di Michele Cossa
buongiornoalghero.it, 13 giugno 2021
Sono ancora in attesa di essere nominati il Garante per l'infanzia e l'adolescenza e quello per i diritti dei detenuti. La denuncia arriva dai consiglieri dei Riformatori Michele Cossa e Sara Canu (capogruppo), che evidenziano l'importanza di due figure di tutela di soggetti fragili.
"È fondamentale tutelare e promuovere l'attuazione dei diritti e degli interessi di queste due categorie - spiegano Cossa e Canu - L'introduzione di queste figure ha rappresentato un salto in avanti nella tutela delle persone considerate più vulnerabili. Lasciare quei posti vacanti non aiuta a mantenere il giusto equilibrio in una società che oggi risulta fortemente influenzata dagli effetti nefasti della pandemia".
Da qui la presa di posizione, mossa dalla necessità urgente, spiegano sempre i consiglieri dei Riformatori, "di ripristinare uno strumento fondamentale che è garanzia di libertà anche laddove questa libertà risulta sottoposta a misure restrittive, come nel caso dei detenuti". Stesso discorso per i minori: "È necessario arrivare quanto prima alla nomina del Garante, organo autonomo e indipendente quindi libero da ogni condizionamento, che svolga l'importante funzione di tutela dei diritti di cui sono portatori i bambini e gli adolescenti".
di Antonio De Notaristefani
Il Domani, 13 giugno 2021
Aumentare le competenze dei giudici di pace, che già sono pochi, significa creare una giustizia di serie A, riservata a coloro che si rivolgeranno ai Tribunali, ed una di serie B, dinnanzi a quei giudici di pace che sono sovraccarichi, e non hanno il supporto della informatica. La Commissione ministeriale Luiso aveva detto che introdurre preclusioni sin dagli atti introduttivi, nelle cause complesse, riduce anche la efficienza (oltre le garanzie) ma il Ministero lo vuol fare lo stesso. Nel merito, quell'emendamento è sbagliato, perché riduce il diritto di difesa, ed allunga i tempi della giustizia.
Egualmente inaccettabile è l'idea ricorrente di introdurre sanzioni: se scrive gli atti "male", se fa cause ritenute da un giudice temerarie, se non presta acquiescenza alla anticipazione di una decisione sfavorevole. La pretesa punitiva dello Stato viene estesa dal penale al civile.
Nella più famosa delle sue "Prediche inutili", Einaudi aveva rivolto tre esortazioni al Legislatore: "Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare". Quando non si fa così, proseguiva, "le leggi frettolose partoriscono nuove leggi, intese ad emendare, a perfezionare; ma le nuove, essendo dettate dall'urgenza di rimediare a difetti propri di quelle mal studiate, sono inapplicabili, se non a costo di sotterfugi, e fa d'uopo perfezionarle ancora...".
Partiamo quindi dai numeri, presi dalla relazione del primo presidente per l'inaugurazione dell'anno 2021:
A) in Tribunale, pendono n. 2.015.188 giudizi; dinanzi al giudice di pace, 858.874;
B) la durata media in Tribunale è di 348 giorni; dai giudici di pace, di 327;
Questi essendo i numeri, mi pare che la conclusione sia evidente: ci sono pochi giudici togati, e pochi giudici di pace. E quindi aumentare le competenze, per materia o valore, di questi ultimi, significa soltanto trasferire arretrato dagli uni agli altri.
Significa creare una giustizia di serie A, riservata a coloro che si rivolgeranno ai Tribunali, ed una di serie B, dinnanzi a quei giudici di pace che sono sovraccarichi, e non hanno il supporto della informatica. Si dirà: ma il riparto di competenza per valore assicurerà che alla giustizia di serie A vadano le cause "importanti".
Rispondo citando il manuale del Presidente della Commissione che quella riforma ha proposto, Prof. Francesco Paolo Luiso: "Contro tale criterio sono state sollevate diverse critiche, probabilmente fondate, perché effettivamente il valore delle controversie non è un criterio razionale per determinare la competenza".
