di Simone Scaffidi
Il Manifesto, 5 maggio 2021
Salute mentale. In un contesto di restrizioni delle libertà personali, di mobilità e di socialità, la forbice delle disuguaglianze si è allargata ancora di più acuendo quell'"individualizzazione" e "depoliticizzazione" del disagio psicologico che tende a occultarne le cause sociali e le responsabilità collettive, come ha approfondito nelle sue opere il filosofo Mark Fisher.
"Il nostro desiderio è quello di rimettere il lavoro psicologico al centro del dibattito politico", raccontano gli attivisti e le attiviste della Brigata Basaglia, "il nostro lavoro è politico anche e soprattutto perché siamo coscienti che molti dei disagi psicologici sono causati dalla precarietà economica, abitativa, dal razzismo e dalle violenze patriarcali che si riproducono sia a livello della società che delle famiglie".
La Brigata Basaglia ha preso forma all'indomani del primo lockdown, per rispondere alle carenze strutturali relative all'accoglienza e la cura del disagio sociale e psicologico esacerbate dall'emergenza sanitaria del Covid-19. "In Italia l'assistenza psicologica si fonda principalmente su percorsi privati con costi proibitivi per chi non ha un salario stabile" spiega Gianpaolo, attivista e psicologo della Brigata, "ovvero per quelle persone che più di tutte sono esposte ai fattori di stress psicologici".
In un contesto di restrizioni delle libertà personali, di mobilità e di socialità, la forbice delle disuguaglianze si è allargata ancora di più acuendo quell'"individualizzazione" e "depoliticizzazione" del disagio psicologico che tende a occultarne le cause sociali e le responsabilità collettive, come ha approfondito nelle sue opere il filosofo Mark Fisher. La Brigata Basaglia nasce anche per contrastare questa tendenza, che vede la depressione e la sua capillarità come una mera questione personale e clinica. "L'isolamento sociale e la paura del contagio hanno reso più evidenti molte delle fragilità dell'individuo all'interno della società capitalista", racconta Gaia, attivista della Brigata ed esperta di arte e comunicazione, "prolungandosi nel tempo, questa nuova condizione sociale di precarietà economica e relazionale, ci scuote come individui e fa emergere le dinamiche di allontanamento sociale già in atto prima della pandemia".
La Brigata è conformata da persone con esperienze e professionalità diverse provenienti dal mondo della clinica, da quello dell'arte, dell'intervento sociale e della militanza. "Questa composizione variegata e multiforme è fondamentale, perché per noi "non è solo la clinica che cura"", continua Gaia, "il benessere si costruisce insieme alle comunità, creando reti di solidarietà, uscendo dall'individualismo e rompendo le logiche escludenti del mercato".
Ad aprile 2020 è stato attivato un centralino di ascolto dove le operatrici e gli operatori orientano le persone secondo le loro esigenze e offrono a chi lo richiede un percorso clinico gratuito di quattro incontri. "Uno dei problemi principali che abbiamo riscontrato è che quattro incontri sono pochi, molte persone vorrebbero continuare e cerchiamo di indirizzarle verso sportelli e servizi con prezzi calmierati e un orientamento attento al sociale. Purtroppo molte delle persone che ci chiamano non possono permettersi nemmeno dei prezzi ammortizzati" spiega Gianpaolo, "a Milano molte persone si stanno trovando senza aiuto da parte delle istituzioni e in condizioni di salute precaria e povertà estrema. La logica del privato e i tagli alle strutture pubbliche non permettono di lavorare sulla prevenzione ma si focalizzano sui casi emergenziali andando ad alimentare il malessere e lo stigma sociale".
La Brigata si impegna anche in percorsi di formazione con altri collettivi e associazioni con il fine di poter offrire un sostegno integrale attraverso l'attivazione di una rete solidale intorno alla persona che lavori per riattivare le sue connessioni sociali e relazionali. Oltre al centralino d'ascolto e all'orientamento il gruppo si occupa anche di sensibilizzare sulla complessità della salute mentale attraverso incontri con realtà che si dedicano alla cura comunitaria, seminari in collaborazione con l'Università Bicocca di Milano e attraverso le reti sociali.
