di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 5 maggio 2021
Maggioranza. Oltre 700 proposte di modifica al disegno di legge delega Bonafede che riforma il processo penale. Centrodestra con Iv e Cambiamo e Pd e 5 Stelle e Leu tirano in direzioni opposte. Lunedì il tavolo tecnico con la ministra Cartabia tenterà una prima, difficile mediazione.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 5 maggio 2021
Eliminare o comunque ridurre drasticamente l'impugnabilità della sentenza di assoluzione. Quando si viene assolti in primo grado la partita è finita, il pm in molti casi non potrà più procedere, il cittadino - nel momento in cui viene riconosciuto innocente dopo le indagini preliminare e il processo - chiude i conti con la giustizia. È una delle misure allo studio del governo, frutto del lavoro messo in piedi dalla commissione interna del dicastero di via Arenula sulla riforma del processo penale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 maggio 2021
Intervista al presidente emerito della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, che diffida della possibilità di risolvere i problemi della magistratura grazie a "clamorose quanto improbabili rivelazioni nascoste nei verbali".
"Sono passati due anni dalla vicenda rivelata dai trojan nel 2019, anche se già allora a molti nota. Qualcuno vede per caso maturare una autoriforma, tra i magistrati? Non credo ci si possa ancora illudere in una rigenerazione endogena, né del Csm né dell'ordine giudiziario nel suo complesso. Lo conferma l'ultima, deprimente questione dei "verbali avvelenati". È chiaro che la magistratura ha bisogno di un intervento normativo capace di riformarne l'autogoverno, e l'intervento non può che provenire dall'esterno, dunque dal Parlamento. L'importante è che non si risolva in una commissione d'inchiesta, che invece ridurrebbe tutto a un inutile e forse pericoloso regolamento di conti politico".
Il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, oltre a sollecitare un'accelerazione sull'ormai leggendaria riforma del Csm, si rifiuta di "fare il pur minimo sforzo per comprendere come siano andate le cose in quest'ultimo conflitto fra il Consiglio e un suo ex componente, o cosa ci sia di attendibile nei verbali. Non mi interessa e non vale la pena di inoltrarsi nell'intrigo, di capire se è una vendetta, o una calunnia, o un maldestro tentativo di intorbidire le acque per difendersi. Di sicuro la gran parte delle persone resta smarrita e confusa come il sottoscritto. Credo basti. Aggiungo solo che insistere nella curiosità febbrile per l'investigazione dei presunti segreti, per l'attesa di una clamorosa rivelazione nascosta nei verbali, tutto questo, al di là delle strumentalizzazioni, di cui anche i media fanno un uso disinvolto, mi pare riproponga l'errore di guardare al dito anziché alla luna. L'unica cosa sicuramente vera è che due anni dopo la vicenda del 2019 qualcuno infligge un ulteriore, grave colpo alla credibilità e autorevolezza della magistratura. Compromette ancora di più la fiducia dei cittadini nella giustizia. Ce n'è abbastanza per smettere di soffermarsi sui dettagli e guardare alla luna anziché al dito".
Perché è un errore dare importanza al caso dei verbali?
Intanto perché la cosiddetta verità su quei verbali potrebbe rivelarsi assai deludente. Non so se vi sia granché, ma non mi aspetto rivelazioni sconvolgenti. È uno scontro di potere, ed è proprio questo il problema. Il Csm rischia di non riflettere più il modello disegnato dai costituenti. Che avevano immaginato un organismo di alta amministrazione dell'ordine giudiziario, dotato di un proprio spazio di discrezionalità e di un potere anche politico definito da limiti rigorosi, ma reso poi indeterminato dalla mancanza di una legge rinnovata sull'ordinamento giudiziario. Da quel modello siamo passati a una crescita abnorme.
Siamo passati a un gigante malato? In un certo senso sì. Intanto è il caso di sottolineare la crescita della disinvoltura rispetto all'inosservanza delle regole. Negli ultimi due anni trascorsi dal noto caso del trojan non si è percepito un cambiamento. Mentre per quasi un terzo la componente togata del Consiglio è stata sostituita. Parlo di un potere che nella sostanza è politico e in quanto tale rischia di diventare anomalo. Una distorsione che cresce di pari passo perché strettamente connessa alla crisi di legalità e alla crisi del ruolo del giudice. Assistiamo al continuo ingigantirsi dell'autoreferenzialità della categoria e dei singoli magistrati. Nel segno della correntocrazia, mi pare il termine più congruo. Ma il fenomeno non è comprensibile se non si aggiunge un tassello decisivo.
Quale sarebbe?
Oggi il Csm è un luogo di potere che ha mutuato alcuni aspetti assai negativi dalle prassi della politica. Si pensi alle nomine per gli uffici doppie o triple per accontentare tutti: uno a me, uno a te e il terzo a lui. La scarsa chiarezza nei rapporti fra centro e periferia, la gestione personalistica che prevale sul mandato istituzionale, quando non il vero e proprio abuso. Aspetti che sembrano emergere anche con l'ultima vicenda dei verbali. Certo che un pm è tutelato dalle norme, anche nel senso di potersi rivolgere al Consiglio superiore, ma certo le modalità per ottenere quella tutela non coincidono con quando sembra essere avvenuto.
Però lei dice che il vizio è importato dalla politica...
La patologia si alimenta anche nel rapporto altrettanto anomalo con la politica. E uno dei fattori dell'anomalia è proprio nella scelta dei consiglieri non togati. Secondo la Costituzione devono essere individuati in base all'alto profilo, alle competenze e invece spesso sono scelti fra chi è sì avvocato o professore, ma è innanzitutto organico alla politica tout court. Al di là della composizione dell'attuale Consiglio, a cui non intendo riferirmi in modo specifico, sta di fatto che la parziale elusione del dettato costituzionale ha finito negli anni per trasmettere appunto alcune cattive prassi dalla politica alla gestione della magistratura.
Il mancato rispetto delle regole non si può spiegare solo col cattivo esempio...
Trae origine infatti anche dalla scarsa applicazione della giustizia interna, anche se parzialmente e lentamente migliorata negli ultimi tempi. Già il rispetto dei princìpi deontologici, che attengono alla legalità sostanziale dei comportamenti, potrebbe cambiare le cose. Accanto alla giustizia disciplinare e a quella penale, alcuni comportamenti andrebbero prima ancora sanzionati sul piano deontologico, della cultura della vergogna e della reputazione. Aiuterebbe. Si riferisce all'ultimo caso dei verbali? Assolutamente non mi riferisco ad alcunché di specifico tra le vicende che emergono con preoccupante frequenza. Non mi interessa e non spetta a me indicare colpevoli o distribuire torti e ragioni su casi che oltretutto non conosco. Mi interessa l'impressione di un potere eccessivo e di una sua gestione anomala e autoreferenziale che se ne può trarre da parte dell'opinione pubblica. Mi interessa anche far notare come l'ultima vicenda segnala la difficoltà che la correntocrazia guarisca da sé. La magistratura da sola non ce la può fare.
