Nell'Italia degli odiatori per fortuna c'è il perdono della vedova di Calabresi per gli ex terrorist
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 maggio 2021
Ieri è stato un grande giorno di unità nazionale. Altro che 25 aprile. A mia memoria non è mai esistita tanta compattezza nell'opinione pubblica e nell'establishment. I partiti hanno parlato all'unisono. Anche i giornali. Hanno esultato per l'operazione della polizia francese che su richiesta dell'Italia, anzi - credo - di Draghi, ha incarcerato sette signori, tutti intorno ai settant'anni, alcuni molto malati, che vivevano liberi a Parigi da svariati decenni, e che sono accusati di delitti gravi, avvenuti trent'anni fa - i più recenti - o quaranta o cinquanta. Quando erano ragazzi.
Uno di loro, il più anziano e il più noto, Giorgio Pietrostefani, 78 anni, ex numero 2 di Lotta Continua nei primi anni Settanta, è anche, con qualche probabilità, innocente. Lui ha sempre negato la responsabilità nell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio del 1972. È questo il delitto per il quale è stato condannato. Al processo è emerso un solo elemento di accusa: la chiamata di correo di un altro militante di Lotta Continua, Leonardo Marino, che ha accusato se stesso di aver partecipato all'uccisione di Calabresi, guidando l'auto, e ha sostenuto di essere stato incaricato di eseguire l'omicidio, insieme ad un altro militante di Lotta Continua (Ovidio Bompressi) da Adriano Sofri, leader assoluto del gruppo politico, e da Giorgio Pietrostefani. Marino è stato premiato in modo consistente per questo atto di accusa: ha avuto un salvacondotto, lieve pena, poi sconto di pena, prescrizione, nessun giorno di prigione, ottenimento della piena libertà.
Ai processi contro Sofri, Pietrostefani e Bompressi sono emersi molti elementi che contrastavano con la versione di Marino, ma alcune Corti li hanno considerati insufficienti. Alcune corti: non tutte. I processi a Sofri e Pietrostefani e Bompressi hanno avuto sorti alterne: assoluzioni, condanne, rinvii. Io penso sempre che se fosse applicato davvero quel principio stabilito dall'articolo 533 del codice di procedura penale ("Il giudice pronuncia la sentenza di condanna se l'imputato appare colpevole oltre ogni ragionevole dubbio...") le sentenze di assoluzione sarebbero molte di più di quelle che nella realtà sono. Si può dire che sia stato superato ogni ragionevole dubbio in presenza di sentenze di assoluzione pronunciate da un'altra Corte (come è successo nel caso Sofri)? A me pare di no. Io credo che una assoluzione valga come dubbio sulla colpevolezza, non vi pare? In verità, il principio del "ragionevole dubbio", che fa parte del diritto occidentale da qualche secolo, è stato introdotto nel Codice italiano solo qualche anno fa, nel 2006, dopo la sentenza contro Sofri e Pietrostefani, e comunque resta amplissimamente inapplicato.
Tutto questo non ha minimamente scalfito la compattezza del paese. Né la compattezza è stata scalfita dal fatto che ci stiamo preparando a eseguire pene commesse da ragazzi che avevano vent'anni, e che ora sono vecchie signore o vecchi signori di oltre 65 anni, esuli da almeno trenta. Tantomeno sono stati sollevati dubbi sullo svolgimento discutibilissimo dei processi nei quali queste persone erano state condannate. Che poi è la ragione per la quale in tutti questi anni moltissimi paesi del mondo hanno sempre rifiutato l'estradizione in Italia. Non perché si considerasse l'Italia una dittatura - come ogni tanto amano scrivere i giornali per evidenziare un paradosso - ma semplicemente perché non si aveva fiducia in una giustizia che era considerata al di sotto dei livelli minimi dello stato di diritto.
È un problema molto serio, questo. Se davvero volessimo iniziare una discussione sugli anni di piombo (diciamo sul ventennio 1971-1989) non potremmo in nessun modo aggirare la questione di come, proprio in quel periodo, la giustizia italiana iniziò ad arrotolarsi in una spirale "discrezionalista" che aumentò in modo abnorme il potere della magistratura, e le sue competenze, e la sua funzione incontrollata, e la sua missione giustiziera, non solo con il consenso ma con una vera e propria delega da parte della politica. Probabilmente, se vogliamo capire alcune delle questioni che riguardano oggi la crisi della giustizia, e l'eccesso di potere della magistratura, è da lì che dobbiamo partire: dagli anni di piombo e dell'emergenza. Dai metodi, e dai principi, e dalle politiche con le quali fu condotta la battaglia contro l'estremismo (soprattutto di sinistra, che era largamente il più ampio, ma anche di destra) e contro la lotta armata.
Questa discussione però appassiona quasi nessuno. Su questi temi (purtroppo non solo su questi temi) prevale, nella discussione pubblica (tra i politici, i giornalisti, gli intellettuali), il bisogno di propaganda. La ricerca, l'analisi, la ricostruzione delle verità storiche interessa pochissimo. La spettacolarità della retata francese conquista tutti. Autorizza il grido che smuove il popolo: "pàghino, pàghino, certezza della pena!" È in questi momenti che si riconosce, su alcuni temi, il vero dislocamento delle forze e dei pensieri. In Italia, il garantismo - cioè la religione dello Stato di diritto contrapposta alla religione dello Stato economico e alla religione dello Stato etico - riguarda un numero ridottissimo di persone e di intellettuali, un quarantina di giornalisti (sono generoso) e un numero di politici talmente esiguo che diventa persino difficile contarli. Il garantismo è considerato un sottoprodotto della politica, e un semplice strumento di alcune battaglie, da usare con cura e solo in certe occasioni.
Uno strumento - capite cosa voglio dire? - non un'idea, un principio, un fine. E dentro questa concezione del garantismo c'è un modo di pensare che accomuna praticamente tutti: considerare le garanzie proporzionali o comunque adattabili al delitto. Delitto più grave (secondo criteri peraltro variabili, che cambiano radicalmente a seconda delle opinioni e degli schieramenti politici) meno garanzie; delitto più lieve, più garanzie. Questo è tuttalpiù "indulgenzialismo", ma non ha niente a che fare con il garantismo che, al contrario, richiede garanzie crescenti nel caso dei delitti più gravi. Non c'è da stupirsi, credo, partendo da queste osservazioni, se in pochi anni i Cinque stelle sono riusciti a guadagnare milioni di voti e a sottomettere al loro modo di ragionare quasi tutti i partiti politici (tranne, credo, un pezzo di Forza Italia e i radicali).
I Cinque stelle hanno costruito il loro impero ideologico sull'unica ideologia sopravvissuta alla caduta del comunismo: il giustizialismo. Inteso come sfogo, come riequilibratore sociale, come costruttore di estremismi compatibili con il sistema. Ieri è stata la festa di questo giustizialismo. Dai capi del Pd a Fratelli d'Italia, da Salvini ai cattolici, da Repubblica al Fatto.
