di Liana Milella
La Repubblica, 11 giugno 2021
"Così si blocca anche il potere delle correnti". L'ex pm di Mafia Capitale e consigliere di Area ai sui colleghi dice: "Sono necessari meno generali e più soldati". E al costituzionalista Luciani replica: "La toga che si candida non può piu tornare in servizio".
Giuseppe Cascini, lei è stato per anni un pubblico ministero importante a Roma, ha indagato anche su Mafia capitale. È stato una toga "rossa", di Magistratura democratica, poi ha scelto di lasciarla per Area, corrente riformista di sinistra con cui ha corso per il Csm. Una toga che conta, qui dentro. Ha letto l'intervista di Massimo Luciani su Repubblica? Non è affatto tenero né con voi del Csm, né con le toghe. Come gli risponde?
"Certo non è un buon periodo per la magistratura. Però sono convinto che questa fase negativa possa essere l'occasione per l'avvio di un processo riformatore serio e condiviso, e mi sembra che le conclusioni della commissione Luciani possano rappresentare una buona base di partenza. Anche se, secondo me, su alcuni aspetti sarebbe necessario qualche intervento più radicale".
Vorrei partire da una sua analisi su questo Csm, il più discusso della storia, stretto com'è tra un Palamara e un Amara, sempre in credito di autorevolezza. Lei come si sente? Non ha mai avuto voglia di farsi da parte? Oppure ha pensato... ma chi me l'ha fatto fare?
"Se avessi previsto tutto questo... sarei rimasto dov'ero. Però, scherzi a parte, al netto delle particolari contingenze, in questa fase sono venuti al pettine alcuni nodi di fondo che riguardano l'organizzazione della magistratura e che trovano la loro origine nelle riforme sciagurate del ministro leghista Roberto Castelli, sulle quali è urgente e ormai indifferibile intervenire. Quindi, alla fine, possiamo dire che, seppure traumatiche, queste vicende possono essere l'occasione per mettere mano a un riordino complessivo dell'assetto della magistratura".
Quindi quando Luciani chiede "un grande rinnovamento culturale" delle toghe per rendere credibili le riforme ha ragione? Perché le riforme camminano con le gambe degli uomini, con la loro spina dorsale diritta...e invece se ne vedono troppe di storte...
"Sicuramente c'è bisogno di un rinnovamento culturale, e anche etico, che accompagni un processo riformatore. Il problema è sempre lo stesso però, in quale direzione vanno le riforme, perché quelle fatte nel corso degli anni per ridurre gli spazi di autonomia della magistratura, per indebolire il ruolo costituzionale del Csm, insomma le riforme fatte contro la magistratura, non hanno certo contributo a migliorare la situazione. Per esempio, il carrierismo di cui tutti parlano e che è uno dei mali principali, è sempre esistito, ma è esploso proprio con la riforma Castelli. Le correnti hanno sempre avuto un ruolo forte all'interno del Consiglio, ma è stata la legge elettorale di Castelli fatta contro le correnti che ha dato alle oligarchie interne ai gruppi tutto il potere di decidere i componenti del Csm".
"Il diritto è una missione prima che una professione, e per i magistrati deve esserlo in modo particolare" dice Luciani. E nel dirlo disegna una professione in cui, anche senza regole scritte, dovrebbe valere la dirittura morale. Quella di cui parla sempre Mattarella. Lei la vede intorno a lei, qui dentro e tra i suoi colleghi?
"La stragrande maggioranza dei magistrati, per fortuna, è fatta da persone serie, che lavorano, con rigore e senza protagonismi. Purtroppo però, comportamenti di singoli che hanno violato le regole deontologiche, soprattutto se non sanzionati con tempestività e rigore, finiscono per
gettare discredito su tutta la categoria".
Sanzioni tempestive? Veramente qui la più rapida è stata solo l'espulsione di Palamara....
"Ma io qui non mi riferisco solo al disciplinare, ma alla nostra capacità complessiva di dare una risposta credibile alla crisi che stiamo attraversando"
Voglio dire, dottor Cascini, che ogni legge può essere aggirata, ma esiste poi dentro ciascuno di noi la coscienza di quello che non si deve fare, il senso del reato, per intenderci, ma anche quello del comportamento ai limiti. Per esempio, le pare opportuno che un magistrato come Maresca scenda in lizza per fare il sindaco togliendosi la toga di dosso pochi minuti prima?
"Sono convinto che regole di correttezza sul piano deontologico debbano essere rispettate dai magistrati a prescindere dall'esistenza di divieti espressi. L'inopportunità di candidature di giudici nel territorio in cui hanno operato è opinione comune di gran parte della magistratura e non dovrebbe essere necessaria una legge che lo proibisca per evitarlo. Però uno dei difetti del nostro Paese è quello di pensare che si possa fare tutto ciò che non è espressamente vietato
anche quando è semplicemente sbagliato e inopportuno".
Quindi Maresca ha sbagliato?
"Ha sbagliato il Csm a non intervenire tempestivamente su questa situazione".
Cosa avrebbe dovuto fare?
"A gennaio avrebbe dovuto aprire una pratica per verificare la compatibilità delle funzioni di magistrato con una campagna elettorale oggettivamente in atto. L'ha fatto tardivamente a maggio ed è arrivata la richiesta di aspettativa del dottor Maresca".
Luciani riapre le porte girevoli per la toga che si candida. E lei?
"Per me devono restare chiuse. Il magistrato che diventa un politico non può più rientrare in magistratura".
La riforma Cartabia conterrà regole molto rigide per il futuro Csm, a partire dalle nomine, per evitare, dice Luciani, che fare carriera diventi "una professione nella professione". Ma è davvero necessaria una norma anche per questo?
"La regola principale in questa materia è scritta nella Costituzione e dice che i magistrati sono tutti uguali e si distinguono solo per funzioni. Purtroppo la riforma Castelli del 2006 ha capovolto questo principio e ha insinuato il germe del carrierismo all'interno della magistratura...".
Ricordo sue autorevoli interviste con Giuseppe D'Avanzo proprio in quel periodo. Lei diceva allora quello che dice oggi. Ma oggi non è arrivato il tempo di ammettere che ai suoi colleghi piace tantissimo fare e pianificare la propria carriera? A qualsiasi costo. Autopromozioni. Raccomandazioni. Sgambetti ai colleghi.
"Ribadisco che questo per fortuna riguarda una parte della magistratura. Però non ho problemi a riconoscere che le cose stanno così. E anzi, le dirò di più. La degenerazione del correntismo, l'altro grande male di cui tutti parliamo, è figlia proprio di questo. Perché come in tutti i mercati è la domanda che crea l'offerta. Se ci sono tanti posti disponibili, e tanti aspiranti a quei posti, è facile che l'organizzazione del consenso si sviluppi attraverso la soddisfazione di queste aspettative".
Luciani mette una serie di paletti e regole di trasparenza. Le condivide o saranno anche queste aggirabili? E soprattutto, alla fine, non rischiano di creare delle vittime, nel senso di escludere proprio i più meritevoli. Perché se tra i criteri c'è, per esempio, l'anzianità, certo non vinceranno i più bravi.
