estense.com, 30 aprile 2021
Dall'indagine su un "evento critico" avvenuto all'Arginone nasce il processo a carico di un sovrintendente e un ispettore della Penitenziaria. Un'indagine partita da un "evento critico" avvenuto nel carcere di Ferrara nel giugno del 2017: un detenuto si era cucito le labbra con del filo per protestare contro le vessazioni subite da parte di due agenti della Polizia penitenziaria. Quei due agenti, l'ispettore Roberto Tronca e il sovrintendente Geremia Casullo, sono oggi a processo accusati a vario titolo per una serie di reati che vanno dalla tentata violenza privata all'abuso di autorità contro detenuti nel carcere di Ferrara, con l'aggravante dell'odio razziale, fino all'istigazione e al concorso morale in danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale.
Entrambi hanno già avuto a che fare con la giustizia: Tronca è stato condannato in abbreviato a un anno per tentata violenza privata nei confronti di un detenuto, mentre Casullo è attualmente tra gli imputati nel processo per tortura.
Nell'udienza di ieri, giovedì 29 aprile, sono stati sentiti alcuni testimoni della pubblica accusa (pm Isabella Cavallari), tra i quali Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, Stefania Carnevale che è la garante locale e il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Enrico Sbriglia. Tutti e tre hanno riportato quanto appreso nella loro attività ascoltando i detenuti e di essere a conoscenza, ovviamente de relato, di precedenti comportamenti forse fuori dalle righe da parte dell'ispettore. Più nel dettaglio delle imputazioni è invece sceso il maggiore Gabriele Port, del Nucleo investigativo dei carabinieri, incaricato proprio di approfondire l'episodio della bocca cucita, su segnalazione proveniente dal carcere.
Da uno che era, gli episodi da approfondire si moltiplicarono fino a tre e poi cinque. Quei "casi critici", come si chiamano le manifestazioni di protesta o autolesionismo in carcere, pare che fossero collegati. "Altri due detenuti - ha spiegato Porta - volevano essere trasferiti: uno per attività lavorativa e un altro perché subiva vessazioni". I carabinieri fecero degli "approfondimenti su percosse e istigazione agli atti di protesta per farsi trasferire".
Quelli che per l'accusa sono casi di (presunte) violenze e istigazioni da parte di Tronca e Casullo, per la difesa sono invece quasi una tecnica usata dai detenuti: "Sono episodi frequenti fra la popolazione carceraria - osserva l'avvocato Denis Lovison che difende entrambi gli imputati - perché consentono, in base alle circolari e alle disposizioni interne dell'amministrazione penitenziaria, di essere trasferiti rapidamente quando accusano qualcuno. Chi non è soddisfatto di un carcere e magari ha fatto tante volte richiesta per andare da un'altra parte e non viene accontentato basta che denunci un agente e, tempo zero, viene trasferito nemmeno troppo lontano".
L'uomo che si era cucito la bocca era Medhi Mejri, oggi irreperibile perché espulso dall'Italia a fine pena perché irregolare. In carcere, ha raccontato ai giudici la comandante della Penitenziaria di Ferrara, Annalisa Gadaleta, "era integrato, aveva partecipato a un flash mob, faceva l'arbitro di calcio e il barbiere. Voleva la semi-libertà. Non era riottoso e non era pericoloso".
Gli mancava ancora poco da scontare, sarebbe uscito a febbraio 2018, quando, il 7 giugno del 2017, si cucì la bocca e iniziò uno sciopero della fame. "Lo convocai in ufficio che aveva la bocca ancora cucita - ha detto Gadaleta -, lui diceva che voleva lavorare di più e che era stato picchiato da Tronca e Casullo. Dopo il colloquio si scucì la bocca".
Mejri raccontò la stessa cosa anche al direttore del carcere, Paolo Malato, ma non denunciò mai le percosse ricevute, né ci sono agli atti referti medici che dimostrino eventuali lesioni, anche perché non sembra chiaro l'arco di tempo in cui sarebbero avvenute le violenze, se mai sono avvenute.