P.S. Può sembrare una provocazione, questo post scriptum, ma non lo è. Anzi, vuole essere un omaggio. A una signora che non conosco ma che ha sempre avuto su di me una suggestione forte, anche se credo che abbiamo idee opposte su moltissime cose, compreso il garantismo. Ma per la quale non posso avere che ammirazione per la straordinaria forza umana che ha sempre espresso. Leggete questa frase, secondo me bellissima, pronunciata in una intervista pubblicata ieri su Repubblica: "Una persona ha fatto cose negative ma anche tante cose positive, ricordiamolo per le cose positive, per il buon esempio, per il suo affetto, per la capacità di amare gli altri, ognuno ha un suo cammino. E così ho pensato anche di queste persone responsabili della morte di Gigi. Posso io relegare tutta la vita all'atto più brutto che probabilmente hanno compiuto? Forse sono stati dei bravi padri. Forse hanno aiutato gli altri. Forse hanno fatto...Questo non sta a me. Però loro non sono solo quella cosa lì, assassini, sono anche tante altre cose. Ecco, questo mi ha aiutato nel mio percorso di perdono".
Chi parla così è la signora Gemma Calabresi. L'intervistatore è suo figlio. Io, personalmente, penso che la signora si sbagli, e che Pietrostefani e Sofri siano innocenti. Ma questo non c'entra niente con la grandiosa profondità e saggezza della sua idea di umanità e di perdono.
di Fabrizio Cicchitto
Il Riformista, 1 maggio 2021
Sono molte le questioni da discutere in seguito alla trasmissione svoltasi nella sera di mercoledì a La7 con Mentana, Purgatori e Fiammetta Borsellino su un'intervista fatta da Michele Santoro al pentito Avola che ha narrato come insieme ad altri realizzò sul piano tecnico-operativo l'attentato contro Paolo Borsellino in via D'Amelio facendo saltare un'auto imbottita di tritolo e piazzata lì da tempo.
Ovviamente quella ricostruzione si è intrecciata con una discussione sul quadro politico, giudiziario e criminale nel quale si svolsero i due grandi attentati di mafia, quello contro Falcone e quello poco tempo dopo contro Borsellino. Siccome, specialmente da Purgatori, sono state fatte affermazioni politiche e giudiziarie molto discutibili allora vale la pena fare alcune osservazioni a margine. È difficilmente discutibile che il governo Andreotti con Martelli alla Giustizia e Scotti all'Interno fu così impegnato contro la mafia che Martelli diede un rifugio a Falcone presso il ministero della Giustizia in un ruolo fondamentale, quello di direttore generale degli Affari Penali. Infatti, Falcone era rimasto isolato nell'ambito della magistratura e anche, come vedremo, nel quadro politico. L'azione di Martelli e Falcone dal ministero della Giustizia, di Scotti dal ministero dell'Interno, non sarebbe stata possibile se anche Andreotti non fosse stato della partita. Fu il governo in quanto tale a prendere un provvedimento al limite della costituzionalità quale fu il decreto che consentì di rimettere in carcere i boss malgrado la decorrenza dei termini, decreto contestato frontalmente dai comunisti.
Un'altra operazione fu fatta in quella fase da parte di Martelli e dello stesso Falcone e fu quella di far sì che la Cassazione nella sua collegialità con un procedimento di rotazione fu investita per gli aspetti giuridici del maxiprocesso evitando che esso cadesse sotto la mannaia della prima sezione guidata da Carnevale. Ovviamente ciò spiega perché la mafia mise nel mirino Falcone, e per una fase pensò anche ad un attentato a Martelli, e prima ancora uccise Salvo Lima, e poi gestì la stessa tempistica dell'attentato a Falcone, in modo da togliere ad Andreotti la possibilità di diventare presidente della Repubblica. Evidentemente a questo punto c'è un "questione Andreotti". A nostro avviso, sul terreno dei rapporti con la mafia la posizione di Andreotti è stata caratterizzata da due fasi che hanno trovato un riflesso anche nella sentenza che lo ha assolto dal concorso in associazione mafiosa dal 1980 e per prescrizione per quello che riguarda gli anni precedenti. Andreotti ebbe un rapporto "contrattuale" attraverso Lima (che non era mafioso, ma teneva i rapporti con la mafia come anche altri esponenti delle varie correnti della Dc) con la mafia "normale", quella negli ultimi anni rappresentata da Bontade, poi ucciso dai corleonesi, cioè con la mafia che aveva rapporti con tutti, anche gli imprenditori del Nord, ma che non sparava ai magistrati e agli alti gradi della Polizia e dei Carabinieri.
Invece Andreotti fu frontalmente contro la mafia quando ne assunsero la guida i corleonesi, che volevano sfidare lo Stato e i partiti. Di conseguenza, egli diede mano libera e anzi sostenne Scotti e Martelli che a sua volta sostenne in tutti i modi l'azione di Falcone dal ministero. Falcone poté continuare la lotta alla mafia dalla direzione degli Affari Penali della Giustizia essendo stato isolato nell'ambito della magistratura e anche a livello politico. Da chi fu isolato Falcone nell'ambito della magistratura? Certamente dall'area ambigua e grigia composta da Giammanco e simili, ma dall'altro lato in modo assai netto da Magistratura Democratica e da una parte del Pci per non parlare degli infami attacchi rivoltigli da Leoluca Orlando. Se i sostenitori della trattativa Stato-mafia applicassero con coerenza logica fino in fondo i loro teoremi, allora dovrebbero affermare che i comunisti e Md isolando Falcone fecero il gioco della mafia. Ciò è obiettivamente vero, anche se le ragioni di questo attacco di Md e del Pci a Falcone erano tutte politiche.
Ma se va smontata questa forzatura, vanno smontate anche tutte le altre. Sono nella memoria di tutti l'articolo sull'Unità del prof. Pizzorusso, allora esponente del Csm, che affermava che mai Falcone avrebbe potuto guidare la procura Antimafia perché oramai subalterno al potere politico (cioè al governo e a Martelli). Così come il discorso di Elena Paciotti di Md al Csm a favore di Meli e contro Falcone. A tagliare la testa al toro è stata ricordata anche nella trasmissione de La7 l'autentica requisitoria che Ilda Boccassini fece contro Magistratura Democratica, prendendo di petto personalmente Gherardo Colombo, a un'assemblea svoltasi a Milano per commemorare Falcone. Per ciò che riguarda sia Falcone che Borsellino è stata ricordata la grande importanza del rapporto mafia-appalti costruito a suo tempo anche dal Ros (Mori e De Donno) sottratto dal procuratore Giammanco per lungo tempa alla richiesta di indagine da parte di Borsellino fino all'inopinata assegnazione avvenuta proprio alla vigilia del suo assassinio. Subito dopo il procedimento su mafia-appalti fu archiviato in gran fretta dalla procura di Palermo.