"Molte delle proposte di Luciani sono condivisibili. Alcune meno. Ma complessivamente io non credo che questo intervento risolva il problema. Non basta cambiare i criteri di nomina, perché se si cercano criteri oggettivi, quali appunto l'anzianità, si rischia di ritornare alla gerontocrazia burocratica del passato. Se si accentua la discrezionalità si rischiano invece le degenerazioni a cui abbiamo assistito. E allora dobbiamo affrontare le cause del fenomeno...".
Non mi faccia la storia della magistratura...
"Faccio solo tre proposte molto semplici. Drastica riduzione del numero dei posti semidirettivi. Oggi sono circa mille, uno ogni dieci magistrati. Un'assurdità. Un esercito con tanti generali non vincerà mai una guerra. Mille nomine vogliono dire almeno il triplo di domande e spazi di manovra per il Csm enormi, difficoltà nella valutazione. Tremila concorrenti, una parte dei quali, per vincere, si faranno anche raccomandare. Insomma, se ci sono troppe figurine, aumentano le possibilità di fare scambi".
Bene, vuole tagliare i posti di comando? Ma per quelli che restano?
"Intanto saranno solo la metà rispetto a oggi. Ma ecco la seconda proposta, temporaneità vera dell'incarico. Se ne conquisti uno, direttivo o semidirettivo, hai l'obbligo di svolgere l'intero mandato per otto anni, prima dei quali non potrai fare altre domande. E dopo si deve fermare per almeno due anni prima di poter fare altre domande, riassaporando il gusto di essere un giudice semplice. In questo modo il risiko delle nomine a cui spesso assistiamo diventerà molto più difficile".
Questi sono escamotage, ma come si fa a scegliere i migliori?
"Terza proposta, affidare a una commissione tecnica una preselezione sulla idoneità dei candidati, anche attraverso prove scritte anonime sulla falsariga di quanto già previsto per l'accesso in Cassazione".
E secondo lei questo serve per evitare che il Csm smetta di essere una sorta di ufficio di collocamento com'è adesso?
"Quella che propongo sarebbe una strada che riduce fortemente la pressione sul Consiglio in tema di nomine e che sdrammatizza anche dal punto di vista psicologico il tema della carriera. Ma soprattutto restituisce al Csm il suo ruolo costituzionale e istituzionale sui temi della giustizia, sulla questione morale e suoi diritti".
Ci permetta di essere scettici. Alla luce delle carriere che vanno delineandosi anche oggi. Pensi ai concorrenti per Roma, per Milano, ai procuratori che vogliono passare da un ruolo di vertice all'altro. Tutto questo davvero può finire senza il rischio che il corpaccione della magistratura si rivolti contro chi lo propone?
"La maggioranza dei magistrati dovrebbe accogliere con favore un'ipotesi come la mia. Che raccoglie le indicazioni tante volte arrivate dal capo dello Stato. Aggiungo che non solo le riforme non bastano da sole perché c'è bisogno di un rinnovamento etico e culturale, ma bisogna intervenire su tutti i piani. E non è certo un caso che lei, nel fare esempi estremi, citi esclusivamente incarichi di vertice nelle procure. È venuto il tempo di affrontare con decisione il tema della struttura gerarchica delle procure e del ruolo dei procuratori della Repubblica. La politica si è illusa di poter controllare la magistratura inquirente attraverso l'accentramento di tutto il potere in capo al dirigente. L'hotel Champagne è solo il precipitato di questo processo".
Tornando al Csm, che mi dice della legge elettorale? Questo voto singolo trasferibile che propone Luciani la convince?
"Premesso che il correntismo non si sconfigge attraverso una legge elettorale, ma solo ripristinando l'uguaglianza di tutti i magistrati ed eliminando ogni forma di carrierismo, comunque un intervento sulla legge elettorale è assolutamente necessario. La soluzione di Luciani a me pare buona, perché garantisce attraverso i collegi territoriali una vicinanza degli elettori agli eletti. Assicura la rappresentanza delle minoranze e la possibilità di candidature non di apparato. Quello che non capisco è perché la proposta Luciani preveda il nuovo sistema solo per l'elezione dei giudici lasciando la vecchia legge per i componenti della Cassazione e del pubblico ministero. L'altro difetto è che non assicura in nessun modo una rappresentanza di genere".
Lei come la cambierebbe?
"La quota dei pm va cancellata e vanno eletti assieme ai giudici. Il voto trasferibile va utilizzato anche per la Cassazione. Infine bisogna prevedere che ove siano presenti candidature di genere diverso sia obbligatorio esprimere preferenze alternate".
Per Luciani si può cambiare il Csm a Costituzione invariata. Per questo si ferma di fronte alla possibilità di un rinnovo parziale del Csm ogni due anni. Lei lo ritiene possibile?
"A me quell'idea non dispiace e potrebbe essere un buon antidoto a certe prassi degenerative. Anche se ci sono alcuni problemi tecnici da risolvere, il principale dei quali è la fase di avvio, per cui sarebbe necessaria la proroga della gran parte dell'attuale Csm. E invece io francamente non vedo l'ora di tornare a occuparmi di mafia e corruzione...".
di Domenico Cirillo
Il Manifesto, 11 giugno 2021
Amministrative. Il segretario del Pd contro la scelta del centrodestra di Maresca a Napoli e Matone (come vice) a Roma: "Hanno accesso a dati sensibili della terra dove si candidano". Ma il sostituto pg napoletano, in aspettativa da pochi giorni, è praticamente in campagna elettorale dal 2020 e neanche il Csm è riuscito a intervenire
"Il centrodestra è molto attento alla giustizia", dice Enrico Letta e il suo è un attacco: "Hanno candidato due magistrati, a Napoli come sindaco e come vicesindaco a Roma, peccato che siano in funzione nel posto dove si candideranno". Ora che è ufficiale, il Pd si accorge del problema Catello Maresca, sostituto procuratore generale a Napoli in campagna elettorale praticamente da sette mesi che però solo qualche settimana fa ha chiesto al Csm di poter andare in aspettativa in vista dell'accettazione della candidatura. Del suo caso si era anche occupato il Csm, su segnalazione proprio del procuratore generale di Napoli Luigi Riello. Il Consiglio superiore aveva però concluso - con una votazione a stretta maggioranza - che nessun intervento era necessario, perché la legge non esclude la possibilità che un magistrato in servizio si candidi alla guida del comune nella città dove esercita com'è anche il caso più recente di Simonetta Matone, anche lei sostituta procuratrice generale ma a Roma città dove per il centrodestra correrà come vicesindaca in quota Salvini. Ieri la magistrata ha confermato di aver presentato richiesta al Csm per andare anche lei in aspettativa.
