di Liana Milella
La Repubblica, 18 giugno 2021
Manifestazione a Montecitorio per chiedere "l'immediata sospensione dei procedimenti di allontanamento di minori che si rifanno al censurato costrutto dell'alienazione parentale". Per il sit-in "Sui bambini non si passa" organizzato questo pomeriggio contro la Parental Alienation Sindrome (ovvero Pas, anche detta sindrome della madre malevola) si sono mossi la Cgil, il Comitato "La Pas non esiste, ma il fatto non sussiste" e la Uil.
I casi di cronaca - Diversi i casi di cronaca citati dai promotori della manifestazione per accendere i fari su le diverse storie in tra cui quella di Laura Massaro, sottoposta a procedimento presso il Tribunale per i minori di Roma con decreto di allontanamento del figlio undicenne e decadenza dalla responsabilità genitoriale. Oppure quella successa a Perugia dove un bambino di otto anni è stato portato recentemente via dalla madre. E poi ancora: "A Pisa un altro bambino è stato prelevato da undici poliziotti e allontanato dalla mamma, seguita da un centro anti-violenza, in seguito all'improvviso rifiuto del ragazzo a vedere il padre", spiegano. Una "deriva preoccupante" per gli organizzatori della manifestazione "in corso già da molti anni, come dimostrano i casi di Michela, nota come 'la mamma di Baressa', a cui venne sottratta la figlia di tre anni, Ginevra a cui fu tolta la figlia di 18 mesi, figlia che non poté più né rivedere né sentire, e quello di Antonella considerata madre alienante, il cui figlio, costretto a vedere il padre, venne ucciso dall'uomo in un incontro protetto".
La Parental Alienation Syndrome - L'alienazione parentale "declinata anche in sindrome della madre malevola, madre simbiotica, madre fusionale o conflitto di lealtà, è erede di quella Parental Alienation Syndrome (Pas) del controverso medico americano Richard Gardner nel 1985". Nel corso degli anni "la Pas è stata censurata sia dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali sia dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, e in Italia a più riprese anche dalla Corte di Cassazione che qualche settimana fa l'ha definita una teoria nazista, ovvero "tätertyp". Nonostante ciò, ha attecchito e continua a essere praticata nei tribunali come modalità di risoluzione degli affidi in cui vi è conflitto o violenza (spesso ridotta a conflitto)".
Il manifesto - Realizzato anche un manifesto in sette punti nel quale il comitato chiede, tra l'altro, l'immediata applicazione della Convenzione di Istanbul che è vigente e ha valore costituzionale, il divieto da parte dei giudici di emettere decreti di sospensione della responsabilità genitoriale o decadenza o allontanamento del minore dal suo ambiente familiare sulla base di costrutti non riconosciuti dalla scienza, l'obbligo per il giudice di garantire sempre un giusto processo senza rifarsi a costrutti ascientifici come l'alienazione parentale che non comportano l'onere della prova, il rispetto da parte del giudice dell'obbligo di ascolto del minore e il divieto di prelievi forzosi di allontanamento dalla famiglia di un minore.
Gli interventi - "Il presidio di oggi è l'ennesima protesta contro i prelievi forzati dei minori da parte dei tribunali: la peggiore delle punizioni per quelle madri che hanno la forza di denunciare violenze domestiche e che invece di essere sostenute si ritrovano accusate di aizzare i figli contro i padri, in nome di una teoria ascientifica il cui nome primario è alienazione parentale, ma che viene nascosta dietro decine di altre fantasiose formulazioni", ha spiegato Laura Boldrini, deputata del Pd, ricordando come "dietro alcuni provvedimenti e sentenze c'è misoginia" e per questo "insieme a esperte ed esperti, ho depositato una proposta di legge, ora in commissione Giustizia, per riformare l'affido nei casi di violenza domestica. La proposta- spiega- mette in primo piano l'ascolto diretto del bambino da parte del giudice senza che sia sistematicamente delegato ai consulenti tecnici d'ufficio" e "garantisce un rigido intervento che contrasti l'uso giudiziario di teorie ascientifiche come l'alienazione parentale".
E Susanna Camusso, responsabile nazionale del Comitato pari opportunità della Cgil, di cui è stata segretaria, a margine della manifestazione ha rimarcato: "Si parla tanto di donne ma poi si fanno poche cose concrete e questo lo vediamo su molti aspetti. Qui c'è un uso di quest'affermazione antiscientifica e antigiuridica, la Pas, che va in contrasto alla libera volontà dei minori che dovrebbero essere sempre tutelati dalle norme".
avantionline.it, 18 giugno 2021
Garante dei detenuti, Rettore dell'Università della Tuscia, Provveditore dell'amministrazione penitenziaria sottoscrivono un apposito protocollo d'intesa. Garantire il diritto allo studio della popolazione detenuta è il fine del protocollo d'intesa sottoscritto a Viterbo dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, dal Rettore dell'Università della Tuscia, Stefano Ubertini, e dal Provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise, Carmelo Cantone. Presente anche Alessandra Troncarelli, assessora regionale alle Politiche sociali e ai servizi alla persona, la quale ha attestato "la volontà della Regione Lazio di perseguire la strada dell'inclusione ad ogni livello".
