ilcaudino.it, 5 maggio 2021
Il Garante regionale Ciambriello denuncia: "Nel carcere minorile negato diritto allo studio". "Sono grato all'amministratore dell'ASL di Benevento per il fatto che per i detenuti del carcere di Benevento abbia utilizzato la monodose. Accompagnato dal direttore Gianfranco Marcello, ho assistito personalmente alle prime vaccinazioni e ho potuto anche apprezzare la maturità e la responsabilità dei detenuti per come stanno vivendo questo periodo di emergenza causato dal Covid.
Ho incontrato anche un detenuto in infermeria che aveva iniziato, sebbene malato, uno sciopero della fame di protesta, a suo dire, per la poca attenzione dei sanitari nei suoi confronti, che, dopo il colloquio con me, ha deciso di interrompere.
Così Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti all'uscita del carcere di Benevento dove sono iniziate oggi, e che continueranno nei prossimi giorni, le vaccinazioni a dose unica Johnson & Johnson per detenuti che volontariamente ne hanno fatto richiesta. Oggi il carcere di Benevento conta 358 detenuti, di cui 52 donne.
Il garante si e' poi recato nell'Istituto penale per minorenni di Airola per incontrare i ragazzi appena vaccinati, accompagnato dalla direttrice Marianna Adanti. Dopo la visita Ciambriello ha detto: "Ho trovato i ragazzi sereni e consapevoli del diritto - dovere della vaccinazione, che li rende anche piu' liberi all'interno dell'Istituto, nei colloqui con i familiari, per ottenere i permessi dalla magistratura competente e anche per poter iniziare un percorso di reinserimento sociale attraverso il lavoro all'esterno del carcere. Peccato per un grande neo, una grande ingiustizia: Il diritto allo studio per questi adolescenti a meta' e' negato.
I ragazzi mi hanno riferito che solo da 2 giorni hanno ripreso l'attivita' scolastica in presenza, e che gli insegnanti gli hanno annunciato che a causa del Covid, avrebbero perso l'anno scolastico. Eppure per questi ragazzi, che sono alunni BES (bisogni educativi speciali), bastava trovare la stessa soluzione e la stessa sensibilita' adottate per i reclusi del carcere minorile di Nisida, dove da gennaio fino ad adesso, compreso il periodo di zona rossa, gli insegnanti si sono recati nel carcere. Ma io mi chiedo perche' non e' stata effettuata la didattica a distanza per queste persone che hanno vissuto quindi una doppia reclusione?
Piu' che indignato, mi sento mortificato e corresponsabile di questa ingiustizia. Eppure proprio con queste giovani generazione le istituzioni ai vari livelli (in primis la scuola) dovrebbero fare un patto educativo per poterli cosi' allontanare concretamente dalla malavita e dal malaffare." Ad oggi nell'Istituto penale per minorenni di Airola ci sono 25 detenuti.
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 5 maggio 2021
I dati della polizia postale nella Giornata nazionale contro gli abusi sui minorenni. Il direttore Ciardi: "Adolescenti sempre più giovani si macchiano di reati di pedopornografia di solito imputati ad adulti". Maggiore utilizzo della Rete nel corso della pandemia, anche con le lezioni in video e in dad, nonché per mantenere il contatto con gli amici, e più alto il rischio di finire vittime di pedofili.
Secondo il Centro nazionale per il Contrasto alla pedopornografia online sono proprio i reati di sfruttamento sessuale dei minori commessi con social network, circuiti di file sharing e darknet quelli con gli aumenti percentuale più evidenti: +132% di casi trattati e +90% di indagati nel 2020, mentre già quest'anno il trend in non cala: fino ad aprile +70% di casi di pedopornografia e adescamento online rispetto all'anno precedente, con bimbi 0-9 anni agganciati su social, app di gioco e condotti "in relazioni tecnomediate di tipo abusante" da adulti senza scrupoli. In questo caso +372% per una fascia di età che dovrebbe essere invece sempre al sicuro, protetta dalla famiglia e guidata in ogni azione dalla supervisione adulta.
In questo senso, nella Giornata nazionale contro la pedofilia, anche il cyberbullismo subisce l'effetto di innesco della pandemia e registra nel primo quadrimestre 2021 un incremento delle denunce del 96% (116 le denunce del 2020 contro 228 quelle del 2021) con una crescita pari al 126% per i bambini di età inferiore ai 13 anni. Negli ultimi 5 anni (2016-2020) il numero complessivo dei minori denunciati per aver commesso reati online è cresciuto ad un ritmo vertiginoso, con un incremento percentuale pari al 213% (dai 75 casi del 2016 ai 235 del 2020). L'età media dei ragazzi accusati di reati gravi come la pedopornografia si è abbassata di un punto, passando dai 16 ai 15 anni nel 2020 ed è in crescita l'interessamento di ragazzi anche non ancora imputabili. Nel 91% dei casi sono maschi che contribuiscono a far circolare materiale pedopornografico e che entrano nel circuito penale minorile con un'etichetta grave.
Secondo il direttore del Servizio di polizia postale e delle comunicazioni Nunzia Ciardi "La pandemia ha investito le vite di tutti noi, ci ha cambiato profondamente in un tempo brevissimo. I bambini hanno subito uno stravolgimento del loro mondo: sono stati tutti obbligati ad avvicinarsi alle nuove tecnologie per poter seguire l'attività scolastica, mantenere i rapporti con i compagni, poter sentire vicini i nonni. Il bilancio che possiamo fare oggi non è purtroppo positivo: bambini sempre più piccoli sono vittime di varie forme di aggressione online, e adolescenti sempre più giovani si macchiano di reati di pedopornografia di solito imputati ad adulti, nessuna retrocessione del cyberbullismo e delle violenze online tra coetanei".
