di Errico Novi
Il Dubbio, 10 maggio 2021
La responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando: "La riforma della Giustizia si farà prima del Referendum". Domani il vertice su processo penale e prescrizione convocato da Marta Cartabia
domenica 9 maggio 2021. "Prima dell'apertura della sessione di bilancio dobbiamo approvare le riforme su penale e civile in entrambi i rami del Parlamento, altrimenti perdiamo i soldi del Recovery. E la riforma del Csm, anche alla luce del caso Amara e prima ancora del caso Palamara, non è rinviabile".
Alla vigilia del vertice su processo penale e prescrizione, convocato da Marta Cartabia per domani, la responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando fa il punto sulle riforme in un'intervista all'Huffington. E a proposito dell'iniziativa referendaria sulla Giustizia lanciata dal leader della Lega Matteo Salvini insieme ai Radicali fa sapere: "C'è una discussione in Parlamento, ci sarà un voto prima dell'estate e Salvini invece passeggia per le strade. Si deve fidare di più dei suoi parlamentari".
La prossima settimana sarà una settimana cruciale per le riforme in materia di giustizia. Il Governo presenterà i suoi emendamenti al ddl sul processo civile al Senato, mentre, in via Arenula, si inizierà a trarre le fila anche sulla riforma del processo penale: al ministero della Giustizia, infatti, domani si incontreranno i capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia della Camera, la ministra Cartabia e i tecnici della commissione, presieduta dal presidente emerito della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi, costituita proprio per esaminare le soluzioni possibili sui temi della giustizia penale, tra cui il tanto dibattuto "nodo" della prescrizione.
Una riunione per fare il punto sulla base degli emendamenti - oltre 700 - presentati alla Camera dalle forze politiche al ddl Bonafede, e delle conclusioni del lavoro, che saranno illustrate in quella sede, della commissione ministeriale. Un confronto, dunque, che rappresenta il primo passo verso quella sintesi che, successivamente, sarà fatta dalla Guardasigilli per la presentazione dei suoi emendamenti alla riforma che era stata approvata dal governo Conte. Nel frattempo il leader della Lega Matteo Salvini torna a sottolineare che "sulla giustizia, se i partiti non troveranno un accordo in Parlamento su riforme necessarie e urgenti, saranno i cittadini a farlo, tramite referendum".
"La nostra linea è nelle proposte che presentiamo in Parlamento, i tempi del referendum sono lunghi, le riforme arriveranno prima", garantisce invece Rossomando, bollando l'iniziativa di Salvini come "propaganda". La responsabile dem presenta quindi le proposte del Pd su civile e penale e riforma del Csm. Su quest'ultimo punto, che non rientra nel pacchetto Recovery, il "Pd ha proposte chiare", sottolinea Rossomando.
"I magistrati - spiega - non devono giudicare sé stessi quindi proponiamo un'Alta Corte almeno per il giudizio d'appello sul disciplinare; competente per tutte le magistrature non solo per quella ordinaria ma anche amministrativa e contabile. Quello che possiamo invece portare subito nella riforma del Csm in discussione alla Camera riguarda innanzitutto lo stop alle nomine a pacchetto. Nomine che invece devono essere fatte in ordine cronologico e decise almeno due mesi prima della scadenza, perché la modifica della legge elettorale del Csm è solo uno degli aspetti e non il più rilevante e incisivo". E la separazione delle carriere? "Personalmente non credo che avere due Csm al posto di uno risolva il tema della sovraesposizione delle procure, che esiste", replica Rossomando.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 10 maggio 2021
Quando esplose lo scandalo Palamara, il presidente Mattarella parlò senza giri di parole di "un quadro sconcertante di manovre per veicolare le nomine di importanti procure" e chiese di accelerare le riforme - a partire da quella del Csm - per restituire credibilità alla giustizia nel rispetto della Costituzione.
Sono passati due anni, e il Parlamento ha approvato solo una controriforma, quella che ha abolito la prescrizione, l'ultima sbandata giustizialista che ha fatto a brandelli il giusto processo scritto a chiare lettere proprio nella Costituzione. Mentre la proposta dell'ex ministro Bonafede di introdurre il doppio turno per la scelta dei componenti togati del Csm non farebbe altro che aumentare il peso delle correnti che si vorrebbero depotenziare: un salto dalla padella nella brace. Il fatto è che l'ennesimo scandalo innescato dall'avvocato Amara, con tanto di logge segrete, veleni, dossieraggi, oltre a una nuova - e tardiva - guerra tra procure per accaparrarsi la titolarità dell'inchiesta rischia di far sprofondare l'intera magistratura in una vera e proprio crisi di sistema. Per cui una vera, radicale riforma della giustizia non dovrebbe essere più rinviabile.
Anche perché una sua parte non marginale è contenuta nel Recovery Plan da cui dipendono i fondi europei. Ma è difficile, se non impossibile, che questo Parlamento a trazione grillina, nonostante l'indubbia autorevolezza della ministra Cartabia, riesca a mettere insieme i numeri per una svolta in senso garantiste che ristabilisca i confini tra i poteri dello Stato. In questi giorni, non a caso, è già sceso prepotentemente in campo l'apparato mediatico che ha alimentato il circo giacobino degli ultimi trent'anni, secondo il quale i pm hanno sempre ragione in nome della funzione redentrice del potere giudiziario nei confronti di una politica e di una società inclini sempre e comunque a delinquere.
Per cui anche solo ipotizzare una minima riforma diventa un attentato all'indipendenza della magistratura, come se la sua credibilità - scesa ormai sotto ogni livello di guardia - dipendesse da subdole manovre esterne e non fosse stata invece compromessa da veleni intestini, faide di corrente e soprattutto da uno spregiudicato uso politico della giustizia dal partito onnipotente delle procure. Così, nel tentativo di oscurare la storia e la cronaca, si ribaltala realtà attribuendo al centrodestra che spinge per una commissione d'inchiesta la volontà di mettere il bavaglio al controllo di legalità che la magistratura deve esercitare nei confronti della politica.
