di Alberto Negri
Il Manifesto, 8 maggio 2021
Lo potremmo chiamare il "sovranismo blu", in salsa libica ma con gli ingredienti neo-ottomani di Erdogan. La sottile e incandescente linea della pesca del gambero rosso ci riporta oltre che a vecchie questioni, ad una realtà recente: il Mediterraneo è diventato un mare conteso come non mai dai tempi della guerra fredda, dove gli attori protagonisti sono le vecchie potenze ex coloniali e gli sconfitti di un tempo rivendicano larghe porzioni di mare. La Russia delle tensioni non è dispiaciuta: ha le basi in Siria e punterebbe ad averne un'altra sulla costa in Egitto o in Cirenaica dove è presente con la compagnia di mercenari Wagner.
La Libia, che unita e sovrana non è, ma è occupata sia in Tripolitania che in Cirenaica da potenze e milizie straniere, ha trovato il suo sponsor in Erdogan che ha scambiato la sua protezione militare contro il generale Haftar con intese economiche e accordi sulle zone marittime; con un obiettivo non dichiarato ma esplicito: estromettere l'Italia dopo le parole del premier Draghi su Erdogan "dittatore". Questa è la differenza con il passato costellato di tensioni e sequestri tra marineria da pesca italiana e libici. La Turchia aveva già ben fatto capire che ritiene il mare davanti alla Tripolitania un'area di sua influenza, e non a caso aveva fatto fotografare i suoi militari sulle motovedette donate dall'Italia a Tripoli.
Erdogan non fa niente per caso. Se incoraggia i libici a mostrare i muscoli ai pescatori italiani è perché non ha intenzione di ritirarsi dalla Libia come dichiara il ministro degli Esteri Cavusoglu. E intende rafforzare le sue pretese nel Mediterraneo orientale dove contesta le zone economiche esclusive di Grecia e Cipro per l'estrazione di gas offshore. Qui affronta una coalizione costituita oltre che da Atene e Nicosia, da Francia, Egitto, Israele ed Emirati. La partita della pesca ha una posta in gioco ben superiore al gambero rosso. Lo sanno perfettamente anche le autorità italiane che negoziano da qualche tempo sui confini marittimi con Algeria e Turchia. Ma la nostra diplomazia è sottile e sfuggente come un pesce che non vuole abboccare e quando vede guai in vista, trova subito il capro espiatorio.
Alla fine, per le nostre autorità, la colpa è dei pescatori, così si evince da un comunicato della Farnesina. Il peschereccio "Aliseo", con sette uomini d'equipaggio, il cui comandante Giuseppe Giacalone è rimasto ferito dai colpi sparati da una motovedetta libica di Misurata non doveva essere lì perché la zona, dice il ministero degli esteri, "è altamente pericolosa", e da un decennio.
L'attacco era stato preceduto questa settimana da un altro tentativo di abbordaggio contro pescherecci italiani partito dalle coste della Cirenaica, quelle controllate da Khalifa Haftar. L'episodio aveva riportato alla memoria il sequestro dei marittimi terminato in dicembre dopo che in Cirenaica dovette recarsi una delegazione guidata dal premier Giuseppe Conte e dal ministro degli esteri di Maio. Missione senza precedenti della storia della repubblica.
Ma che accade a largo della Libia e di quella Tripolitania sotto protettorato di Erdogan? Ecco le rivendicazioni dei libici e come le giustificano - fin dai tempi di Gheddafi. L'episodio sarebbe accaduto a circa 35 miglia dalle coste libiche tra Tripoli e Misurata, all'interno della zona riservata di pesca istituita dalla Libia nel 2005, con estensione di 62 miglia al di là delle acque territoriali di 12 miglia. La diatriba è tra chi ritiene che il tentativo di sequestro illegittimo perché avvenuto in una zona di giurisdizione libica non internazionalmente riconosciuta e chi invece considera che sia illegittima la pesca nelle zone rivendicate dalla Libia, tranne che vi sia il consenso dello stato costiero.
