radiosienatv.it, 11 maggio 2021
"Condotte reiterate, violenze e minacce gravi e sofferenze acute". Pestaggio di un detenuto, depositate oggi le attese motivazioni con cui il giudice Jacopo Rocchi del tribunale di Siena, lo scorso 17 febbraio, ha condannato 10 agenti della Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di Ranza. Sono state depositate il 7 maggio le attese motivazioni con cui il giudice Jacopo Rocchi del tribunale di Siena, lo scorso 17 febbraio, ha condannato 10 agenti della Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di Ranza, col rito abbreviato, per il reato di tortura, in relazione al violento pestaggio di un detenuto tunisino, avvenuto l'11 ottobre 2018 durante un trasferimento di cella. Gli operatori di Polizia furono condannati a pene a salire da 2 anni e 3 mesi fino a 2 anni e 6 mesi e 2 anni e 8 mesi. Gli imputati, oltre che di tortura in concorso, erano accusati sempre in concorso di lesioni aggravate.
La tortura fu riconosciuta come reato autonomo e non come aggravante, una delle prime volte in un processo in Italia: come si legge nel dispositivo del giudice di cui Siena Tv ha avuto visione, questi nel ritenere la sussistenza del reato, spiega che "per la decisione risulti la commissione da parte degli imputati, del delitto di tortura, mediante condotte reiterate, con violenze e minacce gravi che hanno cagionato acute sofferenze fisiche". Il giudice aggiunge che il reato di tortura è oggettivo in quanto presenta ulteriori elementi, "quali il verificabile trauma psichico, la crudeltà degli imputati, e il trattamento inumano e degradante". Il 18 maggio altri 5 agenti andranno di fronte al giudice del dibattimento Ottavio Mosti con le medesime contestazioni.
di Clemente Pistilli
La Repubblica, 11 maggio 2021
"Mi ha promesso che farà indagini sull'istituto". Il caso del 32enne di Pietralata morto nella Casa circondariale di Cassino arriva al ministero. La donna: "Quattro anni senza verità: io non mi arrendo". Mamma Alessandra non vuole rinunciare alla verità sulla morte in carcere del figlio. La cerca instancabilmente da quattro anni. E ieri lo ha detto direttamente alla ministra Marta Cartabia.
Mimmo D'Innocenzo, romano di Pietralata, è deceduto all'età di 32 anni nella casa circondariale di Cassino, il 27 aprile 2017 e, dopo lunghe e tormentate indagini, il sostituto procuratore Roberto Bulgarini Nomi ha chiesto l'archiviazione dell'inchiesta. "Non accetto che si possa archiviare un caso del genere, ci sono persone che devono pagare per quello che hanno fatto.
Mio figlio aveva finito la sua pena e ora deve pagare chi ha sbagliato. Questo lo faccio per mio figlio e per tutti gli altri che sono morti nelle carceri", dichiara Alessandra Pasquire, che dopo aver manifestato la settimana scorsa davanti al Ministero della giustizia ha ora avuto il faccia a faccia con la guardasigilli.
Nell'inchiesta della Procura di Cassino compaiono un detenuto sospettato di aver ceduto sostanze stupefacenti alla vittima, un medico e un'infermiera che gli inquirenti ritengono non abbiano detto la verità su quanto accaduto prima del dramma, testimonianze contrastanti e persino il registro dell'infermeria del carcere sparito, ma per gli inquirenti si tratta di tanti indizi che non fanno una prova. Mimmo D'Innocenzo, finito nel tunnel della cocaina, mise a segno una rapina in un supermercato. Venne condannato e finì in isolamento nel carcere di Cassino, dove quattro anni fa morì in circostanze mai chiarite.
I consulenti medico-legali del sostituto procuratore Bulgarini Nomi hanno trovato il foro di una siringa sulla salma del giovane, stabilendo che al 32enne era stata fatta un'iniezione non più di 24 ore prima del dramma. La polizia penitenziaria ha poi raccolto le confidenze di un detenuto, il quale ha riferito che un altro detenuto avrebbe ceduto a D'Innocenzo il Subotex, un farmaco equivalente al metadone, in cambio di sigarette, specificando che, dopo l'assunzione di quel medicinale, il giovane era stato male.
Il presunto responsabile della cessione del Subotex è stato indagato con le accuse di spaccio e morte come conseguenza di altro delitto, avendo anche stabilito la consulenza medico-legale che il detenuto era deceduto per "insufficienza cardiorespiratoria conseguente ad intossicazione acuta da sostanza esogena di tipo stupefacente".
Sono stati quindi indagati anche un medico della casa circondariale, successivamente trovato dalla Polizia di Roma in possesso di cocaina, e un'infermiera, con l'ipotesi di omicidio colposo. "L'attività di indagine - ha però sostenuto il sostituto Bulgarini Nomi chiedendo l'archiviazione - non consente allo stato di esercitare l'azione penale nei confronti degli indagati. Pur essendo emersi elementi indiziari nei loro confronti, gli stessi elementi non sono sufficienti ai fini di un proficuo esercizio dell'azione penale".