Pochi giorno dopo, il 17 giugno, un sabato, si apprende sempre dal racconto della comandante, accadde qualcosa di molto inusuale. Un detenuto, Zied Baghouri (incarcerato per omicidio e deceduto suicida nel carcere di Reggio Emilia), con problemi psicofisici e che già aveva manifestato insofferenza per la detenzione nel carcere estense, diede vita a "episodi di autolesionismo e danneggiamento della cella perché voleva essere trasferito".
La cosa strana è che "in quella serata diversi detenuti avevano posto in essere eventi critici", cinque in tutto, tra i quali anche Mejri. "La cosa mi stupì un po' - ha osservato Gadaleta - informai il direttore che parlò con tutti i detenuti e la cosa rientrò verso le 22. L'indomani il direttore mi disse che i detenuti gli avevano detto che Tronca e Casullo gli avevano suggerito di fare così per essere trasferiti".
Alla comandante "sembrava molto strano che non ci fosse una motivazione per quegli atti, è raro che non dicano il motivo, ma Tronca mi disse che non c'era, tranne che per Baghouri che non credeva alle parole del direttore Malato". Il lunedì successivo venne coinvolto il magistrato di sorveglianza "che rimase dall'ora di pranzo fino alle 18-19". Poi nel giro di poche ore vennero effettivamente trasferiti tutti e cinque. L'udienza è stata aggiornata al prossimo 19 maggio.
di Francesca Ghirardelli
Avvenire, 30 aprile 2021
L'allarme dell'Onu: oltre mezzo milione i detenuti infettatati nel mondo. Molte strutture hanno applicato misure alternative. "La vera opportunità ora è quella di osservare il loro impatto sul tasso di criminalità".
Fino ad ora il Covid-19 li ha colpiti "in maniera sproporzionata" e per avere un'idea di quale sia questa sproporzione basta dare uno sguardo alle cifre. Le fornisce Philipp Meissner, esperto di riforme carcerarie per Unodc, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine: "Fra gli oltre 11 milioni di detenuti negli istituti penitenziari a livello globale, si stima che siano più di 527.000 quelli che sono stati contagiati dal virus".
Luoghi chiusi per definizione, spesso sovrappopolati alle più diverse latitudini, le carceri sembrano ambienti perfetti per la propagazione del Covid-19: "La maggior parte degli Stati membri dell'Onu continua ad affrontare problemi acuti di sovraffollamento, con oltre 50 Paesi che gestiscono carceri a più del 150% della capienza effettiva", ha riferito Ghada Waly, direttrice esecutiva di Unodc, all'apertura dei lavori della sessione speciale dedicata a questo tema durante l'ultimo congresso dell'agenzia in Giappone, il mese scorso.
Tenere tutti sigillati, tra panico, quarantene e sospensione delle attività di gruppo e delle visite dei familiari, ha alimentato conflitti, violenze e rivolte in una cinquantina di Paesi. Così, per ridurre rischi e tensioni, molti Paesi hanno cercato di diminuire la propria popolazione carceraria, facendo ricorso a rilasci anticipati e libertà condizionata: "Quasi 700.000 detenuti sono stati rilasciati in tutto il mondo durante la pandemia, con un'attenzione particolare a chi era a rischio in caso di contagio, a chi vedeva avvicinarsi la fine della pena o a coloro il cui rilascio non avrebbe messo a repentaglio la sicurezza pubblica", prosegue la direttrice di Unodc.
Su questo particolare aspetto, che potrebbe offrire l'occasione per trarre qualcosa di positivo dalla terribile esperienza, si è espresso Peter Severin, presidente dell'Associazione internazionale degli istituti di correzione e prigioni Icpa di Bruxelles, rete globale non profit: "In generale quest'esperienza ha messo in luce la possibilità di utilizzo di misure alternative alla reclusione: le abbiamo applicate come risposta alla pandemia, ma ora la vera opportunità è quella di osservare il loro impatto sul tasso complessivo di criminalità.
