di Sandro De Riccardis
La Repubblica, 30 aprile 2021
Il figlio del gioielliere ucciso nel 1979 dai Pac, a sua volta finito sulla sedia a rotelle per un proiettile: "Gli arresti in Francia un passo avanti: la prova che in questi anni è mancata la volontà politica". "Una vittoria, no. Ma un passo avanti sicuramente sì. È la prova che in questi anni è mancata la volontà politica per un passo del genere". Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi, il gioielliere ucciso il 16 febbraio 1979 a Milano da un commando dei Pac di Cesare Battisti, e rimasto paralizzato alle gambe nell'agguato, spera che finalmente sia arrivato il momento di chiudere i conti con i reduci degli "Anni di piombo".
Torregiani, ha rivissuto le emozioni dell'arresto di Battisti?
"Ho pensato al rischio che si possano ripetere le difficoltà che abbiamo avuto con la sua estradizione. Nel 2004 eravamo a un passo e poi... Bisogna vigilare, i cavilli burocratici sono infiniti".
Una volta tornati i terroristi dovranno andare in carcere?
"Chi ha sbagliato deve pagare, chi non ha pagato nei termini corretti deve farlo oggi. Vale per Battisti e per tutti i terroristi che si sono macchiati di reati di sangue. È una forma di giustizia, perché dà alla vittima un senso di riparazione. Nella lista originaria erano 270, ma non tutti hanno ucciso o compiuto stragi. È importante prendere chi ha fatto davvero del male".
Ha senso scontare la pena a distanza di tanti anni?
"Nell'ordinamento giuridico c'è la prescrizione, ma c'è anche scritto che per chi è colpevole di omicidio non c'è prescrizione. Non chiediamo che uno vada in carcere e si butti la chiave, o resti a pane e acqua fino alla fine dei giorni. Se hai vent'anni di condanna, ti fai vent'anni. Nelle condizioni più dignitose, ma in carcere. Se vuoi fare i lavori socialmente utili puoi farli da detenuto, come fa a Opera chi produce mascherine".
C'è chi vede sete di vendetta...
"Sono loro a confondere la vendetta con la giustizia perché conoscono solo la vendetta. Il nostro è il diritto di vedere almeno ripagato il torto che abbiamo subito".
Cesare Battisti non dovrebbe più uscire?
"Per chi ha un ergastolo è difficile poter uscire. Battisti ne ha due. Vogliamo togliergliene uno? Gli diamo trenta anni. Però poi non possiamo dare altri sconti di pena. Non dipende da me dire se può o non può uscire. Battisti non ha le condizioni giuridiche per uscire".
Non può avere alcuna possibilità quindi...
"Dovrebbe fare un esame di coscienza e raccontare la verità. Non a me, ma alla società. Abbiamo bisogno di chiarezza storica. Non per puntare il dito contro qualcuno o per fare la caccia alle streghe, ma per fare chiarezza su quello che è successo".
Vede in questo una sorta di riconciliazione tra colpevoli e vittime?
"Se c'è la volontà si può fare, ma ci dev'essere da entrambe le parti. Se invece si continua a portare addosso la veste dell'odio diventa difficile. Io sono disponibile a farlo e ho chiesto più volte un tavolo di confronto".
Pensa che si riuscirà a farlo?
"È la strada da percorrere, io mi offro come mediatore. Non mi dispiacerebbe farlo anche nei prossimi percorsi di estradizione. Un modo perché tutte e due le parti possano trovare sollievo. Gli estradati dovranno stare sulla gogna per due anni, anche quello è un dolore".
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 30 aprile 2021
Il fine di questa giustizia sta nel tentativo di rammendare un tessuto lacerato dal delitto. Un tentativo che presuppone non l'oblio ma, al contrario, l'assunzione delle proprie responsabilità.
Teniamo distinti i piani, per quanto è possibile. Sono quattro: storico, politico, giuridico ed emotivo. Le ragioni sono diverse e, se i piani si mescolano, la ragione si confonde e si finisce per litigare proprio quando si dovrebbe cercare la chiarezza nella quale - per quanto possibile, ripeto - sta il tanto o il poco di verità di cui siamo capaci.
Nel piano storico stanno tutte le possibili riflessioni su che cosa è stata la crisi del capitalismo (diciamo così) di antico regime e quali forze intellettuali, sociali e materiali tale crisi ha innescato negli anni 70 del secolo scorso. La storiografia ha qui da lavorare, formulando le sue ipotesi interpretative per cercare di comprendere che cosa è stato. Ma comprendere non è giustificare. Questo è un punto molto importante, a meno che le responsabilità si pensi di annegarle in una disumana "legge della storia". La comprensione storica non condanna, né assolve. Al massimo, prende atto delle ragioni che determinano i successi e i fallimenti.
