di Giampaolo Cirronis
sardegnaierioggidomani.com, 20 giugno 2021
Potrà essere visitata dal 24 giugno al 3 luglio, dalle 19.00 alle 22.30, nella Torre di Sulis ad Alghero, la mostra fotografica "Luci oltre le sbarre" del fotografo e documentarista Fabian Volti, patrocinata dalla Fondazione Meta. Si tratta della prima parte di un progetto di documentazione intrapreso da Volti nei luoghi della detenzione in disuso in Sardegna. Il primo "capitolo" è appunto il carcere di San Sebastiano, costruito negli ultimi decenni dell'Ottocento e dismesso nel 2013, quando tutti i detenuti sono stati trasferiti nella nuova casa circondariale di Bancali.
Da visitare, sicuramente, la sezione Nelle Viscere degli Inferi, a cura del collettivo s'Idea Libera di Sassari: stralci di lettere tratti dalla corrispondenza portata avanti con prigionieri delle carceri sarde, un progetto nato con la Biblioteca dell'Evasione, con l'obiettivo di creare un rapporto di scambio con i detenuti. Il catalogo contiene inoltre interventi di Daniele Pulino, referente territoriale in Sardegna dell'associazione Antigone e di Alvise Sbraccia, coordinatore del comitato scientifico di Antigone, e un contributo dell'architetto Roberto Acciaro sul carcere panottico di San Sebastiano.
di Valter Vecellio
Italia Oggi, 19 giugno 2021
Il ministro Franco non può darli alla Commissione giustizia della Camera perché non ce li ha. Si ha un bel dire: "Male non fare, paura non avere". Impossibile non esser preda di inquietudine quando si apprende che il ministro dell'economia Daniele Franco non può fornire alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati i dati relativi alle ordinanze di ingiusta detenzione degli ultimi anni. È un inviolabile segreto di Stato? La conoscenza di questa documentazione mette a repentaglio l'incolumità di qualcuno, pregiudica l'esito di importanti indagini?
agenparl.eu, 19 giugno 2021
"Gli operatori dedicati all'assistenza ai detenuti sono in tutto 1600, a fronte di un'utenza di 15 mila persone: un numero palesemente insufficiente per un ruolo divenuto sempre più complesso". Così il Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto intervenendo al webinar "Giustizia e servizio sociale. Quale Italia dopo il Pnrr?", promosso dal Consiglio Nazionale Ordine degli Assistenti Sociali. "La complessità di una realtà in costante evoluzione - ha proseguito - impone di intraprendere un percorso di formazione continua che consenta all'assistente sociale a contatto con i detenuti un aggiornamento costante. Ed è parimenti necessario individuare dei fondi, ove possibile all'interno del Pnrr, per il potenziamento del ruolo. Garantire piena assistenza sociale ai detenuti - ha concluso - è indispensabile per massimizzare il valore rieducativo della pena sul quale il governo sta investendo con primaria attenzione".
di Luca Cereda
Vita, 19 giugno 2021
Nell'anno della pandemia i detenuti impiegati da aziende esterne all'amministrazione penitenziaria sono passati da circa 2mila a 1.200. Un crollo del 40% che avrà gravi ripercussioni sui tassi di recidiva. "In carcere non c'è solo l'articolo 27: certo, c'è quello che parla del compito rieducativo della pena in carcere, ma all'interno dei penitenziari vigono tutti gli articoli della Costituzione. Compreso il primo, per cui l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro", spiega Nicola Boscoletto, presidente e fondatore della cooperativa sociale Giotto che opera nel carcere di Padova.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Davide Varì, il direttore del Dubbio, si chiedeva giustamente qualche giorno fa se e cosa stesse sotto o dietro l'offensiva scatenata dal Fatto Quotidiano contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia per una misteriosa lettera speditole dall'ergastolano e stragista di mafia Giuseppe Graviano.
Come se, quasi attraverso la breccia aperta dalla stessa Cartabia alla Corte Costituzionale con una sentenza di allentamento, diciamo così, del cosiddetto ergastolo ostativo, ci fosse aria, puzza e non so cos'altro di una nuova trattativa fra lo Stato e la mafia, dopo quella su cui si sta svolgendo il processo d'appello a Palermo.
Dal quale peraltro la pubblica accusa teme tanto di uscire male che ha preso l'assai singolare iniziativa di contestare la sentenza definitiva di assoluzione emessa dalla Corte di Cassazione, a proposito di quella stessa trattativa, nei riguardi dell'ex ministro democristiano Calogero Mannino. Dalle cui preoccupazioni o sollecitazioni, essendo stato minacciato di morte dalla mafia, sarebbe partito il negoziato del biennio 1992- 93, finalizzato a scongiurare o contenere la stagione delle stragi mafiose.