E uno scontro che va avanti dai tempi di Tangentopoli, e che ha lasciato sul terreno carriere distrutte, governi caduti e riabilitazioni tardive con un'unica costante: nessun magistrato ha mai pagato per i suoi errori. L'onorevole Costa di Azione è andato a spulciare le valutazioni di professionalità con esito positivo espresse dal Csm sul lavoro dei magistrati: 97,73% nel 2010, 98,40% nel 2011, 97,15% nel 2012, 98,18% nel 2013, 97,13% nel 2014, 99,56% ne12015, 99,30% nel 2016 e così via. Tutti promossi, insomma.
Numeri che stridono con quelli degli errori giudiziari, peri quali nel solo 2020 l'Italia ha speso 46 milioni di euro, in gran parte per le ingiuste detenzioni, e dal 1992 al 2020 gli innocenti indennizzati sono stati quasi trentamila. E a pagare è sempre e solo lo Stato, mentre chi sbaglia continua indisturbato la sua carriera. E c'è un ultimo dato che rappresenta bene la deriva giustizialista in atto: nel 2015 le Camere Penali hanno analizzato 8000 articoli di 27 quotidiani su diversi casi giudiziari.
Risultato: 62% colpevolisti, 3,2% innocentisti, 24% neutri; per i160% fonti Pm e polizia, 7% la difesa; per 1'80% nessuno spazio alla difesa. "Ora è peggio", ha commentato Costa su Twitter. E Crosetto ha giustamente chiosato: "Se gli atti che escono dai tribunali fossero stati trattati tutti con la prudenza usata con la fantomatica Loggia Ungheria, non avremmo avuto un buon 10% delle prime pagine degli ultimi venti anni".
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 10 maggio 2021
La Convenzione di Istanbul, approvata l'11 maggio del 2011, in Italia non ha ancora prodotto i risultati sperati. Leggi dure contro i femminicidi ma pochi investimenti su prevenzione e pari opportunità. Manente: "La Cassazione ha applicato quei principi nella sentenza per Sara Di Pietrantonio".
Poco conosciuta, poco applicata. Disattesa. Eppure così potente da far paura. Alla Turchia ad esempio, che ha deciso di tornare indietro sui diritti delle donne tanto da voler stracciare quel trattato. Alla Polonia, che ha istituito una commissione per boicottarla. A quelle organizzazioni pro-life, semi segrete, transnazionali e integraliste come "Ordo Juris" o "Agenda Europa" che in nome di un ritorno "all'ordine naturale", vagheggiano un mondo di donne unicamente fattrici di bambini e sottomesse. All'Italia stessa, perché nelle aule di giustizia è spesso ignorata, così come nei luoghi della politica che decidono stanziamenti, fondi, strategie.
La Convenzione di Istanbul, primo trattato internazionale contro la violenza sulle donne, compie oggi 10 anni. Era stata firmata l'11 maggio del 2011 a Istanbul (ma la Turchia il 20 marzo scorso ha disconosciuto l'accordo) da 45 paesi, tra cui l'Italia, dove è stata ratificata nel 2013. Ottantuno articoli che affermano un principio semplice e rivoluzionario: la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. È basata sul "genere" perché colpisce le donne in quando donne. È strutturale e non episodica, in quanto figlia di una cultura radicata di sopraffazione maschile. Un testo da cui dovrebbero discendere, in ogni paese che lo ha ratificato, leggi e politiche di prevenzione dei femminicidi, dei maltrattamenti, delle disuguaglianze di genere.
"Dieci anni dopo, però, dobbiamo dire che in Italia buona parte della convenzione è ancora da attuare", afferma con rammarico Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato. "Delle quattro P attraverso le quali si dovrebbero attuare i principi di Istanbul, prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate, l'unico vero passo in avanti fatto dal nostro paese è quello della "P" di punizione. Dalla ratifica in poi abbiamo infatti scritto e approvato una serie di leggi fondamentali dal decreto-femminicidio del 2013 al Codice Rosso".
Leggi dure, efficaci, almeno sulla carta, ma non abbastanza dissuasive, visto che dall'inizio dell'anno in Italia sono state già 38 le donne assassinate da mariti, compagni, amanti, ex. Per questo, spiega Valente, dalla commissione sul femminicidio è partita un'indagine proprio sulla applicazione della convenzione. "Protezione: abbiamo una buona rete di centri antiviolenza che lavorano però in condizioni drammatiche, i fondi arrivano con il contagocce, mai sicuri, sempre in affanno. Restano del tutto disattese le ultime due P: la prevenzione e le politiche integrate. Invece è con la cultura che si combattono gli stereotipi che portano alla violenza, nelle scuole, con la raccolta dei dati, la specializzazione di chi entra in contatto con le vittime: giustizia, forze dell'ordine, medici".
Il punto di caduta è questo. La Giustizia. Nei tribunali di primo e secondo grado, denunciano i centri antiviolenza, la Convenzione di Istanbul non viene mai nemmeno citata dai giudici. Per mancanza di conoscenza, per una sottovalutazione del fenomeno. In particolare nella giustizia civile, dove spesso abusi e maltrattamenti vengono derubricati da magistrati, ancora figli di una cultura patriarcale, a conflitti familiari. E le donne subiscono drammatiche ingiustizie che si concretizzano in altrettante ingiuste sottrazioni di figli.
Ci sono casi in cui invece, la Convenzione di Istanbul è stata recepita e applicata in sentenze esemplari. Ed è accaduto quasi sempre da parte della Cassazione. Il verdetto di condanna all'ergastolo di Vincenzo Paduano, ad esempio, vigilante che il 26 maggio del 2016 strangolò e dette fuoco alla sua ex fidanzata Sara Di Pietrantonio, che aveva 22 anni. Braccata nella notte mentre cercava di fuggire, Sara fu lasciata agonizzante per strada mentre Paduano tornò al suo lavoro come se niente fosse.
Ricorda Teresa Manente, avvocata penalista, responsabile legale dell'associazione "Differenza donna" che in quel processo si era costituita parte civile: "Nell'argomentare la condanna all'ergastolo, confermando la corte d'appello, la Cassazione aveva citato non solo lo stalking, ma la radice culturale di quel femminicidio, esattamente come spiega la Convenzione di Istanbul. La sentenza afferma infatti che Paduano avrebbe agito per punire l'insubordinazione della ex fidanzata, da lui considerata di sua proprietà. Una volontà di dominio che nulla ha a che vedere con il sentimento. Una sentenza concettualmente straordinaria, anche se, purtroppo, rara".