Quando i terroristi ai quali si chiede di rinnegare le proprie azioni criminose, cioè di assumere una responsabilità morale, rispondono che si trattò di "errori" perché i tempi non erano maturi, si comportano da storici che non avevano compreso i tempi e perciò andarono incontro alla sconfitta. L'errore non è una colpa e, dunque, quel tipo di ammissione non ha niente a che vedere con la morale. La distanza che si prende o non si prende dai delitti è "relativa". Le circostanze storiche e gli obbiettivi raggiunti o falliti distribuiscono le ragioni e i torti. Alla fine, ciò che conta sono gli esiti. Poiché gli esiti non sono stati quelli rivoluzionari desiderati, che si ritenevano possibili, la violenza e gli assassinii di questi nostri criminali politici, quando essi li condannano, sono detti "sbagli" o "errori".
Sul piano politico (qualunque cosa "politico" significhi), c'è solo da dire che la democrazia non può essere deturpata da violenza, delitto, uccisioni. Il delitto "politico" non è meno grave del delitto "comune". Anzi: è più grave. La vita democratica è, per definizione, tollerante, ma la tolleranza è una di quelle virtù che si dicono reciproche: non si può, anzi non si deve essere tolleranti con gli intolleranti. Solo nell'ampio spazio della comune tolleranza nascono le virtù della democrazia. Talora si sente dire: ma quello degli Anni di piombo era il tempo in cui anche gli assassinii erano politici e che, quindi, occorre una risposta anch'essa "politica". Per l'appunto: la risposta adeguata al contesto democratico non è il declassamento del delitto a evento collaterale, secondario e in certo senso inevitabile (come forse si potrebbe dire nei regimi totalitari, quando si lotta contro l'oppressore).
Naturalmente, ciò presuppone d'essere sicuri di sé quando si parla di democrazia e questa parola non sia usata come scusa per coprire forme più o meno nascoste di esercizio oppressivo del potere politico. La "dottrina Mitterrand" è perfettamente comprensibile e giustificata quando serve a proteggere i perseguitati politici da regimi antidemocratici (in questo significato essa è perfettamente in linea con l'articolo 10 della Costituzione italiana). Ma la protezione che, finora, la Francia aveva concesso ai terroristi di cui stiamo parlando stava a significare una certa arroganza: noi siamo la patria della libertà e della democrazia e, da questo pulpito, diciamo all'Italia ch'essa non lo è o non lo è abbastanza. Oggi, se ci sarà l'estradizione, questa offesa sarà lavata.
Sul piano giuridico, se e quando le procedure per l'estradizione giungeranno a conclusione, non ci sarà ragione per ritenere che questi criminali, che tali sono in forza di sentenze definitive, debbano essere sottoposti a condizioni penitenziarie particolari. Si dovrà applicare il diritto comune. Ovviamente, si dovrà tenere conto del tempo trascorso e delle tracce ch'esso ha lasciato su di loro, come accade per tutti i viventi. Perciò, si dovrà e potrà valutare se a ciascuno di essi possano applicarsi i benefici previsti dalla legge penitenziaria. Esclusi quelli che presuppongono un periodo di detenzione in cui sia stata tenuta una condotta meritevole di attenuazioni, resta la detenzione domiciliare che, a meno di cause particolari ostative (come la condanna all'ergastolo), riguarda in generale i detenuti ultrasettantenni.
Nella sfera delle emozioni troviamo risentimenti e desideri di vendetta, soprattutto nei sopravvissuti che sono stati colpiti direttamente e ferocemente in sé o nei propri cari. Tutti coloro che si sono espressi hanno però precisato che quello che li muove è il sentimento di giustizia, non il desiderio di ritorsione (occhio per occhio, ecc.). Non c'è motivo di dubitarne, ma anche se non fosse sempre e completamente così non ci sarebbero motivi per obiettare. Ognuno è padrone dei propri sentimenti. D'altro canto, qualcuno potrebbe negare che sia tormentoso il pensiero che assassini o aggressori di persone care e innocenti siano lasciati tranquilli, come se si trattasse di qualche accidente trascurabile, facile da dimenticare. Questo pensiero che rode le vittime che considererebbero un tradimento l'oblio, che cosa è: desiderio di giustizia o di vendetta? Difficile dirlo. Forse è una cosa e l'altra.
D'altro canto, pretendere che chi ha commesso gravi delitti non se ne possa andare come se niente fosse e, invece, si ponga davanti alle sue proprie responsabilità è perfino un omaggio alla sua umanità, un riconoscimento del valore delle sue azioni: un valore negativo, certo, ma pur sempre un valore. È come dirgli: tu sei qualcosa per me, non un trascurabile fuscello che se ne va via dimenticato. Da questo punto di vista, si è parlato da parte di grandi filosofi non di "dovere", ma di "diritto di subire la pena", come elemento della dignità umana.
Sembra un paradosso, una contraddizione. Ma non lo è. È, anzi, il presupposto e la condizione perché possa aprirsi una prospettiva nuova della giustizia penale, la prospettiva della riconciliazione, della ricomposizione. Proprio nella nostra materia sono state avviate iniziative, pare con successo, di confronto tra terroristi e vittime del terrorismo. Il fine di questa giustizia non sta nei buoni sentimenti o nel perdono a basso costo. Sta, invece, nel tentativo di rammendare un tessuto lacerato dal delitto, un tentativo che presuppone non l'oblio ma, al contrario, l'assunzione delle proprie responsabilità. Questo, però, è solo uno spunto che merita d'essere coltivato.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2021
La Corte di cassazione estende la medesima conclusione già affermata per lo spacciatore seriale. Lo spacciatore abituale va imputato per l'ipotesi attenuata del reato se le singole condotte sono di lieve entità. Lo afferma la Corte di cassazione con la sentenza n. 16478/2021 precisando - all'indirizzo del giudice del rinvio - che il giudizio per il riconoscimento o meno dell'attenuante va operato sui singoli episodi per cui si procede. Un metro di giudizio che va applicato anche in sede di applicazione e riesame delle misure cautelari personali.