La mamma della vittima, tramite l'avvocato Giancarlo Vitelli, si è opposta alla richiesta di archiviazione e ora dovrà decidere il gip. Mamma Alessandra ha però chiesto giustizia allo stesso guardasigilli Cartabia. "Ho trovato davanti a me una bravissima persona a livello umano - assicura Alessandra Pasquire dopo l'incontro con la ministra - e sono rimasta molto sorpresa come donna. Mi ha detto che personalmente non può intervenire sul procedimento penale, non può entrare in merito a quello che i magistrati decidono, ma ha anche aggiunto che avrebbe fatto indagini sul carcere di Cassino, dove succedono troppe cose che non vanno bene. Quella di mio figlio non è stata l'unica morte in quel carcere".
La guardasigilli ha inoltre invitato la madre del 32enne a rivolgersi al garante per i diritti dei detenuti. "Mi ha assicurato che lo avrebbe contattato anche lei", aggiunge la donna. Mamma Alessandra è decisa a non arretrare di un millimetro. "Possono anche archiviare ma io non mi fermo. Ho promesso a mio figlio che verrà fatta giustizia e questo deve essere".
di Andrea Monteleone*
giornalelora.it, 11 maggio 2021
Quando a fine anno 2019 gli uffici dell'Uepe del Tribunale di Palermo ci hanno contattato per proporci la sottoscrizione di una convenzione per aderire ai servizi gestiti dall'Uepe di Palermo, in un primo momento eravamo scettici sulla reale utilità di tale convenzione.
Pensavamo che AVO Palermo non fosse ben strutturata per poter gestire al meglio questo delicatissimo impegno a favore della collettività.
Nell'Assemblea dei volontari AVO che è stata indetta per decidere l'adesione alla convenzione proposta dal Tribunale di Palermo, diversi volontari erano scettici su questa nuova iniziativa, ma alla fine è prevalsa la volontà di confrontarsi con tutti gli aspetti della nostra variegata società ed oggi possiamo dichiarare che è stata la scelta migliore.
La Dr.ssa Eloisa Princiotta, dell'Uepe, ci ha informati sul sistema alternativo alla pena e la messa alla prova e su come AVO Palermo poteva interagire con questa opportunità del sistema penitenziario italiano favorendo il percorso di recupero e di reinserimento della persona giudicata dal Tribunale, aiutandola a superare le difficoltà d'adattamento e reinserimento.
L'uso della misura alternativa alla detenzione è un traguardo di civiltà del nostro sistema giuridico e detentivo, quindi poter dare esecuzione a questo semplice concetto diventa sicuramente strategico per tutti quegli operatori impegnati all'interno dei Tribunali, e ciò a Palermo si realizza anche grazie alla disponibilità di AVO.
Dall'inizio del 2020, dopo aver sottoscritto la convenzione con il Tribunale di Palermo, AVO Palermo, pur nel pieno della pandemia, ha già accolto diverse persone ed i volontari AVO Palermo grazie a queste persone hanno avuto la possibilità di scoprire una nuova umanità che merita la nostra attenzione e disponibilità.
Questo istituto, previsto dalle vigenti normative, è stato concepito per aiutare le persone interessate, e per il loro miglior reinserimento sociale.
Quindi dare loro, attraverso l'AVO Palermo, l'opportunità di conoscere il mondo del volontariato, apprezzarne la sua forza sociale dirompente, scoprire che esiste all'interno della nostra frenetica società un mondo fatto da persone che antepongono l'aiuto disinteressato del prossimo rispetto alla rincorsa del successo e dell'affermazione economica, per loro è stata una piacevole scoperta.
I volontari AVO hanno apprezzato il loro atteggiamento ed approccio al mondo del volontariato notando che dopo il primo impatto, spesso fatto di diffidenza verso un mondo per loro sconosciuto, imparano ad apprezzarne le dinamiche e gli obiettivi.
Rendersi conto che esiste una componente importante della nostra società che ha il coraggio di "spendersi" gratuitamente e senza alcun secondo fine nell'aiuto ed assistenza di chi si trova in difficoltà per queste persone ha un impatto positivo che apre loro la certezza che fare del bene al prossimo non è una "debolezza" ma la vera forza trainante della nostra società.
Come AVO Palermo ci auguriamo che incentivare queste soluzioni rispetto alla pena "tradizionale" serve per uscire fuori da schemi punitivi che da soli non contemplano l'inserimento dei soggetti interessati.
*Presidente AVO Palermo
di Anna Rancati
La Provincia Pavese, 11 maggio 2021
La ex Garante dei detenuti di Pavia, Vigevano e Voghera spiega le difficoltà della vita dentro Torre del Gallo durante la pandemia. Durante il periodo di chiusure, cominciato l'anno scorso a marzo e proseguito fino ad oggi a fasi alterne seguendo le fasi dell'epidemia di Covid-19 molti si sono chiesti come i detenuti vivessero la situazione all'interno delle carceri.
