di Claudia Fanti
Il Manifesto, 7 maggio 2021
Pestaggi e spari sui manifestanti, la polizia non ha più limiti e aggredisce anche la missione dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani. Il governo difende gli agenti e accusa le piazze di vandalismo. Poliziotti che sparano contro i manifestanti, attaccano pacifiche fiaccolate in onore delle vittime, usano gli idranti per impedire i soccorsi ai feriti, manganellano semplici passanti: tutto filmato in diretta e trasmesso sulle reti sociali e sui siti alternativi di innumerevoli gruppi e organizzazioni.
È qui che si sta scrivendo la vera storia della brutale repressione delle forze dell'ordine colombiane contro le proteste popolari anti-governative che vanno avanti ininterrottamente dal 28 aprile. Il bilancio si aggrava di giorno in giorno: 24 le vittime accertate dalla Defensoría del Pueblo (23 civili e un poliziotto), 89 persone scomparse e oltre 800 feriti, mentre altre organizzazioni parlano di 37 morti. Tra le ultime vittime, il 27enne Lucas Villa, studente di Scienze dello Sport, artista e professore di yoga, uno dei volti più apprezzati e popolari della protesta, raggiunto da otto spari, la notte del 5 maggio, nel viadotto Cesar Gaviria della città di Pereira e ora in condizioni gravissime.
È questa una storia completamente diversa da quella raccontata dalle autorità, che si scagliano contro gli episodi di vandalismo e violenza da parte di gruppi di manifestanti - che in ogni caso non bastano a mettere in ombra il carattere pacifico della protesta - ma non dicono una parola sulla carneficina in corso.
E anzi sostengono, come fa il ministro della Difesa Diego Molano, che "la prima cosa che deve sapere la Colombia è che la polizia opera nel più stretto rispetto della legge e dei diritti umani".
Così, dopo essersi finalmente deciso a esprimere il proprio generico cordoglio per le "vittime di violenza", intesa ovviamente come violenza vandalica, il presidente Duque ha dichiarato senza prove che dietro le "legittime aspirazioni" dei manifestanti si nasconderebbe "la minaccia di un'organizzazione criminale", riferendosi alla presunta infiltrazione di "mafie del narcotraffico".
E fa un certo effetto sentirlo da colui che i colombiani chiamano "subpresidente", cioè la marionetta dell'ex presidente Álvaro Uribe, i cui vincoli con il narcotraffico sono noti anche alle pietre. Ma Duque, che nel frattempo ha incassato l'appoggio degli imprenditori - convinti della necessità di "difendere il governo che ci piaccia o no, difendere l'esercito, la polizia, l'Esmad - si è spinto anche oltre, offrendo una ricompensa di 10 milioni di pesos per chi collaborerà all'identificazione e alla cattura dei responsabili di atti di vandalismo.
Ma sulla repressione che si consuma per le strade della Colombia - 1.708 i casi di abuso della polizia registrati dalla piattaforma Grita - si sono finalmente accesi i riflettori internazionali, soprattutto in seguito alla violenza di cui è stata oggetto la missione di verifica costituita da funzionari della Defensoría del Pueblo, della Procura generale, delle organizzazioni sociali e dell'Alto commissariato Onu per i diritti umani.
L'inaudita aggressione è avvenuta a Cali la notte del 3 maggio, quando la missione umanitaria, giunta alla stazione di polizia Fray Damián per controllare le condizioni dei detenuti, era stata insultata, circondata, minacciata e infine cacciata da agenti della polizia che le avevano persino sparato contro, con gli abitanti del quartiere accorsi a soccorrerla facendo da scudo umano.