Contesta la Cassazione il ragionamento del giudice del riesame che ha invece escluso in radice la lieve entità a fronte della reiterazione della medesima condotta in un arco prolungato di tempo. Il reato va ritenuto "tenue" anche se si inserisce in una serie di episodi simili realizzati in un arco di tempo prolungato. L'accertata ripetizione del reato ha invece determinato il giudice della cautela non solo a ravvisare l'abitualità ma anche la gravità dello stesso. Ma è ragionamento che la Cassazione smentisce. Al contrario è compito del giudice attribuire il giusto peso alle singole condotte per cui si procede contro l'imputato per spaccio di stupefacenti.
Infine, conclude la Corte di cassazione, la valutazione dell'entità del reato, come grave o lieve, va operata dal giudice a prescindere se vi sia esplicita richiesta della difesa sul punto. Non opera cioè alcuna presunzione che il reato di spaccio rientri nell'ipotesi più grave del comma 1 dell'articolo 73 del Dpr 309/1990, a meno di prova contraria. Il giudice di merito è perciò sempre tenuto a valutare se si rientri nell'ipotesi attenuata della lieve entità quale prevista dal comma 5 dello stesso articolo del testo unico.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 aprile 2021
Fiammetta Borsellino, nella trasmissione di Enrico Mentana su la7 ha parlato del dossier "mafia-appalti", contestualizzando fatti e testimonianze. Dovevano essere le rivelazioni, dichiarate però inattendibili dalla procura di Caltanissetta, del pentito Maurizio Avola a essere l'oggetto principale dello "Speciale mafia" di la 7, condotto da Enrico Mentana, ma a rubare la scena e spostare l'attenzione sulle cause della strage di via D'Amelio che hanno portato all'uccisione di Paolo Borsellino, è stata la figlia Fiammetta Borsellino.
Per la prima volta, in prima serata, si è parlato del dossier mafia-appalti e della sua gestione da un punto di vista totalmente inedito. A farlo, appunto, non sono stati i giornalisti presenti, Michele Santoro (autore del libro "Nient'altro che la verità", uscito ieri) e Andrea Purgatori che sposa in toto il teorema trattativa e la caccia alle "entità" non meglio definite, ma una donna che ha deciso di andare controcorrente, non adeguarsi alla narrazione unica di una certa antimafia, ma semplicemente attenendosi ai fatti riscontrati nel tempo. L'unica a sostenerla, visto che ne è stato testimone, è stato l'ex giudice di Mani Pulite Antonio Di Pietro. Ed è lui che ha ricordato il fatto che Paolo Borsellino gli chiese di fare presto per collegare le indagini siciliane con quelle di tangentopoli. Parliamo di grossi gruppi imprenditoriali del nord che erano collegati nella gestione mafiosa degli appalti. Ribadendo che in più occasioni il capitano dei Ros De Donno si rivolse a lui perché si interessasse del dossier mafia-appalti, dal momento che la procura di Palermo lo ignorava. Non solo.
Contestualizzate le testimonianze di Agnese Borsellino - Per la prima volta, grazie al suo accorato e coraggioso intervento, Fiammetta Borsellino ha contestualizzato le testimonianze della madre, Agnese, su ciò che le disse Paolo Borsellino. Testimonianze che nel tempo sono state forzate, adattate al teorema giudiziario, manipolando anche taluni passaggi. Una su tutte quella che riguarda i magistrati: ma diversi giornalisti e taluni pm dimenticano di riportarla nella sua interezza. Ci ha pensato Fiammetta Borsellino a ricordarlo, creando un palpabile imbarazzo in studio. Ricordiamo la vicenda.
A ventiquattr'ore dai fatti di via d'Amelio, Borsellino passeggiava senza scorta sul lungomare di Carini. Con lui, soltanto Agnese, sua moglie. "Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò potesse accadere". Queste parole esatte di Agnese furono messe a verbale in sede giudiziaria il 18 agosto 2009, preceduta da una frase: "ricordo perfettamente". In un Paese normale dovrebbe essere compito dei giornalisti d'inchiesta a riportare i fatti, ma a farlo ci ha dovuto pensare la figlia di Paolo Borsellino.