Orbene, anche su questo snodo sono emerse alcune vicende del tutto contradditorie con la demonizzazione di Mori e di De Donno. È singolare che Purgatori e Santoro siano così duri contro Mori e De Donno e così morbidi nei confronti del procuratore Giammanco contro il quale Fiammetta Borsellino ha detto cose molto significative. Per di più è emerso che a parte la vicenda riguardante l'assegnazione del procedimento mafia-appalti Borsellino era addirittura infuriato con il procuratore Giammanco che non lo aveva messo al corrente del fatto che se non abbiamo capito male il generale Subranni aveva portato un'informativa su un carico di tritolo T4 arrivato alla mafia. Se abbiamo capito bene la titolarità dell'informazione, allora il generale Subranni era un ben strano "punciutu" dalla mafia se aveva comunicato un'informazione così delicata. In ogni caso quale che sia stata la fonte dell'informazione a Giammanco questi si era guardato bene dall'informare Borsellino.
In secondo luogo, Di Pietro ha raccontato che da un lato era stato contattato da Borsellino perché, proprio dal rapporto mafia-appalti, sviluppasse le indagini su alcuni imprenditori del Nord, dall'altro lato era stato contattato dall'allora capitano De Donno il quale lo pregò di occuparsi appunto della questione mafia-appalti perché a Palermo il Ros non trovava ascolto da parte della procura. Quindi anche su questo nodo essenziale, quello del rapporto mafia-appalti, Mori e De Donno erano in prima linea, così come nell'arresto di Riina. In questo quadro poi c'è l'ulteriore incredibile scandalo costituito dal depistaggio verificatosi nella gestione del processo Borsellino, depistaggio costruito da un alto funzionario della Polizia, quale fu La Barbera. Ora, La Barbera non era un poliziotto qualunque, basti pensare che fu mandato dall'allora capo della Polizia De Gennaro come suo rappresentante al G8 di Genova.
È stato detto nella trasmissione che il depistaggio fondato sulla costruzione di un falso pentito come Scarantino fu un'operazione del tutto grossolana, peccato però che malgrado questa grossolanità, ad essa credettero fior di Pm come Di Matteo e la magistratura giudicante che mandò all'ergastolo un bel numero di innocenti. Anche su questo va ricordato che chi nutrì dei dubbi sulla vicenda fu la Pm Boccassini, che però poi fu trasferita a Milano. Nella trasmissione ci sono state a nostro avviso due testimonianze assai significative anche dal punto di vista umano. In primo luogo, quella di Fiammetta Borsellino, che è portatrice di un'esigenza di verità e che lo fa in piena autonomia di pensiero non concedendo nulla ai fabbricanti di teoremi e anzi come si è visto anche nella trasmissione di ieri entrando in sostanziale contrasto con essi che infatti cercavano di darle sulla voce.
In secondo luogo, la testimonianza di Avola, agghiacciante nella sua lucidità. Egli ha ripercorso con grande precisione tutti i suoi interventi tecnici volti a collegare il detonatore al tritolo, ma al di là di questo Avola ha detto anche altre cose interessanti: ha escluso in modo netto la presenza di altre forze come i servizi segreti nella vicenda sottolineando invece con una sorta di passione ideologica che si trattava di una sfida della mafia allo Stato senza la presenza di soggetti esterni e sulle basi di questa mafia egli evidentemente ha agito sentendosi un soldato.
ottopagine.it, 1 maggio 2021
Su vaccinazioni apprezziamo avvio, ma è a macchia di leopardo". Ad oggi, i detenuti positivi al Covid- 19 in Campania sono 11, tra i quali 10 a Poggioreale e 1 a Santa Maria Capua Vetere. Solo nella giornata di ieri, nel carcere di Poggioreale sono stati effettuati 286 tamponi in un carcere nel quale ad oggi sono presenti 2121 detenuti.
Il personale di polizia penitenziario contagiato in Campania ad oggi è di 37 unità. I detenuti vaccinati in Campania sono 551 tra il carcere di Santa Maria Capua Vetere, Salerno, Eboli, Vallo della Lucania, Poggioreale, Secondigliano e nell'Istituto penale per minorenni di Nisida.
Lunedì inizieranno le vaccinazioni nelle carceri di Benevento, Aversa, Carinola, Arienzo e nell'Istituto penale per minorenni di Airola. Martedì invece saranno vaccinati i primi 115 detenuti (over 60 e soggetti fragili) delle carceri di Sant'Angelo dei Lombardi, Ariano Irpino e Bellizzi Irpino, sempre su base volontaria
Queste notizie sono comunicate dal Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, che sul tema delle vaccinazioni in carcere conclude: "Esprimo apprezzamento per l'avvio della campagna vaccinale. Purtroppo però è a macchia di leopardo. Ribadisco che occorre fare presto perché il contagio tra i detenuti, agenti di polizia penitenziaria e personale continua, ribadisco che non ci sono limitazioni per fasce d'età, così come hanno fatto bene le Asl competenti per le carceri del Casertano e Salernitano, penso che il vaccino a dose unica eviterebbe complicazioni burocratiche e svantaggi organizzativi.
Considero la vaccinazione un diritto - dovere per chi entra in carcere e per chi è dentro in carcere la considero un obbligo morale. Voglio ringraziare gli operatori sanitari ai vari livelli che stanno eseguendo con premura e professionalità la vaccinazione sia per il personale, per gli agenti penitenziari che per i detenuti".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 1 maggio 2021
La Cassazione nel risolvere un contrasto - definito apparente - tra due orientamenti mette al centro il principio di immanenza. La costituzione di parte civile non perde la sua validità nel caso in cui a proporre appello contro l'assoluzione sia solo il procuratore o la parte offesa. E non perdono il loro valore le deduzioni fatte in primo grado. Con la sentenza n. 16492/2021 la Cassazione penale pur respingendo il ricorso tanto degli imputati quanto quelli della persona offesa e delle parti civili non appellanti ha avuto modo di chiarire la portata dell'efficacia della costituzione della parte civile nel processo penale. Sul punto, come si legge in sentenza, sono emersi due orientamenti diversi che la Cassazione definisce però in apparente contrasto.
L'affermazione chiara fatta dai giudici di legittimità è che, in base al principio di immanenza della costituzione nel processo, la sua effettività venga meno solo se la parte civile espressamente vi rinunci o la revochi. Ma la legittimazione a proporre ricorso per cassazione per la parte civile non appellante si limita alla proposizione di questioni di diritto rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del processo e/o di pura legittimità o di puro diritto insorte dopo la decisione di secondo grado a causa di ius superveniens o di interventi della Corte costituzionale.