"Siamo stati testimoni dell'uso eccessivo della forza da parte di agenti della sicurezza, con colpi di arma da fuoco, aggressioni e arresti", ha denunciato la portavoce dell'Alto commissariato Marta Hurtado. Ma sulla violenza in atto si è pronunciato, attraverso il suo portavoce Stéphane Dujarric, lo stesso segretario generale Onu António Guterres, esprimendo "grande preoccupazione" per le violazioni dei diritti umani registrate durante le proteste, mentre centinaia di colombiani inondavano mercoledì il canale Youtube dell'Onu, durante la trasmissione in diretta di una serie di conferenze, di messaggi di un unico tipo: "S.O.S Colombia".
di Guido Santevecchi
Corriere della Sera, 7 maggio 2021
L'attivista e animatore delle proteste del 2019 è già in carcere nell'ex colonia dallo scorso dicembre: in cella gli è giunto un nuovo mandato d'arresto per le primarie dem, e un'altra condanna per una veglia il 4 giugno. Joshua Wong è in prigione a Hong Kong dallo scorso dicembre: condannato a 13 mesi e mezzo di reclusione per una manifestazione del 2019. In cella gli hanno notificato un nuovo mandato d'arresto a gennaio per aver partecipato alle primarie democratiche per le elezioni politiche.
Ieri il giovane attivista è stato condannato ad altri 10 mesi di carcere per aver preso parte il 4 giugno dell'anno scorso alla veglia per commemorare la strage di Tienanmen (4 giugno 1989). Per trent'anni Hong Kong era stato l'unico lembo di Cina dove si poteva ricordare liberamente l'orrore perpetrato a Pechino. L'anno scorso però le autorità della City vietarono la manifestazione per "motivi di sanità pubblica": l'epidemia di coronavirus. Joshua Wong e ventimila concittadini si radunarono comunque nel Victoria Park, accendendo candele nella notte. Erano distanziati, disciplinati e indossavano responsabilmente la mascherina.
A Victoria Park quella notte non si sviluppò alcun focolaio di coronavirus. Ma la polizia pensò di selezionare quattro manifestanti, tutti ventiquattrenni, volti noti del movimento: Joshua Wong, Lester Shum, Tiffany Yuen e Jannelle Leung. Ora è arrivata la sentenza: 10 mesi a Joshua Wong per aver "deliberatamente e premeditatamente" violato il divieto, 6 mesi a testa per gli altri tre oppositori. Il giudice ha sentenziato che "hanno apertamente sfidato la legge" e che "aver indossato le mascherine e osservato il distanziamento sociale non riduce la loro colpa".
Dal primo luglio del 2020 a Hong Kong vige la legge sulla sicurezza nazionale cinese, che chiude il discorso sulla veglia per Tienanmen: in ogni parte della Cina ricordare la strage è reato e lo resterà anche dopo che tutta la popolazione sarà stata vaccinata contro il Covid-19. È il virus della democrazia che Pechino voleva debellare a Hong Kong.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 maggio 2021
Non si fermano le proteste di piazza, giunte all'ottavo giorno consecutivo e nate in dissenso con la riforma fiscale proposta dal presidente. Il Palazzo di Vetro: allarmati. "Siamo distrutti". Un adolescente ucciso a colpi di arma da fuoco dopo aver preso a calci un poliziotto, un altro ragazzo travolto dalla furia dei manganelli mentre tornava a casa. Agenti che sparano sui manifestanti disarmati. Elicotteri che ronzano in cielo, carri armati che fanno tremare l'asfalto nei quartieri popolari, esplosioni che echeggiano nelle strade.
Brucia la Colombia, dove il 28 aprile sono iniziate le proteste contro il governo di Iván Duque e dove nemmeno le piogge torrenziali di due giorni fa sono riusciti a fermare proteste e scontri durissimi nei quali hanno perso la vita fin qui 24 persone (17 secondo le autorità), con 89 dichiarate disperse.