Borsellino quando era a Marsala già conosceva il dossier mafia-appalti - Altro scoop televisivo, ma sempre di Fiammetta Borsellino e non dei giornalisti presenti. Spiega che c'è un passaggio della sentenza trattativa che riporta il falso. Quale? Ecco cosa scrisse la Corte nella sentenza: i giudici spiegano come non vi è la "certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafia-appalti e di farsi, quindi, un'idea delle questioni connesse, mentre, al contrario, è assolutamente certo che non vi fu alcuno sviluppo di quell'interessamento nel senso di attività istruttorie eventualmente compiute o anche solo delegate alla P.G., che, conseguentemente, possano aver avuto risalto esterno giungendo alla cognizione di vertici mafiosi, così da allarmarli e spingerli improvvisamente ad accelerare l'esecuzione dell'omicidio". Ebbene, Fiammetta Borsellino contesta aspramente questo passaggio, e lo fa con dati oggettivi. Ricorda che suo padre, quando era ancora alla procura di Marsala, ha subito voluto copia del dossier tanto da trovare spunto per sviluppare un filone di indagine sugli appalti di Pantelleria. Oltre a ciò, Borsellino stesso ha inviato il suo filone di indagine alla procura di Palermo pregando che confluisse nel dossier principale.
Uno degli imprenditori citati in mafia-appalti aveva i verbali di interrogatorio di Leonardo Messina - A quanto pare sarebbe rimasta lettera morta, tanto che Borsellino lo ha ribadito nuovamente durante la sua ultima riunione del 14 luglio. Senza parlare del suo interrogatorio al pentito Leonardo Messina nel quale ha riscontrato ciò che era già scritto nel dossier mafia-appalti: il presunto rapporto del gruppo Ferruzzi - Gardini con la mafia di Totò Riina, tramite i fratelli Buscemi. Ed ecco che Fiammetta Borsellino, durante lo speciale di Enrico Mentana, lancia un altro scoop. Un fatto singolare mai riportato da alcun giornale, né tantomeno negli innumerevoli servizi giornalistici d'inchiesta. È accaduto che uno degli imprenditori che compaiono nel dossier mafia-appalti, è stato fermato dai Ros e gli hanno rinvenuto nello zaino i verbali di Leonardo Messina che erano riservati.
Chi gliel'ha dati? Di certo non Paolo Borsellino. Ma com'è detto gli animi, durante la trasmissione tv, si sono surriscaldati e Purgatori ha mosso delle obiezioni a Fiammetta Borsellino sul fatto che i Ros avrebbero inviato i nomi dei politici in un secondo momento. Ed ecco cheviene rispolverata la teoria della doppia informativa. A questo punto per decostruire questa storia, trita e ritrita, basterebbe citare ciò che scrisse la Corte d'appello che ha assolto Calogero Mannino relativamente al processo stralcio sulla presunta trattativa Stato-mafia.
Vale la pena riportarne qualche passaggio, perché è relativa proprio alla tesi dell'accusa per far credere che i Ros volessero proteggere i politici, in funzione della trattativa. "Non può tacersi il fatto che - scrive la Corte in merito a mafia appalti - un riverbero della grande rilevanza dell'indagine si ha in numerosi atti presenti nel processo (...) E deve inoltre osservarsi che la ricostruzione dell'organo dell'accusa appare in contrasto logico irrimediabile col fatto che i magistrati che dirigevano l'indagine dovevano tenere il controllo e la direzione, appunto, degli atti degli investigatori da loro delegati, ivi comprese quelle intercettazioni che si afferma non essere state inserite nell'informativa presentata alla Procura, e che in ogni caso avrebbero dovuto gestire e garantire anche successivamente il più adeguato sviluppo di una così significativa investigazione, che coinvolgeva il sistema corruttivo delle spartizione degli appalti pubblici in Sicilia".
La procura di Caltanissetta: non trovati riscontri sulle dichiarazioni di Avola - Poi va sul punto rispolverato da Purgatori: "È noto altresì che il Gip di Caltanissetta, investito della questione della gestione di quella indagine, arrivò alla conclusione di escludere l'ipotesi della doppia informativa".
Tutto scritto nero su bianco. Nel frattempo, a proposito dello scoop di Michele Santoro, la procura di Caltanissetta conferma che l'anno scorso, Avola, sentito in un interrogatorio, ha riferito della sua presenza in via D'Amelio, "a distanza di oltre 25 anni dall'inizio della collaborazione con l'autorità giudiziaria". Il pool coordinato dal procuratore aggiunto Gabriele Paci ha subito iniziato l'indagine, alla ricerca di riscontri: "I conseguenti accertamenti - scrive ieri la procura nissena - finalizzati a vagliare l'attendibilità delle dichiarazioni rese, riguardanti una vicenda ancora oggi contrassegnata da misteri e zone grigie, non hanno trovato alcuna forma di positivo riscontro che ne confermasse la veridicità. Sono per contro emersi - precisano i pm - rilevanti elementi di segno opposto, che inducono a dubitare".
Quindi Santoro ha preso probabilmente un abbaglio, ma gli va dato atto che - al di là di Avola - ha riportato la mafia nella sua reale dimensione. Non eterodiretta, nessun terzo livello, ma autonoma e indipendente da qualsiasi altro potere. In fondo, è quello che Giovanni Falcone cercava di spiegare nei libri e nei suoi innumerevoli interventi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 aprile 2021
L'ex procuratore antiterrorismo e antimafia: "L'Italia uno Stato democratico che rispetta i diritti anche di coloro che lo volevano abbattere". Non si spengono le polemiche sugli arresti degli ex terroristi italiani fuggiti negli anni 80 a Parigi.