La situazione a Milano è molto critica, le attiviste e gli attivisti della Brigata Basaglia segnalano l'estrema gravità di alcuni casi, considerati di alto rischio, che non hanno ricevuto attenzione dai servizi pubblici. "Si tratta di persone che sono state lasciate sole, a cui sono stati negati diritti", spiega Gaia, "non solo il sistema sanitario ma anche i servizi sociali della città sono saturi e non riescono a gestire l'emergenza sociale. È uno scenario complicato e diffuso a cui bisognerebbe far fronte con una volontà politica".
Riconoscere le cause sociali ed economiche del disagio psicologico, identificare le responsabilità collettive della cura e ribadire anche in ambito psicologico che il "personale è politico" rappresentano per la Brigata le fondamenta da cui partire per offrire un sostegno psicologico degno e integrale. Le politiche pubbliche di assistenza al disagio psicologico sono fragili e tutt'oggi si basano su pratiche coercitive, individualizzate ed escludenti, che tendono a nascondere e non affrontare un malessere che ha assunto proporzioni strutturali. "La salute mentale dovrebbe essere un diritto garantito dalla società e non un privilegio per pochi" concludono le attiviste e gli attivisti, "crediamo sia importante che la salute mentale diventi una questione comunitaria e non venga trattata solo come un disturbo da risolvere nello studio di un professionista".
di Angela Nocioni
Il Dubbio, 5 maggio 2021
Al confine con il Messico l'era Trump non è ancora finita. Migliora l'accoglienza solo per i nuclei familiari ma per i "single" ancora arresti e vessazioni. "C'è una qualità che vi accomuna tutti: il coraggio!". Con queste parole il presidente degli Stati uniti Joe Biden ha salutato il mese scorso un centinaio di immigrati durante una cerimonia per la conquista della cittadinanza. Finiscono qua le belle notizie per le persone che premono alla frontiera meridionale degli Usa in attesa di entrare. Per il momento alla loro speranza di una inversione delle politiche sull'immigrazione suscitata dall'uscita di Donald Trump alla Casa Bianca non corrisponde una concreta apertura.
È ancora incerta la sorte che toccherà ai beneficiari del Programma di protezione temporale (Tps nella sua sigla inglese), piano che aveva un vago spirito di programmazione dell'accoglienza. Varato in amministrazione dem, il Tps è sopravvissuto malconcio all'amministrazione Trump e per ora non si capisce bene cosa ne vorrà fare il governo Biden.
Alcune cose son cambiate con l'arrivo dell'attuale presidente democratico, ma riguardano una percentuale minima dei tantissimi in attesa di ingresso. Chi si trova già in un processo avviato di riconoscimento del diritto di asilo può entrare negli Stati uniti, non è costretto ad aspettare oltre frontiera come accadeva con Trump. E le famiglie che hanno attraversato illegalmente il confine, una volta intercettate dalla polizia vengono arrestate, processate e poi liberate negli Stati uniti, non subito deportate. Purché, però - e questa condizione fa la grande differenza - possano vantare il formato famiglia.
Se sono singoli individui è tutto come prima: vengono presi e sbattuti fuori. Succede infatti che moltissimi funzionari statunitensi continuano ad usare una regola d'emergenza adottata durante l'era Trump consistente nell'espulsione rapida di tutti gli adulti soli sorpresi come illegali oltre frontiera. Quindi a molti, anche con famiglia appresso, succede che, se vengono fermati da soli, non viene dato il tempo di dimostrare d'avere la famiglia in territorio statunitense perché vengono deportati alla svelta. Ovviamente gli adulti soli sono la gran maggioranza dei migranti, quindi il sistema spiccio di Trump continua a riguardare moltissime persone.
Decine di migliaia di latinoamericano si stanno accalcando al confine. Per il dramma attuale ci sono spiegazioni di congiuntura politica: non solo l'illusione che un presidente dem alla Casa Bianca possa essere molto più accogliente di un presidente rep, ma anche la crisi economica aggravata dalla pandemia da coronavirus al sud del Rio Bravo, le disgrazie causate dal passaggio di uragani in Centro America (in Honduras c'è tanta gente che ha perso davvero tutto) e la crescente paura del crimine organizzato in molti Paesi vicini alla frontiera.
