di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 maggio 2021
Gli arresti di Parigi e la nostra smemoratezza. Abbiamo lasciato aperto un capitolo tragico della nostra storia, quello degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, dopo aver chiuso a fatica, e non del tutto, quello del fascismo.
Neppure quando fu arrestato e processato l'ex capitano delle SS Enrich Priebke, il nostro Paese e il nostro sistema giudiziario seppero dimostrare la capacità di fare i conti con la propria storia. Perché non si seppe capire né far capire che non si stava giudicando una persona responsabile (per ordini ricevuti o dati) di migliaia di morti, ma un vecchio di 84 anni che aveva già da solo dato un orientamento diverso della propria vita. Lo aveva capito e realizzato Palmiro Togliatti con l'amnistia del 1946. Dopo di lui non ci sarà più un ministro di Giustizia capace di tenere insieme il proprio vissuto soggettivo, la propria memoria e i conti con la storia.
Il contrario di quel che fece Togliatti è stata - è ancora - la politica delle emergenze. L'Italia ha vissuto il fascismo e la resistenza (all'interno della quale ci furono anche atti individuali crudeli, violenti e ingiusti), e poi, negli anni Settanta, che, non dimentichiamolo, furono anche momenti di grandi iniziative riformatrici, la sovversione sociale, una cui parte divenne terrorismo. Non si possono trattare il rapimento e uccisione di Moro e della sua scorta, gli assassinii e ferimenti di decine di uomini politici, magistrati e giornalisti come singoli episodi da giudicare nei tribunali. Il terrorismo è stato un fenomeno tragico della politica e della società. Ripeto, della società. Lo ha capito bene uno che non è certo stato amico di coloro, in gran parte di sinistra, che avevano preso le armi, come Vittorio Feltri, che ha ricordato un tragico applauso in un'assemblea di lavoratori alla notizia del rapimento di Moro. Purtroppo ho anch'io un ricordo analogo, di singole persone, in un ambiente di sinistra non estremistica come era quella de il Manifesto.
Fare i conti con il proprio passato, anche il più negativo, il più drammatico, vuol dire aiutare a ricucire lo strappo che qualcuno ha attuato nei confronti della propria comunità. Ricucire per ricostruire non c'entra niente con il perdono, che è un fatto individuale e intimo e che attiene alla relazione di una persona con un'altra. È anche il contrario della cancel culture, che è invece un gesto di violento revisionismo, portato solo a distruggere, a separare, quasi a straniare anche il proprio vissuto. La politica della ministra Marta Cartabia, nella sua attività di costituzionalista, la sua consapevolezza del fatto che non possa essere il carcere la soluzione di ogni lacerazione, fino al punto di dare battaglia all'ergastolo ostativo, è un insegnamento per tutti. Poi, certo, nella nostra memoria, esiste anche un fatto generazionale. Chi ha cinquant'anni o meno può essere indotto a pensare che la storia delle leggi speciali, la proclamazione di continui stati di emergenza siano iniziati con le stragi di mafia, con gli anni Novanta e con le uccisioni dei magistrati Falcone e Borsellino.
Se così non fosse, forse la guardasigilli Cartabia non potrebbe dire che i rifugiati arrestati nei giorni scorsi in Francia, sulla cui estradizione lei stessa insieme al Presidente del consiglio Draghi si è particolarmente impegnata, sono stati giudicati con processi giusti e con tutte le garanzie. Purtroppo non è così. Il che non significa affatto che stiamo parlando di innocenti. Non lo era, dal punto di vista processuale, Cesare Battisti, e probabilmente non lo è la gran parte di coloro che sono stati fermati e poi rimessi in libertà vigilata in questi giorni in Francia. Il problema è un altro. E cioè che le leggi speciali non sono in grado di fare giustizia. E non l'hanno fatta con le lunghissime custodie cautelari nelle carceri speciali di persone che saranno poi assolte, né con le leggi sul pentitismo, che pure hanno aiutato a sconfiggere il terrorismo sul piano puramente militare. Ma è stato ben più significativo il gesto del cardinal Martini quando ha ricevuto le armi da Ernesto Balducchi, un militante dell'Autonomia che era stato protagonista di quel fenomeno di "dissociazione" dalla lotta armata con cui centinaia di ex militanti avevano preso le distanze dalla violenza, senza la necessità di denunciare i propri compagni. Un'altra forma di quella giustizia riparativa che sta a cuore alla ministra. E che sarebbe un ottimo programma di governo.