"Ci stanno uccidendo", è una delle frasi che campeggiano sugli striscioni. Da Bogotà, passando per Cali, Medellin e Barranquilla ovunque si sono svolte marce. I camionisti bloccano le principali autostrade mentre le Nazioni Unite, l'Unione Europea e l'Organizzazione degli Stati americani (Osa) condannano il governo colombiano per l'"uso eccessivo della violenza", con la portavoce dell'Alto commissariato dei diritti umani dell'Onu, Marta Hurtado, che si è detta "profondamente allarmata". In prima linea negli scontri ci sono i giovani. "Qui non si muore di fame solo per il Covid, si muore di povertà", è il grido di Isamari Quito, studente di giurisprudenza. "Ci stanno dando la caccia", gli fa eco Luna Giraldo Gallego, studentessa universitaria della città di Manizales.
La pressione sale sul partito conservatore del presidente Iván Duque mentre gli alleati gli chiedono di dichiarare lo stato d'assedio, atto che gli concederebbe ampi nuovi poteri. "Si ha la sensazione che questo governo, nonostante sia guidato dal presidente più giovane della storia colombiana (Duque ha 44 anni, ndr), insista su idee obsolete", spiega al Corriere Jennifer Pedraza, 25 anni, rappresentante degli studenti dell'Università Nazionale e membro del Comitato per la disoccupazione, che raggruppa le organizzazioni che convocano le manifestazioni. A nulla dunque è servito ritirare la riforma fiscale, che prevedeva la rimozione delle esenzioni per l'imposta sugli scambi di beni e servizi (la nostra Iva) e avrebbe abbassato la soglia a partire dalla quale si inizia a pagare l'imposta sul reddito. "Andremo avanti a protestare contro la riforma sanitaria", conclude Pedraza.
L'esplosione di frustrazione in Colombia - dicono gli esperti - potrebbe presagire disordini in tutta l'America Latina, in un mix infiammabile di tensioni sociali causate dalla pandemia e dal calo delle entrate governative. Le manifestazioni sono, in parte, la continuazione di un movimento che ha travolto l'America Latina alla fine del 2019 dalla Bolivia passando per il Cile fino al Nicaragua. Poi è arrivato il Covid. La Colombia ha imposto uno dei lockdown più lunghi al mondo che ha causato enormi problemi economici, tra cui la chiusura di oltre 500mila attività, con il 43% della popolazione che vive in povertà (+7% rispetto all'era pre Covid) e 2,8 milioni di persone che vivono con meno di 145mila pesos al mese, circa 32 euro. E ora - dopo otto giorni di rabbia - tra le vittime delle proteste si conta anche Santiago Murillo, 19 anni, studente dell'ultimo anno di liceo. Sabato sera stava tornando a casa a Ibagué, mentre erano in corso gli scontri. A due isolati da casa gli hanno sparato e lui è caduto a terra. Domenica gli abitanti di Ibagué hanno tenuto una veglia in suo nome. "Ho chiesto loro di protestare civilmente", dice sua madre, "in pace".
di Adriano Roccucci
L'Osservatore Romano, 7 maggio 2021
Un ricordo di Tamara Chikunova, fondatrice dell'associazione "Madri contro la pena di morte e la tortura". Una testimone della vita contro la pena di morte. Lo è stata Tamara Chikunova, una donna russa, spentasi alla fine di marzo, che, colpita da un dolore lacerante e animata da una fede profonda, ha lottato a mani nude perché nel Paese dove viveva, l'Uzbekistan, nessuno fosse più condannato alla pena capitale.