Simona Lanzoni, vice presidente della Fondazione Pangea, fa parte del "Grevio", il gruppo di controllo internazionale sull'applicazione della Convenzione. E conferma quanto scritto dal "Grevio" nel 2020 sul nostro paese: "Dieci anni dopo possiamo dire che l'Italia si è data un corpus di norme sempre più severe, ma questo non è sufficiente. Applicare la Convenzione vuol dire investire, con la stessa forza, nella protezione delle vittime, nelle strategie di pari opportunità, sulle radici culturali della violenza".
di Giuseppe Belcastro
Il Dubbio, 10 maggio 2021
Se il difensore è identificato col suo assistito, finisce per meritare anche lui la punizione. Tutelare il (presunto) reo è di per sé una colpa. Logico, no? È un circolo vizioso quello che, in parte, può spiegare la perniciosa identificazione tra l'Avvocato e l'assistito. E si basa, mi pare, su due pilastri: la necessità e la distorsione. La necessità.Nel sistema degli equilibri democratici disegnato dalla Costituzione, è necessario che il cittadino che delega potestà allo stato sia messo nella condizione di verificare se e come quella potestà venga esercitata. Non fa eccezione la giurisdizione.
Però la verifica, un tempo affidata in larga parte alla presenza diretta nei luoghi della giustizia (le aule), durante la effettiva celebrazione di quell'esercizio (il processo), da parte di chi ne avesse interesse (il cittadino o il cronista), è invece oggi affidata ad una mediazione diffusa, quella dei mass media. La struttura del villaggio globale rende così istantanea la divulgazione di informazioni, sopravanzate dalla loro stessa velocità di trasmissione; insomma, non importa tanto ciò che si racconta, quanto il fatto che lo si racconti per primi. L'attenzione e il racconto puntano allora direttamente sulla prima cosa disponibile: le indagini, fase pre-processuale incondizionatamente governata dalla parte che accusa.
Ma se chiediamo di un fatto a chi rispetto ad esso ha un preciso (e legittimo) interesse ne otterremo assai probabilmente una narrazione che a quell'interesse è consentanea. Un'imperfetta competenza tecnica del narratore sull'argomento fa, a volte, il resto del lavoro. Dunque, si comprende agevolmente perché la narrazione della vicenda giudiziaria focalizzata sull'indagine restituisca ineluttabilmente l'idea che ogni indagato sia in realtà un colpevole. E questo incomincia a lumeggiare il secondo pilastro di cui si diceva. La distorsione. Perché, se l'indagato è un colpevole, tutto ciò che segue cronologicamente all'indagine non serve più.
Il processo, insomma, da luogo di effettivo esercizio della giurisdizione, diventa inutile orpello, buono nella migliore delle ipotesi a confermare quanto già si sapeva dall'inizio. Il controllo collettivo sull'esercizio della funzione, insomma, alimentato da una narrazione precoce, parziale e a volte di scarsa qualità, non solo perde il suo scopo, ma rischia persino di corrompere dall'interno la funzione stessa cui è rivolto.
Ecco, proprio quando questo accade (ormai quasi sempre) l'Avvocato diventa il suo assistito e, quasi come lui, merita la punizione. In fondo è logico: difendere un colpevole è di per sé una colpa che al contempo qualifica chi la commette e fa perdere inutilmente alla collettività tempo e risorse.
In questo humus virulento, che favorisce talvolta episodi di isteria collettiva, invettive e minacce, l'Avvocato non partecipa più della giurisdizione, ma ne ostacola prezzolatamente l'esercizio, frapponendo cavilli per salvare il criminale di cui è certamente compare. E allora alla gogna pure l'Avvocato perché, in fondo, come si fa a difendere gente così?
È un circolo vizioso, si diceva, per rompere il quale basterebbe forse un poco di ragionevolezza, che però oggigiorno è merce assai rara. Se ne potrebbe prendere a prestito da tutti quelli che gli ingranaggi del processo hanno assaggiato sulle loro carni, scoprendo, quand'anche colpevoli, che l'Avvocato difende diritti e non delitti. O persino e forse meglio da coloro, nient'affatto pochi, che ne sono usciti indenni nel corpo, ma non sempre nello spirito: gli assolti, gli ingiustamente accusati.
Tutti costoro sanno in maniera esperienziale cosa sia per davvero un'indagine, un processo e, prima ancora, il clamore che lo precede; e sanno pure quanto siano vacui i rimedi postumi approntanti dal sistema a questo circo, troppo spesso indegno.
Ma essi sanno soprattutto che non sarebbero arrivati sull'altra riva del fosso senza un Avvocato, altro da sé, a garantire il rispetto dei loro diritti. L'Avvocato non è il suo assistito e ogni assistito ha respirato questa elementare verità che chi può dovrebbe spiegare incessantemente per tutte le ore di tutti i giorni. Non fosse altro che al fine di evitare che, per capirlo, si debba prima o poi tutti provarlo sulla nostra pelle.
di Miguel Gotor
La Repubblica, 10 maggio 2021
L'intervista al presidente della Repubblica Sergio Mattarella stabilisce un nesso tra la necessità che si faccia piena luce sui fatti accaduti con il ruolo svolto dall'area di contiguità nel sostenere la lotta armata. L'intervista che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rilasciato al direttore di questo giornale è importante per almeno quattro motivi.
Primo: arriva all'indomani dell'operazione parigina "Ombre rosse", su cui il capo dello Stato ha investito personalmente, e che ha consentito di ribadire un principio cardine dello stato di diritto: chi ha commesso reati di sangue e si è sottratto all'esecuzione della pena fuggendo all'estero non è al di sopra della legge.
Secondo: spiega che la lotta armata non è scaturita dal biennio studentesco e operaio del '68-'69, anzi quella scelta sciagurata, figlia del settarismo e del nichilismo ideologico successivo, è servita a soffocare la spinta sociale, partecipativa e libertaria di quei movimenti.
Terzo: rivendica con un orgoglio non ancora sufficientemente penetrato nella società italiana, ma riconosciuto all'estero, che la democrazia repubblicana ha saputo resistere all'onda d'urto della lotta armata, costituendo un precoce e virtuoso esempio di democrazia che è riuscita a vincere una guerra asimmetrica come quella contro il terrorismo, in cui elementi autoctoni e fattori spontanei si intrecciano con una dimensione internazionale.
