di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 8 maggio 2021
"Dopo la sentenza deve iniziare un'altra storia": questa frase, che è al centro del saggio dedicato al cardinale Martini dalla giurista Marta Cartabia e dal criminologo Adolfo Ceretti, riassume un po' il senso dell'incontro che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, rappresentata da me, che sono la presidente, e dalla vicepresidente Ileana Montagnini, ha avuto il 5 maggio, al ministero, con quella stessa giurista, che da poco è diventata Ministra della Giustizia.
Ristretti Orizzonti, 8 maggio 2021
Ai responsabili dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione e sensibilizzazione dal carcere e dall'area penale esterna.
Gentili tutti, abbiamo ricevuto da Francesco Lo Piccolo, giornalista, direttore del periodico "Voci di dentro", realizzato con i detenuti delle Case circondariali di Chieti e Pescara, un invito a promuovere una videoconferenza per rilanciare le nostre attività.
di Francesco Lazzeri
sistemapenale.it, 8 maggio 2021
Licenze-premio, permessi-premio e detenzione domiciliare straordinari. Con il decreto-legge 30 aprile 2021, n. 56 (in G.U. n. 103 del 30 aprile 2021), l'efficacia di alcune disposizioni della disciplina emergenziale in ambito penitenziario, sinora prevista fino al 30 aprile 2020, è stata prorogata al 31 luglio 2021. In particolare, l'art. 11 del d.l. 56/2021 interviene sul decreto-legge 137/2020 (c.d. decreto ristori), come convertito dalla legge 176/2020 (che ha convertito anche i decreti c.d. ristori bis, ter e quater), e dispone la proroga, fino al termine anzidetto:
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 8 maggio 2021
La discussione sulla riforma della giustizia penale per come si è svolta in commissione ha messo in luce le differenze tra i partiti in un modo che non corrisponde affatto alla contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra. Sul tema più rilevante, quello della prescrizione che era stata abolita persino per chi viene assolto in primo grado, si era creata nuovamente una sintonia tra Movimento 5 stelle e Lega, mentre puntavano ad apportare modifiche in senso garantista Forza Italia, Italia viva e il Partito democratico.
di Giuseppe Scaffidi
futura.news, 8 maggio 2021
Si si è svolto ieri il seminario della Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp). La Conferenza ha raggiunto quest'anno il terzo anno di vita, che coincide con la conclusione del mandato del primo consiglio nazionale, presieduto dal Prof. Franco Prina, delegato per il Polo Universitario Penitenziario del Rettore dell'Università di Torino.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 8 maggio 2021
Troppi errori: la riforma, che il governo ha posto tra le priorità, potrebbe costituire un'occasione per rimediare. Senza rischio di iperbole, si può affermare che la recente sentenza della Cassazione che ha definitivamente assolto la signora Carolina Girasole ex sindaco di Isola Capo Rizzuto ma, soprattutto, simbolo dell'antimafia fino a quando nell'ormai lontano dicembre del 2013 venne arrestata con l'accusa di essere stata eletta con "voti sporchi" ricevuti dalla 'ndrangheta in cambio di favori, esprime una incongruenza inaccettabile per uno Stato democratico di diritto. Certo si può decidere di derubricare l'episodio a un ennesimo errore giudiziario oppure lasciarsi travolgere da un moto di ottimismo valutando che seppure dopo sette anni e mezzo "il calvario è finito", come ha dichiarato l'interessata, nella consapevolezza che in altre circostanze è trascorso molto più tempo e talvolta la verità non è mai emersa.
Tuttavia poiché i casi di mala giustizia sono giunti, dal 1992 al 31 dicembre 2020, all'insostenibile numero di 29.452 con un costo per la collettività di quasi ottocento milioni di euro di indennizzi (ventotto milioni di euro l'anno) è necessario, forse meglio dire urgente, chiedersi se a questi casi possa essere posto rimedio con la riforma della giustizia che l'attuale governo, in linea con le prescrizioni europee, ha collocato tra le prime quattro più importanti da attuare, insieme a quelle della Pubblica amministrazione, semplificazione e concorrenza.
Sono apprezzabili gli annunciati interventi "sulla accelerazione dei processi per garantire competitività del sistema Italia". Non di meno oltre che delle disfunzioni strutturali, le ingiustizie sono soprattutto la conseguenza di alterazioni culturali e in primo luogo del mai completamente attuato principio di presunzione di innocenza. Una problematica che sarebbe riduttivo ricondurre nel solo alveo delle sofferenze individuali, benché la loro imperscrutabile dinamica abbia condotto a drammatiche conseguenze.