Più in generale +77% nel corso dell'anno passato di reati online in danno di bambini e ragazzi: pedopornografia, adescamento online e cyberbullismo ma anche estorsioni sessuali, revenge porn e truffe. "Per i più giovani socializzare, innamorarsi, litigare, partecipare alle lezioni passa, per un lungo anno, soprattutto attraverso smartphone, tablet e pc - spiegano gli investigatori -. Questo attrae l'attenzione di adulti interessati ad interazioni sessuali in rete con bambini e adolescenti ed aumenta la circolazione di immagini pedopornografiche".
"La noia, la mancanza di prospettive, l'isolamento sociale, la monotonia trovano in rete il modo di esplodere in casi di diffamazioni e dispetti in rete tra coetanei - aggiungono - senza contare l'influenza esercitata da un approccio sempre più precoce e massiccio alle nuove tecnologie, ai social, alla messaggistica rivela il suo lato oscuro anche in riferimento al rischio che i minori stessi siano autori di condotte gravi e lesive". Come gli adolescenti "che fanno circolare immagini sessuali di ex-fidanzatine, si scambiano file pornografici e immagini di abusi sessuali di minori, insultano e denigrano compagni e conoscenti".
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 5 maggio 2021
Irlanda del Nord, il 5 maggio 1981 il deputato 27enne divenuto il simbolo della lotta per l'Indipendenza moriva in carcere dopo 66 giorni di sciopero della fame. La ferita, che sembrava rimarginata alla fine di una guerra civile costata più di tremila vite, ora torna a riaprirsi. "Il sogno di Bobby continua e continua la lotta delle forze repubblicane per un'Irlanda unita, libera e egualitaria". Mary Lou McDonald, leader dello Sinn Fein, il partito che si batte per la riunificazione dell'Irlanda britannica con quella già indipendente da un secolo, ricorda con queste parole la morte di Bobby Sands, il più celebre militante dell'Ira, l'Irish Republican Army, ovvero l'esercito clandestino che ha combattuto contro gli unionisti fedeli alla corona inglese nei trent'anni di guerra civile in Irlanda del Nord.
Il 5 maggio 1981 Sands morì dopo 66 giorni di sciopero della fame nel "Maze", il labirinto, com'era soprannominata la prigione di massima sicurezza di Belfast in cui erano rinchiusi i detenuti dell'Ira. Nei suoi confronti c'era una condanna a 14 anni di carcere per porto d'armi e prima ancora una lunga serie di accuse per partecipazione ad attentati. Aveva appena 27 anni ed era stato da poco eletto deputato del parlamento britannico in rappresentanza dell'Irlanda del Nord, un seggio che non avrebbe occupato nemmeno se fosse stato libero.
Insieme a lui persero la vita nello sciopero della fame, dichiarato contro le condizioni in cui erano tenuti prigionieri i militanti, altri nove attivisti dell'Ira incarcerati a Belfast. Una protesta entrata nella storia dell'Irlanda del Nord e che ha fatto di Bobby Sands il simbolo più potente della lotta per l'indipendenza nord-irlandese, come testimonia il grande murale che lo raffigura su una parte vicino al muro che divide ancora in due il capoluogo della regione, da una parte i cattolici repubblicani indipendentisti, dall'altra i protestanti monarchici che vogliono restare parte del Regno Unito.
Una veglia funebre davanti al monumento di Bobby a Belfast ricorderà stamane il momento del suo ultimo respiro, con la partecipazione dei più alti rappresentanti dello Sinn Fein, il partito che è stato il braccio politico dell'Ira durante i Troubles, come viene ricordato il lungo periodo della guerra civile, in cui hanno perso la vita più di 3 mila persone e ci sono stati decine di migliaia di feriti. La ferita sembrava rimarginata dagli accordi di pace del 1998, che avevano fatto scomparire il confine fra le due Irlande, dando l'illusione che il problema non esistesse più, o potesse essere rinviato a una data lontanissima, grazie al fatto che l'Irlanda repubblicana e il Regno Unito con l'Irlanda del nord britannica facevano entrambe parte dell'Unione Europea. Ma è stata riaperta dalla Brexit, che per non ricreare una frontiera tra le due Irlande ne ha costruita una commerciale fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, facendo risorgere le violenze nell'isola.
A rammentare che il passato, in Irlanda, non è mai veramente passato, ha contribuito la sentenza arrivata ieri da un tribunale britannico che assolve due ex-parà britannici dall'omicidio di un militante dell'Ira. Ma è al futuro che ora guardano gli indipendentisti nord-irlandesi, un futuro non più tanto distante: crescono demograficamente, ormai sono più numerosi dei protestanti unionisti e i sondaggi predicono un referendum per la riunificazione dell'isola entro dieci anni. La Brexit ha fatto un favore postumo ai seguaci di Bobby Sands. "La nostra vendetta saranno le risate dei bambini", afferma una delle poesie da lui scritte in carcere prima di morire. Ma c'è il timore di altre lacrime e altro sangue prima che il suo sogno possa realizzarsi.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 5 maggio 2021
Carlotta Sami dell'Unhcr: "Arrivi totali in Europa in calo dal 2015, ma nei primi mesi del 2021 sono sbarcati in Italia in 10.400. Persone in fuga da prigionia e brutalità su imbarcazioni non sicure. La comunità internazionale deve fare di più". Almeno 500 persone sono morte dall'inizio dell'anno mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo centrale per scappare dall'Africa e raggiungere l'Europa. Le vittime sono più del triplo rispetto allo stesso periodo del 2020, quando si registrarono 150 morti. L'incidente più grave di quest'anno è avvenuto il 22 aprile: un naufragio che ha causato la morte di 130 persone. Lo riferiscono fonti dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr).
