di Michele Andreucci
Il Giorno, 14 giugno 2021
Grazie all'iniziativa in tredici hanno potuto ottenere il patentino di conduttore cinofilo. I tempi in cui era considerato l'Hilton delle carceri italiane per la qualità dei servizi offerti ai detenuti sono un pallido ricordo. Ma piano piano, soprattutto grazie alla direttrice Teresa Mazzotta, la Casa circondariale di Bergamo riprende quota.
L'impegno principale dei vertici della struttura è quello di aiutare i reclusi verso una vita nuova, che sappia andare oltre l'errore commesso. L'ultima iniziativa è un corso di pet therapy, la terapia che ha come elemento fondante la vicinanza di un animale da compagnia. Negli ultimi mesi, grazie ad un progetto finanziato dalla Fondazione Cariplo e realizzato dall'associazione pavese DogBliss con la collaborazione del centro cinofilo "Il Biancospino", nel carcere intitolato a don Fausto Resmini, lo storico cappellano portato via dal Covid, si è concretizzato un progetto che ha permesso di ridurre gli stati depressivi di alcuni detenuti.
Tredici sono stati coinvolti nell'iniziativa, hanno partecipato al corso al termine del quale hanno sostenuto un esame che ha consentito loro di ottenere il patentino di conduttore cinofilo, un riconoscimento assegnato dal centro "Il Biancospino" a tutte quelle persone che dimostrano una buona educazione cinofila, nonché una sufficiente capacità di gestire i comportamenti del cane in un ambiente urbano o in una comunità. Un attestato che può essere una carta per il reinserimento nella società con nuove competenze.
Spiega la direttrice Mazzotta: "I formatori esperti di DogBliss e del Biancospino hanno affiancato queste 13 persone. L'interazione è stata molto positiva: vi è stata una grande apertura, lo sviluppo di forme solidaristiche, il ritorno dell'emotività, di forme di empatia che aiutano tantissimo nella risocializzazione". Esperienze pilota di pet therapy sono state realizzate negli anni scorsi in diverse carceri in Italia. La Casa di Bergamo, che ora conta 528 detenuti, di cui 35 donne (a fronte di una capienza regolamentare di 315), non si è fatta sfuggire l'occasione di partecipare.
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 14 giugno 2021
La storia e i ricordi di Irena Saulute Valaityte-Spakauskiene e di Jonas Markauskas: "Continuavamo a inciampare nei cadaveri dei nostri cari, ma non avevamo la forza di seppellirli nel permafrost". Mentre l'ex presidente Dalia Grybauskaite accusa: "Ai nostri confini abbiamo dittatori". "Vennero a prenderci di notte. Tutta la nostra famiglia si era riunita per festeggiare l'ultimo giorno di scuola. Fu l'ultimo incontro. Il 14 giugno i soldati sovietici invasero la nostra fattoria e ci portarono in stazione per caricarci su un carro bestiame. Come animali destinati al macello". Irena Saulute Valaityte-Spakauskiene accarezza i dolorosi ricordi con le dita nodose deformate dall'artrite.
Quella notte di ottant'anni fa, appena una settimana prima dell'invasione nazista, fu perpetrato il primo pogrom, il prologo di una serie di deportazioni, esecuzioni e immigrazioni forzate che, fino alla morte di Stalin, avrebbero portato la Lituania a perdere un milione di abitanti, un terzo della popolazione.
Un destino comune anche agli altri Paesi baltici che oggi commemorano la loro "giornata della memoria". Una pagina di Storia venuta alla luce solo dopo la caduta della cortina di ferro, una cortina di oppressione e silenzio. E tuttora largamente ignorata, benché i Baltici facciano parte della Ue e della Nato. "Ma che è importante ricordare - ci dice la "lady di ferro lituana", l'ex presidente Dalia Grybauskaite - perché oggi ai nostri confini abbiamo dittatori che ancora una volta prendono di mira, torturano e uccidono i loro cittadini solo perché la pensano diversamente".
Irena è nata a Kaunas nel 1928 quando la seconda città del Paese era la capitale provvisoria della Lituania indipendente prima che venisse schiacciata da due totalitarismi contrapposti: annessa nel '40 dall'Urss in seguito al cinico patto con cui Hitler e Stalin si erano divisi l'Europa centrale, poi invasa dalla Germania nazista nel '41 per ritornare sotto l'occupazione sovietica nel '44.
"La cosiddetta "deportazione di giugno" del '41 durò quattro giorni. Era stata pianificata da mesi con lo scopo di purgare lo spazio baltico dei membri dell'élite culturale ed economica. Annientandoli, non solo giustiziandoli con un colpo di pistola. L'Nkvd, l'antenato del Kgb, aveva stilato le liste degli elementi "anti-sovietici": politici, militari, professori, religiosi, ma anche agricoltori, operai e artigiani.