"Lo studio universitario - ha sottolineato Anastasìa, - è una straordinaria opportunità per le persone detenute. Arriva spesso al termine di un lungo percorso, che porta tante di loro a completare interi cicli di istruzione in carcere, e dà loro non solo la possibilità di accrescere le proprie competenze e di migliorare le possibilità di reinserimento, ma anche di riempire il tempo di detenzione di occasioni di riflessione sul proprio vissuto e sulle proprie capacità. Con questo protocollo - ha proseguito Anastasìa - i detenuti che si iscriveranno all'Università della Tuscia potranno essere esentati dalle tasse regionali di iscrizione all'Università, riceveranno gratuitamente i libri e il materiale didattico necessario alla preparazione degli esami e l'università potrà ricevere i contributi regionali per il tutoraggio degli studenti detenuti".
La legge regionale n. 7 del 2007, "Interventi a sostegno della popolazione detenuta della Regione Lazio", fissa, tra gli obiettivi della Regione Lazio, quello della creazione di poli universitari nelle carceri. La convenzione con l'Università della Tuscia si aggiunge ai tre protocolli d'intesa con l'Università Roma Tre, l'Università Tor Vergata e l'Università di Cassino e del Lazio meridionale. Tali intese, sottoscritte da Garante, università e amministrazione penitenziaria, hanno il fine di favorire l'accesso agli studi universitari delle persone detenute e supportarle nel loro percorso formativo. Con la delibera della Giunta regionale 829 del 10/11/2020, la Regione ha stanziato 50 mila euro, per le attività di tutoraggio didattico dei detenuti studenti. Inoltre, un apposito protocollo tra Garante e DiSCo prevede che l'Ente regionale per il diritto allo studio fornisca il materiale didattico e i libri di testo alle biblioteche penitenziarie, esonerando altresì i detenuti studenti dal pagamento delle tasse universitarie per la parte di competenza regionale.
Agli uffici del Garante nel 2020 risultavano 121 iscritti agli atenei laziali, così suddivisi:
Sapienza, Università degli studi di Roma 19
Università degli studi di Roma Tor Vergata 41
Università degli studi di Roma Tre 55
Università degli studi di Cassino
e del Lazio meridionale 5
Università della Tuscia 1.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 giugno 2021
Dopo il Covid è il caldo la nuova minaccia nelle carceri. Come ogni anno l'arrivo dell'estate ripropone, infatti, l'annoso problema del caldo asfissiante che rende più difficile la vita dei detenuti e il lavoro degli agenti penitenziari all'interno delle prigioni campane trasformando la vita nelle celle e nei padiglioni in un vero e proprio inferno. Il sovraffollamento non aiuta. Così come nel periodo di picco dell'emergenza pandemica, il problema del numero spropositato di persone presenti nelle celle rischia di essere aggravato dall'arrivo del caldo estivo. Vivere in sei o in otto in uno spazio di pochi metri quadrati, d'estate, diventa ancora più insostenibile. Quali diritti saranno tutelati? Se lo chiedono i garanti e tutti coloro che non riescono a restare indifferenti di fronte ai drammi del mondo penitenziario pensando che la pena non debba essere solo afflizione e che la Costituzione vada rispettata anche quando stabilisce che la reclusione deve tendere alla responsabilizzazione e alla rieducazione del condannato. Sarà assunta qualche iniziativa in tal senso oppure la politica continuerà a essere orba?
I report sulle criticità e sulle buone prassi di ciascun istituto penitenziario campano, stilati nell'ultimo mese dal garante regionale dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, fotografano la realtà del "mondo carcere" nella sua attuale complessità. Uno spiraglio di luce nel buio dei vari problemi irrisolti sembra essere l'iniziativa presentata proprio ieri per dare lavoro ad alcuni detenuti delle carceri di Poggioreale e Secondigliano. Nei prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità, provenienti dalle case circondariali Pasquale Mandato e Giuseppe Salvia, saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi principalmente di pulizia delle aree esterne e della cura del verde. Lo stabilisce il protocollo firmato da garante, Esercito, Dap e Tribunale di Sorveglianza di Napoli: un primo passo importante, a patto che non resti l'unico.
Napoli - Niente chance di reinserimento social ma ora una speranza per i reclusi c'è. Poggioreale e Secondigliano, le due grandi realtà carcerarie di Napoli, diventano protagoniste di un progetto di reinserimento sociale dei detenuti presentato proprio ieri dai vertici dell'amministrazione penitenziaria e il garante regionale, con il Tribunale di Sorveglianza e il Comando delle forze armate del Sud. Una novità nel panorama di criticità e sovraffollamento, difficoltà sanitarie e problemi di vivibilità, che si vive in cella. Il progetto prevede che per i prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi del verde e delle aree esterne. L'obiettivo del progetto è fare "rete" sul territorio e promuovere azioni concrete per il recupero sociale delle persone detenute che si impegnano a cambiare il proprio percorso di vita e in un certo senso a restituire alla collettività ciò che stato tolto con il reato.