Una risposta alla curiosità, chiamiamola così, del direttore del Dubbio l'ho intravista in un passaggio dell'ennesimo editoriale dedicato a un'altra donna delle istituzioni e della politica presa di mira dal Fatto Quotidiano. Che è la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati Alberti, seconda carica dello Stato essendo costituzionalmente titolare della supplenza in caso di impedimento del presidente della Repubblica.
Già non gradita di suo per la provenienza o appartenenza politica al mondo berlusconiano di Forza Italia e, più in generale, del centrodestra di qualsiasi trazione possibile o immaginabile, per non parlare della passata esperienza di consigliere superiore della magistratura, per la quale nelle cronache giudiziarie del Fatto Quotidiano si è più volte cercato di coinvolgerla nel cosiddetto e pur successivo affare Palamara; già sgradita di suo, dicevo, la presidente del Senato è ora diventata agli occhi di Travaglio le peggiore candidata al Quirinale. L'" ideale" - ha egli scritto sarcasticamente - per "la metamorfosi" imposta al Festival dei due Mondi di Spoleto in "festival dei due Casellati grazie alla contemporanea presenza dei due rampolli", maschio e femmina, Alvise e Ludovica, l'uno alle prese con la musica e l'altra con le attività promozionali.
"Chi può meglio simboleggiare la festosa Restaurazione italiana?", ha chiesto Travaglio dicendo che "non manca nulla" alla presidente Casellati: "il vitalizio extralarge che ingloba anche il periodo in cui fece danni al Consiglio Superiore della Magistratura, seguito per par condicio dalla restituzione degli assegni ai senatori pregiudicati, i voli di Stato per qualunque spostamento anche minimo (un giorno il suo parrucchiere se la vedrà atterrare sul tetto) e la prestigiosa ascesa sociale dei due figli, di pari passo alla sua". E così via recriminando.
Con la Cartabia la polemica nei giorni scorsi è stata meno personale e tranchant ma ugualmente riconducibile, secondo me, alla paura di certi ambienti politici affini alla linea del Fatto di una candidatura della prestigiosa guardasigilli al Quirinale per una successione di genere, diciamo così, al presidente in scadenza della Repubblica.
Di genere, perché comporterebbe l'arrivo della prima donna al vertice dello Stato. E, in quanto tale, potrebbe essere facilitata paradossalmente dalle enormi difficoltà di trovare una soluzione tutta politica sia per la frantumazione dei partiti, e dei rapporti fra di loro, al di là e contro i confini pur larghi della maggioranza di emergenza formatasi attorno al governo Draghi, sia per le circostanze istituzionalmente eccezionali in cui sta maturando la corsa al Quirinale. Che si concluderà come sempre in una volata parlamentare, ma stavolta in un Parlamento sostanzialmente delegittimato dalla riforma tanto voluta dai grillini, e concessa loro prima dai leghisti e poi anche dal Pd.
La riduzione di più di un terzo dei seggi parlamentari sconvolgerà le nuove Camere, da rinnovare massimo l'anno dopo le elezioni presidenziali. E ciò in un equilibrio, o squilibrio, di forze scontatamente diverso da quello già molto anomalo uscito dalle urne nel 2018. Risulterà per forza di cose offuscata o quanto meno ridotta, sotto la crosta di una Costituzione indifferente a questo problema, la rappresentatività politica del capo dello Stato destinato a succedere a Mattarella. A meno che quest'ultimo non ci sorprenda con una scelta generosa, che sarebbe quella di accettare una rielezione sostanzialmente a termine per lasciare in pratica la scelta del successore alle nuove Camere.
Se una soluzione di genere, ripeto, dovesse invece far superare l'incrocio garantendo stabilmente al Quirinale, per sette anni, una donna fra le due oggi meglio piazzate nella corsa, ci sarebbe da immaginare la preoccupazione o lo sconcerto di un certo giustizialismo penale e persino culturale. Che avrebbe motivo di temere, per esempio, una resistenza sia della Casellati sia della Cartabia alla promulgazione di leggi o norme anomale, e a rischio serio di incostituzionalità, come quella imposta dai grillini all'epoca della loro alleanza con i leghisti sulla cosiddetta prescrizione breve. Con le due donne suonerebbe davvero al Quirinale tutt'altra musica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Chiesta l'archiviazione nell'ambito dell'indagine per abuso d'ufficio aperta a carico della dirigente del Dap Caterina Malagoli, direttrice dell'Ufficio Alta sicurezza del Dipartimento penitenziario, per l'isolamento cui era stato sottoposto Cesare Battisti. L'indagine era nata su richiesta dei difensori dell'ex leader dei Pac, proletari armati per il comunismo, secondo i quali il regime d'isolamento disposto nel carcere di Massama (Oristano) era illegittimo. Ora gli stessi legali si oppongono alla richiesta d'archiviazione.