Passiamo al giudizio ordinario di cognizione. La Commissione Luiso aveva presentato due diverse proposte, una delle quali - quella contraddistinta dalla lettera A - una sua razionalità ce l'aveva.
Circola un testo di emendamento diverso e quindi evidentemente il Ministero le ha bocciate tutti e due.
Non si è trattato di preferire la efficienza alla equità, che sarebbe stata una scelta politica, e non tecnica: la Commissione aveva detto che introdurre preclusioni sin dagli atti introduttivi, nelle cause complesse, riduce anche la efficienza (oltre le garanzie) ma il Ministero lo vuol fare lo stesso.
Finisce sempre così: si nominano Commissari illustri, che formulano proposte anche ragionevoli; quelle proposte entrano nell'Ufficio legislativo, saldamente presidiato da Magistrati fuori ruolo, e ne escono stravolte: perché? Perché quelle due ipotesi della Commissione Luiso, prima di finire alle ortiche, non sono state sottoposte al dibattito tra gli addetti ai lavori, come suggeriva di fare il mai abbastanza compianto Presidente Einaudi? Confesso che non l'ho capito.
E per questo il dibattito lo abbiamo aperto noi delle Camere civili, il 7 giugno. Nel merito, quell'emendamento è sbagliato, perché riduce il diritto di difesa, ed allunga i tempi della giustizia nel suo complesso.
Esso vorrebbe "realizzare una maggiore concentrazione delle attività nell'ambito della prima udienza di comparizione delle parti e di trattazione della causa"
A questo fine:
1) domande e prove devono essere contenute tutte negli atti introduttivi;
2) alla prima udienza, l'attore potrà replicare al convenuto "anche proponendo domande ed eccezioni che siano conseguenze delle difese svolte dal convenuto, nonché il diritto di entrambe le parti ad articolare i necessari e conseguenti mezzi istruttori".
Anche ammesso che non si sprechino migliaia di sentenze per stabilire quando la modifica di una domanda è conseguenza di una difesa altrui, e quando no, e tralasciando la difficoltà obiettiva di replicare immediatamente a domande, eccezioni e nuove prove articolate in quella stessa udienza, è l'impianto che non va, non solo la possibilità di qualche inconveniente pratico.
Limitare la facoltà delle parti di modificare le domande o eccezioni ai soli casi in cui la modifica sia conseguenza delle difese della controparte comprime i diritti dei cittadini, e nello stesso tempo moltiplica i processi, e quindi rallenta la giustizia nel suo complessivo funzionamento.
Ridurre il cd. "deducibile", infatti, significa restringere i limiti oggettivi del giudicato; e dunque le parti potrebbero dedurre in un secondo processo quello che era vietato allegare nel primo.
È per evitare questo, che le Sezioni Unite (sentenza 12310/2015) hanno sancito che per ogni rapporto in contestazione dovesse esserci un processo soltanto, e perciò hanno consentito di "modificare" senza limiti le domande, nella dichiarata convinzione che facendo così i tempi della giustizia si riducano: per loro, per tutti i Relatori che hanno preso parte al confronto organizzato dalle Camere civili, e per noi, le preclusioni immediate pregiudicano nello stesso tempo la equità e la efficienza dei processi.
Egualmente inaccettabile è l'idea ricorrente di introdurre sanzioni per chi dovesse sbagliare: se scrive gli atti "male", se fa cause ritenute da un giudice temerarie - il che non significa necessariamente che lo siano - se non presta acquiescenza alla anticipazione di una decisione sfavorevole. La pretesa punitiva dello Stato viene estesa dal penale al civile, e questo non è ragionevole.
L'errore umano è inevitabile, quando si parla di due milioni di cause ogni anno; è per questo che esistono le impugnazioni. Ed è per questo che non è condivisibile ipotizzare che chiunque sbagli debba essere severamente punito. La norma dell'art. 96 cpc, nella sua struttura originaria, serviva a ristorare eventuali danni provocati da una iniziativa giudiziaria, e ad affidarne la liquidazione al giudice chiamato a deciderla, non a comminare sanzioni. Un ultimo cenno, prima di concludere, alla estensione della media conciliazione. Gli incentivi fiscali proclamati a gran voce, per ora, non ci sono. Forse ci saranno, e saranno riconosciuti (secondo l'articolato contenuto nella proposta della Commissione Luiso) "in relazione ai procedimenti conclusi...in misura proporzionale alle risorse stanziate". Auguri.
