di Giovanni Bianconi e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
Le parole di Amara. I magistrati verificheranno se c'è un'associazione segreta o è calunnia. Un'associazione segreta in grado di condizionare nomine e affari oppure una gigantesca macchina del fango alimentata da dossier e file audio. È questo il nodo che dovrà sciogliere la Procura di Perugia titolare dell'inchiesta sulla loggia "Ungheria", descritta in oltre dieci verbali dall'avvocato Piero Amara, condannato e inquisito per i depistaggi contro l'Eni e svariati episodi di corruzione in atti giudiziari. Una presunta consorteria della quale - sostiene il legale che prova a trasformarsi in una sorta di "pentito" - farebbero parte politici, magistrati, vertici delle forze di polizia, avvocati e imprenditori. Ma sulla quale mancano ancora riscontri, a partire dalla lista degli affiliati, l'eventuale sede degli incontri, gli accordi illeciti tra gli iscritti. Amara è stato interrogato a più riprese dai magistrati di Milano e già due volte da quelli di Perugia guidati dal procuratore Raffaele Cantone. Tornerà nei prossimi giorni e sarà richiamato anche il suo socio Giuseppe Calafiore (altro avvocato già condannato) che ha annunciato la volontà di collaborare.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
Una vittima è stata chiamata ripetutamente a testimoniare per nove anni nei vari gradi di giudizio. Quando aveva cominciato a subire le violenze aveva 13 anni. La prima volta che gli inquirenti la sentirono come testimone aveva 13 anni. L'altro giorno, a 22 anni, era di nuovo lì, davanti alla Corte, a raccontare come andò quand'era ragazzina. Lei è la vittima, il reato è violenza sessuale e lo sfondo è Genova.
Per nove anni - nove - le complicazioni del processo sono cresciute assieme a lei in una specie di gioco dell'oca dove un passo avanti non è mai stato definitivo. Ne sono sempre seguiti due indietro, poi uno stop, poi un passaggio dal via, e ancora avanti temendo di retrocedere. E di tanto in tanto il sistema Giustizia ha preteso che lei si presentasse in aula a testimoniare. Anche se lo aveva già fatto altre volte, anche se agli atti c'era una prova audio che lei stessa aveva registrato per incastrare l'autore degli abusi. Niente è sembrato bastare nemmeno nell'ultima tappa della sua storia processuale: l'hanno richiamata di nuovo in aula. E lei, con la pazienza di Giobbe, ha spiegato una volta ancora dettagli che vorrebbe soltanto dimenticare.
Nel 2012, quando a scuola e a casa si accorsero che non era più la stessa, il danno era ormai fatto; il papà di una sua compagna di scuola, si scoprì, aveva a lungo abusato di lei e quella ragazzetta di 13 anni riuscì a registrare un audio nel quale lui, in sostanza, ammetteva gli abusi. In primo grado l'uomo fu condannato per una parte dei reati e assolto per un'altra, così il pubblico ministero fece ricorso per ottenere la condanna piena e ci riuscì.
Ma a quel punto fu la difesa a fare ricorso in Cassazione: "C'è un difetto di motivazione", dissero gli avvocati di lui. La Cassazione decise che stavolta avevano ragione loro, il processo tornò in aula e lei fu chiamata di nuovo a testimoniare. Finì che lo condannarono anche stavolta "ma il giudice ha fatto domande suggestive", lamentarono fra le altre cose i legali dell'uomo. Altro ricorso in Cassazione che confermò: domande suggestive. Tutto annullato e ritorno in Corte d'appello.
Solo che, appunto, fra un passo avanti e uno indietro lei è diventata pellegrina delle aule di Giustizia e a 22 anni ha ricevuto un'altra convocazione: presentarsi in aula, prego. Ed eccola lì, di nuovo, a raccontare tutto daccapo. L'hanno condannato (è la terza volta) ma siamo ancora in appello ed è scontato un nuovo ricorso in Cassazione. Quindi nulla è detto, salvo una cosa: lei non ne può più.
di Valeria Valente
Il Dubbio, 3 maggio 2021
La replica a Zan della presidente della Commissione sul femminicidio: ": "Una legge contro l'odio è tanto più efficace quanto più si propone anche finalità culturali e di promozione del cambiamento e quanto meno ricorre al solo Codice penale".
L'avvio dell'esame del ddl Zan, dopo l'ostruzionismo inaccettabile della Lega, è stato un successo del Pd, che si è impegnato con il segretario Letta ad approvare finalmente una legge contro l'omotransfobia, che è assolutamente necessaria. Ora la parola passa alla Commissione Giustizia del Senato. Proprio per arrivare ad approvare al più presto un testo con il più ampio consenso possibile (ricordo che in gran parte Fi alla Camera ha votato il testo, mentre al Senato si è espressa, con il resto del centrodestra, contro la calendarizzazione), credo che sia necessario cogliere l'opportunità di una seconda lettura per migliorare il disegno di legge e votarlo definitivamente, blindandone il percorso con i deputati, entro l'apertura della sessione di bilancio.