Ma la politica non è messa meglio: come ci si può attendere che il risanamento arrivi da lì?
Deve arrivare per forza da una riforma approvata in Parlamento, semplicemente non ci sono alternative. A due anni dalla vicenda della primavera 2019 non mi pare che possa ancora esserci chi abbia il coraggio di scommettere sull'autoriforma del Csm.
E se invece lo sdegno suscitasse una risposta dalla base della magistratura?
Certamente la maggior parte dei magistrati italiani lavora con dedizione ed è disgustata dai fenomeni di cui parliamo. D'altra parte non mi pare saggio sperare che l'ordine giudiziario nel suo complesso riesca a rinunciare al grande potere che ha raggiunto.
Serve il sorteggio dei togati?
Serve probabilmente un meccanismo elettorale che riduca il più possibile l'estensione delle circoscrizioni in modo da favorire chi gode della personale fiducia dei colleghi piuttosto che della sponsorizzazione delle correnti. Intendiamoci, non tutte le attività del Csm sono compromesse dalla patologia dell'eccesso di potere, ma quella distorsione, nell'immagine pubblica, appare prevalente sulle tante attività svolte nel rispetto delle regole.
È utile una commissione d'inchiesta parlamentare sulla magistratura?
No. Sa solo di regolamento di conti, alimenta la confusione e nient'altro. Accresce, se possibile, l'anomalia politica in cui versa la magistratura. Crea conflitto fra i gruppi in Parlamento, che ovviamente hanno fra loro idee diverse sul passato dei rapporti fra politica e giustizia. Insomma, complica il quadro. Dal Parlamento dovrebbe invece venire semplicemente una riforma seria dell'ordinamento giudiziario.
Qual è la ricetta?
Guardare al futuro della giustizia anziché al passato dei conflitti. Diffondere un'idea di giustizia basata sulla ricerca paziente della verità, attraverso il dubbio, la consapevolezza dei propri limiti e il bilanciamento degli interessi. Ricordarsi della favola dei porcospini, trovare cioè la giusta misura che consenta di confrontarsi senza farsi male. Di scaldarsi un po' senza pungersi troppo. Infine, guardarsi dalle suggestioni tecnologiche.
A cosa si riferisce?
Alla cosiddetta giustizia predittiva, all'intelligenza artificiale. Strumenti essenziali ma non valori fini a se stessi. In molti di fronte alla crisi del giudice pensano ci si possa rifugiare negli algoritmi. Ma la funzione giurisdizionale deve sempre tener conto di variabili innanzitutto umane non ripetibili. Proprio perché non ci sono alternative robotiche alla crisi del giudice, essa va risolta in altro modo.
Il Parlamento sarà all'altezza?
Credo si possa intanto riporre fiducia nell'attuale ministra. Non conosco gli esiti della commissione Luciani, non è un compito facile ed è chiaro che il lavoro del Parlamento sarà decisivo. Ma se una cosa buona si può fare subito, è la rinuncia alla commissione d'inchiesta. Confonderebbe solo le idee. E di confusione, sul ruolo e sul potere del Csm ce n'è già così tanta che aggiungerne ancora sarebbe controproducente.
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 maggio 2021
Sullo scandalo della loggia Ungheria ci sarebbe stata una telefonata tra la ministra Cartabia il procuratore Salvi. I gruppi parlamentari hanno chiesto un intervento urgente della ministra Marta Cartabia, perché riferisca sulle ultime vicende che hanno investito il Csm. La maggioranza di governo torna a dividersi sulla giustizia, in particolare sulla commissione parlamentare d'inchiesta sulla magistratura.
La proposta avanzata nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera era partita da Forza Italia e Lega qualche settimana fa, sostenuta anche da Italia viva e Azione. L'obiettivo era quello di indagare le cause dello scandalo Palamara e del cosiddetto mercato delle nomine, allargando poi l'indagine all'"uso politico della giustizia". Alla proposta si erano invece opposti Partito democratico, Movimento 5 stelle e Leu con una motivazione soprattutto tecnica: l'incostituzionalità di una commissione parlamentare che si occupi di un altro potere dello stato, con il rischio di generare un conflitto di attribuzione. La questione sembrava quasi archiviata ma lo scandalo di questi giorni, dalla divulgazione di verbali secretati della procura di Milano all'esistenza di una presunta loggia segreta "Ungheria", ha rianimato il dibattito, polarizzando ulteriormente lo scontro. Soprattutto dopo che il presidente della commissione Giustizia, Mario Perantoni (M5s), ha scelto come relatori per la proposta di legge di istituzione della commissione Stefano Ceccanti del Pd e Federico Conte di Leu. La scelta è stata letta dal centrodestra come un tentativo di far fallire l'operazione, proprio nel momento in cui le novità di questi giorni, al contrario, renderebbero ancora più necessario un approfondimento in tal senso. La capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Berinini, ha definito la commissione "ineludibile" per tutelare "la stragrande maggioranza dei magistrati". FI si è compattata dietro al deputato della commissione Giustizia ed ex membro del Consiglio superiore della magistratura, Pierantonio Zanettin, che ha definito "struzzi" con la testa sotto la sabbia Pd e Movimento 5 stelle e ha contestato anche la scelta dei due relatori del centrosinistra, "entrambi già dichiaratisi contrari alla nostra proposta di legge". L'accusa di parzialità è stata respinta da Conte, che ha sottolineato che quello di relatore è un compito istituzionale: "Non mi impedirà di esprimere le mie opinioni, ma lo svolgerò nel rispetto delle posizioni di tutti".