Letta definisce "un errore" la candidatura dei magistrati in servizio anche se riconosce che "la legge italiana non lo impedisce". Ed è "un buco", sostiene. Anche perché Maresca e Matone "hanno preso decisioni delicatissime e hanno accesso a dati sensibili della terra dove si candidano". La legge attuale in effetti non impedisce questo comportamento, limitandosi a prevedere che la toga dovrà essere in aspettativa nel momento in cui firmerà la candidatura, quindi anche solo un mese prima del voto amministrativo che nelle città sarà tra il 15 settembre e il 15 ottobre. Sia il Csm, però, che l'Associazione nazionale magistrati (dalla quale Maresca si è dimesso) negli anni hanno raccomandato alle toghe di evitare di candidarsi alla guida delle città dove esercitano. E sul punto in generale dei magistrati in politica - e in particolare dei magistrati che vogliono candidarsi a sindaco nelle città medio grandi - interviene il disegno di legge delega su Csm e ordinamento giudiziario all'esame della camera. Una delle "riforme della giustizia" sotto i riflettori. Che introduce il divieto ai magistrati di candidarsi a sindaci se non hanno cambiato sede da almeno due anni.
A Letta hanno replicato sia Meloni - "e non se ne è accorto quando si è candidato Emiliano o de Magistris o Ingroia? È il classico due pesi e due misure della sinistra" - che Salvini - "è curioso che il Pd abbia riempito di magistrati comuni, regioni e parlamento e quando ci sono due uomini di giustizia che fanno una scelta diversa, apriti cielo". Mettere in carico a Letta o al Pd Ingroia e De Magistris non è corretto, ma va detto che dei quattro soli magistrati in aspettativa per incarico elettivo, in questo momento, due sono del Pd: Emiliano presidente della regione Puglia e Caterina Chinnici europarlamentare, uno di Italia Viva - Cosimo Ferri deputato - e una di Forza Italia, Giusi Bertolozzi deputata anche lei.
di Simona Gatti
Il Sole 24 Ore, 11 giugno 2021
La norma incrimina espressamente il porto senza giustificato motivo, fuori dalla propria abitazione, di strumenti in metallo riproducenti armi senza occlusione della canna. La semplice detenzione di armi giocattolo senza tappo rosso non costituisce reato. Pertanto, secondo la Cassazione sentenza n. 23091 del 10 giugno, se sono state sequestrate a un soggetto che incitava all'odio razziale attraverso facebook vanno restituite.
La vicenda - Durante una perquisizione disposta dal pubblico ministero nell'abitazione dell'imputato indagato per il delitto previsto dall'articolo 604-bis del codice penale, oltre al sequestro di vari cellulari, tablet e hard disk erano state trovate e trattenute molte armi (tirapugni, scacciacani, coltelli) conservate dentro una vetrina del soggiorno. In seguito alla mancata convalida del Pm sul sequestro delle armi, il tribunale di primo grado aveva disposto la loro restituzione con esclusione però di quelle riproducenti pistole prive di tappo rosso, perché soggette a confisca essendone vietata la fabbricazione e il porto non autorizzati.
La decisione della Suprema corte - Secondo i supremi giudici trattandosi solo di possesso gli oggetti vanno riconsegnati al legittimo proprietario. La norma infatti (legge 110 del 1975) incrimina espressamente il porto senza giustificato motivo fuori dalla propria abitazione di strumenti in metallo riproducenti armi (cosiddette pistole giocattolo) oppure strumenti di segnalazione acustica che esplodono cartucce a salve (pistole scacciacani) mancanti del tappo rosso occlusivo della canna. In questo caso dunque, visto che le finte armi si trovavano in casa, in un luogo visibile ma chiuso, non può scattare una contravvenzione che giustifichi il loro trattenimento.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 11 giugno 2021
Per Palazzo Chigi è necessario mettere in sicurezza le riforme del Recovery plan. Con un Consiglio dei ministri pressoché indolore, Palazzo Chigi ha dato il via libera al decreto legge che riforma la governance della cybersicurezza.
Appena sei mesi fa ci aveva provato Giuseppe Conte, ma era stato bombardato dalla sua stessa maggioranza. Il Pd era contrario, Luigi di Maio nutriva forti riserve, Carlo Calenda accusava il premier di "giocare allo 007" in piena emergenza Covid e Matteo Renzi invocava lo stralcio della norma spuntata a sorpresa nella manovra economica. Una bufera dentro il perimetro della maggioranza, che costrinse il giurista a rinunciare ai suoi piani.
Nulla del genere è successo sul testo di riforma che mette l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale sotto il controllo di Mario Draghi e dell'autorità delegata, Franco Gabrielli. Intanto perché l'Acn sarà pubblica e non privata, come invece sarebbe stata la fondazione di Conte: una struttura che secondo i critici avrebbe invaso i campi della cyberintelligence, sottraendo poteri e funzioni di competenza dei servizi segreti, il Dis e le agenzie Aise e Aisi. Il controllo della fondazione di diritto privato immaginata dall'ex premier sarebbe andato a Gennaro Vecchione, il prefetto che guidava il Dis finché Draghi non ha deciso di sostituirlo con Elisabetta Belloni.
Lo schema ora è completamente rovesciato, come d'altronde è anche lo scenario politico. La nuova agenzia è una personalità giuridica di diritto pubblico che non invade il campo della cyberintelligence e non sottrae competenze al ministero dell'Interno o a quello della Difesa. Prova ne sia il fatto che Luciana Lamorgese e Lorenzo Guerini, contrariamente all'era Conte, non hanno sollevato obiezioni riguardo alla nascita di una struttura che sarà una sorta di ministero per la cybersicurezza nazionale.
Mercoledì sera, durante la cabina di regia politica a Palazzo Chigi, i partiti si sono detti sostanzialmente d'accordo. Giancarlo Giorgetti era assente per questioni di agenda e non certo, assicurano i suoi, perché il Mise (come altri ministeri) dovrà cedere qualche competenza alla neonata agenzia. Il ministro leghista dello Sviluppo sarebbe "sostanzialmente indifferente" al decreto e un atteggiamento simile avrebbero mostrato i 5 Stelle di rito contiano. L'unica questione sollevata dai partiti riguarda l'arruolamento di 300 tecnici, che entro il 2027 potrebbero diventare 800, molti dei quali altamente qualificati. Stefano Patuanelli durante il Consiglio dei ministri ha voluto sapere come verranno reclutati e dubbi analoghi ha sollevato Renato Brunetta.