Oggi ne parliamo con il dottor Gian Carlo Caselli, già giudice istruttore a Torino che a lungo si è occupato di inchieste sul terrorismo (Brigate rosse e Prima linea): "per gli esiliati in Francia la giustizia italiana non ha mai meritato neppure un gesto di accettazione. Ed ecco gli arresti di questi giorni. Certo, oltre agli arresti servirebbero altre risposte. Per esempio sui misteri che tuttora avvolgono i casi Calabresi e Cirillo".
Dottor Caselli, qual è il suo parere su questi arresti in Francia?
L'arresto di alcuni terroristi, sia pure con un ritardo di anni e anni, e con la "parentesi" dello scandalo della "facile" fuga di Battisti, cancella un retro-pensiero della Dottrina Mitterand. Ufficialmente si parlava di rottura col passato e nel contempo di una seconda vita nella società francese. In realtà c'era anche una arrogante discriminazione verso il nostro Paese. La grande Francia non accettava di venire a patti con la povera Italia. Disprezzava la nostra amministrazione della giustizia. Un giudizio fondato su una radicale - spesso ipocrita - deformazione della realtà. Il terrorismo di sinistra non è un fenomeno esclusivamente italiano. Ha colpito altre democrazie industriali. Caratteristica esclusiva del nostro Paese è l'aver dovuto registrare un terrorismo che ha raggiunto capacità offensive di entità e ferocia decisamente maggiori e assai più persistenti nel tempo (le "prime" Br durarono per circa 15 anni). A colpi di omicidi, gambizzazioni e sequestri di persona, i terroristi volevano dimostrare che il vero volto del nostro Stato non era democratico ma spietatamente repressivo, fascista. Non siamo caduti nella trappola, perché la risposta al terrorismo dal punto di vista legislativo ha raschiato - lo ha detto più volte la Corte Costituzionale - il fondo del barile della corrispondenza ai principi e precetti costituzionali, ma non è mai andata oltre.
Lei è d'accordo con l'idea di Guido Salvini, espressa ieri su questo giornale, per cui le estradizioni sono "giuste" ma al fine di determinare l'esecuzione penale "valutiamo anche se gli ex terroristi sono cambiati e se sono ancora pericolosi"?
Non si può che esser d'accordo. Se mai i terroristi arrestati in Francia saranno estradati in Italia, potranno constatare che il nostro, con tutti i suoi innegabili limiti e difetti, è uno Stato democratico che rispetta i diritti anche di coloro che lo volevano abbattere, colpendo persone innocenti, scelte dalle catacombe della clandestinità come simboli da eliminare per soddisfare la propria impazienza avventuristica.
L'avvocato di Cesare Battisti ma anche Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, hanno parlato di "vendetta di Stato". Come replica?
Lo stato ha il diritto-dovere di applicare la legge se in giro per il mondo ci sono assassini impuniti, che non hanno mai fatto nulla per riparare i danni causati, in particolare risarcendo in qualche modo le vittime. Non si tratta di mostrare i muscoli sempre e comunque, rifiutando ogni altra via. È giusto, per quanto difficile sia, cercare forme di risposta capaci di ricomporre una comunità lacerata da violenze profonde. Ma senza sminuire o peggio cancellare il male con un tratto di penna. Il male resta male, quindi nessun buonismo, perdonismo, giustificazionismo. Sarebbe vanificare la giustizia, come in fondo fanno coloro che riconducono gli arresti alla categoria della "vendetta".
A distanza di più di 40 anni secondo Lei è giusto fare i conti con quel passato solo affidandoci a nuovi arresti?
In Italia tutti i terroristi, salvo quelli assolutamente irriducibili, sono ormai liberi o godono di semilibertà. Si tratta in alcuni casi di "pentiti", nella stragrande maggioranza di detenuti che hanno fruito della legge del 1987 sulla dissociazione. Una legge assai generosa - di fatto una sorta di amnistia - che sulla base di una semplice dichiarazione di abbandono della lotta armata con generica ammissione dei fatti commessi concedeva robusti benefici di commutazione (per es. dall'ergastolo alla reclusione) e riduzioni di pena. Un'opportunità di reinserimento per chi, condannato o sotto processo per fatti di terrorismo, volesse coglierla. Gli esiliati in Francia non ne han voluto sapere. Per loro la giustizia italiana non ha mai meritato neppure un gesto di accettazione. Ed ecco gli arresti di questi giorni. Certo, oltre agli arresti servirebbero altre risposte. Per esempio sui misteri che tuttora avvolgono i casi Calabresi e Cirillo (due degli arrestati in Francia ne sono stati protagonisti).
Inoltre bisognerebbe una buona volta fare chiarezza sulle contiguità - a volte coperture - che un certo mondo ha riservato a chi praticava la violenza politica. Vorrei ricollegarmi ad una frase del cardinale Martini, pronunciata in un discorso tenuto a Milano alla vigilia della festa di Sant'Ambrogio del 2001: "Chi di noi ha l'età per ricordare i primi tempi della contestazione (fine anni 60- inizio anni 70) sa che la noncuranza e la leggerezza ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso e si sente impunito, domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola".