Le ultime notizie, infatti, non hanno per ora influenzato la posizione del Pd e del Movimento. In particolare Perantoni, ha detto a Repubblica che "la commissione d'inchiesta sulla magistratura non può diventare un tribunale politico in stile inquisizione sul lavoro dei giudici". La posizione dell'ex maggioranza giallorossa è quella di dire no a una commissione d'inchiesta dai confini troppo generici, mentre ci sarebbe margine di dialogo per una commissione su fatti "determinati e precisi" come il caso Palamara. Su questa linea si muovono anche le correnti associate della magistratura. Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, in un'intervista alla Stampa, ha definito "inaccettabile" l'istituzione di una commissione d'inchiesta sulla magistratura. La toga non lascia margini di possibilità. "Su quali fatti dovrebbero indagare?", si chiede aggiungendo una nota polemica: "Forse vorrebbero riscrivere alcune sentenze sgradite? Il parlamento non ha bisogno di alcuna indagine per legiferare". Il contrasto interno alla maggioranza è aspro e, come sempre negli ultimi mesi, a venire chiamata in causa è la ministra della Giustizia, Marta Cartabia. La necessità di un suo intervento è l'unico fatto su cui tutti i gruppi - compreso quello di minoranza di Fratelli d'Italia - hanno trovato convergenza, chiedendole di riferire alla Camera sulla vicenda dei verbali secretati degli interrogatori dell'avvocato Piero Amara trasmessi al Csm e alle redazioni di alcuni giornali. Quello che tutti definiscono un "opportuno chiarimento" su una "vicenda dai contorni oscuri", come l'ha definita il deputato del Pd, Alfredo Bazoli, potrebbe arrivare presto. L'attesa è solo che la polvere sollevata in questi giorni si depositi.
Dal ministero di via Arenula si sa che Cartabia sta "seguendo con attenzione gli sviluppi della vicenda" e nei giorni scorsi ci sarebbe stata anche una telefonata con il procuratore generale di Cassazione, Giovanni Salvi. Oggetto della conversazione: ottenere chiarimenti sulla situazione e appoggio del ministero all'iniziativa della procura generale di valutare iniziative disciplinari nei confronti del pm di Milano Paolo Storari, che ha portato i verbali segreti al Csm da Piercamillo Davigo. Novità potrebbero arrivare con la deposizione di Davigo, che verrà sentito il 6 maggio come teste nell'udienza al tribunale del Riesame di Roma nell'ambito dell'indagine contro Marcella Contrafatto, accusata di aver diffuso in forma anonima ad alcuni giornali i verbali secretati.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 5 maggio 2021
Nelle richieste che la destra muove al Capo dello Stato c'è l'obiettivo dichiarato di prepararsi alla imminente stagione di riforme sulla giustizia con un armamentario di argomenti e veleni che hanno a che fare con la resa dei conti.
In un copione liso e dalla grammatica costituzionale sgangherata - modi che le sono propri quando si parla di giustizia e di rapporti tra politica e magistratura - la destra ha afferrato l'affaire Amara e l'inchiesta sui corvi del Csm per tornare a chiedere al Capo dello Stato Sergio Mattarella (lo aveva già fatto nei giorni della tempesta del caso Palamara) quello che neppure uno studente al primo anno di giurisprudenza chiederebbe. "Un intervento" che dovrebbe azzerare l'attuale Consiglio superiore della magistratura o accompagnare le inchieste penali e disciplinari in corso dando conto di se ed eventualmente cosa il Quirinale sapesse di ciò che bolliva nel pentolone del conflitto interno alla Procura di Milano e della diffusione dei verbali segretati di Amara all'interno del Consiglio superiore.
Ebbene, come prevede la legge istitutiva del Csm, lo scioglimento dell'organo di autogoverno della magistratura non è un atto discrezionale, né politico. È un atto dalla procedura complessa, che richiede il coinvolgimento dei presidenti delle Camere e dell'ufficio di presidenza del Consiglio e che, soprattutto, ha quale suo presupposto l'impossibilità del Consiglio di assicurare le sue funzioni per ragioni legate alla decadenza o alle dimissioni della metà più uno dei suoi membri togati. Di più: il provvedimento di scioglimento - che è un atto eccezionale - spetta al presidente della Repubblica non in quanto presidente del Csm, ma in quanto Capo dello Stato.
Non diversamente, chiedere al Capo dello Stato di infilarsi - non si capisce bene come e a che titolo - nell'inchiesta sulle responsabilità nella circolazione e diffusione dei verbali segretati di Milano, significa sollecitare una mossa che farebbe a pugni con il principio di autonomia dell'accertamento penale e disciplinare. Un'altra castroneria, insomma.
Dunque, perché tirare per la giacca il Capo dello Stato, accusandolo di aver tenuto e tenere in vita un organo costituzionale delegittimato agli occhi del Paese? E perché rimproverargli un "silenzio" su una questione come quella della giustizia e della riforma dell'ordinamento giudiziario su cui, non più tardi del 23 marzo scorso, proprio Mattarella, era intervenuto al Csm, con a fianco la ministra di Giustizia Marta Cartabia? "La guida del ministero della Giustizia - ebbe a dire il Capo dello Stato in quella circostanza - è sempre di primaria importanza nella vita delle istituzioni del nostro Paese e lo è particolarmente in questo periodo, sia per gli adempimenti nell'ambito del Recovery plan nel settore giustizia, sia per quanto riguarda le attese di necessari e importanti interventi riformatori oggetto di confronto in Parlamento". Piuttosto chiaro. "Necessari e importanti interventi riformatori".
Quel giorno, altrettanto esplicito fu il vicepresidente del Csm David Ermini. "Si avverte impellente l'urgenza, nel rispetto delle prerogative costituzionali dell'autogoverno della magistratura, di una riforma del Csm. Perché la gran parte dei magistrati ha bisogno di riscatto e il Consiglio deve agire con ancora più determinazione per riconquistare un prestigio incrinato dal discredito".
La verità è che nella provocazione che la destra muove al Quirinale c'è l'obiettivo dichiarato di prepararsi alla imminente stagione di riforme sulla giustizia (a cominciare dal disegno di legge di riforma del Csm e da quello del processo penale) con un armamentario di argomenti e veleni (quelli di cui sono gonfi i verbali di Amara) che nulla hanno a che vedere con riforme non più rinviabili, ma molto con il redde rationem, con la sete di vendetta, che una parte significativa della destra non ha mai smesso di coltivare nei confronti del controllo di legalità esercitato dalla magistratura nei confronti della Politica, delle sue classi dirigenti.
Di più: chiedere a gran voce che l'apertura del vaso di Pandora della fantomatica "loggia Ungheria" entri nell'agenda politica come se stessimo parlando della scoperta degli elenchi della P2 di Castiglion Fibocchi (scomodati in questi giorni nello spericolato tentativo di paragonare l'inchiesta di Colombo e Turone al gioco in cui Amara ha tirato la Procura di Milano) non ha nulla a che vedere con la richiesta di verità o trasparenza. Significa semplicemente voler consegnare ancora una volta un passaggio delicato della vita politica del Paese a una stagione di ricatti capaci di sequestrare o comunque confondere la volontà del Parlamento.