Se l'impatto di libertà condizionata e rilasci anticipati non c'è stato (cioè se non è stato negativo), allora quest'esperienza potrebbe servire da ispirazione per le future leggi e nuove politiche che vadano proprio in questa direzione".
livornotoday.it, 30 aprile 2021
Marco Solimano chiede l'intervento delle autorità: "Situazioni intollerabili. Nel carcere isolano manca da marzo la figura dell'educatore". Giovanni De Peppo aveva denunciato le condizioni di precarietà di alcuni reparti, ora il nuovo garante dei detenuti del Comune di Livorno, Marco Solimano, pone l'attenzione sulla carenza di personale riguardante le carceri delle Sughere e della sezione staccata dell'isola di Gorgona. Una situazione definita "inaccettabile" e che non consente "un corretto espletamento dei servizi e delle funzioni all'interno delle due strutture".
Particolarmente grave, secondo Solimano, è quanto sta accadendo in Gorgona dove manca un educatore visto che l'ultimo presente è andato in pensione a febbraio e ancora non sarebbe stato rimpiazzato. Il garante ha fatto presente tutto questo al prefetto che ha assicurato la massima collaborazione.
Solimano descrive senza troppi giri di parole quanto sta accadendo nei due penitenziari: "Da oltre un mese è in corso uno stato di agitazione del comparto funzioni centrali che vede coinvolti impiegati, educatori, funzionari. Si denuncia una grave carenza di personale, oramai segnalata da anni, che non consente un sollecito espletamento dei servizi e delle funzioni e che mina profondamente la qualità del lavoro stesso.
Situazione che viene ad aggravarsi con l'accorpamento, avvenuto nel 2013, del comparto amministrativo fra Livorno e Gorgona. Accorpamento che non viene accompagnato da un aumento del personale, già di per se carente per almeno il 30% dell'organico e che crea difficoltà importanti sull'Istituto livornese".
"Oramai la situazione - continua Solimano - ha raggiunto livelli di criticità molto preoccupanti, soprattutto nell'ufficio contabilità e conti correnti che ha una ricaduta pesantissima sulla vita quotidiana dei detenuti. Si pensi a tutta la movimentazione del denaro dei reclusi, alla possibilità di acquistare generi di prima necessità in tempi certi, al ritardo pesantissimo dei vaglia in entrata ed in uscita".
"Gorgona senza educatore, inaccettabile" - Il garante dei detenuti poi analizza più nel dettaglio i problemi del carcere isolano: "A febbraio è andato in pensione l'unico educatore e non è stato ancora sostituito, ma si preferisce supplire con missioni di personale da Livorno una o due volte la settimana, senza garanzia di continuità. La sua figura assume un ruolo centrale e strategico nell'osservazione e nella definizione di possibili scenari futuri, nella costruzione di percorsi di graduale fuoriuscita dalla realtà penitenziaria, nell'accesso a misure alternative o permessi.
Tutto questo è inaccettabile".
"Il prefetto ha assicurato la massima attenzione" - Solimano chiede che le autorità si prendano carico di questi problemi: "Le legittime motivazioni alla base dello stato di agitazione devono trovare una risposta urgente e rassicurante da parte del Provveditorato regionale ripetutamente sollecitato. Inoltre rappresentanze del personale sono state ricevute anche dal prefetto di Livorno che ha assicurato la sua massima attenzione. Restituire dignità ed efficienza agli uffici amministrativi che erogano anche servizi fondamentali per la vita dei detenuti è oramai improcrastinabile, alla luce anche di una condizione particolarmente complessa e difficile imposta dalla epidemia Covid fatta di isolamento, impossibilità di accesso a percorsi socio-riabilitativi, impossibilità di abbracciare i propri familiari".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 30 aprile 2021
Arrestati per aver denunciato pubblicamente la violenza sessuale subita da un loro familiare, prigioniero politico egiziano. È successo alla famiglia al-Shweikh, al padre, la madre e la sorella di 18 anni di Abdelrahman lo scorso lunedì.
