di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 giugno 2021
"È anche singolare cercare di eludere un principio costituzionale modificando le norme che lo rendono operativo". Per Eugenio Albamonte, segretario di AreaDG ed ex presidente dell'Anm, il quesito referendario sulla separazione delle carriere "rischia" non solo "di essere una mera operazione di immagine" ma anche di ottenere l'effetto opposto ossia "liberalizzare completamente il passaggio tra la funzione di giudicanti e quella di requirenti ".
Ritiene che questi referendum siano contro la magistratura e il lavoro parlamentare di riforma?
Sì. In primo luogo le forze di governo dovrebbero concentrare l'attenzione sulla proposta di riforma della ministra Cartabia, eventualmente anche per apportare delle modifiche; c'è invece una forza importante di maggioranza che ha avviato un percorso parallelo all'iter di riforma parlamentare che evidentemente ritiene gli dia maggiore visibilità. Le Lega ha messo in atto un proprio piano B che però rischia di far saltare il raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano A del governo. Convengo, invece, con chi ritiene che la riforma della giustizia e del Csm sia assolutamente improcrastinabile: non possiamo permetterci di sprecare questa occasione, sia per il finanziamento europeo sia per la particolare fase che stiamo vivendo caratterizzata da una forte perdita di credibilità della magistratura. C'è chi invece butta la palla in tribuna perseguendo obiettivi che hanno più un valore politico che funzionale: non vedo nulla nei referendum che possa migliorare la giustizia e incidere sulla riaffermazione di credibilità della magistratura.
Se invece a promuovere i referendum fosse stato solo il Partito Radicale sarebbe stato diverso?
È evidente che se tra i promotori non ci fosse stata pure la Lega, che dimostra anche con questa iniziativa di voler essere contemporaneamente forza di governo e di opposizione, il referendum non avrebbe avuto il significato politico che ha assunto ora.
Qual è il suo parere sul quesito referendario sulla separazione delle carriere?
Ho letto il quesito e la breve presentazione che lo accompagna. Si sostiene che la riforma sulla separazione delle carriere non può essere fatta se non attraverso una modifica costituzionale. Essendo questa non percorribile, dicono i promotori, si tende ad aggirarla intervenendo su tutte quelle norme che, nell'ambito del principio costituzionale dell'unicità della giurisdizione, disciplinano i passaggi dall'una all'altra funzione. Per me è ben singolare che si cerchi di aggirare un principio costituzionale che non si riesce a modificare. Tra l'altro in un sistema come il nostro i principi costituzionali hanno una propria forza di resistenza e quindi il quesito rischia di essere una mera operazione di immagine, sempre che venga dichiarato ammissibile. L'altro dubbio che mi pongo è il seguente: se il principio costituzionale rimane e vengono modificate solo le norme che lo razionalizzano e lo rendono operativo, non è che si giunge all'effetto opposto rispetto a quello previsto dai proponenti, ossia di liberalizzare completamente il passaggio tra la funzione di giudicanti e quella di requirenti?
Può spiegare meglio?
Chi propone il quesito si pone l'obiettivo di cancellare delle norme, partendo dal presupposto che esse consentano il passaggio tra le funzioni. Ma in realtà non è così, perché esse disciplinano il passaggio ponendo delle limitazioni. Eliminando quelle norme, rimane il principio costituzionale dell'unità della giurisdizione puro e duro e quindi tutti potrebbero passare da una funzione ad un'altra senza limiti.
Abbandonando le rispettive posizioni ideologiche, non sarebbe il caso di discutere seriamente del tema, considerato il contesto?
Io sono entrato in magistratura nel 1995 e di separazione delle carriere se ne discuteva già da prima. Non mi sembra che sia un argomento che non sia stato fino ad ora discusso seriamente.
Però la politica ad esempio non discute in Commissione Affari Costituzionali la pdl di iniziativa popolare promossa dall'Unione delle Camere Penali. Sembra che il tema sia un argomento intoccabile...