A far deragliare la possibilità di una riforma. E, incidentalmente, condizionare la non banale nomina del futuro Procuratore di Milano. Il veleno iniettato dall'avvocato Amara nel dicembre del 2019 nel sistema terremotato della nostra giustizia penale e di un Csm fragile, segnato da due anni di guerra per bande, ha da questo punto di vista già raggiunto il suo scopo. E afferrarsi al Quirinale in questo passaggio non è altro che la conferma della spregiudicatezza di chi, da due anni ormai, gioca sulla giustizia una sola partita. Quella al massacro. Quella di cui il Paese non ha bisogno.
di Roberto Tirone
Il Sole 24 Ore, 5 maggio 2021
PA, imprese e associazioni dovranno implementare canali dedicati, oltre a procedure e modalità di scambio di informazioni. Il 23 ottobre 2019 l'UE ha emanato la Direttiva 2019/1937 (di seguito la "Direttiva") sulla protezione delle persone che segnalano violazioni del diritto dell'Unione. Entro il 17 dicembre 2021 l'Italia dovrà implementare la Direttiva rendendola, così, applicabile alle società con almeno 250 lavoratori (mentre per le imprese con più di 50 dipendenti e meno di 250 le norme potranno entrare in vigore entro il 17 dicembre 2023).
L'Italia, con la Legge 179/2017 (di seguito la "Legge"), aveva già regolamentato le segnalazioni, disponendo un differente regime per gli enti pubblici e gli enti privati. Esaminando la Direttiva e comparandola con la Legge con riferimento al solo settore privato, si notano numerosi e rilevanti differenze, che andremo ora ad esaminare brevemente.Innanzitutto, ciò che emerge chiaramente dalla lettura delle due normative è che l'ambito di applicazione della disciplina sulle segnalazioni e piuttosto differente. La Legge prevede l'applicazione della disciplina sulle segnalazioni solamente per violazioni del Modello o del DLGS 231/2001, mentre la Direttiva si applica solo a segnalazioni relative a violazioni del diritto dell'Unione.
Inoltre, la Direttiva si applica indistintamente al settore pubblico ed al settore privato, mentre la Legge distingue i due settori, regolandoli in maniera differente. Ancora, tra le differenze di maggiore rilievo troviamo che mentre la Legge non specifica chi può segnalare (ma sembrerebbe essere rivolta ai soli dipendenti dell'ente coinvolto nella violazione), la Direttiva considera segnalatori coloro che hanno acquisito informazioni sulle violazioni in un contesto lavorativo, gli azionisti e i membri dell'organo di amministrazione, direzione o vigilanza di un 'impresa, compresi i membri senza incarichi esecutivi, i volontari e i tirocinanti retribuiti e non retribuiti, nonché qualsiasi persona che lavora sotto la supervisione e la direzione di appaltatori, subappaltatori e fornitori, facilitatori, terzi connessi con le persone segnalanti e c he potrebbero rischiare ritorsioni in un contesto lavorativo, quali colleghi o parenti delle persone segnalanti.
È differente anche la risposta che le due normative forniscono alla domanda "quando si ha la tutela del segnalante?". In base alla Legge, il segnalante beneficia della relativa tutela quando le segnalazioni di condotte illecite sono (i criteri sono cumulativi) circostanziate, rilevanti ai sensi del DLGS 231/2001 od in base al Modello Organizzativo, fondate su elementi di fatto precisi e concordanti e quando il segnalante ha appreso la condotta illecita in ragione delle funzioni dallo stesso svolte. Come si vede, il segnalante, in base alla Legge, deve - prima di effettuare la segnalazione - verificare attentamente se la segnalazione che intende effettuare ha tutte le caratteristiche per permettergli di ottenere la relativa tutela.
La Direttiva, invece, ha una struttura profondamente diversa e concede tutele al segnalante se questi: (a) aveva avuto fondati motivi di ritenere che le informazioni segnalate fossero vere al momento della segnalazione e che tali informazioni rientrassero nell'ambito di applicazione della direttiva; (b) ha effettuato una segnalazione attraverso i canali indicati dalla direttiva stessa (di cui si tratterà successivamente).
Anche i canali di whistleblowing sono individuati in maniera differente dalla Legge e dalla Direttiva: la Legge prevede uno o più canali, purché almeno uno di essi sia informatico, mentre la Direttiva individua 3 canali di segnalazione: interno, esterno e pubblico. Quando il soggetto ricevente la segnalazione acquisisce la segnalazione, in base alla Legge deve svolgere l'attività ritenuta necessaria, senza particolari regole.
In base alla Direttiva, invece, il ricevente deve inviare entro 7 giorni al segnalante una comunicazione di ricevimento della segnalazione ed entro 3 mesi dal riscontro della segnalazione deve comunicare al segnalante un "esito" della segnalazione. L'obbligo di riservatezza in capo al ricevente è, poi, disciplinato diversamente nelle due normative, seppur si possa affermare che vi siano forti punti di contatto: la Legge afferma sinteticamente che deve essere garantita la riservatezza sull'identità del segnalante mentre la Direttiva è più chiara sostenendo che non solo deve essere garantita la riservatezza sull'identità del segnalante ma anche su quelle informazioni che possano farne scoprire l'identità, fatto salvo il diritto di difesa del segnalato (purché il segnalante sia avvertito anticipatamente della comunicazione dell'identità ed i motivi di tale scelta).
Ci si domanda, a questo punto: una volta che il segnalante ha effettuato la segnalazione, quali strumenti di protezione ha? In base alla Legge, non possono essere adottate misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che effettuano le segnalazioni, né tantomeno può essere posto in essere un licenziamento ritorsivo o discriminatorio del soggetto segnalante o disposto nei suoi confronti un mutamento di mansioni ai sensi dell'articolo 2103 del codice civile, nonché qualsiasi altra misura ritorsiva o discriminatoria
Anzi, è onere del datore di lavoro, in caso di controversie legate all'irrogazione di sanzioni disciplinari, o a demansionamenti, licenziamenti, trasferimenti, o sottoposizione del segnalante ad altra misura organizzativa avente effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro, successivi alla presentazione della segnalazione, dimostrare che tali misure sono fondate su ragioni estranee alla segnalazione stessa.