Deportarono intere famiglie. Gli uomini, circa 4mila, vennero separati e portati nei campi di concentramento nel territorio di Krasnojarsk, mentre 13.500 donne, bambini e anziani furono portati in Kazakhstan, Altaj, Komi e infine nell'Artico. Fu uno shock. Non c'erano state avvisaglie. La gente non sapeva che cosa l'aspettasse", spiega Kristina Burinskaite, storica del Centro di ricerca sul genocidio e la resistenza di Vilnius ospitato nell'ex sede del Kgb.
Irena ricorda bene lo spaesamento del viaggio di un mese sulle rotaie fino all'Altaj, Siberia occidentale. Circa il 40 per cento dei deportati del 1941 erano bambini sotto i 16 anni come lei, ci ha spiegato Ramuné Driauciunaité guidandoci tra le sale del Museo delle Occupazioni e delle battaglie per la libertà.
Nei carri bestiame non c'era cibo eccetto un po' d'acqua e una brodaglia imbevibile. Non c'era aria per respirare, solo feritoie chiuse da sbarre e un buco come bagno. "Entra qui e prova a immaginare", dice Irena conducendoci dentro un vagone arenato tra le betulle del Museo etnografico all'aria aperta di Rumsiskes, a circa 25 chilometri da Kaunas che, a 92 anni, Irena percorre ogni giorno in bus e a piedi per guidare gli avventori tra le mostre e la sua memoria. Oltre la metà di loro, racconta irrequieta, saltellando da un angolo all'altro, morì subito. I corpi di chi non ce la faceva venivano gettati lungo i binari. Prima soccombettero le donne incinte e i bambini. Poi i vecchi.
Non ci fu quasi il tempo di abituarsi alle fatiche del lavoro forzato e al duro clima nell'Altaj, alla fame e allo scorbuto, che un anno dopo i pochi sopravvissuti furono nuovamente ammassati su carri bestiame. Stavolta la destinazione era Trofimovsk, una delle tante isole di permafrost sferzate dai venti ed erose dalle tempeste sparse nel delta del fiume Lena che si getta nel Mar di Laptev, Oceano artico, estremo Nord siberiano, uno dei luoghi più terrificanti dell'Arcipelago Gulag.
Per molti anni l'unica terra conosciuta per Jonas Markauskas, il "primo figlio di Trofimovsk". Nacque tra i ghiacci eterni oltre il circolo polare nel 1946. Oggi è il presidente di Laptevieciai, la confraternita degli ex deportati nel mar di Laptev che, benché si assottigli di anno in anno, tiene viva la memoria di quello che definiscono un "genocidio". "L'Olocausto degli ebrei è stato forse più doloroso del massacro di interi popoli soggiogati dai sovietici? Se tagliassero il mio dito e il tuo dito, uno di noi due soffrirebbe di più? I crimini contro l'umanità non hanno nazionalità".
"Nel Mar di Laptev dovevamo trascinare tronchi pesanti affondando nella neve o pescare con le reti nelle acque gelate. In cambio ottenevamo pochi grammi di pane che dovevamo razionare. E dopo 12 ore di lavoro dovevamo costruire le nostre case con i detriti e i rami che trovavamo sulla spiaggia. Il pavimento era il permafrost, le finestre blocchi di ghiaccio. Avevamo letti a castello di 35 centimetri ciascuno. Ci sono volute due settimane per costruire una yurta come questa", spiega Irena, rannicchiata sull'asse di una replica ricreata a Rumsiskes, intrecciando alla rinfusa i fili di una storia che ha ispirato il bestseller Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys.
"Ma il libro non racconta l'orrore di uscire a cercare qualcosa da bruciare o mangiare o a raccogliere il ghiaccio da trasformare in acqua da bere senza sapere se saresti tornato o saresti morto assiderato. O di vedere tua madre morire di fame, senza che ci fosse nulla che potessi fare. Continuavamo a inciampare nei nostri morti, ma non avevamo la forza di scavare tombe nella terra ghiacciata per seppellirli. E noi eravamo sepolti vivi, ma sognavamo di tornare nella nostra patria e questo sogno ci ha tenuto in vita. Io riuscii a fuggire dopo qualche anno. Altri dovettero attendere la morte di Stalin".
Ma il rimpatrio fu un altro capitolo doloroso. "Non avevamo documenti, né diritti. Ho dovuto nascondermi per otto anni. Senza vestiti, senza scarpe, senza cibo, senza denaro. Col timore di essere catturata a ogni passo dal Kgb. Non sapevo dove andare perché le nostre case erano occupate e i nostri cari non c'erano più".
È solo con la perestrojka e l'indipendenza che gli ex deportati sono venuti allo scoperto. "Ora posso finalmente parlare", esulta Irena. "Non lo faccio per costruire un monumento a noi stessi. Racconto la mia storia anche se è come grattare una ferita, per tenere accesa la memoria di chi non ce l'ha fatta, di chi non è potuto diventare grande, innamorarsi, crescere figli. Rivedo ancora le loro facce, anche se non ricordo più i nomi. I corpi gettati fuori dai vagoni. La mia brigata del primo inverno. Il primo bambino che morì di freddo nell'Artico".