Se in Cdm è filato (quasi) tutto liscio, è anche perché lo staff di Draghi aveva lavorato al dossier per settimane, preparando il terreno con le forze politiche e con il Copasir. Il resto lo ha fatto l'interlocuzione, tecnica e politica, con il Quirinale, vista anche l'attenzione del presidente Sergio Mattarella al rischio di attacchi informatici da parte di Stati o gruppi criminali. Preoccupazioni che il presidente del Consiglio condivide, tanto da esternare con il suo staff la soddisfazione per la svolta: una riforma che l'ex presidente della Bce giudica "fondamentale", perché aumenta la resilienza cybernetica del Paese e "protegge" le riforme del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
L'Acn sarà un centro nevralgico di raccordo con Bruxelles, per la messa in sicurezza degli investimenti pubblici e privati connessi con il Recovery. Per dirla con il dem Enrico Borghi, membro del Copasir, "adesso l'Italia ha le carte in regola, in un momento in cui la rivoluzione tecnologica impone un salto di qualità". Non è un caso allora che Mario Draghi abbia voluto il via libera della sua squadra alla vigilia del G7 che sia apre oggi in Cornovaglia, nel Regno Unito. Anche grazie a questa riforma, il capo dell'esecutivo di unità nazionale può mostrare ai vertici della Ue che le infrastrutture che nasceranno con i miliardi del Recovery saranno messe in sicurezza. Il tema della difesa cibernetica delle infrastrutture sensibili sarà di certo toccato anche domani, quando a margine del G7 il capo del governo italiano avrà il suo primo incontro bilaterale con il presidente americano Joe Biden. Fino ad oggi l'Italia in questo campo si è solo difesa.
La scelta del direttore della nuova agenzia spetta al presidente del Consiglio, che ogni anno, dopo aver consultato il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, dovrà redigere la strategia nazionale della sicurezza cyber. In corsa per la direzione dell'Agenzia c'è Roberto Baldoni, il professore di ingegneria informatica e vicedirettore generale del Dis, con delega alla cybersecurity, che ha lavorato al testo del decreto come già alla riforma mancata di Conte. Ma tra i ministri gira anche il nome di Nunzia Ciardi, che proprio Gabrielli scelse per guidare la Polizia Postale.
di Paola Chiodi
ecodellojonio.it, 11 giugno 2021
Il laboratorio "A casa, ritorno a sè" ed un viaggio attraverso cui le detenute del carcere potranno riscoprirsi e reinserisi nella società, grazie all'intervento delle arti sceniche. Si chiama "A casa, ritorno a sè" ed è il progetto curato dell'associazione Con i miei occhi insieme alla Casa circondariale "Rosetta Sisca" di Castrovillari dedicato alle detenute.
Il laboratorio è stato presentato in conferenza stampa nella sala conferenze del carcere di Castrovillari, insieme al direttore del penitenziario, Giuseppe Carrà, l'associazione promotrice e il centro Women's Studies dell'Università della Calabria. Si tratta di un laboratorio di arti sceniche, finanziato dall'8Xmille della Chiesa Valdese, che si pone lo scopo di ravvivare la creatività delle donne detenute nel carcere di Castrovillari e di stimolarle nella loro femminilità.
Un progetto di sperimentazione sociale ed artistica che attraverso l'arte permette alle donne di riscoprire sé stesse e di esprimersi senza condizionamenti. "Questo progetto, partendo dalle detenute, le porta a rivivere - ha detto il direttore Giuseppe Carrà - Iniziando da se stesse, potranno riprendere in mano la propria vita attraverso l'arte per un migliore reinserimento sociale una volta terminata la pena".
di Lavinia Nocelli
Il Manifesto, 11 giugno 2021
Tra "noi" e "loro", quel che resta della riforma. L'assistenza fornita dal Servizio sanitario nazionale copre a malapena il 25% dei bisogni psicologici previsti dai Livelli essenziali di assistenza. "A distanza di otto, nove mesi, siamo a 30 casi di suicidio. Quest'estate in poco più di due settimane ne abbiamo avuti 15, di cui 5 solo a Filottrano: persone non monitorate dalla nostra rete, in contesti nuovi. Ne abbiamo riacchiappato qualcuno per un soffio". Massimo Mari, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'Area Vasta 2 di Jesi, si passa nervoso la mano tra i capelli, il volto impastato dietro la stanchezza. "Se mi mancano 19 infermieri, 19 educatori, 11 psicologi e 7 psichiatri", Come lavori. "Questi sono numeri per la gestione minima delle urgenze, servirebbero...". Il discorso cade. Il tono è seccato, come quello di qualcuno che ha passato ore a gridare al telefono per sollecitare un'emergenza, lo sguardo appannato dallo stato delle cose. La scrivania dell'ufficio è riempita di appunti e libri, ordinata nel suo essere una cronologica narrazione lavorativa degli ultimi mesi. Ignorato, le richieste d'aiuto non smettono d'arrivare: c'è chi non dorme la notte, chi è bloccato dall'ansia o dalla paura d'incontrare la morte all'angolo della strada.
Ecco l'ombra del covid, è la malattia mentale. In Italia quasi il 20% della popolazione soffre di disagi mentali, con l'assistenza fornita dal Ssn che copre a malapena il 25% dei bisogni psicologici previsti dai Livelli essenziali di assistenza, e un budget di spesa media nazionale del 3,6% rispetto le risorse a disposizione. "Le Marche ne spendono il 2,1%, la legge ne prevede almeno il doppio - ammette Mari - Un tempo eravamo la penultima regione, adesso siamo colati a picco". Fuori le nuvole accerchiano l'ospedale Murri, chiudendo la luce dentro un'ombra nera. La notte fa il resto.
Quella della salute mentale è una questione scomoda, istintivamente fastidiosa quando nominata. La discussione con se stessi è un confronto da cui si tende a difendersi, scansare, ma che diluisce nel culturale, sociale e nel politico dove ne fuggono razionalità e afferrabilità, e la paura allontana: questo è lo stigma. Quarantadue anni fa con la Legge n.180/1978, detta anche Legge Basaglia, in Italia venivano chiusi i manicomi, luoghi istituiti per annientare l'individuo. Fu chiamata "la rottura": si spinse per la territorialità, la vicinanza umana e la condivisione - basi della psicoterapia - a stravolgere le pratiche conosciute. "Oggi c'è una dimensione chimica del manicomio, una progressiva ospedalizzazione del sofferente: più pazienti hai, più farmaci prescrivi". Diversamente, la costruzione di un'adeguata organizzazione e presenza dei Centri di Salute Mentale è stata definanziata nel tempo in gran parte del territorio italiano, impedendo l'efficenza dello stesso principio basagliano. Il peso rivoluzionario della riforma si è orientato verso la terapia biologica, prendendo il sopravvento spinto dalla facilità del gesto. Il senso comune della malattia mentale è tornato a essere quello di un pregiudizio segregante, limitativo e incurabile: una questione privata.
Un evento catastrofico non colpisce il singolo, ma la comunità: così la pandemia. L'elaborazione dei fatti chiede tempo alla mente, ed è conosciuta anche come "disturbo post-traumatico da stress". L'Aquila dà un pugno allo stomaco quando arrivi. La bellezza che arricchiva la città ancora avvolge l'aria, ma è il trauma del terremoto quello che leggi con gli occhi: il vento muove i fantasmi delle impalcature. "Il manicomio è stato chiuso, ma resta nella testa della gente", ammonisce serafico il dott. Sirolli, ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale aquilano, "lo diciamo non per slogan, ma per dire che è manicomio la comunità terapeutica che ti indica a che ora fare la doccia, pranzare, fare la passeggiata o prendere i farmaci".