Sono due i motivi politici che mi spingono su questa posizione, condivisa da tanta parte delle associazioni femminili e femministe, da giuristi e voci autorevoli nel campo dei diritti umani.
Il primo è noto: il riferimento al 'sesso' e al "genere" e quindi alle donne va cancellato dalla legge contro l'omotransfobia. Le donne non sono una minoranza, né una categoria o un gruppo sociale (ai quali fa riferimento la legge Mancino), sono la maggioranza della popolazione; la discriminazione e la violenza contro le donne hanno una matrice culturale diversa dall'omotransfobia, originano non dall'odio per il diverso, ma dall'idea patriarcale della donna soggetta al potere maschile e quindi albergano per lo più nelle relazioni di coppia; la definizione di 'identità di genere', introdotta tra le altre all'inizio del ddl Zan alla Camera, si presta a interpretazioni poco definite e certe, avrebbe bisogno di un richiamo ad una nuova legge sulla transizione di identità, finisce per introdurre nel nostro ordinamento un'identità sessuale fluida che, anche suo malgrado, rischia di cancellare la differenza sessuale e così i diritti e gli spazi faticosamente acquisiti dalle donne. Infine: esiste già un patrimonio legislativo specifico, con un impianto adeguato allo scopo, contro la discriminazione e la violenza di genere, al quale questa legge si sovrapporrebbe generando solo confusione. Questi argomenti sulle donne sono sostanziali e non formali e nulla hanno a che vedere, né possono essere confusi, con le motivazioni strumentali di una Lega che si scopre persino "femminista", ma in realtà vuole solo spingere il ddl Zan su un binario morto.
Il secondo motivo: una legge contro l'odio è tanto più efficace quanto più si propone anche finalità culturali e di promozione del cambiamento e quanto meno ricorre al solo Codice penale (che peraltro richiede determinatezza e tassatività). Inserire donne, disabili e persone omo e transessuali dentro un elenco di categorie sociali discriminate e da tutelare e all'interno del Codice penale (gli articoli 604-bis e ter, richiamati dalla legge Mancino) rappresenta un oggettivo arretramento culturale e un passo di sicuro foriero di incertezze applicative e interpretative. Si presta inoltre al rischio di tenere fuori altri gruppi e categorie, che pure potrebbero rimanere prive di tutela, visto che il Codice penale non è suscettibile, come è noto, di applicazioni analogiche.
Per tutte queste ragioni, se fossimo all'anno zero e dovessimo concepire ex novo una legge contro l'odio omotransfobico, affronterei la questione con un'impostazione giuridica diversa. Non utilizzerei la legge Mancino, che storicamente è nata per contrastare i crimini, l'istigazione e la propaganda di odio, con l'espressa finalità di evitare la nascita di movimenti fondati sull'ideologia della superiorità. Avrei scelto invece di introdurre in maniera semplice e chiara l'aggravante delle ragioni di odio omotransfobiche tra quelle previste dall'articolo 61 del Codice penale (circostanze aggravanti dei reati).
Ma ormai siamo qui e non sarebbe né giusto né rispettoso ignorare un lavoro importante e faticoso svolto alla Camera. Ecco perché vorrei provare ora a lavorare ad alcune modifiche: cancellare il riferimento al 'sesso' e al "genere" e sostituire 'l'identità di genere' con 'l'identità sessuale'. In questo modo escluderemmo le donne dall'applicazione della legge contro l'omotransfobia, riuscendo però a ricomprendere coloro che, pur avendo i caratteri di un determinato sesso biologico, percepiscono diversamente la propria identità sessuale e, aderendo a comportamenti e orientamenti sessuali non conformi liberamente scelti, divengono bersaglio di atti di odio. Per tutti i motivi finora espressi, sarei per evitare anche il riferimento alla disabilità, rinviandone l'oggetto ad altra normativa.
Ciò che propongo, in sintesi, è quasi un ritorno all'origine del ddl Zan. Evitiamo di fare del ddl, così com'è ora, un totem intoccabile e ad alto rischio di impantanamento al Senato, per i diversi rapporti di forza presenti. Facciamo di necessità virtù e miglioriamo ancora la legge, togliendo alibi pretestuosi ma insidiosi ai nostri avversari politici, soprattutto alla Lega.
Stringiamo sulle modifiche un patto di ferro anche con i deputati e approviamo tutto e subito: per me è un risultato possibile e alla nostra portata. Se poi i fatti mi dimostreranno che il ddl Zan può essere approvato solo così com'è e che il rischio sarebbe quello di non avere una legge contro i crimini di odio per ragioni omotransfobiche io, da senatrice del Pd sempre dalla parte di chi rischia di essere discriminato e meno tutelato, non potrò mai prestare il mio voto a questa prospettiva. Ma finché ci sarà spazio e margine per migliorare una legge tanto importante, lavorerò tenacemente per questo, con la forza di argomentazioni e ragioni non solo mie ma di tante e tanti dentro e soprattutto fuori dalle aule parlamentari.
di Alessandro Zan
Il Dubbio, 3 maggio 2021
In Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc. Il valore che le madri e i padri costituenti hanno impresso nella Costituzione non è solo quello di atto fondamentale per tutta la struttura normativa su cui si basano le nostre vite, ma anche di manifesto programmatico, che tutte le sensibilità politiche condivisero, per creare una società realmente democratica e plurale, dopo gli anni del totalitarismo e della catastrofe.