A Tashkent Tamara era nata, dopo che la sua famiglia, originaria del Sud della Russia, vi si era trasferita al termine delle repressioni staliniane, durante le quali il nonno, prete ortodosso, era stato ucciso. Nella capitale uzbeka Tamara era tornata a vivere nel 1993 con il figlio Dmitrij, dopo anni trascorsi con il marito, ufficiale dell'armata rossa, in diverse sedi, da Berlino a San Pietroburgo. In Uzbekistan la vita di Tamara si è imbattuta nella violenza disumana di un sistema giudiziario iniquo. Nel 1999 suo figlio Dmitrij fu arrestato, torturato e ingiustamente condannato a morte. Il 10 luglio del 2000 fu fucilato: aveva 29 anni. La madre non fu avvertita dell'esecuzione e non riuscì a salutarlo un'ultima volta. Non le fu restituito nemmeno il corpo del figlio, come previsto dalla legge uzbeka. Nel marzo 2005 Dmitrij fu riabilitato post mortem, riconosciuto innocente, e il suo processo fu dichiarato iniquo.
Dopo questa tragedia familiare, Tamara scelse di lottare perché non si ripetessero casi analoghi. Fondò l'associazione "Madri contro la pena di morte e la tortura" assieme ad altre donne che avevano perduto i propri figli in seguito a un'esecuzione capitale. Ebbe inizio un impegno coraggioso e intelligente per la difesa legale dei condannati - era laureata in legge oltre che in ingegneria - e per l'abolizione della pena di morte in Uzbekistan. La sua associazione ha contribuito a salvare la vita di 23 condannati alla pena capitale, riuscendo a far commutare la loro sentenza di morte in ergastolo o condanne alla reclusione. Il suo impegno, sostenuto dalla Comunità di Sant'Egidio a livello internazionale, ha condotto all'abolizione della pena capitale in Uzbekistan, il 1° gennaio 2008.
Così Tamara ha ricordato la sua scelta: "Io una piccola donna sconfitta, lavoravo per far vincere la vita. All'inizio del 2002 scrissi una lettera alla Comunità di Sant'Egidio, cercavo aiuto per me e per la mia missione: liberare i condannati a morte. Ringrazio il Signore perché da quel giorno non ci siamo più lasciati! Con gli anni si sono compiuti dei miracoli, abbiamo potuto salvare la vita di tanti giovani condannati a morte nel mio Paese. Veramente ho ricevuto il segno dell'amore di Dio! Così Dio mi ha donato la forza di perdonare tutti i responsabili dell'esecuzione di mio figlio! E trovando la forza di perdonare sono diventata più forte!".
La battaglia di Tamara è andata avanti a lungo per diffondere una cultura della misericordia e della vita, e contribuire all'umanizzazione delle condizioni dei carcerati. Ha dato un apporto decisivo al processo che ha condotto all'abolizione della pena di morte in Kyrgyzstan, Kazachstan e Mongolia. Un suo cruccio era l'unico Paese europeo in cui ancora vige la pena capitale. Alla Bielorussia infatti sono state rivolte molte sue energie ed era stata nominata delegata del Consiglio d'Europa per la questione della pena di morte in quel Paese. Vulnerabile di fronte alla violenza della storia, Tamara è stata una donna credente, forte della sua fede, dell'amicizia di chi ha condiviso il suo impegno e di una umanità compassionevole levigata dal dolore. Piccola donna sconfitta, non è stata irrilevante e ha cambiato la storia: "Chi salva una vita salva il mondo intero", si legge nel Talmud.
di Federico Rampini
La Repubblica, 7 maggio 2021
Il presidente statunitense guarda all'India e al Sudafrica per contrastare la diplomazia del farmaco di Pechino e Mosca. Il ruolo dell'ala sinistra del partito democratico. In vista dell'immunità di gregge Washington è pronta a donare dosi ai Paesi emergenti. La svolta di Joe Biden che promette l'accesso libero ai brevetti di Pfizer, Moderna, Johnson & Johnson, inaugura una nuova diplomazia americana dei vaccini. Destinatari sono i Paesi emergenti, India e Sudafrica in testa, che chiedono questa sospensione della proprietà intellettuale da tempo.