Alessandro ed Emanuele Sirolli li incontro sulle macerie del vecchio ospedale psichiatrico, oggi carcassa storica che guarda la città, lì dove nacque "180 amici", un'associazione a tutela della salute mentale dei cittadini voluta dalla spinta di un gruppo di operatori, locali e familiari sensibili al tema. "La nostra è un'idea di città che cura, di comunità, implementiamo i servizi per favorire la cosa". Curioso, dico indicando alle spalle lo scheletro urbano, proprio in questa terra dimenticata dalla misericordia. "È terminata una generazione, quella di coloro che si è impegnata a chiudere i manicomi e declinare la cura nel territorio", dice Alessandro mostrando il piccolo museo allestito con i reperti dell'ex ospedale, i letti con le sbarre e le foto dei direttori che furono. "La nuova non ha queste esperienze, è formata in ambulatorio, dentro i servizi psichiatrici di diagnosi e cura che per l'80-90% sono strutture squisitamente farmacologiche e contenitive".
Cos'ha significato la non completa applicazione della Legge in campo nazionale? Servizi oberati di lavoro, affollamento di pazienti e diffusione della concezione organicista della psichiatria. La questione dei finanziamenti esiste, spiega Emanuele, ma il vero problema è il "loro utilizzo". "Dobbiamo ragionare su come i Dipartimenti non sono quelli che dovevano essere, cioè un sistema organizzato di servizi che mette al centro la persona e che vive per progettare con lei una ripresa da una situazione di sofferenza". Ad aver cavalcato l'onda la rottura moderna del metodo, quella conflittualità naturale alla base della salute mentale, fatta di pratiche e formazioni differenti e alimentata dalla scarsa presenza di risposta nel territorio. "C'è una malattia, quindi i sintomi, una sindrome e una terapia farmacologica", ragionano con freddezza, nessuna "città che cura" là fuori.
Il sole perentorio d'agosto entra nello studio, la polvere si solleva quando arrivano i ragazzi del centro. Scosto la mascherina, sorrido, ci presentiamo: noi qui gestiamo una radio, Radio Stella 180, "passa a trovarci giovedì", mi fa uno di loro. "Parte del problema è nato nel '94, quando hanno slegato la cura del sanitario dalla cura del sociale. Prima c'erano unità locali socio-sanitarie, scorporandole non hanno previsto che queste si parlassero: il comune lavora nel sociale e il sanitario nella sanità. Uno svincolo che ha permesso di separare i finanziamenti, con il peso economico che ha riempito più le tasche dei secondi che dei primi. Così il giorno in cui la salute mentale ha assunto il valore di un bene ci siamo offerti al contagio, ed è questo forse il pegno da pagare. Si ragiona sulle rovine della malattia, perché a L'Aquila non riesci a non associare ai detriti quello che ti circonda, anche nelle cose nuove - le vetrine pulite nel corso principale, il bianco che attraversa le strade - c'è qualcosa di frantumato. "Il vero cambiamento potrà avvenire solo quando il sociale irromperà nel sanitario, cambiandone i paradigmi".
E Alessandro, citando il rivoluzionario Rotelli, sa che c'è molto di più da fare - perché non si sa più come intercettare il malessere- a filtrare il disagio, a dialogare per un lavoro di prevenzione. "Tu puoi operare su questo solo se lavori sul sociale, non sul sanitario, altrimenti fai soltanto intervento precoce". A Collemaggio un animale azzurro di quattro metri di statura, con le gambe irte e di legno sottile, si libera alla vista. Marco Cavallo "i giovani non sanno chi è", ma fu simbolo della lotta a favore della chiusura dei manicomi e metafora dei pazienti liberi e degni d'indossare i panni di cittadini. Bisogna ripartire da zero dice Emanuele, cercare di arrivare a un ragionamento comune, "non è un lavoro complicato". Le montagne chiudono la luce sul colle, portano con sé del vento fresco. Arriva la sera, nel silenzio si sentono le ossa degli edifici che scricchiolano doloranti.
La rete dei servizi coordinata dal Dipartimento di Napoli Centro si dirama tra i racconti dei quartieri. Antonio quando parla va veloce, velocissimo, come se le parole potessero scappare prima della fine. "Devo, devo, devo", le voci gli dicono del cibo avvelenato, l'acqua cattiva e la notte troppo lunga per illudere al risveglio. Allora mi spiega che il farmaco in fase iniziale è fondamentale per abbattere queste voci, che però "tu poi sei tramortito", è come se ti passasse un camion addosso e dovessi rialzarti. "Quanti mesi stai in ospedale?".
Via dei tribunali rimbomba di pettegolezzi, una fiumana di esistenza che condivide l'incertezza dei tempi: De Luca manda l'esercito, De Magistris vuole tutto aperto, i soldi arrivano sempre più risicati a fine mese. "È asciutto pazzo 'o patrone - urla qualcuno - svende tutto a metà prezzo". Antonio è ricaduto un giorno - tentenna un po' quando lo dice -, un passaggio di malessere "transitorio": "Ci troviamo di fronte a casi di momentaneo scombussolamento acuto, le strutture deputate non sono del tutto preparate ai bisogni emergenti". E che la riabilitazione sociale, il passaggio da un ambiente protetto a un luogo esterno, deve avvenire in modo graduale.
"Ti prendo con mano e a seconda del tuo stato, e del tuo stadio nella malattia, ti presento delle soluzioni idonee per quell'uscita verso l'inclusione piena e funzionale", dice. Solo che non c'è allo stato attuale questo processo, e quando Antonio fa "Mai mistificare il farmaco" impugna l'aria, perché la fase acuta è dolorosa, claustrofobica, ma necessaria per passare alla successiva, e che pure ci si ferma solo alla prima. Per dare un'idea di cos'è la malattia mentale: nell'inserimento lavorativo "preferiscono l'invalidità fisica a quella psichica", perché la persona davanti non riconosce una condizione che spaventa, pensa sia difficile da gestire, un costo ulteriore. Così Antonio capovolge i ruoli, perché "l'istinto arriva per salvarti", e da facilitatore sociale costruisce progetti personalizzati volti a far dialogare i due contesti. Ma è un aspetto carente su cui è necessario fare un po' di scelte, "una riflessione politica, un upgrade del sistema di cura", perché manca, anche questo. Esiste un concetto più ampio di guarigione che resta nell'ambito di chi ci lavora: non si condivide ciò che non si vede, ecco la colpa della malattia mentale.