Oggi gli ex deportati ricevono una pensione. E le loro sofferenze vengono commemorate ogni anno. Ma la giustizia negata brucia. "Per noi non c'è stata una Norimberga", insiste Jonas. "Nessuno è stato chiamato a rendere conto di quello che è stato fatto. Nessuno ha mai chiesto perdono".
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 14 giugno 2021
La staffetta solidale sul Canal Grande per l'imprenditore italiano detenuto a Khartoum. L'ultima "sistemazione" di Marco Zennaro, l'imprenditore italiano detenuto in attesa di giudizio a Khartoum, in Sudan, assomiglia a una gabbia: un quadrato di cemento con una grata al posto del soffitto e il sole che batte quasi tutto il giorno sulle teste degli occupanti. "Sta bollendo là dentro con una ventina di altri prigionieri", informa da Venezia il fratello Alvise. La temperatura esterna sfiora nelle ore più calde i 50 gradi, "e di notte penso che la minima non scenda sotto i 40" aggiunge, angosciato.
L'unico sollievo della famiglia è la possibilità di comunicare con lui via telefonino. La vicenda giudiziaria dell'amministratore delegato dell'azienda di materiale elettrico fondata dal nonno si è complicata con il passare delle settimane; e la detenzione preventiva, tra rinvii di udienze e nuove istruttorie, si allunga come la coda dei presunti danneggiati. A marzo il distributore locale della ditta veneta aveva contestato una partita di trasformatori elettrici da un milione e 200 mila euro circa che Zennaro, 46 anni, aveva inviato in Sudan dopo essersi aggiudicato, tramite la Gallabi & Figli, un bando di concorso nel 2020. Zennaro è partito per Khartoum con l'idea di poter risolvere il contenzioso, ma si è ritrovato agli arresti domiciliari in albergo la sera stessa del suo arrivo.
Il primo aprile la questione sembrava risolta tramite un rimborso (un po' coatto) di 400 mila euro e Zennaro si apprestava a decollare per l'Italia, quando sono arrivate altre denunce per truffa ed è scattato il nuovo arresto. Non più dentro una stanza d'hotel, ma nelle affollate camere di sicurezza di un paio di commissariati (senza neppure una branda a disposizione) e, per qualche giorno, in prigione.
A pretendere, complessivamente, quasi un altro milione e mezzo di euro sono società elettriche locali, clienti in qualche caso della famiglia Gallabi, uno dei cui componenti, Ayman, è stato ritrovato annegato nel Nilo il 22 maggio. Capofila dei querelanti è la Società elettrica sudanese, presieduta da un parente stretto del numero 2 del Consiglio nazionale di transizione, il generale Mohamed Dagalo, alla guida del Paese dopo il colpo di stato del 2019.
Quando un paio di settimane fa il direttore generale per gli italiani all'estero, Luigi Vignali, è stato inviato dalla Farnesina a parlamentare a Khartoum, le autorità sudanesi gli hanno opposto altre denunce, relative ad altri contratti che, indipendentemente dalla posizione della Società elettrica sudanese, impedirebbero il rilascio di Zennaro.
La Farnesina protesta e insiste, attraverso l'ambasciatore Gianluigi Vassallo, perché gli siano concessi gli arresti domiciliari o almeno un trattamento più rispettoso dei diritti umani, in attesa dei dovuti chiarimenti giudiziari. Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha chiesto l'intervento del nunzio apostolico in Sudan ed Eritrea, Luis Miguel Munoz Cardaba; e il sindaco, Luigi Brugnaro, quello di Mario Draghi. Tra mezzogiorno di sabato e ieri, sulle acque del Canal Grande, le società remiere hanno organizzato una nuova manifestazione: 24 vogatori si sono alternati per 24 ore in una staffetta di solidarietà. Perché Marco, stipato in una cella torrida dove si parla solo arabo, si senta meno solo. Nei vari trasferimenti ha perso infatti l'unico compagno, un professore iracheno, con cui poteva intendersi in inglese.
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2021
È ammesso il risarcimento da parte di un terzo, come la compagnia assicurativa. L'estinzione del reato per condotte riparatorie, prevista dall'articolo 162-ter del Codice penale introdotto dalla legge 103 del 2017, pur avendo avuto minore successo applicativo della messa alla prova, può essere uno strumento di composizione dei conflitti sfociati nei giudizi penali.