Si tratta di un tema che alla fine appassiona una platea di nicchia sia nella società civile che tra gli addetti ai lavori. La maggior parte dei magistrati e degli avvocati lo considerano un "non problema". Secondo me invece adesso dovremmo concentrarci su altri temi sollevati dalla relazione Lattanzi, come le priorità nell'esercizio dell'azione penale ricondotte nella cornice del Parlamento. Come sarebbe necessario discutere dell'organizzazione interna delle Procure in modo verticistico: i posti apicali, sottoposti a nessun controllo, sono così ambiti da organizzare le riunioni clandestine di notte per decidere chi fa il procuratore a Roma, riunendo un pezzo di politica e un pezzo di magistratura. Questi sono i temi che riguardano tutti noi, non la separazione delle carriere. Anche questa volta si corre il rischio di concentrare tutta l'attenzione su questo tema secondario ed ideologico e non sui problemi attuali e urgenti anche relativi alle Procure.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 giugno 2021
A prevedere l'effettiva "separazione" è la Proposta di legge d'iniziativa popolare presentata dall'Ucpi col sostegno radicale. Per l'avvocato Giuseppe Rossodivita, presidente della Commissione giustizia del Partito Radicale, "la separazione delle funzioni prima e delle carriere poi servirebbe a spezzare questo legame perverso" tra il giudice e il pubblico ministero.
Cosa comporterebbe l'approvazione del quesito sulla separazione delle carriere?
La conseguenza di una abrogazione sarebbe l'impossibilità del passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa. Quindi ne conseguirebbe una scelta iniziale della funzione che si vuole ricoprire senza poter più cambiare nell'intero corso della carriera.
Ma rispetto alla separazione delle carriere vera e propria come si colloca il quesito?
Nell'attuale sistema esistono due profili che non funzionano, il primo: quello della separazione delle carriere propriamente dette. Di questo noi ce ne siamo avveduti con maggiore evidenza proprio a seguito dello scandalo che mi piace definire 'Correntopoli'. È emerso con maggior evidenza come l'Anm è in mano ai pm. Questo anche a causa della grande visibilità che i media complici offrono loro. Tutto il potere che acquisiscono viene trasferito all'interno del Csm. Ciò comporta una totale mancanza di autonomia ed indipendenza dei giudici, che sanno che lo sviluppo della loro carriera dipende dalle correnti governate per lo più dai pm. Tale aspetto non può purtroppo essere toccato dal referendum perché è necessaria una riforma costituzionale. E da questo punto di vista sarebbe ovviamente più incisiva, qualora fosse approvata, la proposta di legge di iniziativa popolare depositata alla Camera dall'Unione delle Camere Penali, insieme anche all'apporto del Partito Radicale che ha dato una sostanziosa mano nella raccolta delle firme. Tuttavia la pdl è ferma e nonostante la speranza sia l'ultima a morire francamente non vedo proprio, in questo Parlamento, i numeri necessari per realizzare una riforma costituzionale di questo spessore e da molti ritenuta divisiva. Con il quesito referendario invece si realizzerebbe pienamente la separazione delle funzioni che non sarebbe poco rilevante, anzi.
Ci spieghi meglio...
L'argomento che usano all'interno della magistratura per opporsi alla separazione delle carriere è che condividono la cultura della giurisdizione. Esattamente per questo motivo noi vogliamo la separazione delle funzioni. Se un giudice afferma che con una parte processuale - il pm in questo caso condivide la cultura della giurisdizione, che però non condivide con l'altra parte processuale - la difesa -, allora già vuol dire che quel giudice non è terzo. L'inchiesta sulla tragedia del Mottarone ci dà l'occasione per evidenziare bene il problema. Abbiamo assistito ad un gip che non ha convalidato i fermi chiesti dal pm e quest'ultima che ha dichiarato di non voler più prendere il caffè con lei. Se il pm non avesse nulla da spartire con il gip questo tipo di dinamiche non si realizzerebbe. Dovrebbe essere considerato fisiologico che un gip non sia d'accordo con le richieste dell'accusa perché dovrebbe essere equidistante rispetto ad essa e alla difesa. Invece esiste la tendenza di alcuni giudici al copia incolla delle istanze del pm. Quando non accade è scandalo. Poi volendo dirla tutta...