Salerno - Troppi detenuti, pochi educatori e agenti in cella boom di atti di autolesionismo. Nelle carceri salernitane il rapporto è di un agente ogni due reclusi. Il report sui numeri e sulle criticità dei penitenziari salernitani (Salerno, Fuorni, Eboli, Vallo della Lucania) svela i nodi irrisolti sul fronte controlli e sicurezza. E la sproporzione è evidente se si considera che, a fronte di un numero di agenti pari alla metà di quelli che sarebbero necessari (e la carenza negli organici è altrettanto seria anche per quanto riguarda il personale socio-educativo), ci si ritrova a fare i conti con un numero di detenuti che è più alto di quello previsto. Ed ecco che con una popolazione detenuta di 537 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 482 posti, il sovraffollamento diventa la principale piaga che, sommata ad altre criticità, genera un cocktail scarsamente sostenibile. Solo nel carcere di Fuorni, il quarto della Campania, nell'ultimo anno si sono contati 122 atti di autolesionismo, un suicidio, 93 casi di sciopero della fame.
Caserta - Le violenze denunciate a Santa Maria Capua Vetere sotto la lente d'ingrandimento dei pm. Tre suicidi, 59 tentati e poi gli episodi di violenze denunciati da alcuni detenuti e ora al centro di un'inchiesta della Procura che dovrà accertare se e come sono avvenuti quei fatti. Nelle carceri casertane sono i numeri a descrivere la realtà della vita in cella. Una realtà che condividono 1.527 persone, divise tra le strutture di Carinola, Santa Maria Capua Vetere, Arienzo, Aversa e la rems di Calvi Risorta. Praticamente un mondo, un mondo ancora a parte, distante dal territorio circostante per le criticità e le carenze che ancora non si è riusciti a risolvere. L'avvio dei lavori per la condotta idrica nel carcere sammaritano, inaugurato qualche mese fa dopo oltre vent'anni di attesa, è sembrato una grande conquista. Ma la vera sfida sarà dotare queste strutture di personale a sufficienza per rendere la pena in linea con la funzione di rieducazione prevista dall'articolo 27 della Costituzione repubblicana.
Benevento e Avellino - Attività rieducative e assistenza sanitaria bloccate dalla solita burocrazia "Il campo sportivo - ricorda il garante Samuele Ciambriello - fu occupato quasi trent'anni fa da paletti perché si temeva che potesse arrivare lì un elicottero e favorire la fuga di un boss all'epoca detenuto. Da allora sono trascorsi trent'anni e il campo sportivo è ancora inutilizzabile". Il riferimento è al campo sportivo di Avellino, esempio di situazioni rimaste invariate da troppo tempo, di una criticità legata agli spazi della pena che da Avellino si estende a molte altre strutture detentive della Campania. Stesso discorso per l'assistenza sanitaria, soprattutto in campo psichiatrico. A Sant'Angelo, per esempio, potrebbero esserci sette detenuti malati di mente e ce n'è uno solo perché manca lo psichiatra. Stesso discorso per il carcere di Benevento dove sanità e attività di rieducazione devono essere la priorità se si vuole evitare il bilancio dello scorso anno: due suicidi, decine di tentati suicidi, scioperi della fame, atti di autolesionismo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2021
Chi subentra nel possesso per volontà di chi aveva precedentemente il titolo può subire solo conseguenze amministrative. Se si riceve l'immobile di un ente pubblico da chi ne era legittimo assegnatario, non scatta la responsabilità penale del nuovo possessore anche nel caso in cui non abbia i requisiti per ottenerne l'assegnazione. In caso di carenza dei requisiti le conseguenze saranno esclusivamente di carattere amministrativo e civilistico. Se l'immissione nel possesso avviene senza introduzione dall'esterno manca l'arbitrio e l'eventuale condotta violenta che sono alla base del reato di invasione di edifici, come previsto dall'articolo 633 del Codice penale. E l'immissione nel possesso - senza commissione di alcun reato - è confermata dalla pacifica consegna delle chiavi.
Come dice la Cassazione con la sentenza n. 23758/2021 la norma incriminatrice non è posta a tutela di un diritto, ma contro l'arbitraria introduzione dall'esterno in un immobile. Sintomo specifico del reato può essere l'effrazione di sigilli, che ovviamente non si realizza in caso di pacifica consegna delle chiavi. La norma penale, in conclusione, tutela la relazione tra la cosa e il possessore. Quindi in caso di volontaria consegna della cosa da parte del possessore si può piuttosto propendere per l'instaurazione di un rapporto di comodato, per quanto si possa così verificare la violazione amministrativa delle regole di assegnazione degli immobili pubblici. La Corte accoglie il ricorso dando seguito a un precedente del 2006.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2021
Quando i vertici di una società pubblica inducono i tecnici della società incaricata dei lavori a riaprire senza collaudo una strada, il momento consumativo è quello dell'adozione del provvedimento amministrativo regionale che la consente.