Molte ombre e poche luci, quindi; la verità, è che aveva ragione il Presidente Einaudi: prima di deliberare, bisognerebbe discutere. Speriamo che da oggi in poi accada davvero.
di Danilo D'Anna
Il Secolo XIX, 13 giugno 2021
L'esame non ha evidenziato tracce di sangue ripulite e rilancia la tesi del suicidio. Ma i risultati delle analisi della scientifica, attesi a breve, potrebbero ribaltare tutto. L'esame del luminol non ha dato l'esito che si aspettavano gli inquirenti: nella cella dove è morto Emanuele Polizzi, l'artigiano recluso a Marassi per rapina, non sono state trovate tracce di sangue pulito frettolosamente per nascondere le prove di un omicidio volontario. È stato un suicidio, quindi? Difficile stabilirlo senza gli esiti delle analisi effettuate dalla polizia scientifica nei pochi metri quadrati che il quarantenne divideva con altre persone. Anche perché bisogna dare una spiegazione plausibile alla ferita alla testa riscontrata dal medico legale durante l'autopsia. Per questo motivo Procura e squadra mobile non mollano la pista dell'omicidio, per cui restano sempre sotto indagine i detenuti Mattia Romeo e Giovanni Genovese (separati e messi in isolamento).
Gli investigatori hanno ipotizzato il loro coinvolgimento per un debito di droga che la vittima non avrebbe onorato. Ma bisogna trovare le prove per dire che Polizzi è stato assassinato: mentre il primo sopralluogo effettuato dagli agenti del vice questore Stefano Signoretti, dal pm Giuseppe Longo e dal medico legale Sara Lo Pinto aveva dato indicazioni che sembravano confermare la tesi dell'accusa, il luminol ha smontato le certezze. Anche se la scientifica potrebbe ribaltare tutto non appena avrà terminato di esaminare i reperti che sono stati acquisiti nella cella. In particolare, i periti della polizia si sono concentrati nei pressi della branda della vittima, dove in teoria sarebbe cominciata l'aggressione. Romeo e Genovese - il primo difeso dagli avvocati Celeste Pallini e Fernando Barnaba, l'altro da Mauro Morabito - insistono nel dire che non c'entrano nulla con la morte del compagno di cella, e che quello dell'artigiano è stato un gesto volontario.
Interrogati, hanno spiegato che quando Polizzi si stava togliendo la vita loro dormivano e quindi non hanno sentito niente. Entrambi hanno fornito una spiegazione per quel gesto: Emanuele viveva un momento di grande depressione e sconforto dovuto alla lunga permanenza in carcere - da ottobre 2019 - e al fatto che se la sentenza di primo grado fosse stata confermata anche in appello avrebbe dovuto scontare dieci anni di reclusione. "Non riusciva più a sopportare il carcere", hanno fatto mettere nero su bianco. Il luminol è un punto a loro favore.
di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 13 giugno 2021
Ai detenuti condannati per i reati di violenza contro le donne viene offerto di partecipare a sedute di "trattamento psicoeducativo". "Fanno autocritica".
Andrea Donaglio, ancora non se lo spiega: "Possibile che non capissi ciò che comunque era chiaro senza tante spiegazioni?". Gli sembra davvero difficile da credere. Ma almeno finalmente adesso lo sa, che dentro di sé tutto partiva "da un atteggiamento di superbia che in realtà mascherava insicurezza e carenza di autostima". Ecco, le ragioni della violenza sulle donne spiegate da chi l'ha commessa. E che spesso l'ha fatto nel modo più feroce e irreparabile.