È quello che stanno attuando, passo dopo passo, formazioni politiche come Nessuno tocchi Caino e che ha portato alla realizzazione del documentario Spes contra spem di Ambroglio Crespi nel carcere di Opera. E siamo arrivati alla seconda emergenza, quella dei reati di mafia. Non è cambiato molto, rispetto al metodo con cui si svolgevano le inchieste per i fatti di terrorismo. Leonardo Sciascia fu critico anche nei confronti del maxiprocesso di Palermo voluto da Giovanni Falcone. Chiariamo naturalmente che nessuno sta paragonando le persone, né i fatti, né le ideologie, laddove ci fossero. Ma processare i contumaci, contestare i concorsi morali (a Renato Curcio o a Totò Riina, il concetto è lo stesso), esibire come prove la sola parola dei pentiti: che cosa ha a che fare tutto ciò con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo?
Se poi fosse per caso arrivata notizia in terra d'oltralpe delle raccapriccianti controriforme prodotte negli ultimi anni dalla subcultura dei grillini e dell'ex ministro Bonafede, tese a equiparare i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli del terrorismo e della mafia, si capirebbe a maggior ragione perché la giustizia italiana sia vista con tanto sospetto negli altri Paesi dell'occidente. Un'ultima osservazione desidero indirizzare alla ministra Cartabia, nel nome della grandissima stima che ho personalmente nei suoi confronti. Lei si è spesa molto perché le autorità francesi mettessero in qualche modo le manette molto rapidamente ai polsi di dieci persone (sulle duecento italiane ancora rifugiate a Parigi e dintorni) condannate per fatti di sangue, appena prima che i reati cadessero in prescrizione, dopo quaranta o cinquant'anni dagli accadimenti. Le domando se ciò abbia un senso.
Le domando se ciò sia coerente con quella "possibilità di rieducazione e conciliazione" che lei giustamente vorrebbe concedere a chiunque, qualunque delitto abbia commesso. Ma quale miglior dimostrazione di rieducazione e conciliazione queste dieci persone (e tutte le altre) devono dare ancora, oltre al fatto di aver rispettato alla lettera per qualche decennio le condizioni poste dal presidente Mitterrand (e poi Chirac, Sarkozy e Hollande) non commettendo nessun reato e integrandosi perfettamente, mettendo su famiglia e lavorando, e sempre rigando diritto? O qualcuno pensa che deportare in Italia un gruppetto di pensionati e far loro assaggiare un po' di galera serva a riparare il danno fatto e a far finta di niente su quei conti politici ancora aperti?
Certo, signora ministra, sarebbe tutto più facile se anche noi del Riformista ci comportassimo come stanno facendo in questi giorni da una parte i quotidiani più schierati con il centrodestra che applaudono con gli occhi chiusi purché vengano mandati in galera quelli di sinistra. E dall'altra parte il quotidiano più forcaiolo della sinistra, cioè il manifesto che, con un bell'editoriale di Tommaso Di Francesco, bolla la retata parigina come "la vendetta". E riscopre improvvisamente, ma solo nei confronti della sinistra, il garantismo di un tempo, ahimè, antico. Noi non siamo così. Noi siamo quelli del "metodo Cartabia". Fino a tre giorni fa, e speriamo ancora per il futuro.