"Siamo profondamente preoccupati per il bilancio delle vittime. Questa tragica perdita di vite umane sottolinea ancora una volta la necessità di ristabilire un sistema di operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale coordinato dagli Stati", ha detto Carlotta Sami, portavoce Unhcr, che ha partecipato al briefing alla stampa del Palais des Nations di Ginevra dal porto di Trapani dove circa 455 persone sono sbarcate dalla nave della Ong tedesca Sea Watch che ha ottenuto l'assegnazione di un porto sicuro dopo i salvataggi in mare. Quattrocentocinquanta persone, tra cui circa 180 bambini. Dopo i tamponi, saranno trasbordati sulla nave 'Splendid', al largo di Trapani, per la quarantena.
"Mentre gli arrivi totali in Europa sono in calo dal 2015, gli ultimi sbarchi portano il numero di arrivi via mare in Italia nel 2021 a oltre 10.400, un aumento di oltre il 170 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020", ha spiegato ancora Sami. "Dalle prime ore di sabato 1 maggio sono sbarcate in Italia circa 1.500 persone soccorse dalla Guardia costiera italiana e dalla Guardia di finanza o da Ong internazionali nel Mediterraneo centrale. La maggior parte delle persone arrivate è partita dalla Libia a bordo di imbarcazioni fragili e non sicure e ha lanciato ripetute richieste di soccorso", aggiunge.
"Unhcr era presente agli sbarchi. Abbiamo notato un'alta presenza di bambini e ragazzi, molti dei quali non accompagnati. La maggior parte delle persone arrivate proviene dal Mali e dal Sahel/Africa occidentale, dall'Eritrea e dal Nord Africa. Le ragioni di questi movimenti sono complesse - racconta Sami - Molti fuggono dalla guerra e dai conflitti, altri dalle persecuzioni, diventano vittime dei trafficanti e vengono venduti come merce. Tuttavia, i movimenti verso l'Europa rappresentano solo la punta dell'iceberg, l'80% delle persone che sono costrette a fuggire rimangono nella loro regione d'origine".
L'Unchr elogia l'Italia "per aver tenuto aperti i suoi porti durante la pandemia". "È tuttavia urgentemente necessaria la solidarietà degli altri Stati membri dell'Ue, poiché il deteriorarsi della situazione in Libia continuerà a costringere le persone a ricorrere a misure disperate per cercare sicurezza." L'Unhcr "sta lavorando con i suoi partner e con il governo italiano nei porti di sbarco per aiutare ad identificare le vulnerabilità tra coloro che sono arrivati e per sostenere il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo. Questa è una priorità chiave, poiché troppi fra coloro che tentano di raggiungere l'Europa hanno subito violenze e abusi indicibili lungo il loro viaggio: prigionia, brutalità inflitte, traumi con conseguenti gravi problemi di salute mentale".
"Sollecitiamo la comunità internazionale a fare di più per rafforzare la protezione delle persone che viaggiano lungo questa rotta - conclude Sami - e per fornire alternative sicure a questi viaggi pericolosi e disperati. I percorsi legali come i corridoi umanitari, le evacuazioni, il reinsediamento e il ricongiungimento familiare devono essere ampliati. Per le persone che non hanno bisogno di protezione internazionale, devono essere trovate soluzioni nel rispetto della loro dignità e dei diritti umani''.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 5 maggio 2021
Se si pone l'alterazione psichica a movente del reato, si riconduce la violenza nell'ambito unicamente individuale, cancellando la importante componente sistemica. In Francia è sotto accusa la legge che stabilisce la non responsabilità penale per autori di reato che abbiano agito in condizioni di incapacità di intendere e volere (per alterazione psichica dovuta a malattia mentale o a ingestione di sostanze psicoattive). La polemica infuria su un delitto particolarmente efferato: nel 2017, Kobili Trahoré picchiò a morte e scaraventò dalla finestra una inerme direttrice di asilo in pensione, Sarah Halimi, sua vicina di casa ebrea, al grido di Allah u Akbar. Kobili Trahoré, è stato però ritenuto dalla giustizia francese non imputabile perché affetto da "psicosi delirante acuta" dovuta all'assunzione di hashish. Indignata è la denuncia di Bernard Henri Levy (Repubblica, 26 aprile) che scrive: "siamo in un paese in cui un uomo che getta il suo cane dal quarto piano viene condannato a un anno di prigione, ma se massacra una vecchia signora ebrea non può essere processato".
Dunque, è l'orrore di quel "massacro" unito all'altro orrore, del movente di odio antisemita, a scuotere le coscienze. In Italia, un turbamento simile ha suscitato qualche mese fa l'uxoricida di Brescia, assolto in primo grado per incapacità di intendere e volere in quanto affetto da "disturbo delirante di gelosia". L'incapacità di intendere e volere è un escamotage della giustizia a favore dei colpevoli per chiudere gli occhi di fronte all'antisemitismo o al femminicidio? È una scusante offerta al colpevole che aggrava l'offesa alla vittima? Sono domande in linea con gli umori prevalenti, bisogna vedere se sono quelle giuste.
