta, però, al Parlamento, in prima battuta, modificare questo aspetto della disciplina relativa al cd. "ergastolo ostativo".
Un intervento meramente "demolitorio" della Corte, infatti, potrebbe produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il fenomeno della criminalità mafiosa. Appartiene invece alla discrezionalità legislativa decidere quali ulteriori scelte possono accompagnare l'eliminazione della collaborazione quale unico strumento per accedere alla liberazione condizionale. Fra queste scelte "potrebbe, ad esempio, annoverarsi la emersione delle specifiche ragioni della mancata collaborazione, ovvero l'introduzione di prescrizioni peculiari che governino il periodo di libertà vigilata del soggetto in questione".
Perciò la Corte ha ritenuto necessario rinviare il giudizio e fissare una nuova discussione alla data del 10 maggio 2022, così da garantire al legislatore il tempo necessario per affrontare la materia. Le norme censurate dalla Cassazione e portate all'esame della Consulta stabiliscono che i condannati all'ergastolo per reati di contesto mafioso, se non collaborano utilmente con la giustizia non possono essere ammessi al beneficio della cd. liberazione condizionale, che consiste in un periodo di libertà vigilata, a conclusione del quale, solo in caso di comportamento corretto, consegue l'estinzione della pena e la definitiva restituzione alla libertà.
Possono invece accedere a tale beneficio, dopo aver scontato almeno 26 anni di carcere, tutti gli altri condannati alla pena perpetua, compresi quelli per delitti connessi all'attività di associazioni mafiose, i quali abbiano collaborato utilmente con la giustizia. L'ordinanza della Consulta spiega, innanzitutto, che, in base alla costante giurisprudenza costituzionale, è proprio l'effettiva possibilità di conseguire la libertà condizionale a rendere compatibile la pena perpetua con la Costituzione; se questa possibilità fosse preclusa in via assoluta, l'ergastolo sarebbe invece in contrasto con la finalità rieducativa della pena (articolo 27, terzo comma, Costituzione).
La vigente disciplina "ostativa" mette però in tensione questo principio. Da una parte eleva l'utile collaborazione con la giustizia a presupposto indefettibile per l'accesso alla liberazione condizionale, dall'altra sancisce, a carico dell'ergastolano non collaborante, una presunzione assoluta di perdurante pericolosità. Assoluta appunto perché non superabile da altro se non dalla collaborazione stessa, e che non consente in radice l'accesso a nessun beneficio.
La Corte ha spiegato che questa presunzione non è, in sé stessa, in contrasto con la Costituzione. Infatti, "l'appartenenza a una associazione di stampo mafioso implica, di regola, un'adesione stabile a un sodalizio criminoso, fortemente radicato nel territorio, caratterizzato da una fitta rete di collegamenti personali, dotato di particolare forza intimidatrice e capace di protrarsi nel tempo". È quindi "ben possibile che il vincolo associativo permanga inalterato anche in esito a lunghe carcerazioni, proprio per le caratteristiche del sodalizio criminale in questione, finché il soggetto non compia una scelta di radicale distacco, come quella che generalmente viene espressa dalla collaborazione con la giustizia".
L 'incompatibilità con la Costituzione deriva dal carattere assoluto della presunzione, che fa della collaborazione con la giustizia l'unica strada a disposizione dell'ergastolano per accedere alla valutazione della magistratura di sorveglianza da cui dipende la sua restituzione alla libertà.
Tra l'altro, può essere dubbio che la collaborazione sia frutto di una scelta sempre libera. Non sono in discussione "il rilievo e l'utilità della collaborazione, intesa come libera e meditata decisione di dimostrare l'avvenuta rottura con l'ambiente criminale", ma l'ordinanza sottolinea che l'attuale disciplina prefigura una sorta di "scambio" tra informazioni utili a fini investigativi e conseguente possibilità di accedere ai benefici penitenziari. Per l'ergastolano ostativo che aspira alla libertà condizionale, questo scambio può assumere una portata drammatica allorché lo obbliga a scegliere tra la possibilità di riacquisire la libertà e il suo contrario, cioè un destino di reclusione senza fine.
"In casi limite - scrive la Corte - può trattarsi di una "scelta tragica": tra la propria (eventuale) libertà, che può tuttavia comportare rischi per la sicurezza dei propri cari, e la rinuncia a essa, per preservarli da pericoli". Allo stato attuale della legislazione, la Corte ha comunque ritenuto che un proprio intervento meramente "demolitorio" potrebbe comportare effetti disarmonici sulla complessiva disciplina vigente, compromettendo "le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva che essa persegue per contrastare il pervasivo e radicato fenomeno della criminalità mafiosa". Nel ribadire, come ricordato, che l'intervento di modifica di questi essenziali aspetti deve essere, in prima battuta, oggetto di una più complessiva, ponderata e coordinata valutazione legislativa, la Corte ha concluso che "esigenze di collaborazione istituzionale" impongono di disporre il rinvio del giudizio in corso e di fissare una nuova discussione delle questioni di legittimità costituzionale in esame, alla data del 10 maggio 2022, dando così al Parlamento un congruo tempo per affrontare la materia.