Quarto e ultimo, ma non per importanza: stabilisce un nesso tra la perdurante necessità che si faccia piena luce sui fatti accaduti - solennemente definita "un'esigenza fondamentale per la Repubblica" - con una questione centrale del suo intervento, ossia il ruolo svolto dall'area di contiguità nel sostenere la lotta armata. Si tratta di un elemento chiave del discorso - non si dimentichi che il nostro presidente è il fratello di Piersanti Mattarella, vittima nel 1980 di quello che il magistrato Loris D'Ambrosio ha acutamente definito "non un omicidio di mafia, ma di politica mafiosa" - che già Oscar Luigi Scalfaro ebbe modo di sollevare in anni ormai lontani.
Sul piano storico quest'ultimo aspetto è centrale per due ragioni. Purtroppo, nel dibattito pubblico sugli anni Settanta, il concetto di area di contiguità è ancora utilizzato troppe volte in modo rancoroso, ricattatorio, insinuante, vendicativo, senza compiere lo sforzo necessario di calarsi nel clima del tempo per cercare di comprenderlo. Una cultura pubblica di un Paese che si interroga così sul suo passato in realtà non desidera elaborare la memoria di ciò che è stato perché teme il bisturi di un giudizio storico su quel periodo. Ad esempio, non vuole riconoscere l'atmosfera di paura, il primo effetto di ogni azione terroristica, che costrinse tanti alla viltà, ma neppure il clima di complicità generazionale che indusse molti a far finta di nulla, a essere reticenti o addirittura solidali con chi praticava la lotta armata.
Inoltre, l'area di contiguità è anche una zona di infiltrazione degli apparati investigativi in quanto costituisce l'anello debole, incerto, ambiguo e scivoloso che consente però di entrare in comunicazione con il nemico. Per questo motivo è una lingua di terra insidiosa che deve comunque essere presidiata: è utile se si vuole portare la guerra, ma anche per firmare la pace. Non deve quindi sorprendere che proprio in quest'ambito compaiano i segnali più visibili di una doppia attività di raccolta di informazioni e di infiltrazione a opera dei servizi segreti nazionali ed esteri che non sono di facile né rapida ricostruzione.
La stessa memoria dei testimoni muta con lo scorrere della loro vita, rispondendo alle più diverse e cangianti motivazioni consce e inconsce. Il passato è una scimmia che ci portiamo, volenti o nolenti, sulle spalle e può continuare a lambirci e a ricattarci con i suoi ricordi ed emozioni, imponendo omertose solidarietà e rapidi imbellettamenti della memoria. Per questo la dipendenza dalla memoria è necessaria, ma non basta, e serve la progressiva disintossicazione della storia.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 10 maggio 2021
La figlia del giudice Galli: "Mio padre era solo, i suoi assassini no". Il presidente della Camera: vanno superati i depistaggi. I familiari dei bersagli del terrorismo protagonisti alla giornata della Memoria insieme al presidente Mattarella. "Mio padre, Guido Galli, era giudice istruttore a Milano. Aveva appena portato a processo, in tempi brevissimi, Prima Linea, una delle più sanguinarie formazioni terroristiche degli anni di piombo, quando è stato ucciso, il 19 marzo 1980, mentre percorreva un corridoio dell'Università Statale. Andava ad insegnare i suoi studenti il valore della legalità. Lui era solo, ed aveva in mano il suo codice, l'arma delle istituzioni che rappresentava, in cui credeva. Tre invece erano i suoi assassini ed avevano armi potentissime per affrontarlo".
Carla Galli, giudice come il padre, ha ricordato così ieri al Senato la tragedia che colpì la sua famiglia. "Mi sono sempre chiesta: ma come hanno fatto quegli uomini a sottrarre un padre a cinque bambini?" disse anni fa la madre, di Carla, Bianca. "Quel maledetto giorno non era l'appuntato Casu che avrebbe dovuto accompagnare mio padre a casa: per un disguido l'autista di turno non era disponibile e lui, senza che nessuno lo chiedesse, si offrì spontaneamente per il servizio", ha raccontato Mario Tuttobene, figlio del tenente colonnello Emanuele Tuttobene, ucciso dalle Br a Genova nel gennaio 1980, insieme al suo autista, l'appuntato Antonino Casu.
Da queste testimonianze capisci che gli anni di piombo sono lontani ma anche terribilmente vicini. "Le cicatrici di queste ferite sono parte del nostro Dna collettivo. È un dolore che non si prescrive e che ci chiede oggi di proseguire con costante determinazione la strada per la verità e la trasparenza. Perché tante sono le pagine ancora da ricostruire e i silenzi fanno spesso più rumore delle bombe", ha ricordato la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati durante la cerimonia della memoria per le vittime del terrorismo.
La presidente ha citato le parole pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella nell'intervista al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari: "Grazie al sacrificio e alla rettitudine di molti e grazie all'unità che il popolo italiano ha saputo esprimere in difesa dei propri valori", il terrorismo è stato sconfitto". Quest'anno la Giornata è caduta qualche giorno dopo l'arresto dei dieci terroristi che avevano trovato riparo in Francia grazie alla dottrina Mitterrand. Mattarella ha ricordato il dovere della memoria che quella stagione feroce c'impone. Memoria, ma anche verità. E quindi al nostro giornale ha formulato l'auspicio che i terroristi ancora latitanti - sono circa una ventina - vengano assicurati alla giustizia.
"Grazie ad un'iniziativa condivisa con il presidente Fico - ha spiegato Casellati - abbiamo raggiunto un risultato storico: la rimozione del segreto funzionale dagli atti delle Commissione di inchiesta, che hanno lavorato sul terrorismo e sulle stragi. Si tratta di 32 filoni d'inchiesta, circa 7400 documenti e oltre centomila pagine consultabili nei quali è raccontata la storia costruita sulla paura e sulla strategia della tensione". Casellati ha citato Sabina Rossa, figlia del sindacalista Guido Rossa, e Rosa Villecco, vedova dell'agente del Sismi, Nicola Calipari, "che hanno saputo costruire sul proprio dramma personale una battaglia di civiltà".