Anche la Direttiva fornisce al segnalante una serie di protezioni: sono, infatti, vietati nei confronti del segnalante: a) il licenziamento, la sospensione o misure equivalenti; b) la retrocessione di grado o la mancata promozione; c) il mutamento di funzioni, il cambiamento del luogo di lavoro, la riduzione dello stipendio, la modifica dell'orario di lavoro; d) la sospensione della formazione; e) note di merito o referenze negative; f) l'imposizione o amministrazione di misure disciplinari, la nota di biasimo o altra sanzione, anche pecuniaria; g) la coercizione, l'intimidazione, le molestie o l'ostracismo; h) la discriminazione, il trattamento svantaggioso o iniquo; i) la mancata conversione di un contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro permanente, laddove il lavoratore avesse legittime aspettative di vedersi offrire un impiego permanente; j) il mancato rinnovo o la risoluzione anticipata di un contratto di lavoro a termine; k) danni, anche alla reputazione della persona, in particolare sui social media, o la perdita finanziaria, comprese la perdita di opportunità economiche e la perdita di reddito; l) l'inserimento nelle liste nere sulla base di un accordo settoriale o industriale formale o informale, che possono comportare l'impossibilità per la persona di trovare un'occupazione nel settore o nell'industria in futuro; m) la conclusione anticipata o l'annullamento del contratto per beni o servizi; n) l'annullamento di una licenza o di un permesso; o) la sottoposizione ad accertamenti psichiatrici o medici.
La Direttiva, poi, aggiunge alle misure di protezione nei confronti del segnalante, anche delle misure di sostegno. Al segnalante devono essere, così, fornite: a) informazioni e consulenze esaustive e indipendenti titolo gratuito sulle procedure e i mezzi di ricorso disponibili in materia di protezione dalle ritorsioni e sui diritti della persona coinvolta; b) un 'assistenza efficace da parte delle autorità competenti per la protezione dalle ritorsioni, c) patrocinio a spese dello Stato nell'ambito di un procedimento penale e di un procedimento civile transfrontaliero; d) assistenza finanziaria e sostegno, anche psicologico, nell'ambito dei procedimenti giudiziari.
La Direttiva, dunque, appare essere più organica, più precisa e garantista nei confronti dei segnalatori e soprattutto ha una specificità, anche tecnica, ben maggiore della Legge. L'entrata in vigore della Direttiva, dunque, comporterà la necessità da parte della pubblica amministrazione, delle imprese ed anche da parte delle associazioni che gravitano attorno al mondo del lavoro e dell'impresa di adeguarsi, implementando canali di whistleblowing, procedure, modalità di scambio di informazioni e così via. Insomma, l'aspettativa è che con l'implementazione della Direttiva si raggiunga un sistema di whistleblowing integrato, con una efficacia concreta ben maggiore di quella attuale.
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 maggio 2021
Il 26 luglio 2019 il carabiniere moriva per mano di un ragazzo americano, nel corso di un'operazione di recupero di uno zaino rubato. La vicenda ha molte zone oscure: la difesa ha chiesto l'assoluzione, l'accusa l'ergastolo.
La notte tra il 25 e 26 luglio 2019, il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega muore nel quartiere Prati a Roma, dopo essere stato colpito da 11 coltellate, di cui due fatali. A impugnare il coltello è Finnegan Lee Elder, un diciannovenne americano in vacanza in Italia, mentre è in corso anche un'altra colluttazione tra il collega di Cerciello Rega, Andrea Varriale, e Gabriel Natale Hjorth, italoamericano amico di Elder. Lo scontro è l'epilogo tragico di un "cavallo di ritorno" andato male: quella che in gergo è l'operazione che le forze dell'ordine conducono per recuperare l'oggetto di un furto.
Oggi si dovrebbe concludere il processo di primo grado davanti alla corte d'Assise di Roma. I difensori dei due ragazzi, che sono detenuti in carcere a Regina Coeli dal momento dell'arresto, però, non escludono che la camera di consiglio possa proseguire ancora. Dopo oltre trenta udienze, le conclusioni della pubblica accusa e della difesa sono state opposte. Il pubblico ministero Maria Sabina Calabretta ha chiesto la condanna per omicidio volontario in concorso e dunque l'ergastolo con isolamento diurno di un mese per entrambi i giovani. Le difese hanno chiesto l'assoluzione per legittima difesa putativa, perché i ragazzi non avrebbero riconosciuto i due come carabinieri.
Nel 2019 Natale ed Elder sono due ragazzi di diciannove anni in vacanza. Vengono da San Francisco e si conoscono dalla scuola superiore, anche se non sono amici stretti e non sono arrivati insieme a Roma. Il padre di Natale è italiano e il figlio, iscritto al primo anno della facoltà di Architettura in America, viene spesso in Italia a trovare i nonni e lo zio, che vivono sul litorale romano a Fregene. Elder invece è in vacanza a Roma da solo, ha problemi di tossicodipendenza ed è in cura da uno psichiatra perché un anno prima ha tentato il suicidio. I due si incontrano a Roma il giorno prima della tragedia e la sera del 25 luglio, dopo una giornata da turisti, decidono di acquistare della cocaina. Vanno in uno dei luoghi della movida romana, piazza Trilussa a Trastevere, dove sperano di trovare immediatamente uno spacciatore. Qui incontrano uno dei personaggi chiave della vicenda: Sergio Brugiatelli.
L'uomo spiega che lui non ne ha, ma dopo alcune telefonate si offre come mediatore, per accompagnarli da uno spacciatore della zona. La trattativa viene condotta da Natale che parla italiano e concorda l'acquisto di un grammo di cocaina al costo di 80 euro. Preleva dal bancomat la somma. I due americani seguono Brugiatelli a piazza Mastai, in una zona meno affollata di Trastevere, perché lo scambio è fissato in una via laterale lì vicino. La ricerca di un pusher a piazza Trilussa, però, non passa inosservata.
A notarla sono quattro carabinieri non in servizio della caserma Farnese, che fotografano la trattativa tra Brugiatelli e i ragazzi, avvisano i loro colleghi in servizio Cerciello Rega e Varriale e seguono il gruppo che si avvia verso piazza Mastai. Lì Brugiatelli lascia la bicicletta e il suo zaino insieme a Elder, che si ferma in piazza, mentre lui e Natale si avviano nella via laterale per incontrare il pusher Italo Pompei e comprare la cocaina. Pompei prende gli 80 euro e Natale un pacchetto mal confezionato che lo fa insospettire, ma in quel momento arrivano due dei carabinieri in libera uscita a bordo di un motorino. Brugiatelli scappa verso la piazza, Pompei getta l'involucro sotto una macchina e, a richiesta dei carabinieri che si sono qualificati, Natale mostra cosa ha in tasca, poi fugge.