Quest'ultima tesi è sostenuta dal fatto che la Libia ha dichiarato nel 2009 una zona economica esclusiva estesa "sino ai limiti consentiti dal diritto internazionale" e che l'Italia non ha realmente contestato. Dichiarando la zona di pesca ad "alto rischio" e promettendo di evitare sconfinamenti, di fatto ha già riconosciuto alcune pretese di Tripoli. Il tutto non può che fare felice Erdogan, sempre più impegnato a rinsaldare i legami con la parte occidentale della Libia a scapito dell'Italia. Misurata, prima nostro avamposto e dove teniamo ancora un ospedale da campo militare, adesso è saldamente in mano alla Turchia. Per noi non solo il Mediterraneo non è più da un pezzo Mare Nostrum ma sta diventando un pantano politico-diplomatico. Era inevitabile visto che della Sponda Sud l'Italia, l'Europa e gli Usa hanno fatto una sorta di discarica dei diritti umani, dei profughi e di ogni dignità.
di Damiano Tavoliere
Il Manifesto, 8 maggio 2021
Gli "Scritti dal carcere", nell'anniversario della morte. "Non mi spezzeranno perché il desiderio di libertà, la libertà del popolo irlandese, è nel mio cuore. Il nostro giorno verrà. Finché la mente rimane libera, la vittoria è certa".
Alla terza settimana di sciopero della fame, così scriveva dalla prigione il 17 marzo 1981 Robert Gerard Sands, detto Bobby, nato il 9 marzo 1954 a Rathcoole, sobborgo settentrionale di Belfast. La famiglia di Bobby è cattolica nell'Irlanda del Nord abitata in prevalenza da protestanti, eredi di coloni emigrati dalla Gran Bretagna. Una famiglia operaia nella regione a maggior insediamento industriale dell'Isola.
Come sempre, la questione non è solamente a carattere religioso, ma altresì economica e sociale, con gravi cascami culturali e discriminatori permanenti: "una casa fredda per i cattolici", come ebbe a definirla il barone unionista e conservatore David Trimble. Così fredda che a 18 anni, nel 1972, Sands aderisce al Pira (Provisional Irish Republican Army) e diviene membro del Primo Battaglione della Brigata Belfast: "avevo visto troppe case distrutte, padri e figli arrestati, amici ammazzati; troppi gas, sparatorie e sangue della nostra gente...", ma viene arrestato presto e rimane in carcere fino al 1976.
La Provisional è la componente più forte dell'Ira nonché la più profondamente religiosa e di sinistra. Bobby esce di prigione e torna a vivere in famiglia, a Twinbrook, area sudoccidentale di Belfast, dove la comunità vede in questo ragazzo ventiduenne già un attivista di riferimento. Bobby matura una coscienza rivoluzionaria, fantastica una repubblica socialista, fa un pupo con Geraldine, stabilisce legami di fede e d'acciaio coi compagni di lotta e d'avventura.
Neppure un anno dopo, l'auto in cui viaggiavano Bobby e altri quattro militanti viene fermata: a bordo trovano una pistola, Bobby è condannato a 14 anni di detenzione e rinchiuso nel carcere di Long Kesh, più esattamente nella parte nuova, i famigerati Blocchi H, otto costruzioni a forma di H edificate appositamente per gli oppositori incalliti della Corona britannica.