Andrea Donaglio - Ciascuno confida le proprie ragioni a tutti gli altri, in una sorta di terapia di gruppo che da qualche tempo viene portata avanti all'interno di alcune carceri del Veneto. Guidati da psicologi e operatori, i detenuti ascoltano altri detenuti, affrontando le confessioni più intime. "Ritrovandomi in alcuni aspetti definiti scorretti, prevaricanti, violenti - arriva ad ammettere Donaglio - ho provato un senso di vergogna".
A Spinea nessuno ha scordato il suo nome: Andrea Donaglio è il professore di chimica che il 6 luglio 2010 massacrò con oltre sessanta coltellate la sua ex fidanzata Roberta Vanin. Un femminicidio per il quale sta scontando una condanna a sedici anni di reclusione al Due Palazzi di Padova. Ed è chiuso lì dentro, che s'è ritrovato a essere uno dei partecipanti a quello che lo psicoterapeuta Antonio Di Donfrancesco definisce "un ciclo di incontri di tipo psicoeducativo durante il quale si parla degli effetti che la violenza ha sulle vittime e di come nasce l'aggressività. L'obiettivo è di arrivare al punto che l'autore degli abusi ne comprenda le dinamiche, scoprendo così che è possibile interpretare un modello diverso di maschilità".
Gli incontri - In un lungo articolo su Ristretti Orizzonti, la rivista carceraria, Donaglio ha spiegato come, attraverso quegli incontri, trova "la conferma dell'importanza basilare di saper gestire le proprie emozioni. Senza sviluppare questa capacità prima o poi ci si schianta, col rischio di coinvolgere altri in questa forma di autolesionismo". Al Due Palazzi sono già tre anni che ai detenuti - specie quelli che scontano condanne per femminicidi e reati di maltrattamenti in famiglia - viene offerta l'occasione di partecipare a sedute di "trattamento psicoeducativo"; da quest'anno il servizio si è allargato al "Baldenich" di Belluno. Oltre a Di Donfrancesco, gli incontri vengono condotti dalla psicologa Nicoletta Regonati e dal counselor Fabio Ballan, operatore del servizio "Cambiamento maschile" di Montebelluna.
Un "fenomeno trasversale" - "Quello della violenza sulle donne - spiega Regonati - è un fenomeno trasversale. In carcere ci finiscono ragazzi poco più che maggiorenni e pensionati, laureati e semianalfabeti. E questo perché gli abusi hanno radici che affondano in fattori diversi. C'è chi ha avuto genitori aggressivi e chi sente di non avere scelta e vuole il controllo dell'altro, magari per un senso di superiorità del maschio sulla femmina". Attraverso ventiquattro incontri in carcere - due ore la settimana, che possono proseguire anche all'esterno, quando il detenuto ha finito di scontare la pena - gli psicologi puntano a far sviluppare all'autore dei maltrattamenti un senso di autocritica. "Il 90 per cento di chi accetta di partecipare - assicura Ballan - continua a mantenere un comportamento non violento anche dopo la scarcerazione".
L'impiegato trevigiano - È stato così anche per un impiegato trevigiano che nel 2013 tentò di uccidere la moglie, per fortuna senza riuscirci. "Tenevo tutto dentro - ci racconta - nella convinzione che parlarle dei miei problemi fosse un segno di debolezza. E alla fine, come una pentola a pressione, sono scoppiato arrivando al punto di scaricarle addosso la colpa di tutto...". Chiede di restare anonimo perché, assicura, "in tanti ricordano ciò che ho fatto e ogni volta che il mio nome esce sui giornali, scoppia un putiferio".
Sia chiaro: gli incontri con gli psicologi gli sono serviti a capire che "la responsabilità era solo mia e, anche se non posso tornare indietro e correggere i miei errori, almeno adesso so che non sbaglierò più". Scontata buona parte della pena, e complice la buona condotta, ora è libero. "Ho chiesto scusa in lacrime alla mia ex e credo abbia capito che il mio pentimento è sincero. Oggi ho una nuova compagna alla quale parlo di tutto: assieme sapremo affrontare ogni difficoltà".
consiglioveneto.it, 13 giugno 2021
La commissione Sanità e Sociale del Consiglio veneto, presieduta da Sonia Brescacin (ZP) ha approvato all'unanimità la relazione del Garante regionale per i diritti della persona sull'attività svolta nel 2019.