Soltanto nel mese di marzo 9000 persone hanno chiesto asilo al governo messicano. Si tratta di un record. Mai c'erano state tante richieste in un mese solo, da notare che nell'ultimo trimestre la metà dei richiedenti asilo in Messico sono stati honduregni in fuga dalle macerie lasciate dagli uragani passati di lì nel 2020.
Per i migranti il Messico è diventato un approdo finale, non più una tappa del viaggio verso il nord. La ragione essenziale è che in Messico è facile entrare e negli Stati uniti no. Ed e anche più facile essere accettati come rifugiati. Il governo Trump ha accelerato il processo di conversione del Messico in una tappa finale del viaggio verso il nord di molti migranti. La strategia più efficace è stata obbligare chi cerca asilo negli Stati uniti ad attendere in Messico l'esame della richiesta da parte delle autorità statunitensi. Aspetta e spera.
Questo sistema, odiosamente chiamato "Protocollo di protezione ai migranti" (Mpp nella sigla inglese), ha fatto accampare in Messico una quantità sempre crescente di gente, molta della quale finisce per decidere per rimanere. Durante l'amministrazione Trump il numero delle domande di asilo in Messico è schizzata dalle 14.600 del 2017 alle 70.400 del 2019 secondo i dati del governo messicano. La pandemia da Corona virus ha frenato inizialmente i flussi, c'è stata una decelerazione in tutto il mondo e anche in Messico, dove l'anno scorso sono state presentate solo 41.200 richieste d'asilo. È aumentato perà di molto il numero negli ultimi tre mesi.
La Commissione messicana di aiuto ai rifugiati (Comar) spiega che il Messico non è più una seconda opzione di rifugio per molti migranti attratti sia dalla possibilità di riunirsi con familiari e amici che, messisi in viaggio anni fa, non sono riusciti ad arrivare negli Usa e si sono fermati prima di varcare il confine, sia dal fatto che comunque anche in Messico esiste una grande domanda di manodopera a basso costo.
Oltretutto il tasso di approvazione delle richieste di asilo in Messico è molto più alto che negli Stati uniti: 73% di richieste di asilo accolte nei primi tre mesi del 2021, e un altro 7% dei richiedenti ha ricevuto altri tipi di protezione umanitaria. Tra honduregni poi, in fuga dalla miseria post ciclone, il tasso di approvazione delle richieste di asilo ha sfiorato il 90%.
Un capitolo a parte in questa storia riguarda le migliaia di minori centroamericani che arrivano da soli alla frontiera nord del Messico. Quasi tutti contano di poter raggiungere un loro genitore negli Stati uniti. Ma quelli fermati prima di attraversare il confine vengono deportati. Rispediti da dove vengono, da soli. Aspettano in ostelli in Messico per mesi che vengano completati i loro dossier e poi vengono rispediti indietro.
La maggior parte dei minori in attesa di deportazione ha dagli undici ai quindici anni, ma ci sono anche bambini di cinque anni. Nel 2018 sono stati 1318 i bambini di cui si è registrata l'entrata negli ostelli per minori non accompagnati a Ciudad Juarez, la città limbo tra le due Americhe. Nel 2019 il numero è stato di 1510 ed è sceso sotto i mille l'anno scorso, causa coronavirus.
Nei soli primi tre mesi del 2021 si sono già contati 572 ingressi di minori non accompagnati a Ciudad Juarez. Perché continuano ad arrivare se è noto che oltre l 70% dei casi di minori non accompagnati si conclude con un ordine di deportazione? Perché esiste la chimera della ultima chance: non presentarsi all'udienza. E' quello che fanno quasi tutti gli adolescenti in attesa di verdetto. Scappano e si fermano in Messico. Senza documenti e senza protezione.
di Ilaria Sesana
Avvenire, 4 maggio 2021
Poche le visite consentite in cella. L'allarme delle associazioni. Teresa Michiara è una veterana della "Sesta Opera": da 27 anni è volontaria nel carcere di San Vittore e oggi è una dei pochi volontari che accede alla struttura: "Tutto è più lento e più difficile rispetto a prima - racconta. La condizione dei detenuti è peggiorata, si sentono abbandonati e questo alimenta la depressione".