di Liana Milella
La Repubblica, 12 maggio 2021
Nell'ordinanza del giudice Nicolò Zanon le ragioni che hanno spinto la Corte costituzionale a dare un anno di tempo al Parlamento per rivedere le norme sulla possibilità di concedere la liberazione condizionale ai condannati per mafia che non collaborano.
di Natascia Grbic
fanpage.it, 12 maggio 2021
Intervista a Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e presidente di Magistratura democratica, in merito alla recente sentenza della Corte d'Assise che ha condannato all'ergastolo i due imputati nel processo per l'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. "Dobbiamo aspettare di leggere le motivazioni, ma simbolicamente c'è un disinvestimento sulla funzione rieducativa della pena".
"L'unica certezza della pena accettabile per Costituzione è che questa, una volta finita, abbia rieducato la persona, che torna quindi a vivere in società senza commettere reati. Dobbiamo certamente attendere le motivazioni della sentenza e capire perché sia stato erogato l'ergastolo, ma se trent'anni non sono una pena sufficiente per due ventenni, anche a fronte di un delitto di inaudita gravità, mi chiedo davvero cosa sia necessario fare". A parlare ai microfoni di Fanpage.it è Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e presidente di Magistratura democratica. Il commento è relativo alla sentenza emanata dalla Corte d'Assise nei confronti di Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, i due turisti americani condannati all'ergastolo per l'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Si tratta del massimo della pena prevista dall'ordinamento giuridico italiano - la cui costituzionalità è da tempo dibattuta - e che raramente si vede emanata nei confronti di soggetti così giovani. "Credo che a livello simbolico questa sentenza segni un disinvestimento dal principio di rieducazione - continua De Vito - perché se pensiamo che queste persone che ora hanno vent'anni non possano cambiare dopo trent'anni di carcere, vuol dire che abbiamo smesso di investire sulla principale funzione della pena, che è quella di risocializzare la persona".
Omicidio Cerciello: "Rieducazione per imputati dovrebbe essere maggiore" - Sin dall'inizio del processo l'ergastolo per i due americani è stato chiesto a gran voce da moltissime persone. Il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega aveva solo 35 anni quando è stato ucciso, era in servizio e disarmato. Il ragazzo che ha materialmente sferrato le coltellate, Finnegan Lee Elder, era uscito dall'albergo con una lama lunga 16 centimetri, e lo ha colpito undici volte, scappando e lasciandolo esanime in terra. Con l'amico Gabriel Natale Hjorth (condannato anche lui all'ergastolo) era uscito per cercare la cocaina. Non solo: aveva anche ricattato un uomo per avere la droga, dandogli appuntamento per la restituzione dello zaino.
Un omicidio odioso che ha sconvolto l'opinione pubblica, con l'ergastolo visto come la giusta pena da dare ai due ragazzi. Loro si sono sempre difesi dicendo che non sapevano che Cerciello e Varriale fossero carabinieri, e di aver pensato di essere stati attaccati da due pusher. Il legale di Elder ha invocato la legittima difesa, parlando nel processo anche dei disturbi mentali del suo assistito, che poco tempo prima aveva tentato il suicidio.
Gli avvocati di Hjorth hanno invece sempre puntato sull'innocenza del ragazzo, che si trovava con l'amico ma non ha colpito il carabiniere, ingaggiando invece una colluttazione col suo collega. "So già che molti ora diranno che le mie sono parole da magistrato buonista - specifica De Vito - ma se siamo rassegnati a commenti di questo tipo vuol dire che non siamo in grado di capire che una pena di trent'anni è lunga, enorme e impegnativa per un essere umano, soprattutto in un periodo al limite della vigenza del processo minorile. Dobbiamo ricordare che stiamo parlando di personalità non ancora strutturate, dove la rieducazione dovrebbe essere maggiore".
Il dibattito sulla costituzionalità dell'ergastolo - Come anticipato, in giurisprudenza vige da tempo un dibattito sulla legittimità o meno dell'ergastolo.
"La stessa Corte Costituzionale ha detto più volte che non è una pena conforme alla funziona rieducativa della pena, ma lo diventa nel momento in cui c'è la possibilità di applicare la libertà condizionale dopo 26 anni. Se però andiamo a vedere i numeri delle liberazioni, sono scarsissimi. Non c'è bisogno di essere ergastolani ostativi, anche per i cosiddetti 'delitti comuni' è difficile da ottenere. Lo scorso anno il Garante nazionale dei detenuti ha evidenziato solo quattro liberazioni in tutta Italia. Questo, e il fatto che si sia erogata una pena su cui c'è grande dibattito, fa attendere con ancora più ansia l'uscita delle motivazioni della sentenza".
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