Prego...
Mi pare un po' grottesco parlare di cultura della giurisdizione dopo quello che hanno svelato le chat di Palamara con i pubblici ministeri in lotta per ricoprire gli incarichi direttivi. La verità è quella che ha riferito Henry John Woodcock in un recente articolo sul Fatto Quotidiano: "Oggi i pm si sono un po' abituati a 'vincere facilè (per parafrasare una riuscita immagine pubblicitaria). Loro compito è infatti di persuadere un giudice che spesso, e in particolare rispetto a un certo tipo di criminalità, è però già in perfetta sintonia coi loro argomenti, perché si è formato alla loro stessa scuola". La separazione delle funzioni prima e delle carriere poi servirebbe a spezzare questo legame perverso.
Quale invece sarebbe il risultato politico se le norme fossero abrogate come da voi richiesto?
Sarebbe un dato politico di straordinaria importanza di cui tutte le forze politiche, tutto il Parlamento e anche la magistratura associata dovrebbero prendere atto insieme al dato quantitativo delle masse che - speriamo - si muovano nell'indicare una direzione. E se la direzione sarà quella della separazione allora ne trarrebbe forza anche la pdl ferma in Parlamento. Qualora la politica e la corporazione della magistratura non agissero di conseguenza, sarebbe in pericolo la tenuta della democrazia stessa.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 giugno 2021
Il quesito di Radicali e Lega punta a lasciare il magistrato nella "categoria" scelta all'inizio. Tra i sei quesiti referendari depositati lo scorso 3 giugno dal Partito radicale e dalla Lega c'è quello intitolato "Separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti".
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 14 giugno 2021
La riforma referendaria va ad emendare dei temi assai delicati, come quelli della giustizia, e di prerogativa del Parlamento, esaminati dalle commissioni. Con il deposito dei quesiti referendari, Lega e Radicali intendono modificare l'attuale disciplina del Sistema Giudiziario, riesumando temi in realtà mai del tutto sepolti e che da decenni animano il dibattito politico e pubblico: la separazione delle carriere dei Magistrati.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 14 giugno 2021
La serie tv che sto seguendo in questi giorni è interrotta molte volte dalla stessa pubblicità. Si vede un uomo che cammina per strada inseguito da un nugolo di persone, ai suoi lati e dietro di lui, che gli parlano facendogli delle offerte allettanti e in apparenza vantaggiose. Lo stesso uomo arriva a casa, le persone gli si accomodano tutt'attorno. Lui sceglie, sul suo telefono, di attivare un'opzione che li fa scomparire uno alla volta, come se esplodessero in una nuvola di vapore, finché non resta solo, finalmente.
Ero con mia madre, davanti alla tv: attivissima nell'uso di computer, telefoni e altri "device", come dicono i nipoti quando parla con loro in videochiamata. Mi ha domandato, all'ennesimo passaggio dello spot: non ho capito, cosa pubblicizza? È di ieri la notizia della vendita di un archivio che contiene le informazioni sanitarie di più di sette milioni di italiani. Informazioni ottenute durante la campagna vaccinale.
Lo spot che interrompe la serie tv parla di questo. Un apparecchio che contiene un filtro in grado di evitare - dice, la pubblicità, poi non so - che i nostri dati personali passino di mano in mano. Ho provato a spiegarlo a mia madre. "È una cosa che evita che i tuoi dati siano venduti a qualcuno che poi li usa per farti offerte commerciali, come quando quel tipo ti ha chiamata per offrirti un condizionatore nuovo proprio dopo che tu avevi cercato su internet, ti ricordi?". E come fanno, mi ha chiesto. Ho provato a essere chiara. Lei ha detto: Se le cose stanno come dici non c'è rimedio. Anche questa cosa qui del filtro, è inutile. L'unica soluzione sarebbe non usare più Internet, ha concluso. Siamo rimaste un po' in silenzio, è ripartita la serie.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 14 giugno 2021
Sempre più spesso il puro di turno prende spunto dalla cronaca per puntare il dito contro persone o categorie intere che ritiene indegne. E la via più spiccia per dimostrare l'indegnità altrui è - con una frequenza diventata ormai fastidiosa - gridare al silenzio.