di Giulia Merlo
Il Domani, 19 giugno 2021
Battisti è in sciopero della fame e sta scontando la pena nel carcere di Rossano in cui sono detenuti solo jihadisti ed è in isolamento di fatto da 27 mesi, "dei quali gli ultimi otto senza mai espormi alla luce solare diretta", ha scritto in una lettera. Cesare Battisti, ex leader dei Pac, dal 2 giugno è in sciopero della fame e ha interrotto le terapie mediche a cui è sottoposto: è dimagrito di 9 chili e le sue condizioni di salute, già non ottimali al momento dell'arresto, stanno peggiorando, hanno detto i suoi legali.
di Gian Domenico Caiazza
Il Domani, 19 giugno 2021
Nulla accade per caso. Se a Verbania un Gip, indifferente come un giudice deve essere alle emozioni ed allo sdegno, smentisce il pubblico ministero, negli stessi giorni nei quali a Milano un tribunale, nel motivare una clamorosa assoluzione, accusa i pm nientedimeno che di avere occultato prove decisive della non colpevolezza degli imputati, beh state certi che qualcosa sta accadendo.
Ovviamente molto origina dalla esplosione del cosiddetto "caso Palamara", cioè dal disvelamento pubblico di un sistema da tempo ben noto a tutti noi addetti ai lavori. Tra le tante nefandezze disvelate, una è a mio avviso la più deflagrante, anche se la meno considerata nei commenti e nei dibattiti non sempre utili: nella magistratura italiana, il giudice non conta nulla.
Ohibò, il giudice? Cioè quello che pronuncia la sentenza? Quello che dice: colpevole o innocente? Sissignore, proprio lui. Chi opera, trastulla con la politica la sera negli alberghi o nei ristoranti, decide ciò che va fatto e ciò che non, disegna mappe di potere giudiziario e ministeriale, sceglie le indagini da fare e ne determina o condiziona l'esito, sono i Pubblici Ministeri. Vale a dire scarso il 20% dell'intera magistratura italiana. Tu giudice vuoi fare la tua bella carriera, anche a prescindere dal merito? Da me devi passare, e saprai essermene grato.
L'anomalia italiana - Ecco, magari la magistratura giudicante italiana sta lentamente e perfino inconsapevolmente prendendo coscienza di questa abnorme anomalia italica, che ha impancato il pubblico ministero sullo scranno del giudice. Le ordinanze di custodia cautelare, per dire, le decide un Gip, perché il pm può solo rispettosamente chiederle, spiegando anche molto bene perché. Ma nella narrazione quotidiana, le retate sono dei Gratteri, dei De Pasquale, insomma dei pm. I Gip spesso non meritano nemmeno una fugace citazione. E se è così, deve esserci qualcosa di vero, giusto? Per dire: quante volte un Gip avrà detto no ad una richiesta di intercettazione, o di misura cautelare, del dottor Gratteri, per restare nell'esempio? Non lo sapremo mai, statene certi, altrimenti accettare scommesse sarebbe talmente facile da essere vietato. Quindi, è ben vero che gutta cavat lapidem, ma insomma un bel terremoto aiuta. Ed allora, forse è venuto il momento di parlarne sul serio, di separazione delle carriere, nel solo modo che abbia senso: riforma costituzionale dell'ordinamento giudiziario. Due concorsi separati, due Csm separati, due scuole di formazione separate. Pm e giudice ognuno per la sua strada, ma soprattutto pm a rispettosa distanza dal Giudice.
La commissione Luciani - O davvero pensiamo che la magistratura italiana possa uscire da una crisi di queste rovinose dimensioni, con i pannicelli caldi della Commissione Luciani? Qualche banalità sulle "porte girevoli", qualche inutile diavoleria nel sistema elettorale, qualche timido e del tutto inadeguato ripensamento sui giudizi di professionalità, gli avvocati che parlano ma non votano nei Consigli giudiziari, nulla sui fuori ruolo. Ed è davvero incredibile che una simile, disarmante prospettiva di riforma sia stata concordata e condivisa dalla Commissione Luciani con la sola Anm. Quella stessa Anm che arranca -confusa, lacerata e delegittimata- tra quei marosi che non riesce a governare, pretende ed ottiene di scrivere la riforma della magistratura a quattro mani con la Commissione Ministeriale, senza "estranei" a disturbare!