Con la sentenza 2490 del 21 gennaio scorso la Cassazione ha delineato i presupposti di questo istituto. Come hanno precisato i giudici, le condotte riparatorie dell'imputato devono essere spontanee, a carattere restitutorio o risarcitorio, comunque destinate definitivamente a incrementare la sfera economica e giuridica della persona offesa. Non si può invece considerare integrata la causa estintiva nel caso di sola restituzione del bene sottratto. Né ricorre la causa estintiva quando la riparazione sia avvenuta in esecuzione di un altro provvedimento di condanna, perché mancherebbe il presupposto della spontaneità.
Si applica solo ai reati procedibili a querela soggetta a remissione. Per ciò non è applicabile al reato di atti persecutori commesso con minacce gravi e reiterate, che rientra tra le ipotesi di procedibilità a querela irrevocabile. E ciò anche a prescindere dalla espressa causa di esclusione per lo stalking prevista dall'ultimo comma dell'articolo 162-ter Codice penale (Cassazione 14030/2020). Il risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in seguito a offerta reale in base agli articoli i208 e seguenti del Codice civile, formulata dall'imputato e non accettata dalla persona offesa, se per il giudice la somma offerta è congrua.
La causa di estinzione si applica anche se il danno sia integralmente risarcito da un terzo (come la compagnia assicuratrice), se sollecitata dall'imputato (Cassazione 10107/2019). Questo istituto presenta, rispetto alla messa alla prova, una più spiccata connotazione sostanziale.
Tuttavia i suoi effetti sono pure condizionati da profili processuali. La riparazione del danno rileva come causa di estinzione se avviene entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Questo sbarramento riecheggia quello previsto (per tutti i reati) dalla circostanza attenuante comune dell'articolo 62 n. 6 del Codice penale (l'avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno o l'essersi adoperato per eliderne le conseguenze).
Ma è più preciso: coincide con il momento entro cui si può chiedere il rito alternativo. I giudici di legittimità hanno escluso che la causa estintiva possa farsi valere dopo l'irrevocabilità della sentenza, proprio perché ha natura sostanziale e il procedimento volto a verificarne la sussistenza, nel prevedere che siano sentiti l'imputato e la persona offesa, presuppone la pendenza del giudizio di cognizione e la presenza delle parti (Cassazione 43278/2019).
di Riccardo Coluccini e Lighthouse Reports
Il Domani, 14 giugno 2021
Nonostante l'embargo, nei documenti finanziari dell'amministrazione birmana sono riportate molte aziende occidentali. Fra queste c'è anche la SecurCube che è italiana e produce un potente sistema di monitoraggio per le frequenze radio. Prodotti ideati per le indagini forensi possono diventare un formidabile strumento di repressione dei diritti umani.
Nel 2011 l'esercito birmano, il Tatmadaw, ha iniziato la transizione democratica cedendo parzialmente il potere al governo civile. Da quel momento il Myanmar ha visto una crescita costante dell'accesso a internet nel paese. Insieme alla possibilità di connettersi e comunicare online con il mondo intero, la tecnologia ha però offerto anche un modo all'esercito per mettere in atto nuove forme di repressione. Secondo un recente report di Facebook, il Myanmar si trova al terzo posto fra gli stati che controllano l'utilizzo del social network, anche con account gestiti dall'esercito o dalla polizia. Il governo birmano però non si è fermato a Facebook: negli stessi anni, la fame di sorveglianza del governo è cresciuta ancora più velocemente, come mostrano centinaia di pagine di documenti sui budget governativi, condivisi da Justice for Myanmar con il consorzio giornalistico Lighthouse Reports (Lhr) e analizzati in un'inchiesta congiunta con IrpiMedia, The intercept, Occrp e Al Jazeera.
Questi documenti mostrano chiaramente come il Tatmadaw voglia trasformare il Myanmar in uno stato di sorveglianza. L'occidente - inclusa l'Europa - giocano un ruolo di rilievo nell'offrire queste tecnologie, malgrado un embargo inasprito nel 2018 che dovrebbe riguardare anche gli strumenti digitali, oltre alle armi tradizionali. Le aziende europee e statunitensi si trovano così a fare concorrenza a Cina e Russia, entrambe già nella sfera di influenza tecnologica del paese.
La diffusione di internet tra la popolazione birmana è passata da circa l'1 per cento nel 2011 al 43 per cento nel 2021. Dal primo febbraio, il paese è tornato però sotto lo stretto controllo della giunta militare che ha ordinato blocchi nella connessione internet e arresti nei confronti di chi critica sui social il regime militare e supporta i manifestanti.
Secondo i documenti, il ministero degli Interni (Moha) e quello dei Trasporti e delle comunicazioni (Motc) hanno stanziato decine di milioni di dollari per l'acquisto di una vasta gamma di strumenti che potrebbero essere utilizzati sia per combattere la criminalità informatica sia per sorvegliare le comunicazioni. Più di 40 aziende occidentali sono presenti nelle pagine dei bilanci che si riferiscono a un periodo che va dal 2018 al 2021, tra queste c'è anche un'azienda italiana. Seppure non sia possibile verificare la vendita effettiva di tutti questi prodotti da parte delle aziende o di loro rivenditori, i documenti dimostrano un piano preciso per ammodernare l'arsenale di tecnologie a disposizione del governo e delle autorità. Per alcune di queste tecnologie sono stati effettivamente indetti bandi di gara e c'è stata l'aggiudicazione ad alcuni rivenditori locali. Alcune aziende hanno confermato le vendite, mentre le inchieste di altre testate giornalistiche hanno dimostrato che alcune delle tecnologie sembrerebbero essere già in uso.
