di Rosaria Amato
La Repubblica, 2 maggio 2021
A marzo l'occupazione cresce solo dello 0,2%, la pandemia ha cancellato 900 mila posti. Il Pil del primo trimestre arretra dello 0,4%. Confindustria: ripartenza solo in estate. Cresce ma ancora pochissimo l'occupazione a marzo: l'Istat segnala il recupero di 34 mila posti di lavoro rispetto a febbraio, un modestissimo 0,2% che non coinvolge la fascia centrale di età, tra i 35 e i 49 anni, ed esclude le donne, che continuano a diminuire. E nel confronto tra il primo trimestre di quest'anno e l'ultimo del 2020 si registra ancora un calo consistente di occupati, 254 mila. Il tasso di disoccupazione del 10,1 % diventa il 33% fra i giovani.
L'Italia arriva con fiato corto al secondo Primo Maggio di pandemia: il Pil continua ad arretrare, nei primi tre mesi dell'anno cala dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell'1,4% su base annua. Per una vera ripresa bisognerà aspettare il terzo trimestre, prevede l'ufficio studi di Confindustria: solo quando la gran parte della popolazione sarà vaccinata l'economia potrà davvero ripartire. E anche la crescita dell'inflazione è illusoria, l'aumento dello 0,4% su base mensile e dell'1,1% su base annua è dovuto esclusivamente all'accelerazione dei prezzi dei beni energetici, il "carrello della spesa" scivola ai livelli di inizio 2018.
Rispetto al febbraio 2020 gli occupati sono ancora quasi 900 mila in meno e il tasso di occupazione è più basso di due punti percentuali. Se tra i dati del lavoro non si vedono miglioramenti significativi, emerge però un po' di speranza: rispetto al marzo dello scorso anno risultano in crescita del 35,4% le persone in cerca di lavoro, segno che c'è stato un passaggio consistente dalle file degli inattivi (che infatti diminuiscono di 306 mila unità) a quelle delle forze di lavoro. Gli inattivi si riducono anche tra le donne e i giovani, i più colpiti dalla crisi. La rinnovata fiducia nella possibilità di trovare un'occupazione non è mal riposta, assicura il ministro del Lavoro Andrea Orlando: "Se useremo bene e tempestivamente le risorse del Recovery Plan si può riuscire a recuperare quanto perduto e probabilmente anche qualcosa di più".
Da recuperare non ci sono però solo i livelli di occupazione precedente, ma anche gli squilibri creati da una crisi che ha colpito alcune categorie più di altre. I lavoratori autonomi, per esempio, e quelli a termine. E, tra i settori produttivi, il primo trimestre registra ancora una contrazione del terziario a fronte di una ripresa di agricoltura e industria. Sono inoltre aumentati i lavoratori con retribuzioni insufficienti: secondo un'indagine Censis-Ugl sono un milione e mezzo, cresciuti dell'84% negli ultimi 10 anni, una situazione che colpisce soprattutto partite Iva e operai, ma non risparmia neanche quadri e impiegati.
corrierenazionale.it, 2 maggio 2021
Biografilm festival, che si terrà in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno, presenta due progetti educativi di inclusione che coinvolgono l'istituto penale Siciliani.
In un'epoca storica che, da un lato limita le attività scolastiche e dall'altro rende anche molto difficile vivere isolati in casa, il festival Biografilm di Bologna quest'anno ha deciso di introdurre due 'giurie speciali' con i giovani protagonisti. La rassegna cinematografica dedicata ai documentari relativi alle 'storie di vita', confermata in presenza a Bologna e online dal 4 al 14 giugno, presenta due progetti educativi di inclusione che coinvolgono l'istituto penale per minorenni Pietro Siciliani e la biblioteca multimediale Fuori Catalogo dell'istituto superiore Aldini Valeriani.
Entrambi i progetti partiranno a maggio e formeranno due giurie giovanili che saranno coinvolte nella cerimonia di premiazione del festival. In particolare, il progetto 'Tutta un'altra storia', realizzato con il patrocinio del ministero della Giustizia, coinvolge un gruppo di ragazzi detenuti nell'istituto penale per minorenni che sarà parte attiva nel festival. Dopo un ciclo di incontri settimanali in presenza dedicati alla narrazione documentaria e la visione guidata dei film in gara, i ragazzi assegneranno un premio al film che ritengono più significativo. 'Bring the change' invece, è il progetto in collaborazione con il 'Terra Di Tutti Film Festival' di Bologna che anche in questo caso prevede momenti di formazione anche in presenza con una classe quarta dell'istituto Aldini Valeriani. Anche questa volta, gli studenti saranno guidati alla visione di alcuni film del festival, in particolare su tematiche relative al cambiamento sociale e all'attivismo giovanile. Oltre a queste due giurie 'speciali', oggi Biografilm Festival ha reso noti anche i nomi della giuria della sezione competitiva internazionale.