In particolare, all'articolo 3 la Costituzione affida alla Repubblica, e quindi al legislatore, il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".
Dunque anche la tutela di tutte le condizioni e i caratteri insiti in ogni essere umano, in quanto tale. Proprio seguendo il percorso indicato dalla Costituzione, la legge Reale-Mancino già contrasta i crimini d'odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Tuttavia negli ultimi anni i maggiori osservatori europei per i diritti umani hanno relegato l'Italia agli ultimi posti delle loro classifiche per inclusione sociale della comunità lgbt+. Hanno disegnato una vera e propria mappa dell'odio, che ci consegna una situazione critica e d'emergenza: i crimini d'odio e le discriminazioni colpiscono in particolare le donne, le persone lgbt+ e le persone con disabilità. Ovvero individui colpiti per il loro sesso, per il loro genere, per il loro orientamento sessuale, per la loro identità di genere o per la loro disabilità.
Ed è esattamente utilizzando questi termini che il ddl, di cui sono stato relatore alla Camera, intende emendare la legge Reale-Mancino, estendendo anche a queste categorie (che sono pure condizioni ascritte all'essere umano, come l'etnia o la nazionalità) l'efficacia della norma. Una volta emendati, gli articoli 604 bis e ter del codice penale - che hanno codificato la legge citata poco fa - diverrebbero dunque non solo uno strumento in più di denuncia da parte delle vittime, ma anche un aiuto alle forze dell'ordine per perseguire e prevenire questi crimini. Come è stato più volte sottolineato anche da dirigenti Oscad (Osservatorio della Polizia di Stato contro le discriminazioni) in Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc, dunque i dati in nostro possesso sono decisamente parziali e arrivano tutti dai casi che finiscono sulla stampa o sui social media, perché denunciati pubblicamente dalle vittime.
Dunque, da un punto di vista tecnico-giuridico, la nostra volontà (nostra per indicare l'ampia volontà comune di tutte quelle forze politiche che hanno contribuito alla formulazione e all'approvazione alla Camera del testo) è quella di estendere una legge che esiste da più di 40 anni, con una giurisprudenza - anche costituzionale - consolidata, che ne ha chiarito ogni aspetto potenzialmente critico. Mi riferisco agli attacchi pretestuosi e infondati di chi definisce questo provvedimento "liberticida", e che ha creato nell'ultimo anno massicce campagne di fake news. Questa è una proposta di legge che poggia sul bilanciamento tra la libertà di espressione e la tutela della dignità delle persone.
Il Presidente della Repubblica stesso, in occasione dell'ultima giornata internazionale contro l'omofobia, ha chiarito che "le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana". Insomma la libertà di espressione non può mai degenerare in discriminazione o incitamento all'odio. Per essere chiari, un esempio: un prete in Chiesa sarà sempre libero di affermare che l'unica famiglia possibile può essere tra un uomo o una donna. È ovviamente una libera opinione, che non condivido, ma che deve essere tutelata. Ma una persona non può liberamente augurare il rogo alle persone omosessuali o auspicare che si riaprano i forni crematori per le persone trans, come purtroppo spesso accade soprattutto sui social. Uno stato che si definisce civile deve contrastare con tutta la sua forza questi fenomeni.
C'è inoltre un ulteriore aspetto che mi preme sottolineare. Più volte nel corso di questi mesi mi è stato chiesto chi ha paura di questo ddl, e perché spesso chi si oppone ricorre a bufale, in totale malafede. Sono convinto che l'approvazione di questo provvedimento sancirebbe il posizionamento dell'Italia nell'Europa dei diritti, della libertà e della democrazia, tra Paesi come Francia, Germania, Belgio, Spagna, rompendo definitivamente ogni ammiccamento a derive sovraniste come quelle di Ungheria e Polonia.
Lega e Fratelli d'Italia guardano ancora a quei modelli, che hanno creato profonde fratture all'interno dell'Unione Europea e che tutt'ora conducono campagne d'odio istituzionalizzate contro la comunità lgbt+ e contro i diritti delle donne. Questa non può diventare una battaglia ideologica o di parte, ma una battaglia per un patrimonio comune. In Francia fu la destra di Chirac ad approvare una norma contro l'omotransfobia nel 2004.