"La prima cosa che ti taglia è la creatività", dice Bianca. Ha le mani delicate e un gesto materno quando si muove. "L'Aquilone" è una struttura organizzata tra laboratori di legatoria, riciclo e ceramica che si trova a Milano, lì dove iniziano a moltiplicarsi i primi sputi di periferia. Fabio, Michele, un ragazzo che si mastica il nome, e Ciro passano a presentarsi, mentre Bianca, che dirige, aiuta a sparecchiare le ultime cose dai tavoli. L'idea alla base di tutte le attività è quella di recuperare oggetti che andrebbero perduti, un po' quello che accade alle vite dei singoli pazienti. "Tra noi normali e loro è solo un problema di quantità, non di qualità". La cura va stimolata attraverso lo strumento della creatività, perché l'arte riabilita e ti riporta a un senso di appartenenza col territorio, ma che pure servirebbe una cultura psicologica più diffusa. Entra una luce pacifica che spolvera tutte le cose costruite nel tempo, le rughe dell'impegno, o quelle di chi ha perso qualche anno dietro chiacchiere in testa. Pietro oggi non parla, come ieri e pure il giorno prima. "Quanto fa una quantità?", chiedo a Bianca, un ciuffo le scivola sullo sguardo. Sorride. Quando la signora Rosaria mi vede viene subito incontro per chiedere "Dottoressa, dottoressa, lei sa quando verrà mio marito?", trema di spasmi.
"La Gabbianella" invece è una struttura residenziale a scopo riabilitativo infilata nel quartiere di Scampia, riparata dagli occhi indiscreti della strada principale, per ospiti d'età diversa. "Dottoressa?", chiama Rosaria. È di una fragilità tale che quando metto distanza tra me e lei penso di farle un torto, ma freme da circa un anno, da quando qualcosa è successo in casa - "Una lite forse, c'era di mezzo la polizia che seguiva la famiglia" - e quindi continua a scuotere il corpo gracile e farsi più piccola davanti lo sguardo dei presenti.
"Dottoressa, mi faccia una foto", Rosaria è convinta che così la sua famiglia verrà a cercarla, ma nessuno viene a cercarla da 365 giorni. Come descrivi la sensazione che arriva da un grumo di dolore a qualcuno? Perché il problema della salute mentale non è quello che tante volte si vede, ma quello che funziona di più, e che non nasce nei luoghi deputati alla cura, ma in quelli che abitiamo. Azzurro è il colore delle pareti, Gennaro siede e gioca a carte, Maria guarda la televisione, delle ciabatte rosse sono riposte accanto a un letto. Rosaria, salutandomi: "Dottoressa", quando verrà il marito? Se la malattia mentale non si vede, tanto vale ascoltarla. Quando passi davanti le Vele cerchi di scorgere qualche romanzo televisivo, un'espressione conosciuta del territorio, necessaria a comprendere. Noi vedremo gli effetti psicologici della pandemia tra mesi, anni.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 11 giugno 2021
"Voto storico". Con 355 voti a favore (263 contro, 71 astenuti), Strasburgo ha votato un testo sui vaccini che chiede la "sospensione temporanea" dei diritti di proprietà intellettuale. Ma von der Leyen insiste: alla Wto la proposta Ue sarà quella sulle licenze. Il Parlamento europeo mette la Commissione con le spalle al muro e manda anche un segnale forte al G7, riunito da oggi in Cornovaglia: con 355 voti a favore (263 contro, 71 astenuti), Strasburgo ha votato nella serata di mercoledì un testo sui vaccini che chiede la "sospensione dei brevetti" che "permetterebbe di rafforzare l'accesso mondiale a vaccini abbordabili".
Il testo approvato è diverso da quello presentato in un primo tempo, in seguito a un accordo tra i gruppi Ppe, S&D, Renew, Verdi e Erc - che non conteneva la richiesta della deroga ai brevetti - perché ha integrato l'emendamento dei Verdi, passato per un solo voto, che lo citava espressamente (a sorpresa, era anche passato qualche settimana fa un emendamento analogo della Gue). Il Parlamento propone quindi di intraprendere il negoziato sulla sospensione temporanea dei brevetti nell'ambito degli accordi Trips alla Wto. Resta il riferimento a una deroga "temporanea", per non mettere in crisi in modo indeterminato il diritto di proprietà. Il testo degli eurodeputati insiste anche sull'importanza delle licenze volontarie (decise da chi detiene il brevetto, a chi darle e a quali condizioni), sul trasferimento di know how e tecnologie essenziali per aumentare la produzione a lungo termine.
C'è una richiesta specifica a Usa e Gran Bretagna, perché mettano fine al blocco dell'export. Joe Biden arriva al G7 con l'impegno di esportare 500mila dosi di vaccini (Pfizer), mentre finora gli Usa si erano limitati a un export di 10 milioni di dosi, al pari della Russia, mentre Londra per il momento è a zero. La Ue è impegnata da tempo nell'export: è il primo produttore mondiale e finora ha esportato circa la metà di quanto prodotto, 329 milioni di dosi.
La Commissione prevede per il secondo semestre di quest'anno una produzione di un miliardo di dosi nei 55 siti di produzione europea e la metà sarà esportato. Per vaccinare il 70% della popolazione mondiale - obiettivo della Commissione per quanto riguarda la Ue entro fine estate - sono necessari 11 miliardi di dosi, ma solo una frazione di questa quantità per ora è stata prodotta. La grande maggioranza dei vaccini somministrati finora (1,6 miliardi) lo sono stati nei paesi industrializzati e solo lo 0,3% nei 29 paesi più poveri: l'Europarlamento chiede alla Ue di sostenere la produzione in Africa. Il testo votato insiste anche sull'importanza del meccanismo Covax, di cui la Ue è il primo contributore (100 milioni di dosi) e a cui dovrebbe aderire anche Biden.
Nel testo, il Parlamento europeo chiede anche trasparenza sui contratti firmati dalla Commissione per i 27, i cui contenuti sono finora stati rivelati con il contagocce e con molti omissis (per difendere la segretezza degli affari). Ma mentre il Parlamento votava, la Commissione alla Wto ha presentato la proposta europea che non contiene la sospensione dei brevetti e si oppone alla richiesta fatta ad ottobre da Sudafrica e India. La Commissione preferisce il meccanismo delle licenze volontarie e, in caso di fallimento, al massimo quelle obbligatorie ma inquadrate strettamente nel Trips. Bruxelles punta a un accordo multilaterale alla Wto che porti alla fine del blocco all'export.
Per Manon Aubry della Gue, è stato "un voto storico". Per il gruppo S&D, "la sospensione dei brevetti sui vaccini è redditizia economicamente e giusta moralmente", il voto è "un segnale forte" alla Commissione. Un "grande passo avanti" per i Verdi, mentre a Renew, chi ha votato a favore mette dei paletti: evitare di "appiattirsi sul piano della propaganda", commenta l'eurodepuatto Marco Zullo, che sostiene la "terza via" alla Wto, incentrata su "facilitazione degli scambi, discipline sulle restrizioni alle esportazioni ed espansione della produzione". Per il Ppe, "la vera domanda è: come avere più dosi?".
di Giuseppe De Rita
Corriere della Sera, 11 giugno 2021
La preoccupazione per la ripartenza non riesce ad andare oltre l'attesa di un magico avvento dei decimali di Pil, senza che si crei una mobilitazione collettiva. Circola una sottile ansia, nell'opinione collettiva italiana, un'ansia che alimenta l'attesa della ripresa dopo la crisi pandemica ed economica degli ultimi mesi; che stimola le speranze che arrivi una svolta decisiva nel nostro sviluppo; che spinge a decifrarne sintomi e dati magari rincorrendo i decimali delle variazioni di Pil; che porta un po' tutti, governanti ed opinionisti, a incitare i cittadini ad assumere nuove e più accentuate responsabilità. Un clima che richiama tutte le "epopee" degli ultimi decenni, dalla ricostruzione post bellica al superamento delle gravi crisi dei primi anni Duemila; e che arriva anche ad un rilancio potenziale dell'immaginario collettivo, verso un'idea di Italia diversa e migliore.