Secondo Lei è possibile salvaguardare, negli stati di emergenza, la sicurezza senza ledere i diritti? Qualcuno sostiene che in quegli anni ci siano stati tribunali e processi speciali.
L'accusa di tribunali e processi speciali non regge in generale, ma in ogni caso è contraddetta dai processi che meglio conosco e sui quali posso interloquire con obiettive certezze: quelli celebrati dalla Corte d'assise di Torino prima ai capi storici delle Br (anni 1976/78) e poi alla colonna Br disarticolata dal "pentimento" di Patrizio Peci (anni Ottanta). Questi processi si sono svolti con piena osservanza delle garanzie processuali e della stessa identità politica dei detenuti, ai quali è stato consentito, ad esempio, di "controinterrogare" le vittime dei loro atti criminali (ovviamente quelle rimaste vive). E questo nonostante che le Br avessero concentrato sui processi di Torino un volume di fuoco spaventoso, uccidendo magistrati, avvocati e poliziotti, fino alla rappresaglia di stampo nazista sul fratello di Peci, sequestrato e ucciso solo perché fratello del primo brigatista "pentito". Fu proprio il rispetto delle regole a vanificare l'assunto brigatista che "la lotta armata non si processa", se non gettando la maschera ipocrita di una falsa democrazia. La caduta di questo assunto, grazie anche al sacrifico dell'avvocato Fulvio Croce e all'impegno coraggioso degli avvocati torinesi che dopo la sua morte hanno accettato il ruolo di difensori d'ufficio, determinò nelle Br una profonda crisi politica, che si combinò con il progressivo isolamento dell'organizzazione. Di qui l'inizio della loro fine.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 aprile 2021
Intervista ad Alessandro Gamberini, difensore di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri: "La giustizia entra in campo per evitare la vendetta. Questi arresti sono la celebrazione di una vendetta tardiva". "La giustizia entra in campo per evitare la vendetta. Ma con questa scelta ci troviamo davanti alla celebrazione di una vendetta tardiva". A parlare è Alessandro Gamberini, difensore di Giorgio Pietrostefani, uno dei sette ex terroristi arrestati mercoledì a Parigi. Convinto della sua innocenza per il delitto Calabresi, il legale contesta oggi l'applicazione di quelle leggi che portarono alla sua condanna. "I meccanismi applicativi - spiega al Dubbio - hanno valutato la responsabilità penale a volte in modo sommario".
Avvocato, cosa ne pensa di questi arresti?
Mi fa una cattiva impressione quando assisto a retate di settantenni. C'è un rapporto che lega la memoria alla giustizia e alla storia: quando sono passati tanti anni da avvenimenti che hanno portato a delle condanne l'intervento della giustizia non si rapporta più ad un fatto, ma ad una valutazione storica. E la storia richiede un altro approccio rispetto a quello dell'applicazione meccanica della pena. A distanza di 50 anni la condanna storica non vale nulla dal punto di vista del significato della giustizia. Mi appare come la celebrazione di una vendetta tardiva. Tanto più
questa cosa mi meraviglia rispetto alla Francia.
Perché?
La Francia ha deciso decenni fa, non da poco, di dare asilo a queste persone. Sono decenni che queste persone vivono alla luce del sole, hanno un lavoro, hanno riformato una famiglia. La Francia poteva decidere, legittimamente, di non dare asilo. Ma una volta che è stato dato, revocarlo, trattando le persone come pacchi postali, viola l'articolo 8 della Cedu. Il tema non si pone solo rispetto alle condanne, ma anche rispetto al fatto che sono state radicate aspettative di vita che vanno tutelate. E lo dico perché la Corte europea lo ha affermato più volte rispetto alle espulsioni: non sono possibili se determinano una violenza assoluta nei confronti delle relazioni familiari. L'Italia ha perseguito a fasi alterne queste persone ed è normale che esprima soddisfazione, perché l'ordinamento italiano che ha espresso quelle condanne ha trovato conforto. Ma è un conforto che ha dei limiti: queste vicende non appartengono più alla giustizia.
Tornando a quegli anni, secondo lei si poteva combattere il terrorismo senza creare leggi speciali?