Infine, chiarIsce la Cassazione che la mancata impugnazione della sentenza di assoluzione di primo grado non equivale a rinuncia alla costituzione della parte civile nel processo. Nella sostanza però il ricorso per cassazione di chi non ha fatto appello incontra gli stessi limiti di chi ricorrente porta questioni di diritto o di fatto non svolte in sede di appello: non può avvvalersi dei motivi dedotti dalle altre parti del processo. Non scatta alcun effetto devolutivo a integrazione della propria mancata deduzione.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 1 maggio 2021
La "retata" di Parigi. Inevitabilmente ci si interroga sul senso della impresa "Ombre rosse" e pare che sia più a uso e consumo della Francia di Macron che della ministra Cartabia, che pare abbia rassicurato che non si ripeteranno sceneggiate squallide come quelle messe in atto dall'ex ministro Bonafede per l'arrivo di Cesare Battisti.
C'è un grande merito nell'operazione congiunta di servizi e polizie italo-francesi per gli arresti effettuati all'alba nelle abitazioni con le modalità di un blitz degno di miglior causa. Quello di farci ringiovanire di colpo di cinquant'anni e di questo personalmente sono grato perché posso pensare che cosa mi accadrà di vedere nel 2068.
Io ricordo bene quegli anni a Milano e di avere scritto di Feltrinelli dilaniato sul traliccio di Segrate e ricordo anche il giorno in cui si diffuse la notizia dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi, così come ho impresso nella mente l'esplosione della bomba in piazza Fontana e il defenestramento di Pino Pinelli.
In Parlamento sono stato protagonista della approvazione della legge Gozzini del 1986 e in particolare dell'emendamento che alzava i giorni di liberazione anticipata a 45 giorni a semestre e soprattutto della sua retroattività. Nelle visite nelle carceri era accolto con grande entusiasmo. Mi occupai intensamente anche della legge sulla dissociazione del 1987 e presentai emendamenti che erano stati preventivamente discussi nelle patrie galere; in particolare non ebbe successo la proposta di definire la legge come desistenza, suggerita da Sergio Segio. Se fosse stata approvata quella ipotesi probabilmente si sarebbe potuta aprire una stagione di confronto su una esperienza tragica e avrebbe potuto ottenere una adesione più ampia e con una spinta a un confronto senza reticenze.
È bene ricordare che anche le proposte di amnistia e indulto per i fatti legati alla lotta armata, presentate anche da una personalità insospettabile come Ugo Pecchioli del Partito Comunista, caratterizzato da durezza e intransigenza, non ebbero successo e quindi si trattò di una occasione mancata per una riflessione storica. Proporre oggi una commissione per verità e riconciliazione come fu fatto in Sudafrica è assolutamente fuori tempo.
Nel 1988 appena avvenuto l'arresto di Sofri, Pietrostefani e Bompressi dopo la confessione di Leonardo Marino, mi recai nella caserma dei carabinieri di via Moscova dove Sofri era sequestrato. Da allora mi occupai della carcerazione e dei processi dei tre esponenti di Lotta Continua fino alla fine controversa della vicenda giudiziaria, che ebbe il culmine vergognoso in una sentenza suicida che portò all'annullamento di una assoluzione.
Ricordo tutto questo perché è evidente che la carcerazione di sette condannati per fatti risalenti nel tempo non porterà a nessun risultato di chiarificazione storica e personale. Inevitabilmente ci si interroga sul senso della impresa "Ombre rosse" e pare che sia più a uso e consumo della Francia di Macron che della ministra Cartabia, che pare abbia rassicurato che non si ripeteranno sceneggiate squallide come quelle messe in atto dall'ex ministro Bonafede per l'arrivo di Cesare Battisti.
Certo il passaggio dal gigante Mitterrand al micro Macron, conferma che la politica si rimpicciolisce fino ad annullarsi. Il senso assai modesto dell'operazione è stato messo efficacemente in luce da Giuliano Ferrara; anche il dolore dei parenti delle vittime non troverà grande ristoro e riaprirà ferite senza la consolazione neppure della vendetta.
La retorica e la demagogia non aiutano mai, tanto meno in questo caso. Il governo italiano avrebbe dovuto avvertire il ministro della giustizia francese che Giorgio Pietrostefani non ha una condanna per terrorismo e così anche televisioni e giornali avrebbero evitato errori di classificazione.
Per finire. Se davvero si volesse chiudere una pagina di dolore e sangue, sarebbe il caso che il Presidente Mattarella pensasse alla concessione di qualche grazia per persone che sono in carcere da più di quaranta anni come accade a Cesare Di Lenardo, torturato e condannato per il sequestro del generale americano James Dozier.
Quando ero sottosegretario alla Giustizia il Presidente Scalfaro, democristiano e conservatore, concesse alcune grazie a condannati per fatti di terrorismo. Ebbene dopo venti anni sembra che in Italia la storia vada indietro. Un orologio che scandisce riletture e revisionismi incomprensibili. Come nella Comune di Parigi, dovremmo rompere questi orologi impazziti e crudeli.
di Frediano Finucci
Frediano Finucci, 1 maggio 2021
Che cos'hanno in comune Sergio Marchionne e il direttore di un penitenziario? La risposta nell'intervista al dirigente del carcere dell'isola d'Elba, Francesco D'Anselmo.
Certi manager dovrebbero andare in galera. Ma non in una prigione qualsiasi, bensì al penitenziario di Porto Azzurro, all'Isola d'Elba. Non per scontare chissà quale pena in cella, ma semplicemente per fare due chiacchere costruttive col direttore di quella struttura, Francesco D'Anselmo.
Da uno come lui ti aspetti di sentire le storie drammatiche di chi ha perso la libertà o le classiche lamentele del dirigente pubblico alle prese con l'elefantiaca e farraginosa amministrazione statale. Invece no. D'Anselmo - napoletano, 63 anni, una straordinaria somiglianza con Jep Gambardella, il protagonista del film La Grande Bellezza di Sorrentino - tra uno sguardo all'azzurro del mare antistante e una tirata alla sigaretta esordisce con una citazione di Sergio Marchionne.
"Si dice che gli esseri umani possono vivere quaranta giorni senza cibo, quattro giorni senza acqua e quattro minuti senza aria. Ma nessuno di noi può vivere quattro secondi senza speranza. Guardi, avrei dato un anno di stipendio per lavorare con Marchionne, che per me rimane il più grande manager di tutti i tempi... è un mio grande rimpianto. Non è forse una bella frase? Perché la speranza è una cosa fondamentale, soprattutto per chi vive dentro un carcere."
In effetti a ben vedere D'Anselmo qualcosina in comune con Marchionne ce l'ha: sono entrambi manager con la doppia laurea (in filosofia e in legge, nel caso del nostro direttore), con la duplice specializzazione in diritto del lavoro e sicurezza sociale e in diritto amministrativo.