regione.lazio.it, 4 maggio 2021
Il Garante, Anastasìa: "Programmare la ripresa e le attività come prima della pandemia". Sono state prorogate al 31 luglio le misure anti Covid-19, per i detenuti con licenza speciale, per semiliberi e lavoranti all'esterno, con permessi premio straordinari e in detenzione domiciliare fino a 18 mesi dal fine pena.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 4 maggio 2021
Pena "giusta" e pena "utile". È giusto punire a molti anni distanza persone che non risulta abbiano continuato a delinquere? La richiesta italiana di estradizione di autori di violenze politiche rifugiatisi in Francia per sfuggire all'esecuzione della condanna ripropone, sotto una angolazione problematica, la questione del senso e degli scopi della pena. Perché punire a distanza di 30 o 40 anni dalla commissione dei fatti criminosi persone che, oltretutto, non risulta abbiano continuato a delinquere e avrebbero anzi da tempo adottato uno stile di vita normale?
Ristretti Orizzonti, 4 maggio 2021
Ai responsabili dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione e sensibilizzazione dal
carcere e dall'area penale esterna.
Gentili tutti, abbiamo ricevuto da Francesco Lo Piccolo, giornalista, direttore del periodico "Voci di dentro", realizzato con i detenuti delle Case circondariali di Chieti e Pescara, un invito a promuovere una videoconferenza per rilanciare le nostre attività.
di Carlo Valentini
Italia Oggi, 4 maggio 2021
Quante volte abbiamo ascoltato ovvie disquisizioni sul fatto che la giustizia sia uno dei pilastri su cui si fonda una democrazia? A una giustizia malata corrisponde una società in cattiva salute. Perciò sorprende che un tassello tanto delicato della vita civile inanelli una serie di cadute rovinose senza che si cerchi di rimettere in sesto il paziente agonizzante, nonostante al capezzale vi siano istituzionalmente il presidente della Repubblica, il ministro alla Giustizia e il suo presidente del Consiglio.
Neppure un siffatto gotha (con protagonisti che si sono avvicendati negli anni) è riuscito finora a trovare il bandolo della matassa. Il bello è che tutti concordano che si tratta di una riforma indispensabile. Che però non esce dal cassetto. I danni, materiali e morali, sono gravissimi. Le iniziative imprenditoriali si ritrovano spesso con le ali tarpate, gli investitori stranieri sono disincentivati a operare, i cittadini non trovano una giusta conclusione alle loro controversie, si producono falle nell'argine alla piccola e grande criminalità, gli intrecci con la politica sprigionano veleni. Si è andata così riducendo al minimo la fiducia in un sistema che nell'antica Grecia era affidato addirittura a una dea, Dike, rappresentata con la bilancia in mano per proteggere i giusti, punire gli ingiusti e mantenere l'ordine.
Luca Palamara, ex membro del Csm ed ex presidente dell'Anm, indagato per corruzione e per questo intercettato mentre in combutta con le correnti interne alla magistratura e con la politica gestiva carriere e trasferimenti, è stato espulso ma tutto s'è fermato lì. In queste settimane è la volta dell'avvocato Piero Amara, o meglio dei verbali dei suoi interrogatori (indagato per depistaggi e corruzione di giudici) consegnati da uno dei pm a Piercamillo Davigo (era consigliere del Csm) e che poi sono stati distribuiti in forma anonima ad alcuni giornali.
Ci sono dubbi sulla veridicità delle deposizioni dell'avvocato (che parla di una loggia massonica in cui si sarebbero ritrovati magistrati e politici) ma il tentativo del loro uso mediatico coinvolge una parte della magistratura. Se il sistema fa acqua non c'è da stupirsi neppure del magistrato milanese travolto dai debiti (s'è messo in aspettativa) o di quello barese (arrestato) che per soldi liberava i mafiosi. Magagne e infedeltà possono succedere, quello che è inammissibile è che non vi si ponga rimedio. A luglio saranno due anni, passati inutilmente, dal caso Palamara.
di Armando Mannino
Il Riformista, 4 maggio 2021
La lunga intervista della Ministra Cartabia da parte del direttore de La Stampa, Massimo Giannini, conferma l'atteggiamento di mediazione attiva che il Governo intende tenere sulla riforma della Giustizia, auspicando il ritrovamento di un rinnovato spirito di unità nazionale, oggi necessaria per soddisfare le condizioni poste dall'Unione europea per la concessione del credito del Recovery Plan, essenziale per il rilancio dell'economia.