Quando i vertici di una società pubblica - al fine di intestarsi un successo manageriale - inducono i tecnici della società incaricata dei lavori a riaprire senza collaudo una strada, il momento consumativo del reato non è quello della materiale apertura del tratto autostradale, ma quello dell'adozione del provvedimento amministrativo regionale che la consente.
Infatti i manager "infedeli" è da quel momento che ottengono il vantaggio perseguito di poter pubblicizzare il risultato di aver agito in tempi brevi e il luogo di adozione del provvedimento radica la competenza territoriale del giudice chiamato ad accertare le responsabilità per il mancato collaudo e il connesso crollo del tratto stradale.
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 23887/2021, affronta il noto caso del crollo di un viadotto autostradale siciliano avvenuto a pochi giorni dalla sua riapertura. Il processo è rimasto da ormai più di 5 anni nel limbo che precede il rinvio a giudizio, proprio in ragione del conflitto negativo di competenza tra il giudice del luogo dove insiste la strada e quello dove è stata adotta l'ordinanza amministrativa di apertura al traffico.
Questo il conflitto ora risolto dalla Cassazione che indica come competente il giudice del luogo dove è stata adottata la decisione di riaprire il tratto non collaudato. Nel caso concreto però la vicenda sulla competenza potrebbe non finire qui, raggiungendo il compimento del termine di prescrizione dei reati ascritti ai diversi e numerosi imputati. Infatti, questi ultimi - attraverso le dichiarazioni degli avvocati - sostengono la competenza dei giudici di Roma, dove ha sede legale la società responsabile della strada e che ha affidato i lavori di rifacimento.
Ma a oggi la presa di posizione della Cassazione dà rilevanza al luogo dove si è autorizzata l'apertura al traffico piuttosto che a quello di rimozione dei cartelli di divieto di transito all'imbocco della strada. Infatti, è nel primo dei due luoghi che scatta il momento in cui i vertici aziendali corrotti incaricati di pubblico servizio ottengono l'utilità perseguita: di essere formalmente meritevoli di riconoscimenti da parte dell'azienda per la celerità del compito svolto.
di Denis Barea
Corriere del Veneto, 18 giugno 2021
A processo tre accusati per la rivolta del giugno 2020. Il quarto si è ucciso in cella. Sul banco degli imputati, i tre profughi che, la scorsa estate, si sarebbero resi responsabili della sommossa all'interno dell'hub per richiedenti asilo all'ex caserma Serena di Dosson di Casier.
Ma il procedimento iniziato ieri, con lo stralcio della posizione di uno degli accusati per cui servirà una traduzione degli atti in un dialetto del Mali, sarà in realtà il processo alle condizioni di vita imposte agli stranieri dal gestore della struttura, la Nova Facility, e soprattutto al modo in cui fu gestita l'emergenza Covid. "Era come un carcere - spiegano i difensori, gli avvocati Martina Pincirolli e Barnaba Battistella - quello che è successo era ampiamente prevedibile. Vogliamo che nel corso del giudizio tutto questo emerga, il che permetterà di mettere i fatti sotto una luce completamente diversa".
I tre richiedenti asilo sono Amadou Toure, gambiano di 26 anni, Abdourahmane Signate, 31enne senegalese e Mohammed Traore, maliano di 25 anni. I primi due si trovano agli arresti domiciliari mentre il terzo resta nel carcere trevigiano di Santa Bona. Erano stati arrestati e indagati dalla Procura per saccheggio, devastazione e sequestro di persona, avendo bloccato, usando anche violenza, gli operatori della Nova Facility e il personale medico. Con loro era finito in manette anche Chaka Outtara, ivoriano di 23 anni, che si è suicidato a novembre nel carcere di Verona dove era recluso in regime di isolamento. Il ragazzo aveva sofferto molto l'allontanamento dalla Marca, tanto da chiamare ripetutamente il suo avvocato il giorno prima di togliersi la vita alla luce delle difficoltà a richiedere i domiciliari non avendo un luogo dove poter risiedere.