Un inferno per i combattenti costretti alla clausura forzata giorno e notte, al pari della prigione femminile di Armagh per le combattenti: "cammino avanti e indietro per evitare che il freddo mi congeli le ossa". Bobby si fa giornalista, poeta, scrittore. Scrive su pezzi di carta igienica e cartine per sigarette, quando non scrive nasconde nel corpo la penna agli aguzzini.Le sue creazioni e corrispondenze escono dalle sbarre sui mezzi incerti che i detenuti sanno prodigiosamente inventare per essere pubblicate dall'organo repubblicano An Phoblacht-Republican News con lo pseudonimo Marcella. E molte di quelle esternazioni dell'anima sono oggi preziosamente incarnate nel volume Scritti dal carcere, poesie e prose (a cura di Riccardo Michelucci, Enrico Terrinoni, prefazione di Gerry Adams, ed. Paginauno, pp. 270, euro 18).
Senza lotta non c'è vita, il conflitto è ragione e strumento di sopravvivenza. Ovunque e sempre. Anche in carcere. I detenuti dell'Ira promuovono proteste a getto continuo per ottenere lo status di prigionieri politici, contro i limiti imposti dalle comuni regole di detenzione: iniziano con la protesta delle coperte (blanket protest), ossia il rifiuto di indossare l'uniforme carceraria vestendosi di solo plaid, proseguono con la protesta dello sporco (dirty protest), ossia spalmando di escrementi i muri delle gabbie e rovesciando l'urina fuori delle porte per esprimere la rabbia non solo contro la durezza dei guardiani che picchiano selvaggiamente i reclusi quando escono dalle celle per andare in bagno, ma anche contro le punte estreme della deprivazione sensoriale: "i secondini hanno chiuso tutte le finestre con lastre di metallo... un'ulteriore tortura, chiudere fuori l'essenza della vita, la natura".
E giungono al primo sciopero della fame il 27 ottobre 1980: Bobby Sands viene eletto dai suoi compagni ufficiale comandante (Officer Commanding) dei prigionieri Ira a Long Kesh: sette di loro iniziano il digiuno che si protrae fino al 18 dicembre, quando il giovane Sean McKenna entra in coma ed il governo di sua maestà fa generiche promesse di concessione, che poi rimangerà appena terminato lo sciopero: "viviamo in tempi moderni, si dice.../ma a guardarmi attorno, vedo soltanto/ moderne torture, dolore, ipocrisia.../ burocrati, speculatori e presidenti.../ si appuntano in faccia i loro sporchi sorrisi.../ il prigioniero solitario griderà dalla sua tomba".
La notorietà di Sands è alle stelle, viene candidato alle elezioni suppletive del 9 aprile 1981 per la morte di un parlamentare irlandese ed eletto contro il rappresentante unionista Harry West. Ma Bobby è in sciopero della fame da quaranta giorni, sta male, le televisioni del mondo intero seguono il dramma, uomini e donne di buona volontà inorridiscono per la barbarie del governo britannico guidato dalla lady di ferro Margaret Thatcher. Il papa invia al detenuto in fin di vita una croce d'oro cristiana che l'eroe-martire stringe fra le mani spirando il 5 maggio.
Mentre Londra lancia anatemi alla Chiesa Cattolica colpevole di aver legittimato un "terrorista", mentre centomila nazionalisti irlandesi accompagnano il feretro al cimitero di Milltown, mentre altri nove militanti perdono la vita dietro le sbarre nei mesi successivi. Generando l'esplosione spontanea di rivolte massive, moltiplicando robustezza vigorosa e adesione popolare alla lotta indipendentista.
"Bobby era un internazionalista", dice Gerry Adams, "ha letto di altre lotte, dell'apartheid in Sudafrica, dei palestinesi in guerra per una Patria..., le sue parole risuonano ancora oggi nelle teste di molti giovani, vengono ripetute sui social media". Come tanti combattenti per la libertà, Bobby Sands non amava lo scontro in quanto tale, le armi non erano un feticcio, aveva anzi un'intimità amabile ("i fiori sono fanciulle gentili, emanano una bellezza mozzafiato e un profumo che manda in estasi anche gli uccelli..."), ma riteneva che l'uso della forza fosse lo strumento necessario contro l'imperialismo inglese per riconquistare la dignità perduta e guardare a un futuro finalmente solare: "le risate dei nostri figli saranno la nostra vendetta".