La Repubblica, 4 maggio 2021
"Sono determinato a riportare a casa ogni americano detenuto" in Iran. Lo ha ribadito il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, definendo però "errate" le notizie, circolate nel fine settimana, su un accordo tra Washington e Teheran per uno scambio di prigionieri e lo sblocco di fondi iraniani congelati. La notizia era stata già smentita ieri dal dipartimento di Stato. Blinken è a Londra per la ministeriale Esteri del G7 e ha avuto dei bilaterali, tra cui quello con l'omologo britannico, Dominic Raab, che aveva il dossier iraniano in cima all'agenda.
Il sottosegretario agli Esteri britannico James Cleverly ha confermato che il Regno Unito e l'Iran sono in trattative sul debito da 400 milioni di sterline (460 milioni di euro) che il primo deve al secondo, ma ha negato che le trattative siano in relazione con la detenzione dell'operatrice umanitaria anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, detenuta nel Paese dal 2016 con accuse di intenti sovversivi e spionaggio. Accuse che la donna ha sempre respinto, e il suo arresto e il rifiuto di rilasciarla è stato spesso interpretato come un ricatto portato avanti dal Paese degli ayatollah per forzare la Gran Bretagna a risarcire il debito, formalmente riconosciuto ma non onorato dai britannici anche per via delle sanzioni.
Il Regno Unito deve risarcire l'Iran per l'acquisto di carri armati pagati da Teheran negli anni '70 e mai consegnati. Zaghari-Ratcliffe ha in dichiarato in passato di essere stata arrestata per essere utilizzata come pedina di scambio per facilitare il risarcimento del debito. Il primo ministro britannico Boris Johnson tuttavia ha specificato che le due questioni sono "completamente separate", affermando che il governo sta facendo "tutto il possibile" per assicurarsi la liberazione di Zaghari-Ratcliffe.
Nel frattempo due cittadini con doppia nazionalità iraniano-americana, Morad Tahbaz e Siamak Namazi, sono stati trasferiti in celle usate in passato per detenuti che stavano per essere rilasciati. Secondo il Guardian, che cita fonti interne al carcere di Evin a Teheran, ciò fa ben sperare per la loro scarcerazione. Tabhaz è co-fondatore della Persian Wildlife Heritage Foundation e nel novembre 2019 è stato condannato a 10 anni di carcere per "intelligenza col nemico Usa". Namazi è il prigioniero statunitense da più tempo detenuto in Iran, è stato condannato a 10 anni nell'ottobre del 2016. Gli sviluppi fanno seguito alle indiscrezioni del fine settimana da parte dei media iraniani secondo i quali sarebbe stato imminente uno scambio di prigionieri che coinvolgerebbe quattro cittadini stranieri non identificati. Ipotesi oggi smentita del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh, che ha detto che "come regola non confermiamo notizie e dichiarazioni di cosiddette fonti informate".
di Pierfrancesco Albanese
L'Espresso, 3 maggio 2021
La strage del carcere Sant'Anna di Modena. A un anno dalla rivolta, un recluso forse picchiato a morte, altri otto ufficialmente uccisi dal metadone. ma familiari e legali non ci stanno.
Nove morti senza un perché. Il silenzio che si allunga sui corpi, nei luoghi dove un tempo è stato tumulto. Ingoia i dubbi. E rigurgita certezze. Quelle della Procura, che per uno dei tre rami dell'indagine sulle rivolte del carcere di Modena chiede l'archiviazione. Per otto dei nove morti - questa la tesi - la causa del decesso è overdose da metadone o altri psicofarmaci. Senza responsabilità terze, senza elementi che corroborino l'ipotesi di ulteriori concause.
di Pierfrancesco De Robertis
Il Giorno, 3 maggio 2021
L'immagine che l'ennesimo caos sul tema giustizia trasmette al Paese è quella di un intero settore dello Stato ormai fuori controllo. Al di là del merito specifico della vicenda che presenta tutti i classici del genere - guerra interna alla magistratura inquirente, corvi che svolazzano, verbali in fuga dai cassetti, veline recapitate a giornalisti reputati amici - la sensazione è che si sia sceso un ulteriore scalino verso il baratro della sfiducia, oltre al quale sarà davvero difficile riacchiappare quel minimo di legame tra il Paese e uno dei suoi organi fondamentali. Con i chiari di luna degli ultimi giorni sorprendono poco i recenti sondaggi secondo i quali la magistratura non è mai stata così in basso nella considerazione comune.