"Non può esserci piena riconciliazione senza piena giustizia. Le istituzioni devono continuare a cercare la verità sulle tante pagine ancora oscure di quegli anni, superando i depistaggi, le complicità, le omissioni posti in essere anche da parte dei settori deviati dello Stato", ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico. "Ricordare le vittime italiane del terrorismo è un dovere morale e civile per ogni cittadino della Repubblica", ha detto Maurizio Molinari, che ha condotto la cerimonia insieme a Monica Maggioni.
"È un dovere morale perché furono vittime di un odio efferato, ideologico, brutale, frutto del disprezzo di quanto abbiamo di più importante: il rispetto per la vita umana e per il prossimo, garantito dalla Costituzione repubblicana e sancito dalla dichiarazione universale sui diritti umani". Il presidente Mattarella in mattinata aveva deposto una corona di fiori sotto la lapide di Aldo Moro, in via Caetani, quarantatré anni dopo l'uccisione dello statista dc.
"Il terrorismo si sconfigge con la forza della democrazia" ha twittato il leader del Pd, Enrico Letta. "Le parole di Mattarella ci ricordano la verità", ha spiegato il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulé. Sui latitanti che ancora sfuggono è intervenuto Giovanni Bachelet, il figlio di Vittorio, il vice del Csm ucciso dalle Br nel febbraio del 1980 alla Sapienza. "Sono pochi gli eversori ancora vivi, sconosciuti e a piede libero. Forse, oppressi dal rimorso, usciranno allo scoperto, fornendo gli ultimi tasselli del puzzle delle bombe e degli attentati degli anni 70 e 80".
di Luisa Bove
chiesadimilano.it, 10 maggio 2021
Gli istituti di pena sul territorio della diocesi tra riaperture e limiti. Parla Ileana Montagnini, responsabile dell'Area carcere e giustizia di Caritas. Vaccini, colloqui, lavoro, volontariato e altro ancora sono solo alcuni dei temi che stanno a cuore a Caritas ambrosiana in riferimento alla situazione dei sette istituti di pena sul territorio della Diocesi. Seppure a ritmi differenti la somministrazione dei vaccini anti-Covid, al personale penitenziario e ai detenuti, è iniziata, "sia nelle 5 Case circondariali sia nelle 2 di reclusione - dice Ileana Montagnini, responsabile dell'Area carcere e giustizia di Caritas - A Bollate e Opera la gestione è più semplice, mentre nelle case circondariali bisogna affrontare i continui nuovi ingressi, quindi praticare anche gli isolamenti, però si procede".
Negli ultimi mesi la situazione in generale è migliorata?
Il fatto che la casa circondariale di San Vittore stia gradualmente riammettendo una serie di volontari e di operatori, pur con tutte le cautele dovute, è un buon segno. Così pure la richiesta di vaccinazione per i volontari stessi è stata accolta e a fine aprile sono iniziate le prime dosi. Questo ci fa ben sperare che dopo l'estate, magari anche prima, potremo rientrare stabilmente con tutte le attività, dalla scuola ai vari servizi dei volontari. Questa è la speranza, ma anche l'accorato invito che facciamo alle direzioni di tutti gli istituti, perché risentono del deserto di attività della società civile, che invece è molto importante.
Qualcuno è già rientrato?
Oltre alle scuole, ho notizie delle cappellanie (non limitate ai soli cappellani) e di alcune attività culturali e progettuali. Per "Biblioteche in rete" a San Vittore sono rientrati solo due operatori, ma la nostra speranza è procedere più velocemente con gli ingressi. Siamo ancora in attesa di nuove disposizioni, però è chiaro che si è innescato un meccanismo diverso. Auspichiamo che rientri stabilmente anche l'anagrafe, altrimenti è un problema, il Comune e il garante si sono impegnati in questo. Insomma, occorre che ritorni a regime tutto ciò che consentiva le attività per rispondere alle necessità.
I colloqui con i familiari, che erano stati interrotti e l'anno scorso sono stati la causa di scontri e rivolte interne, sono ripresi?
Stanno riprendendo quelli in presenza, ma non in tutti gli istituti; intanto continuano anche quelli con le tecnologie. È importantissimo che le acquisizioni introdotte a causa del Covid (skype, piattaforme, videochiamate...) rimangano anche dopo per garantire i colloqui a distanza. Penso ai colloqui con l'estero, ma anche in zone d'Italia dove i familiari sono molto lontani. Ci auguriamo che anche la scuola sia svolta in modo misto (presenza e distanza), perché le tecnologie hanno grandi potenzialità e possono essere utilizzate in parallelo.
E poi viaggiare costa...
Esatto. Prima del Covid i parenti viaggiavano con oneri personali o appoggiandosi alle associazioni che offrono accoglienza, ma di fatto si sobbarcano i costi di spostamenti e pernottamenti, per questo la tecnologia diventa essenziale. Noi sappiamo che coltivare gli affetti familiari è la prima prevenzione al suicidio in carcere. Ha fatto scalpore la notizia dei cellulari nelle celle, ma non bisogna pensare subito alla criminalità organizzata, perché in moltissimi casi le telefonate che partivano dagli istituti erano agli stretti familiari (moglie, mamma, figli). Questo è un bisogno che non può essere ignorato, è un diritto per tutti. Non dimentichiamo che i familiari non sono rei, ma spesso vittime secondarie.
Le celle sono ancora chiuse durante il giorno per ridurre i rischi di contagio?
Sappiamo che là dove è possibile c'è una riapertura, anche se non in tutti i reparti. Non abbiamo notizie precise, però non ci devono essere scuse: la sorveglianza dinamica deve tornare. Così come devono tornare a circolare i volontari e gli operatori dall'esterno. L'emergenza sanitaria è un motivo sufficiente per stare attenti, ma non bisogna cadere negli automatismi, per questo occorre vigilare.
Altre questioni aperte?