La convergenza auspicata tende alla elaborazione di una "mappa di principi in cui tutti possano riconoscersi": principi che non possono non essere quelli costituzionali, nel cui ambito e nel cui reciproco contemperamento deve coagularsi la mediazione tra istituzioni e partiti, tenendo conto dei "dati di realtà... Principi costituzionali e dati di fatto sono le coordinate da non perdere mai di vista" al fine di pervenire allo scopo: "una giustizia rapida e di qualità".
Se si tiene presente lo stato di profonda crisi in cui si trova l'amministrazione della giustizia in Italia per la lentezza dei processi civili e penali, per l'imprevedibilità delle decisioni, per le connessioni tra politica e magistratura, per l'autoreferenzialità dei magistrati, per la mancanza di procedure effettive che ne sanciscano la responsabilità, per le degenerazioni delle correnti e per la conseguente perdita di legittimazione dei magistrati di fronte all'opinione pubblica, il richiamo a principi e valori comuni sanciti dalla Carta costituzionale esprime una volontà, se effettivamente attuata, di forte cambiamento.
Essa sembra però arrestarsi di fronte alla questione cruciale che condiziona tutto il resto: la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), organizzato in correnti che ne condizionano tutte le decisioni: di assegnazione delle sedi, di attribuzione degli incarichi direttivi, sulla responsabilità disciplinare, ecc. La Ministra Cartabia ritiene che le correnti non si possano e non si debbano eliminare in quanto "espressione di un pluralismo culturale che c'è nella nostra magistratura"; non considera però, in difformità dal metodo delineato, che i dati giuridici devono essere sempre correlati con i "dati di realtà", che nella specie attestano invece inequivocabilmente che gli orientamenti culturali delle correnti sono spariti da decenni, sostituiti dalla tutela degli interessi di carriera; limita infine l'intervento sul Csm alla definizione di nuove norme sull'elezione dei suoi componenti togati, nella speranza che siano sufficienti a renderlo impermeabile ai condizionamenti delle correnti, e sulla assegnazione degli incarichi direttivi.
L'indirizzo della Ministra sulla Magistratura e sul Csm è quindi allo stato riduttivo, perché non affronta il problema principale: la trasformazione della Magistratura da Potere diffuso a Potere organizzato, che con le inchieste è capace di condizionare la politica, la carriera dei magistrati e con essa la loro autonomia e indipendenza. La sua prudenza tuttavia è pienamente giustificata dalla situazione politica, economico- finanziaria e sociale del Paese. Compito essenziale e preminente del Governo è quello non soltanto di presentare all'Unione europea il programma di riforme e di interventi economici del Recovery Plan, ma anche di realizzarli rapidamente e senza intralci. Incidere sulla struttura organizzativa della Magistratura (l'Associazione nazionale magistrati e le sue correnti interne), vero e proprio Potere politico costituzionalmente non legittimato, implica l'assunzione di un rischio che il Paese non può correre. L'esperienza di Berlusconi, e non solo, sta a dimostrarlo.
Il problema sussiste ed è molto serio, ma affrontarlo è compito delle forze politiche presenti in Parlamento, in cui si sta avviando la procedura per la approvazione di una legge per la istituzione di una commissione d'inchiesta sulle disfunzioni della magistratura. Il suo testo finale, che presumibilmente sarà diverso da quello depositato dai relativi proponenti, dovrebbe accertare le degenerazioni del sistema giudiziario italiano per renderlo finalmente rapido, efficace e pienamente conforme ai principi costituzionali. Ciò non implica necessariamente che il Governo, e quindi la Ministra Cartabia, debbano rimanere estranei e passivi di fronte a questa iniziativa legislativa; anzi, un intervento di mediazione tra gli opposti interessi potrà risultare al momento opportuno non solo auspicabile, ma addirittura necessario per evitare possibili ma negativi contraccolpi sul piano istituzionale.
di Sergio Nazzaro
leurispes.it, 4 maggio 2021
Il magistrato di sorveglianza è una figura di cui poco si conosce e si parla in Italia. Un lavoro complesso che incomincia quando un detenuto inizia il suo percorso di espiazione della pena. Per la pubblica opinione, bastano la condanna e il carcere, ma dopo che cosa accade, e quanto è complesso, ma anche gratificante, rendere reale il dettame della Costituzione che la pena sia espiazione ma anche percorso per il reinserimento nella società? Viviamo in un tempo in cui basta il titolo di un giornale per definire un colpevole, emettere una sentenza e voltare pagina. Eppure, esistono mondi complessi che sono propri della legge e della Costituzione che, insieme, definiscono il concetto di Giustizia. Cosa fa, dunque, il Magistrato di Sorveglianza?