Infatti non ci può essere alcun europeismo dove esiste esitazione o, peggio, opposizione ai diritti, ed è tempo per il nostro Paese di definire il suo modello di futuro, di definire la sua collocazione in un contesto europeo che proprio su questi temi si sta dividendo tra paesi avanzati e paesi arretrati. Dopo ben cinque tentativi falliti dal 1996, l'Italia non può più permettersi di perdere questa occasione di civiltà e tutelare ogni sua cittadina e suo cittadino semplicemente per chi è.
di Michele De Lucia
Il Domani, 3 maggio 2021
Gli avvocati di Rebaioli e Pastorino contestano i dati dell'accusa: "Nessuna prova che i veleni vengano dall'Ilva". L'ipotesi che fossero altre imprese o l'arsenale militare a inquinare. Il pm Buccoliero: "Giochi di prestigio". Al processo Ilva si avvicina il momento in cui i giurati della Corte d'Assise entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza e si fa sempre più duro il duello tra le opposte verità di accusa e difesa. Per Rebaioli e Pastorino l'accusa ha chiesto venti anni di carcere ciascuno per gli stessi reati degli imputati principali, a partire dall'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Il cuore dell'accusa è costituito dalle due perizie ordinate nel 2011 dalla gip Patrizia Todisco. Quella epidemiologica stima gli effetti dell'inquinamento in 30 morti all'anno. La difesa confuta questi dati con numerose consulenze di parte.
"Il pm ha posto un dogma: "Io vi dico che questa cosa è vera. Non ve la posso provare, ma credeteci, è così, ve lo dico io". Invece tutto quello che noi difensori vi stiamo dicendo ha le sue radici in evidenze probatorie ancorate nelle carte". Al processo all'Ilva dei Riva per il presunto disastro ambientale provocato dall'acciaieria negli anni dal 1995 al 2013 si avvicina il momento in cui i giurati della Corte d'Assise entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza e si fa sempre più duro il duello tra le opposte verità di accusa e difesa: lo dimostrano le parole dell'avvocato Daniele Convertino nel corso della sua arringa in difesa dell'imputato Giovanni Rebaioli. L'avvocato Carmine Urso, difensore di Agostino Pastorino, non era stato da meno quando, un attimo prima, aveva concluso il suo intervento, parlando senza mezzi termini di "accuse completamente infondate, perché prive di rigore scientifico e delle minime evidenze scientifiche".
Rebaioli e Pastorino, sconosciuti al grande pubblico, sono tra i principali imputati: per ciascuno di loro l'accusa ha chiesto venti anni di carcere. Devono rispondere degli stessi reati di cui sono accusati gli imputati principali - Nicola Riva, Fabio Riva, l'ex responsabile relazioni esterne Girolamo Archinà e l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso - a partire dall'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale.
Tra le condotte criminose contestate, le più gravi sono riconducibili all'articolo 439 del codice penale - avvelenamento di acque o sostanze alimentari - con riferimento al bestiame (capo H dell'imputazione) e ai mitili allevati nel primo seno del mar Piccolo (capo I). Il cuore dell'accusa è costituito dalle due perizie ordinate nel 2011 dalla gip Patrizia Todisco. Lo stabilimento avrebbe riversato nell'ambiente una valanga di sostanze tossiche: Peacelink, l'associazione ambientalista dalle cui denunce tutto è partito, ha riassunto i dati contenuti in quello studio in 210 chili di veleni per ogni tarantino. La perizia medico-epidemiologica ha stimato gli effetti dell'inquinamento in 30 morti all'anno, senza contare decine di diagnosi infauste e di ricoveri ospedalieri per tumori, eventi coronarici e disturbi respiratori. Tutto questo, hanno detto i pubblici ministeri nelle loro requisitorie, "in nome della produzione e del profitto".
La difesa degli imputati riconducibili al gruppo Riva ha risposto a questi dati con numerose consulenze di parte, e su questo terreno accusa e difesa sono destinate a darsi battaglia fino all'ultimo istante: nella sua requisitoria, il pm Mariano Buccoliero è andato apertamente all'attacco dei consulenti della difesa, parlando di "formule magiche", "alchimie" e "giochi di prestigio". Solo la sentenza dirà se questa strategia avrà funzionato, dopo che in dibattimento le difese hanno fatto a loro volta fuoco e fiamme contro le perizie del gip.
Per esempio, secondo i consulenti Marco Novelli e Francesco Saverio Violante, quella medico-epidemiologica sarebbe viziata da tali e tanti errori metodologici da renderla completamente inattendibile. Stesso discorso per la perizia chimica, la cui confutazione è stata affidata a diversi altri esperti, tra cui Dino Musmarra, professore di impianti chimici all'Università Vanvitelli, Giuseppe Pompa, ordinario di tossicologia a Milano, e Leonardo Tognotti, ordinario di impianti e processi chimici industriali all'Università di Pisa.
Musmarra si è occupato della contaminazione dei terreni dei nove allevamenti nei quali si è proceduto all'abbattimento dei capi di bestiame, in quanto le loro carni superavano i Tma (Tenori massimi ammessi) previsti dal Regolamento europeo 1881 del 2006. Secondo l'accusa, l'avvelenamento degli animali è direttamente correlato all'attività del siderurgico; invece Musmarra, utilizzando gli stessi rapporti di prova allegati alla perizia del gip, dopo aver rilevato marchiani errori di calcolo è giunto a conclusioni opposte: secondo il suo studio, le "impronte" degli inquinanti rilevate dai campionamenti non possono essere ricondotte all'Ilva, perché il rapporto tra Pcb e diossine è "totalmente inverso": prevale il Pcb sulle diossine, quando, se avesse ragione l'accusa, dovrebbe essere il contrario.