La tecnologia ha da sempre giocato un ruolo fondamentale nella repressione in Myanmar. Durante il periodo in cui il premio Nobel Aung San Suu Kiy era al governo, le autorità hanno sottoposto la popolazione Rohingya che vive nello stato del Rakhine a un blackout di internet iniziato a giugno 2019 e durato per più di un anno, colpendo circa un milione e mezzo di persone che si trovano in una zona di guerra. Inoltre, la polizia birmana ha già dimostrato di poter abusare di tecnologie forensi simili a quelle presenti nel budget, in particolare contro i giornalisti. Nel 2017 due giornalisti di Reuters sono stati arrestati mentre stavano lavorando sulle violenze ai danni della popolazione Rohingya. La polizia ha usato strumenti per estrarre dati dai cellulari dei giornalisti e analizzare documenti e dettagli del loro lavoro, secondo quanto ricostruito dal Washington Post.
Nel budget dei due ministeri, a fianco di prodotti tecnologici per implementare la sorveglianza delle telecomunicazioni - ma non riconducibili a specifiche aziende -, ci sono prodotti per l'informatica forense molto noti fra gli addetti ai lavori. Come il software MacQuisition di BlackBag Technologies, utilizzato per l'estrazione e analisi di dati dai computer Apple, e strumenti dell'azienda Cellebrite, una delle più famose produttrici di tecnologie per l'estrazione di dati dagli smartphone. Cellebrite ha sede in Israele, ha acquistato BlackBag nel 2020, e i suoi prodotti sono stati usati in passato da regimi autoritari anche contro attivisti politici, come in Bahrain. Gli stessi prodotti di Cellebrite sono stati usati contro i due giornalisti di Reuters. Secondo quanto riportato dal New York Times, Cellebrite avrebbe interrotto la vendita al Myanmar nel 2018 e applicato la stessa decisione per BlackBag dopo l'acquisto dell'azienda.
Sempre per quanto riguarda l'estrazione di dati, troviamo Magnet Axiom e Magnet Axiom Cloud, prodotti da Magnet Forensics che ha sedi in Canada e negli Stati Uniti, e Cognitech, che offre strumenti per elaborare e analizzare video ripresi dalle telecamere a circuito chiuso o da telefoni e dispositivi portatili. L'Italia è presente con SecurCube e il suo prodotto Bts Tracker che offre un sistema di monitoraggio delle frequenze radio, capace di individuare la posizione e l'area coperta dalle celle telefoniche. È uno strumento utile nelle indagini di polizia ma che in realtà potrebbe essere usato anche per individuare la posizione di persone che usano sistemi per potenziare il segnale cellulare, ad esempio nelle cantine o nelle stanze dove arriva poco segnale.
Nel budget sono inclusi diversi strumenti prodotti dall'azienda svedese Micro Systemation Ab (Msab). Il software Xry permette di bypassare le password di protezione degli smartphone, estrarre e analizzare i contatti, le foto, i documenti, le chat e ogni altra informazione presente sul dispositivo. Il software Xry Cloud permette di copiare dati salvati in remoto su cloud come Dropbox o Google Drive, ma anche di scaricare tutte le chat di Facebook e altri social network, senza che sia necessario essere in possesso dello smartphone dell'indagato.
"Il problema centrale è che, a seconda di come questa funzione viene implementata, questa tecnologia potrebbe consentire alle forze dell'ordine di intercettare gli account online delle persone dopo che il loro telefono è stato restituito, a loro insaputa" ha spiegato John Scott-Railton, ricercatore del Citizen Lab, un gruppo di ricerca che analizza e monitora le tecnologie di sorveglianza. Uno dei rischi, secondo Scott-Railton, è che questo tipo di tecnologia "finisca per essere usata a fianco della tortura e di altre gravi violazioni dei diritti umani", anche se non ci sono prove che tutte le tecnologie incluse nei documenti del budget siano al momento utilizzate in Myanmar.
Un altro caso simile è quello dell'azienda statunitense Oxygen forensics che ha la capacità di acquisire dati da migliaia di dispositivi diversi, inclusi quelli protetti da password. Rispondendo alle nostre domande, l'azienda ha confermato la vendita di una licenza, con fatture registrate nel 2019 e nel 2020. Il direttore generale dell'azienda, Lee Reiber, ha ribadito che l'azienda ha rigide misure di controllo per valutare gli acquirenti, misure che l'azienda richiede che siano adottate anche dai propri partner sparsi in tutto il mondo.