Il gesto politico ha grande risonanza nel mondo, ma va contro gli interessi di Big Pharma che ne contesta l'utilità. Non avrà comunque effetti immediati, e sarà temporaneo. I dettagli giuridici vanno ancora negoziati a Ginevra in seno alla World Trade Organization, dove la delegazione Usa è guidata dalla segretaria al Commercio, Katherine Tai. Lei stessa ha avvertito che ci vorrà tempo. Ma i negoziati avranno un'accelerazione visto che fino a ieri la principale opposizione veniva dagli Stati Uniti.
L'annuncio di Biden è stato seguito da un coro di approvazioni: dall'Unione europea alla Russia. A Washington questa è una vittoria per l'ala sinistra e la lobby terzomondista all'interno del partito democratico. Tra i fautori dell'accesso libero ai brevetti sui vaccini figura Bernie Sanders, senatore socialista che fu rivale di Biden nella corsa alla nomination un anno fa. Da tempo l'ala più radicale del partito faceva una campagna molto visibile sui media, riuscendo a sovrastare voci contrarie e pur autorevoli come quella di Bill Gates.
Tra le spinte decisive c'è stata una telefonata fra Biden e il premier indiano Narendra Modi. La Casa Bianca punta su un rapporto strategico con l'India, per contenere l'espansionismo cinese in Asia. Venire in aiuto a Delhi nell'acuta emergenza della pandemia è un gesto obbligato, e contribuisce a contrastare le altre diplomazie dei vaccini dispiegate da superpotenze rivali come Cina e Russia. La stessa Amministrazione Biden però smorza le aspettative sulle conseguenze pratiche di questo annuncio. Avere accesso libero e gratuito ai brevetti serve a poco, se per fabbricare vaccini su vasta scala mancano le capacità industriali, i macchinari, il know how e la manodopera qualificata, nonché l'accesso agli ingredienti di base che scarseggiano: tutti requisiti che possono richiedere molti mesi se non anni.
L'India è un caso a parte, paradossale e sconcertante, perché quelle capacità produttive le ha già, è una superpotenza farmaceutica, uno dei leader mondiali nella produzione di vaccini, in grado di esportarne nel mondo intero. Molte aziende farmaceutiche indiane stanno già producendo da mesi su licenze americane, compresa quella concessa gratis da Moderna.
La ragione per cui l'India ha vaccinato solo il 2% della sua popolazione (contro il 50% degli americani) non sembra quindi legata alla proprietà privata dei brevetti, bensì ad altre inefficienze interne: burocrazia incompetente e corrotta, logistica al collasso, fanno sì che quel paese debba chiedere aiuto all'America pur avendo riserve cospicue di vaccini già prodotti, e sui quali il premier Modi ha decretato il blocco dell'export. Questo spiega una delle critiche più velenose da Big Pharma: che Biden avrebbe fatto un gesto da "teatro politico" per accontentare Delhi e la propria lobby terzomondista.
Alle critiche si è unita la voce della scienziata Luciana Borio che dirigeva l'authority dei farmaci (Fda) durante la presidenza Obama: "Questa decisione non aiuterà ad avere più vaccini disponibili nel mondo. Noi non avremmo i nostri straordinari vaccini, senza l'innovazione dell'industria privata americana". È la tesi di Bill Gates: il modello della proprietà intellettuale sui brevetti ha dato risultati eccellenti, nell'incoraggiare prima la ricerca e poi la sua applicazione su scala industriale in tempi rapidissimi. Prevale l'argomento di politica estera. La Cina e la Russia hanno bruciato le tappe per offrire i loro vaccini all'estero, sia pure con risultati abbastanza deludenti. Biden è incalzato da chi teme che l'America perda consensi preziosi nei paesi emergenti. Lo stesso presidente continuerà a perseguire un'altra strada dagli effetti molto più veloci: via via che la popolazione americana si avvicina alla "immunità di gregge" (prevista a luglio) la Casa Bianca potrà accelerare le donazioni di vaccini già prodotti e disponibili in eccesso nelle scorte acquistate dal governo federale.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2021
Cinque organizzazioni egiziane per i diritti, tra cui quella dei consulenti della famiglia Regeni, Ecrf, e l'Eipr di Patrick Zaki, inviano ad al-Sisi un dossier con 7 richieste, tra cui la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e il termine di detenzioni senza fine. Ma dal governo tutto tace. E gli episodi di repressione proseguono.