Siamo preoccupati per l'interruzione dei tirocini e dei corsi di formazione che speriamo possano riprendere. La crisi generata dalla pandemia colpisce le fasce più fragili, incluse le famiglie delle persone detenute e coloro che escono a fine pena o alle misure alternative. La mancanza di tirocini, formazione e lavoro inevitabilmente genererà sacche di povertà ancora più vaste. In questi giorni stanno però partendo i nuovi progetti finanziati dal Fondo sociale europeo e siamo contenti. Tuttavia l'esigenza di casa e lavoro fuori dal carcere non può essere un progetto a tempo. Basta progetti, occorre attivare servizi stabili, perché uscire dal carcere e avere bisogno di una prospettiva non rappresenta l'emergenza, è la normalità. E difficile immaginare che dopo la detenzione una persona riesca a reinserirsi senza una spinta.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 10 maggio 2021
Vent'anni fa il mondo si accorse di milioni di donne costrette in una prigione di stoffa. Il burqa
azzurro, giallo, rosso divenne il simbolo dell'arretratezza dell'Afghanistan, ma anche una delle ragioni per giustificare l'intervento internazionale. La lotta al burqa garantì alla guerra la simpatia degli elettorati democratici. É logico prevedere che se i Talebani vincessero, le donne e i loro diritti sarebbero le prime vittime. Tanti sacrifici, anche italiani, per tornare alla casella di partenza? Ne valeva la pena? La condizione delle donne afghane è stata vittima di guerra o, come in questi ultimi 20 anni, medaglia da appuntarsi al petto. Un ritorno talebano potrebbe trasformarla in moneta di scambio.
Prima dei talebani - Negli Anni 70, almeno l'80 per cento degli afghani viveva di ciò che coltivava senza sapere leggere o scrivere. Del rimanente, solo la metà era alfabetizzato. Le figlie dell'élite si fotografavano in minigonna davanti all'Università, ma il 99% dei matrimoni era combinato e la famiglia dello sposo "comprava" la ragazza.
Nel 1978 il governo sotto l'influenza di Mosca fissò per legge il "prezzo della sposa" ad un valore simbolico. Il femminismo sovietico voleva liberare le donne afghane, ma fu un autogol perché, in assenza di pensioni, gli anziani erano a carico dei figli maschi e la "vendita delle figlie" era il contributo femminile alla vecchiaia dei genitori. I "combattenti della Guerra Santa", mujaheddin, raccolsero consensi anche reclamando la libertà del "prezzo delle spose". L'Afghanistan è in guerra dall'anno successivo il varo di quella legge. L'agricoltura abbandonata, il Paese desertificato e alla fame, con 8 milioni di profughi e 2 di morti, l'importante era sopravvivere, l'emancipazione femminile non la priorità.
Con i talebani - Gli "studenti del Corano" pongono fine alla guerra civile tra i mujaheddin che avevano battuto i sovietici. Permettono di tornare ai campi, a mangiare. Con loro al governo dal 1996 l'educazione delle bambine doveva fermarsi agli 8 anni quando diventava proibito ogni contatto con maschi che non fossero parenti. Vietate anche le visite dei medici così la mortalità femminile si impennò. Le donne potevano comparire in pubblico solo coperte dal burqa e senza tacchi. Le scarpe non potevano essere bianche. La vita media delle donne scese a 40/42 anni contro i 48 degli uomini. Il reddito pro capite era di 0,47 dollari al giorno. In tutto il Paese c'erano 50mila automobili.
Dopo i talebani - L'aspettativa di vita è salita a circa 60 anni. Tre milioni e mezzo di bambine sono iscritte a scuola, 100mila ragazze all'università. Il budget statale è lievitato grazie alle donazioni internazionali dai 27 milioni dell'era talebana a miliardi di dollari. Improvvisamente si sono potute fare moltissime cose. Eppure, ancora oggi, ci sono altre 3 milioni di bimbe fuori da scuola e solo un'adolescente su tre sa leggere e scrivere contro uno su due se maschio. Il 70% dei matrimoni è combinato (e pagato) e un parto su due avviene in casa. In un Paese con 30 milioni di abitanti solo 4mila donne hanno la patente.
Dopo il ritiro Usa - Gli ultimi decreti firmati dallo scomparso mullah Omar (capo e fondatore del movimento) riconoscevano che "l'istruzione moderna è importante per l'Afghanistan" e che le "donne hanno diritto alla proprietà privata, all'eredità, all'educazione, alla salute, a scegliere il marito, alla sicurezza e a una buona vita". Era il 2014. Il mullah senza un occhio non aveva cambiato idea, semplicemente non avrebbe potuto controllare aree del Paese senza l'aiuto di Ong che provvedessero a ospedali, scuole, strade creando consenso.
Oggi un afghano su tre ha il telefonino. Gli stessi Talebani usano Twitter, apprezzano gli hotel di lusso e producono video patinati. Ci sono donne al tavolo delle trattative e i barbuti integralisti non se ne vanno. Dovessero governare, anche i talebani avrebbero bisogno di soldi stranieri. Nel 2001 venivano soprattutto da Pakistan e Al Qaeda interessati a un Afghanistan arretrato. Domani basterà seguire i dollari per capire che tipo di Paese vorrà il "donatore". Le donne saranno ancora una volta in ostaggio del "grande gioco" sul Paese. (Andrea Nicastro)
"La pace arriva dall'istruzione femminile" - "L'Afghanistan non vedrà mai pace senza che vengano assicurati i diritti delle donne, per primo quello all'istruzione". Malalai Joya, attivista, nel lontano 2003 è stata eletta alla grande assemblea, la Loya Jirga. "L'attacco alla scuola è responsabilità di tutti: dei talebani, dell'Isis (che altro non sono i vecchi talebani che si sono riciclati), le potenze straniere che hanno occupato questo Paese senza fare nulla, del governo corrotto. Nessuno è innocente", spiega. Oggi, dopo aver denunciato la corruzione del sistema ed essere stata allontanata dalla vita politica, è costretta a nascondersi. "In Afghanistan, il solo fatto di essere una donna ti rende un bersaglio". Ma una speranza resta. Ed è rappresentata dalle persone. "Conosco un uomo che ogni giorno percorre 14 chilometri in moto per accompagnare le figlie a scuola".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 10 maggio 2021
In un ribaltamento di ruoli, la sinistra si batte per difendere le regole, la destra contro le restrizioni della libertà. La voce di tanta Italia di oggi è anche quella di una ragazza sui vent'anni, romana, intervistata per strada da "Dritto e Rovescio", trasmissione orgogliosamente populista condotta su Rete 4 da Paolo Del Debbio. Dice la ragazza, testuale: "Comunque i giovani della mia età non muoiono di Covid. Neanche mio padre che ha 50 anni muore di Covid. No, dai, muoiono solo le persone anziane. Quello che penso io, arrivati a questo punto... Anche i miei nonni: tengo molto ai miei nonni, ma se devono morire, morissero, cioè". Cioè. Una disinvoltura disumana, ma il tono è lieve, quasi allegro, senza neanche la finzione di un'ombra di pena per le vite dei nonni, dei vecchi, degli altri. Ci siamo fatti tre ondate, adesso basta, e se qualcuno, qualche altra migliaia di qualcuno, finirà intubato e poi al cimitero, amen. Mors tua, ma almeno vita mea, che ho tutto il diritto di tornare a godermela. E anche in fretta, possibilmente.