Non si sfugge però alla sensazione che tale volontaristico rilancio non riesca a decollare, non riesca cioè ad innervare coerenti comportamenti di massa, quasi che vinca la consapevolezza che i tempi sono cambiati rispetto ai decenni precedenti, e che l'attuale insieme dei sentimenti collettivi e delle attese non sia riconducibile a una nuova fase di mobilitazione collettiva. Chi, come me, è stato analista e cantore di tutte le grandi epopee dal dopoguerra, avverte chiaramente che il richiamarle come esempi da rivivere oggi è un esercizio sempre meno mobilitante.
Gli italiani di oggi sanno di vivere una crisi tutta loro, nei singoli luoghi e nelle singole modalità di lavoro; ed è naturale che nei loro pensieri vincano le componenti del loro necessario impegno soggettivo. Con una specifica realistica sottovalutazione delle esperienze del passato; e con una naturale indifferenza per le chiamate alle armi di tipo collettivo.
Forse l'ultimo episodio di emotiva chiamata alle armi l'abbiamo riscontrato nella crisi del 2008-2009, ma era l'espressione di una difesa di massa, non certo una tensione in avanti, di costruzione di nuovi assetti economici e sociali. E non sorprende quindi che la stessa grande discussione di massa sull'epocale "programma europeo di resilienza" non sia riuscita a traguardare un immaginario collettivo in cui far emergere coerenti flussi di valutazioni e comportamenti del nostro corpo sociale; ci siamo limitati alla curiosità per la quantità di risorse disponibili e per le loro ufficiali destinazioni, spesso troppo tecniche e sofisticate (dalla digitalizzazione alla riconversione ecologica) per destare sociali partecipazioni collettive.
È quindi comprensibile che l'ansia di ripartenza non riesca ad andare oltre l'attesa di un magico avvento dei decimali di Pil, senza che si crei una mobilitazione collettiva su precisi obiettivi di sviluppo del sistema. Del resto, almeno una cosa la storia di questi decenni la insegna: che le epopee prima si fanno e poi si raccontano, visto che in Italia esse sono frutto non di disegni e messaggi proposti dall'alto, ma degli sforzi quotidiani di milioni di singoli cittadini, attenti a se stessi ed ai propri interessi. Lasciamo quindi che la dinamica oggi in corso, per ora indecifrabile, abbia il suo silenzioso, sommerso svolgimento; poi la potremo raccontare, dandole forma e denominazione. È sempre stato così nelle conclamate epopee del passato, ed è sicuro che anche questa volta qualcuno saprà, in avanzato corso d'opera, far racconto di ciò che sta succedendo.
di Debora Attanasio
marieclaire.com, 11 giugno 2021
Incontro con la giornalista del New York Times che svela con un libro la realtà nascosta e surreale dei detenuti. La prigione, il carcere, una dimensione temuta che per fortuna la maggior parte delle persone su questo pianeta non sperimenterà mai, e che coloro che ci sono dentro sperimentano in mille versioni territoriali. L'incubo di finirci senza motivo, per sbaglio, che almeno una volta nella vita assale tutti.
Attualmente uno dei pochi riferimenti pop che abbiamo sulla vita in prigione, romanzato e comunque testimonianza di un carcere di minima sicurezza, è una serie come Orange Is The New Black, e anche per questo quando si parla di tutela dei diritti civili diventa difficile immedesimarsi in realtà parallele come quella che in questi mesi stanno vivendo detenuti famosi (e spesso innocenti) come l'avvocata Nasrin Sotoudeh in Iran.
Baz Dreisinger è una giornalista criminologa fondatrice di Prison-To-College Pipeline, il programma di istruzione di alto livello all'interno degli istituti carcerari che ha riabilitato migliaia di detenuti, in base al principio per cui una più bassa scolarizzazione pone a rischio maggiore di affiliarsi alla criminalità. Dreisinger scrive articoli per il New York Times, Wall Street Journal, Forbes, Los Angeles Times.
Per quest'ultimo ha realizzato una storia di copertina sull'hip-hop e il sistema carcerario e la storia di una star del reggae in prigione in Giamaica. È professoressa, critica culturale, attivista e organizzatrice di comunità, ed è spesso in Italia dove l'abbiamo incontrata per parlare del suo ultimo libro Incarcerazioni di massa, (titolo originale: Incarceration Nations: A Journey to Justice in Prisons Around the World), tradotto e pubblicato da Mimeis/Eterotopie.
In questo potente saggio, Baz Dreisinger racconta la sua odissea fra le carceri di tutto il mondo partendo dall'Africa fino all'Europa dove ha incontrato donne e uomini che le hanno permesso, con le loro testimonianze, di fotografare da un intenso e scioccante punto di vista un mondo di cui di solito è negato l'accesso agli "altri". "Sono cresciuta nel Bronx, a New York, negli anni 80 e 90", spiega Baz Dreisinger, "figlia della generazione hip-hip e amante della musica e delle comunità caraibiche, da cui sono stata plasmata.
Il mio lavoro nelle carceri è una somma di tutte queste cose. Ho prodotto due documentari sull'argomento e ricevo costantemente lettere da detenuti che mi invitano per proiettare nelle carceri i miei documentari e parlare del mio lavoro". Tutto era iniziato quando Dreisinger aveva un amico in prigione e insegnava al John Jay College of Criminal Justice a New York City. L'aria intorno a lei odorava solo di prigione, ed è diventata la sua vita.
"Dopo le prime proiezioni e discussioni nelle carceri, ho iniziato a fare volontariato come educatrice in quei luoghi, quasi 18 anni fa. Mi sono resa conto subito che la risposta della società americana al crimine si riduce all'immagazzinare letteralmente esseri umani frutto del razzismo sistemico e della disuguaglianza, anche quelli più brillanti. Mi è sembrato disumano, dolorosamente ingiusto e sorprendentemente stupido, e ho capito che le prigioni ci rendono solo meno sicuri".
Mentre lavorava nelle carceri statunitensi, prima come volontaria e poi come fondatrice di Prison-to-College Pipeline, al John Jay College of Criminal Justice, Baz Dreisinger viaggiava per il mondo per scrivere articoli di viaggi. "Viaggiando, ho notato che mentre l'opinione pubblica negli Stati Uniti stava iniziando a prestare attenzione alla crisi dell'incarcerazione di massa, il resto del mondo si rifiutava di affrontare il problema", racconta. "Ho iniziato a scrivere sulle prigioni e anche sulla responsabilità degli Stati Uniti nell'averne forgiato i modelli di riferimento globale". E così che la giornalista ha cominciato a buttare giù le prime tracce di Incarcerazioni di massa. "Volevo scrivere un libro che ci facesse fermare e ripensare lo scopo stesso delle carceri, a riflettere sulla logica - o, dovrei dire, illogica - di esse. Ho combinato i due concetti, ho viaggiato in nove paesi in tutto il mondo e ho trascorso molto tempo a interagire con i loro sistemi carcerari, di solito come volontaria di qualche ONG locale. Ogni capitolo si concentra su un concetto particolare che volevo che ripensassimo: vendetta e danno, prigioni e capitalismo, prigione e arte, e poi ancora donne e incarcerazione e altro ancora".