Ho vissuto quel periodo come avvocato e come docente di diritto penale. Dando un giudizio in chiave storica, con la freddezza che oggi ci consente di fare una valutazione, non penso che ci siano state norme palesemente incostituzionali che abbiano sospeso lo Stato di diritto in Italia. Quelle norme poi sono state aggravate da tutte quelle successive in maniera di terrorismo o di mafia, con una serie di enunciazioni che hanno coperto tutto il possibile scenario di queste vicende. In questi casi il problema è un'applicazione che è al limite dello Stato di diritto. I meccanismi applicativi - e succede anche ora nei processi per mafia - hanno valutato la responsabilità penale a volte in modo sommario. La valutazione della prova è stata non sempre individualizzata e spesso volta a fornire rassicurazioni all'opinione pubblica attraverso condanne, anche esemplari, e attraverso valutazioni sommarie. Credo che non sia stata la normazione, ma l'applicazione di quelle norme, in una situazione drammaticamente conflittuale, a portare la Francia alla dottrina Mitterrand. Una dottrina che emerse - con riferimento ai condannati non per delitti di sangue - sul presupposto che questo conflitto andasse riparato in sede politica e non in sede giudiziaria. Fu un tentativo anche di giocare a ridosso di un Paese amico, l'Italia, per aiutarlo a risolvere queste vicende. E in sede politica si sarebbe potuto risolvere con amnistia e indulto. Non per i delitti di sangue, ovviamente, ma buona parte di quelle persone poteva essere ricondotta nell'alveo della vita civile senza bisogno di passare sotto le forche caudine della galera, perché sotto il punto di vista della pericolosità, finito quel fenomeno, tutti sono tornati alla civiltà.
Il concorso morale è una categoria sostenibile?
Nel nostro ordinamento è una categoria conosciuta e applicata. Ovviamente è una questione delicatissima: quando non c'è la prova della partecipazione diretta non c'è alcun riscontro e quindi si è senza difesa. Questo strumento va usato con assoluta prudenza, tant'è che in materia di concorso esterno in associazione mafiosa le stesse sezioni Unite nella sentenza Mannino dissero che non poteva essere usata la categoria del concorso morale. In un contesto in cui tutto viene utilizzato in maniera forzata è ovvio che questa è la categoria che, più di altre, può rappresentare un passe-partout per avere delle condanne ingiustificate.
Gemma Capra, moglie di Luigi Calabresi, ieri ha affermato che non si tratta più delle stesse persone e che non si sente di gioire...
Ho apprezzato anche la dichiarazione del figlio Mario, rispetto a Pietrostefani, di cui sono difensore, che ha affermato che a distanza di tanto tempo non avverte questa cosa come un successo. Apprezzo sempre quando persone che hanno subito un dolore tanto atroce riescono a dire cose del genere. Non ho capito, però, cosa intenda quando dice che sarebbe il momento giusto per restituire un po' di verità. C'è stato un processo e la famiglia Calabresi ha sempre ritenuto che quella fosse la verità e che i mandanti fossero Pietrostefani e Sofri. A meno che la famiglia Calabresi non ritenga che la verità sia un'altra. Io che li ho difesi continuo a dire che sono innocenti, ma le sentenze dicono un'altra cosa. Se si ritiene giusta la sentenza questa è la verità che chiude il cerchio.
Oggi l'Italia chiude i conti con il passato?
Non ci riesce. Capisco che non sia semplice, ma 50 anni dopo, un capitolo chiuso sotto ogni punto di vista, nonostante le ferite, potrebbe diventare storia. La soluzione politica poteva essere invocata da tempo, ma farlo in questo Paese è complicato. Qualcuno ha evocato la soluzione adottata da Togliatti nel dopoguerra, aspramente criticata da molti perché consentì a molti repubblichini che si erano macchiati di delitti di cavarsela dal punto di vista giudiziario. Ma volle dire anche chiudere un capitolo e impedire che questo meccanismo di giustizia si infiltrasse in vicende storico-politiche chiuse. È ovvio che questa cosa possa provocare dolore per le vittime. Ma la giustizia entra in campo per evitare le vendette. L'aspetto fondante della scelta sarebbe stato quello di collocare nella storia e non rivangare la memoria di questioni ormai cristallizzate negli albi delle cronache.
di Rocco Muscari
Gazzetta del Sud, 30 aprile 2021
Fissata l'udienza preliminare per decidere su due rinvii a giudizio. Per il decesso di Domenico Roberto Jerinò, di Gioiosa Jonica, avvenuta nel dicembre del 2014 all'Ospedale Bianco-Melacrino-Morelli di Reggio Calabria, il Gup reggino ha fissato al 25 maggio la prima udienza preliminare a carico di due indagati. La Procura di Reggio Calabria, nella persona del Pm Giulia Maria Scavello ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per entrambi gli indagati, a vario titolo e con modalità differenti, per il reato di omissione d'atti d'ufficio.
In particolare un medico in servizio nel carcere reggino di "Arghillà", e il direttore facente funzione dell'Unità operativa di Neuroradiologia dell'azienda ospedaliera Bianco-Melacrino-Morelli avrebbero "omesso di adottare un atto dovuto" dei rispettivi uffici "che doveva essere compiuto senza ritardo" non prestando la necessaria assistenza sanitaria al detenuto Roberto Domenico Jerinò".
ansa.it, 30 aprile 2021
Ha 87 anni ed è malato. Legale: siamo molto delusi. Niente detenzione domiciliare o differimento della pena causa "infermità" per Gaetano Riina, fratello del boss Totò: lo ha deciso il tribunale di sorveglianza di Torino, che ha respinto un'istanza del suo legale.
Gaetano Riina, che ha 87 anni, è detenuto nel carcere delle Vallette, alle porte del capoluogo piemontese, con un fine pena che secondo quanto si apprende è fissato per il 2023. Gaetano Riina è detenuto nel carcere delle Vallette in regime di alta sorveglianza. La pena che sta scontando gli è stata inflitta dalla Corte d'appello di Napoli per avere partecipato a un'associazione di stampo mafioso.