L'1 aprile gli atti del processo erano stati erano stati rispediti alla Procura perché fossero tradotti in francese. Ma Traore non è in grado di leggerlo: parla un dialetto molto diffuso in Mali, per cui il collegio, formato dai giudici Francesco Sartorio, Leonardo Bianco e Cristian Vettoruzzo, ha disposto il rinvio delle carte al gip per la traduzione. La posizione del 25enne è stata stralciata, mentre per gli altri due il processo è stato rinviato al 14 ottobre. La rivolta era scoppiata quando il personale medico dell'Uls 2 era all'interno dell centro per comunicare l'esito dei tamponi effettuati il giorno prima. Alla notizia di una positività e del rischio di quarantena qualcuno ha reagito con violenza: alcuni operatori di Nova Facility e personale della Uls 2 si rifugiarono in una stanza dove gli immigrati avrebbero impedito loro di uscire con violenze e minacce. Poi arrivò la decisione delle forze dell'ordine di intervenire in tenuta anti sommossa per sedare la protesta.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2021
Due notizie di segno opposto arrivano dal mondo penitenziario italiano. A Firenze il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio per tortura per dieci agenti di polizia penitenziaria accusati di aver usato violenza contro alcuni detenuti in tre diversi episodi, avvenuti tra il 2018 e il 2020. Chiede, inoltre, il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico per due medici che avrebbero mentito sulle reali condizioni di salute dei detenuti portati in infermeria dopo i presunti pestaggi, al fine di coprire i poliziotti. A Modena, invece, il giudice per le indagini preliminari dispone l'archiviazione del procedimento relativo alla morte di otto persone detenute (i morti sono stati in tutto nove) avvenuta all'indomani delle note rivolte del marzo 2020. Otto persone, tutte di origine straniera, per le quali le famiglie non sapranno mai quel che è accaduto.
Come si ricorderà, all'indomani dell'improvvisa chiusura dei colloqui con i famigliari a causa del lockdown scoppiarono rivolte in circa cinquanta istituti di pena italiani. Il terrore si era diffuso tra chi viveva in carcere, sia per l'impossibilità di rispettare le norme di igiene e distanziamento sociale che venivano indicate dalle autorità quali essenziali per la prevenzione del virus, sia per la mancanza di notizie sullo stato di salute dei propri cari. Durante le rivolte, in alcune carceri furono assaltate le infermerie, luoghi che nell'immaginario carcerario custodiscono pezzetti artificiali di felicità e oblio. Alcuni detenuti ingerirono dosi eccessive di metadone. Un comportamento tragico e ignorante dei propri effetti, evidente segno di un'umanità disperata.
Sono stati presentati alcuni esposti relativi alla presunta repressione violenta delle rivolte in diverse carceri. Ci auguriamo che le relative indagini facciano al più presto chiarezza sull'accaduto. L'associazione Antigone è coinvolta in vari di questi procedimenti. Così come era coinvolta in quello relativo al carcere di Modena, dove si è vissuta la situazione più drammatica con la perdita di nove vite umane. Cinque persone sono morte nel medesimo istituto, mentre altre quattro dopo essere state trasferite altrove con il consenso medico. Il 18 marzo del 2020, pochi giorni dopo l'accaduto, Antigone aveva depositato un esposto contro la polizia penitenziaria e il personale sanitario per omissioni e colpe per il decesso dei detenuti.
Antigone è stata più volte ammessa come parte civile nei procedimenti che riguardavano gravi episodi accaduti in carcere. Un'associazione che da tanti anni si occupa di tutelare i diritti delle persone recluse, è sempre stato il ragionamento dei magistrati, è parte in causa quando accadono fatti che, qualora accertati, costituirebbero una grave violazione di tali diritti.
Nel disporre l'archiviazione, il Gip di Modena ha invece scritto che né Antigone né il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale hanno voce in capitolo nella questione in oggetto. Entrambi si erano opposti all'archiviazione, ma il Gip afferma che deve essere dichiarata l'inammissibilità di tali atti oppositivi in quanto provenienti da soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati.
Una visione ristretta se riferita a decessi avvenuti in custodia della pubblica autorità, ma soprattutto in conflitto con altrettante decisioni di segno opposto prese da altri tribunali. Otto vite umane sono andate perdute, alcune delle quali durante un trasferimento verso altre carceri, nei giorni dopo la rivolta. Non vogliamo pensare che valgano di meno perché erano vite di persone detenute. Otto vite umane, una in fila all'altra. Nessuno voleva anticipare le indagini e puntare il dito su responsabilità specifiche di qualcuno. Ma non bisognava chiudere così presto, così rapidamente.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 18 giugno 2021
Il Gip ha respinto le opposizioni presentate dall'associazione Antigone, dal Garante e dai parenti di una delle vittime. Il gip Andrea Romito ha respinto le opposizioni all'archiviazione del fascicolo relativo al decesso di otto detenuti morti a seguito della rivolta avvenuta nel carcere di Sant'Anna l'8 marzo del 2020.
Respinte dunque le opposizioni dell'associazione Antigone onlus, dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale e dai parenti di una delle vittime, Chouchane Hafedh. Per il decesso di quest'ultimo, di Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lifti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah non ci saranno ulteriori indagini; il fascicolo che ipotizzava l'omicidio colposo e morte o lesioni come conseguenza di altro delitto sarà appunto archiviato.