La morte - A questo punto inizia la sequenza di eventi che porta alla morte di Cerciello Rega. Natale torna da Elder a piazza Mastai e insieme scappano verso il Lungotevere, portando con loro lo zaino di Brugiatelli. L'intento è di usarlo per uno scambio, per riavere gli 80 euro dati al pusher. Brugiatelli si fa prestare un cellulare e chiama il suo numero, visto che il suo telefonino è nello zaino, e così contatta i ragazzi per riavere le sue cose. Contemporaneamente, però, denuncia il furto ai carabinieri presenti. Dopo una lunga serie di telefonate tra la centrale operativa e i carabinieri in servizio, nasce l'ipotesi di organizzare il cosiddetto "cavallo di ritorno": l'operazione per cui la vittima di estorsione si reca sul luogo dell'incontro accompagnato dalle forze dell'ordine in incognito che, al momento dello scambio e dunque della consumazione del reato, arrestano gli autori dell'estorsione. Per organizzare la cosa, la centrale chiama la volante di Cerciello Rega e Varriale, che quella sera sono in servizio in borghese e dunque sono perfetti per l'operazione.
Qui però iniziano le versioni divergenti dell'accaduto. I due fanno salire Brugiatelli in macchina e vanno in via Gioacchino Belli, nel quartiere Prati, dove i ragazzi hanno dato appuntamento per lo scambio, a cui aggiungono la richiesta anche di un grammo di cocaina. I carabinieri non comunicano il cambio di zona alla centrale e, secondo le difese, anche il protocollo dell'azione viene violato. A effettuare lo scambio, infatti, vanno i due carabinieri in borghese e non Brugiatelli, che rimane in auto.
Intanto i ragazzi passano dall'hotel dove alloggiano e, prima di uscire per lo scambio, Elder prende con sé un coltello simil-militare con una lama di 16 centimetri che infila nella tasca della felpa. I due si recano all'incontro ma non portano con sé lo zaino, che viene nascosto in una fioriera poco lontana. I ragazzi si aspettano di veder arrivare Brugiatelli, a cui hanno raccomandato di venire solo. Invece, nella via deserta (sono le 3 del mattino) compaiono i due carabinieri in borghese.
Inizia la colluttazione: Varriale racconta che sia lui che Cerciello si identificano come carabinieri, i ragazzi invece negano di averlo sentito e anzi li avrebbero scambiati per due malviventi assoldati da Brugiatelli. Varriale va verso Natale e, dopo uno scontro a mani nude, il giovane si divincola e fugge. Cerciello invece attacca Elder: la dinamica viene ricostruita diversamente da accusa e difesa (secondo l'accusa lo scontro avviene in piedi e Elder colpisce al torso il carabiniere con il coltello; secondo la difesa Cerciello è sopra a Elder, il ragazzo usa il coltello per liberarsi della presa e fuggire). Particolare determinante: i due carabinieri, pur essendo in servizio, non hanno con loro la pistola di ordinanza.
Dopo lo scontro, i due ragazzi scappano e tornano in hotel, nascondono il coltello nel controsoffitto della stanza e vanno a dormire. Vengono poi arrestati il giorno dopo e l'arma del delitto ritrovata. L'omicidio provoca subito una forte eco mediatica, ma le notizie sono confuse e contraddittorie, in particolare rispetto alla dinamica dei fatti. Inoltre, pochi giorni dopo l'arresto viene pubblicata dai giornali italiani e poi viene ripresa da quelli americani la foto di Natale bendato e ammanettato in un ufficio della caserma dove è stato portato dopo il fermo, contro ogni regola di condotta.
Violata consegna - Il processo si fonda tutto sulle dichiarazioni di Varriale e dei due ragazzi, determinante è il dettaglio dei tesserini: i due carabinieri li hanno o no mostrati, come sostiene Varriale? Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, che difendono Natale, e Renato Borzone e Roberto Capra, avvocati di Elder, hanno sostenuto entrambi la linea dell'inaffidabilità del racconto del carabiniere, definito "un bugiardo". Proceduralmente le parole di Varriale, che è imputato nel procedimento militare connesso per "violata consegna", perché era disarmato durante il servizio, devono essere non solo attendibili ma anche riscontrate con prove, invece questi riscontri mancano. Il carabiniere, inoltre, mente almeno in due occasioni: all'inizio sostiene di aver avuto con sé la pistola, invece viene dimostrato che i due militari si sono presentati disarmati all'appuntamento; poi sorgono irregolarità nella compilazione dell'ordine di servizio, compilato in ritardo e con lacune e falsi, rispetto all'identificazione di Brugiatelli.
Inoltre, rimane poco chiaro il ruolo di Brugiatelli: individuato come mediatore di una transazione per l'acquisto di droga, perché avrebbe chiesto l'aiuto dei carabinieri per recuperare lo zaino e come mai l'azione si sarebbe svolta senza coordinamento con la centrale e in modo così irrituale? Su questi punti hanno dibattuto le difese, sostenendo che i ragazzi aspettavano l'arrivo di Brugiatelli e invece sono stati colti di sorpresa da due uomini che non riconoscevano come carabinieri e si sarebbero difesi.
Inoltre, la difesa di Natale ha sostenuto che la sua posizione sia diversa: lui si è limitato a divincolarsi e fuggire dopo la breve colluttazione con Varriale e non è stato provato che sapesse dell'arma di Elder. Per Elder, che ha materialmente colpito Cerciello Rega, la difesa ha invece chiesto prima di tutto l'inimputabilità per vizio di mente, viste le certificate condizioni psicologiche del ragazzo, e in subordine la legittima difesa putativa. L'accusa, invece, si è concentrata sulla dinamica dell'omicidio: la premeditazione si giustificherebbe con la pianificazione di un vero e proprio agguato da parte dei due americani, oltre che dal possesso dell'arma da parte di Elder. Sempre secondo l'accusa, dell'arma era al corrente anche Natale che avrebbe dato un contributo "consapevole e pianificato" e dunque avrebbe concorso non solo nell'omicidio, ma anche nell'occultamento dell'arma.
modenatoday.it, 5 maggio 2021
"Dopo la rivolta del 2020, lavori in corso per ripristino completo e per migliorare i livelli di sicurezza". Il sindaco ha risposto a un'interrogazione di Stella (Sinistra per Modena).