Una media di tre fascicoli al giorno, 394 istanze di accesso agli atti della pubblica amministrazione, ricerca di un tutore per 422 minori, in gran parte stranieri non accompagnati, 223 casi di affido, conflitto genitoriale o criticità nei servizi per l'infanzia affrontati con interventi mediazione, orientamento, ascolto istituzionale, 53 richieste di intervento da parte di detenuti relativamente alle condizioni di vita carceraria e di salute o di accesso a visite familiari, opportunità di lavoro o di studio: questi i numeri che sintetizzano l'attività di un anno del Garante regionale per i diritti della persona, impersonato in Veneto dal 2015 ad oggi da Mirella Gallinaro, già responsabile dell'Ufficio legislativo del Consiglio veneto.
Figura unica di garanzia istituita con lo Statuto regionale nel 2012, il Garante accorpa le funzioni del Difensore civico e del Pubblico tutore dei minori (il Veneto fu la prima regione d'Italia nel 1988 a creare il tutore per l'infanzia) con quelle del Garante per le persone private di libertà personale. L'attività del Garante regionale, che utilizza prevalentemente gli strumenti della mediazione, della conciliazione e della 'moral suasion', ha dedicato particolare attenzione sulle problematiche dell'infanzia: ha formato con appositi corsi centinaia di volontari disponibili ad assumere la funzione di 'tutore dei minori' (725 quelli disponibili nel 2019, quasi 1500 i volontari formati dal 2004 ad oggi), in particolare nei confronti dei minori stranieri non accompagnati (che costituiscono l'85 per cento dei 407 minori interessati); ha esercitato interventi istituzionali di mediazione, ascolto e orientamento in 223 casi di minori in difficoltà per fragilità della famiglia, disomogeneità e carenza di personale dell'organizzazione nei servizi, conflitti genitoriali, difficoltà di trovare strutture accoglienti nei casi di disabilità, contenziosi tra Comuni e strutture di accoglienza per il pagamento delle rette.
Altro ambito di particolare impegno per il Garante regionale è la situazione carceraria: a fine 2019 nei nove istituti penitenziari del Veneto erano detenute 2672 persone, 730 in più rispetto alla capienza regolamentare di 1942 posti, con un indice di sovraffollamento del 138 per cento, superiore di 18 punti alla media nazionale. Oltre a farsi carico di 53 istanze personali presentate da altrettanti detenuti, il Garante regionale è intervenuta con visite di monitoraggio non annunciate, facendo rete con i Garanti comunali dei detenuti, promuovendo un nuovo protocollo per l'accoglienza di madri con bambini nel carcere femminile di Venezia e collaborando con l'Osservatorio permanente interistituzionale sulla salute in carcere istituito in Veneto.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Primi due indagati nell'inchiesta: sono il direttore della struttura e un medico. Cambia indirizzo (giuridico) l'inchiesta sulla morte di Moussa Balde, il ragazzo di 23 anni, originario della Guinea, che si era tolto la vita a fine maggio, dentro al Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di corso Brunelleschi: la Procura, che stava indagando per istigazione al suicidio, ipotizza ora l'omicidio colposo. E se prima il fascicolo era contro ignoti, adesso spuntano i primi nomi sul registro degli indagati: sono il direttore della struttura e il medico coordinatore. L'ipotesi è che in quei giorni, nel Cpr, possano essere state violate le necessarie regole e norme di cautela, portando il giovane al suicidio.