A scegliere le migliori pellicole in gara, spiega la Dire (www.dire.it), arriveranno a Bologna il regista indiano Rahul Jain, la produttrice italiana Donatella Palermo, nota tra le altre cose anche per aver prodotto il documentario 'Fuocoammare' e il curatore ed esperto di nuovi media tedesco, Sebastian Sorg. Biografilm Festival fa parte di Bologna Estate 2021, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna.
di Giuseppe Manzo
sudreporter.com, 2 maggio 2021
"Ho conosciuto 'o sfregiato e quei secondini che mi portavano nella 'cella zero' dove mi riempivano di botte perché avevo un mazzo di carte". Racconta la "cella zero" del carcere di Poggioreale Pietro Ioia, Garante dei detenuti di Napoli, durante il webinar del Coordinamento Territoriale di Scampia ieri dedicato ai diritti civili.
Ha raccontato in un libro quel luogo di violenza e negazione di diritti nel penitenziario e con la sua denuncia ha aiutato a far emergere la verità con 12 poliziotti penitenziari indagati e un processo in corso.
Durante il dibattito moderato da Taisia Raio Ioia ha riassunto le condizioni nelle carceri napoletane: "mi scrivono anche da altre regioni, molti napoletani sono stati trasferiti in Calabria e Sicilia. Un anno fa ci sono stati 13 morti per la rivolta del lockdown e non si conosce la verità. In carcere ci vanno i poveracci, il 70% sta lì per reati minori e molti devono scontare solo pochi mesi. In una stessa cella trovo 9-10 persone in un penitenziario che può contenere 1500 detenuti ce ne sono il doppio. Per non parlare dell'assoluta mancanza di affettività, un'ora di colloquio a settimana".
A confrontarsi con il Garante dei detenuti c'è anche lo scrittore Nicolaj Lilin che si è fatto conoscere al grande pubblico con il romanzo "Educazione siberiana" approdato anche al cinema con Gabriele Salvatores. Lilin racconta la sua esperienza nel carcere minorile: "continuiamo a punire le persone e non a rieducarle. In questa società c'è posto per tutti ma non per chi sbaglia, è xenofoba per chi ha fatto errori. Spesso sono persone limitate nelle possibilità sociali, vivono in periferie e vengono da famiglie problematiche. Nel mio Paese sono stato nel carcere minorile e mi è bastato per vedere una voragine buia di disgrazie e disperazione.
Da lì sono uscito una persona che non appoggia nessun sistema politico finché continua a mantenere questo atteggiamento verso chi sbaglia. Bisogna cambiare cultura della società e se parliamo di diritti ciò che mi fa dubitare di molti esponenti di governo quando parlano solo di alcune categorie e non rientrano mai quelli detenuti. Il sistema è punitivo ed è errato nella sua matrice, altrimenti fate la pena di morte come quelle persone conosciute nel carcere di Spoleto condannate a più ergastoli".
Il penalista Nicola Nardella ha sottolineato anche un altro aspetto del mancato reinserimento: "c'è una questione che riguarda la 'rinascita' come racconta Dostoevskij in una bellissima lettera dopo la sua prigioni. Ci sono pene anche non carcerarie ma di natura economica e sono pesantissime. Persone costrette alla povertà, al lavoro nero o destinate alla criminalità. Impedire a un soggetto di avere la patente significa impedirgli di poter lavorare ad esempio: stiamo andando verso uno stigma che si trasferisce non solo nel penale ma anche nell'ambito amministrativo".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 2 maggio 2021
Le nuove strategie dei suprematisti bianchi e dei complottisti stile QAnon raccontate dal Washington Post. Ii giovani avvicinati sui giochi online e resi parte del gruppo. Si avvicinano ai giovani su piattaforme di gioco, attirandoli in stanze private con meme che iniziano come battute divertenti e gradualmente diventano apertamente razzisti.