Dopo i danneggiamenti di marzo 2020 nel carcere di Sant'Anna, "non ancora del tutto agibile, sono in corso importanti interventi edili e si è concluso il ripristino dei principali impianti elettrici e idraulici, collaudati di recente", con l'obiettivo di riportare la struttura al 100%; sono in corso, inoltre, importanti lavori per migliorare i livelli di sicurezza della struttura stessa. Lo ha spiegato il sindaco Gian Carlo Muzzarelli rispondendo, grazie alle informazioni fornite dalla direzione della Casa circondariale che dipende direttamente dal Ministero della Giustizia, a un'interrogazione di Vincenzo Walter Stella (Sinistra per Modena) nella seduta di giovedì 29 aprile del Consiglio comunale di Modena.
L'istanza, in particolare, chiedeva un aggiornamento sulle condizioni, in termini di agibilità, dell'istituto penitenziario a un anno dalla rivolta dei reclusi. Inoltre, il consigliere domandava informazioni sugli sviluppi giudiziari della vicenda, sul numero di detenuti presenti nella casa circondariale e sulle visite dei familiari, anche in relazione alle restrizioni connesse all'emergenza Covid; sull'organico e sulle figure a supporto dei detenuti presente nella struttura; sui percorsi sviluppati nel carcere, a partire da quelli di inserimento sociale e lavorativo a favore dei detenuti, e sulle attività di volontariato, sportive e formative.
Precisando innanzitutto che l'indagine giudiziaria sulla rivolta "è ancora in corso" e non potendo perciò fornire informazioni in merito nell'attesa dell'esito dell'iter della magistratura, il sindaco Muzzarelli ha spiegato che, in occasione della rivolta, l'istituto è stato "seriamente danneggiato" e che prima di renderlo completamente operativo "devono essere risolte importanti carenze strutturali e criticità che incidono sia sulla sicurezza sia sui servizi e sul trattamento dei detenuti". Oltre agli interventi principali, infatti, sono stati eseguiti lavori per l'innalzamento dei livelli di sicurezza (sistema di videosorveglianza nei complessi detentivi, ripristino dell'impianto d'illuminazione interno ed esterno al muro, installazione di grate metalliche nei posti di servizio); il prossimo passo sarà l'installazione dell'impianto antiscavalcamento e antitrusione (lavori già assegnati) e l'automazione di porte e cancelli in alcune aree. Inoltre, per quanto riguarda i servizi per i reclusi, dovrà essere completato "il rifacimento della copertura dei tetti di alcune parti della struttura, per rendere agibili cucina principale, cappella, sala teatro, palestra e magazzino".
Alla data del 26 aprile nel carcere erano presenti 303 detenuti, di cui 24 donne, e, come comunicato dalla direzione della struttura, con cui la collaborazione istituzionale "è continua e positiva", ha sottolineato il sindaco, nell'istituto "le condizioni sanitarie sono soddisfacenti e incentrate a contrastare la diffusione del Covid", aggiungendo che "le visite dei familiari sono consentite con le modalità e le misure precauzionali anti-contagio". Sempre in ambito sanitario, l'Ausl "svolge nel carcere un servizio di promozione e tutela della salute h24". Nel dettaglio, a Sant'Anna sono operativi otto medici dell'assistenza primaria, 13 infermieri, tre psicologi, due psichiatri, due tossicologi e quattro tecnici di riabilitazione psichiatrica, oltre agli specialisti che intervengono a cadenza regolare e all'attività dei servizi Sert e di Salute mentale.
Per quanto riguarda l'organico impiegato nell'istituto, si registra, "in linea con la situazione nazionale", una mancanza di personale rispetto alle piante organiche. In particolare, infatti, gli agenti di polizia penitenziaria presenti sono 227 (anziché 257) e il personale del Comparto funzioni centrali conta 11 operatori anziché 22; gli educatori presenti sono quattro (su cinque), con due psicologi preposti all'osservazione e trattamento.
Parlando dei detenuti, il Covid ha rallentato i percorsi di inserimento sociale e lavorativo all'esterno, "come i lavori di pubblica utilità svolti alla biblioteca Delfini e per il Comune di Sassuolo", mentre 12 soggetti semiliberi lavorano in aziende sul territorio, grazie a licenze straordinarie, e per l'Amministrazione penitenziaria. All'interno della struttura, invece, non si sono verificati stop alle attività destinate ai reclusi, come quelle scolastiche proseguite regolarmente, sia in presenza sia a distanza. Attualmente l'organizzazione didattica prevede quattro corsi di alfabetizzazione ed ex scuola media per le sezioni maschili e un corso per la sezione femminile; sei corsi di istituto professionale e tre periodi didattici per ciascuna categoria di detenuti. Sulla formazione, inoltre, nei mesi scorsi sono stati avviati diversi colloqui di orientamento al lavoro e a breve partiranno due corsi, teorici con tirocinio, sull'agricoltura biologica e l'apicoltura e sulla sartoria. Nella sezione femminile, infine, di recente è stato presentato il progetto "T-essere: da donna a donna", finanziato dalla Chiesa Valdese e proposto dal Centro documentazione donna, in collaborazione con associazione Casa delle donne contro la violenza, Gruppo Carcere città e associazione Donne nel mondo, per promuovere azioni di relazioni e conoscenza che favoriscano l'inclusione e il reinserimento delle detenute.
Il dibattito in Consiglio Comunale - Dopo la trasformazione in interpellanza dell'interrogazione del consigliere Stella (Sinistra per Modena), Barbara Moretti, per Lega Modena, ha richiamato la visita al carcere del proprio gruppo "per constatare le condizioni del ripristino", mettendo in evidenza "l'angoscia ancora presente negli agenti e negli operatori che furono presi in ostaggio: ci vuole una vocazione particolare per approcciarsi alle persone in condizioni di restrizioni di libertà. Per loro la riabilitazione è fondamentale, ma gli operatori devono essere messi in condizione di lavorare. È giusto - ha concluso - considerare il carcere come parte integrante della nostra città e non come un corpo estraneo". Giovanni Bertoldi ha auspicato che "tutte le condizioni di sicurezza, anche dell'edificio, siano ripristinate rapidamente per migliorare la qualità della vita sia dei detenuti sia delle persone che in carcere lavorano, anche per poter riportare vicino alle loro famiglie i detenuti che sono stati trasferiti".
Vittorio Reggiani (Pd) ha affermato che il carcere, la sua struttura e la sua organizzazione "sono competenza dello Stato". Ma il carcere "ci interroga, come amministrazione, per il reinserimento che la città deve offrire: una volta usciti, i detenuti sono cittadini come tutti gli altri e noi dobbiamo chiederci se i servizi sociali, formativi, abitativi che offriamo loro sono gli stessi che offriamo agli altri cittadini".