Gli investigatori hanno girato un video - Ieri mattina (11 giugno), il procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo e il pubblico ministero Rossella Salvati hanno fatto un'ispezione al Cpr, insieme ai carabinieri del Nas e a personale medico: anche grazie a riprese video, gli investigatori vogliono rendersi bene conto dello stato dei luoghi e della situazione all'interno della struttura. Soprattutto perché - secondo la prima ricostruzione - Moussa Balde era stato spedito in una cella del cosidetto "ospedaletto", per un'infezione dermatologica poi rivelatasi inesistente. "Chi lo ha chiuso in gabbia, ha stretto con lui il nodo del lenzuolo con cui si è impiccato", aveva detto l'avvocato Gianluca Vitale, che assiste i familiari della vittima. E che ieri, in una lettera, ha polemizzato con il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che del caso aveva parlato rispondendo al question time: "Nelle sue parole non traspare il minimo rincrescimento per questa morte". Duro era stato anche l'avvocato Davide Mosso, dell'Osservatorio carcere: "I Cpr sembrano campi di concentramento".
Il pestaggio di Ventimiglia - Il ragazzo, accusato di una tentata rapina, era stato aggredito da tre italiani all'uscita di un supermercato di Ventimiglia, e picchiato. Gli aggressori, identificati dal video fatto da un passante, andranno a processo per lesioni, ma senza l'aggravante razziale, di cui però resta il dubbio. Dimesso dall'ospedale, Moussa Balde era poi stato trasferito al Cpr, avendo il permesso di soggiorno scaduto e un decreto di espulsione.
di Mauro Cerri
Il Giorno, 13 giugno 2021
Antiniska Pozzi racconta il progetto Pugni Chiusi che l'istruttore Mirko Chiari ha portato dentro le carceri milanesi di San Vittore e Bollate in un magnetico intreccio di vicende umane.
Sono frammenti immutabili di dna e la variabile incerta degli incontri a decidere il nostro destino, a decretare chi diventeremo. Quale dei due elementi prevale sull'altro? Se lo chiede spesso Antiniska Pozzi, poetessa e scrittrice per vocazione ancor prima che per scelta. La risposta l'ha trovata inciampando nella vita di Mirko Chiari, pugile per ostinazione e istruttore di boxe per precisa volontà.
Dal loro incontro, sullo sfondo denso di vita e pericoli della periferia nord di Milano, che può condannarti o elevarti con eguale possibilità, è nato il racconto di un'esperienza che va oltre l'ispirazione iniziale dell'autrice: documentare, cioè, il progetto Pugni Chiusi che Mirko Chiari ha portato come volontario dentro le carceri di Bollate e Milano. Le lezioni di pugilato ai detenuti, certo, dove Mirko - che l'umido della cella lo ha respirato per una sola notte ma così lunga da cambiargli la vita - insegna più che la tecnica la gestione della rabbia e dell'offesa, la resistenza all'istinto della reazione immediata, l'arte di incassare, essenza del pugilato e forse della vita. Così su quel ring ci salgono in tanti, il bandito specializzato nei colpi in banca o la bellissima donna imprigionata nel corpo di un uomo e molti altri "ospiti" del penitenziario. Qualcuno resiste, parecchi mollano perché la disciplina e la motivazione per resistere là sopra pretendono un prezzo alto tanto quanto la ricompensa. Ognuno è una storia che nessuna definizione può cristallizzare, figuriamoci quella di "detenuto".
Sul ring ci è salito anche lo sguardo di Antiniska Pozzi che quelle storie ha provato a raccogliere, trasmettere e rielaborare nelle pagine di "Per essere chiari" edito da Milieu, un romanzo che nasce come biografia e si trasforma in qualcosa d'altro che sfugge alle etichette proprio come i suoi personaggi. Un gioco di contrasti, come la boxe, come il linguaggio poetico a illuminare gli angoli bui di Milano dove si rubano motorini o ad amplificare i tonfi sordi dei guantoni appena prima degli schizzi di sangue sulle pareti. Un mondo di maschi indagato dagli occhi di una donna.