La sua morte incendiò l'animo di molti nel Pianeta: dallo sciopero dei portuali statunitensi all'invasione dei consolati britannici, dalla salsa di pomodoro lanciata sulla regina Elisabetta alle solide manifestazioni diffuse. Chi scrive era a Milano, marciammo in migliaia per onorarlo ed esprimere l'ira sacrosanta verso la nera Thatcher, la sua crociata contro i lavoratori, la repressione violenta del malcontento economico, la propensione reazionaria complessiva che avrebbe favorito -insieme a Reagan- il liberismo sfrontato e incontrollato nel Globo per i decenni avvenire; in quei giorni Bobby era per noi l'emblema della resistenza alla ferocia maligna del potere fascistoide nelle sue multiformi espressioni. Perciò nei cuori e nell'aria vibrava un urlo collettivo: siamo tutti Bobby Sands.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 8 maggio 2021
Sarebbero almeno una trentina i cittadini Ue bloccati dalle autorità britanniche per aver provato ad entrare nel Paese per lavorare senza avere un visto. Molti sono stati rinchiusi per giorni in centri di accoglienza prima di essere espulsi. Un'altra dura realtà della Brexit. Una trentina di cittadini europei, e anche italiani, fermati e detenuti in centri di immigrazione anche fino a sette giorni per aver provato a entrare nel Regno Unito per lavorare senza visto. È la dura concretizzazione della Brexit e di ciò che accade a chi vuole superare la frontiera britannica con un visto turistico per poi cercare e/o iniziare un lavoro a Londra o in un'altra città.
Un tempo, quando il Regno Unito apparteneva all'Unione Europea, ciò si poteva fare senza alcun problema grazie alla libera circolazione dei cittadini prevista dal mercato unico Ue. Oggi non è più possibile, perché la situazione si è completamente ribaltata. Se prima del 1° gennaio 2021 si poteva entrare tranquillamente nel territorio del Regno Unito e successivamente cercare un lavoro, oggi è l'opposto: bisogna prima cercarsi un lavoro e solo successivamente si può superare la frontiera con un visto lavorativo, perché il lavoro deve esser individuato e ottenuto prima di mettersi in viaggio.
È una rivoluzione radicale cui molti devono ancora abituarsi. Come riporta Politico, infatti, ci sarebbero decine di cittadini europei, soprattutto ragazzi, anche italiani, che da quando sono entrate in vigore le nuove regole il 1° gennaio scorso, sono stati fermati alla frontiera britannica perché volevano lavorare senza aver ottenuto un visto adeguato, per poi esserre trasferiti in centri di immigrazione (e di asilo politico). Qui vengono detenuti fino a sette giorni, spesso senza cellulare o altri mezzi per contattare l'esterno perché sequestrati, se non un telefono pubblico nella struttura. Diversi, come il 26enne greco Sotiris Konstantakos, hanno raccontato di condizioni al limite, con temperature fredde e sbarre alle porte e alle finestre, da dove ovviamente non si può uscire, a parte i momenti di socializzazione con gli altri "fermati".
Per diversi diplomatici europei, riporta sempre Politico, si tratta di una reazione "sproporzionata" da parte delle autorità di frontiera britanniche. Le quali però rispondono di applicare semplicemente le nuove norme e che spesso la detenzione dei migranti irregolari in questi centri si allungherebbe a una settimana prima dell'espulsione a causa del numero limitato di voli verso la loro nazione di origine causa Covid e la necessità di organizzare test anti coronavirus prima del viaggio.