Sì, perché D'Anselmo si considera un manager e ci tiene a dirlo: "Guardi che è più difficile gestire un carcere che un'azienda perché io qua sono al tempo stesso datore di lavoro, con tutto quel che ne comporta per la normativa sulla sicurezza, e responsabile per tutte le figure che varcano il portone: medici, insegnanti, parenti dei detenuti, senza contare le politiche penitenziarie, il rapporto con i magistrati di sorveglianza che devono decidere per le misure alternative e di semilibertà. Siamo un'azienda, e sa che cosa produciamo? Rieducazione e risocializzazione per creare un utile cittadino".
A sentir parlare D'Anselmo dei progetti lavorativi in carcere sembra di ascoltare uno di quegli imprenditori seriali che ti snocciolano tutte le startup sulle quali stanno investendo o vogliono imbarcarsi. La differenza è che la molla che fa scattare l'entusiasmo dei normali imprenditori quasi sempre è la voglia di fare soldi, mentre al nostro direttore brillano gli occhi solo quando racconta dell'entusiasmo che i suoi detenuti mettono nella falegnameria o nell'azienda agricola del penitenziario. Questione di priorità, insomma, che nel suo caso è il reinserimento dell'uomo o della donna nella società. E allora vediamola, l'"azienda" che D'Anselmo dirige dal 2015.
Porto Azzurro, il carcere che non sembra un carcere - Il carcere di Porto Azzurro è ospitato all'interno di Forte San Giacomo, una fortezza spagnola seicentesca che aveva il compito di vegliare sulle navi dei pirati saraceni che già dal Cinquecento, guidati dal famigerato Barbarossa, bazzicavano le acque antistanti Longone, località che offriva un ottimo riparo da venti e tempeste. Un destino dunque che sembra segnato per questo fazzoletto di terra abituato ad avere a che fare con gente poco raccomandabile (i pirati), e in seguito con uno dei più illustri uomini privati della libertà, quel Napoleone Bonaparte che nell'isola fu esiliato e governò per dieci mesi, lasciando un'eredità tutt'ora viva a partire dalla bandiera dell'Elba con le tre api, ideata da lui in persona.
Varcato il cancello, il cortile del penitenziario ha quell'alone di ordine dimesso caratteristico delle caserme ai tempi della naja: non si bada troppo all'estetica e alle finiture ma tutto è al suo posto, in ordine e pulito; compreso il parchetto giochi, con una vista stupenda della baia per i figli dei detenuti, struttura che D'Anselmo ha voluto come un luogo per le visite che fosse il meno possibile simile a un carcere.
Vedendo in lontananza i traghetti e le barche a vela, il sole, i ristoratori dell'isola che fanno capolino in cortile per prendere le cassette di verdura prodotte dai detenuti, per un attimo ci si scorda che dietro il grande portone 350 cristiani (ma anche appartenenti ad altre fedi) scontano le loro pene, anche per reati efferati che qua avremmo difficoltà a raccontare.
Il carcere in cui i reati restano fuori: "Solo con il lavoro si può risocializzare" - L'"azienda" impiega 130 agenti di polizia penitenziaria, incluse cinque donne tra cui - alla faccia delle ipocrite discussioni sulle quote rosa - "la" comandante. Al momento in cui scriviamo il carcere è "COVID free", uno dei primi in Italia. Oltre ai vaccini, la pandemia ha portato al di là delle sbarre anche altre novità prima impensabili: le videochiamate, sia per i famigliari che per gli avvocati.
"Vede", continua D'Anselmo con la sua cadenza partenopea, "il compito del direttore è quello di creare lavoro per i detenuti, spingere perché lavorino di più: solo con il lavoro si può risocializzare. Intendiamoci: questo è un mestiere complesso e quando si parla di carcere bisogna tenere conto innanzitutto del fattore sicurezza, e perché no anche dell'ordine. Ma, di nuovo: più i detenuti lavorano più sono sereni; più il carcere è tranquillo, maggiore è la sicurezza. Certo, c'è sempre il rischio che qualcuno ne approfitti e magari evada, ma un direttore che fa il suo lavoro deve avere anche il coraggio di prendersi qualche rischio". E finora i rischi che D'Anselmo ha preso sono stati fruttuosi per chi, sbarcato in manette all'Elba, ha deciso di rifarsi una vita rimboccandosi le maniche. Gli ortaggi dicevamo, a chilometro zero, coltivati dentro il Forte San Giacomo (che ospita anche una succursale dell'istituto agrario di Portoferraio), ma anche sul fertile terreno dell'isola antistante, Pianosa, storico penitenziario e sanatorio trasformato dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in carcere duro per i mafiosi, chiuso nell'agosto del 1998.
"C'è una frase scritta su di un muro a Pianosa", dice D'Anselmo: "qua entra l'uomo, il reato resta fuori. Per questo io non guardo mai al passato della persona. Il nostro compito è quello innanzitutto di tracciare un profilo psicologico del detenuto, poi cercare di fare uscire il disvalore, verificare le possibilità di risocializzazione mettendolo alla prova prima con dei lavoretti in carcere, poi magari con un permesso premio che può portare anche al cosiddetto articolo 21, ossia al lavoro all'esterno del carcere".
E qua entrano in campo gli albergatori e i ristoratori dell'isola. Il turismo è una manna per il manager D'Anselmo che d'estate riesce a piazzare i suoi "dipendenti" come baristi, cuochi, camerieri e addetti alle pulizie nelle strutture ricettive, e a volte anche in qualcuno degli otto comuni dell'Isola: ogni stagione vengono attivati almeno 30-35 contratti a tempo determinato. Senza contare i detenuti che lavorano nella cooperativa che a Pianosa gestisce la locanda e il self service.
Artigianato e matrimoni in carcere - Come accade agli imprenditori seriali, anche D'Anselmo ogni tanto deve fare i conti con le fortune alterne del business. Oggi ad esempio, per vari motivi, non è più attivo il forno dei detenuti, inaugurato nel 2017, che produceva pane senza glutine e prodotti freschi per celiaci, e li forniva, unico, a tutta l'isola. Ma poco importa. La falegnameria, ad esempio, continua ad andare alla grande, soprattutto la manutenzione degli infissi in legno degli alberghi (dove i detenuti si recano di persona accompagnati da un agente), al punto che il nostro manager-direttore è costretto a rifiutare qualche richiesta perché anche le finestre del carcere hanno le loro necessità.
Per un progetto che muore un altro però nasce, e con una data certa: il 25 luglio 2021, quando verrà inaugurato il restauro della seicentesca chiesa del carcere dedicata a San Giacomo Martire. Gli stanziamenti arrivano dalla Fondazione Terzo Pilastro di Roma (per il 70%) e da una ONLUS elbana appositamente creata, mentre il restauro del frontespizio è finanziato dall'Amministrazione Penitenziaria. D'Anselmo vorrebbe usarla per i matrimoni, con tanto di catering fatto dai detenuti: nozze "chiavi in mano" insomma, al punto che è in allestimento un forno per ceramica dove creare le bomboniere.