di Luciano Violante
La Repubblica, 3 maggio 2021
C'è una grave questione morale nella magistratura, resa ancora più evidente dall'arresto nei giorni scorsi di un altro giudice, a Bari, e dalla circolazione di dossier giudiziari a fini intimidatori. Risponde all'interesse generale rimuovere le cause delle deviazioni; è quindi ragionevole che il Parlamento intervenga. Alcuni parlamentari hanno proposto una Commissione d'inchiesta.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 3 maggio 2021
Intervista a Edoardo Vigna, co-autore del saggio "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia". "Una pena che sia solo vendetta pubblica e null'altro ha fallito il suo scopo". La necessità di opporsi al giustizialismo penale per un completo reinserimento del detenuto nella vita della società rappresenta l'essenza del saggio "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Editori Laterza, 2020), del magistrato Marcello Bortolato e del giornalista del Corriere della Sera Edoardo Vigna.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 maggio 2021
I relatori saranno Ceccanti (Pd) e Conte (LeU). Un tentativo di "far abortire" l'iniziativa, secondo il forzista. Ma lo stesso sta accadendo con la legge Zan, il cui relatore è Ostellari (Lega).
"I presidenti delle Commissioni riunite prima e seconda di Montecitorio hanno nominato relatori della proposta di legge per la istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull'uso politico della Giustizia gli onorevoli Ceccanti e Conte. Entrambi i parlamentari, appartenenti al gruppo del Partito Democratico e di Liberi ed Uguali, si sono già espressi nelle scorse settimane contro tale commissione di inchiesta. Pare evidente l'intento di far abortite la nostra iniziativa. Di fronte ai gravissimi scandali che coinvolgono la magistratura italiana, c'è chi continua a fare lo struzzo e guarda altrove. Con queste premesse il cammino verso riforme condivise sulla Giustizia appare sempre più arduo e complicato". È quanto afferma in una nota Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in commissione giustizia a Montecitorio.
La sua paura, dunque, è che sia in atto un tentativo di ammorbidire, se non di cancellare completamente, l'iniziativa di Maria Stella Gelmini, prima firmataria della proposta forzista per indagare sull'uso politico della Giustizia, con particolare riferimento ai processi che hanno riguardato l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma le accuse rivolte ora da Zanettin a Pd e LeU sono le stesse che, nei giorni scorsi, M5S, Pd e LeU hanno rivolto alla Lega, a causa della scelta del presidente della Commissione Giustizia al Senato, il leghista Andrea Ostellari, di autonominarsi relatore del ddl Zan, la legge contro l'omotransfobia che tanto sta facendo discutere e che il centrodestra ha tentato di ostacolare, ritardando la sua calendarizzazione al Senato a colpi di polemiche.
La Commissione sulla magistratura, nel fine settimana, è tornata a far discutere dopo la notizia del dossieraggio interno al Csm. Si tratta dei verbali delle testimonianze rese dall'avvocato Piero Amara, il principale accusatore a Perugia dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, consegnati dal pm milanese Paolo Storari all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e poi, dalla sua segretaria, Marcella Contrafatto, a Repubblica e Fatto quotidiano, che hanno consegnato i plichi anonimi ricevuti in Procura. Amara, ascoltato alla fine del 2019 dall'aggiunto milanese Laura Pedio e da Storari nell'indagine sui depistaggi nel procedimento Eni-Nigeria, aveva descritto l'esistenza di una superloggia segreta - la loggia Ungheria - composta da magistrati, alti esponenti delle Forze di polizia e dell'imprenditoria, finalizzata a pilotare le nomine al Csm e a gestire gli incarichi pubblici. Storari, però, non vedendo riscontri concreti alle testimonianze di Amara, a marzo del 2020 aveva deciso di consegnare a Davigo questi verbali, non firmati, in formato word, cercando così una tutela.