La notizia è una doccia fredda per molti ragazzi e immigrati italiani ed europei che prima della Brexit potevano andare a lavorare a Londra o altre città britanniche molto facilmente. Tuttavia, era qualcosa di atteso e annunciato molte volte in passato, visto che ora per entrare e lavorare in Regno Unito bisogna passare preventivamente il cosiddetto "sistema a punti" di stile australiano. Questo perché, dopo la Brexit, i cittadini europei, italiani inclusi, vengono trattati come tutti gli altri stranieri. E quindi, come già avviene quando si entra negli Stati Uniti per esempio, se non si ha il visto giusto, si può essere fermati, detenuti per qualche giorno e rispediti nel proprio Paese di origine.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 8 maggio 2021
La decisione di non definirlo tale era dovuta alle passate dichiarazioni nazionaliste e contro gli immigrati del leader dell'opposizione russa. Ma sono stati soprattutto i mezzi di informazione vicini al Cremlino a rilanciare una campagna tendente a screditarlo. La campagna, alimentata anche da insospettabili media occidentali, aveva rilanciato alcuni "fantasmi" del passato di Aleksej Navalny, il principale avversario politico di Vladimir Putin che ora si trova in carcere. Il blogger era stato molto vicino agli estremisti nazionalisti una dozzina di anni fa e aveva rilasciato dichiarazioni che oggi appaiono più che imbarazzanti, come "Abbiamo il diritto di essere russi in Russia". Accompagnate a partecipazioni a marce dell'estrema destra.
Una campagna rilanciata soprattutto dai mezzi di informazione vicini al Cremlino e tendente a screditare l'unico che potrebbe forse contendere il potere al presidente russo, dicono oggi i collaboratori di Navalny. E i risultati di quella campagna si erano visti, al punto che perfino Amnesty International aveva deciso di non considerare più il blogger un "prigioniero di coscienza", proprio per i suoi precedenti inviti alla divisione e all'odio interetnico.
Ma ora l'organizzazione sovranazionale che si occupa del rispetto dei diritti umani nel mondo ci ha ripensato e ha assegnato nuovamente ad Aleksej lo status di prigioniero di coscienza. Trascorsi certamente difficili da giustificare oggi quelli di Navalny che, per rispetto della verità storica, si è sempre rifiutato di cancellare i suoi video di allora, pur scusandosi per molte sue affermazioni. Nel 2007 uscì dal partito liberale Yabloko perché si rese conto che quel tipo di formazione non aveva alcun impatto effettivo sulla società russa. Fondò assieme ad altri il movimento Narod, (Popolo) che tentava di cavalcare l'onda nazionalista. Perfino nel 2013 Navalny si presentò alle elezioni per sindaco di Mosca (ottenendo un sorprendente 27 per cento) con un programma contro l'immigrazione clandestina. "La mia idea - spiegò poco dopo per giustificarsi - è che devi comunicare con i nazionalisti ed educarli".
Certamente oggi il blogger ha posizioni ben diverse. Ma in questa fase calda della battaglia politica russa in vista delle elezioni politiche di autunno, ogni mezzo viene usato per diminuire le possibilità dell'opposizione di raggiungere un qualsiasi risultato. Intanto lo stesso Navalny è in una colonia penale e ci resterà per due anni e mezzo. Gli è stata infatti revocata la libertà condizionale dopo che non si era presentato a controlli di polizia perché ricoverato in Germania a seguito di un avvelenamento subìto in Siberia ad agosto (a opera di agenti segreti, dicono i suoi). La condanna di qualche anno prima, all'origine dell'arresto, è stata definita ingiusta dalla Corte europea dei diritti umani. Ma con l'avvicinarsi del voto si è intensificata anche la campagna contro tutte le organizzazioni che fanno capo a lui. Il Fondo per la lotta contro la corruzione, che stava ottenendo grandi consensi, è sul punto di essere dichiarato "organizzazione estremista", al pari dei gruppi terroristi. Quando ciò avverrà (ed è una quasi certezza), i collaboratori del Fondo, anche del passato, potranno subire pesanti condanne penali. Lo stesso vale per chi ha donato quattrini o chi donerà.