Il gip ha dichiarato inammissibili gli atti per l'opposizione all'archiviazione presentati da Antigone e dal Garante nazionale, trattandosi "di soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati o, pur solo astrattamente enucleabili". Lo stesso gip sottolinea come la "causa unica ed esclusiva" del decesso dei nove carcerati (la nona vittima è Salvatore Piscitelli morto dopo il trasferimento ad Ascoli, dove sono ancora in corso indagini) sia stata l'asportazione violenta e l'assunzione di "estesi quantitativi di medicinali correttamente custoditi all'interno del locale a ciò preposto".
Un profilo, quello della causa dei decessi che Romito sottolinea essere "debitamente approfondito nel corso delle attività di consulenza e non investito di alcuna contestazione". Rimarcando anche la "sproporzione in termini numerici fra rivoltosi e guardie penitenziarie" e "il contesto sanitario nel quale gli accadimenti ebbero luogo", il gip rileva che "alcuna responsabilità è ascrivibile in capo ai soggetti intervenuti nel complesso iter procedimentale che conduceva, il 9 marzo, alla definitiva cessazione dei tumulti".
"Non è accettabile che una vicenda così grave che ha visto la morte di otto detenuti si chiuda con un provvedimento così motivato". L'associazione Antigone, per voce dell'avvocato Simona Filippini commenta così l'archiviazione firmata dal gio di Modena. "Stiamo valutando quale sia l'azione più opportuna da prendere ma sicuramente l'associazione andrà avanti affinché - aggiunge Filippini - venga fatta chiarezza sulle ragioni della morte di tutte queste persone".
Ad esprimere sorpresa ed amarezza è anche l'avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di una delle vittime: "Dalla lettura del provvedimento del giudice modenese, si evince come siano stati ignorati una serie di elementi e criticità sollevate nell'atto di opposizione depositato, che avrebbero meritato più attenzione e la dovuta considerazione. Sono troppe le zone d'ombra che - dice l'avvocato - non sono state chiarite in questa triste vicenda e questo non possiamo accettarlo. Pertanto siamo pronti a ricorrere nelle opportune sedi, confidando che prima o poi i familiari di queste giovani vittime avranno le risposte che meritano".
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 18 giugno 2021
Nel centro di via Corelli sono state segnalate violenze, cure inadeguate e diritti calpestati in ogni modo. "Sono stanco. A volte penso di prendere una corda e farla finita, come quel ragazzo di Torino". A parlare è Mohammed, uno degli ospiti del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Milano. È dentro da diversi mesi, ma proprio poche ore dopo essersi messo in contatto con noi è stato liberato.
Della tragedia di Musa Balde, il 23enne che si è tolto la vita nella struttura torinese dove era finito dopo aver subito una violenta aggressione, si è venuto a sapere anche nel centro del capoluogo lombardo. E nessuno è rimasto sorpreso. Autolesionismo e tentativi di suicidio da tempo scandiscono la quotidianità al suo interno. "Vediamo sangue di continuo, ogni giorno diverse persone finiscono in ospedale", racconta Mohammed. Il materiale che ci inoltra lo conferma: un video mostra le pareti dei bagni coperte di schizzi rossi, un altro un ragazzo pieno di tagli sulle braccia e sulle gambe che si lamenta, il sangue che cola.
Il Cpr di via Corelli ha aperto il 28 settembre scorso dopo mesi di proteste da parte delle reti solidali e delle organizzazioni per i diritti umani. Si trova tra la linea ferroviaria e il cavalcavia della tangenziale est, lì dove in passato c'erano state altre esperienze di accoglienza. La gestione è stata vinta tramite appalto da Versoprobo e Luna Scs, realtà attive nell'ambito dell'immigrazione ma anche in strutture di tutt'altro tipo, legate al turismo.
Il meccanismo del bando è stato quello dell'asta al ribasso, la dignità di trattamento degli ospiti sacrificata in nome del risparmio. Oggi al suo interno ci sono una cinquantina di persone, per lo più tunisini, mentre gli operatori sono solo due durante il giorno e uno di notte. Chi entra non ha commesso un reato, trattasi di detenzione amministrativa per i migranti senza permesso di soggiorno da tradursi nel più breve tempo possibile - massimo 90 giorni a parte alcune eccezioni - in rimpatrio. Nei fatti la situazione è peggiore di quella di una penitenziario.
"In carcere ci sono dei diritti stabiliti, durante la giornata si fanno delle attività, ci sono delle regole. Nel centro milanese no, è un luogo di passaggio vuoto dove le persone vengono parcheggiate anche per diversi mesi, in condizioni critiche", sottolinea l'avvocato Nicola Datena. Per riempire il tempo c'è giusto una scacchiera e una tv quasi sempre spenta, anche se sarebbe prevista l'organizzazione di attività. Secondo Datena il problema più grave del centro di via Corelli è l'assenza di una convenzione stipulata con l'Agenzia di tutela della salute (Ats), un unicum tra i Cpr italiani e una violazione dell'articolo 3 del Regolamento unico.