A Torre del Gallo, sulla Vigentina a Pavia, a inizio pandemia erano ospitati 730 detenuti a fronte di 518 posti, ora sono 650 grazie al distanziamento. In tutta Italia a marzo 2020 scoppiarono rivolte nelle carceri: ora sono 99 i detenuti indagati per quella di Pavia, scoppiata per protestare contro il blocco dei colloqui e finita con accuse di devastazione, saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale. Vanna Jahier, ex garante dei detenuti di Pavia, Voghera e Vigevano ha lasciato l'incarico, dopo cinque anni, a gennaio 2021 ed è stata sostituita da Laura Cesaris, professore a contratto del corso di Diritto dell'esecuzione penale dell'università di Pavia. Jahier ha provato a spiegare le conseguenze della pandemia sulla vita nel carcere di Pavia.
A Torre del Gallo come sono state affrontate le rivolte?
"C'è stata una rivolta a marzo 2020 perché per i detenuti i diritti che la chiusura fece venire meno erano molto importanti. Fu sedata a fatica, con dure repressioni. Ci sono stati due focolai di Coronavirus in due diversi padiglioni, quindi tutte le attività sono state sospese e i detenuti di fatto si sentivano abbandonati a se stessi. La dirigente (Stefania D'agostino, ndr), giungendo a un compromesso, concesse sette videochiamate al mese e quattordici chiamate normali ai detenuti, per mantenere un minimo di rapporto con l'esterno nonostante le restrizioni".
Come hanno vissuto la pandemia i detenuti?
"Vivono in condizioni durissime, soli, chiusi in una stanza, gli unici contatti si limitano a chiamate e pacchi spediti dalle famiglie. Sono rassegnati, e chi non è in grado di reggere cade nell'autolesionismo. Fortunatamente al momento non si sono verificati tentati suicidi".
Come sono stati affrontati i contagi Covid in carcere?
"Tra i detenuti, la persona infetta viene portata in infermeria e isolata nell'apposito reparto Covid, nel caso in cui presenti sintomi gravi viene trasferito al carcere di Bollate. Per quanto riguarda il personale si è sottoposti al tampone quando si entra, in più ora è in corso la campagna vaccinale".
Che funzione ha la figura del "garante" in un carcere?
"Il garante è colui che tutela i diritti delle persone private della libertà personale, di chi non ha voce propria. C'è un garante nazionale, uno per regione e comunali, in alcuni casi ci sono anche quelli provinciali. Si occupa di tutelare vari aspetti nella vita dei carcerati: la sicurezza, il corretto svolgimento delle varie attività, il comportamento della polizia penitenziaria e la parte sanitaria, che è gestita insieme al ministero della salute. La garante diventa quindi una figura di riferimento per i detenuti".
di Vittorio Lingiardi e Chiara Saraceno
La Repubblica, 11 maggio 2021
Il disegno di legge fornisce strumenti minimi per identificare condizioni umane che possono essere oggetto di aggressioni, disprezzo e odio immotivati e inaccettabili. Ma è dalla loro comprensione che derivano le libertà più profonde.
Il dibattito attorno al ddl Zan ha introdotto nel discorso pubblico concetti non d'uso comune nel linguaggio quotidiano; non perché siano frutto di forzature ideologiche, ma perché si riferiscono a realtà complesse e multi-determinate. Anche Michele Serra, nella sua Amaca di venerdì, ha lamentato una "eccessiva specializzazione" nel distinguere tra manifestazioni di odio e violenza rivolte contro il "genere", l'"identità di genere", l'"orientamento sessuale".
Proviamo allora a spiegare tali concetti nel modo più semplice possibile, ricordando che il ddl Zan né li usa per fissarli giuridicamente né ha la pretesa di entrare in dibattiti filosofici. Fornisce semplicemente strumenti minimi per identificare condizioni umane che l'esperienza insegna possono essere oggetto di aggressioni, disprezzo e odio immotivati e inaccettabili.
In questa prospettiva, per sesso si intende l'insieme di elementi anatomici e biologici che caratterizzano alla nascita una femmina o un maschio (ma che in qualche caso sono invece incerti, perciò si parla di persona intersessuale, nata con caratteri sessuali non univocamente definibili di maschio o femmina: dunque anche il sesso di nascita può non essere "semplice"). Per identità di genere si intende, invece, il senso soggettivo di appartenenza alle categorie di femminile, maschile o altro (dove "altro" rimanda a una dimensione non obbligatoriamente dicotomica maschile/femminile, per esempio ciò che oggi viene definito genere non-binario).