Incontrando persone in carcere in qualsiasi parte del mondo Dreisinger pone subito l'attenzione su un fattore comune a tutti i detenuti: "la quasi insondabile resilienza e volontà di sopravvivere nonostante le loro condizioni infernali. Mi colpisce, quando raccontano le loro storie, quanti di loro siano puramente prodotti del loro ambiente: provengono da comunità trascurate dai governi, da condizioni di disuguaglianza strutturale e spesso anche di razzismo.
Non hanno necessariamente scelto il crimine: a causa di queste circostanze è il crimine ad aver scelto loro. Per questo non mi piace la parola 'riabilitazionè; implica che le persone abbiano bisogno di essere riabilitate, ma in realtà non sono mai state 'abilitatè in primo luogo perché non sono state date loro reali opportunità di lavoro e di istruzione. Parliamo solo di correggere le persone, ma in realtà abbiamo bisogno di correggere una società che produce persone che ricorrono al crimine, la società che consente l'esistenza di disuguaglianza e discriminazioni. Ho visto questa realtà ancora dagli Stati Uniti all'Africa, all'Australia, all'Europa e all'Asia".
Il libro, per Baz Dreisinger, è stato solo l'inizio di un viaggio nel mondo delle carceri globali. Dopo la pubblicazione negli Stati Uniti ho fondato Incarceration Nations Network, una rete globale e un think-tank che supporta, promuove e diffonde gli sforzi innovativi di riforma carceraria in tutto il mondo, con cui ha già visitato le prigioni di almeno 75 paesi. Prima di salutarla le chiediamo un'opinione su un caso che sta particolarmente a cuore all'Italia in questo momento, quello di Patrick Zaki: "Questa storia fa parte di una grande tragedia globale a cui il mondo deve prestare attenzione", spiega Dreisinger.
"Credo anch'io che il suo caso possa essere legato a quello di Giulio Regeni. Chiaramente, Patrick rappresentava una minaccia per l'Egitto ed è incoraggiante vedere gli italiani uniti in sua difesa. Ma la triste realtà è che storie come la sua non sono rare. In tutto il mondo c'è una gran quantità di persone innocenti detenute per anni senza processo e, di solito, perché non possono permettersi un avvocato; sono stata in paesi in cui più del 60% della popolazione carceraria è in attesa di processo e il tempo medio di attesa è di sei anni.
In Egitto, dalla pandemia, le autorità hanno trattenuto centinaia, molto probabilmente migliaia, di persone in custodia cautelare senza la pretesa di un controllo giurisdizionale. Per cui, mentre ci concentriamo su una tragedia individuale come quella di Patrick Zaki, è importante tenere sempre a mente il quadro più ampio, in modo da ottenere un cambiamento sistemico e un mondo più giusto dove questi episodi non accadano più".
di Francesca Siciliano
lasesia.it, 11 giugno 2021
Un'occasione per avviare un percorso di reinserimento sociale. Un alloggio, in comodato d'uso all'associazione Argilla, per accogliere i detenuti in permesso premio. È un progetto del Tavolo carcere e della casa circondariale di Billiemme a cui ha aderito il Comune. Sarà un'occasione per avviare un percorso di reinserimento sociale.
La casa è a disposizione per il tempo del permesso premio concesso dal giudice: che varia, ma generalmente va dai 2 ai 4-5 giorni. Mercoledì 9 giugno è stato presentato il progetto, denominato "Casa permessi premio", nella sede di Argilla all'Oasi delle rose, in via America. "Io ho saputo della necessità di un luogo dove far incontrare i detenuti in permesso premio, che non hanno i famigliari residenti nelle vicinanze, quando c'era ancora Andrea Raineri - ha spiegato Alessandra Pitaro, dirigente del settore Politiche sociali del Comune - Io all'epoca ero ancora funzionario e lui era venuto a parlarmi subito di questa necessità: ci eravamo attivati per cercare un luogo adatto tra quelli a disposizione delle Politiche sociali.
Lo abbiamo individuato e provveduto a tutte le operazioni di ristrutturazione. L'alloggio era nuovo quando lo abbiamo consegnato: è stato sistemato appositamente per questa necessità. La volontà del Comune e anche dell'attuale Amministrazione è quello di collaborare e dare suo supporto nell'ambito delle esigenze che nascono nel Tavolo carcere. A fine febbraio la giunta comunale ha approvato il progetto - ha proseguito Pitaro - Ora con Argilla ci stiamo aiutando a vicenda per poter risolvere i problemi collegati alle utenze che sono in fase di evoluzione, ma da luglio l'alloggio sarà completamente utilizzabile".
"Sono stati fatti dei lavori importanti - ha evidenziato Manuel Mellace presidente di Argilla - è tutto nuovo ed è un bell'appartamento". Argilla si occuperà della gestione e dell'organizzazione dell'attività insieme alle associazioni del Tavolo carcere: "I tavoli sono organismi complessi - ha sottolineato Sara Ghirardi del Centro territoriale per il volontariato, che facilita il tavolo - L'essere tanti e diversi garantisce la sostenibilità nel tempo dei progetti. C'è una rete garantita e che consente di andare avanti promuovendo sia le attività all'interno del carcere che quelle esterne di sensibilizzazione". I volontari di Argilla e del Tavolo carcere avranno un ruolo importante: "Il passo successivo - ha aggiunto Valeria Climaco responsabile dell'area educativa della casa circondariale - potrà essere quello di prevedere un permesso premio accompagnato da alcune figure di volontariato che sia anche diurno. Laddove c'è un volontario o più che si offrono per far trascorrere alla persona qualche ora all'esterno del carcere se ne potrà parlare - ha proseguito Climaco - I volontari inoltre hanno fatto un corso di formazione; infatti il permesso premio non è uno spazio di libertà totale, ma è perimetrato da alcune norme che il magistrato prescrive". All'incontro erano presenti il gruppo di lavoro, i rappresentanti delle varie associazioni e della casa circondariale.
- Umbria. Carceri e organici: arrivano i rinforzi
- Camerino (Mc). Carcere, il Dap chiama il sindaco: non chiusura, ma una nuova sede
- Migranti. Quando diventare maggiorenni vuol dire essere abbandonati
- Gorizia. Inaugurato l'ambulatorio dentistico nel carcere. Stop ai disagi in ospedale
- Sudan. Caso Zennaro, l'Italia protesta: scontro diplomatico










