di Claudio Cerasa
Il Foglio, 6 maggio 2021
C'è un filo tanto sottile quanto importante che permette di legare all'interno di un'unica e appassionante storia il passo falso commesso da Davigo sul caso Amara e i passi futuri che il governo dovrà compiere per trasformare in realtà le promesse contenute all'interno del Recovery plan, a partire dai temi legati alla giustizia. La vicenda Davigo-Amara è utile da studiare non solo per provare a illuminare le ormai ordinarie sconcezze del circo mediatico (circo che considera giustamente Davigo un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze manettare d'Italia) ma anche per provare a illuminare un problema altrettanto importante che è quello che riguarda una grave patologia del sistema giudiziario italiano: la sostanziale irresponsabilità di cui gode il mondo della magistratura.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 maggio 2021
Il centrodestra contesta i relatori e ferma l'iter. Si è fermato ancora prima di partire l'iter della proposta di legge per costituire una commissione d'inchiesta sull'uso politico della magistratura. Si è fermato ancora prima di partire l'iter della proposta di legge per costituire una commissione d'inchiesta sull'uso politico della magistratura. Nella riunione congiunta delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, Forza Italia ha chiesto che vengano cambiati i relatori della proposta ovvero il dem Stefano Ceccanti e Federico Conte di Leu, indicati dai presidenti Giuseppe Brescia e Mario Perantoni.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 6 maggio 2021
Una nuova ondata di accuse, denunce e sospetti si è riversata negli ultimi giorni sulla magistratura italiana, travolta dallo scandalo della fantomatica loggia "Ungheria" e dalla singolare vicenda del passaggio dei verbali secretati tra il pm milanese Paolo Storari e l'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Anche stavolta il compito di smaltire le scorie e dare una ripulita all'ambiente spetterà a Raffaele Cantone, capo di quella procura di Perugia diventata da due anni a questa parte una sorta di grande "termovalorizzatore d'Italia": un po' per ragioni di competenza (spettano alla procura perugina i procedimenti che riguardano la magistratura romana), un po' per caso e un po' per destino, la procura guidata da Cantone si è trasformata nel crocevia di tutti i principali "scandali" che attraversano il Paese.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 maggio 2021
Dopo lo "scandalo verbali" e il caso Eni, voci interne al Tribunale di Milano riferiscono di un possibile addio del procuratore. Il procuratore di Milano, Francesco Greco, starebbe valutando di dimettersi prima della scadenza naturale del suo mandato, a novembre prossimo. È quanto emerso da fonti del Tribunale meneghino, dove la tensione, dunque, rimane alta dopo lo scandalo dei verbali secretati consegnati dal pm milanese Paolo Storari all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 6 maggio 2021
Ora che l'ex pm deve sedere sul banco dei testimoni, è il primo a sapere quanto sia scomodo. Ecco come è diventato uno dei magistrati più detestati. Una volta confessò di non poter essere davvero certo della propria virtù, non essendo mai stato indotto in tentazione da nessuno nella sua carriera da inquisitore. Ovvio: con quella faccia un po' così, da Javert padano, quell'espressione un po' così, da trangugiatore di Maalox, solo un pazzo avrebbe potuto immaginare di corromperlo.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 6 maggio 2021
Nel Paese dove gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni raggiungono numeri alti al punto da ritenere patologiche alcune criticità del sistema giustizia, si scopre che i magistrati con una valutazione professionale negativa non arrivano al 2% ogni anno. Confrontare i due dati (errori giudiziari e valutazione dei magistrati) non può e non vuole servire a puntare indiscriminatamente il dito contro la categoria delle toghe. Di fronte a questi dati, però, è inevitabile porsi degli interrogativi.