Occorre allora che la politica rialzi la testa, e dimostri di saper essere all'altezza delle urgenti necessità del Paese. Una democrazia senza una magistratura forte e credibile è un'anatra zoppa. Ma ora basta con l'equivoco che tragicamente confonde la forza, l'indipendenza e l'autorevolezza della magistratura con l'intangibile ed inattaccabile strapotere delle procure. Il Paese ha bisogno di un giudice forte, non di un pm intoccabile, padre padrone della giurisdizione. Un giudice forte significa un giudice che goda della incondizionata fiducia dei cittadini, i quali hanno bisogno di essere certi che egli decida senza alcuna forma di condizionamento, tanto della politica quanto degli uffici di procura. Un Giudice terzo, realmente equidistante dalle parti processuali, dunque necessariamente estraneo all'ordinamento giudiziario dei pubblici ministeri, come lo è rispetto alla professione ed all'ordine forense. La strada è chiara, e lo ha ripetuto Giovanni Maria Flick: la riforma costituzionale della giustizia. Non ci sono illusorie scorciatoie alternative. Ben vengano i sondaggi degli umori popolari, ma sia chiaro che nessuna separazione delle carriere potrà mai gemmare da un referendum abrogativo di qualche marginale norma dell'ordinamento giudiziario. Ben 75mila cittadini hanno firmato la proposta di legge costituzionale per la separazione delle carriere proposta dall'Unione delle Camere Penali Italiane, ora ferma in Commissione Affari Costituzionali della Camera. È giunta l'ora di farla ripartire.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 giugno 2021
Il messaggio di Cartabia ai magistrati. Alla vigilia delle riforme, commemorando il giudice Livatino proclamato beato, la ministra richiama le toghe ai propri doveri. Alla vigilia delle riforme sulla giustizia la Guardasigilli Marta Cartabia manda alle toghe un messaggio inequivocabile: "Possiamo discutere su ogni riforma possibile, e lo stiamo facendo. E lo faremo. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli, potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice".
Sceglie un parterre particolarmente significativo la ministra per fissare l'equazione su nuove leggi sì, ma esse non servono se la spina dorsale di ciascun giudice non sta diritta da sola. E anche la sede non è certo ininfluente, il ricordo che l'Associazione nazionale magistrati dedica a Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla stidda e proclamato beato.
L'esempio di come una toga debba vivere con "dignità e onore", come dice la Costituzione. Ma sono parole che fanno riflettere quelle che Marta Cartabia pronuncia davanti ai massimi vertici della Cassazione e ai magistrati dell'Anm. Eccola lodare l'esempio di Livatino, un "modello di magistrato senza tempo con la sua vita e la sua professionalità, prima ancora che con il suo supremo sacrificio, quando il 21 settembre 1990 fu ucciso ad Agrigento".
Pesano, e sono assai significative, le considerazioni della ministra perché guardano a ieri, al modello Livatino, per indicare una strada alle toghe di oggi. Lui era "un testimone di giustizia per il suo quotidiano impegno di essere e apparire, 'semprè, un magistrato degno della toga che indossava". Pesano le virgolette nel testo scritto di Cartabia, quelle che incorniciano non solo il passaggio sul "magistrato degno", ma anche le virgolette apposta prima e dopo quel "sempre". L'indicazione di uno stile di vita individuale, sempre e comunque, nel lavoro come nella vita privata, che nessuna legge può imporre, ma che ogni toga deve rispettare se decide di indirizzarsi verso questa professione.
Cartabia cita l'articolo 54 della Costituzione, laddove c'è la disposizione che lei considera "troppo spesso ignorata, dimenticata, trascurata". La legge integralmente: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento". E chiosa: "Disciplina e onore: nella professione e nella vita" e torna all'esempio di Livatino: "La preoccupazione dominante in lui, giorno per giorno, ora per ora, fu quello di 'essere degno' della delicatissima funzione del giudicare che aveva accettato di svolgere".