E qua, di nuovo, quando parla di questa folle e geniale idea, a D'Anselmo si illuminano gli occhi: "Vede, mi sono sempre chiesto da dove venisse questa mia inclinazione, direi attrazione, per i detenuti e per il mondo del carcere in generale. Le confesso una cosa. Anni fa, agli inizi del Duemila - allora dirigevo un carcere in Emilia - andai in analisi con uno psicologo per conoscermi meglio. Durante quelle sessioni, durate tre anni, mi sottoposi al cosiddetto processo di regressione, e proprio in quei momenti mi rividi in un lontano passato rinchiuso in una cella con vista mare, condannato per un reato che sapevo non aver commesso, insomma ingiustamente. Certo, da cristiano non credo alla reincarnazione, davvero non so se questo sia vero o falso, ma certo la cosa, tutt'oggi, mi lascia abbastanza perplesso."
di Ferruccio De Bortoli
Corriere della Sera, 1 maggio 2021
Dignità, coscienza, autodeterminazione: ne discutono l'arcivescovo e il sociologo che confrontano con franchezza le loro visioni differenti in un volume Einaudi Stile libero. Il dialogo fra un "piccolo credente" - come si autodefinisce schermendosi l'arcivescovo Vincenzo Paglia - e un "poco credente", da scrivere tutto attaccato, raccomanda il sociologo Luigi Manconi, ha un grande pregio: il meraviglioso dono del dubbio.
Il lettore che si accostasse a questo testo nella speranza di ricevere solo risposte certe sui temi, assai delicati, che ruotano intorno all'impegnativo titolo del libro (Il senso della vita, Einaudi Stile libero), forse ne rimarrebbe deluso. Ma se invece volesse approfondire alcune questioni fondamentali del nostro essere cittadini contemporanei - libertà, uguaglianza, giustizia, fraternità - in uno scambio di opinioni franco e senza troppe reciproche cortesie, ne resterebbe affascinato. Perché nel tentare di comprendere le ragioni dell'altro - cosa non sempre possibile né agevole - c'è il forte impegno a costruire qualcosa insieme, una nuova alleanza fra laici e cattolici, un diverso senso di comunità. Nella valorizzazione e nel rispetto delle differenze, però. Non nello slancio indistinto delle sole buone intenzioni. Una questione, oseremmo dire, di vita civile. Irrinunciabile. Specialmente dopo l'aprirsi nella società di una colossale ferita, la pandemia, che non sarà rimarginata a breve e già muta la condizione personale di ogni individuo.
"Siamo due mendicanti sulla soglia del mistero - scrive il presidente della Pontificia Accademia per la vita - sulla via per cercare di cogliere il senso dell'esistenza. Non l'abbiamo in tasca, la vita. Essa ci supera ed è per questo che ne cerchiamo il senso". Lo studioso dei fenomeni politici, ex parlamentare e oggi editorialista di "Repubblica" e "Stampa", richiama il principio di speranza di Ernst Bloch, evoca la formazione di una "coscienza anticipante", promuove un pessimismo della ragione che ci consenta di "incedere eretti", di difendere meglio libertà personali e diritti. Paglia contesta la deriva individualistica di una società prigioniera dei desideri e, riprendendo il pensiero di don Lorenzo Milani, afferma che "la vita di ciascuno di noi dipende anche da quella degli altri". A maggior ragione nel mezzo di una pandemia e nel pieno di una campagna vaccinale.
Il duetto si trasforma presto in un duello. Manconi contesta che la vita sia un dono di cui non possiamo disporre e, citando il cattolico filosofo del diritto Vittorio Possenti, nota la singolarità di un dono che resta di proprietà del donatore. Paglia controbatte: "La vita l'abbiamo ricevuta in dono ma non per farne ciò che vogliamo". È anche un compito, una missione, un servizio per gli altri.
E qui arriviamo ai temi del fine vita, dell'accompagnamento alla morte, della terapia del dolore sui quali i contrasti sono netti, ma la reciproca comprensione dei dilemmi etici e religiosi ancora più elevata. "Io non nego il diritto all'autodeterminazione - sostiene don Paglia - ma la libertà della decisione la metterei dentro la cornice di un amore reciproco che deve presiedere l'incontro". "La mia disponibilità a considerare l'eutanasia - scrive Manconi - viene dopo, solo dopo che tutta la pratica dell'accompagnamento, come assistenza materiale e conforto spirituale, si è esaurita". Manconi non parla di diritto all'eutanasia quanto di libertà negativa, cioè di sottrarsi a un "dolore non lenibile". E non nega che il principio dell'autodeterminazione "possa tradursi in una sorta di nichilismo egotico". L'arcivescovo - che avrebbe celebrato i funerali di Piergiorgio Welby, proibiti dalla gerarchia cattolica - vede nella propaganda per il diritto alla morte la "strada dell'assoluzione dell'atto di dare la morte a una vita, ossia una persona giudicata indegna della vita". E quale sarebbe il discrimine tra una vita degna e indegna di essere vissuta?
Paglia nega che il dolore nella dottrina cristiana sia di per sé un valore. E cita Paul Claudel: "Dio non è venuto a spiegare la sofferenza; è venuto a riempirla della sua presenza". Aggiunge: "Anestetizzare la vita di ogni dolore non solo è vano ma è anche pericoloso". E richiama la decisa presa di posizione di papa Francesco contro l'accanimento terapeutico. Carlo Maria Martini comprese la sofferenza di Welby che morì nel 2006 e non per eutanasia. Il cardinale, alla soglia della propria vita, non volle su di sé alcun accanimento nelle cure.
La legge sul biotestamento, ovvero sulle Disposizioni di trattamento anticipato (Dat), è il frutto di un confronto aperto, senza preclusioni ideologiche. Peccato sia poco conosciuta. E scarsamente valorizzata nel dibattito pubblico come le cure palliative. Manconi ricorda che la sospensione di nutrizione e idratazione artificiali avviene "perché ritenute, come vuole la gran parte della letteratura scientifica, atti terapeutici".