Sono stati portati via dalla polizia egiziana e condotti nella sede dei servizi di sicurezza della città di Minya. A denunciarlo è stato Omar al-Shweikh, fratello del detenuto, su Facebook. La vicenda è iniziata il 6 aprile scorso: la madre di Abdelrahman riceve una lettera dal figlio, fatta uscire clandestinamente dal carcere in cui è detenuto per aver preso parte a delle manifestazioni.
Nelle righe che legge trova torture e abusi: "Madre mia, ho esitato a lungo prima di scriverti queste parole perché la cosa peggiore che poteva accadermi in carcere è successa il 6 aprile. Non è stata semplicemente tortura, è stata una violenza sessuale che mi ha distrutto mentalmente e mi ha fatto odiare me stesso".
Nella lettera il giovane racconta di aver litigato con un altro detenuto, di essere stato preso dalle guardie carcerarie, bendato, spogliato e stuprato "in ogni modo possibile": "Non mangerà né berrò fino a morire", conclude il giovane. La donna ha subito denunciato l'accaduto: prima alla prigione, poi alla procura di Stato di Minya, infine in un video pubblicato sui social. La risposta delle autorità è arrivata a stretto giro ed è stata la repressione: il padre, la madre e la sorella di Abdelrahman sono stati arrestati tre giorni fa, a ulteriore prova del meccanismo di omertà e mancata punizione dei responsabili istituzionali di violenze e abusi, sistema piramidale di protezione di ogni singolo ingranaggio del regime. Gli arresti hanno provocato la reazione degli utenti dei social network che hanno lanciato appelli per il loro rilascio.
La dinamica ricorda da vicino quella di tante famiglie punite per aver chiesto giustizia. Il caso più celebre, per i suoi stessi protagonisti, noti attivisti egiziani, è quello della famiglia del blogger Alaa Abdelfattah: a marzo dello scorso anno la madre e matematica Laila Soueif, la sorella biologa e attivista Mona Seif e la zia e scrittrice Ahdaf Soueif furono arrestate per aver manifestato di fronte al carcere dove è detenuto Alaa per le precarie e pericolose condizioni in cella a seguito dello scoppio dell'epidemia di Covid-19.
L'Egitto resta il luogo che raccontiamo ormai da anni, una macchina istituzionalizzata di oppressione che travolge un'intera popolazione. Nelle carceri i prigionieri politici non si contano più, per lungo tempo se ne sono stimati 60mila, ma ora c'è chi dà un bilancio quasi doppio.
Tra loro anche lo studente Patrick Zaki. Per lui in questi giorni c'è stata una nuova mobilitazione in Italia, stavolta "locale": tanti comuni, da Lecce a Udine, da Procida a Pisa, da Cinquefrondi a Gagliano Aterno, gli hanno conferito la cittadinanza onoraria, in attesa che lo Stato gli riconosca quella italiana.
Avvenire, 30 aprile 2021
La Corte suprema del Malawi ha dichiarato la pena di morte "incostituzionale" e ha ordinato una revisione delle sentenze per tutti coloro che rischiano di essere condannati alla pena capitale. La legislazione del Paese prevede questo tipo di condanna per reati di omicidio o alto tradimento, ma può anche essere applicata, insieme all'ergastolo, in casi molto gravi di stupro, rapine "violente" o violazione di domicilio. I giudici della Corte hanno accolto l'appello di un condannato per omicidio dichiarando la pena di morte "incostituzionale" e, di fatto, abolendola. Ora si attende la ratifica da parte del Parlamento. Nessuna esecuzione è stata effettuata in Malawi dal 1994, ovvero da quando il primo presidente democraticamente eletto, Bakili Muluzi, fortemente contrario alla misura, è entrato in carica. Secondo Amnesty International, l'ultima esecuzione di circa 20 prigionieri è stata messa in atto nel 1992.