La legge istitutiva della Commissione d'inchiesta verrà calendarizzata la prossima settimana in Commissione giustizia alla Camera. Ma M5S e Pd saranno disponibili a trattare soltanto a patto che non si tratti di una revisione degli ultimi 25 anni di storia politica, riletti con la lente delle vicende giudiziarie che hanno scandito ascesa e crollo dei vari governi.
"Abbiamo espresso la nostra preoccupazione soprattutto alla luce della proposta Gelmini - ha spiegato al Dubbio Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia. È un testo che si presta a molti rischi, perché più che una Commissione d'inchiesta sembra una Commissione di natura inquisitoria nei confronti della magistratura, destinata ad una verifica dei rapporti tra politica e magistratura degli ultimi 20- 30 anni, con la malcelata volontà di rimettere in discussione anche alcune vicende giudiziarie che hanno colpito alcuni esponenti politici".
Una cosa pericolosa, secondo il Pd, sia per la necessità di rispettare in maniera rigorosa il principio di separazione dei poteri, ma anche per il rischio di innescare un "conflitto" tra politica e magistratura, anziché disinnescarlo. "In questo momento, tornare indietro alle lacerazioni che ha conosciuto il nostro Paese sotto questo profilo non ci pare una cosa utilissima", aggiunge Bazoli. A preoccupare è soprattutto la relazione introduttiva della proposta Gelmini, di natura "provocatoria", in quanto rappresenta quasi "un atto d'accusa nei confronti della magistratura che avrebbe fatto fuori i leader di centrodestra. Quella relazione rappresenta in modo molto evidente l'uso politico della giustizia".
di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
Le parole di Amara. I magistrati verificheranno se c'è un'associazione segreta o è calunnia. Un'associazione segreta in grado di condizionare nomine e affari oppure una gigantesca macchina del fango alimentata da dossier e file audio. È questo il nodo che dovrà sciogliere la Procura di Perugia titolare dell'inchiesta sulla loggia "Ungheria", descritta in oltre dieci verbali dall'avvocato Piero Amara, condannato e inquisito per i depistaggi contro l'Eni e svariati episodi di corruzione in atti giudiziari. Una presunta consorteria della quale - sostiene il legale che prova a trasformarsi in una sorta di "pentito" - farebbero parte politici, magistrati, vertici delle forze di polizia, avvocati e imprenditori. Ma sulla quale mancano ancora riscontri, a partire dalla lista degli affiliati, l'eventuale sede degli incontri, gli accordi illeciti tra gli iscritti. Amara è stato interrogato a più riprese dai magistrati di Milano e già due volte da quelli di Perugia guidati dal procuratore Raffaele Cantone. Tornerà nei prossimi giorni e sarà richiamato anche il suo socio Giuseppe Calafiore (altro avvocato già condannato) che ha annunciato la volontà di collaborare.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
Una vittima è stata chiamata ripetutamente a testimoniare per nove anni nei vari gradi di giudizio. Quando aveva cominciato a subire le violenze aveva 13 anni. La prima volta che gli inquirenti la sentirono come testimone aveva 13 anni. L'altro giorno, a 22 anni, era di nuovo lì, davanti alla Corte, a raccontare come andò quand'era ragazzina. Lei è la vittima, il reato è violenza sessuale e lo sfondo è Genova.
Per nove anni - nove - le complicazioni del processo sono cresciute assieme a lei in una specie di gioco dell'oca dove un passo avanti non è mai stato definitivo. Ne sono sempre seguiti due indietro, poi uno stop, poi un passaggio dal via, e ancora avanti temendo di retrocedere. E di tanto in tanto il sistema Giustizia ha preteso che lei si presentasse in aula a testimoniare. Anche se lo aveva già fatto altre volte, anche se agli atti c'era una prova audio che lei stessa aveva registrato per incastrare l'autore degli abusi. Niente è sembrato bastare nemmeno nell'ultima tappa della sua storia processuale: l'hanno richiamata di nuovo in aula. E lei, con la pazienza di Giobbe, ha spiegato una volta ancora dettagli che vorrebbe soltanto dimenticare.