di Aldo Varano
Il Dubbio, 4 maggio 2021
La maggioranza si divide sulla commissione d'inchiesta che deve indagare su magistratura e politica. Ma le commissioni parlamentari non hanno mai, mai, mai risolto nulla. Prosegue, anche se comincia a prendere colpi come fosse già stanco, il dibattito sulla richiesta d'istituire di una Commissione parlamentare d'indagine sulla magistratura per uscire dal caos crescente in cui s'è ficcata. Caos esaltato dal doppio pugno in faccia dei casi Palamara e Amara, ma già evidente da molto tempo con tendenza al peggioramento.
A sostegno della Commissione sono intervenuti giuristi prestigiosissimi come Cassese (sul Corsera) e politici con lunga esperienza parlamentare come l'avvocato Giuseppe Gargani (sul Dubbio). Ma non sfugge a nessuno che la proposta, apparsa ormai su molti giornali, sia mescolata a una stanchezza che nasconde male la convinzione che anche questa volta, pur di fronte a una crisi verticale e inquietante, potrebbe non farsene nulla. Sia chiaro, una Commissione parlamentare è sempre legittima.
Ma, purtroppo è altrettanto noto e storicamente verificato che quasi sempre è inutile. Sulle circa novanta Commissioni, di Camera, Senato e/o Bicamerali, che abbiamo conosciuto dalla nascita della Repubblica pochissime hanno lasciato tracce decisive sui temi affrontati se si escludono montagne di documenti, spesso preziosi per storici e studiosi ma mai utilizzati per risolvere i problemi in discussione. Ogni Commissione si è conclusa (quando si è conclusa: il fine legislatura, talvolta improvviso, ne decreta comunque la fine e l'automatico scioglimento) con un documento di maggioranza e uno di minoranza dove gli estensori consegnano ai posteri (che difficilmente andranno a leggerle), le proprie posizioni politiche e culturali sull'argomento trattato.
E se è vero che ci sono stati casi di Commissioni utilissime che hanno inciso sulla storia del paese facilitando soluzioni e strategie politiche di ampio respiro, come le Commissioni "Sulla disoccupazione", "Sulla miseria", "Sulle condizioni dei lavoratori" (rispettivamente di Camera, Senato e Bicamerale) tutte tra il 51 e il 52 del secolo scorso) non si ricordano molti altri analoghi casi positivi. Le Commissioni su P2, disastro del Vajont, terrorismo e stragi, delitto Moro e altre decine ancora hanno lasciato tracce interessanti, ma non hanno mai offerto soluzioni.
Un caso a parte è poi quello della Commissione parlamentare antimafia che viene ininterrottamente rieletta a ogni inizio di legislatura diventata appannaggio di politici sul viale del tramonto. Giuseppe Pisanu non può far più il ministro dell'Interno di Fi? Diventerà Presidente della Commissione dell'Antimafia sostituendo Francesco Forgione, Bertinottiano doc eletto per uno strapuntino a Rifondazione comunista. Dopo, avendole giurato guerra Matteo Renzi che pose un veto a qualsiasi suo ingresso al governo, l'Antimafia verrà rifilata a Rosy Bindi. Avrà come successore l'on. Morra del M5s, lì spedito per bloccargli l'aspirazione a ministro dell'istruzione.
Diego Gambetta, uno dei più autorevoli studiosi di mafia del Novecento, firmando da Oxford la prefazione a una sua ristampa della Mafia Siciliana (Einaudi) già nel 1993, dopo aver salvato la presidenza di Violante, avvertiva: "Si ha l'impressione che questo istituto, di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la lotta alla mafia, sia servito come una palestra in cui le forze al governo permettevano all'opposizione di sinistra di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto". Insomma, pare sbagliato pensare che una commissione d'inchiesta sulla magistratura, possa risolvere il problema. O interviene direttamente il legittimo potere della politica o la questione continuerà ad aggrovigliarsi sempre più.
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