In questo e in altri casi sarebbe coinvolta sempre l'azienda birmana MySpace International, la stessa che aveva importato il software di Cellebrite nel caso dei giornalisti di Reuters. L'azienda si sarebbe aggiudicata bandi per dispositivi di cybersicurezza, come sistemi di prevenzione di attacchi informatici contro i siti web e di scansione della rete, ma anche per tecnologie forensi. Un bando di gara che risale all'ottobre 2020 riguarda tecnologie di BlackBag e Msab ed è stato pubblicato sul sito del Bureau of Special Investigation, i servizi di intelligence nazionali del Myanmar. I prodotti indicati corrispondono a quelli presenti nei documenti di budget del Moha per gli anni 2020-2021. Il documento dell'aggiudicazione è stato caricato online a gennaio 2021.
MySpace International ricopre un ruolo importante nel collegare le aziende occidentali al Myanmar, come dimostrano pagine web archiviate del loro sito ora non più raggiungibile. Nella pagina dei fornitori, MySpace International annovera infatti Msab, Cellebrite, e BlackBag.
Nel caso di Msab, Mike Dickinson, responsabile dello sviluppo aziendale, ha dichiarato che dopo il golpe l'azienda "ha interrotto tutte le vendite al Myanmar". Un portavoce di Cellebrite ha dichiarato: "dal momento che Cellebrite non vendiamo a paesi sanzionati dai governi di Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito o Israele". E ha aggiunto inoltre che "nel periodo in cui Cellebrite ha venduto al Myanmar, prima del 2018, non era affiliata a MySpace International. Lo stesso vale per BlackBag".
La maggior parte di queste tecnologie può essere usata per aiutare la polizia durante le indagini ma, allo stesso tempo, può diventare un'arma fondamentale anche per reprimere il dissenso.
Alcune persone che sono state catturate dalla giunta militare confermano che spesso insieme agli smartphone vengono richieste anche le password dei dispositivi. In alcuni casi le persone fermate hanno dovuto sbloccare i propri smartphone e lasciarli controllare. "Ci hanno chiesto di aprire i telefoni, di inserire le nostre password e di andare sul messenger di Facebook. Se erano presenti chat di gruppo, ci hanno chiesto in dettaglio se conoscessimo le persone lì presenti", ha raccontato una persona fermata in Myanmar che ha richiesto di rimanere anonima per paura di ritorsioni.
A volte gli smartphone sono stati requisiti e restituiti solo in un secondo momento, dopo forti pressioni alla polizia. In un caso, secondo quanto riportato dai giornali locali, una persona sarebbe stata arrestata per il materiale rinvenuto sul suo smartphone dopo che era stato confiscato dalla polizia.
Il timore di essere in uno stato di sorveglianza perenne induce anche la paranoia nella popolazione. In alcuni casi, quelli che sembrano arresti inspiegabili potrebbero essere in realtà collegati a informazioni presenti sulle dirette Facebook con le quali gli attivisti diffondono e monitorano l'evolversi delle proteste: piccoli dettagli presenti nell'inquadratura possono effettivamente permettere di identificare l'area in cui ci si trova. "Non uso più la stessa carta sim e ho anche ripristinato il telefono allo stato di fabbrica - racconta un'altra persona fermata durante le proteste. Ora uso solo il computer per andare online, con quello stesso telefono uso solo il WiFi".
La storia recente del Myanmar è costellata di abusi e violenze ma, malgrado l'embargo in vigore aggiornato dall'Unione europea nel 2018, e nonostante la persecuzione dei giornalisti nel 2017 e un genocidio tuttora in corso, le aziende occidentali sembrano disposte a ricoprire il ruolo di attore principale nell'espansione della sorveglianza birmana. Un'espansione che in parte potrebbe beneficiare anche dei fondi pubblici dell'Unione Europea, utilizzati per sviluppare alcuni degli strumenti che potrebbero essere finiti nelle mani del regime militare.
Tra le aziende presenti nel budget che hanno ricevuto fondi europei troviamo la bielorussa Adani e la tedesca Qiagen. Entrambe presenti nel budget del Moha per gli anni 2019-2020. Qiagen ha confermato a The Intercept la vendita di due prodotti nel 2019 che sono utilizzati nelle attività forensi per la frantumazione di campioni, come ossa e denti per l'analisi del Dna. Queste tecnologie non sono soggette a restrizioni, secondo verifiche effettuate dall'autorità tedesca. L'azienda ha ricevuto circa 500mila euro tra il 2013 e 2015 nel progetto europeo Misafe, finanziato con i fondi europei del Fp7 Security. Adani invece offre scanner a raggi X e sistemi intelligenti per monitorare oggetti sospetti nascosti sul corpo delle persone. Nel budget sono inclusi anche software per il rilevamento di armi, sostanze stupefacenti ed esplosivi. Adani ha ricevuto circa 450mila euro di fondi europei tra il 2016 e il 2019 come membro nel progetto Mesmerise.