Pur non conoscendo i particolari della sentenza francese, la "psicosi delirante acuta" da hashish invocata dai giudici ricorda tanto la famosa propaganda anti marijuana degli anni trenta di Harry Anslinger, di cui uno dei leit motiv era appunto: dopo uno spinello potresti uccidere tuo fratello. Nel caso italiano, l'idea dei giudici italiani che il "disturbo delirante di gelosia" escluda la definizione di femminicidio non sta in piedi. Il disturbo psichico non altera il fatto che la persona viva in un contesto di codice patriarcale in cui la gelosia legittima la violenza nei confronti della donna per riaffermarne il possesso. In altri termini il "delirio" non altera il significato, individuale e sociale, della gelosia come movente. Lo stesso vale per l'assassino di Sarah Halimi: il "delirio" invocato dai giudici non cancella il movente dell'odio antisemita.
Se si pone l'alterazione psichica a movente del reato, si riconduce la violenza nell'ambito unicamente individuale, cancellando la importante componente sistemica, in questo caso dell'antisemitismo. Da qui la ingiustizia percepita, aggravata dal fatto che il colpevole viene esonerato dalla sanzione, il che rischia di essere interpretato come negazione dell'antisemitismo. Anche i colpevoli hanno molto da perdere: privarli della responsabilità delle loro azioni significa negare loro la soggettività, "confinandoli in una condizione di non-persona", come ha scritto di recente Maria Grazia Giammarinaro.
Il 12 maggio sarà presentata alla Camera dei Deputati una proposta di legge, n. 2939, a firma Riccardo Magi, per superare la non imputabilità per vizio di mente e prefigurare misure alternative alla detenzione per curare le persone con disturbi mentali. Nel Manifesto a sostegno della proposta, frutto del lavoro di molte associazioni, se ne ribadisce il senso: "Scegliamo la via del giudizio per le persone affette da gravi disabilità psicosociali, non per arrivare a una pena dura o esemplare, ma per riconoscere la loro dignità di soggetti, restituendo la responsabilità - e con ciò la possibilità di comprensione - delle loro azioni; e risparmiando lo stigma che il verdetto di incapacità di intendere e volere e l'internamento recano con sé".
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 5 maggio 2021
I governi europei in gara tra loro per firmare contratti miliardari con l'Egitto: dai caccia ai sottomarini, dalle fregate ai missili. Aumentando il potere dell'apparato militare del Cairo. E' una gara soprattutto tra europei, con Francia, Germania e Italia che sgomitano per arrivare primi nella grande corsa agli armamenti egiziana. L'America si è fatta da parte e solo la Russia sembra capace di prendere parte alla sfida. In palio ci sono contratti di valore stratosferico, inferiori solo a quelli assegnati dall'Arabia Saudita. La spesa militare del Cairo negli ultimi cinque anni infatti è più che raddoppiata: tra il 2016 e il 2020 gli investimenti sono aumentati del 136 per cento, finanziando l'acquisto di tecnologie avanzate e i piani per costruire un'industria bellica locale dominata dai generali. Nessuno dei governi occidentali ha minimamente tenuto presente la questione dei diritti umani: il dramma degli attivisti rinchiusi in carcere con accuse pretestuose, come Patrick Zaki, o le responsabilità degli apparati egiziani nell'omicidio di Giulio Regeni sono state ignorate nel momento di sottoscrivere commesse a nove zeri.
L'ultima è quella di Parigi, che ha annunciato la vendita di trenta caccia Rafale. "Un successo cruciale - ha commentato su Twitter la ministra Florence Parly - che garantirà settemila posti di lavoro nei prossimi tre anni". "Firmando un mega contratto con al Sisi mentre spiana i diritti umani - ha replicato Benedicte Jeannerod, direttrice di Human Rights Watch - la Francia incoraggia questa spietata repressione". Lo Stato francese ha finanziato l'operazione con un prestito decennale: gli importi non sono stati comunicati ma si parla di 3,75 miliardi di euro, che saranno restituiti in più rate a un pool di banche. Gli aerei si aggiungeranno ai 24 dello stesso modello, frutto di un accordo risalente al 2015. Assieme ai velivoli, stando alle fonti egiziane, ci saranno le armi più moderne: missili aria-aria Mica Ng e Meteor, costruiti dal consorzio europeo Mbda per un valore di altri duecento milioni.
La flotta del faraone - Lo scorso 18 aprile nelle acque di Alessandria c'è stata l'esibizione muscolare dello shopping di Al Sisi: una colossale parata navale, per mostrare la potenza della nuova flotta egiziana. In prima fila le due fregate Fremm made in Italy. Il governo Conte le ha passate direttamente dai ranghi della nostra Marina: per 991 milioni sono state fornite due navi pronte al combattimento, con la dotazione completa di radar, missili, cannoni, siluri, ricambi e munizioni. Nel pacchetto abbiamo incluso persino un assortimento di piccoli droni, alcuni volanti e altri naviganti. Anche in questo caso, la trattativa è rimasta nell'ombra praticamente fino al momento della consegna: soltanto la relazione annuale sull'export bellico ha permesso di conoscere cifre e dettagli. Aprendo un piccolo mistero. Inizialmente si era parlato di una commessa da 1.200 milioni. Si è ridotta strada facendo o i trecento milioni di differenza sono stati destinati ad altre mercanzie militari? Più fonti hanno parlato della vendita da parte di Leonardo di 24 elicotteri Aw149 e 8 Aw189: circolano anche foto di questi mezzi con i colori egiziani, ma l'opacità dei documenti ufficiali impedisce di fare chiarezza.