Il sospetto è che il crudo sentimento di quella ragazza non sia una provocazione figlia dell'età, e neanche il pensiero di una minoranza irresponsabile e sfrontata. Al contrario, è forse la ribollente maggioranza nelle coscienze del Paese, calmierata dall'ipocrisia di non fare esplicito riferimento ai danni collaterali di un precipitoso liberi tutti. Questo siamo, questo siamo diventati, o lo eravamo già prima della pandemia, soltanto con un po' più di pudore nel mostrarlo? La legge della giungla, spietata con i deboli, come bussola dell'Italia del dopo Covid?
La revisione annunciata del coprifuoco tra una decina di giorni, con l'ipotesi di toglierlo del tutto, è il segnale atteso della fine di un tempo di sacrifici durissimi ma indispensabili. Ormai sembra deciso, si riapre, anche se dall'Istituto superiore della Sanità timidamente osservano che sì, tutte le curve calano, compresa quella dei decessi, ma specialmente quest'ultima è ancora in una fase iniziale. Tradotto: senza più barriere al contagio, altri anziani, altri nonni, altri fragili rischiano di non farcela. Ma il dado è tratto, o sta per esserlo, e politicamente è un'indiscutibile vittoria della destra, di governo (Salvini) e di lotta (Meloni), che ha impugnato il vessillo di questa battaglia, sventolando come il drappo davanti al toro: la promessa della cancellazione dei doveri come premio a un'Italia sfiancata e inferocita dal lungo obbligo di rispettarli.
Sintetizzando brutalmente, la sinistra nasce per contrastare l'ordine costituito e le regole che lo governano, la destra per conservare il primo e le seconde. Durante la pandemia, il campo si è invertito, con la destra a premere per affrancare i popoli (in Italia e dovunque) dal giogo delle regole e delle restrizioni della libertà, compresa quella di infettare il prossimo, e la sinistra a resistere contro l'insofferenza crescente nel nome della prudenza civile. La strategia della destra non ha premiato durante la prima ondata, come insegna il caso Trump, la più ingombrante vittima politica del Covid. Ma adesso, in coda alla terza ondata e con la contraerea del vaccino in piena azione, fare leva sull'esasperazione generale e proporsi come ribelli alla "dittatura sanitaria" sta dando ottimi frutti. L'ultima prova è la Spagna, dove alle Regionali di Madrid ha appena trionfato Isabel Dìaz Ayuso, potenziale nuova leader del populismo iberico, che ha concentrato la campagna elettorale proprio su questo genere di promessa: ciao Covid, riprendiamoci la plaza.
Anche noi stiamo per farlo. Piazze, spiagge, palestre, e presto anche stadi, discoteche, feste di matrimonio, battesimo, comunione, senza più orario di rientro né altra coercizione che non sia un fermo richiamo al buonsenso e alla cautela, per altro già sapendo che non avrà grande ascolto. L'altra sera, con la misura del blocco alle 22 ancora vigente, una cronista di questo giornale, Paola Caruso, fotografava la situazione a Milano con questo tweet: "Esco dalla redazione a mezzanotte e mi aspetto di non vedere nessuno in giro. Sbagliato: capannelli di ragazzi in Brera e a Porta Venezia davanti ai locali chiusi, uno sopra l'altro, senza mascherina". E alle Colonne di San Lorenzo (assembramento da mille persone) hanno preso a bottigliate la Polizia colpevole di aver rotto le scatole a chi voleva soltanto bersi qualcosa fuori orario. Cioè.
L'indice RT, cioè quanti infettati da un solo positivo, è in bilico, appena sotto l'1 per cento di salvaguardia? Nessun problema: le Regioni hanno già chiesto di abolirlo come metro per l'assegnazione dei colori. Se ne adotterà presto un altro, l'importante è chiudere quanto prima con questa non più sopportabile e asfissiante stagione.
Al di là delle infinite ragioni di macro e micro economia, oltre alla urgente necessità di recuperare il tempo perduto per il Paese e per ogni cittadino che ne fa parte, si è ormai sollevata un'onda emotiva non più gestibile, che la destra ha cavalcato e che la sinistra, in ordine sparso (qualche presidente di Regione del Pd si era già portato avanti per tempo), si trova adesso a dover inseguire. Resterebbe, alle forze progressiste, il compito di circoscrivere i possibili effetti derivanti dall'avere preteso di abolire la pandemia per manifesta intolleranza popolare. E magari, oltre a insistere sui diritti civili annunciati e al momento incagliati o già archiviati (dalla legge Zan allo ius soli), allargare il campo a un dovere che dovrebbe essere proprio di ogni democrazia degna di questo nome: pretendere che l'Europa cominci a fare qualcosa, oltre che per sé stessa, anche per i Paesi poveri, ai quali servirebbero almeno 2 miliardi di dosi di vaccini, con un investimento intorno ai 30 miliardi di dollari. Tutti i leader occidentali, a cominciare dal nostro premier Draghi, ripetono e ribadiscono che è un imperativo morale ma finora siamo rimasti nel terreno sterile degli annunci.