Vendono letteralmente le loro idee, mercificando i loro slogan e le loro azioni con live streaming, magliette e tazze da caffè. Si insinuano nelle chat, offrendo amicizia e ascolto a persone che parlano online di essere sole, depresse o malate croniche. Un articolo pubblicato oggi sul Washington Post spiega come i gruppi complottisti di estrema destra riescano a fare proseliti sul Web arrivando a formare dei circoli chiusi in cui a legare le persone sono attività ricreative tipo la musica, in una sorta di clima da festival che però poi sfocia in azioni violente, come l'assalto del 6 gennaio al Campidoglio, senza che queste si rendano conto di essere parte di una battaglia ideologica. "Le persone che irruppero nel palazzo del Congresso poi dissero "Cosa ho fatto di male? Non pensavo fosse illegale" - spiega al quotidiano americano Robert Futrell, sociologo dell'Università del Nevada a Las Vegas - vogliono quello che tutti noi vogliamo: appartenenza, amicizia, legami culturali".
Prima che le teorie cospirazioniste prendano piede, bisogna arrivare a credere che la società sia in qualche modo manipolata contro di noi e questo crea un senso di comunità. "Quello che unisce i neo-nazisti, i fascisti ecologici, i teorici della cospirazione non è l'ideologia ma la cultura - dice al Washington Post Rota Katz, direttrice esecutiva di Site Intelligence Group, che monitora l'estremismo online -, sono i video, i film, i poster, i meme".
Durante la presidenza di Donald Trump I gruppi di estrema destra hanno trovato terreno fertile per crescere e sono riusciti a creare comunità durature che hanno usato la cultura pop per intrattenere le loro reclute. Suprematisti bianchi, milizie, gruppi per i diritti degli uomini, agitatori anti-musulmani e altri organizzatori estremisti hanno creato una rete di offerte multimediali, inclusi video, podcast, conferenze, articoli e giochi come Black Lives Splatter, che sfida i giocatori a guidare le automobili contro quanti più manifestanti possibile del movimento Black Lives Matter. La domanda è cresciuta con la pandemia, dato che le persone hanno avuto più tempo da passare sul web.
Ne sono un esempio i Boogaloo Boys, un network di gruppi antigovernativi nati sul forum 4Chan convinto che gli Stati Uniti stiano andando verso la guerra civile. All'inizio si presentano come degli allegri ragazzotti, vestiti in modo spiritoso e con la battuta pronta, poi, però, organizzano riunioni su di armi, diritti e patriottismo. Il fine è conquistare le persone che sono anti-big business, contro la guerra, pro-armi e nazionaliste. Man mano che i nuovi arrivati si sentono più parte del gruppo, scoprono meme, video e messaggi insurrezionalisti sempre più espliciti che spingono a invocare la necessità di un rovesciamento armato del governo.
di Susanna Tamaro
Corriere della Sera, 2 maggio 2021
La pandemia semina morte, ma ci ha portato a riscoprire quanto siamo fragili, e quanto siamo legati all'affetto e alla dedizione di chi ci sta vicino. E ha fatto emergere una generazione di ragazzi meravigliosi: liberi, mentalmente aperti, impegnati, seri.
In primavera, girando per le campagne, non è raro vedere dei grandi appezzamenti di colore arancione che ci colpiscono in modo particolare nel mezzo del trionfo verde tenero di questa stagione. Non si tratta di un nuovo tipo di coltivazione ma dell'uso di qualche diserbante, un metodo piuttosto rapido e diffuso, purtroppo, per liberarsi dalle erbe infestanti: l'erba non c'è più e il problema appare risolto. In realtà la terra, così come il mare, è un organismo ad alta complessità e solo il suo equilibrio - costituito da batteri, microrganismi, artropodi, collemboli e via dicendo - è in grado di garantire una lunga e sana fertilità.
In tempi brevi, insomma, il veleno produce un beneficio ma in tempi lunghi il beneficio comincia a mostrare il suo vero volto che è quello della sterilità. Il virus che si è abbattuto come una tempesta perfetta sulla nostra civiltà, mettendola in ginocchio, ha riportato prepotentemente il concetto di realtà nelle nostre vite. La realtà esiste ed è fatta di indiscutibili verità, la principale delle quali è che noi siamo esseri biologicamente fragili e che nonostante siamo in grado di viaggiare nello spazio e scrivere arditi toni sull'impossibilità di definire il reale, basta la caparbia energia di un virus per farci sparire dalla faccia della Terra.