Deutche uber alles - Le immagini della parata navale testimoniano la volontà di uguagliare i fasti dei faraoni, mostrando una flotta capace di dominare il Mediterraneo orientale fronteggiando l'espansione turca. E subito dietro le Fremm italiane c'erano tre sottomarini realizzati dai cantieri tedeschi: un quarto sta venendo completato nell'impianto di Kiel e sarà pronto tra pochi mesi. Sono figli di un contrattone voluto da Angela Merkel nel 2015, poi integrato nel corso degli anni: i quattro battelli del modello 209/1400 hanno equipaggiamenti elettronici allo stato dell'arte e dovrebbe poter lanciare missili americani Harpoon restando in immersione. Il costo resta imprecisato, ma è sicuramente superiore a un miliardo di euro.
In teoria, la Germania ha le regole più rigorose nell'esportazione bellica. E infatti dal 2018 ha bloccato le vendite all'Arabia Saudita perché le sue forze armate sono impegnate nella guerra civile yemenita. Nello scorso novembre però dieci navi ordinate dalla monarchia saudita ai cantieri Lurssen - valore 130 milioni - sono state girate all'Egitto. Si tratta di pattugliatori per il controllo delle coste: mezzi acquistati proprio in vista dell'impiego in Yemen, dove le milizie filo-iraniane Houthi lanciano frequenti incursioni dal mare. L'opposizione tedesca ha criticato la transazione, temendo che comunque le navi finiranno per prendere parte al conflitto. E diversi analisti internazionali sostengono che comunque queste potenti vedette sarebbero state gestite dagli egiziani, visto che i sauditi non hanno personale sufficiente per mandare avanti tutti gli strumenti militari che acquistano. In sostanza cambia solo la bandiera, non la destinazione finale. Dimostrando quanto sia forte l'ipocrisia nell'export bellico.
Meno chiara la sorte delle corvette Meko 200, un altro dei best seller dell'industria tedesca. Berlino nell'autunno 2018 ha annunciato di averne vendute ben sei alla marina di Al Sisi, per un importo di due miliardi e 300 milioni; poi il numero è stato ridotto a quattro e quindi l'intera questione si è inabissata. Nello scorso settembre però i Cantieri di Alessandria, interamente posseduti dal ministero della Difesa, hanno comunicato di avere cominciato la costruzione della prima Meko 200. Quindi l'operazione sembra essere proseguita, prevedendo però di realizzare le corvette in patria. In questo modo il sistema di potere del Cairo ne ha un duplice vantaggio: non solo accresce le sue forze armate, ma aumenta il radicamento della rete di imprese e affari nelle mani della nomenclatura militare.
L'alternativa russa - Lo show della flotta comprendeva altri prodotti francesi. Sono le corvette Gowind, tre delle quali allestite dagli stessi Cantieri di Alessandria. In questo caso, l'operazione ha fruttato all'industria transalpina un miliardo e 400 milioni, inclusi ovviamente missili, radar e sonar mentre i cannoni sono gli Oto Melara italiana. E davanti ad Al Sisi ha sfilato anche la fregata "Tahya Misr" ossia "Lunga vita all'Egitto": inizialmente si chiamava "Normandie", ma è stata passata dalla marina di Parigi al Cairo nel 2015, parte dell'accordo da cinque miliardi di euro che comprendeva i primi 24 aerei da caccia Rafale. Pure le due navi portaelicotteri Mistral - somiglianti a portaerei in scala minore - vengono dalla Francia: originariamente erano state realizzate per la Russia, unico caso di navi da guerra europee acquistate da Mosca, ma l'occupazione della Crimea ha paralizzato la cessione. Allora si è fatto avanti l'Egitto e le ha ottenute per un miliardo d'euro, un prezzo d'occasione. I russi in fondo sono stati contenti, perché sono riusciti a piazzare al Cairo gli elicotteri da combattimento previsti per quelle unità: ben 46 Kamov Ka-52, subito ribattezzati "Coccodrilli del Nilo".
In questa inesauribile corsa agli acquisti, i generali egiziani sono sempre pronti a guardare a Mosca. Così dal 2013 sono arrivati 44 Mig 29 M, l'ultima versione del cacciabombardiere russo, e batterie di missili terra-aria S-300. Poi lo scorso anno di fronte alle resistenze statunitense di fornire aerei moderni come l'F-35, hanno speso due miliardi di dollari per ordinare 24 Sukhoi Su-35, il più potente velivolo russo. Adesso, la prima linea dell'aviazione schiera caccia francesi, russi e F-16 americani: una scelta che complica l'addestramento dei piloti e i costi di manutenzione, ma dà la certezza che nessun embargo potrà fermare le squadriglie del Cairo, visto che ci sarà sempre modo di trovare un Paese amico disposto ad aiutarlo.
Shopping compulsivo - La frenesia egiziana nel fare incetta di armamenti non conosce limiti. Grande sorpresa ha destato la scorsa estate la decisione di comprare dalla Grecia cento veicoli blindati di terza mano: cingolati BMP-1, prodotti dall'Unione sovietica per la DDR e regalati da Berlino ad Atene dopo la caduta del Muro. Difficile capire a cosa servano macchinari così vetusti, visto che il Cairo dispone di mezzi molto più evoluti. Un'ipotesi è che siano destinati all'Uganda: uno strumento per la politica estera africana del nuovo Faraone. Anche in questo caso, ci sono state critiche al governo di Berlino, che ha risposto di non potersi opporre: "Li abbiamo dati ai greci ventitré anni fa, non possiamo influire sulle loro decisioni".
Che si tratti di residuati bellici o di intercettori hitech, le capitali europee non hanno remore. Lo ha detto con chiarezza Emanuel Macron, rispondendo a una domanda sulla repressione dei diritti umani in Egitto: "Non subordinerò accordi di cooperazione economica e militare a questi contrasti". Per poi presentare la sua linea: "Penso che sia più efficace il dialogo che le sanzioni che ridurrebbero la capacità di uno dei nostri partner nella lotta al terrorismo e nella stabilità regionale". Sono più o meno gli stessi argomenti usati dal governo Conte per giustificare la vendita delle fregate, superando di colpo l'assenza di collaborazione per avere giustizia sull'uccisione di Giulio Regeni e la mobilitazione per la scarcerazione di Patrick Zaki.