L'identità di genere è spesso allineata al proprio sesso biologico (cisgender), ma può anche non corrispondervi (transgender). Le condizioni cosiddette di "incongruenza" o "disforia" di genere (i termini scientifici oggi in uso), non sono capricci di chi, per gioco o bizzarria, si sente (non "sceglie" di essere) in disaccordo con il sesso assegnato alla nascita. Si tratta di vite e percorsi del corpo e della mente, non di abiti che si mettono e tolgono. Le dimensioni transgender, connotate da una spinta biopsicologica, implicano esperienze psicofisiche impegnative, intense, anche dolorose, per esempio a causa dell'incomprensione e del rifiuto delle famiglie. In ambito scientifico e culturale la distinzione tra sesso e genere è acquisita da anni.
È noto che il termine genere investe il versante sociologico e culturale, cioè l'insieme di significati che il contesto attribuisce alle categorie di maschile e femminile. Dal sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: "genere si riferisce alle caratteristiche di donne, uomini, ragazze e ragazzi che sono socialmente costruite. In quanto costruzione sociale, il genere varia da società a società e cambia nel tempo".
Altra cosa è l'orientamento sessuale, che come tutti sappiamo si riferisce alla direzione del desiderio e risponde alla domanda "chi mi piace" (mentre l'identità di genere risponde alla domanda "chi sono", "a qualche genere mi sento appartenente"). Nonostante queste distinzioni siano assimilate da tempo in campo scientifico, pur nella varietà delle interpretazioni e sfumature, ancora si commette l'errore di sovrapporre e confondere i concetti di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Anche per questo motivo, tutte le associazioni scientifiche e professionali (in tutti i campi: psicologia, medicina, sociologia) dispongono di glossari e linee guida per spiegare differenze e interazioni tra questi termini.
Le discriminazioni e le macro- e micro-aggressioni che le persone riunite (per comodità semplificatoria) sotto l'acronimo Lgbtqi+ subiscono nella vita di ogni giorno, non sempre derivano dall'ostilità. A volte sono prodotte dalla poca conoscenza o persino dalla preoccupazione di dover ragionare su cose troppo complicate, cioè non binarie. Non dobbiamo avere paura della complessità, è dalla sua comprensione che derivano le libertà più profonde.
di Antonio Gibelli
Il Manifesto, 11 maggio 2021
È la tetra litania salviniana che domina la scena mediatica, che corre sui telegiornali, occupa i talk show e purtroppo trova spazio al governo. Siamo alla nuova replica dell'allarme migranti. Replica tragica, perché nelle more di un problema irrisolto, anzi mai affrontato, uomini e donne continuano a cercare scampo e invece trovano morte e violenza sulla loro strada, in mare e in terra. Replica tragica, perché i migranti vengono ignorati quando annegano, diventano pericolosi quando si salvano e approdano. Ed ecco levarsi le voci della speculazione sovranista: allarme invasione, lo sbarco dei mille, prima gli italiani, chiudiamo i porti, difendiamo i confini, cabina di regia. È la tetra litania salviniana che domina la scena mediatica, che corre sui telegiornali, che occupa i talk show e purtroppo trova spazio al governo. La tetra litania di chi ha smantellato le pur deficitarie strutture di accoglienza esistenti, ha peggiorato con questo i problemi dell'ordine pubblico, ha scatenato fiumi di odio, ha simulato una soluzione del problema ricattando l'Unione Europea col corpo dei migranti sequestrati: se non ve li prendete, per me rimangono in mare. Possono vomitare, possono partorire, possono morire. E se sapranno di dover morire, non fuggiranno più da dove già muoiono.
Se si desse ogni tanto la parola agli storici, e magari ai sociologi e agli antropologi si capirebbe che il discorso sui migranti, sul problema e sul modo di farvi fronte, non ha niente a che fare con questa sceneggiata allestita al semplice scopo di alimentare le paure e di guadagnare consensi. Perché l'Italia, come tutti sappiamo, ha conosciuto le sue migrazioni, interne ed esterne, fatte di partenze e di arrivi, da tempo immemorabile, ben prima che battesse alle sue porte il popolo disperato dei gommoni. E in questa storia di migrazioni, benché ogni fenomeno sia diverso nel tempo e nello spazio, ci sono analogie che possono aiutare a dissipare le nebbie.
Per fare un esempio. Una stravagante teoria sostiene che la colpa dei flussi via mare dipende da due fattori: ossia non dai migranti, ma da coloro che li trasportano e da coloro che li salvano quando stanno per annegare. Ossia dai trafficanti di uomini e dalle organizzazioni umanitarie. È vero semmai l'inverso: i trafficanti di uomini esistono perché esistono milioni di uomini e donne che cercano salvezza altrove e perché nessuna istituzione pubblica italiana nè europea si è posta il problema di organizzare espatri legali per coloro che ne hanno bisogno, nemmeno quando fuggono da paesi che sono stati riconosciuti come non sicuri come la Libia. Tutto quel che i governi sono oggi capaci di fare è pagare altri paesi, compresi quelli insicuri (cioè pericolosi) perché li trattengano, con le buone o con le cattive. La Libia è uno di questi e lo fa chiudendoli nei lager, andando a riprenderli quando si imbarcano sui gommoni grazie alle motovedette che le ha regalato l'Italia, bastonandoli quando reagiscono e lasciandoli annegare quando il mare è troppo agitato. Quanto alle organizzazioni umanitarie, si è fatto in modo di dissuaderle dal girare in mare per i salvataggi: sono state criminalizzate, bloccate, denunciate e infatti sono dovute sparire, ma i migranti come si vede in questi giorni hanno continuato a muoversi e a morire.