Scoprendoci fragili abbiamo forse iniziato a capire due cose: la prima è che la natura non è buona in sé, la seconda che la fragilità trova conforto e sostegno soltanto nell'affetto e nella dedizione di chi ci sta vicino.
Ho avuto diversi amici ricoverati per il Covid, tutti per fortuna sopravvissuti, ma ognuno di loro è uscito dall'ospedale con il cuore ricco di gratitudine per l'umanità e la competenza con cui è stato curato. La lunga abitudine al cinismo, ai più o meno striscianti neo darwinismi, all'esasperazione dell'individualismo ci hanno fatto dimenticare che la nostra essenza sta nella relazione e che solo le relazioni in cui avviene il dono di sé sono quelle in cui il nostro cuore trova la sua pace.
Lo stupore per l'umanità che proviamo in questi mesi di che cosa ci parla se non di una lunga lontananza dalla nostra stessa natura umana? La società non è molto diversa da un terreno, ci sono molte realtà che devono collaborare perché sia in equilibrio e l'equilibrio di quella occidentale è stato lentamente e inesorabilmente distrutto dal percolato tossico del Sessantotto.
Si parla molto del Dopo Covid come del Dopoguerra ma c'è un fatto fondamentale che non si prende in considerazione: la guerra aveva reso anche le persone giovani, come i miei genitori, resilienti e capaci di affrontare sfide e sacrifici e, oltre a ciò, avevano quasi tutti una famiglia alle spalle con la ricchezza di complessità e relazioni che questo comporta. Ma ora? Cos'hanno alle spalle i bambini e i ragazzi che costituiranno la società del domani?
Un mondo fluttuante, senza memoria, che continua a ripetere che non siamo altro che scimmie casualmente fortunate, inconsapevoli schiavi dei nostri geni e devoti servitori dei capricci del nostro inconscio; frammenti di famiglie, relazioni precarie o succubi, comunque non educanti; una scuola che si accontenta, che non chiede e non dà il massimo. Nessuna sfida viene posta loro se non la modesta richiesta di disturbare il meno possibile. Un ragazzo che non disturba è un ragazzo perfetto.
In realtà basta affacciarsi a qualsiasi scuola primaria per rendersi conto che ormai in ogni classe sono presenti diversi bambini con grossi problemi comportamentali; è sufficiente scorrere anche distrattamente le statistiche dei Centri di Igiene Mentale per accorgersi che i disturbi psichiatrici nell'adolescenza e prima giovinezza dilagano come un'inarrestabile macchia d'olio.
Il Covid certo ha accelerato il diffondersi di questi disagi, ma erano già presenti nei disturbi alimentari, negli atti di autolesionismo, nell'abuso di alcol e di droga - che rendono ancora più gravi i problemi mentali - nella ferocia intergenerazionale sempre più forte che si manifesta con la crescita esponenziale di atti di bullismo e di gogna digitale, di sadismo libero e gratuito usato come espressione quotidiana.
Accanto a questa drammatica realtà, per fortuna, c'è anche una generazione di ragazzi meravigliosi, meravigliosi per la libertà, per l'apertura mentale, per l'impegno e la serietà che dimostrano in ogni cosa che fanno. Sono coloro che hanno avuto il dono di essere accompagnati nella loro crescita da adulti in grado di vederli, di prendersi cura di loro: i genitori, principalmente, ma anche un nonno, una zia, un professore, una guida spirituale.
Che cosa offre la nostra società a questi ragazzi? L'impossibilità di imparare seriamente un mestiere, un'università parcheggio, in cui le lauree, divenute in molti casi inutilmente quinquennali, conducono nella plaga umiliante degli stage semigratuiti, di costosissimi master che si susseguono implacabili spesso ben oltre la soglia dei trent'anni.
In cinquant'anni, il percolato tossico ha sottilmente avvelenato tutto ciò che costituiva le ragioni del nostro esistere, ha ridicolizzato e distrutto i legami familiari, trasformando l'atto di mettere al mondo un figlio in un'attività non molto diversa da quella di alcuni pesci che fanno le uova e poi le abbandonano, lasciandole trasportare dalle correnti dell'acqua, dove per noi le correnti dell'acqua sono le istanze educative del mondo dei media che tutto hanno a cuore tranne la reale crescita della persona. Il percolato tossico ha deriso con ossessiva perseveranza qualsiasi cosa contenesse in sé il principio della costruzione e dello sforzo, propagando un edonismo individualista sventatamente allegro ma intorno al quale si aprono in realtà terrificanti abissi di solitudine e di disperazione.