La Comunità di Sant'Egidio ha salutato con grande soddisfazione il pronunciamento della Corte Costituzionale del Malawi che il 28 aprile ha dichiarato incostituzionale la pena di morte. "Si tratta infatti di un atto determinante nel processo verso la sua abolizione in questo Paese dell'Africa australe", afferma un comunicato di Sant'Egidio. Nei mesi scorsi, ricorda un comunicato, era stato consegnato al governo del Malawi un "documento di raccomandazioni", redatto con il contributo decisivo di Sant'Egidio nella persona dell'avvocato Alexious Kamangila, in sinergia con i rappresentanti dell'associazione Reprieve e della World Coalition Against the Death Penalty. Il documento, sostenuto anche dall'"African commission on human and peoples right", è risultato decisivo.
"Questa azione di Sant'Egidio, in un Paese dove è presente da anni con numerose iniziative a favore della popolazione, si colloca all'interno del più ampio impegno della Comunità per la moratoria e l'abolizione della pena capitale, portato avanti dal 2005, insieme a quello per l'umanizzazione delle carceri. Un'attività che comprende una significativa sensibilizzazione della società civile anche sul tema della giustizia riabilitativa", prosegue il comunicato.
Sant'Egidio ricorda l'attivista Vera Chirwa, che in diverse occasioni prese parte ai convegni internazionali dei Ministri della Giustizia, promossi dalla Comunità sul tema dell'abolizione della pena di morte. "Lungo questi anni sono state portate avanti anche numerose azioni a favore di una riforma del sistema carcerario mentre è cresciuta una consapevolezza su questi temi attraverso la celebrazione annuale delle Città per la vita - città contro la pena di morte, movimento a cui aderiscono oltre 2.300 città nel mondo", afferma il comunicato di Sant'Egidio.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 30 aprile 2021
Il leader dell'opposizione al governo Putin aveva iniziato uno sciopero della fame il 31 marzo che è stato sospeso il 23 aprile. Per ordine della procura di Mosca sospese le attività del suo network di attivisti. È un Alexsej Navalny irriconoscibile quello che appare in un breve collegamento video dal carcere di Pokrov durante il processo al tribunale distrettuale Babushkinsky di Mosca che lo vede accusato di diffamazione di un veterano: "Ieri mi hanno portato in sauna per farmi avere un buon aspetto. Se mi tolgo i vestiti ho un pessimo aspetto, come uno scheletro", ha detto il leader dell'opposizione russa secondo Radio Eco di Mosca.
L'attivista aveva iniziato lo sciopero della fame in carcere il 31 marzo per chiedere cure mediche adeguate per il dolore alle gambe e alla schiena. Il 23 aprile, però, aveva annunciato la fine graduale dello sciopero dopo che era stato permesso a medici indipendenti di esaminarlo.
L'annuncio - Intanto l'opposizione è costretta a fare un passo indietro. Leonid Volkov, uno dei principali alleati di Navalny, ha annunciato su internet lo scioglimento della rete degli uffici dell'oppositore russo in carcere. La notizia arriva dopo che la procura di Mosca ha ordinato di sospendere le attività degli uffici: un network di attivisti che copre praticamente tutta la Russia. "Purtroppo lavorare in tali condizioni è impossibile. Stiamo ufficialmente sciogliendo la rete degli uffici di Navalny", ha detto Volkov alla testata Meduza. Gli uffici regionali di Navalny e il Fondo Anticorruzione dell'oppositore sono sotto processo per "estremismo" ma sono in tanti a ritenere queste imputazioni di matrice politica.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 30 aprile 2021
Compare in rete un filmato egiziano che ripropone vecchie tesi, con interviste all'ex ministra Trenta, al generale Tricarico e a Gasparri. Rinviata al 25 maggio l'udienza preliminare per i quattro 007 egiziani per i quali la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio. Chi ha ordinato, programmato e sceneggiato il video fatto circolare in rete da mercoledì sera, come ultima azione di depistaggio sull'omicidio di Giulio Regeni, forse non è del tutto consapevole che agli occhi degli italiani, ormai disabituati ai regimi totalitari da parecchi anni e ad una certa propaganda naive, quella "ricostruzione" dei fatti mostra soltanto l'interesse da parte egiziana a insabbiare sotto una coltre di ricatti, più o meno velati, la verità e la ricerca della giustizia. E soprattutto a tentare di spacciare il regime di Al-Sisi come una moderna democrazia.