Cartabia cita Papa Francesco, la frase sull'essere "degno di giudicare non per condannare ma per redimere" pronunciata proprio durante la beatificazione di Livatino. La ministra torna ancora al suo esempio: "L'indipendenza del giudice è nella credibilità che il giudice riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni e in ogni momento della sua attività". E alle toghe adesso Cartabia invia un chiaro messaggio: "Soppesiamo ogni parola: indipendenza, credibilità, travaglio". Parole che secondo la ministra della Giustizia possono essere "una traccia per ripartire". Da uno stile di vita, dalla disciplina e dall'onore, a prescindere dalle leggi che saranno cambiate. Non sono le riforme, che pure servono e ci saranno, che fanno il giudice, ma il suo essere individualmente e moralmente un vero giudice.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
"Nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice", dice la guardasigilli. Santalucia: "Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico".
"Le riforme aiuteranno, ma non saranno risolutive se non saranno accompagnate da un rinnovamento dei costumi, da parte di ciascuno, sul piano personale, e da parte dell'intera categoria". Lo sottolinea la ministra della Giustizia Marta Cartabia, nel suo discorso per l'evento in Cassazione organizzato dall'Anm in memoria di Rosario Livatino, il giudice, oggi beato, assassinato dalla mafia nel 1990.
"Possiamo modificare l'organizzazione e i sistemi elettorali dell'organo di autogoverno, possiamo cambiare le regole per le nomine e rafforzare tutte le possibili incompatibilità e i divieti, possiamo rivedere i meccanismi dei giudizi disciplinari: possiamo discutere su ogni riforma possibile, lo stiamo facendo e lo faremo. Ma tutto questo, dobbiamo esserne consapevoli - ha sottolineato Cartabia - potrà al più aiutare a contrastare le patologie, ma nessuna cornice normativa, per quanto innovativa e radicale, potrà di per sé generare quello stile e quella statura che i cittadini si attendono dal giudice".
"In questa stagione storica segnata, non possiamo sottacerlo, da una profonda crisi della magistratura e da una altrettanto profonda e assai preoccupante lacerazione del rapporto di fiducia con i cittadini - "Ministro, come possiamo avere fiducia nella giustizia?" mi sento chiedere in ogni occasione, specie dalle più giovani generazioni - in questa stagione così difficile quelle parole- indipendenza, credibilità, travaglio - consegnateci dal beato giudice Livatino, possono essere una traccia per ripartire, così come la sua breve, riservata e operosa esistenza un punto di riferimento per contrastare lo smarrimento", continua la guardasigilli. "Per ricominciare occorre avere negli occhi un modello positivo", aggiunge.
"L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni; ma l'indipendenza del giudice - scriveva Rosario Livatino - risiede anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari: tuttora consentiti ma rischiosi. E nella rinuncia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza". "Un testamento morale, che riletto oggi diventa una traccia da cui ripartire, per tornare ad essere innanzitutto "credibili", agli occhi di quel popolo, nel cui nome viene amministrata la giustizia", ha concluso.
Santalucia: "Anm attore importante di una ripresa del necessario rigore etico" - "La crisi di credibilità di cui tutti oggi dicono non è solo questione di nuove regole e non chiama in causa soltanto il legislatore, affinché pensi e realizzi riforme che possano arginare il pericolo delle degenerazioni, ormai comunemente appellate come correntizie. È anche, se non soprattutto, una crisi culturale", dice invece il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, nel corso dell'evento. "Su questo terreno, attore importante di una ripresa del necessario rigore etico è proprio l'Anm: una reazione alla capacità diffusiva di comportamenti eticamente discutibili sta anzitutto nella riaffermazione dei valori della professione attraverso l'esempio che proviene da quanti ne hanno saputo essere interpreti straordinariamente fedeli".
Livatino, ha ricordato il presidente dell'Anm, "tratteggiava la figura del magistrato, il profilo del dover essere, come persona seria, equilibrata e responsabile e aggiungeva che il magistrato deve essere 'una persona umana capace di condannare ma anche di capire". Un monito, secondo Santalucia, "di grande importanza: l'accento è non soltanto sulla capacità di essere rigorosi applicatori della legge, con tutto il carico di severità punitiva che a volta essa esprime, ma sull'attitudine alla comprensione dell'uomo che si ha difronte". Per essere "all'altezza di un compito talmente arduo -ha osservato ancora il leader del sindacato delle toghe -occorre però essere indipendenti, realmente indipendenti, e quindi sperimentare l'indipendenza come forma mentale, costume di vita, coscienza di un'entità professionale, per mutuare le parole di una lontana ma attualissima sentenza della Corte costituzionale. Sembrano traguardi irraggiungibili, alla portata appunto di figure eroiche, come quella di Rosario Livatino. A noi per intanto - ha concluso - spetta il compito di non perderli di vista e di non smarrire la direzione che essi tracciano".
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