Cinque organizzazioni per la tutela dei diritti umani presentano un dossier ufficiale al governo con 7 richieste e il regime ricambia continuando a perseguire la strada della repressione. Il via libera, nelle recenti settimane, ad una serie di scarcerazioni 'eccellenti' di prigionieri politici e per reati di coscienza sembrava aver creato una breccia e un cambio di passo da parte delle autorità egiziane. I rilasci, dopo quasi due anni di detenzione, dei giornalisti Solafa Magdy e suo marito Hossam el-Sayyad, del collega Khaed Daoud ed altri, apparivano come atti distensivi.
Su questa fenditura, apparsa evidente ai più, le ong egiziane, tra cui quella dei consulenti della famiglia Regeni, Ecrf, e l'Eipr di Patrick Zaki (hanno firmato il dossier anche l'Afte, l'Anhri e il centro anti-tortura el-Nadeem), hanno voluto inserirsi presentando un piano composto da 7 punti specifici. Un dossier costituito dalle richieste ritenute più stringenti: la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici, compreso un taglio delle procure criminali dedicate agli attivisti dei diritti umani, il termine di detenzioni senza fine continuamente rinnovate in attesa di processo, lo stop ai continui casi riciclati per non liberare i prigionieri, la revoca dello stato di emergenza imposto nel 2017 e infine sbloccare i siti di informazione oscurati durante gli ultimi anni. Al momento, ufficialmente il governo non ha reagito alla presentazione del dossier con una presa di posizione ufficiale, continuando nel suo percorso repressivo.
A tal proposito sta suscitando reazioni di sdegno la storia di Abdul Rahman al-Shuweikh, un giovane detenuto del carcere di massima sicurezza di Minya, città 250 chilometri a sud del Cairo. Alla fine di aprile il giovane, durante un incontro in carcere, ha raccontato alla madre di aver subìto torture e violenze, anche di carattere sessuale. La madre del ragazzo, dopo aver fatto formale reclamo in procura, ha segnalato l'episodio attraverso un post sui social media raccontando quanto accaduto al figlio. Una scelta dalle conseguenze drammatiche. Pochi giorni dopo, il 26 aprile scorso, uomini della Nsa, la sicurezza nazionale, hanno fatto irruzione di notte nell'abitazione della famiglia di al-Shuweikh arrestando tutti i membri presenti, a partire dalla madre, Hoda Abdul Hamid, 55 anni, il padre Jamal al-Shuweikh, 65 anni, e l'altra figlia Salsabil, appena maggiorenne. La famiglia è stata svegliata di soprassalto e portata via ancora in pigiama, senza che nessuno potesse neppure prendere gli effetti personali. Padre e figlia sono stati rilasciati nei giorni successivi, mentre la madre del detenuto è stata arrestata e chiusa in carcere con l'accusa di aver aderito ad un gruppo terroristico e diffuso notizie false: per lei è scattata l'istruttoria del caso 900 del 2021.
L'incubo per la famiglia al-Shuweik non è finito qui. Lo stesso giorno del blitz un altro fratello di Abdul Rahman, Abdulaziz, anch'egli in carcere, nella famigerata prigione di Tora al Cairo, è stato trasferito da un'area ordinaria alla sezione più temuta e di massima sicurezza Skorpio I: "L'unica colpa della madre del detenuto è stata quella di denunciare quanto accaduto al figlio - attacca un funzionario del centro anti-tortura el-Nadeem che parla a che a nome delle altre ong egiziane -, delle violenze subite. Addirittura l'autorità giudiziaria ha fatto in modo che alcuni detenuti del carcere di Minya testimoniassero che Abdul Rahman al-Shuweik era pazzo e che si era inventato tutto. In realtà il detenuto non soffre di alcun problema psichiatrico. È l'ennesimo sopruso del regime nei confronti di quella famiglia, con tre figli in prigione. Riteniamo le autorità egiziane responsabili per la sicurezza e la salute dei membri della famiglia al-Shuweik attualmente in prigione. Chiediamo inoltre che la procura ordini un'indagine approfondita sulle torture e sulle violenze subite da Abdul Rahman al-Shuweik".