The story of Regeni, che su YouTube ieri sera conteggiava circa 100 mila visualizzazioni, arriva proprio alla vigilia dell'udienza preliminare per i quattro agenti dei servizi segreti egiziani (il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) per i quali la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio con differenti capi d'imputazione. Udienza che però ieri è stata rinviata al 25 maggio per impedimento (Covid) di uno dei difensori d'ufficio degli indagati.
Il video - in arabo con i sottotitoli in inglese e in un italiano pessimo e sgrammaticato, martellante colonna sonora da thriller anni '80, attore molto somigliante a Giulio Regeni - ripropone vecchie tesi, già avanzate molte volte dall'omicidio del 2016 ad oggi, e già ampiamente smascherate. La principale è che il ricercatore non fosse tale ("le sue presunte ricerche") ma piuttosto una spia dei Fratelli Musulmani, "abituato a scomparire in modo misterioso" come "nell'ottobre 2015 in Turchia". E che chi lo ha ucciso ("ignoti") avesse tra gli altri scopi quello di incrinare i buoni rapporti tra Italia ed Egitto, e magari boicottare progetti "importanti" come quelli dell'Eni e altri interessi economici che i due Paesi hanno in comune.
Nel filmato vengono intervistati l'avvocato Ismail, il capo sindacalista degli ambulanti che ha denunciato Regeni, Adballah, il generale Elmakzahy, ex assistente del ministro dell'Interno egiziano, l'ex ambasciatore del Cairo a Roma Rashid e, da parte italiana, l'ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, il senatore di Fi Maurizio Gasparri, l'ex capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica militare Leonardo Tricarico e il giornalista Fulvio Grimaldi. È quest'ultimo, quello di sicuro meno "mal interpretato": gli altri intervistati italiani si sono difesi parlando di "strumentalizzazioni", o da parte degli autori del video o da parte di chi ieri ha alzato la voce contro l'"ignobile operazione".
Fin dai primi minuti del "documentario" Grimaldi infatti spiega che l'Università di Cambridge, per la quale Regeni stava svolgendo la ricerca, è stata "fondata da un ebreo tedesco, Kurt Hahn" che l'ha forgiata "un po' sul tipo gioventù nazista", come "ha fatto con altre scuole che ha chiamato del "Mondo unito", tutte indirizzate a formare agenti dei servizi segreti". E così via di questo tenore.
Tricarico e Gasparri supportano invece gli "infiniti punti interrogativi" che ci sarebbero nel rapporto tra i Fratelli Musulmani e la tutor di Regeni a Cambridge, Maha Abdel Rahman. "Non si è indagato abbastanza" su quel fronte, sostiene il generale italiano che chiosa: "Se fosse confermata la relazione con i Fratelli musulmani, c'è da giustificare la reazione di Al-Sisi". Mentre Gasparri si schiera direttamente contro i magistrati italiani (proprio lui), annunciando la richiesta di "un'indagine parlamentare sulla Procura di Roma".