Nel 2012, quando a scuola e a casa si accorsero che non era più la stessa, il danno era ormai fatto; il papà di una sua compagna di scuola, si scoprì, aveva a lungo abusato di lei e quella ragazzetta di 13 anni riuscì a registrare un audio nel quale lui, in sostanza, ammetteva gli abusi. In primo grado l'uomo fu condannato per una parte dei reati e assolto per un'altra, così il pubblico ministero fece ricorso per ottenere la condanna piena e ci riuscì.
Ma a quel punto fu la difesa a fare ricorso in Cassazione: "C'è un difetto di motivazione", dissero gli avvocati di lui. La Cassazione decise che stavolta avevano ragione loro, il processo tornò in aula e lei fu chiamata di nuovo a testimoniare. Finì che lo condannarono anche stavolta "ma il giudice ha fatto domande suggestive", lamentarono fra le altre cose i legali dell'uomo. Altro ricorso in Cassazione che confermò: domande suggestive. Tutto annullato e ritorno in Corte d'appello.
Solo che, appunto, fra un passo avanti e uno indietro lei è diventata pellegrina delle aule di Giustizia e a 22 anni ha ricevuto un'altra convocazione: presentarsi in aula, prego. Ed eccola lì, di nuovo, a raccontare tutto daccapo. L'hanno condannato (è la terza volta) ma siamo ancora in appello ed è scontato un nuovo ricorso in Cassazione. Quindi nulla è detto, salvo una cosa: lei non ne può più.
di Valeria Valente
Il Dubbio, 3 maggio 2021
La replica a Zan della presidente della Commissione sul femminicidio: ": "Una legge contro l'odio è tanto più efficace quanto più si propone anche finalità culturali e di promozione del cambiamento e quanto meno ricorre al solo Codice penale".
L'avvio dell'esame del ddl Zan, dopo l'ostruzionismo inaccettabile della Lega, è stato un successo del Pd, che si è impegnato con il segretario Letta ad approvare finalmente una legge contro l'omotransfobia, che è assolutamente necessaria. Ora la parola passa alla Commissione Giustizia del Senato. Proprio per arrivare ad approvare al più presto un testo con il più ampio consenso possibile (ricordo che in gran parte Fi alla Camera ha votato il testo, mentre al Senato si è espressa, con il resto del centrodestra, contro la calendarizzazione), credo che sia necessario cogliere l'opportunità di una seconda lettura per migliorare il disegno di legge e votarlo definitivamente, blindandone il percorso con i deputati, entro l'apertura della sessione di bilancio.
Sono due i motivi politici che mi spingono su questa posizione, condivisa da tanta parte delle associazioni femminili e femministe, da giuristi e voci autorevoli nel campo dei diritti umani.
Il primo è noto: il riferimento al 'sesso' e al "genere" e quindi alle donne va cancellato dalla legge contro l'omotransfobia. Le donne non sono una minoranza, né una categoria o un gruppo sociale (ai quali fa riferimento la legge Mancino), sono la maggioranza della popolazione; la discriminazione e la violenza contro le donne hanno una matrice culturale diversa dall'omotransfobia, originano non dall'odio per il diverso, ma dall'idea patriarcale della donna soggetta al potere maschile e quindi albergano per lo più nelle relazioni di coppia; la definizione di 'identità di genere', introdotta tra le altre all'inizio del ddl Zan alla Camera, si presta a interpretazioni poco definite e certe, avrebbe bisogno di un richiamo ad una nuova legge sulla transizione di identità, finisce per introdurre nel nostro ordinamento un'identità sessuale fluida che, anche suo malgrado, rischia di cancellare la differenza sessuale e così i diritti e gli spazi faticosamente acquisiti dalle donne. Infine: esiste già un patrimonio legislativo specifico, con un impianto adeguato allo scopo, contro la discriminazione e la violenza di genere, al quale questa legge si sovrapporrebbe generando solo confusione. Questi argomenti sulle donne sono sostanziali e non formali e nulla hanno a che vedere, né possono essere confusi, con le motivazioni strumentali di una Lega che si scopre persino "femminista", ma in realtà vuole solo spingere il ddl Zan su un binario morto.