"Come si spiegano i 207 errori giudiziari e le 29.500 ingiuste detenzioni negli ultimi trent'anni? Coincidenza, casualità, congiunture astrali?", è la riflessione sollevata da Errori giudiziari, l'associazione creata dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone che da 25 anni raccoglie storie e traccia bilanci sul fenomeno degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni. Possibile che le migliaia di casi registrati ogni anno siano soltanto coincidenze? "O magari anche incapacità, superficialità, sciatteria, distrazioni", ipotizzano. Una riflessione che a Napoli fa i conti con un triste primato a livello nazionale: da oltre dieci anni Napoli è in cima alle classifiche delle città italiane per numero di ingiuste detenzioni, cioè di innocenti finiti in carcere.
Ora, noi sappiamo quanti bravi e scrupolosi magistrati lavorano negli uffici giudiziari, con quanto zelo e quanta dedizione si occupano di casi spesso complessi e in contesti che, come quelli napoletani, sono appesantiti da una particolare mole di procedimenti e da croniche carenze di risorse all'interno degli uffici. Ma sappiamo anche che ci sono numeri elevatissimi di indagini che finiscono in archiviazioni e ancor di più in prescrizioni, di processi che si sarebbero potuti evitare, di innocenti finiti in galera. Come mai? Se non è mai responsabilità dei magistrati, allora perché si verificano così tanti casi di malagiustizia? Può davvero essere solo colpa di testimoni che prima denunciano e poi, una volta in aula, ritrattano?
Il Riformista si è già occupato di errori giudiziari e di ingiuste detenzioni, riportando le statistiche più aggiornate sul fenomeno. Attraverso i dati raccolti dal deputato di Azione Enrico Costa, prova ora ad analizzare un altro aspetto della questione: di chi è la responsabilità di tanti fallimenti giudiziari? Per il Csm non dei magistrati italiani, valutati quasi come infallibili. Se si osservano, infatti, i dati che l'onorevole Costa ha raccolto per presentare una serie di emendamenti alla riforma del processo penale, si nota che il Consiglio superiore della magistratura, organo di autogoverno delle toghe, negli anni ha sempre valutato più che positivamente il lavoro di giudici e pubblici ministeri, tanto che le valutazioni hanno avuto esito positivo nella quasi totalità dei casi: 97,73% nel 2010, 98,40% nel 2011, 97,15% nel 2012, 98,18% nel 2013, 97,13% nel 2014, 99,56% nel 2015, 99,30% nel 2016.
I dati raccolti, sebbene non attualissimi, spiccano rispetto ai numeri che in quegli stessi anni chiudevano i bilanci su errori giudiziari e ingiuste detenzioni. Nel 2012, per esempio, la media era addirittura di un errore o un innocente in carcere ogni giorno e, alla data del 31 maggio 2012, delle 144.650 cause pendenti dinanzi alla Corte di Strasburgo, 14.150 provenivano dal nostro Paese e, in particolare, dinanzi alla Corte di appello napoletana pendeva il 9,53% dei casi nazionali.
"La valutazione della professionalità dei magistrati denota che c'è una sorta di sei politico dato a tutti indifferentemente - commenta Costa - rispetto a una valutazione puntuale sul lavoro svolto. Questo crea un appiattimento che svilisce chi si impegna e premia chi non lo fa e dove c'è appiattimento, dove c'è valutazione come atto burocratico e non come sindacato puntuale di merito, ci sono meno stimoli per coloro che sono in condizione e si sentono di poter dare di più". "Ed è un peccato perché il merito va premiato - aggiunge Costa facendo poi riferimento alla questione delle correnti interne alla magistratura - Quando si sta tutti sullo stesso piano, a decidere è la corrente".
di Simona Musco e Valentina Stella
Il Dubbio, 6 maggio 2021
Giuseppe Gregoraci era in carcere nonostante fosse gravemente invalido e depresso, inutili le richieste del suo avvocato. Ma ora sono due le indagini aperte sul caso. Si era impiccato in cella nel gennaio 2020 Giuseppe Gregoraci, detto "Pino": aveva solo 51 anni ed era detenuto nel carcere lombardo di Voghera. Era stato arrestato a luglio del 2019 nell'operazione "Canadian 'ndrangheta connection", scattata su impulso della Dda di Reggio Calabria per colpire la ramificazione della 'ndrangheta calabrese in Canada.