In forme diverse qualcosa di simile accadde nei decenni della grande ondata migratoria transoceanica italiana tra fine Ottocento e primo Novecento. Allora i trafficanti di uomini erano di due tipi. Erano i cosiddetti agenti di emigrazione, ossia persone che agivano sul territorio italiano per conto di aziende americane promettendo mari e monti a coloro che avevano bisogno, magari pagando loro il viaggio cioè comprando con anticipo la manodopera a basso prezzo, per esempio quella dei contadini: braccianti o piccoli proprietari e affittuari corrosi dal "tarlo dei debiti" come lo chiamò un grande storico delle migrazioni, Ercole Sori, ignorato dagli attuali costruttori di musei. Ed erano gli armatori (a cominciare dai genovesi) che, alzandosi l'ondata, capirono presto che l'emigrazione era un grande affare, perché consentiva di viaggiare tra le due sponde dell'Atlantico con le navi sempre cariche, all'andata di uomini, al ritorno di merci. Qualche volta si trattava di navi vecchie e logore sulle quali il viaggio era un inferno e qualche volta finirono in fondo al mare.
Ma, allora come oggi, i motori delle migrazioni erano una conseguenza, non una causa. E anche allora il dibattito tra emigrazionisti e anti-emigrazionisti era mosso da fini diversi da quelli dei bisogni dei migranti, anche se la classe dirigente italiana di fine secolo era mediamente meglio di quella che sbraita oggi sui social. Anche allora i governi si mossero in ritardo e principalmente in termini di ordine pubblico: stabilirono misure restrittive per fermare l'emigrazione in uscita, soprattutto su pressione degli agrari che si vedevano sfuggire di mano la forza lavoro. Si dovette aspettare sino al 1901, auspice il liberale Giolitti, per vedere la prima legge di tutela dei migranti. Insomma, la storia c'è. Anche quella può servire a smontare le narrazioni inventate. La storia non può insegnarcela Salvini.
di Aldo Varano
Il Dubbio, 11 maggio 2021
Cinque morti nel naufragio di un barcone al largo delle coste libiche che trasportava 700 tra uomini, donne e bambini, mentre a Lampedusa proseguono gli sbarchi di migranti: sull'isola sono arrivate nelle ultime ore oltre 600 persone.
Sono cinque le persone morte nel naufragio di un barcone al largo delle coste libiche che trasportava 700 tra uomini, donne e bambini, mentre a Lampedusa proseguono gli sbarchi di migranti: sull'isola sono arrivate nelle ultime ore oltre 600 persone. All'indomani dell'eccezionale ondata di arrivi che ha portato sulla più grande delle Pelagie quasi 2mila migranti, con gli sbarchi che sono proseguiti anche la scorsa notte, l'attenzione resta massima.
La politica - dal Partito democratico al centrodestra - reagisce e chiede un intervento urgente dell'Unione europea e del governo. "Credo che la missione militare europea di fronte alle acque libiche per lo stop al commercio delle armi debba essere trasformata", afferma il segretario dem Enrico Letta. "Deve diventare - spiega intervenendo a Radio 1 - la missione che consente di gestire il salvataggio in mare. L'Europa deve fare di tutto per far sì che queste regole vengano rispettate, come quelle di ricollocamento e gestione. Sono convinto che Draghi sia la persona giusta per fare questo perchè in Europa è ascoltato". Anche Italia viva su appella all'Ue: "È il momento che anche su questo tema delicato dimostri il suo nuovo corso. Auspico che si lavori, per la prima volta concretamente e in modo produttivo, sulle questioni del ricollocamento e della gestione dei flussi. Ognuno deve fare la sua parte", dice Giuseppina Occhionero, capogruppo di in Commissione Difesa alla Camera.