Pare che Pietro Nenni in un discorso ai giovani socialisti abbia detto: "A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura". Oggi, 41 anni dopo la sua morte, abbiamo ripetuti esempi di gare fra puri e di puri che, inesorabilmente, prima o poi vengono epurati. Il fatto è che sempre più spesso il puro di turno prende spunto dalla cronaca per puntare il dito contro persone o categorie intere che ritiene indegne. E la via più spiccia per dimostrare l'indegnità altrui è - con una frequenza diventata ormai fastidiosa - gridare al silenzio.
Sembra un ossimoro e invece è una domanda carica di polemica: perché questo o quello non si fa sentire su questo o quell'argomento? Perché non dichiara la sua solidarietà? Qualche esempio pratico: perché le femministe tacciono sul caso Saman? Oppure: perché la destra non dice nulla sui bambini morti nella traversata? Da una parte e dall'altra - e pure al Centro - pare sia diventata irresistibile la tentazione di usare espressioni come "silenzio assordante", che stavolta sì, è un ossimoro, ma è anche una critica. Del puro, ovviamente.
Che però immediatamente dopo ha da ridire (a volte con insulti) su qualunque parola proferisca la persona o la categoria fino a quel punto "silente". Ma la ruota, si sa, gira per tutti; e così è facile che, al successivo fattaccio di cronaca che evoca questioni sociali irrisolte, si capovolga la situazione e che siano i silenti a domandare agli inquirenti dell'ultima volta: perché non dici niente su questa storia?
Il risultato di questa impostazione è concentrarsi sulla polemica figlia del "tu hai taciuto" e perdere di vista la sostanza delle cose. Cioè quel che si può fare affinché i casi drammatici della cronaca indichino la strada per arrivare a soluzioni che evitino di ripeterli.
Si rende più giustizia a Saman, per dire, se si lavora sull'integrazione delle famiglie come la sua o sulla protezione fisica di tutte le future Saman anziché litigare su quello che le femministe avrebbero potuto o dovuto dire. Che poi, diciamocela tutta: la categoria "femministe" ormai da tempo nelle discussioni pubbliche e nei talk show è evocata quasi esclusivamente per il suo presunto "silenzio assordante", appunto. Spesso contestato da chi non ne ha mai ascoltato una sola parola e nega quel che il femminismo ha fatto e fa di buono in questo Paese.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 14 giugno 2021
Che cosa si nasconde dietro la ripresa economica annunciata col declino della pandemia? Ci sono solo i riflettori davanti ai capannoni, nella notte di Tavazzano, provincia di Lodi, per illuminare l'ultimo testa-coda del lavoro italiano. Qualche decina di operai licenziati a marzo da una ditta di logistica a Piacenza sono venuti qui per inseguire il lavoro perduto, finito nei magazzini di un'altra azienda del settore, collegata alla prima. Montano un picchetto. Vogliono bloccare il passaggio delle merci, ma quando dai cancelli esce un tir lo accompagna una squadra di uomini con le pettorine rosse fluorescenti che si scontra col presidio con bastoni, sassi, aste di ferro, lasciando sull'asfalto nove feriti e una domanda: cosa si nasconde dietro la ripresa economica annunciata col declino della pandemia?
Certamente una metamorfosi del lavoro, già esploso sotto i nostri occhi nella frammentazione della post-modernità che nega non soltanto la standardizzazione e la rigidità del vecchio modello di produzione a catena, ma persino l'unitarietà del concetto novecentesco, inseguendo le sue schegge nelle nuove forme e nelle nuove categorie in cui abbiamo rinominato il lavoro, sterilizzandolo: saperi, competenze, professionalità, esperienze, tutte parzialità eufemistiche a cui ricorriamo ormai senza mai definire l'insieme. E senza accorgerci che deviando e disperdendo il concetto di lavoro noi stiamo smarrendo il suo significato generale, cioè il suo peso sociale, culturale e dunque politico.