In uno Stato a fondamento democratico, una condanna ingiusta essendo percepita come una questione che riguarda l'intera collettività, alimenta la sfiducia nella giustizia. L'opzione ideologica condensata nel principio di non colpevolezza (articolo 27 Costituzione) è alla base di ogni democrazia costituzionale la quale al fine di preservare l'inviolabilità della libertà personale, è pronta a lasciare libero un colpevole piuttosto che condannare un innocente.
La virata europeista che l'esecutivo ha inteso imprimere anche con le ultime programmazioni riformiste, deve spingersi fino a recepire appieno la portata del principio di presunzione di innocenza che, come si può leggere nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 ma anche nelle ormai granitiche direttive adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio (direttiva 343/Ue del 9 marzo 2016), è collocato tra i più importante diritti fondamentali della persona umana.
Sarebbe comunque superficiale affrontare la tematica unicamente sotto il profilo giudiziario, senza considerare gli effetti della divulgazione di notizie relative a una determinata vicenda giudiziaria, avendo piena consapevolezza che questo implica molto spesso infrangere il divieto di punire prima della condanna definitiva. Con ciò non si intende sostenere che la presunzione di non colpevolezza debba comportare delle restrizioni al diritto di cronaca, bensì che è necessario garantire una corretta informazione, semmai fornita da parte degli Uffici inquirenti e con carattere impersonale, evitando degenerazioni attraverso la ricostruzione di fatti giudiziari nei salotti televisivi. Forme di giustizia spettacolo che tra l'altro condizionano la pubblica opinione.
È tempo quindi che il principio di presunzione di innocenza, da aspirazione teorica distante dall'ordinamento giudiziario ne diventi criterio guida non soltanto per le parti direttamente interessate alle vicende processuali ma anche per tutti coloro che possono concretamente influenzarle. L'approccio europeo del quale si è detto, obbliga a guardare gli indirizzi della Corte europea che denunciando in più occasioni le pronunce di giudici nazionali basate su meri sospetti di colpevolezza, ha fornito indicazioni chiare agli Stati membri sulla esigenza di salvaguardare la reputazione e i diritti di chi deve essere considerato innocente fino all'eventuale condanna definitiva.
di Marianna Rizzini
Il Foglio, 8 maggio 2021
Il Pd chiama Cartabia sul caso Davigo-Amara in vista delle riforme. Parla Rossomando Roma. Il caso Amara (e prima ancora Palamara), e la magistratura dilaniata da scontri di potere. C'è soluzione? In attesa di una settimana cruciale per le riforme sulla giustizia, la senatrice Anna Rossomando, responsabile giustizia del Pd e vicepresidente del Senato, ha presentato, prima firmataria con Luigi Zanda, un'interrogazione al Guardasigilli Marta Cartabia.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 maggio 2021
L'annuncio di un'iniziativa referendaria con i Radicali non è sfuggita ai sismografi.Eppure il quadro politico non sembra sconvolto più di tanto dalla "bomba" del leader leghista. Certo a tre giorni da un delicatissimo vertice su processo penale e prescrizione, convocato da Marta Cartabia per lunedì prossimo, Matteo Salvini poteva anche toccarla un po' più piano. Poteva evitare che sul precario tavolo della maggioranza precipitasse la sua proposta di rispondere alle difficoltà del "pacchetto giustizia" con l'iniziativa referendaria, avviata d'intesa coi radicali.
Eppure il quadro politico non sembra sconvolto più di tanto dalla "bomba" del leader leghista. E il motivo non riguarda solo lo snobistico sussiego che l'ex maggioranza giallorossa esibisce nei confronti di Salvini. Il quale ieri intanto ha almeno un po' stemperato il tono della "minaccia" di abbandonare le riforme con Cartabia e imbracciare i referendum: lo faremo, ha detto, "se i partiti non troveranno un accordo in Parlamento su riforme necessarie e urgenti".
In quel caso, "saranno i cittadini a farlo, tramite referendum". Certo, non ha ritrattato la polemica nei confronti di "Pd e 5 stelle" che "coi loro attacchi quotidiani alla Lega, mettono in difficoltà Draghi e l'azione del governo". Ma il capo della Lega chiarisce in pratica di non voler disertare la discussione aperta da Cartabia sulle riforme del processo. Al più, ribadisce di avere pronta un'arma di riserva.