L'uomo era accusato di fare parte di una 'ndrina di Siderno e ritenuto anche responsabile di esercizio abusivo del credito, con l'aggravante di aver agevolato la 'ndrangheta. Pino era un marito, un padre, un pasticcere ma fu etichettato dai giornali come un boss. Se fosse ancora vivo, se avesse potuto beneficiare dei domiciliari forse oggi sarebbe stato scagionato.
Proprio due giorni fa, infatti, il Tribunale di Locri ha assolto dalle accuse di associazione mafiosa "per non aver commesso il fatto" i sei co-imputati del processo che avrebbe dovuto giudicare anche Pino. "Non esiste una 'ndrina, non esiste un'associazione mafiosa - si è sfogata la moglie Rosamaria su Facebook - quindi mi chiedo se questi eclatanti arresti, con tanto di titoloni come "boss mafiosi", "la nuova ndrina di Siderno" ecc. ecc. era proprio il caso di farli? Questo arresto è stato fatto per uccidere un uomo?".
A spiegare il calvario di Gregoraci è il suo difensore Giuseppe Calderazzo. Gregoraci finisce in manette nonostante i gravi problemi fisici. L'uomo ha infatti perso una gamba a causa di un grave incidente stradale, all'età di 18 anni, al seguito del quale ha dovuto indossare, fino alla fine, una protesi. "Gregoraci è entrato in carcere con una patologia depressiva, derivante dalla sua condizione - spiega Calderazzo.
Immediatamente, il carcere di Reggio Calabria è risultato inadeguato, come certificato nero su bianco dai medici, che hanno ammesso di non essere in grado di prendersene cura". La cartella sanitaria, dunque, è chiara sin dall'inizio. Gregoraci viene così trasferito nel carcere di Voghera, dove non solo non ci sono le condizioni per assistere adeguatamente l'uomo, ma, mancando le attrezzature adeguate per far fronte ad una situazione del genere, cade n bagno, durante la doccia. "Questo perché non poteva utilizzare la protesi - prosegue Calderazzo - perché senza fisioterapia ordinaria e manutenzione della protesi il risultato è il restringimento del moncone. E ciò avrebbe reso necessario un intervento fisioterapico più incisivo".
Dopo le cadute, che gli provocano un trauma cranico importante, Calderazzo chiede la concessione dei domiciliari, portando come documenti le relazioni di due consulenti, una sulla protesi e una sulla sua condizione psicologica. "I due consulenti, che lo hanno visitato in carcere, hanno certificato l'assoluta incompatibilità di Gregoraci con il carcere - spiega ancora il legale -. Il moncone era ritirato e la protesi ormai inservibile. Solo quattro ospedali in Italia potevano eseguire quelle terapie, figuriamoci se ciò poteva avvenire in carcere. Il rischio era che potesse perdere l'utilizzo anche della restante parte della gamba".
L'istanza viene depositata il 18 dicembre del 2019. Il gip chiede subito a Voghera una relazione sanitaria, ma non succede nulla. Il procedimento passa però lo stesso giorno ad un altro giudice, che riceve la relazione, datata il 24 dicembre, soltanto il 3 gennaio. E sulla base di quella, dopo una settimana, l'istanza viene rigettata.
"Tutto ciò senza disporre alcuna perizia, ma ordinando al Dap di individuare una struttura dove fare fisioterapia. Il Dap - aggiunge -, a stretto giro, ha chiesto a Voghera di verificare se ciò fosse possibile a Busto Arsizio. Ma non è successo più niente". Otto giorni dopo il Dap riscrive a Voghera, al gip e per conoscenza al pubblico ministero, evidenziando di non aver avuto più riscontri dal carcere di Voghera. "Malgrado il gip abbia avuto conoscenza di questa nota del Dap, dunque, non ha preso provvedimenti", aggiunge Calderazzo.