Paglia è preoccupato per la "crescita di una sensibilità che legittima il suicidio". Riprende le parole di Luciana Castellina che non riuscì a perdonare l'atto di un suo amico (riteniamo Lucio Magri) che si diede la morte: "Un gesto autoreferenziale - scriveva Castellina - vuol dire che i legami di amicizia non servono a fermarti. E che il tuo dolore conta più del dolore che procuri". Parole piene di umanità, secondo Paglia, che sottolinea come il tema della dignità "va considerato con cura, altrimenti diventa una trappola crudele". Claudio Magris scrisse che "l'eutanasia può divenire facilmente un'obbrobriosa, anche se inconscia, igiene sociale". "E se tu Luigi mi chiedessi - si rivolge così a un certo punto Paglia a Manconi - di aiutarti per toglierti la vita, non so se ti obbedirei. È una questione d'amore. Mi piazzerò lì al tuo capezzale e non ti darò tregua, parlandoti e ascoltandoti, ventiquattr'ore su ventiquattro". "Sarebbe un incubo - gli risponde Manconi - come le prefiche dei riti meridionali, i monatti manzoniani e i monaci medievali che gridano: pentiti!". Nel parlare del senso della vita e anche del fine della vita, un sorriso non è mai superfluo. Anzi, rilancia il desiderio di amore e di tanti contatti, abbracci, di cui siamo privi ormai da troppo tempo.
ateneapoli.it, 1 maggio 2021
Carcere. Spazi, diritti e cambiamento culturale: il tema affrontato nel 'Seminario Interdipartimentale' promosso dalla cattedra di Diritto Penitenziario della prof.ssa Clelia Iasevoli e dalla prof.ssa Marella Santangelo, docente di Composizione architettonica e urbana del Dipartimento di Architettura. Gli incontri, partiti il 9 aprile su piattaforma Teams, hanno lo scopo mettere in luce il ruolo fondamentale degli 'spazi' nelle carceri, ai fini della rieducabilità della pena. "Un carcere sovraffollato implica spazio ristretto e non igienico, mancanza di privacy, ridotte attività fuori cella, sovraccarico dei servizi di assistenza sanitaria, spersonalizzazione, tensione crescente, violenza - spiega la prof.ssa Iasevoli, docente di Procedura Penale - La privazione della libertà personale non comporta di per sé il venir meno dei diritti riconosciuti dalla Convenzione europea e dalla nostra Costituzione; al contrario, essi assumono peculiare rilevanza proprio a causa della situazione di vulnerabilità in cui si trova la persona sottoposta al controllo esclusivo degli agenti dello Stato".
Ad ogni detenuto vanno assicurate condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana. Recentemente le Sezioni unite "hanno affermato che nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve aver riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello. Senza spazi adeguati è difficile pensare a come una persona possa essere reindirizzata ed inserita nella normalità. Senza gli spazi non può avvenire la rieducazione e il passaggio, che la stessa persona si ravveda, della rottura del patto sociale con la collettività".
I seminari partono da questo stato di cose, "che è il risultato di forti resistenze culturali che lasciano prevalere la funzione repressiva della pena". Da qui la necessità di coinvolgere non solo i giuristi, "ma anche i colleghi di Architettura che si occupano di costruire la struttura penitenziaria a misura delle esigenze della persona, con spazi funzionali dedicati all'affettività, alle attività di miglioramento del processo evolutivo della personalità". Un confronto che vedrà gli studenti di Giurisprudenza e quelli di Architettura discorrere sul tema venerdì 7 maggio. "I ragazzi hanno incontrato i Direttori di alcune carceri, poi ascoltato le esperienze dei magistrati di sorveglianza". Il seminario si concluderà il 14 maggio con la Lectio Magistralis di Nicolò Zanon, Giudice della Corte Costituzionale.
Gli studenti. "Il tema dei diritti dei detenuti non è adeguatamente conosciuto. L'argomento dello spazio contiene una molteplicità di diritti, tra cui quello alla dignità e all'affettività", dice Claudia Aquilino, studentessa al V anno. Grazie al confronto con la docente di Architettura, "ho capito che il carcere deve essere inteso come elemento della città, mentre spesso non lo è. È necessaria "una trasformazione culturale della società e una conformità delle Istituzioni all'art. 27 della Costituzione che sancisce la funzione rieducativa della pena".
Il corso di Diritto Penitenziario e quello di Legislazione Penale Minorile seguito in passato hanno consentito a Claudia di individuare una strada praticabile nel dopo laurea: "mi piacerebbe lavorare in ambito penitenziario. Per ora sto pensando di dedicarmi ad attività di volontariato". Anche per Maria Rosa Tancredi, studentessa all'ultimo anno, l'esperienza si è rivelata "molto interessante, soprattutto per l'interdisciplinarietà degli argomenti.
Raramente possiamo confrontarci con ambiti diversi dal giurista, mi ha fatto piacere ascoltare un punto di vista differente". L'incongruenza con il dettato Costituzionale: "C'è un filo rosso che lega gli spazi e le persone: in tre metri si può mettere in atto la funzione rieducativa?". Se l'obiettivo è la rieducazione, "è giusto, allora, occuparci dell'affettività, della sessualità, dei bisogni di chi è detenuto. È impensabile che non siano previsti spazi riservati per gli incontri con le famiglie. Prossima alla laurea, "mi auguro di diventare magistrato e dopo questi incontri non mi dispiacerebbe occuparmi di sorveglianza". Sottolinea l'innovatività dei seminari Mattia Volante: "Non avevo mai sentito accostare l'architettura alla giurisprudenza. Sono venuti fuori spunti interessanti". Grazie all'intervento dei relatori, "che sono stati puntuali nei loro racconti, ho scoperto ambiti che non ritenevo conciliabili, tematiche nuove e rivelanti fatte oggetto di studio". Pur non avendo ancora le idee chiare sul futuro professionale, Mattia non chiuderà nel cassetto gli spunti emersi durante il seminario: "mi serviranno da ispirazione".
Anche per Palmira Marino, gli incontri sono stati "molto stimolanti, come studentessa e come cittadina". Sottolinea: "Noi giuristi in formazione non possiamo prescindere dal fatto che i detenuti siano persone, esseri umani che hanno tutti i diritti che ne salvaguardino la dignità". L'esperienza "ha acceso un faro su queste problematiche". A settembre inizierà il tirocinio da avvocato ma "non mi precludo alcuna strada. Ho un forte interesse per la materia penitenziaria".
di chiara grassini
Gazzetta di Lucca, 1 maggio 2021
La casa circondariale San Giorgio presenta tre criticità: sovraffollamento, carenza di personale e la struttura stessa. E' quanto emerso dal report annuale illustrato dall'osservatorio carcere della camera penale di Lucca presieduta dall'avvocato Eros Baldin. I relatori dell'evento Giovanni Mastria, Tiziana Pedonese e Francesca Trasatti. "L'obiettivo è offrire legalità all'interno del carcere che deve essere costantemente monitorato - ha affermato Mastria - Studiare problemi pratici e normativi dell'ordinamento penitenziario e della situazione carceraria in generale oltre ad avvicinare l'opinione pubblica al tema".
Tiziana Pedonese ha fornito maggiori dettagli e spiegato la relazione fatta dopo la visita al San Giorgio in data 12 marzo. Quali sono dunque le criticità riscontrate? La prima sezione è molto sovraffollata. Qui si trovano 49 detenuti in celle piccole, tre in ciascuna di esse. In questa parte del carcere c'è carenza di personale. "Un'agente che è preposto alla vigilanza deve occuparsi anche della vigilanza dell'altra, cioè della seconda"- ha detto Pedonese.
La seconda sezione invece non presenta criticità di sovraffollamento ma continua a sussistere il problema della mancanza di agenti. Poi la terza formata da due sottosezioni di cui una "sezione bis".