Una realpolitik che privilegia la tutela dell'occupazione, permettendo a Fincantieri e Leonardo di aumentare il fatturato, e l'attenzione agli equilibri nel Mediterraneo orientale, dove le minacce di Erdogan alle concessioni petrolifere europee fanno più paura delle persecuzioni di Al Sisi. E la storia non è finita. Perché ci sono tante altre trattative aperte con il Cairo. In Germania, in Francia e pure in Italia. Se il decollo vincente dei caccia Rafale sembra cancellare l'ipotesi di piazzare gli Eurofighter, ci sono discorsi avviati per ulteriori fregate Fremm, per jet d'addestramento e persino per un satellite da spionaggio, tutto Made in Italy. Inutile aspettarsi trasparenza: se andranno in porto, si saprà a cose fatte. Anche nelle democrazie europee, i segreti del potere - quelli che nel medioevo si chiamavano "arcana imperii" - continuano a dominare le esportazioni di armamenti.
di Marco Patucchi
La Repubblica, 5 maggio 2021
Nel 2020 ci sono stati 1.270 decessi, quest'anno con l'economia ferma solo un lieve rallentamento. Ieri un uomo schiacciato dalla sua autocisterna. Natalino Albano si preparava a celebrare la sua prima Festa del Lavoro con un contratto stabile, conquistato da pochi mesi. Ma al Primo Maggio non c'è neanche arrivato: due giorni prima, nel porto di Taranto, è precipitato da venti metri di altezza mentre partecipava al carico di una pala eolica su un cargo. Più o meno nelle stesse ore, nel deposito Amazon di Alessandria, una trave ha travolto e ucciso un operaio. Dal Piemonte a Montebelluna, sempre giovedì scorso: un ventitreenne è morto sul colpo, investito da un'impalcatura. Tre vittime in un giorno, in perfetta media con la Spoon River italiana delle morti sul lavoro. Lunedì, poi, la vicenda straziante di Luana D'Orazio, mamma ventiduenne stritolata da un macchinario in una fabbrica di Prato. E ieri, ancora in provincia di Taranto, un trasportatore schiacciato dalla sua autocisterna.
"Un crimine di pace", lo ha definito il giudice Bruno Giordano, oggi magistrato di Cassazione e per vent'anni pretore, a Torino e a Milano, dei processi simbolo su quelle che un tempo venivano chiamate "morti bianche", come a voler ridimensionare l'incommensurabile dolore di una vita che se ne va. Di una donna o di un uomo che escono di casa la mattina per andare al lavoro (al lavoro, non in guerra) e non fanno ritorno. Così, snocciolare i numeri è quasi una bestemmia, perché la contabilità della morte finisce per nascondere la ferita immensa di chi resta.
I numeri, dicevamo: nel 2020 le denunce all'Inail per decessi sul lavoro sono state 1.270, ovvero 181 in più (+16,6%) rispetto al 2019. Oltre tre morti di media al giorno. E se da un lato a pesare su questo balzo sono stati i casi legati al Covid-19, dall'altro proprio la pandemia ha ridotto drasticamente l'attività nelle fabbriche, nei cantieri e la relativa circolazione stradale. Si spiega così l'inedito calo delle denunce di infortunio complessive, scese del 13,6%, così come quello dei decessi avvenuti nei trasferimenti per lavoro (-30,1%, mentre quelli sul posto sono cresciuti del 34,9%). E a ben vedere, la dinamica temporale di tutti i dati sembra ricalcare gli andamenti delle ondate del virus e dei relativi lockdown.
Dunque Spoon River ha continuato a scorrere imperterrito. E lo sta facendo anche quest'anno: 185 morti nei primi tre mesi del 2021 (+11,4%). La media è di due decessi al giorno, ma bisognerà vedere cosa succederà quando l'attività produttiva del Paese riprenderà (si spera) a pieno regime. Senza dimenticare che alle statistiche ufficiali sfuggono i caduti del lavoro in nero.
Ieri il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ha annunciato un "confronto con tutte le associazioni coinvolte e con il sindacato, sull'attuazione del piano nazionale per la sicurezza". Citando l'onnipresente Recovery Plan, ha aggiunto che l'obiettivo "è di arrivare a giugno con piano per la sicurezza sul lavoro, una normativa sull'amianto avviata e una ricognizione delle modifiche alla normativa su invalidità e prevenzione". Niente di più e niente di meno di quanto promesso da ciascuno dei ministri del Lavoro succedutisi negli ultimi decenni. Il risultato? Un coacervo di proposte di riforma, tavoli tecnici, progettati accorpamenti tra i ruoli ispettivi di Stato, Regioni, Asl, Inail, Inps e chi più ne ha più ne metta. Il naufragio dell'Ispettorato nazionale, per dire, è l'ultimo capitolo nella retorica indignazione della politica di fronte alle morti sul lavoro.
"Dramma inaccettabile", "non si può morire così", "basta con questa strage": dopo la morte di Luana il cliché delle dichiarazioni politiche è andato in onda come sempre. Da domani si penserà ad altro, mentre Spoon River continuerà a scorrere inesorabile.
Avvenire, 5 maggio 2021
Protagonisti del racconto sono due ragazzi di un piccolo paese della Sicilia, i quali rimangono profondamente affascinati dal carattere anti-eroico del giudice, che sarà beatificato il 9 maggio.