Poi in Parlamento è pronta una legge che vieterà a chiunque abbia fatto parte di simili organizzazioni di partecipare alle elezioni politiche o amministrative. Un ulteriore strumento per bloccare i "fiancheggiatori" dell'oppositore. Infine sarebbe partito anche l'attacco a un altro strumento ideato da Navalny e che si è rivelato molto forte negli ultimi anni. Anziché presentare un ennesimo esponente di opposizione in consultazioni locali, Navalny ha chiesto agli elettori di concentrare i consensi su qualunque candidato, di qualsiasi partito, purché fosse in grado di battere il locale rappresentante di Russia Unita, la formazione putiniana che il blogger ha definito "Il partito dei ladri e dei truffatori", stigma che è molto piaciuto alla gente. Ebbene, secondo alcuni media russi, YouTube starebbe rimuovendo tutti i filmati che invitano la gente nelle regioni ad adottare questa tecnica definita del "voto intelligente". Anche se la sua formazione è in caduta libera di consensi (lui come presidente no), a settembre Putin non vuole brutte sorprese.
redattoresociale.it, 7 maggio 2021
I dati della Conferenza dei poli penitenziari a tre anni di vita: tra gli anni accademici 2018-19 e 2020-21 crescono iscritti (+128,6% per le donne) e atenei aderenti. All'Università di Torino, tra i fondatori, 60 studenti. Il 7 maggio seminario tra bilanci e prospettive. "Trasformare la detenzione da tempo sospeso a fecondo".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 7 maggio 2021
Procede a pieno ritmo la campagna vaccinale negli istituti penitenziari: 19.655 sono ad oggi le dosi somministrate ai detenuti (53.634 unità) che risultano all'anagrafe nazionale dei vaccini presso il ministero della Salute, un dato che copre oltre il 36% della popolazione reclusa.
È la Lombardia a guidare la classifica delle vaccinazioni alla popolazione detenuta con 5879 somministrazioni di vaccini anti-Covid19, a fronte dei 7800 detenuti presenti negli istituti della regione. A seguire il Lazio con 3537 somministrazioni, su 5581 reclusi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 maggio 2021
Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict), denuncia le enormi difficoltà di gestione. L'intero anno 2020 ha visto un calo notevole nel numero annuale consueto degli ingressi negli istituti penitenziari per i minorenni. Ma sorprende il dato che, nonostante il minore spessore criminale delle ragazze rispetto ai ragazzi, sia calata la percentuale delle loro uscite. Un aspetto interessante che emerge nell'ultimo rapporto dell'associazione Antigone "Oltre il virus". Secondo l'associazione una spiegazione potrebbe essere quella che fa da sfondo all'intero sistema: si tenta di residualizzare al massimo la detenzione minorile e quando non vi si riesce non è solo, né principalmente, a causa della gravità del reato bensì a causa della mancanza di reti di sostegno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 maggio 2021
Le comunità sono strumenti di intervento che, nell'ambito della giustizia minorile, rappresentano delle valide alternative al carcere. In Italia la detenzione minorile è un fenomeno fortunatamente marginale nei numeri, con una percentuale di presenze assolutamente trascurabile.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 maggio 2021
Su un tema strategico per il Recovery, la Lega va all'attacco: "Con Pd e M5S nessuna riforma in questo Parlamento". La frase è dirompente. Di quelle che possono squassare una maggioranza. Detta da Matteo Salvini poi, nel salotto di Porta a porta, fa ancora più rumore. Soprattutto se riguarda la giustizia, e alla vigilia di riforme strategiche che, se dovessero fallire, metterebbero in pericolo i fondi del Recovery. Eppure l'annuncio fa capire che non parla "politichese", il progetto è già in cammino.