La svedese Msab fa parte del consorzio che si è aggiudicato quasi 7 milioni di euro per il progetto Formobile, iniziato a maggio 2019. Lo scopo è di creare nuovi strumenti per l'acquisizione di dati precedentemente non disponibili, sbloccare gli smartphone, e produrre un nuovo standard di mobile forensics in collaborazione con le forze dell'ordine. I fondi europei hanno l'obiettivo di potenziare le capacità di estrazione dei dati soprattutto da telefoni contraffatti prodotti in Asia, poiché questi dispositivi presentano una sfida per la polizia europea abituata a lavorare con telefoni standard iOS e Android. Come spiegato a The Intercept da Christian Hummert, un ricercatore forense e coordinatore del progetto Formobile, la maggior parte dei risultati del progetto finirà direttamente nei prodotti di Msab. Inoltre, la ricerca del progetto punta ad aggiungere nuove capacità al sistema di estrazione per i dati dal cloud.
La giunta militare continua a essere un'ombra presente in ogni diramazione del governo e l'esercito, come ha sottolineato l'Onu, si è macchiato di "uccisioni, stupri e stupri di gruppo, torture, spostamenti forzati e altre gravi violazioni dei diritti" nei confronti della popolazione Rohingya. È difficile comprendere quindi come alcune aziende abbiano potuto far finta di nulla di fronte a questi gravi segnali, negando la responsabilità che deriva dall'esportazione di tali tecnologie. In generale, "la responsabilità delle aziende è di essere trasparenti sulle capacità e sui danni potenziali, incluse le misure che adottano per prevenire e ridurre questi danni" ha spiegato Natalia Krapiva, consulente legale dell'associazione Access Now.
L'Unione Europea ha ampliato l'embargo nei confronti del Myanmar nel 2018, aggiungendo a fianco dei beni a duplice uso anche quelle tecnologie e strumenti che possono facilitare il monitoraggio delle comunicazioni e di internet favorendo così la repressione interna.
Abbiamo contattato una portavoce della direzione generale per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l'unione dei mercati dei capitali della Commissione europea. Secondo lei, gli strumenti per l'estrazione di dati dal cloud potrebbero essere considerati un'apparecchiatura che rientra nell'embargo, "soggetta a una valutazione caso per caso". Inoltre sono sottoposti all'embargo anche strumenti per il monitoraggio delle radiofrequenze, come il prodotto dell'italiana SecurCube. La decisione finale, però, sottolineano dalla Commissione, è nelle mani delle autorità nazionali degli stati membri che si occupano di monitorare l'export di queste tecnologie. SecurCube ha dichiarato al Manifesto di non aver mai venduto direttamente all'esercito del Myanmar ma ha ammesso che alcuni suoi rivenditori sparsi per il mondo potrebbero averlo fatto. Sono dichiarazioni che sollevano ulteriori dubbi sull'effettivo controllo che queste aziende esercitano nei confronti dei propri rivenditori. Abbiamo inviato una richiesta di commento a SecurCube per capire se sia stata aperta un'indagine interna sui propri rivenditori, ma al momento della pubblicazione di questo articolo non abbiamo ricevuto risposte. Allo stesso modo, richieste di chiarimenti inviate al ministero degli Affari Esteri, l'autorità italiana che monitora l'export di queste tecnologie, non hanno trovato risposta.
Il testo del regolamento europeo è parecchio chiaro sull'approccio che le autorità nazionali dovrebbero seguire: se ci sono "ragionevoli motivi per determinare che l'attrezzatura, la tecnologia o il software in questione sarebbero usati per la repressione interna dal governo di Myanmar, da enti pubblici, società o agenzie, o da qualsiasi persona o entità che agisce per loro conto o sotto la loro direzione", le tecnologie non dovrebbero essere esportate. "Leggendo il testo dell'embargo si deduce che copre tecnologie che potrebbero essere usate per l'oppressione interna e fondamentalmente tutto ciò che va ai militari o ai paramilitari - e questo rende l'embargo estremamente ampio", ha spiegato Pieter D. Wezeman, ricercatore dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Gli strumenti tecnologici permettono di penetrare nella vita digitale di attivisti e cittadini e "sfortunatamente, sappiamo da altri casi documentati (per esempio Cellebrite) che quando i regimi autoritari mettono le mani su queste tecnologie le usano per permettere ulteriori abusi dei diritti umani" ha concluso Scott-Railton.
Corriere Salentino, 14 giugno 2021
Detenuto vince ricorso e ottiene risarcimento. Nel periodo di detenzione trascorso nel carcere di Lecce ha lavorato come barbiere, inserviente in cucina, aiuto cuciniere e cuciniere, ma reputava di non aver percepito una somma adeguata al lavoro svolto e alle sue mansioni. Così ha presentato ricorso contro il Ministero della Giustizia, riuscendo a spuntarla.