E, di questo progressivo scempio, la cultura è stata purtroppo quasi sempre fedele ancella; fedele e vigile, in quanto pronta ad eliminare dal suo orizzonte chiunque avesse percepito l'odore dell'incendio che stava divampando e avesse osato denunciarlo.
Credo che il virus, in qualche modo, ci abbia posto davanti a un muro e questo muro ci dice che è giunta l'ora di invertire la rotta. La si può invertire però soltanto parlando della vera essenza dell'essere umano e non di quella propagandata da cinquant'anni di servile nichilismo. Perché noi esseri umani siamo capaci di compiere abominevoli orrori, sappiamo sguazzare nelle più bieche bassezze, ma siamo anche in grado di creare la bellezza, attraverso la musica e l'arte, di progettare grandi opere al servizio del bene comune e di illuminare il grigiore di ogni giorno con la nostra capacità di amare.
E l'amore non è predeterminato da qualche frammento di Dna ma da una scelta interiore che ha che fare con la consapevolezza del bene e con l'uso della volontà. Posso fare del male, perché è più facile, più comodo, più immediato, ma scelgo di non farlo perché so riconoscere la fondante importanza del bene.
Il grande inganno, la grande decostruzione, la forza sottile e indistinta capace di togliere la luce a ogni sguardo, è proprio questa: considerare l'equivalenza di tutte le cose, il loro uso unicamente secondo un'egoistica e primaria necessità. Non esiste il "noi" in questo mondo fluido e senza confini, esiste solo l'"io" con le sue protervie, ed è un "io" sempre più incattivito per la sensazione di vuoto e di vacuità di tutto ciò che lo circonda.
Mi piace pensare che il virus, oltre a seminare disperazione e morte, abbia cominciato ad aprire una feritoia in questo muro in grado di far riaffiorare la ricchezza del "noi" davanti alla povertà dell'"io". E che questa sottile lama di luce ci dia il coraggio di parlare nuovamente di realtà importanti, ricordando soprattutto che l'essere umano realizza il suo destino soltanto quando è in grado di compiere delle scelte, perché nei momenti difficili, come ci ha ricordato il nostro premier Mario Draghi il 25 aprile, ci sono momenti in cui "non scegliere è immorale".
di Luca Sebastiani
L'Espresso, 2 maggio 2021
La strage silenziosa non accenna a fermarsi. In questi primi quattro mesi 2021 le vittime sono state 120. "Rispetto allo scorso anno c'è stato un aumento del 170 per cento. Un trend in crescita, che esula dalla pandemia".
L'ultimo giorno funesto è stato il 29 aprile. Nel nuovo deposito di smistamento di Amazon ad Alessandria una trave ha ceduto, le campate sono venute giù. E sei persone che ci stavano lavorando sono precipitate a terra. Un volo di sei metri che non ha lasciato scampo a Flamur, operaio di 50 anni, e ne ha feriti altri cinque di cui uno in condizioni critiche. Nelle stesse ore ci sono state altre due vittime: Natalino, gruista di 49 anni, è morto nel porto di Taranto dove stava lavorando in operazioni di carico su una nave di pale eoliche. Non si sanno ancora con certezza le cause, ma è precipitato sulla banchina morendo sul colpo. E poi ancora, il 23enne Mattia, operaio edile a Montebelluna in provincia di Treviso, è stato travolto da una pesante impalcatura che non gli ha lasciato scampo.
Ma la lista è lunga, fatta di storie magari diverse, ma accomunate dallo stesso triste epilogo. Molti sono operai travolti dalle macchine che stavano utilizzando, come Antonio di 58 anni che stava lavorando in un cantiere stradale a Potenza quando è stato schiacciato dall'escavatore che manovrava, o agricoltori uccisi dai loro stessi mezzi che si ribaltano, come nel caso di Vittorio di 63 anni in provincia di Ragusa, o da cadute dall'alto come quella di Giovanni, operaio di 51 anni impegnato a compiere dei lavori sul tetto del carcere di Secondigliano a Napoli e precipitato da un'altezza di cinque metri, o quella di Giorgia, una giovane madre di 27 anni caduta dalla scala da dove stava facendo delle pulizie e morta dopo aver sbattuto la testa.
Dal 1° gennaio al 1° maggio in Italia è morta sul lavoro più di una persona al giorno. Una strage spesso silenziosa che nel 2021, fino a oggi, per l'Anmil, Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, ha visto scomparire 120 persone mentre svolgevano il proprio lavoro o nel tragitto per andarci. L'associazione raccoglie i tragici episodi che ogni giorno coinvolgono lavoratori da nord a sud della Penisola, per cercare di restituire dignità di memoria alle vittime di questa piaga.