Il 20 gennaio 2020 Gregoraci si toglie la vita, impiccandosi nella sua cella. E ora sul caso sono aperte due inchieste: una a Pavia, contro ignoti, e uno a Salerno, dove ad essere indagati sono i due giudici che hanno seguito il caso. I pm hanno però chiesto l'archiviazione.
"Per il primo giudice ho chiesto io stesso che venisse scagionato", specifica l'avvocato, che però è convinto delle responsabilità del secondo. E aggiunge un dato: l'uomo non aveva colloqui con gli psicologi, nonostante le richieste del suo legale e malgrado il suo stato depressivo, che sarebbe stato "curato" soltanto con tranquillanti. La famiglia, conclude, ora è disperata. "E oggi, con l'assoluzione verticale di tutti i soggetti con una posizione simile alla sua - conclude - ci possiamo rendere conto della disperazione che lo affliggeva e di quanto la sua depressione sia aumentata in maniera esponenziale in quella cella".
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 6 maggio 2021
A Parigi processo per l'estradizione, primo atto. Sono arrivati davanti al giudice verso le 18, dopo che l'udienza era stata spostata due volte. Inizia oggi, davanti alla Corte d'Appello di Parigi il processo per l'estradizione dei nove ex terroristi rossi arrestati a fine aprile in Francia. Sono tutti stati condannati in via definitiva per reati di sangue e hanno dimorato finora in Francia grazie alla dottrina Mitterrand. La svolta il 28 aprile, dopo una serie di contatti tra il governo italiano e quello d'Oltralpe. Sono arrivati prima gli arresti e, nel giro di 24 ore, la libertà vigilata. Per nove dei dieci terroristi per cui era stato emesso il mandato d'arresto - sono Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Patrella, Sergio Tornaghi, Giorgio Pietrostefani ai quali si aggiungono Luigi Bergamini e Raffaele Ventura, ancora in fuga Maurizio Di Marzio, per il quale oggi scatta la prescrizione - si apre ora un lungo iter che potrebbe durare anni. E culminare, se il giudice riterrà che ce ne siano le condizioni, con l'estradizione in Italia.
Oggi è solo il primo atto. E una parte di questo si consuma fuori dall'Aula. Non mancano i momenti di tensione, quando vengono insultati sono stati insultati in romanesco da una donna che si trova nel gruppo degli ex terroristi che stava entrando nel corridoio che porta l'aula del tribunale: "Pezzi di merda", avrebbe urlato.
Gli ex terroristi arrivano in mascherina, con i loro avvocati. Gli scatti dei fotografi immortalano Raffaele Ventura, che inizialmente era sfuggito agli arresti e poi si è costituito, e Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio Calabresi, il più anziano di tutti, quasi ottantenne. Le ultime immagini che si hanno di lui, così come degli altri arrestati, risalgono a tanti anni fa. Anni trascorsi in Francia, mentre l'Italia ne chiedeva il ritorno per far loro scontare le pene.
Arriva anche Marina Petrella, ex Br oggi 66enne condannata all'ergastolo, e si ferma qualche secondo a parlare con i cronisti: "Vi rendo partecipi del mio dolore, sono sconvolta", dice in francese. Sessantasette anni, anche lei brigatista e condannata all'ergastolo, sostiene: "Stiamo arrivando verso la fine. Stiamo raschiando il fondo del barile. Io ho vissuto tutti questi anni con un grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, per tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Da parte mia, ho fatto 10 anni di carcere, fra Italia e Francia. E 30 di esilio, una pena senza sconti e senza grazie. Che ti impedisce di tornare nella tua terra". Parole che, forse, faranno discutere.