Ma allora di chi sarebbero quei veleni, che comunque sono stati trovati? Le analisi del consulente rivelano correlazioni con le emissioni del cementificio Cementir e soprattutto della Matra, un grosso produttore di Pcb commerciale che nel frattempo ha cessato le attività. Il sito Matra è stato completamente contaminato dal Pcb, e dal processo è venuto fuori che alcuni allevatori portavano i loro animali a pascolare a dieci metri dal confine di quello stabilimento. Pompa ha escluso che le impronte di Pcb e altre sostanze trovate nel latte e nel fegato degli ovicaprini siano riconducibili a Ilva: i profili sarebbero totalmente diversi e mai sovrapponibili con quelli dell'acciaieria.
Tognotti non è stato nemmeno nominato dai pm nelle oltre quaranta ore di requisitorie: è come se nel processo non fosse esistito, hanno stigmatizzato le difese. Il motivo? La sua consulenza doveva stabilire dove vanno a finire le emissioni dell'agglomerato e se le deposizioni di inquinanti all'esterno dello stabilimento fossero imputabili a Ilva - "un lavoro che avrebbe dovuto fare la procura e che invece abbiamo dovuto fare noi", ha ironizzato l'avvocato Convertino - e le conclusioni a cui è giunto il professore "consentono di escludere qualsiasi tipo di impatto su Quaranta, Fornaro e Deledda, cioè sugli unici terreni con CSC (concentrazione soglia di contaminazione, ndr) superiori alla soglia rinvenuti nel corso di tutte le indagini", fermo restando che in ogni caso il superamento di un valore soglia di per sé "non basta a provare la sussistenza del disastro".
Mare al veleno - Anche per quanto riguarda il primo seno del mar Piccolo, i veleni non sarebbero di Ilva, che lì non ha scarichi ma solo una presa a mare in cui l'acqua entra per gravità, e infatti le rilevazioni effettuate tutto intorno hanno restituito dati inferiori ai livelli di bonifica: nel febbraio 2020 la deposizione di Fernando Severini, ispettore del lavoro in pensione, collaboratore per quarant'anni della Procura, aveva chiamato pesantemente in causa l'arsenale militare, denunciando come la pista di indagine che portava in quella direzione, condotta nel 2010 dal magistrato Petrocelli, sarebbe stata improvvisamente stoppata, il gruppo di indagine disperso, il relativo fascicolo e trenta scatoloni di documenti spariti nel nulla. Se non che, documenti di enti pubblici come Arpa, Cnr e Ispra attestano sin dal 2005 che nei bacini di carenaggio dell'arsenale "si supera fino a 24 volte il valore di bonifica per Pcb fino alla profondità di tre metri".
Ci sarebbero anche altre possibili fonti di contaminazione del mar Piccolo: oltre alla solita Matra, l'azienda San Marco Metalmeccanica, attiva dal 1972 al 1995, una cava colmata con rifiuti fangosi di natura industriale. Secondo un documento Arpa del 2011, "Rapporto sintetico sullo stato di inquinamento ambientale dei mari di Taranto", nella falda sottostante alla San Marco è stato trovato "Pcb libero con spessore pari a circa un metro", dato peraltro confermato in udienza da un teste dell'accusa, Vittorio Esposito dell'Arpa, esperto in microinquinanti organici, che ha parlato di "diossine e Pcb in quantità elevatissime". Ma secondo un ulteriore studio Arpa, datato aprile 2014, "con il tasso di sedimentazione attuale, le concentrazioni medie di Pcb nei primi 50 centimetri di sedimento supererebbero i valori di intervento Ispra per le bonifiche (...) solo dopo qualche migliaio di anni". Insomma, dice la difesa, quei livelli di inquinamento si spiegano solo con un'attività di sversamento diretto in mare, e la risposta alla domanda "chi è stato?" l'ha suggerita Severini con la sua testimonianza.
La difesa sta cercando di convincere i giurati che le prove a carico portate dall'accusa non sono in grado di sostenere il peso dei lunghi e minuziosi capi d'imputazione sottoposti alla loro decisione: le perizie del gip, che dovevano essere la "pistola fumante" della procura, sono state messe in crisi dai consulenti della difesa e in più di un caso l'esame dei testi dell'accusa ha finito per avvantaggiare gli imputati. Le "irruzioni" fatte dal pm nel dibattimento, con il ricorso alle attività integrative di indagine ex 430 cpp dopo che era già iniziato l'esame dei testi a discarico, sarebbe "la prova lampante" di questa difficoltà, ha detto Convertino, prima di chiedere, come il collega Urso, l'assoluzione del suo assistito.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 3 maggio 2021
Il governo e la sinistra dovrebbero rispondere allo sbandamento dei ceti disarcionati dalla crisi. E spiegare la responsabilità di agire individualmente ma in un sistema sociale, dove si decide in autonomia ma secondo la legge, scritta guardando all'interesse generale e al bene comune.