Più di recente, lunedì scorso per l'esattezza, il governo del Cairo, nello specifico il Ministero dell'Interno da cui dipende la Nsa, si è reso protagonista di un altro episodio censurabile. Uomini dell'agenzia per la sicurezza egiziana hanno fatto irruzione nella casa di una famiglia residente nel governatorato di Sharqiya prelevando una donna e i suoi tre figli piccoli. Un'azione decisa per spingere il marito della donna, latitante, a consegnarsi alla polizia. Per due giorni di lei e dei suoi tre bambini, tutti sotto i 10 anni, non si è saputo nulla, ma per fortuna nel pomeriggio del 5 maggio sono stati rilasciati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 maggio 2021
Dal monitoraggio settimanale del ministero della Giustizia emerge che sono 397 i detenuti positivi, 400 gli agenti e 46 tra il personale amministrativo. Prosegue a passo spedito la campagna di vaccinazione nelle carceri. Sono 18.619 i detenuti finora vaccinati contro il Covid, su un totale di 52.638 presenti nei penitenziari italiani. Il dato emerge dal report settimanale del ministero della Giustizia su coronavirus e carceri.
di Carla Forcolin*
Ristretti Orizzonti, 6 maggio 2021
Martedì 4/5, mentre in Commissione Giustizia della Camera si discuteva di riforma della L. 62/11, il Tavolo per l'Affido discuteva assieme alla Garante nazionale dei diritti dei bambini, alla Ministra Bonetti e ad altre personalità importanti di affidamento. Non di sottrazioni indebite di bambini messe in atto violentemente, ma di separazioni temporanee, finalizzate a dare ad un bambino che non può stare nella sua famiglia una famiglia sostitutiva dove crescere bene. Insomma di affidamenti concepiti per il bene del minore.
di Liana Milella
La Repubblica, 6 maggio 2021
Il contenuto e l'iter delle future leggi sul processo civile, penale, Csm e sulla magistratura onoraria. Tempi, contenuti e le prossime scadenze. Tre riforme che valgono 2,3 miliardi di euro. Quelli del Recovery plan. Riforme strategiche di cui la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha detto il 25 aprile in un'intervista alla Stampa: "Deve essere molto chiaro che senza riforme della giustizia, niente fondi del Recovery". E sulle divergenze tra i partiti ha aggiunto: "Proprio la giustizia deve diventare il terreno sul quale ritrovare lo spirito di unità nazionale. Le diversità resteranno, come nella stagione che portò alla nascita della Costituzione, ma come allora si può provare a ricomporre le fratture su progetti precisi in nome di uno scopo più grande".
di Clemente Pistilli
La Notizia, 6 maggio 2021
Se c'è in Parlamento una missione che sembra davvero impossibile è quella di una riforma della giustizia finalizzata a rendere il sistema più efficiente. Non è forse un caso che alcune materie siano ancora disciplinate da regi decreti. Una giustizia che si inceppa costantemente, che lascia sempre qualche scappatoia, a quanto pare ai più fa comodo. Ecco dunque che ieri, come da buona tradizione italiana, al disegno di legge penale sono stati presentati ben 700 emendamenti, con l'eterogenea maggioranza che sostiene il Governo di Mario Draghi nuovamente divisa e divisa soprattutto sul tema della prescrizione.
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