Ma la situazione, se possibile, è anche peggiore, visto quanto emerge dalle parole di Franco Bettoni, presidente dell'Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (Inail), a cui sono arrivate nei primi tre mesi del 2021 ben 185 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale, che precisa "sono 19 in più rispetto a quelle registrate nel primo trimestre 2020. Ma sono dati ancora provvisori e per quantificare il fenomeno è necessario attendere il consolidamento dei dati dell'intero 2021". Da inizio pandemia, l'Inail conteggia anche le denunce dei casi di chi è morto dopo aver contratto il virus a lavoro, che da marzo 2020 a marzo 2021 sono state 551, di cui l'82,8% uomini.
Se i dati dell'Inail sono inevitabilmente influenzati dal conteggio delle infezioni del virus, quelli che ci vengono forniti da Alessandro Genovesi, segretario generale di Fillea Cgil, sindacato di riferimento per il settore dell'edilizia, sono indicativi per notare la tendenza in crescita: "nel periodo tra gennaio e febbraio del 2020 e lo stesso lasso di tempo del 2021 c'è stato un aumento delle morti sul lavoro del 170%. Un trend in crescita, che esula dalla pandemia visto che il periodo di riferimento sono i primi mesi dello scorso anno, con l'Italia ancora "aperta"". La stragrande maggioranza è composta da individui di sesso maschile, il 43% è tra i 40 e i 60 anni e la percentuale relativa agli over 60 è la stessa. Una media molto alta, dettata dal fatto che nell'ultimo decennio non c'è stato un vero ricambio generazionale tra i lavoratori del settore, anche a causa della crisi economica.
Proprio il mondo dell'edilizia "è il più colpito da questo fenomeno, insieme a quello dell'agricoltura. Le principali cause di morte sono le cadute dall'alto, lo schiacciamento o il crollo di muri, il ribaltamento di mezzi e la fulminazione", sostiene Genovesi. Il problema principale è il lavoro nero, molto presente in Italia, in prevalenza nelle piccole e medie imprese che, per risparmiare e tagliare sui costi, non garantiscono neanche le minime condizioni di sicurezza fisica alle persone.
Dati, numeri, statistiche che troppo spesso risultano fredde e vuote ma dietro le quali sono presenti tante storie, speranze e desideri di uomini e donne le cui vite sono state spezzate precocemente. Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza in provincia di Firenze, si è impegnato personalmente nel riunire le notizie di queste morti che "tanti, troppi continuano a chiamare "bianche", un insulto ai familiari e alle vittime. Le chiamano così per alludere all'assenza di una mano direttamente responsabile dell'accaduto, invece la mano c'è sempre, a volte più di una". Bazzoni nel 2011 e nel 2014 aveva fatto aprire due procedure di infrazione dalla Commissione europea ai danni dell'Italia, proprio per le inadempienze in materia di sicurezza sul lavoro, e da anni lotta affinché "il tema venga trattato come quello che è: un bollettino di guerra, una vera e propria emergenza di cui è importante parlare".
E nel prossimo periodo la situazione potrebbe peggiorare. Secondo Genovesi, con il Piano Nazionale della Ripresa e Resilienza, per esempio, "ci potrà essere una crescita del 5-6-7% nel settore edile, ma se non si attuano alcune riforme ci sarà un aumento uguale nel numero di morti e degli incidenti". La Fillea Cgil propone a gran voce, e da tempo, di puntare sul "Durc di congruità", che già in passato è stato utilizzato con successo in particolari occasioni di ricostruzione, e che permette di legare il costo complessivo di un'opera all'incidenza del costo della manodopera che ci lavora, in modo da dare garanzie in più, in primis ai lavoratori. L'altra mozione sindacale è il sistema di una "patente a punti", sulla falsariga di quella automobilistica, che punisce e premia negli anni le aziende non colpevoli o colpevoli di incidenti per i loro dipendenti. Sempre per Genovesi, bisognerebbe poi istituire l'aggravante dell'omicidio sul lavoro, come fatto per quello stradale: "Per me investire sotto effetto di alcol o droga una persona è tanto disdicevole e grave quanto sapere che un operaio sta a nero, non gli è stato dato un caschetto ed è stato mandato a lavorare sul tetto al quinto piano di un palazzo".