Il secondo motivo: una legge contro l'odio è tanto più efficace quanto più si propone anche finalità culturali e di promozione del cambiamento e quanto meno ricorre al solo Codice penale (che peraltro richiede determinatezza e tassatività). Inserire donne, disabili e persone omo e transessuali dentro un elenco di categorie sociali discriminate e da tutelare e all'interno del Codice penale (gli articoli 604-bis e ter, richiamati dalla legge Mancino) rappresenta un oggettivo arretramento culturale e un passo di sicuro foriero di incertezze applicative e interpretative. Si presta inoltre al rischio di tenere fuori altri gruppi e categorie, che pure potrebbero rimanere prive di tutela, visto che il Codice penale non è suscettibile, come è noto, di applicazioni analogiche.
Per tutte queste ragioni, se fossimo all'anno zero e dovessimo concepire ex novo una legge contro l'odio omotransfobico, affronterei la questione con un'impostazione giuridica diversa. Non utilizzerei la legge Mancino, che storicamente è nata per contrastare i crimini, l'istigazione e la propaganda di odio, con l'espressa finalità di evitare la nascita di movimenti fondati sull'ideologia della superiorità. Avrei scelto invece di introdurre in maniera semplice e chiara l'aggravante delle ragioni di odio omotransfobiche tra quelle previste dall'articolo 61 del Codice penale (circostanze aggravanti dei reati).
Ma ormai siamo qui e non sarebbe né giusto né rispettoso ignorare un lavoro importante e faticoso svolto alla Camera. Ecco perché vorrei provare ora a lavorare ad alcune modifiche: cancellare il riferimento al 'sesso' e al "genere" e sostituire 'l'identità di genere' con 'l'identità sessuale'. In questo modo escluderemmo le donne dall'applicazione della legge contro l'omotransfobia, riuscendo però a ricomprendere coloro che, pur avendo i caratteri di un determinato sesso biologico, percepiscono diversamente la propria identità sessuale e, aderendo a comportamenti e orientamenti sessuali non conformi liberamente scelti, divengono bersaglio di atti di odio. Per tutti i motivi finora espressi, sarei per evitare anche il riferimento alla disabilità, rinviandone l'oggetto ad altra normativa.
Ciò che propongo, in sintesi, è quasi un ritorno all'origine del ddl Zan. Evitiamo di fare del ddl, così com'è ora, un totem intoccabile e ad alto rischio di impantanamento al Senato, per i diversi rapporti di forza presenti. Facciamo di necessità virtù e miglioriamo ancora la legge, togliendo alibi pretestuosi ma insidiosi ai nostri avversari politici, soprattutto alla Lega.
Stringiamo sulle modifiche un patto di ferro anche con i deputati e approviamo tutto e subito: per me è un risultato possibile e alla nostra portata. Se poi i fatti mi dimostreranno che il ddl Zan può essere approvato solo così com'è e che il rischio sarebbe quello di non avere una legge contro i crimini di odio per ragioni omotransfobiche io, da senatrice del Pd sempre dalla parte di chi rischia di essere discriminato e meno tutelato, non potrò mai prestare il mio voto a questa prospettiva. Ma finché ci sarà spazio e margine per migliorare una legge tanto importante, lavorerò tenacemente per questo, con la forza di argomentazioni e ragioni non solo mie ma di tante e tanti dentro e soprattutto fuori dalle aule parlamentari.
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