"Manca un ospedale di riferimento e questo comporta tutta una serie di problematiche per le persone rinchiuse", spiega. "Al momento dell'ingresso non ricevono un'adeguata visita medica di compatibilità alla vita nella struttura, può sembrare una formalità ma per la legge è una condizione fondamentale per entrare. Ci sono poi persone che hanno bisogno di accedere a terapie che non sono quelle di urgenza del pronto soccorso e che se le vedono negate".
Un esempio è quello dei tossicodipendenti, ce ne sono diversi in via Corelli. Il metadone spesso viene somministrato in ritardo e con terapie abbozzate e occasionali, manca ogni collaborazione con i Servizi per le dipendenze patologiche (Serd). Praticare autolesionismo diventa una strategia per finire in ospedale e cercare di avere accesso ad altre terapie negate nel Cpr, nelle ultime settimane diverse persone si sono lanciate dal tetto per fratturarsi le gambe e poter uscire.
Stesso discorso per i disturbi psichici, sempre più diffusi ma spesso ignorati a causa dell'assenza di uno psichiatra che segua gli ospiti in maniera continuativa. L'unica cosa che non manca, dalle testimonianze interne che abbiamo raccolto, sono i tranquillanti, somministrati con la manica larga anche a chi non ha disturbi. "Ho visto ragazzi entrare sani e poi diventare zombie, al primo appuntamento erano determinati e combattivi ma negli incontri successivi sempre più passivi e apatici", conferma Datena. Una situazione sanitaria esplosiva, che Mohammed ha vissuto sulla propria pelle nel periodo passato lì dentro, tra pensieri suicidi e molto altro.
Il ragazzo ha una profonda ferita che non gli è stata curata, le croste insanguinate gli macchiano il corpo, come mostra in un video. Gli ultimi giorni nella struttura poi li ha fatti con una caviglia rotta. Le numerose rivolte susseguitesi in questi mesi hanno fatto sì che i migranti venissero sottoposti a continue perquisizioni, denudati e privati degli oggetti considerati pericolosi.
Le stampelle sono tra questi e Mohammed la notte, quando nessuno poteva trascinarlo in bagno, si è trovato a doversi urinare addosso. Quando è stato liberato lo hanno lasciato fuori dal centro senza stampelle, ci hanno pensato alcuni attivisti a soccorrerlo. Nei bagni interni la situazione è altrettanto critica: la privacy degli ospiti è negata, non ci sono le porte e dalle immagini che abbiamo visionato le toilette alla turca sono tutte intasate, i pavimenti e i muri sporchi e ammuffiti.
Ma i problemi non finiscono qui. All'ingresso del centro vengono sequestrati i telefoni cellulari e se negli ultimi mesi agli ospiti è stato concesso fare chiamate - una decina di minuti al giorno, non garantiti a tutti - è solo perché a marzo è intervenuto il tribunale di Milano con una sentenza ad hoc.
Al Cpr si finisce per stare per troppo poco o per troppo tempo. Inizialmente le persone entravano e venivano espulse in pochi giorni senza nemmeno riuscire ad avere assistenza legale, una violazione del Regolamento. Non gli veniva dato modo di comunicare con l'esterno e l'unica via che avvocati e associazioni avevano per poter fare qualcosa era contattare i familiari, se riuscivano a rintracciarli. Ora invece c'è chi si trova bloccato in questo inferno da ormai sei mesi: il rimpatrio non arriva per motivi burocratici ma la libertà sotto forma di rilascio con foglio di rimpatrio volontario entro sette giorni raramente è contemplata. Lo sciopero dei tamponi delle ultime settimane sta poi prolungando ulteriormente i tempi di detenzione.
Altre testimonianze che abbiamo raccolto parlano di riscaldamenti spenti durante l'inverno, cibo scaduto o di qualità infima servito in mensa, acqua calda assente per diversi giorni, minori trattenuti illegalmente a causa di test anagrafici tardivi e approssimativi, violenze ripetute da parte degli agenti. "Ti portano negli ambienti dove non ci sono le telecamere, ti sbattono contro il muro e partono con i manganelli", ci racconta un ospite, che si sofferma su una delle ultime perquisizioni subìte, con tanto di Corano buttato in terra e calpestato a sfregio.
Il 25 maggio scorso decine di agenti antisommossa sono entrati nel centro per calmare una protesta sul cibo, ci sono state violenze e alcuni migranti sono finiti in ospedale. "Siamo stati trattati peggio degli animali, avrei preferito morire che passare altro tempo lì dentro", sottolinea un ex ospite. Ora si trova in Tunisia e si dice felice di essere stato rimpatriato, qualunque cosa è meglio di quello che chiama "il lager di via Corelli".
Che nella struttura tante cose non funzionino non lo si capisce solo raccogliendo le testimonianze di chi ci è stato rinchiuso. Gli avvocati penalisti di Milano hanno definito la situazione "disumana", una delegazione di palazzo Marino ha evidenziato diverse criticità, mentre i parlamentari Gregorio de Falco e Simona Nocerino, in visita nel centro nei giorni scorsi, hanno detto di aver provato "un senso di vergogna" a causa di "situazioni di trattenimento incomprensibili". Perfino il sindacato di polizia ha parlato di una situazione "surreale".