Il giudice del lavoro del Tribunale di Lecce, Maria Immacolata Stapane, ha condannato il Ministero al pagamento dell'importo dovuto ad un 56enne, detenuto nella casa circondariale di Borgo San Nicola. All'interno della struttura, durante il periodo di detenzione, l'uomo aveva lavorato svolgendo varie mansioni nel periodo compreso tra il novembre 2006 e settembre 2010, percependo il pagamento di stipendio con regolare busta paga.
Nel confrontare le cifre percepite con quelle previste dai CCNL di categoria, però, è emerso che lo stipendio ricevuto fosse inferiore a quello dovuto. Per questo motivo, l'uomo, tramite il suo avvocato Selene Mariano, ha deciso di fare ricorso al giudice competente in materia, chiedendo al Ministero della Giustizia il pagamento di una somma di oltre 23mila euro per compensare quanto non gli fosse stato concesso, tra differenze retributive e contributive e altre spese.
Il Ministero, tramite l'avvocato dello Stato, Antonella Roberti, ha risposto chiedendo che il ricorso venisse respinto in via preliminare in quanto si fossero superati i termini relativi al periodo di prescrizione. Il giudice, però, ha rigettato questa motivazione, perché ha ritenuto che la richiesta sia stata presentata entro i termini quinquennali dalla cessazione del rapporto di lavoro, e, valutando tutti gli elementi del caso specifico e le memorie presentate dal detenuto, ha ritenuto di accogliere il ricorso di quest'ultimo ricalcolando la cifra dovuta.
Nella sentenza, infatti, il Ministero è stato condannato a pagare una cifra di 7.537,44 euro, che compensano le differenze retributive e anche quelle relative al Tfr riscontrate, oltre alla valutazione monetaria o gli interessi legali, fino a quando non sarà regolarizzata anche la posizione contributiva. A queste si aggiunge anche il pagamento delle spese legali, quantificate nella somma di 2mila euro.
di Annapaola Laldi
aduc.it, 13 giugno 2021
Come è noto, l'articolo 27 della Costituzione si occupa della responsabilità penale delle persone e del modo in cui si devono far scontare le pene irrogate.
Vale la pena riportarlo per intero: "La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte".
di Armando Mannino
Il Riformista, 13 giugno 2021
È stata pubblicata la relazione della Commissione ministeriale, costituita dalla ministra Cartabia e presieduta dal prof. Massimo Luciani, incaricata di predisporre le proposte di riforma dell'ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura (Csm). I suoi contenuti erano stati già oggetto di sommaria discussione nell'incontro svoltosi la settimana scorsa presso la commissione Giustizia della Camera dei deputati tra il ministro stesso e gli esponenti dei partiti di maggioranza.
di Francesco Viviano
Quotidiano del Sud, 13 giugno 2021
Dopo certi scandali qualunque ente pubblico sarebbe commissariato, mentre i palazzi di giustizia ne escono indenni. Dopo le rivelazioni di Amara e Palamara, attesa per le dichiarazioni di Montante, ex vice di Confindustria. Se in una Asl, in un piccolo Comune, in una Regione, in una Provincia, in qualunque ente pubblico avvengono, accertate o sospettate, irregolarità, anche penali, che si fa? Vengono commissariati. Sono centinaia in Italia i Commissari di vari enti pubblici e privati, aziende piccole e grandi che vengono affidate ad amministratori giudiziari. Ma se tutte queste magagne, intrallazzi e anche reati penali accadono nei palazzi di giustizia, ma soprattutto al Consiglio superiore della magistratura, che succede? Niente o quasi. Qualche espulsione, qualche altro provvedimento disciplinare che quasi sempre viene aggirato con varie formule, molte con l'anticipata pensione dei magistrati coinvolti, nei confronti dei quali si interrompe la cosiddetta "azione disciplinare".
di Lirio Abbate
L'Espresso, 13 giugno 2021
Con la cancellazione dell'ergastolo ostativo ai mafiosi, molti killer condannati definitivamente che non hanno collaborato con la giustizia pensano di poter lasciare il carcere. La sera dell'arresto di Giovanni Brusca i poliziotti che lo portano negli uffici della Squadra mobile a Palermo perdono le chiavi delle sue manette. Non si trovano. O forse nessuno ha voglia di trovarle.
- L'avvocato Naso: "La politica abbia la schiena dritta contro lo strapotere della magistratura"
- Sardegna. Minori e detenuti senza un Garante
- La riforma del civile limita il diritto di difesa e crea una giustizia di serie A e B
- Genova. Detenuto morto, la prova del luminol non chiarisce i dubbi
- Veneto. A Padova e Belluno terapia in carcere per gli autori di femminicidio