Il leader della Lega si rivolge invece a Palazzo Chigi "A Draghi porteremo i modelli degli altri Paesi europei. Siccome giustamente si parla di un governo europeista e di quello che ci chiede l'Europa, chiederemo che l'Italia si comporti come si comportano la Spagna, la Grecia e la Francia. In nessun altro Paese ci sono i numeri, le dimensioni e i problemi che abbiamo in Italia". I numeri - sottolinea Matteo Salvini - "dicono che sono arrivati ieri, in una domenica di maggio, il doppio dei clandestini che sbarcarono in tutto il mese di maggio quando ero ministro. Con il più che c'è il Covid. Sicuramente così non si può andare avanti. Volere è potere". E a chi gli chiede un giudizio sul ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, risponde: "Se si aspetta la solidarietà europea penso che andrà a finire come sui vaccini: il nulla. Gli altri Paesi non stanno aspettando l'Europa, ma stanno difendendo i loro territori per conto loro con pieno diritto. Il presidente Draghi dice che noi meritiamo rispetto e anche sul fronte dell'immigrazione meritiamo rispetto. Non possiamo invitare i turisti da mezzo mondo su un'isola che ogni giorno vede migliaia di sbarchi. Non è serio".
Giorgia Meloni ribadisce sui social il pensiero di Fratelli d'Italia: "Il blocco navale che chiede FdI è una missione militare europea, fatta in accordo con le autorità del Nord Africa, per impedire ai barconi di partire in direzione dell'Italia. È l'unica misura seria per contrastare il business dell'immigrazione clandestina e fermare una volta per tutte le morti in mare". Per Forza Italia si deve invece "riattivare subito un dialogo costante con i Paesi d'origine e con quelli del Nord Africa per limitare il più possibile le partenze", afferma il capogruppo azzurro alla Camera, Roberto Occhiuto. "Dobbiamo inoltre pretendere dall'Unione europea una compartecipazione alla gestione degli immigrati. Ogni Paese Ue - conclude - dovrà fare la sua parte e farsi carico di una quota di migranti. L'Italia non venga, come al solito, lasciata sola. Draghi e Lamorgese facciano sentire la nostra voce in Europa".
Intanto il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha avuto un colloquio telefonico con la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson. Il colloquio si è incentrato sulla situazione dei flussi migratori nel Mediterraneo, in particolare sull'intensificazione dei viaggi verso il nostro Paese negli ultimi giorni. Il commissario, secondo quanto riferiscono fonti del Viminale, ha riconosciuto che l'Italia deve avere "un riconoscimento di solidarietà per quello che sta facendo". Nella telefonata si è parlato anche del viaggio in Tunisia che il ministro Lamorgese e Johansson faranno la settimana prossima.
In attesa che venga definito il nuovo Patto europeo per asilo e immigrazioni, l'Italia chiede che venga attivato per l'estate "un meccanismo temporaneo di solidarietà tra gli Stati membri dell'Ue, intenzionati ad aderire, e finalizzato al ricollocamento dei migranti salvati in operazioni di ricerca e soccorso in mare".
"Non si può continuare a parlare di "emergenza migranti", il fenomeno è strutturale, va avanti da anni e non si può certo risolvere lavorando solo sull'accoglienza. Occorre agire sulle partenze, lavorare sull'altra sponda del Mediterraneo", spiega il sindaco di Lampedusa, Totò Martello, Il maltempo nei giorni scorsi ha concesso una tregua alla piccola isola ormai da anni abituata agli approdi dei migranti sulle proprie coste. Ma ieri, complici le condizioni meteo favorevoli, le motovedette di Capitaneria di porto e Guardia di finanza sono state impegnate senza soluzione di continuità in una ventina di operazioni di soccorso. "Certo non ci si può affidare al meteo - avverte il primo cittadino - perché se è bastato un giorno di bel tempo per portare sull'isola 2mila migranti, in una settimana rischiamo di vederne arrivare 14mila".
"Il fenomeno non si risolve con gli slogan e gli annunci - sottolinea Martello. Salvini e Meloni facciano una proposta concreta per affrontare il problema, invece di indicare strade non percorribili come quella del blocco nave". E al "capitano" che su Twitter ha scritto "sbarcano 1.200 clandestini in un giorno, un problema gravissimo per la piccola e splendida Lampedusa, ma per il sindaco è #colpadisalvini. Non sta bene", il primo cittadino replica a distanza. "Non ho mai detto che è colpa sua, Salvini punta a confondere le acque. Ho solo detto che bisogna smetterla con la propaganda buona sola a fare campagna elettorale e ad aumentare di qualche punto le preferenze nei sondaggi. Il tema è serio e non possono esserci bandierine di partito", conclude il sindaco.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 11 maggio 2021
Disponibili a intervenire Francia, Spagna, Portogallo e Romania. Il vertice con Draghi. Cabina di regia con Interni, Esteri e Difesa. Ipotesi di una rete di emergenza. I numeri fanno paura. Nei rapporti che la nostra intelligence fornisce in modo costante al presidente del Consiglio lo scenario non è per niente rassicurante: attualmente in Libia ci sarebbero almeno 900 mila migranti, provenienti da altri Paesi africani. Di questi fra 50 mila e 70 mila sarebbero già sulla fascia costiera, pronti per finire nella rete dei trafficanti. Se i numeri fanno paura, anche in vista dell'estate, tolgono il sonno al nostro governo anche ulteriori dettagli forniti dall'Aise: scafisti e trafficanti libici dopo quasi due anni di fermo per la guerra civile, stanno riorganizzandosi, in modo più strutturato del passato, con molti agganci e zone opache all'interno del nuovo governo libico. Il profilo di alcuni personaggi noti ai nostri Servizi, conduce sempre allo stesso schema: nuovi e vecchi trafficanti sono disposti a trattare con chiunque, servizi di intelligence, diplomatici, militari, ma solo se debitamente pagati.