C'è poi un dettaglio: su alcune materie il referendum annunciato insieme coi radicali è possibile eccome, dalla responsabilità civile dei magistrati all'abuso della custodia cautelare fino alla legge Severino; ma su un dossier di particolare delicatezza che pure Salvini ha chiamato in causa, la separazione delle carriere, non c'è alcuna possibilità di abrogare, con una consultazione, una qualche norma "strategica".
Come fa notare il segretario di Area, la corrente progressista dei magistrati, Eugenio Albamonte, "sulla separazione delle carriere la raccolta delle firme è già stata fatta, c'è una proposta in Parlamento, c'è un percorso avviato". Grazie all'Unione Camere penali, va detto per inciso. Non ci sono ancora quesiti depositati in Cassazione, non è dunque partita alcuna raccolta firme. Al massimo Lega e Partito radicale (con un proprio nuovo comunicato) confermano di volersi muovere insieme.
Ma il discorso è più sottile, paradossale e imprevedibile. Innanzitutto, Salvini mette nel mirino non la prescrizione, non i limiti all'adozione dei riti alternativi (anzi, un limite l'ha voluto proprio lui due anni fa con la legge leghista che vieta l'abbreviato per i reati da ergastolo): coi referendum vuole fulminare questioni che chiamano in causa soprattutto l'attività dei magistrati, l'abuso dei loro poteri o di istituti come il "carcere preventivo". Bene: non si tratterà di un siluro per Cartabia, neppure in vista del vertice convocato a via Arenula per dopodomani. Con l'enfasi sulle riforme relative alle toghe infatti, Salvini rischia di rendere un servizio prezioso proprio alle intese di maggioranza sulle riforme. Perché evita che il ddl sul Csm diventi la cenerentola del piano, schiacciata in un angolo dal ddl penale in cui è incistata la diatriba prescrizione. In tal modo, la Lega rischia di spostare l'alleanza di governo più verso il tavolo della riforma sull'ordinamento giudiziario che nel ring della commissione d'inchiesta sull'uso politico. E un simile effetto può solo calmierare il tasso di litigiosità. E ancora, reclamare per la riforma dei magistrati pari se non maggiore attenzione di quanta se ne riservi alla "norma Bonafede" può aiutare la guardasigilli, nel più imprevisto dei modi, ad arbitrare con meno patemi proprio la sfida sulla prescrizione.
In ogni caso ieri la scossa provocata dal referendum radical leghista non è sfuggita ai sismografi. Mario Perantoni, il presidente pentastellato della commissione Giustizia della Camera, che è l'epicentro delle liti parlamentari sul processo, è quello che va più sul pesante: il posto di Salvini, dice, "è all'opposizione, se vuole remare contro.
Promuovere un referendum sulla giustizia mentre è in corso un importante lavoro coordinato dalla ministra Cartabia per riformare il processo civile e quello penale, e il Csm, dimostra che l'unico terreno che interessa Salvini è quello della propaganda". Molti altri dicono la stessa cosa con parole diverse: dai deputati grillini della commissione - "soliti proclami" - al capogruppo dem in commissione Giustizia al Senato Franco Mirabelli - "solite sparate" - fino al leader di Azione Carlo Calenda. Il quale liquida i referendum sulla giustizia come "iniziative propagandistiche". Però poi conferma a propria volta come l'attualità della questione magistrati imponga di ricalibrare il baricentro delle riforme, e chiede "l'intervento del Colle".
Ma il dato forse più indicativo sull'assenza di ostilità verso Cartabia, nella "svolta referendaria" arriva proprio dalla nota del Partito radicale, firmata da Maurizio Turco, Irene Testa e Giuseppe Rossodivita: "Questi referendum sono necessari perché il Parlamento, e in particolare una ben nota componente transpartitica, ha da tempo barattato l'autonomia della politica dagli altri poteri, così pregiudicando lo Stato di diritto", ma "è una provocazione attribuire ai referendum una funzione antigovernativa". E se lo dice chi, delle consultazioni popolari, fa da qualche lustro il principale strumento d'azione, forse è il caso di prendere la cosa sul serio.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 8 maggio 2021
Sfidarsi in un dibattito televisivo all'ultimo sangue. Come Burt Lancaster e Kirk Douglas. Come Salvini e Fedez. Ma tra giudici. Di più: tra due alti magistrati che sono stati amici, fondatori di una corrente, eletti insieme al Csm, vicini di stanza, coautori di libri-manifesto.
Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, protagonisti del caso che sta destabilizzando il terzo potere, dopo un anno e mezzo da estranei nel Csm, l'altra sera si sono scazzottati a distanza sul ring tv di Piazzapulita. Dandosi appuntamento a un'alba televisiva da western, quando "ne resterà solo uno". Sullo sfondo della fantomatica loggia segreta Ungheria, lo spettacolo, persi i freni inibitori e corporativi, è stato notevole. Prima l'intervista in video registrata da Davigo nella sua casa di Milano. Poi, mentre in studio commentavano gli ex magistrati Luca Palamara e Alfredo Robledo (spumeggiante con i neologismi Palamaravirus e Pieranguilla su Davigo), ecco l'epifania telefonica di Ardita.
Dopo un breve stacco pubblicitario per aumentare la suspense, il consigliere del Csm accusato nei verbali dell'avvocato Amara di essere uno dei "magiari", come a Roma vengono già sbeffeggiati i presunti affiliati alla loggia, si sfoga contro "il dottor Davigo". Dicendosi "basito dalle sue affermazioni gravissime" e accusandolo di aver veicolato "atti giudiziari provenienti da reato" contro una persona, Ardita stesso, "verso cui nutriva grave inimicizia".
Ciò "ben sapendo" che la loggia era "una bufala", perché i passaggi su Ardita sono pieni di elementi falsi e "facilmente verificabili", non ultimo il paradosso per cui Ungheria sarebbe "una conventicola di garantisti" mentre Ardita ha scritto nel 2017 un libro orgogliosamente intitolato "Giustizialisti", pubblicato - va sans dire - da Paper First, casa editrice del Fatto Quotidiano, con la prefazione di Marco Travaglio. Coautore proprio Piercamillo Davigo.
Altra epoca, in cui i due magistrati, uscendo da Magistratura Indipendente, fondavano la corsara Autonomia & Indipendenza, per scardinare il sistema correntizio. Nel 2018 furono eletti al Csm e occuparono nell'ala nobile due uffici adiacenti, separati dal cosiddetto e invidiato "salottino", su cui affacciava anche la stanza delle due segretarie.
Quella di Davigo, devota al punto da piangere nel giorno in cui lui fu cacciato dal Csm, ora è indagata a Roma come "corvo" dei verbali segreti. Il rapporto tra Davigo e Ardita si incrinò dopo l'uscita delle intercettazioni di Palamara e si ruppe sulla scelta del procuratore di Roma. Ciascuno ha molte cose da dire all'altro e sull'altro. Motivo per cui Ardita, chiudendo la telefonata, lo sfida "a vedersi per un confronto", così "ce le diciamo tutte guardandoci negli occhi".
Davigo non ha assistito alla telefonata di Ardita in diretta. Era quasi mezzanotte. Ieri mattina gliel'hanno segnalata via messaggio. Ma non ha potuto guardare subito la trasmissione sul web, perché aveva in casa l'idraulico. "In ogni caso - dice prima ancora di averlo congedato - accetto il dibattito. Parlerò di quello che accadde dopo l'uscita delle intercettazioni dell'hotel Champagne. Gli ricorderò che per due volte mi disse che voleva dimettersi dal Csm. E gli ripeterò la domanda che gli feci quando lo presi in disparte: c'è qualcosa che non so?".
Nel frattempo procede l'inchiesta su fughe di notizie e dossieraggi. In attesa, oggi, dell'interrogatorio del pm milanese Paolo Storari, indagato per aver consegnato i verbali a Davigo, ieri a sorpresa il procuratore di Milano Francesco Greco s'è presentato dal collega di Roma, Michele Prestipino. Greco, che si è fermato un'ora (ma non si è trattato di un interrogatorio), è considerato parte offesa perché il "corvo", nelle lettere anonime, lo accusa di aver insabbiato l'indagine sulla loggia Ungheria. Anche il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra (ex M5S) è andato in Procura per raccontare di essere stato informato della vicenda dallo stesso Davigo, rallegrandosi del fatto che "Ardita sia uscito bene da questa vicenda".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 maggio 2021
La Corte d'Assise d'Appello di Roma conferma il primo grado ma inasprisce le pene. Ai due militari D'Alessandro e Di Bernardo 13 anni di carcere, quattro a Mandolini. Hanno avuto ragione Ilaria Cucchi (con Fabio Anselmo) e Andrea Franzoso ad intitolare il loro libro, appena dato alle stampe per Fabbri editore, "Stefano, una lezione di giustizia".