Gli operai-facchini che picchettano il fantasma del lavoro scomparso rincorrendolo nella sua mobilità, le squadre dell'azienda che sfondano il blocco, in una sorta di appalto del conflitto, sono le due facce dell'ultima mutazione. Che non a caso si compie nel settore chiave del cambiamento della domanda e dell'offerta, del costume e delle abitudini, quella "logistica" del trasporto e consegna di merci e prodotti arrivata oggi a 100 miliardi di euro di fatturato, il 7 per cento del Pil. Con la pandemia che ha funzionato da acceleratore dei fenomeni, spingendo il settore in 24 mesi ad un giro d'affari che nelle previsioni si sarebbe raggiunto soltanto in nove anni. Non è un caso nemmeno che l'epicentro di questo cortocircuito finale sia il Piacentino, con i suoi 8 mila addetti alla logistica in un distretto che ha una distesa di capannoni pari a 5 milioni di metri quadrati, proprio all'intersezione tra le due autostrade E35 ed E70: qui durante la prima ondata si era concentrato anche il virus, viaggiando sui tir per sopravvivere durante il lockdown, e causando nella prima fase proprio a Piacenza - insieme con Cremona - il numero di morti più alto d'Italia in rapporto alla popolazione.
Dovremmo aver imparato che nell'emergenza modernità e primitivismo si toccano, convivendo. I facchini che cercano nei capannoni di Tavazzano il lavoro di carico e scarico perduto a Piacenza vogliono fermare fisicamente i camion, ma in realtà lottano con un'entità molto più immateriale, l'algoritmo che muta continuamente perché ricalcola gli scostamenti degli ordini, la tempistica delle consegne, nell'unica logica per cui è programmato, fuori da qualsiasi spazio negoziale. D'altra parte la stessa cultura sindacale si spezza nella frantumazione del lavoro.
Col risultato che i sindacati confederali faticano ad arrivare fin qui, nei mille rivoli della globalizzazione convogliati dalla "logistica" nei grandi centri di smistamento delle merci, gli hub dove cresce SiCobas. Regolato dalle oscillazioni periodiche dell'algoritmo il settore non sopporta rigidità contrattuali, si gonfia e si sgonfia continuamente ricorrendo a subappalti, cooperative, agenzie di lavoro interinale. I facchini che caricano le stesse merci possono così avere padroni diversi, con la frantumazione che diventa sistema, anzi modello, generando un indebolimento della rappresentanza, e una dispersione conseguente dei diritti.
La pandemia, operando in un ambiente globale già sconvolto dalla crisi economico-finanziaria più pesante del secolo, ha determinato uno stato d'emergenza, in cui vige la legge della necessità. Dopo le misure di sicurezza indispensabili, con la diffusione del vaccino la prima necessità diventa ovviamente la ripartenza del sistema, la ricostruzione, la ripresa, con i populisti che in tutto il mondo chiedono spazio per il rilancio dello spirito imprenditoriale e commerciale, trasformato ideologicamente in una questione di libertà.
Il lavoro dipendente, materiale, si subordina e da attore sociale collettivo com'è stato nel Novecento diventa una semplice variabile dipendente dalla necessità, una struttura servente senza una valenza e un ruolo autonomi. Non solo. Il lavoro manuale si proletarizza, confinato nel sottomondo degli immigrati, dove si marginalizza inevitabilmente nell'anno zero di una coscienza collettiva del rapporto tra lavoro, cittadinanza e diritti, perché questa cultura ha bisogno di tempo per svilupparsi. Non c'è la condivisione di uno status, figuriamoci di una classe: e manca anche una rete politica interessata a pescare in questo universo sommerso dandogli un orizzonte, visto che la sinistra oggi tra tutte le auto-rappresentazioni che insegue sembra aliena proprio da quella laburista: che immediatamente le conferirebbe senso, rappresentanza e identità, perché i diritti civili non vivono disincarnati.