In aula, intanto, si celebra il rito. Il primo a entrare è Sergio Tornaghi, ex brigatista. La corte comincia leggendogli le condanne subite - in questo caso l'ergastolo - e le richieste dell'Italia. Lo stesso procedimento verrà fatto poi anche con gli altri. Le prime formalità, che preludono a un processo che non sarà breve né semplice.
Intanto, mentre i familiari delle vittime in Italia chiedono giustizia - chiarendo che non cercano vendetta - gli intellettuali francesi continuano con le iniziative a sostegno degli ex terroristi. Il quotidiano Liberation ha dedicato questa mattina due pagine all'appello di un gruppo di intellettuali al presidente Emmanuel Macron contro la concessione dell'estradizione. Nell'appello si ricorda la concessione dell'accoglienza durante la presidenza di Francois Mitterrand, negli anni Ottanta, la nuova vita in Francia degli ex militanti italiani, che hanno rinunciato alle armi e alla violenza, le loro nuove famiglie. Viene invocata l'amnistia in Italia, un gesto che - secondo loro - consentirebbe al Parlamento di "voltare pagina e di guardare al futuro".
A controbilanciare l'intervento, nella seconda pagina c'è un testo dell'ex presidente della Camera, Luciano Violante: "Anche le vittime delle Brigate rosse avrebbero voluto rifarsi una vita", è il titolo. Nell'intervento si legge: "Insorgere contro l'arresto di ex militanti di estrema sinistra italiani che da 40 anni vivono in Francia, significa misconoscere i crimini terroristici di cui sono stati autori in passato".
di Francesca Pierantozzi
Il Messaggero, 6 maggio 2021
"Ho vissuti questi anni con grande dolore" dice Marina Petrella arrivando alla Corte d'Appello di Parigi. Nell'aula 5, quella della Chambre de l'Instruction, comincia ufficialmente la procedura di estradizione per gli "ultimi latitanti" di Francia. Arrivano alla spicciolata, Giorgio Pietrostefani, Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi, Luigi Bergamin, Narciso Manenti, Raffaele Ventura.
Arrivano per sentirsi ripetere i capi di accusa che pesano su di loro in Italia, omicidi, associazione sovversiva, concorso morale, banda armata. Arrivano quasi tutti accompagnati: chi le figlie, chi la moglie, chi un amico. Un gruppetto - c'è anche Oreste Scalzone - sono venuti a sostenerli "silenziosamente" fuori, sulla piazza davanti al palazzo di Giustizia sull'Ile de la Cité.
I nove vanno dritti dagli avvocati che li aspettano davanti all'aula, cercando di evitare i giornalisti. Il decimo nome sulla lista di quelli per cui l'Italia chiede l'estradizione continua a essere latitante: Maurizio Di Marzio (ex brigatista, 14 anni per tentato sequestro) ha fatto perdere le tracce dal 28 aprile. Per lui la prescrizione sta per arrivare: scade il 10 maggio. Roberta Cappelli (ex Brigate Rosse, ergastolo per associazione con finalità di terrorismo, concorso in omicidio e rapina) non cede ai cronisti, sussurra: "è impossibile parlare adesso, non si può spiegare tutto con poche parole, con una dichiarazione".
Marina Petrella (ex Brigate Rosse, ergastolo per concorso in omicidio) si ferma prima di entrare a palazzo di Giustizia. Ci sono le figlie, una "collega" che lavora con lei come assistente sociale nel 20simo arrondissement. Cerca le parole, preferisce il francese, anche se dopo trent'anni resta forte l'accento italiano, anzi romano: "So che ogni mia parola varrà l'accusa di essere arrogante, che arriveranno invettive. Siamo alla fine: tengo a dire che ho vissuto tutti questi anni con grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, tutte le vittime, per tutte le famiglie coinvolte, compresa la mia".