Nel video infatti il generale Elmakrahy insinua che il modo di lavorare dei pm italiani non sia all'altezza della situazione, e spiega che mentre la procura egiziana "conduce direttamente le indagini", quella italiana "delega la polizia". Secondo il funzionario egiziano, la procura cairota ha inviato 28 richieste di documentazione a Roma e se ne è viste rifiutare 12, mentre il pm Colaiocco, titolare del fascicolo, "ha inviato 60 richieste di documentazione e il Cairo ha risposto a 44 di esse". Soprattutto - sottolinea - quello che l'Egitto vorrebbe sapere e che l'Italia non gli concede di sapere sono i nomi dei testimoni oculari che hanno riferito di aver visto Regeni mentre veniva torturato. Dal canto suo, la ministra Trenta si spinge un po' troppo in là quando dice: "Noi abbiamo fiducia che l'Egitto sia un Paese che rispetta i diritti umani e che stia lavorando per assicurare verità e giustizia".
"Sono stata contattata dal sig. Mahmoud Abd Hamid che si è presentato come rappresentante dell'emittente araba Al Arabiya in Italia - ha spiegato ieri su Fb Trenta - per un film documentario sui rapporti diplomatici ed economici fra Italia ed Egitto. Se avessi saputo che la mia intervista sarebbe finita in un documentario che considero vergognoso e inaccettabile, naturalmente non avrei mai dato il mio consenso".
Anche Tricarico prende le distanze dal video: "Le mie parole, che sottoscrivo punto per punto, sono state rese funzionali alle tesi del filmato che io non condivido". L'aviatore ha riferito di essere stato "intervistato per circa un'ora, un mese fa, da un giornalista egiziano che si è presentato come Khalifa Mohamed e ha detto di lavorare per Al Jazeera e Al Arabiya. Ho sostenuto che la politica estera di un Paese deve essere la sintesi degli interessi nazionali e non essere ostaggio di un singolo caso, per quanto doloroso".
Gasparri invece arriva a minacciare querela contro Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione d'inchiesta sulla morte di Regeni, che ha bollato il filmato come "l'ennesimo inaccettabile tentativo di depistaggio" e ha giudicato "molto grave che esponenti italiani, politici e militari, si siano prestati a questa operazione ignobile".
di Sara Creta
Il Domani, 30 aprile 2021
Viaggio a bordo della motovedetta della Guardia costiera libica che intercetta e riporta nel paese chi fugge dalle guerre, dalla fame e dai centri di detenzione. "Here Libyan Coast Guard, plane in the air, can you read me? ("Qui Guardia costiera libica, aereo in volo, mi ricevi?")" È il 28 marzo del 2021, una comunicazione radio registrata a bordo della motovedetta libica Fezzan svela le modalità attraverso cui la Guardia costiera libica viene coordinata, con il supporto dei mezzi aerei europei, per riportare i migranti verso la Libia.
Quel 28 marzo, alle 14:18, la motovedetta libica Fezzan, classe Corrubia, un tempo di proprietà della nostra Guardia di finanza, si trova a una cinquantina di miglia dalla costa di Zwara, città di partenza delle barche dirette in Italia. Una comunicazione via radio ripete le coordinate "34d23N, 13d12E". Serviranno sei tentativi per riuscire a trascrivere la posizione sul foglio di carta spiegazzato. Le comunicazioni sono disturbate, una conferma delle notizie pubblicate da Domani nelle settimane scorse: spesso comunicare con i libici è impossibile, si perdono ore cruciali per salvare vite, che il più delle volte finiscono inghiottite dal Mediterraneo. Siamo a bordo della motovedetta e con una telecamera riprendiamo dall'inizio alla fine il respingimento in Libia che viene portato a termine con la complicità dell'Europa. "Radio Sabratha, ho ricevuto una posizione via radio. Puoi confermare chi me l'ha inviata? È una richiesta di aiuto?", comunica l'ufficiale libico via radio. Segue una risposta incomprensibile. Riprende la navigazione a 14 nodi.