Naturalmente questo non è il problema di una parte, ma dell'insieme della società e della qualità complessiva della crescita che si annuncia. Così il tema è spuntato al tavolo del G7 in Cornovaglia, quando Draghi ha proposto politiche attive del lavoro per aiutare i più deboli, sottolineando il "dovere morale" dell'Occidente di agire in maniera diversa dalle crisi precedenti, "quando ci siamo dimenticati della coesione sociale".
Qui infatti si forma il nucleo delle disuguaglianze e delle esclusioni. Tre dati lo confermano. Tra chi riceve il reddito di cittadinanza, ed è accusato di preferire il sussidio al lavoro, il 14 per cento ha solo la licenza elementare, e il 6 per cento nemmeno quella: non è facile in queste condizioni ricollocarsi; i Neet, cioè i giovani sotto i 35 anni che non studiano e non lavorano, sono ormai il 36 per cento al Sud, in crescita e molto lontani dalla media europea; con le ore di lavoro che scendono e i salari bassi il numero di coloro che lavorano ma sono comunque poveri aumenta, e arriva a quota 13 per cento.
La risposta, com'è evidente, non sta nel conservatorismo compassionevole. Ma nemmeno nella logica autonoma del Recovery Fund. Bisogna che gli investimenti siano indirizzati alla creazione di lavoro, inteso come fattore di sviluppo, di inclusione, di cittadinanza. Ma per farlo bisogna sciogliere il nodo politico del rapporto tra Stato e mercato. Soprattutto, bisogna avere l'ambizione di una politica che sappia leggere la trasformazione del lavoro, indirizzando il processo, coscienti che la ricostruzione post-virale è l'occasione per una ricomposizione sociale e culturale, non solo economica. Sappiamo che la civiltà europea è una civiltà del lavoro, costruita nella combinazione tra capitalismo, welfare state, democrazia rappresentativa. L'indebolimento del lavoro, da soggetto politico a merce, è proprio questo: un indebolimento di civiltà, che ci porta in un'era sconosciuta.
di barbara morra
La Stampa, 14 giugno 2021
"I nostri prodotti sono fatti bene, fanno bene e fan del bene". Lo dice Nino Mana direttore della Caritas di Fossano a proposito degli ortaggi prodotti a Cascina Pensolato, l'azienda agricola della coop che dà lavoro a detenuti a fine pena in regime di semilibertà, a giovani con difficoltà di inserimento lavorativo e, recentemente, anche a chi ha disabilità fisiche e psichiche. C'è di più: questa settimana è stato firmato un protocollo d'intesa con il carcere di Fossano in modo che dagli ortaggi si possano ricavare conserve, marmellate, prodotti sott'olio in un laboratorio all'interno della casa di reclusione dando così lavoro ad altre persone.
"La cooperativa Cascina Pensolato è nata a Sant'Antonio Baligio nel 2017 per volontà di Caritas, Diapsi, Camminare Insieme e alcuni privati tra cui Dario Armando degli Orti del Casalito - spiega Mana -. È stato proprio Armando a fornire il terreno, circa due ettari. Si è cominciato così il lavoro con i ragazzi del carcere cui si sono poi aggiunte persone in difficoltà che facevano riferimento a Caritas. Ora cinque persone sono assunte altre stanno sperimentando forme di tirocinio e borse lavoro, in tutto una decina".
L'anno scorso con l'inasprimento delle regole anti-Covid il lavoro con i detenuti a fine pena non è stato possibile. "Così abbiamo messo la cascina a disposizione per il domicilio e il lavoro di persone agli arresti domiciliari - continua il direttore Caritas - in totale sono passati da noi cinque ragazzi ed è stata un'esperienza molto proficua con il lavoro negli orti". É stata allestita anche una serra dove lavorano, alla preparazione dei "piantini", ragazzi disabili psicofisici. Il tutto, coltivato senza diserbanti, viene convogliato nel negozio di Fossano, in via Sacco 5, aperto da una decina di mesi.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 14 giugno 2021
Ciambriello: "La Pandemia ha triplicato i problemi in queste strutture". Oggi, lunedì 14 giugno, alle ore 11.00, si svolge nella sala del Consiglio Comunale, in Piazza Vanvitelli 69, la presentazione del Report 2020, su scala provinciale, delle criticità e delle buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale (carceri, misure alternative, R.E.M.S., T.S.O.) realizzato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva.