Non si tratta di essere più o meno solidali. È una questione di lungimiranza e anche di minima memoria: l'apocalisse con cui tutti ci stiamo misurando è cominciata in una lontana provincia cinese. Una catastrofe umanitaria in Africa, come quella che sta devastando l'India, finirebbe, finirà per ripercuotersi anche su quella parte di mondo che sta cominciando a mettersi in salvo. Lo scontro sui brevetti con le multinazionali del farmaco, che hanno ricevuto enormi finanziamenti pubblici per arrivare ai rispettivi vaccini, dovrebbe includere anche questa emergenza ampiamente sottovalutata. Restituire qualcosa a chi ne ha più bisogno: ecco, battersi perché avvenga, sarebbe fare una cosa di sinistra. Un po' come non accettare che i nonni, in quanto nonni, se devono morire, morissero. Cioè.
di Ilvo Diamanti
La Repubblica, 10 maggio 2021
Secondo l'Osservatorio sulla Sicurezza tutti i dati sulla partecipazione in attività "sociali" sono in calo a partire da inizio 2020 con la pandemia. Solo un italiano su dieci ha aderito a impegni di partito, uno su quattro alla vita associativa. Ridotte le iniziative di protesta sul territorio: hanno interessato solo il 20% dei cittadini.
Tutti sperano che la pandemia finisca presto. Ma siamo consapevoli, al tempo stesso, che lascerà conseguenze profonde non solo sulla nostra salute e sul sistema sanitario. Ma sulla nostra vita. Personale e pubblica. Sulla realtà politica, sulla democrazia, come abbiamo già osservato. E sulla società. Perché la società è un tessuto di "relazioni inter-personali" e di "azioni personali". Molti di noi, in tempi normali, dedicano una parte del loro tempo a iniziative ed esperienze di partecipazione. Di impegno civile, comunitario. Di espressione e ri-creazione. Si tratta di pratiche necessarie a costruire e ri-produrre la società. Perché "partecipare" significa "prendere parte".
Senza partecipazione non c'è società, ma solo una somma di individui. Racchiusi, talora: chiusi e perfino rin-chiusi, nel loro ambiente "privato". Insieme ai familiari e a - pochi- amici. Per questo occorre prestare attenzione al declino della partecipazione. E, con velocità crescente, dall'inizio del 2020. Cioè, dall'avvento del Covid.
I dati dell'Osservatorio sulla Sicurezza, curato da Demos per la Fondazione Unipolis, offrono un profilo chiaro - e inquietante - di questa tendenza. Tutte le principali forme di partecipazione appaiono in calo, soprattutto dopo il biennio elettorale 2018-19. Questo fenomeno, però, non riguarda solo - e soltanto - le iniziative "politiche". Si allarga, invece, a tutti i settori. A partire dal volontariato. E coinvolgono le organizzazioni che operano in ambito culturale, sportivo e ricreativo. Le esperienze più "partecipate", che accompagnano tutti i contesti. E tutte le età. Nell'ultimo anno e mezzo, cioè: dalla fine del 2019, la partecipazione è crollata. In ambito politico: risulta sparita. Infatti, "ammette" di averla praticata, anche una sola volta nel corso dell'anno, meno del 10% degli italiani (intervistati).
Lo stesso orientamento emerge per le "manifestazioni pubbliche di protesta". Ciò non significa che non vi siano più mobilitazioni. Di certo non mobilitano le "masse". E per ottenere visibilità sui media e sui social, adottano azioni e "parole" appariscenti. Anche la partecipazione a iniziative collegate ai problemi locali e del territorio, nell'ultimo anno e mezzo, si è ridotta sensibilmente. Praticamente, dimezzata: da 38% al 20%. Com'è avvenuto nel "volontariato sociale", che vede la partecipazione scendere dal 44% al 24%. Oggi, nel sondaggio dell'Osservatorio sulla Sicurezza di Demos-Fondazione Unipolis, quasi 6 italiani su 10 (il 57%) afferma di non aver partecipato ad alcuna attività pubblica e sociale.
È una dinamica che appare particolarmente "dinamica", in rapida accelerazione, negli ultimi mesi. Dunque, nel 2021. Una dinamica che rende più "statica" la società. Ovviamente, si tratta di un orientamento tutt'altro che in-giustificato e in-comprensibile. Al contrario. Visto che quasi 9 italiani su 10 (oggi: l'85%) si dicono (abbastanza o molto) preoccupati dalla diffusione del Covid. D'altronde, l'andamento del contagio e dei decessi resta molto elevato, come sottolineano i "bollettini" che si susseguono, ogni giorno. Senza sosta. Perché la paura non fa solo paura. Ma anche spettacolo. Comunque: ascolti elevati.
Tuttavia, non possiamo sottovalutare il significato - ed effetti - di questa tendenza sul piano sociale. Perché la paura del Covid può indebolire e di erodere le basi stesse della società. Il sistema di relazioni fra le persone. L'impegno nella vita pubblica. I legami di solidarietà. Più semplicemente, i rapporti con gli altri. E "confonde" la nostra identità, che si forma con-vivendo, vivendo insieme, con-dividendo: valori, esperienze. Le stesse paure. Si tratta di un percorso insidioso per tutti, che procede in modo particolarmente veloce al crescere dell'età. Fra i più giovani gli indici di partecipazione sono calati, ma in misura molto ridotta rispetto agli adulti e agli anziani. I settori maggiormente colpiti dalla pandemia, fino a qualche mese fa. Prima che il Covid si diffondesse anche fra i giovani.
Fra coloro che superano i 65 anni, la vita associativa e sociale appare "rarefatta". Comprensibilmente, perché la prudenza si somma ai problemi e ai timori im-posti dall'età. Tuttavia, nella società italiana, demograficamente, la più "vecchia" in ambito europeo, il sondaggio di Demos-Fondazione Unipolis disegna una cornice "sicuramente in-sicura". Racconta la storia di una società "ancorata al presente". Anzi, "all'immediato". Tratteggia, dunque, una "società senza storia". Perché "il passato è passato e il futuro non si vede".
Così, viviamo, in un "tempo sospeso". In una "società sospesa". Per questo è importante osservare e contrastare l'impatto del Covid, sotto il profilo sanitario e della salute. Ma senza trascurare le conseguenze sulla vita pubblica. Sulle relazioni inter-personali. Per non ritrovarci, in un futuro (speriamo) prossimo, liberi dal Virus. Ma soli. Senza società. E senza futuro.
- Voghera (Pv). Detenuti e bambini dell'asilo, collaborazione a distanza
- Firenze. I detenuti cucinano ogni sera per i senzatetto della città
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