Siamo entrati nella pandemia tutti uguali davanti alla minaccia, rischiamo di uscirne profondamente divisi. Improvvisamente, ci accorgiamo che è finita la fase in cui ci sentivamo affratellati dall'unico assedio universale del virus, esposti allo stesso male, disarmati dalla medesima fragilità inedita di fronte al contagio. Tutti esposti, senza distinzioni e senza riserve: tutti candidati. La coscienza comune di condividere con gli altri la stessa condizione è stata per lunghi mesi alla base della coesione sociale del Paese e dell'assoggettamento volontario dei cittadini alle misure di necessità decise dai governi, anche se comportavano una limitazione dell'autonomia individuale, degli spazi, dei movimenti e delle relazioni.
Il sentimento collettivo era dominato dalla paura, e spingeva verso un trasferimento di potestà allo Stato, in cambio di un'interpretazione della crisi che il cittadino non poteva fare da solo, e dell'indicazione di una tecnica di difesa e di contrasto al male, con una politica di protezione. Anche l'angoscia era in comune, per il passaggio epocale che coinvolgeva ognuno di noi da soggetto sovrano a preda.
Questo insieme si è spezzato. In parte era prevedibile, perché la tensione dell'emergenza regge per la fase più acuta, poi si allenta. Non si può vivere psicologicamente in uno stato d'eccezione permanente. E materialmente, non si può sopravvivere in eterno nell'auto-ricatto della necessità. Il tempo dunque ha fatto il suo lavoro, convincendoci che il virus può durare più a lungo della nostra subordinazione alla paura. L'arrivo dei vaccini, il contenimento relativo del contagio e dei decessi hanno riaperto una prospettiva concreta. L'avvicinarsi dell'estate ha fatto il resto.
Ma appena un'intera comunità nazionale sotto scacco rialza la testa e torna a ipotecare il domani, rinascono inevitabilmente le differenze e si fa il calcolo delle disuguaglianze. Il virus ci ha abituati a cercare ogni sera nei numeri dell'infezione un saldo complessivo, totale, della sfida in atto. Adesso ogni pezzo di società presenta i suoi conti particolari, il dare e l'avere, e fa un confronto naturale con gli altri gruppi concorrenti. Nel Paese delle corporazioni, ogni interesse organizzato misura ciò che ha perso in assoluto con la pandemia, e ciò che ha ceduto rispetto agli altri. Il sentimento nazionale, com'era prevedibile, si frantuma in una serie di risentimenti privati.
Il punto di rottura naturalmente è il lavoro, perché è la condizione umana più scoperta e vulnerabile subito dopo la salute.
Da un lato si è esposto nella fase più acuta dell'infezione, per garantire materialmente la sopravvivenza del sistema, con la schiera dei lavoratori "strumentali" che rischiavano il contagio per consentire al resto della cittadinanza di proteggersi dal male: quindi il lavoro come bene indispensabile e addirittura come strumento solidale. Dall'altro lato la contrazione inevitabile del mercato ha penalizzato la produzione e l'impresa cancellando posti di lavoro, le misure di difesa hanno fermato l'universo diffuso del piccolo commercio, delle aziende familiari, della ristorazione, degli alberghi. È soprattutto questo mondo che si è sentito soffocare e che oggi reagisce cercando di sottrarsi alla regola comune di precauzione.
Il fenomeno nasce da un disagio di categoria, ma chiama in causa questioni più generali. La prima è il rapporto tra salute e lavoro, che va affrontato anche in termini di principio, perché è un tema antico che la modernità torna a riproporre con urgenza, a cominciare dall'Ilva. Poi c'è la necessità di capire che nel profondo della crisi il lavoro sta ancora una volta reinventando se stesso, a partire dallo smart working, e cambia sotto i nostri occhi la sua morfologia e la sua organizzazione. Infine bisogna considerare che se dalla pandemia uscirà una nuova interpretazione del progresso, questa riguarderà inevitabilmente anche una diversa relazione tra capitale e lavoro: siamo quindi sulla soglia di una reinvenzione virale del lavoro, che per forza di cose comporterà una riconsiderazione del rapporto tra lavoro e diritti, e quindi una reinvenzione della democrazia.
La protesta di piazza per le riaperture e contro il coprifuoco, infatti, non può essere letta soltanto in chiave corporativa. In realtà è lo smottamento di un pezzo rilevante del ceto medio instabile che si sente penalizzato nelle strette della pandemia rispetto al reddito fisso del dipendente statale, chiede tutela ma soprattutto riconoscimento sociale, nel timore di perdere con il lavoro anche un ruolo collettivo e una proiezione di futuro. Dopo la Grande guerra, di fronte alla massa dei reduci sbandati, spostati, trascurati e senza lavoro, l'ordinovista Angelo Tasca usò il termine di "fuori classe". Ecco, oggi si sta formando una classe di "fuori classe", che si sentono dimenticati, esclusi, tagliati fuori, ribelli a tutto: proprio nel momento in cui la stratificazione sociale del Paese si scompone, si aprono i cancelli dei ceti sociali, saltano le appartenenze culturali e le identificazioni tradizionali.
Da tempo il sovranismo nazional-populista è alla ricerca di una classe di riferimento e di sostegno. Può trovarla in questo pezzo di piccola borghesia in cerca di rivincita sociale, in questo mondo del lavoro che misura quotidianamente la sua crisi ed è già un soggetto politico anonimo soffocato nel misconoscimento, mentre si sta inabissando tra gli sconfitti, ribellandosi.