Ai saluti del Sindaco di Caserta Carlo Marino farà seguito l'intervento del Garante Campano, si alterneranno, quindi, Raffaele Ruberto Prefetto di Caserta, Maria Antonietta Troncone Procuratore della Repubblica di santa Maria Capua Vetere, Antonio Fullone Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, Gabriella Maria Casella Presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Chiaromonte Magistrato di Sorveglianza, Emanuela Belcuore Garante dei detenuti della provincia di Caserta, Mena Minafra Docente di Diritto Penitenziario dell'Università Vanvitelli, Francesco Piccirillo Avvocato, Don Carmine Schiavone Direttore della Caritas Diocesana di Aversa.
Il Garante Regionale, Samuele Ciambriello, che con l'incontro di lunedì 14 giugno conclude il ciclo di presentazioni provinciali che, dallo scorso mese di maggio, si sono svolte ad Avellino, Salerno e Benevento dichiara: "Esiste un noi ed un loro. Ascoltare storie, esperienze, disagi, ingiustizie, fa accorciare le distanze, ridurre l'indifferenza verso le persone diversamente libere.
Il carcere esiste, non è una discarica sociale. Insieme al tema della giustizia giusta ci riguarda tutti. Pensavamo solo di essere vittime, ci rendiamo conto che spesso siamo complici. La Pandemia ha triplicato i problemi in carcere, nelle Rems, nei Servizi Psichiatrici di diagnosi e cura, con più morti, attese, forme di autolesionismo, non tutela del diritto alla salute, al lavoro, alle relazioni umane: presenteremo lunedì prossimo di dati della provincia di Caserta".
di Giulia Merlo
Il Domani, 14 giugno 2021
Sui rapporti con la Cina, vince la linea della mediazione voluta anche dall'Italia. Draghi: "Cooperare con franchezza su violazioni diritti umani". Un miliardo di dosi di vaccini anti-Covid per i paesi più poveri, l'impegno per il clima con 100 miliardi di dollari all'anno per aiutare il mondo in via di sviluppo a tagliare le emissioni e la promessa dei Paesi del G7 a raggiungere emissioni nette zero entro il 2050. Il primo summit in presenza dei Sette grandi degli ultimi due anni, in Cornovaglia, si è concluso con questi impegni, oltre che con una presa di posizione unitaria sulla Cina che include l'invito a rispettare diritti umani in Xinjiang, dove Pechino è accusata di gravi violazioni contro gli uiguri, e nella città semi-autonoma di Hong Kong. E con la richiesta alla Russia di fermare il "comportamento destabilizzante e attività maligne, inclusa l'interferenza in sistemi democratici di altri paesi".
Con la Cina bisogna collaborare ma "bisogna essere franchi sulle cose che non condividiamo". Al termine dei lavori del G7 in cui vince la mediazione sui rapporti con il colosso asiatico, il premier Mario Draghi sintetizza in una linea di chiara diplomazia la posizione dell'Italia nei confronti della Cina, usando la stessa formula già adottata per definire i rapporti con la Turchia. "Si è scritto tanto della nostra posizione, si è parlato di divisioni - dice alludendo alle notizie trapelate dallo staff statunitense il giorno precedente - io credo che il comunicato riflette la posizione nostra ma quella di tutti in particolare rispetto alla Cina in generale nei confronti di tutte le autocrazie, che usano la disinformazione, i social media, fermano gli aerei in volo, rapiscono, uccidono, non rispettano i diritti umani, usano il lavoro forzato".