Ancora una volta papa Francesco, che ha fatto delle scogliere di Lampedusa un avamposto della denuncia della globalizzazione dell'indifferenza, si fa presente in una delle periferie più marginali del Sud Italia chiamando in causa i più giovani perché nel nome di Rosario Livatino, primo magistrato ad essere proclamato beato, rifiutino la sopraffazione mafiosa e prendano in mano la loro vita dando il meglio di loro stessi per il cambiamento della loro terra. Il messaggio, che porta la data del 30 marzo scorso, apre il volume per ragazzi "Rosario Livatino, la lezione del giudice ragazzino" (collana "I giganti", Di Girolamo editore) da oggi in libreria: una storia frutto dell'immaginazione dei due autori: Lilli Genco, giornalista e collaboratrice di Avvenire, e Alessandro Damiano, arcivescovo coadiutore di Agrigento.
Protagonisti del racconto sono due ragazzi di un piccolo paese della Sicilia, i quali rimangono profondamente affascinati dal carattere anti-eroico del giudice che imparano a poco a poco a conoscere. L'esempio del magistrato - che verrà proclamato beato questa domenica ad Agrigento - offre loro gli strumenti per leggere l'ambivalente realtà che li circonda, li aiuta a scegliere di stare dalla parte dei giusti, generando quella speranza che è la linfa di ogni processo educativo.
La speranza, che non risparmia dal male, ma dà la forza per affrontare gli ostacoli, anche quelli che appaiono insormontabili è, infatti, il filo conduttore del racconto e delle pagine di approfondimento dell'appendice in cui alla biografia del giudice agrigentino, a una raccolta delle sue frasi più importanti e a un "glossario della legalità", fanno da cornice le testimonianze di altri protagonisti della vicenda.
La prima è quella di Pietro Nava, il testimone oculare dell'omicidio del giudice, un agente di commercio che per lavoro transitava sulla statale Canicattì-Agrigento proprio mentre i killer inseguivano Livatino per finirlo in fondo ad una scarpata in contrada Gasena il 21 settembre 1990 e che per via della testimonianza ha dovuto cambiare generalità, paese e distruggere persino i ricordi di famiglia.
Toccante anche quella di Gaetano Puzzangaro uno dei quattro killer del giudice, condannato all'ergastolo nel 1995, che da anni ha iniziato un percorso di revisione di vita. "Il giudice Livatino lavorava per tutti quei giovani che si erano persi nell'abbraccio mortale della criminalità. Lavorava, quindi, anche per me, per vedermi libero e vivo. Io non l'avevo capito", ha scritto in un messaggio ai suoi concittadini in cui rivolgendosi ai giovani li ha invitati a dire "no" ad ogni forma di coinvolgimento mafioso.
"È questa la storia recente del nostro Paese: segnata dalla corruzione della mafia, oggi non più fenomeno relegato al Sud, ma anche dalla luminosa testimonianza di uomini e donne coraggiosi, attori di una resistenza non violenta, semi e attivatori di un'altra cultura", scrivono gli autori.
"La giustizia che il giudice Livatino ha testimoniato non è solo quella umana che richiedono le leggi, ma quella di Dio che vuole rendere ogni uomo libero dalla schiavitù del male perché abbia la dignità che gli spetta - evidenzia il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento -. Livatino è una figura profetica perché, come dice il papa nel messaggio ai ragazzi, è l'uomo buono della porta accanto, senza nessuna voglia di protagonismo ma che davanti alla minaccia del potere mafioso non si è tirato indietro, mostrando la straordinarietà che si cela in molte esistenze ordinarie, martire di un sud libero ed esemplare, moderno modello di santità".
Protagonisti due studenti - Due ragazzi di un piccolo paese della Sicilia, grazie ad un progetto scolastico si mettono sui passi di Livatino È lo stile narrativo che caratterizza il libro "Rosario Livatino, la lezione del giudice ragazzino" (Di Girolamo editore; 80 pagine; euro 9,90), biografia per ragazzi con materiali e pagine di riflessione. A firmarlo la giornalista Lilli Genco e l'arcivescovo coadiutore di Agrigento, Alessandro Damiano.
Il documentario su Tv2000 - Tv2000 rende un omaggio supplementare alla figura di Rosario Livatino in occasione della beatificazione di domenica prossima. Nello stesso giorno in cui il giudice martire salirà all'onore degli altari, alle ore 21.20 verrà trasmesso il documentario "Picciotti, che cosa vi ho fatto?", realizzato in collaborazione con il Centro per la cultura e la comunicazione dell'arcidiocesi di Agrigento, curato da Fausto Della Ceca, ideato e scritto da Giuseppe Cutrona, con la regia di Simone Di Tella e la produzione di Sara Brogi. Nel filmato la vita di Livatino e la sua straordinaria normalità vengono ripercorse attraverso la testimonianza di amici, compagni di scuola e colleghi magistrati.
di Marco Melli
agenziadire.com, 5 maggio 2021
Con il progetto "Zona Luce" giovani detenuti e agenti di polizia penitenziaria saranno coinvolti in un corso di formazione per allenatori di calcio. Una nuova luce per i ragazzi di Nisida, una luce che possa illuminare il loro futuro una volta usciti dal carcere. È questo, si legge nel comunicato della Federcalcio, lo scopo del progetto 'Zona Luce', sviluppato dal Settore giovanile e Scolastico Figc in collaborazione con la Fondazione Scholas Occurrentes, che ha coinvolto giovani detenuti e agenti di polizia penitenziaria in un corso di formazione per allenatori di calcio. La cerimonia conclusiva si e' svolta nella struttura carceraria napoletana alla presenza dei tecnici e dirigenti Figc, che hanno consegnato gli attestati di partecipazione in un clima di entusiasmo ed emozione. Nel corso dell'evento è stato inoltre inaugurato un campo di calcio in erba sintetica dal prefetto di Napoli, Marco Valentini.