I titolari dei dossier - È anche in questo quadro di allarme che per oggi, o al massimo per domani, lo stesso Mario Draghi ha convocato una sorta di cabina di regia con i ministri che hanno la competenza sul dossier: Luciana Lamorgese, che ieri ha chiamato la commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, Luigi Di Maio, ministro degli Esteri. Ci sono problemi logistici immediati da risolvere, per i quali la titolare del Viminale ha contatti quasi quotidiani con il capo del governo: a Lampedusa sono disponibili almeno 4 navi che servono per garantire la quarantena delle migliaia di migranti che stanno sbarcando sulle nostre coste, con cadenza giornaliera, ma esiste un problema di gare e appalti per l'estate, quando le compagnie di navigazione potrebbero non rinnovare i contratti stipulati con lo Stato.
Rete di emergenza - Si sta anche pensando ad una rete di emergenza da mettere i piedi in pochissimo tempo: lo schema è che le navi a disposizione smistano i migranti, ma prima della distribuzione nei centri di accoglienza delle diverse regioni va fatta la quarantena in posti adibiti ad hoc per le esigenze sanitarie e di prevenzione. Si sta pensando a caserme, hotel Covid, altre strutture. Dipenderà anche dall'andamento dei flussi. Sul piano diplomatico europeo non ci sono grandi novità: da quasi un anno non si è spesa una parola, né in sede di Commissione, né all'interno dei Consigli europei, sul tema. Il dossier migranti per tanti anni è stato sotto i riflettori, a causa del Covid è uscito completamente dai radar.
Il summit di oggi - A settembre dell'anno scorso ha fatto brevemente capolino per l'ultima volta la proposta della Commissione per rivedere regime giuridico dei migranti e superamento degli accordi di Dublino, con nuove norme per i richiedenti asilo: ad oggi, e chissà per quanto altri tempo, è tutto congelato. Il ministro dell'Interno, che il 20 maggio sarà a Tunisi, sta pressando sia la Commissione che i singoli Stati europei per mettere in piedi il prima possibile "un meccanismo europeo di solidarietà su base volontaria". Cioè con gli Stati che ci stanno. Almeno per tutti i migranti che vengono salvati in mare. Al momento sarebbero disponibili, ma chissà con quali quote, la Francia, il Portogallo, la Spagna e la Romania. Sulla Germania nessuno è disposto a scommettere (a settembre si vota). Sarebbe una riedizione dell'accordo di Malta del 2019. Oggi i ministri dell'Interno della Ue, alcuni in presenza, altri in collegamento come Lamorgese, parteciperanno ad un summit dedicato proprio all'argomento: saranno presenti o collegati con Lisbona, che ospita l'evento, anche una decina di Paesi africani, e le principali organizzazioni internazionali. La presidenza di turno della Ue, portoghese, ce la sta mettendo tutta, ma Matteo Salvini avverte i colleghi di governo: "Non sarà la Ue a salvarci".
di Luca Cereda
lifegate.it, 11 maggio 2021
Il Malawi è il ventiduesimo paese dell'Africa subsahariana ad abolire la pena di morte, dichiarata incostituzionale dalla Corte suprema. Dopo l'Europa, è il continente africano quello che si sta schierando con maggiore convinzione contro la pena di morte. La Corte suprema del Malawi - paese che si estende intorno al lago Malawi, tra Mozambico, Tanzania e Zambia - ha stabilito a fine aprile che la pena di morte è incostituzionale.
Il Malawi segue la scia del Ciad e diventa il ventiduesimo paese subsahariano ad abolire la pena di morte, dichiarandola fuori legge in quanto nega il diritto alla vita. La Corte suprema ha ordinato anche l'annullamento della condanna alla pena capitale per almeno 37 detenuti, ai quali sarà garantita una riformulazione della sentenza. Da oggi, la massima punizione in Malawi sarà l'ergastolo. Il fronte dei malawiani che hanno espresso soddisfazione per la sentenza è compatto, mentre chi si opponeva a questo provvedimento temeva che potesse venire meno il "miglior" deterrente alla criminalità. Le esecuzioni di stato non avvengono nel paese da quasi trent'anni e inoltre venivano comminate ai meno abbienti, che non potevano pagarsi l'assistenza legale per difendersi.