"Il mio linguaggio risponde al mio modo di osservare il mondo - spiega Antiniska Pozzi, giornalista milanese, già autrice di "Dove vanno le iguane quando piove" e di varie raccolte di poesia - e osservare questo mondo è stato un viaggio faticoso e sorprendente, come lo è la vita di Mirko e degli altri personaggi che ho incontrato in questi due lunghi anni di scrittura e conoscenza".
di Angelo Mavuli
La Nuova Sardegna, 13 giugno 2021
Appello per l'istituzione di una fermata dell'Arst davanti casa di pena di Nuchis La 48enne di Olbia costretta a fare mezzo chilometro ogni giorno insieme al cane. A piedi dalla fermata del bus di Nuchis al carcere dove lavora, mezzo chilometro sotto il sole o la pioggia. È un disagio per chiunque, ma lo è ancora di più per una donna di 48 anni, di Olbia, non vedente. E così da Tempio parte una petizione all'Arst perché istituisca una fermata intermedia del pullman fra Nuchis e Tempio, anche di fronte al piazzale della Casa di reclusione Paolo Pittalis.
L'iniziativa è stata assunta all'interno della struttura carceraria da alcuni operatori e ha trovato subito ottima accoglienza. In questo momento è rivolta soprattutto a favore di Amelia De Carlo, una operatrice carceraria di Olbia, non vedente, che quotidianamente deve lavorare nella casa di reclusione posta in piena campagna a circa un chilometro dall'abitato di Nuchis, sulla direttrice provinciale per Tempio. La donna che arriva nel piccolo centro con un mezzo pubblico dell'Arst è costretta a percorrere a piedi, in qualunque condizione atmosferica, aiutata solo da Itaca, il suo dolcissimo e bellissimo cane guida, il mezzo chilometro di strada che divide a fermata del bus dall'ingresso dell'imponente e importante struttura carceraria, che si trova in campagna.
La richiesta di una ulteriore fermata, proprio di fronte al carcere, pare non sia mai stata presa in considerazione dall'Arst, nonostante le visite alla struttura siano numerose e frequenti, soprattutto da parte dei parenti di detenuti e nonostante gli stessi accessi all'enorme piazzale esterno del carcere consentano, strutturalmente e fisicamente, il comodo passaggio di grossi mezzi ivi compresi gli autobus.
"Le fermate del mezzo di linea fra Nuchis e Tempio - si legge nella petizione che si rivolge soprattutto alle autorità comunali - sono due. La prima nel centro del paese e la successiva in località la Madonnina, posta però poco più avanti, rispetto al bivio sulla destra che porterebbe proprio al carcere. Chiediamo che chi di competenza, politica o meno, si faccia parte attiva chiedendo all'Arst di istituire fra Nuchis e la Madonnina una ulteriore fermata nell'ampio ed enorme parcheggio all'esterno della casa di reclusione.
ùCosì da permettere, non solo ad Amelia ovviamente, ma a quanti hanno necessità di giungere a piedi sul posto, di poterlo fare, nel caso specifico, in piena sicurezza". La richiesta di quanti stanno perorando la causa di Amelia si rivolge anche al consigliere comunale della frazione di Nuchis, Marco Careddu, "perché anche lui voglia farsi parte diligente per risolvere al più presto la situazione. Nel caso di Amelia la soluzione diventa estremamente urgente e necessaria".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Fatichiamo a capire questa generazione incupita dall'isolamento sanitario, vulnerabile alle ossessioni social, priva di miti e modelli (i pochi che esistono pensano solo a far soldi sulla propria popolarità).
La questione terrorizza chi ha figli o nipoti adolescenti, e dovrebbe spaventare chiunque abbia due occhi, un cuore e un cervello. La violenza tra i giovanissimi cresce e cambia. Gli episodi si moltiplicano. A Milano scontri ripetuti, con machete e cani feroci. A Roma risse continue come passatempo; dopo la partita Italia-Turchia, lanci di bottiglie contro i poliziotti e scontri a Campo dè Fiori. A Torino, fuori dalla scuola media "Rosselli", una ragazzina di 13 anni è stata chiamata "cagna" e "lesbica schifosa" da un gruppo di coetanee, poi pestata a sangue. Portava una borsa con i colori dell'arcobaleno e un collarino rosa. Ogni luogo d'Italia, grande e piccolo, ha brutte storie da raccontare.