"Sono stata condannata sulla base dell'assunzione di responsabilità collettiva - spiega a qualche giornalista Petrella - quest'assunzione di responsabilità resta, ma alla giustizia spetta condannare in base a chi ha fatto cosa, e questo non è stato fatto. Gli ergastoli erano a palate. Ci sono state tante vittime, e ci sono stati tanti compagni che hanno pagato con l'ergastolo per quelle vittime, che non sono rimaste impunite, senza memoria. È stato uno scontro duro per tutti".
"Da parte mia, ho fatto 10 anni di carcere, fra Italia e Francia E 30 di esilio, un'espiazione quotidiana che dura tutta la vita, una pena senza sconti e senza grazie. Che ti impedisce di tornare nella terra natale, di dare sepoltura ai tuoi morti. Anche qui un passaggio nel dolore e nella lacerazione". Trovare finalmente "un linguaggio comune", le sembra ancora "impossibile". C'è una sfera "intima" per il perdono - della quale, dice, "non parlerà mai" - e poi c'è quella della vita pubblica, dell'impegno civico. "Forse non è un caso se faccio il lavoro che faccio, un lavoro in cui posso essere utile socialmente, fare qualcosa di bene, una sorta di riscatto simbolico". In compenso, le parole del ministro della Giustizia francese Dupont Moretti, che ha paragonato i fuoriusciti italiani in Francia ai terroristi del Bataclan, le sembrano "oscene": "il paragone semmai lo poteva fare con piazza Fontana, Brescia, Bologna, Reggio Calabria".
Davanti all'aula dell'udienza, che dà il via a una procedura che - su questo sono tutti d'accordo - sarà lunga, forse addirittura lunghissima, c'è anche William Julié, che rappresenta lo stato italiano: chiede al magistrato di poter essere presente durante tutta la causa. Questo darà all'Italia la possibilità di pesare di più sull'intero iter giudiziario. Davanti al magistrato sfilano uno per uno gli ex latitanti: tutti con le stesse risposte, no, non accettano la richiesta di estradizione, e sì, si dichiarano innocenti.
di Anais Ginori
La Repubblica, 6 maggio 2021
Alla prima udienza sull'estradizione, i nove condannati a sorpresa parlano dopo anni di silenzio. "Mi sono sempre dichiarato innocente e continuerò a farlo". Giorgio Pietrostefani cammina a fatica nella Chambre d'Instruction della Corte d'appello. Loden verde, capelli bianchi cortissimi, l'ex dirigente di Lotta Continua condannato per l'omicidio Calabresi, va a sedersi nel piccolo banco davanti ai tre magistrati. Sono le cinque del pomeriggio di una giornata piovosa e insolitamente fredda quando, dopo aver esaminato una dozzina di altre domande di estradizione, tra un pappone moldavo e un rapinatore rumeno, l'Avvocato dello Stato, Clarisse Taron, fa entrare gli italiani. "Ora passiamo al non ordinario" premette Taron davanti ai pochi giornalisti autorizzati ad assistere all'udienza.
Tutto è eccezionale nella procedura cominciata ieri sull'Ile de la Cité e che dovrebbe riportare in Italia nove ex terroristi degli anni di Piombo condannati con sentenze definitive e mai applicate. La prima chiamata è per l'ex brigatista Sergio Tornaghi che quando gli chiedono se accetta l'estradizione risponde un "assolutamente no".
Uno dei magistrati gli propone di aggiungere una dichiarazione. A sorpresa Tornaghi, condannato all'ergastolo per omicidio, decide di parlare. "Le accuse che mi sono rivolte sono infondate e la mia condanna è eccessivamente punitiva" commenta Tornaghi, giacca scura e camicia beige, l'aria un po' spaesata. Enzo Calvitti, magro e in cardigan azzurro, mette a verbale una laconica frase. "Sono sorpreso da quello che sta succedendo" dichiara l'ex brigatista con voce tremolante.