Le celle sono inagibili e "14 su dieci sono operative". Mentre l'ottava possiede tutti gli standard: attività ricreative, sicurezza, telecamere, ambienti nuovi e curati. In quest'area si trovano due biblioteche dove è possibile consultare i libri, una sala lettura, una sala Tv e una destinata a psicologi e psichiatri. Per non parlare della sala somministrazione metadone e tre palestre.
"Il tre maggio ci sarà l'apertura parziale di quei luoghi, e nello specifico alcune attività come palestra e la biblioteca. Tra i progetti uno di digitalizzazione, un corso di cucina e una serie di sportelli aperti, cioè patronato, altro diritto e il centro per l'impiego".
Il piano superiore era stato pensato come refettorio ma secondo Tiziana Pedonese "non verrà ancora messo in funzione perché per farlo funzionare occorrono 15 agenti di polizia penitenziaria in più". Ed è anche vero che sono stati incontri i sindacati ma senza esito.
"Ho percepito un disagio da parte dei detenuti per motivi di sovraffollamento poiché si rendono conto che il personale è poco. Se hanno bisogno di qualsiasi esigenza sono spaesati. Lo stesso disagio lo prova anche chi ci lavora".
Il dato allarmante è che siamo in piena pandemia e da un anno a questa parte il problema che è stato messo in evidenza dall'osservatorio non è ancora risolto.
"Tre in una cella - ha ribadito Francesca Trasatti - Per aprire una finestra uno deve uscire per ragioni di spazio- E se scoppiasse un focolaio? ". Poi la proposta: "Come osservatorio carcere sentiamo l'esigenza di costruire un tavolo permanente e che possa mettere in rete e in costante aggiornamento continuo sia la camera penale che lea garante dei detenuti. Ma anche tutte le associazioni che si occupano di tale tematiche".
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 1 maggio 2021
La pandemia non ha uccisi il lavoro, ma ha generato un fenomeno dei disoccupazione selettiva. I guai maggiori si intravedono fuori dal perimetro dell'industria e si appuntano sul trio giovani-donne-partite Iva.
Il cambiamento nella classificazione degli occupati, deciso da tempo in sede europea, ha reso meno lineare l'interpretazione dei dati che l'Istat sforna mensilmente. Traslocare i cassaintegrati oltre i tre mesi da occupati a inattivi per un mercato del lavoro come il nostro è una discontinuità radicale, che oggi è confinata al puro monitoraggio statistico ma che in una fase successiva non potrà che implicare differenti scelte a monte. Non si dovrebbero più, per un minimo di coerenza, poter raggiungere intese favorite da dosi elefantiache di ammortizzatori sociali.
Ma al di là delle puntualizzazioni statistiche, che pure sono necessarie per evitare una comunicazione ansiogena, si può dire che la pandemia non ha ucciso il lavoro bensì per il combinato disposto della reattività delle filiere produttive e di scelte politiche mirate (il blocco dei licenziamenti) ha generato un fenomeno di disoccupazione selettiva. La cittadella del lavoro manifatturiero e in qualche modo novecentesco ha tenuto, le imprese più strutturate hanno difeso la loro posizione nelle catene del valore internazionale e così la crisi dell'occupazione si è scaricata prevalentemente sull'hinterland del lavoro ovvero giovani, donne e partite Iva. Questa piccola verità non è stata adeguatamente focalizzata in questi mesi nei quali si è discusso per lo più del timing dello sblocco dei licenziamenti e delle aperture dei ristoranti.
Molto meno si è discusso di una polarizzazione del mercato tra lavori buoni e lavori deboli che ha delle conseguenze di lungo periodo. Tanto da poter diventare il tratto di fondo delle trasformazioni che ci attendono. Nel dossier pubblicato recentemente dall'Economist, che ha fatto discutere animatamente gli addetti ai lavori e nel quale si sostiene con forza che l'avanzata dell'automazione non distruggerà l'occupazione (smentendo così decine di studi pubblicati in questi anni a cominciare dalla mitica ricerca dei professori Osborne e Frey), si propone però una fotografia dei prossimi anni in cui le distanze tra i due mercati si allargano e l'unica possibilità di conoscersi che avranno un giovane ingegnere e un rider suo coetaneo sarà quella di aprire la porta per il ritiro del cibo. Mi è capitato già in un'altra occasione di avvertire però come una visione totalmente verticale della disuguaglianza, un pugno di pochi super-privilegiati e l'esercito dei tanti retrocessi, sia più letteraria che reale. La realtà ci parla di differenti dislocazioni sul mercato dei vari segmenti della società a seconda degli shock esterni (lo abbiamo imparato catalogando dipendenti pubblici e pensionati come "i garantiti" della pandemia) e la disoccupazione selettiva rientra nel novero di queste moderne disparità. Con ciò nessuno può sottovalutare il rischio che si apra un ciclo pesante di ristrutturazioni aziendali dentro la cittadella manifatturiera ma le stime sui possibili licenziamenti di tute blu sono nettamente minori all'enfasi esibita dai commentatori improvvisati e comunque per ora sono state annunciate due sole drastiche riorganizzazioni: il gruppo Elica (elettrodomestici) e Sky Italia.
I maggiori guai oggi si intravvedono fuori dal perimetro dell'industria e si appuntano sul trio giovani-donne-partite Ivache rappresenta il cuore dell'occupazione terziaria. I rischi della polarizzazione sono purtroppo facili da individuare: tagliare le gambe a una intera generazione e ridimensionare la partecipazione femminile al lavoro invece di accrescerla. Ma, ed è questa la domanda più insidiosa, gli indirizzi del Pnrr che abbiamo presentato a Bruxelles, oltre alle coerenti scelte di fondo necessarie a far ripartire l'economia italiana, hanno concesso altrettanta attenzione al rebus del lavoro dualizzato con l'idea di chiudere la forbice? È difficile dare una risposta affermativa.
La sensazione è che il capitolo lavoro del Pnrr risenta innanzitutto di alcune contraddizioni politiche legate alle convinzioni dei ministri che si sono avvicendati alla guida del dicastero negli ultimi due governi. È vero che la nuova stesura ne ha eliminate alcune più stridenti, resta però l'illusione che basti un'iniezione di risorse su strutture largamente inefficienti come i Centri per l'impiego e portare a casa l'inclusione dei soggetti deboli del mercato. Forse ci sarebbe voluta un'altra convinzione, quella di inserire il lavoro tra le riforme-chiave legate al Pnrr ma evidentemente non si è raggiunta dentro il governo una sufficiente condivisione sia di metodo sia di merito. Così si è preferito scommettere sulla forza trainante degli investimenti nelle due grandi transizioni, il digitale e l'ecologica, e auspicare che l'intendenza segua. O, come si dice nel gergo degli economisti, che gli effetti positivi sgocciolino fino in basso.
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