Camilla Scarpa (Sinistra per Modena) ha sostenuto la necessità "di una riflessione politica che è stata assente nell'anno trascorso dai fatti: la politica, infatti, tende troppo spesso non occuparsi delle carceri e delle condizioni in cui vi si vive. Non si può - ha proseguito - ignorare le responsabilità politiche rispetto al fatto che le carceri sono sovraffollate e che non sia assegnato il personale necessario dell'area educativa". La consigliera ha concluso che il tema centrale è domandarsi "se il carcere debba avere una funzione solo punitiva o se si recupera la funzione rieducativa prescritta dalla Costituzione".
Giovanni Silingardi (M5s) ha concordato sul fatto che "la politica ha mancato molti degli obiettivi imposti dalla Costituzione: il carcere è impostato sul modello della sorveglianza permanente che però non funziona, come dimostrano anche i tassi di recidività altissimi. Uno Stato che vuole risolvere il problema deve decidere di metterci delle risorse. Poi, il Comune può ragionare su cosa possono fare le istituzioni locali per favorire il reinserimento". Enrica Manenti (M5s), ricordando di aver visitato il carcere dopo la rivolta, ha sottolineato la "devastazione" ma anche "gli sforzi degli operatori e dei volontari per mettere i detenuti nelle condizioni di fare qualcosa per il reinserimento, anche se i detenuti che poi riescono a trovare un lavoro sono pochi", affermando di "avere particolarmente a cuore la situazione nonostante il ruolo dell'amministrazione sia limitato".
In replica, il consigliere Stella ha sottolineato che l'obiettivo dell'interrogazione era "tenere aperto il dibattito su un luogo importante della città e accendere i riflettori sul rapporto tra il carcere e la città: il Sant'Anna non deve diventare un corpo estraneo rispetto a Modena". Il consigliere ha concluso affermano che la funzione dell'istituto penitenziario "non deve essere solo punitiva ma deve avere obiettivi di integrazione, inclusione, educazione, formazione e inserimento lavorativo in modo che i detenuti, una volta rientrati nella società, possano migliorare le proprie condizioni".
lavocedigenova.it, 5 maggio 2021
Il Partito Democratico: "Per l'amministrazione civica l'ordine del giorno è inammissibile, in Regione è stato approvato la scorsa settimana con voto unanime". "Inammissibile. Così l'amministrazione ha giudicato l'ordine del giorno fuori sacco presentato dal Gruppo PD dedicato al tema dei malati psichici in carcere. Nel documento si chiedeva al sindaco e alla giunta di farsi parte attiva presso il Ministro della Salute affinché il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Grazia e Giustizia) mettesse a disposizione i dati necessari nei portali istituzionali per completare la fotografia reale della situazione della patologia psichica in carcere, e affinché venissero adottate con la massima urgenza misure per il trasferimento dei malati psichici in strutture e servizi territoriali/residenziali curativi alternativi al regime detentivo", si apre così il comunicato stampa del Gruppo in Comune del Partito Democratico.
"Questo rifiuto è un'occasione persa su un tema la cui importanza dovrebbe essere ben chiara alla giunta e all'assessore comunale alla Sanità: un problema profondo che necessita di interventi urgenti nel segno della legalità costituzionale e del rispetto dei diritti umani. Questo giudizio di inammissibilità risulta ancor più inspiegabile considerato che lo stesso documento, la scorsa settimana, è stato approvato all'unanimità in Regione - si legge ancora nel documento -. L'iniziativa del PD risponde all'appello lanciato pochi giorni fa dal Partito Radicale NonViolento Transnazionale Transpartito.
L'appello, sottoscritto da molte personalità del mondo della politica di diversi schieramenti, dello spettacolo, della scienza, del giornalismo e della cultura oltre che da centinaia di cittadini, dice che "nei 109 istituti di pena italiani il 78% dei ristretti è affetto almeno da una condizione patologica, di cui per il 41% da una patologia psichiatrica e i dati ci dicono che i detenuti con dipendenze da sostanze psicoattive rappresentano il 23,6%, con disturbi nevrotici il 18%, il 6% con disturbi legati all'abuso di alcol e il 2,7% con disturbi affettivi.
Inoltre, dall'ultimo rapporto dell'Associazione Antigone del 2020 risulta che, nei 98 istituti visitati, il 27% dei detenuti è in terapia psichiatrica (Spoleto il 97%, a Lucca il 90%, a Vercelli l'86%) e il 14% è in trattamento per dipendenze. Ed ancora "nel 2020 si sono registrati 61 suicidi in carcere mentre nel 2019 ne sono avvenuti 53 e che la modalità principale del suicidio è l'impiccamento e l'Italia è al di sopra della media UE per numero di suicidi in rapporto alla popolazione carceraria: il tasso italiano di suicidi per 10 mila detenuti è di 10,1 nel 2018, il tasso medio UE è di 7,2 mentre sono oltre 10 mila i casi di autolesionismo che si registrano ogni anno".
"Di fronte a questa situazione - conclude il Partito Democratico -, ancora una volta la destra dimostra tutta la sua incoerenza e l'incapacità di assumere posizioni chiare e univoche su temi fondamentali dal punto di vista sociale e sanitario, arrivando all'assurdità di respingere in Comune proposte che invece in Regione vengono accolte con il voto favorevole dell'intero consiglio".
La Nazione, 5 maggio 2021
L'attestato Haccp che permette di lavorare con gli alimenti si può conseguire anche in carcere. È quanto accaduto nella casa circondariale di Massa Marittima dove si è da poco concluso un progetto finanziato con il Bando sociale 2019 della Regione Toscana e messo in atto dall'associazione Pulmino contadino, grazie alla quale 15 detenuti hanno conseguito l'Haccp. L'importanza dell'ottenimento dell'attestato è funzionale alle esigenze dei detenuti, sia in vista di un loro reinserimento sociale, sia perché permette loro di lavorare da subito all'interno della struttura penitenziaria che dispone di propri locali per la preparazione dei pasti.
L'associazione Pulmino contadino, sorta dalle ceneri dei Gruppi di Acquisto Solidale presenti in Maremma, collabora attivamente da quattro anni col carcere di Massa Marittima. Risale infatti al 2017 l'affidamento di un detenuto volontario che contribuì alle attività associative provvedendo alla distribuzione nel territorio tra Grosseto e Piombino di prodotti con valore etico ed ambientale oltre che nutrizionale. Tale collaborazione si è poi arricchita con il progetto appena concluso, della durata complessiva di due anni, il cui bilancio ha risentito pesantemente, a partire dal febbraio 2020, della situazione pandemica.
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