Perché tutta la vicenda di Stefano Cucchi - dal suo arresto del 15 ottobre 2009, alla sua morte, avvenuta una settimana dopo nell'ospedale Pertini di Roma, fino al processo bis d'Appello che si è concluso ieri con la conferma della condanna dei carabinieri responsabili del pestaggio e della conseguente morte del giovane geometra romano (mentre è ancora in corso il processo ter per il depistaggio messo in atto in tutti questi lunghi anni) - è un compendio di violazioni di norme e diritti. E una lezione di educazione civica che andrebbe portata nelle scuole.
Dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello ha inasprito le pene rispetto al primo grado di giudizio, condannando a 13 anni di carcere (anziché 12) i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale perché la notte che lo arrestarono, intervenuti in borghese durante l'operazione, pestarono Cucchi fino a spezzargli due vertebre (S4 e L3). Anche per il maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, è stata aumentata la pena: 4 anni (anziché 3 anni e 8 mesi) per falso, con interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Stesso reato riconosciuto al carabiniere Francesco Tedesco, il super testimone assolto dall'accusa di omicidio preterintenzionale ma per il quale è stata confermata la condanna a due anni e sei mesi di reclusione. Per tutti sono state escluse le attenuanti generiche.
In aula, ieri, ad ascoltare la condanna non erano presenti i genitori del ragazzo ucciso, Rita Calore e Giovanni Cucchi. Il loro fisico non ha retto: "È il caro prezzo che hanno pagato in questi anni", ha spiegato la sorella Ilaria. "La mamma di Stefano ha pianto non appena ha saputo della sentenza", riferisce il loro avvocato, Stefano Maccioni, che l'ha raggiunta telefonicamente nella loro casa, a Torpignattara. Fabio Anselmo, il legale e compagno di Ilaria ringrazia coloro che hanno interrotto quello che sembrava un inesorabile percorso di malagiustizia: "Il nostro pensiero - dice - va ai procuratori Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musarò. Dopo tante umiliazioni è per merito loro che siamo qui. La giustizia funziona con magistrati seri, capaci e onesti. Non servono riforme".
Di tutt'altro avviso naturalmente i difensori dei condannati: "La nostra speranza è ora il giudice delle leggi, la Cassazione, ci rivedremo lì", promette l'avvocata Maria Lampitella che difende il carabiniere D'Alessandro. Mentre il suo collega Giosuè Bruno Naso, legale di Mandolini, mantiene stranamente un basso profilo: "Prima di commentare una sentenza bisogna leggere le motivazioni - dichiara - vedremo su quali basi sono state escluse le attenuanti generiche nei confronti dei carabinieri imputati".
Eppure dopo dodici anni, malgrado questa sentenza, rimane l'amaro in bocca. "In questa storia abbiamo perso tutti, nessuno ha fatto una bella figura", aveva detto il pg Roberto Cavallone durante la sua requisitoria, il 15 gennaio scorso. "Stefano Cucchi quel giorno doveva andare in ospedale e non in carcere - aveva aggiunto - Credo che nel nostro lavoro serva più attenzione alle persone piuttosto che alle carte che abbiamo davanti. Dietro le carte c'è la vita delle persone. Quanta violenza da parte dello Stato siamo disposti a nascondere ai nostri occhi senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l'uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi, noi siamo addestrati a resistere alle provocazioni, alle situazioni di rischio", aveva concluso ricordando molte altre vittime della violenza "in divisa" e chiedendo le pene che ieri la Corte presieduta dal giudice Flavio Monteleone ha comminato.
Una sentenza che in ogni caso "alimenta la speranza di giustizia per altri casi simili", come ha detto ieri Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, il 18enne ferrarese morto nel 2005 durante un controllo di polizia. Stesso mood di Guido Magherini, padre di Riccardo, stroncato nel 2004 da un infarto a 39 anni durante un fermo a Firenze, e di Giuliano Giuliani, padre di Carlo, ucciso durante gli scontri del G8 di Genova nel 2001.
"È un inizio: ora chi sbaglia è giusto che paghi", è invece il commento di Lucia Uva, sorella di Giuseppe, morto a Varese nel 2008 dopo esser stato fermato ubriaco da due carabinieri. "Tuttavia - ha aggiunto il loro legale, l'avv. Fabio Ambrosetti - non gioisco mai per le condanne, perché sono contrario al carcere come strumento punitivo. Ancora meno quando si tratta di carabinieri, perché rappresenta il fallimento dello Stato".
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