L'Inail in questi mesi ha stanziato circa 14 milioni di euro per il finanziamento di interventi formativi rivolti ai Rappresentanti dei Lavoratori per la sicurezza, ai Responsabili dei Servizi di Prevenzione e protezione e ai lavoratori. Perché ciò che manca è un'adeguata prevenzione, sacrificata spesso sull'altare di guadagni più veloci e facili. Per Bettoni "va rafforzata attraverso una più intensa attività di informazione, formazione, ricerca e interventi di sostegno alle imprese" e va incentivata la consapevolezza dei rischi, affinché non vengano sottovalutati. Uno sforzo comune, che necessita "la volontà e la collaborazione di tutti i soggetti che, ciascuno per il proprio ruolo, hanno la responsabilità della tutela della salute dei lavoratori". E fino a che questo impegno non sarà una priorità per tutti, la strage continuerà indisturbata.
di Letizia Rogolino
Elle, 2 maggio 2021
Presentato alla Berlinale 71, il nuovo film di Kevin MacDonald è in arrivo su Amazon Prime Video ed è la storia di Salahi, detenuto e torturato a Guantanamo per 12 anni nonostante la sua innocenza. Gli Academy Awards non l'hanno presa in considerazione, ma Jodie Foster ha vinto il Golden Globe 2021 per la sua interpretazione in The Mauritanian, film presentato alla Berlinale 71 e in arrivo su Amazon Prime Video (la data di uscita ancora non è stata resa nota).
Il film, diretto da Kevin MacDonald, si basa sul libro di memorie di Mohamedou Ould Salahi, protagonista di una tra le più inquietanti uscite dal campo di prigionia di Guantanamo Bay degli ultimi vent'anni. L'ex combattente anti-comunista, muhajideen in Afghanistan negli Anni 90, è stato catturato e consegnato alle autorità statunitensi dopo l'attacco terroristico dell'11 Settembre e detenuto per 12 anni a Guantanamo senza un processo, torturato e costretto a una falsa confessione. E rilasciato solo quando lo Stato ha finalmente riconosciuto senza valore la sua confessione, poiché ottenuta con la forza.
The Mauritanian è un film potente, duro ed emozionante che prova a raccontare l'accaduto, descrivendo le dinamiche familiari del protagonista, la sua indignazione e la sua intera storia che lo ha reso un esempio e una testimonianza vivente della brutalità che può essere giustificata in alcuni luoghi del mondo. Strappato improvvisamente alla sua famiglia e dal suo paese, Salahi si è ritrovato in un freddo carcere violento e sporco, senza gli strumenti e l'opportunità di provare la sua innocenza.
Il film inizia con la cattura di Salahi, interpretato magistralmente da Tahar Rahim, mentre sta partecipando a un matrimonio nel suo paese di origine. In breve tempo ci troviamo a vivere il suo caso in tribunale e i vari giorni di prigionia. La sceneggiatura di MB Traven, Rory Haines e Sohrab Noshirvani si muove su diversi filoni temporali, ma gli eventi sono orchestrati attentamente e con dovizia di particolari, coinvolgendo lo spettatore nella storia. Jodie Foster è Nancy Hollander, l'avvocato difensore di Salahi, che accetta di seguire il suo caso insieme a Teri Duncan, la sua socia interpretata da Shailene Woodley. C'è anche Benedict Cumberbatch nei panni del procuratore militare ed ex pilota, il cui migliore amico era su uno degli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle l'11 Settembre 2001.
MacDonald riesce a costruire un thriller-legal drama che, oltre a seguire la vicenda giudiziaria e tratteggiare i contorni dello scenario politico di quegli anni, si concentra molto sulla crescente disperazione di un uomo innocente al centro di una bufera, il cui rapporto con il mondo che lo circonda cambia drasticamente oltre la sua volontà. E intorno a lui cambiano anche i vari personaggi coinvolti: Hollander entra in contrasto con il suo idealismo, mentre il procuratore - uomo religioso sincero e duro - inizia ad avere dei dubbi. Forse il film sarebbe stato più fluido tagliando alcuni dialoghi troppo lunghi in stanze anonime, che rallentano il ritmo della narrazione rendendolo a tratti noioso. E anche i flashback prendono troppo spazio, ricordando fatti superflui e ridondanti, non necessari. Tuttavia, da non perdere i titoli di coda in cui il vero Salahi, sorridente e ottimista, canta un brano di Bob Dylan, nonostante tutto quello che ha vissuto.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 maggio 2021
Il lockdown proclamato dal 19 aprile al 5 maggio dal governo cambogiano in alcune zone della capitale Phnom Penh e in altre città del paese sta causando una spaventosa crisi umanitaria. Da Phnom Penh, dove circa 300.000 persone risiedono all'interno di una "zona rossa" che prevede anche il divieto di uscire di casa per comprare da mangiare, arrivano richieste d'aiuto disperate. In rete, verificati dagli esperti di Amnesty International, circolano video di persone affamate, alcune coi neonati in braccio che hanno bisogno di latte, che supplicano aiuto alla polizia. Decine di messaggi sono arrivati sul gruppo Telegram creato dal sindaco della capitale per gestire il lockdown.