Stando al report di Amnesty International, organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani, le ultime esecuzioni sono state eseguite in Malawi nel 1992. Un anno non casuale, infatti è solo nel 1994 che il Malawi ha eletto il suo primo presidente scelto democraticamente da quando fu dichiarata l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1964: è stato proprio il presidente Bakili Muluzi a decidere, all'inizio degli anni Novanta, di non applicare più la pena capitale, e di commutare le sentenze di 120 condannati a morte in ergastoli.
Oggi più di trenta paesi africani prevedono ancora la pena di morte nelle loro Costituzioni anche se, secondo Amnesty, negli ultimi anni meno della metà ha eseguito le condanne a morte. Notizie opposte giungono invece dall'Egitto dove, solo il 26 aprile 2021, sono stati giustiziati nove detenuti, tra cui un uomo di 82 anni condannato per la morte di 13 agenti di polizia in un attacco a Kerdasa nell'agosto 2013 - dopo un processo che Amnesty ha giudicato "gravemente iniquo", in cui "è stato negato l'accesso agli avvocati".
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 11 maggio 2021
Sale la rabbia nei Territori: missili di Hamas verso Gerusalemme. A Sheikh Jarrah e Silwan una ventina di famiglie palestinesi minacciate di sfratto: vivono lì da sessant'anni. Secondo le autorità di Gaza, almeno 24 palestinesi sono stati uccisi. Ventinove giorni dall'inizio di Ramadan. Un paio d'ore tra un ultimatum e l'altro, il primo per le 18 ore locali, l'altro con scadenza alle 21. Pochi minuti per la risposta dell'aviazione che ha bombardato Gaza dopo i lanci di 7 razzi verso Gerusalemme e decine sulle città nel Sud del Paese.
Gli scontri tra la polizia israeliana e i palestinesi si sono trasformati in conflitto aperto: Hamas aveva annunciato il sostegno alle proteste, ha minacciato di accendere le micce se gli agenti non si fossero ritirati dalla Spianata delle Moschee e gli arrestati fossero stati liberati. Ha mantenuto le promesse guerresche: le sirene sono risuonate anche nei sobborghi attorno a Gerusalemme per la prima volta dai 59 giorni di battaglia nell'estate del 2014. Il sistema di difesa Cupola di ferro ha intercettato solo 2 razzi, uno è riuscito a colpire un edificio senza causare vittime.
Negli stessi momenti un commando palestinese ha centrato con un missile anticarro un'auto dall'altra parte del reticolato. I jet hanno bersagliato la Striscia, le aree verso la barriera che divide il corridoio di sabbia da Israele: i morti palestinesi sono già 24, tra loro anche 9 bambini. Lo Stato Maggiore ha interrotto un'ingente esercitazione che sarebbe dovuta durare una settimana e ha convogliato le truppe verso sud. Il consiglio di sicurezza del governo israeliano avverte che le operazioni militari potrebbero durare giorni e "non ci limiteremo a bombardare qualche duna di sabbia".
I capi di Hamas, che dal 2007 spadroneggiano su due milioni di palestinesi chiusi nella Striscia, hanno questa volta rivendicato tutte le operazioni. È il segnale che per ora non vogliono ridurre la tensione: in passato il ritorno alla calma era stato favorito dalla scusa (per tutti) di accusare qualche fazione fuori controllo. A Gerusalemme gli scontri sono cominciati quasi un mese fa, quando la polizia ha deciso di circondare la piazzetta davanti alla porta di Damasco con delle barriere di metallo, impossibile arrivarci o sedersi. I comandanti volevano evitare che quel luogo di incontro fuori dalle mura diventasse un punto per organizzare le proteste. Adesso che nessuno sembra in grado di controllare la violenza, gli analisti fanno notare che ai vertici della polizia nazionale e del distretto che controlla la città ci sono due nuovi ufficiali e forse piazzare le transenne durante il Ramadan e dopo un anno di limitazioni imposte dalla pandemia non è stata una buona mossa. Il governo di Benjamin Netanyahu ha cercato di ridurre le cause di attrito, le barriere rimosse. La Corte Suprema ha anche rinviato la decisione sul possibile sfratto - altro movente per le manifestazioni di queste settimane - di una ventina di famiglie che vivono nelle zone di Sheikh Jarrah e Silwan dopo che alcune organizzazioni di coloni oltranzisti hanno ottenuto dal tribunale la conferma del diritto di proprietà sugli edifici: appartenevano a ebrei prima della nascita dello Stato d'Israele nel 1948, i palestinesi ci abitano da almeno sessant'anni.
Non è bastato. Hamas vede un'opportunità per sfruttare la rabbia palestinese e vuol mettere in difficoltà il presidente Abu Mazen che ha cancellato le elezioni parlamentari. I boss fondamentalisti rischiano di aver sovrastimato il disordine politico in Israele (senza un governo stabile da oltre 2 anni) e sottostimato la volontà di Netanyahu di riprendersi il titolo di Mr Sicurezza: "Hamas ha varcato una linea rossa, pagherà un prezzo molto duro".
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