Dopo anni di silenzio, cercando di farsi dimenticare, ora tutti vogliono dire qualcosa, cominciare a difendersi anche se in teoria quella di ieri era una prima udienza solo tecnica per la notifica della procedura avviata con gli arresti del 28 aprile, seguiti al via libera politico dato da Emmanuel Macron. Uno dei più spavaldi è Luigi Bergamin che si dilunga per vari minuti. "Con tutto il rispetto per la Corte - esordisce l'ex militante dei Pac - non si capisce la legittimità della cosiddetta operazione Ombre Rosse che ha portato all'arresto di dieci italiani in Francia da decenni". Uno di loro, Maurizio Di Marzio, è ancora in fuga e conta i giorni in vista della prescrizione prevista lunedì prossimo.
Marina Petrella, che già nel 2008 stava per essere estradata, appare in cappotto blu, spilla e orecchini. L'ex brigatista si dice "sconvolta" dalla nuova procedura e ricorda di aver già passato otto anni in carcere in Italia per quella che definisce una "responsabilità collettiva". Prima dell'udienza aveva premesso su un eventuale pentimento: "Non ne voglio parlare e non parlerò mai". Come gli altri, a cui è stata concessa la libertà vigilata, parla di "esilio" e lo paragona a "una forma di espiazione permanente che non prevede né riduzione di pene né grazia".
"È qualcosa che mi porterò dentro fino alla morte" aggiunge. Quando ha finito, aspetta di sentire l'altra ex brigatista, Roberta Cappelli. Un po' più giovane, chioma rossa, anche lei condannata all'ergastolo, Cappelli sceglie di fare un riferimento alla Dottrina Mitterrand. "Vorrei esprimere la mia gratitudine per l'accoglienza che ho ricevuto in Francia e per chi ha capito la nostra storia, non in modo compiacente come dicono alcuni, ma immaginando una traiettoria diversa da quella unicamente penale".
In fondo alla sala c'è un vecchio orologio. Il tempo qui non è uguale per tutti. Non è quello delle vittime per cui quei fatti "lontanissimi", come ripetono gli avvocati della difesa, alimentano un dolore che non conosce prescrizione. E non è quello di questi sette uomini e due donne, tutti sopra ai sessant'anni, che insistono sulla loro seconda vita in Francia da onesti lavoratori e bravi padri di famiglia. "Ho tre figli, una nipotina" racconta Narciso Manenti, condannato all'ergastolo. Raffaele Ventura legge un foglietto. Vuole precisare che non faceva parte delle brigate rosse ma di un gruppo extraparlamentare. E poi racconta con orgoglio di aver rinunciato alla nazionalità italiana quando gli è stata concessa nel 1986 quella francese. "Ho giurato di rispettare i principi della République quindi ho fiducia e mi rimetto a voi" è il messaggio ai magistrati.
Pietrostefani non nasconde l'emozione di trovarsi di nuovo in aula a settantotto anni. "Ci sono stati molti processi, sette gradi di giudizio. A volte abbiamo vinto, altre perso" spiega ricordando le varie tappe del percorso giudiziario in Italia. "Ero già in Francia quando ho deciso di tornare per affrontare il processo" dice sul suo rientro a Pisa nel 1997 in solidarietà con Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. "Quando ho capito che la decisione sarebbe stata negativa - prosegue - ho pensato a mia figlia". La bambina aveva nove anni. "Ora è cresciuta, si è sposata, sta bene. Ma poi ho avuto una brutta malattia, mi hanno trapiantato il fegato, ogni tre mesi devo fare ricovero in ospedale". È curvo sul banco, s'interrompe. "Scusatemi ma sono molto stanco".
- La verità storica non si conquista con le manette
- Foggia. Coronavirus in carcere: 69 tra agenti e detenuti contagiati
- Brescia. In Regione il caso di Canton Mombello: "L'unica soluzione è ampliare Verziano"
- Enna. Progetto Rechance, per il reinserimento sociale degli ex detenuti
- Trento. Le ipotesi di utilizzo del terreno incolto attiguo al carcere a Spini