Il governo ha disposto la chiusura dei mercati e il divieto di circolazione dei venditori ambulanti e, incomprensibilmente, persino dei gruppi umanitari che nei mesi passati avevano provveduto a consegnare a domicilio cibo e altri generi di prima necessità. La distribuzione del cibo, completamente nelle mani del governo, è giudicata discriminatoria nei confronti di nuclei familiari considerati ostili al Partito del popolo cambogiano, al potere da tempo immemore.
Il 20 aprile il primo ministro Hun Sen ha minacciato che chi avesse protestato non avrebbe ricevuto da mangiare. Il ministero del Commercio ha creato un negozio online che promuove la vendita di una limitata serie di prodotti, a prezzi leggermente scontati, per i residenti della zona rossa. A parte la circostanza che molte di queste persone vivono sotto la soglia della povertà e non hanno alcun modo per effettuare acquisti, è risultato che molta della merce in vendita è prodotta da aziende legate a funzionari del Partito del popolo cambogiano.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 2 maggio 2021
Un filmato che non può essere soggetto a interpretazioni e che mostra, in maniera evidente, come agisce la cosiddetta guardia costiera libica: picchiando le persone in pericolo che cercano fortuna in Europa, costrette con la forza "a tornare nell'inferno da cui fuggivano".
Sono immagini eloquenti quelle pubblicate in un video dalla Ong tedesca Sea Watch, che ha documentato in un video un intervento nel Mediterraneo svoltosi sotto gli occhi dell'equipaggio della Sea Watch 4. Immagini che imbarazzano probabilmente anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, che aveva suscitato polemiche quando, durante la visita a Tripoli all'inizio di aprile, aveva espresso "soddisfazione per quello che la Libia fa, per i salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia".
Quanto al video pubblicato da Sea Watch, nel filmato si vede chiaramente il 'tender' di una motovedetta libica che affianca un gommone in cui sono stipati in piena emergenza decine di migranti. Ma invece di aiutare e soccorrere l'imbarcazione, un uomo colpisce con un bastone i migranti per costringerli a girare la prua e a tornare in Libia.
Da anni ormai le Ong che sorvegliano il Mediterraneo denunciano i metodi brutali della cosiddetta Guardia costiera libica. Sul caso denunciato da Sea Watch è intervenuta anche l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), spiegando che "circa 340 rifugiati e migranti sono stati rimpatriati a Tripoli dalla Guardia costiera libica". Oltre 5.500 persone sono state rimpatriate in Libia dal gennaio 2021, ricorda l'Unhcr, mentre Safa Msehli, portavoce di Un Migration, sempre su Twitter scrive che "oggi circa 450 migranti sono stati intercettati e rimpatriati in Libia". "Disperati, scalzi, stanchi e maltrattati, sono stati condotti in detenzione arbitraria dove affrontano maggiori rischi".
di Lara Mariani
informazionesenzafiltro.it, 1 maggio 2021
Carcere e lavoro: l'ingresso delle imprese nel mondo della prigione suscita dubbi e speranze. Le storie dei detenuti raccolte in esclusiva da SenzaFiltro.
Siamo stati collegati quasi un'ora e mezza, e anche se non ho potuto incontrarli di persona ho potuto dare un volto ai ragazzi, alle loro esperienze e alle loro difficoltà. Erano tutti riuniti per la lezione del corso di grafica, audio e video del progetto Trial che stanno seguendo da qualche mese. Si tratta di un percorso tra i mestieri delle arti per utenti con limitazioni personali della libertà e il loro responsabile Andrea Cocco ha organizzato una riunione online che mi ha permesso di intrufolarmi in quell'aula romana.