La primavera 2021 ci sta riconsegnando una generazione che fatichiamo a capire, nelle sue frange estreme. Incupita dall'isolamento sanitario, vulnerabile alle ossessioni social, priva di miti e modelli (i pochi che esistono pensano solo a far soldi sulla propria popolarità).
Polizia e carabinieri sono molto preoccupati perché si accorgono che è saltato il nesso tra provocazione e reazione, per quanto odioso potesse essere. Non c'è un movente ideologico, come un tempo; non c'è un movente politico o sociale; lo scontro fra bande rivali - patetica imitazione americana - esiste, ma è marginale. È una violenza nuova, casuale e cattiva.
Una violenza spesso senza conseguenze, per chi ne è responsabile. Il codice penale può poco con i minorenni. Il carcere a quell'età non è quasi mai una risposta, anche perché i giovanissimi criminali non hanno consapevolezza dei crimini, dei rischi e delle conseguenze. E la società non trova soluzioni. La cosa più grave è che nemmeno le cerca. Eppure qualcosa di nuovo bisogna inventare, tra pene alternative e servizi sociali.
Non è una proposta, ovviamente, solo una considerazione. Un articolo di giornale non può suggerire soluzioni per un fenomeno che i genitori non possono evitare, i sociologi non sanno spiegare, gli psicoterapeuti non riescono a curare, le forze dell'ordine faticano ad arginare. Ma sembra evidente: così non si può andare avanti. Gli adolescenti di oggi cresceranno e cambieranno, certo. Ma nel frattempo rischiano di farsi, e di fare, molto male.
primacomo.it, 13 giugno 2021
Dai ricettari distribuiti a Como, il progetto si fa ancora più grande. "Abbiamo ricominciato a vivere, ad assaporare la libertà. Cucinare al fresco non è semplicemente un ricettario, ma una speranza, un percorso per comprendere meglio un cammino di riabilitazione. È una testata giornalistica ideata e scritta da persone che hanno perso la libertà, ma che non si sono perse d'animo e hanno deciso di rimettersi in gioco per fare 'qualcosa di buono' attraverso il cibo, spiegando i metodi utilizzati nelle stanze di reclusione per cucinare con le risorse a loro disposizione".
Esce martedì 15 giugno 2021 in tutte le librerie d'Italia "Cucinare al fresco" edito da L'Erudita. Si tratta della prima raccolta di ricette che caratterizza il progetto Cucinare al fresco, un laboratorio di idee all'interno del quale, attraverso i piatti preparati dai detenuti e dalle detenute, vengono raccontate storie, emozioni e soprattutto ricordi. Un percorso che vuole creare momenti di normalità per creare nuove chance e nuovi percorsi riabilitativi. Partito in sordina nella Casa circondariale del Bassone di Como, oggi la redazione conta un centinaio di detenuti che lavorano su singole proposte editoriali, oltre ad essere riusciti a strutturare una redazione con ruoli e organizzazione simili a quanto avviene nei giornali.
Difficile, anzi improbabile pensare che in carcere si possano preparare dei manicaretti da leccarsi i baffi, ma così è, e solo leggendo le pagine di questo libro, che preferiamo definire "quaderno dei sapori", i detenuti e le detenute raccontano, attraverso un linguaggio semplice, il proprio rapporto, sempre molto personale, con il cibo, narrando i propri gusti e i propri piatti preferiti.
"Partendo dal presupposto che non sono nata per insegnare, ma sempre per imparare dagli altri, ho approcciato i gruppi di lavoro con grande leggerezza cercando di mettere al centro di ogni lezione loro, i detenuti e le detenute, coloro che mi hanno dato fiducia e stimolata a proseguire - commenta la coordinatrice del progetto, Arianna Augustoni. Ho lasciato a loro il compito di organizzare il progetto in base alle singole esigenze, ma sempre con un solo obiettivo: raccontare le proprie esperienze in cucina attraverso un linguaggio corretto e preciso. Dal racconto alla scrittura il passo è stato breve, in quanto le tante nozioni sono state organizzate per dare vita a una pubblicazione che raccontasse queste esperienze anche all'esterno".