Ha dei problemi di salute (è stato anche ricoverato per un mese nel reparto detenuti dell'ospedale Molinette) che, secondo una prima interpretazione della pronuncia del tribunale, sono state giudicate compatibili con la reclusione nella struttura torinese.
"Siamo molto delusi. Ci aspettavamo un esito differente. Stiamo parlando di un uomo di 87 anni con dei seri problemi di salute", dichiara l'avvocato Vincenzo Coluccio, che insieme al collega Giuseppe La Barbera ha assistito Gaetano Riina.
di Irene Famà
La Stampa, 30 aprile 2021
"Il carcere, così come è strutturato, non è proficuo né per i rei né per le vittime". Oltre duecento detenuti della casa circondariale Lorusso e Cutugno lanciano un appello e chiedono l'ampliamento della liberazione anticipata a 75 giorni estesa a tutta la popolazione detenuta per fronteggiare l'emergenza Covid e il sovraffollamento delle carceri. "Il carcere, così come è strutturato, non è proficuo né per i rei né per le vittime" scrivono in una lettera indirizzata al ministro alla Giustizia, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, al garante dei detenuti e a diverse associazioni.
"Una bolla" - "Rieducazione e reinserimento sociale, annoverati dalla Costituzione, non sono la realtà" spiegano. Denunciando un sistema che "disattende principi fondamentali. Così ci troviamo in una "bolla" intrisa di contraddizioni oltre che di ingiustizie accentuate ancor più dalla pandemia". Già a novembre, i detenuti e le loro famiglie avevano denunciato gli effetti della pandemia all'interno delle mura della casa circondariale del quartiere Vallette, lamentando la difficoltà di rispettare il distanziamento e di effettuare il tracciamento, la sospensione degli incontri con i familiari e il mancato rispetto degli orari delle videochiamate. Con le carceri sovraffollate, scrivono, "è fisicamente impossibile attuare ogni misura di tutela per la salute".
di Alessia Rabbai
fanpage.it, 30 aprile 2021
La psichiatra del carcere di Rebibbia, che aveva in cura Alice Sebesta e che avrebbe dovuto vigilare sul suo stato di salute, è stata rinviata dal giudice dell'udienza preliminare a processo per il reato di omicidio colposo. Non visitò la detenuta che uccise i suoi due figli piccoli nel settembre del 2018.
Processo per omicidio colposo. A finire davanti ai giudici la psichiatra del carcere che avrebbe dovuto vigilare sullo stato di salute mentale di Alice Sebesta, la trentaquattrenne tedesca detenuta per reati di droga, che ha ucciso i suoi due figli di sei mesi e due anni, lanciandoli dalle scale del Reparto Nido del carcere di Rebibbia il 18 settembre del 2018. Il giudice dell'udienza preliminare ha rinviato la psichiatra a giudizio, con un processo la cui celebrazione inizierà il 13 aprile del 2022, il prossimo anno.
l giudice ha accolto l'accusa formulata dalla procura e cioè che la dottoressa che l'aveva in cura avrebbe omesso "per colpa, determinata da imprudenza, negligenza ed inosservanza di legge", "di sottoporre a visita psichiatrica la detenuta e somministrarle le cure conseguenti anche farmacologiche, sebbene avesse ricevuto ripetute richieste di intervento, conseguenti a comportamenti evidenti di scompenso psichico" sono le parole messe nero su bianco dal pm e riportate da La Repubblica. Una condizione quella in cui verteva lo stato di Alice, talmente grave, di "totale infermità di mente", che l'ha spinta ad uccidere i suoi due bambini.
Alice Sebesta è stata assolta - Il dramma che si è consumato tre anni fa nel settore femminile del carcere di Rebibbia ha scosso la città. Alice è stata assolta nel dicembre del 2019 dal gup Anna Maria Gavoni dall'accusa di omicidio volontario per vizio totale di mente al termine del processo che si è celebrato con il rito abbreviato. Secondo i giudici date le sue condizioni di salute doveva essere tutelata e non trovarsi in carcere, bensì in una Rems, una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza. La donna ora è all'interno di una struttura di di Castiglione delle Stiviere, perché affetta da disturbi mentali e ritenuta socialmente pericolosa, dove resterà per quindici anni e riceverà le cure necessarie.
L'omicidio di Faith e Divine - Alice, secondo quanto appreso in sede d'indagine, aveva già manifestato un'insofferenza verso i figli, prima di arrivare a compiere il delitto. Dopo averli uccisi, in uno stato delirante, ha affermato: "Li ho liberati, ora stanno bene". I due bambini Faith e Divine sono stati lanciati dalla tromba delle scale, la bimba, di sei mesi, è morta sul colpo, mentre il maschietto di due anni è deceduto qualche giorno dopo all'ospedale pediatrico Bambino Gesù, dov'è arrivato in condizioni disperate per il grave trauma cranico e dove i medici, trascorse alcune ore ne hanno dichiarato la morte cerebrale.
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