Lui dice proprio così: "Questo Parlamento con Pd e 5Stelle non farà mai una riforma della giustizia. Per questo stiamo organizzando con il Partito Radicale una raccolta di firme per alcuni quesiti referendari". Che, scopre Repubblica, equivalgono a una bomba, perché riguardano, per citarne due, sia le carriere dei magistrati e la loro eventuale separazione, sia il Csm. Quando, in via Arenula, sottopongono alla Guardasigilli Marta Cartabia la battuta di Salvini lei reagisce solo con un "legittime iniziative".
Ma, politicamente, si tratta di una bomba. E va da sé che la prima verifica di autenticità da fare è con Giulia Bongiorno, l'avvocato penalista dei casi difficili - Andreotti, Sollecito, adesso Grillo - che non solo è senatrice della Lega, ma anche responsabile Giustizia del partito. E lei conferma pienamente le parole di Salvini con un "ci stiamo lavorando". Ma alla domanda "ma questo è un attacco a Cartabia? State pensando a una crisi di governo?" Bongiorno frena: "Ma no, non c'è niente contro di lei. Questo non è un passo che va contro la ministra, la Lega sarà con lei sulle riforme, siamo soddisfatti che acceleri sulla giustizia. Ma al contempo vogliamo vedere se i cittadini italiani hanno voglia di un grande cambiamento proprio sulla giustizia". Poi aggiunge quel suo tipico "stop, non dico altro" che chiude spazi ad ulteriori domande.
Ma non ci vuol molto - tra radicali e leghisti - per ricostruire qual è la strategia della Lega sulla giustizia proprio mentre Cartabia, stringe le fila per chiudere le riforme del processo civile e penale. Giusto lunedì il primo arriva in aula al Senato e il secondo verrà discusso in un vertice di maggioranza. Eppure Salvini non è soddisfatto. Non gli bastano le riforme processuali, vuole dare una spallata alla magistratura dei casi Palamara e adesso del caso Amara. È convinto che né il Pd né tantomeno M5S siano i partner per cambiare radicalmente le regole. Una crisi di governo? Una spallata a Mario Draghi? Non c'è questo nelle sue intenzioni.
La strategia è tutt'altra, tant'è che ha già affidato ai suoi il dossier dei futuri referendum. Dopo averne parlato a lungo con il radicale Maurizio Turco. Proprio colui che ha aperto la porta a Palamara. È già pronto l'elenco dei possibili referendum. Quattro per ora quelli che trapelano. Sulla carriera dei magistrati, sul Csm, sulla separazione delle carriere tra pm e giudici, sulle misure cautelari. Salvini vuole sapere cosa ne pensano gli italiani e se hanno voglia di un "grande cambiamento". Con Turco trova una porta aperta. Quello dei referendum è da sempre il loro terreno. Lo strumento principe di Marco Pannella.
Altrettanto evidente la sfiducia verso l'asse Pd-M5S. Della crisi con M5S si sa tutto, già ai tempi del governo gialloverde, gli scontri quotidiani tra Bongiorno e l'allora Guardasigilli Bonafede, la richiesta insistente di una "riforma strutturale" anche su magistrati e carriere. Invece, accusa la Lega, Bonafede "si fermò sulla soglia delle riforme procedurali". Poi scoppia il caso Palamara e Salvini freme perché vorrebbe veder azzerate le correnti, ma "c'è chi minimizza". E "il Parlamento sta a guardare". Adesso "spuntano pure le logge segrete". Con chi si può fare tutto questo? Salvini taglia fuori Pd e M5S e parla coi Radicali. E si arriva così alla scioccante battuta di oggi.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 7 maggio 2021
A Via Arenula si lima il dossier sulle riforme. L'asse mobile del Pd, tra M5s e FI. L'appuntamento è stato già fissato: lunedì 10, alle 14, nel suo ufficio di Via Arenula la ministra Marta Cartabia ha convocato i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia della Camera. Quelli, cioè, che stanno discutendo la riforma del processo penale.
- Il reato di maltrattamenti non è escluso dall'assoluzione per violenza sessuale
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