Una posizione che "non è particolarmente dura", assicura sottolineando la vittoria della mediazione - su cui si erano schierati Italia, Germania e Ue - che ha depotenziato il pressing statunitense che chiedeva invece la linea dura nei confronti di Pechino. Per Draghi "bisogna cooperare, e bisogna competere. Nessuno disputa che la Cina debba essere una grande economia, quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, è una autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo che hanno le democrazie". E dunque bisogna essere franchi "sulle cose che non condividiamo, l'ha detto bene Biden in una frase, il silenzio è complicità".
Con il presidente Usa ieri si è tenuto un colloquio, il primo dell'era Draghi-Biden, "un ritrovarsi perché ci conosciamo già, è andato molto, molto bene, c'è stata ampia disponibilità a lavorare insieme, c'è un rapporto antico che andava semplicemente richiamato, non consolidato". Sul tavolo i tanti dossier di politica estera di attualità, "abbiamo parlato di varie parti del mondo in cui la collaborazione con gli Stati Uniti può essere di aiuto, direi soprattutto per il ruolo che hanno gli Stati Uniti nelle Nazioni unite". Come il Nordafrica, e la Libia in particolare, dove l'Italia è molto attiva e ha diversi progetti ma "la prima esigenza è attuare il cessate il fuoco e quindi i mercenari siriani, i soldati russi e turchi vadano via dalla Libia, questa è la strada con cui la Libia può iniziare la ricostruzione del Paese data molto importante delle elezioni a dicembre può essere una linea di demarcazione dallo stato di caos".
Una "riunione straordinaria, collaborativa e produttiva", l'ha definita Joe Biden, che era al suo debutto internazionale da presidente in un viaggio europeo che lo porterà anche al summit Nato e infine al faccia a faccia con Vladimir Putin a Ginevra. E Boris Johnson, che ha fatto gli onori di casa a Carbis Bay, ha parlato addirittura di "fantastica armonia" tra i leader, glissando sullo scontro fra Londra e l'Ue che si è consumato a margine del vertice per la Brexit, in particolare per la cosiddetta "guerra delle salsicce" che ha come protagonista l'Irlanda del Nord.
Londra, per bocca del ministro degli Esteri Dominic Raab, si è detta offesa dalle parole di Emmanuel Macron: pare che nel bilaterale di Johnson e Macron, il primo abbia chiesto al secondo come si sentirebbe se le salsicce di Tolosa non potessero arrivare a Parigi e che l'inquilino dell'Eliseo abbia risposto che il paragone non regge perché Parigi e Tolosa fanno parte dello stesso Paese. Johnson in conferenza stampa si è rifiutato di tornare sul tema, ma ha assicurato che "faremo "whatever it takes" per proteggere l'integrità territoriale del Regno Unito".
I leader si sono mostrati sempre sorridenti, desiderosi di mostrare il ritorno della cooperazione internazionale dopo gli sconvolgimenti causati dall'imprevedibilità di Donald Trump prima e dal coronavirus poi. E di mostrarsi più amici dei paesi poveri di quanto non lo sia la Cina (offrendo un piano di investimenti in infrastrutture alternativo alla Nuova via della seta).
Ma diversi attivisti si dicono delusi per la portata degli impegni assunti. Innanzitutto a proposito del clima: per molti ambientalisti la promessa di emissioni nette zero entro il 2050 è troppo poco e troppo tardi; e la promessa di 100 miliardi all'anno per aiutare i Paesi più poveri a tagliare le emissioni sarebbe troppo ristretta visto che già nel 2009 i Paesi sviluppati avevano assunto lo stesso impegno. Il rischio, secondo gli attivisti, è che i Paesi in via di sviluppo possano non collaborare alla Cop26 in programma a novembre a Glasgow se l'aiuto offerto non è considerevole.
Sui vaccini, il G7 ha promesso di donare un miliardo di dosi entro il prossimo anno ai Paesi in difficoltà, garantendo che sarà solo un primo passo. Ma l'Oms ha spiegato che sono 11 miliardi le dosi necessarie per vaccinare almeno il 70 per cento della popolazione mondiale e per porre davvero fine alla pandemia. Biden, che è responsabile di circa la metà della donazione, cioè circa 500 milioni di dosi, ha annunciato però che contribuire con un miliardo aggiuntivo.
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