La trasposizione politica e ideologica, da parte della destra estrema, del mix di interessi risentiti e propositi frustrati di questa massa in movimento è in corso, all'insegna del concetto di "libertà". È la parola che domina la battaglia politica contro il coprifuoco, dalla fiaccolata di Giorgia Meloni all'accostamento (che in realtà è una contrapposizione) di Salvini tra la Liberazione del 25 aprile e la libertà del lavoro "da restituire agli italiani".
Per un'ora di coprifuoco in più, a termine, il governo viene così schiacciato sul dogma della regola, vissuta come un'imposizione, presentata come un abuso, denunciata come un vincolo di soggezione invece che una misura di tutela. È presentandosi come il nemico di tutto questo che il sovranismo chiama ad una battaglia "di libertà" - come se ci fosse qualcuno contrario alla libertà e al ritorno alla normalità - scaricando l'onere scomodo della sicurezza sulle spalle altrui, e proponendosi come vendicatore del ceto medio minuto e abbandonato, trasformato nel nuovo Dio sconosciuto d'Italia.
Governo e sinistra dovrebbero rispondere con un'operazione politica, sociale e culturale, intercettando concretamente lo sbandamento dei ceti disarcionati dalla crisi, e dimostrando che il lavoro e non solo i fondi europei sono la leva del piano di ricostruzione dell'Italia.
Per spiegare, poi, che la vera libertà è garanzia, costruzione della sicurezza, emancipazione dal risentimento e dalla paura, ma anche dall'egoismo: è la responsabilità di agire individualmente ma in un sistema sociale, dove si decide in autonomia ma secondo la legge, scritta guardando all'interesse generale e al bene comune. Le false libertà, le libertà sterili, sono le altre: quelle che non puntano a un cittadino che dispiega autonomamente le sue facoltà e i suoi diritti, ma a un individuo che si sente libero perché liberato da ogni vincolo nei confronti degli altri e della società. Libero di pensare soltanto a se stesso, rinunciando ad agire come un animale sociale.
Giornale di Vicenza, 3 maggio 2021
Tragedia ieri al carcere San Pio X di Vicenza dove un detenuto di 46 anni si è tolto la vita. Inutile, quando è scattato l'allarme, qualsiasi tentativo di soccorrerlo. Per lui non c'era ormai più nulla da fare.
padovaoggi.it, 3 maggio 2021
Firmato dal questore Isabella Fusiello e dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto Maria Milano, il protocollo prevede una più stretta collaborazione: la vittima sarà immediatamente avvisata della scarcerazione del suo aguzzino
Prevenire e tutelare. Sono queste le parole d'ordine alla base del protocollo d'intesa firmato dal questore di Padova, Isabella Fusiello, e dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto, Maria Milano. Un protocollo che permetterà alla polizia di essere ancora più vicino alle vittime di violenza di genere.
Il protocollo - Firmato nella mattinata di giovedì 29 aprile, il protocollo prevede che al momento dell'uscita dal carcere di una persona autrice di reati di genere (che possono andare dai maltrattamenti agli abusi fino allo stupro e al femminicidio, ma anche la pedofilia), l'istituto penitenziario lo comunichi tempestivamente alla sezione Anticrimine della polizia di Stato. "Questo ci permetterà di darne notizia alla vittima, innanzitutto, e poi di attenzionare la situazione anche a seconda del caso - spiega Fusiello - Ci sono stati casi, non a Padova, di uomini che una volta usciti dal carcere sono tornati dalla vittima la quale non aveva idea che la persona che le aveva fatto del male fosse tornata in libertà. Nel caso in cui si tratti di una persona particolarmente violenta o ci siano dei bambini coinvolti si può pensare di spostare la donna in un luogo protetto. Sapendo che c'è questa situazione gli agenti possono agire di conseguenza". Finora il carcere notificava alle varie questure di riferimento quando usciva un detenuto ma poteva capitare che la notizia si perdesse. Ora c'è un interlocutore preciso, la sezione Anticrimine.
La situazione a Padova. "In questo momento al Due Palazzi ci sono 70 uomini colpevoli di reati di genere - riferisce Milano - Queste persone vengono tenute separate dagli altri carcerati per la loro protezione e sono da subito coinvolti in attività rieducative. Questa è un'iniziativa importante perché mette l'accento sulla prevenzione, si cerca di evitare che accada il peggio". Sono aumentate in città e provincia le segnalazioni di liti familiari nell'ultimo periodo. E se fino a poco tempo fa arrivavano quasi solamente da donne italiane, ora cominciano a chiedere aiuto anche le straniere, soprattutto maghrebine.
di Laura Gaggioli
ildolomiti.it, 3 maggio 2021
La situazione carceraria trentina risulta diversa dal contesto nazionale? Con un webinar su zoom che si terrà lunedì 3 maggio alle 17 verrà offerta una visione di insieme sulla situazione penitenziaria in Italia e a Trento a cura della comandante della Polizia Penitenziaria di Trento e della professoressa di diritto penale di Unitn. "Dialoghi sul carcere, Trento e Italia a confronto" è l'evento organizzato dalla sezione locale di Trento della European Law Students' Association (Elsa), un'associazione di studenti che si occupa di diritto, allo scopo di contribuire all'educazione e alla formazione giuridiche dei suoi membri e di quanti vogliano partecipare alle iniziative.