Fan d'eccezione Papa Francesco, che attraverso il coordinatore sportivo della Fondazione Scholas Occurrentes, Mario Del Verme, ha voluto donare una maglia autografata da consegnare allo staff della struttura penitenziaria. "Quando gli abbiamo parlato del progetto- ha ricordato Del Verme - il Pontefice si è mostrato subito entusiasta, dal momento che anche lui, in Argentina, aveva portato avanti diverse iniziative per aiutare i giovani in difficolta' attraverso lo sport. La vera novità di questo progetto- ha concluso il Coordinatore di Scholas- è la capacità di unire la parte interna della struttura carceraria, composta dai giovani detenuti e dagli agenti penitenziari, con la realtà esterna presente sul territorio, dove i ragazzi potranno poi rimettersi in gioco".
Dopo il taglio del nastro, il campo è stato inaugurato dai partecipanti al corso, che hanno colto l'occasione per fare qualche passaggio col pallone assieme ai tecnici federali, divenuti in questi mesi loro maestri e punti di riferimento.
"Una giornata memorabile qui al carcere di Nisida- ha dichiarato il presidente Sgs Vito Tisci- perché grazie al progetto 'Zona Luce' abbiamo trasferito nozioni di carattere sportivo a ragazzi meno fortunati, che una volta scontata la pena potranno inserirsi nel mondo del calcio. Lo sport si conferma in questo modo grande strumento di inclusione e aggregazione, portatore di valori sani". 'Zona Luce' è un progetto di cui "siamo molto orgogliosi- ha sottolineato il coordinatore regionale Sgs Campania, Giuseppe Madonna- perché attraverso il calcio, che è uno strumento di aggregazione universale e un linguaggio comune a tutti, siamo riusciti a mettere insieme ragazzi, agenti e istruttori di scuole calcio del territorio. È un'iniziativa che sicuramente verrà rinnovata nei prossimi anni e che siamo onorati di aver ospitato per la prima volta in Campania".
La regione Campania ha fatto da apripista per il progetto che coinvolgerà anche altre città, tra cui Roma, Torino e Milano. "La Campania - puntualizza il presidente del Comitato Regionale Lnd, Carmine Zigarelli - dimostra sempre di essere all'avanguardia, in particolare attraverso il calcio che ha un forte valore sociale, soprattutto per quanto riguarda i settori giovanili. Ripartiamo da Nisida, siamo in attesa del nuovo protocollo della Figc. Speriamo che l'inaugurazione di questo campo e la consegna degli attestati sia di buon auspicio per la ripresa del calcio giovanile".
Particolarmente soddisfatto dell'iniziativa il direttore del carcere di Nisida, Gianluca Guida: "È stato bello vedere la sinergia tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria". Con l'attestato che hanno ricevuto, i ragazzi di Nisida potranno, una volta scontata la pena, andare a lavorare nelle scuole di calcio con il ruolo di aiuto allenatore. Per questo siamo davvero orgogliosi del lavoro svolto grazie al programma di inserimento sociale del progetto 'Zona Luce'".
Corriere Fiorentino, 5 maggio 2021
A Firenze, grazie all'istituto Madonnina del Grappa, alcuni reclusi alla sera cucinano oltre trenta pasti per i clochard della zona. "La nostra terapia di redenzione". I detenuti preparano la cena per i senzatetto e così si sentono utili alla società. "Non siamo scarti, ma esseri umani in cerca di redenzione". Succede a Firenze, grazie alle attività sociali dell'istituto Madonnina del Grappa, la storica struttura religiosa, con sede nel capoluogo toscano, che si occupa di servizi di accoglienza. Quattro detenuti che scontano una pena alternativa a Casa Caciolle, una villa del Settecento dove si trovano i reclusi in uscita da Sollicciano, cucinano ogni sera in grandi quantità generi di prima necessità. Oltre trenta pasti al giorno nella cucina della struttura, con tanto di padelle e pentoloni, dove i reclusi si impegnano per aiutare chi si trova emarginato.
"Ogni volta che cuciniamo per i senzatetto della città - racconta uno di loro - è come se fosse una terapia di redenzione che in qualche modo ci ricorda il nostro passato marginale e randagio, dove anche noi avremmo avuto bisogno di un pasto caldo". Ogni sera intorno alle 20, il cibo preparato dai detenuti viene prelevato dalla Protezione Civile, dalla Misericordia e dalla Croce Rossa, che poi portano immediatamente il cibo ai senza dimora che vivono all'addiaccio sul territorio fiorentino.
"Pensare che attraverso il nostro lavoro di volontariato possiamo aiutare i più bisognosi per noi è come una rinascita", dicono all'unisono i reclusi che vivono a Casa Caciolle. Che poi aggiungono: "In questo periodo di pandemia e sofferenza collettiva, essere partecipi di questo movimento di solidarietà è altrettanto importante per noi".
Promotore del progetto, come detto, è la Madonnina del Grappa. Spiega il presidente don Vincenzo Russo: "I detenuti che escono dal carcere spesso si trovano in condizioni peggiori di quando sono entranti perché durante la permanenza in cella non sono stati realizzati progetti di recupero socioprofessionale. Noi, a Casa Caciolle, ospitiamo i detenuti a fine pena che scontano pene alternative e li seguiamo in un percorso di reinserimento nella società anche attraverso opere di volontariato".
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