Per i giornalisti entrare è praticamente impossibile nonostante sia consentito dal Regolamento, la nostra domanda di ingresso alla Prefettura è stata accolta dopo diverse sollecitazioni, per poi venire cancellata su ordine del ministero dell'Interno. Un rifiuto che stanno riscontrando tutti quelli che vogliono entrare in questo periodo, parlamentari a parte. Stesso discorso per la richiesta di chiarimenti al direttore del centro, Federico Bodo: "La prefettura di Milano ha invitato a non rilasciare ulteriori interviste", ci ha scritto. Nelle scorse settimane però Bodo ha rilasciato su Facebook alcune dichiarazioni che rendono bene l'idea di quanto critica sia la situazione interna.
"La permanenza prolungata all'interno della struttura ha provocato ripercussioni pesanti sulla condizione psicologico-psichiatrica degli ospiti", ha sottolineato, confermando poi che "per persone che rimangono un tempo limitato (seppure per loro infinito) presso la struttura risulta pressoché impossibile accedere a visite specialistiche attraverso il sistema sanitario nazionale". Il trattenimento prolungato degli ospiti nel momento in cui il rimpatrio è impossibile viene infine da lui stesso definito "un trattenimento senza scopo, in violazione delle basilari norme costituzionali in materia di tutela della salute e dei Diritti fondamentali dell'uomo". Tra gestori, Prefettura e Questura non è chiaro quando iniziano le responsabilità dell'uno e finiscono quelle dell'altro. Il problema è a monte in un sistema, quello dei Cpr, scarsamente regolamentato, ma ora a Milano si è messa in moto la strategia dello scaricabarile.
A questo si aggiungono le poche risorse disponibili in un meccanismo di bando dove l'unica cosa che conta è il risparmio per lo stato. Il risultato è una situazione esplosiva, abbandonata a sé, come abbandonate a sé sono state le centinaia di persone che in questi mesi sono state rinchiuse in via Corelli, private anche dei più basilari diritti umani. Un fallimento su tutti i fronti che non sembra destinato a cambiare: nel nuovo bando per la gestione del Cpr, da cui Versoprobo e Luna Scs hanno deciso di tirarsi fuori, si parla addirittura di un ampliamento della capienza della struttura.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2021
Il giovane era affetto da seri disturbi psichici. In primo grado furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo a una psichiatra: per la prima volta un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo. È da 12 anni che il padre Michele e i fratelli Andrea e Vincenzo chiedono che sia fatta giustizia sulla morte di Luca Campanale che morì impiccandosi nel 2009 a 28 anni nel carcere di San Vittore dove era recluso per uno scippo. Ora, attraverso un ricorso firmato dall'avvocato Andrea Del Corno, la vicenda approda alla Corte europea dei diritti dell'uomo chiamata a dirimere un caso con esiti giudiziari "storici" e controversi.
Nel 2014, in primo grado, una psicologa venne assolta mentre a una psichiatra furono inflitti otto mesi di reclusione per omicidio colposo. Inoltre, il Ministero della Giustizia fu condannato al pagamento di una provvisionale da 529mila euro. Fu, quella, la prima volta che un tribunale italiano riconobbe una responsabilità di questo tipo per un suicidio dietro le sbarre. Ma in appello, confermato dalla Cassazione, entrambe le imputate furono scagionate con la revoca delle statuizioni civili. Il ricorso punta su una "sequenza degli avvenimenti ritenuta di per sé esplicativa: Campanale si suicida il 12 agosto 2009 a mezzanotte e mezzo, dopo l'esecuzione del provvedimento di revoca della Sorveglianza a vista e della permanenza nella zona delle celle a rischio, quindi con declassamento del regime di controllo". Responsabili sarebbero state, nella lettura della parte civile, le dottoresse R.D.S., psicologa, e M.M., psichiatra, perché avrebbero sottovalutato il rischio che il giovane si suicidasse.
In particolare, non avrebbero dato il giusto peso al fatto che Campanale fosse affetto da seri disturbi psichici e avesse compiuto "numerosi gesti autolesivi" nel carcere di Pavia dove era detenuto in precedenza. Dalla ricostruzione di Del Corno emerge che il 30 luglio del 2009 la psicologa "aveva revocato la sorveglianza a vista e l'inserimento nelle celle a rischio", mentre la psichiatra "non aveva disposto alcun regime di sorveglianza ma aveva ridotto il presidio farmacologico sulla base di una non riscontrata alleanza terapeutica". Il 2 e il 4 agosto Campanale aveva compiuto "numerosi gesti autolesivi" senza che venisse cambiatala scelta di non sottoporlo a un'osservanza più stretta. In totale nel ricorso si citano nove episodi, documentati, di "reiterati gesti autolesionistici, aggressivi nei confronti di altri e tentativi di suicidio tra il maggio e l'agosto dell'anno in cui il giovane si tolse la vita.