Il webinar in oggetto si inserisce in un ciclo di più eventi che hanno affrontato, sotto più punti di vista, la funzione della pena e, principalmente, la pena detentiva. Obiettivo dell'evento è quello di fornire ai partecipanti una visione d'insieme della situazione penitenziaria italiana e trentina. La situazione carceraria trentina risulta essere peculiare, infatti, come spiega Leonardo Lenzi, referente dell'iniziativa, soprattutto per quanto riguarda l'attuale composizione della popolazione carceraria, tra stranieri e italiani, e i numerosi suicidi che hanno interessato la casa circondariale di Spini di Gardolo. Ospite del webinar sarà la dott.ssa Ilaria Lomartire, comandante della Polizia Penitenziaria di Trento e precedentemente della P.P. di Brescia e Brindisi. Interverrà Antonia Menghini, professoressa associata di diritto penale dell'Università di Trento, docente di diritto penitenziario e garante per i diritti fondamentali dei detenuti della Provincia Autonoma di Trento. L'incontro si terrà lunedì 3 maggio, sulla piattaforma zoom, alle 17 tramite link: https://linktr.ee/elsatrento
di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 maggio 2021
Sono prorogate dal 30 aprile al 31 luglio le "misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 in ambito penitenziario". È così che nelle carceri campane si prova a fronteggiare la minaccia del virus. È vero che da giorni è stato avviato un piano di vaccinazioni anche per i detenuti: fino a ieri erano 646 tra Santa Maria Capua Vetere, Salerno, Eboli, Vallo della Lucania, Poggioreale, Secondigliano e Nisida, mentre da martedì saranno immunizzati i primi 115 reclusi tra Sant'Angelo dei Lombardi, Bellizzi e Ariano Irpino. Altrettanto vero è, tuttavia, che il rischio resta alto.
La proroga riguarda i detenuti in semilibertà, quelli che possono beneficiare di permessi premio e quelli che possono chiedere la detenzione domiciliare laddove la pena non sia superiore a 18 mesi, anche se si tratta di un residuo di una condanna di durata maggiore. Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello accoglie con soddisfazione la decisione di prorogare le misure straordinarie nelle carceri, ma ritiene che non si stia facendo abbastanza per svuotare le carceri in considerazione dell'emergenza in atto. Per il garante l'ambito applicativo della norma è troppo limitato: "Perché chi ha meno di quattro anni di reclusione da scontare per reati non ostativi - spiega - ha già la possibilità di uscire dal carcere". Inoltre "quello dei 18 mesi e dei reati ostativi sono limiti che riducono notevolmente la platea dei beneficiari delle misure", dice Ciambriello proponendo di "portare il limite dei 18 mesi ad almeno 24", "far cadere quello dei reati ostativi", "incentivare i permessi premio anche perché il numero dei detenuti vaccinati è in aumento".
Ma qual è lo stato attuale nelle quindici carceri della Campania? Secondo i più recenti dati diffusi dal Ministero della Giustizia, in Campania si contano 6.458 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.085. Le donne sono 319, gli stranieri 862. Le misure straordinarie, da oggi prorogate fino alla fine di luglio per fronteggiare la minaccia del Covid, riguardano dunque una piccola percentuale della popolazione carceraria: basti pensare che i detenuti in semilibertà in Campania sono 152, secondo il report aggiornato al 31 marzo.
Osservando i dati relativi all'ultimo bilancio annuale, quello del 2020 che è stato l'anno dell'esplosione della pandemia e l'anno del primo lockdown, si rileva invece che il numero dei permessi premio concessi ai detenuti in Campania è stato pari a 865 su un totale nazionale di 13.672. E colpisce che il dato sia sensibilmente inferiore a quello del 2019, quando in Campania risultano concessi ai detenuti 2.469 permessi premio in un anno a fronte di un totale nazionale pari a oltre 40mila. E il 2019 si rivela un'eccezione se si considera che, nel bilancio annuale del 2018, i permessi premio concessi ai detenuti sono stati 17.205 in tutta Italia e 1.187 quelli concessi ai detenuti delle carceri in Campania.
Tornando ai giorni più attuali, è proprio nelle celle che il Covid continua a rappresentare una minaccia visto che gli spazi sono ridotti e il distanziamento è una misura di prevenzione difficile da rispettare. Attualmente i detenuti positivi sono undici, dei quali dieci a Poggioreale e uno a Santa Maria Capua Vetere. Perciò avvocati, associazioni e garanti chiedono misure straordinarie per intervenire in maniera più incisiva sul sovraffollamento delle carceri e un'accelerazione sul piano vaccinale. "Una vaccinazione massiccia e non a macchia di leopardo- conclude Ciambriello - allevierà le sofferenze che il Covid ha procurato in questo luogo chiuso e rimosso".