Siamo nel cuore del Mediterraneo centrale, nell'area di competenza maltese, un gommone di colore grigio con 11 persone a bordo è in difficoltà. A 9 miglia di distanza c'è la petroliera Saint George. Il centro di coordinamento di Malta assume il comando, l'aereo coordina l'operazione dall'alto ma chiede di non essere identificato. A bordo della motovedetta Fezzan prende sempre più forma il respingimento di chi fugge dell'inferno.
"Aereo europeo nell'area", mi dispiace ma al momento non posso dare altre informazioni, ripete il pilota durante una comunicazione radio con la nave Saint George. La stessa voce, sempre sul canale 16 chiede alla piattaforma Bouri: "Habibi, puoi aiutarmi a contattare Fezzan?" La posizione è trasmessa mentre il velivolo Osprey 1 di Frontex - l'Agenzia per la sicurezza delle frontiere esterne all'Unione europea - si trova in prossimità della barca dei migranti da salvare. Nella zona c'è anche il beechcraft King Air delle Forze armate maltesi. Il capitano della Fezzan, un uomo scarno e silenzioso, scarabocchia le coordinate delle barche di migranti che saranno intercettate.
Teoricamente la Fezzan può viaggiare a una velocità di 24 nodi. "Ma poi usiamo troppo carburante", dice il capitano, "e il motore potrebbe esplodere". In poche ore l'equipaggio ha già tirato fuori dall'acqua circa 200 migranti, ma ha dovuto lasciare in balìa delle onde una barca di legno con oltre 150 persone. La Fezzan è già troppo piena. Le persone recuperate si accalcano sul ponte, gli occhi sono pieni di paura. "State seduti", ripetono i libici a più riprese. Sheik è un giovane del Gambia, ha solo 16 anni. È al suo quinto tentativo di fuga, sopravvissuto a un naufragio in cui ha visto morire i suoi compagni di viaggio. "Sono terrorizzato, non so dove mi porteranno", sussurra. Riprendono le comunicazioni via radio e nella piccola sala a bordo della Fezzan fa eco la voce di un pilota con accento maltese "posizione ponente". Il pilota in volo ripete la posizione, prima in arabo e poi in inglese: il capitano della vedetta libica 658 Fezzan annota le coordinate sul foglio spiegazzato che ha tenuto in mano tutta la giornata. Un ufficiale inserisce le coordinate nel computer di bordo. Mani libere ai libici di operare. " Rubber boat, rubber ", ripete il pilota, per specificare che si tratta di un gommone. Sono passate 3 ore circa dalla prima comunicazione via radio.
Continua la navigazione. Sul ponte della Fezzan ci sono almeno 200 persone. Puntini di luce isolati a metà tra la notte e il buio del mare riflettono tra le onde. Sono i fari della petroliera Saint George partita da Zuwara in direzione del porto di Milazzo. I libici cercano un gommone grigio nel buio della notte. La posizione dell'imbarcazione: 34d21N, 13d10E Zona di ricerca e soccorso (Sar) Maltese. Sono le 21.41: "Operazione completata", comunica Mahmoud con la sala operativa a Tripoli. Undici persone salgono a bordo della Fezzan.
La Fezzan alle 01:21 raggiunge il porto di Tripoli, Sheik e gli altri sono ammanettati e costretti a salire sugli autobus - forniti dall'Europa - del Dipartimento per il controllo dell'immigrazione del ministero dell'Interno libico. I respinti da Malta e dall'Europa non hanno alternativa. Per loro c'è solo il pavimento del centro di detenzione di Tripoli Al-Mabani, dove sono rinchiuse tre persone per metro quadrato. Qualche settimana più tardi, nello stesso centro, un morto e due feriti: il bilancio di una sparatoria avvenuta durante un tentativo di fuga. Due adolescenti di 17 e 18 anni con ferite da arma da fuoco saranno trasferiti per cure mediche urgenti da un team di Medici senza frontiere in una clinica di Tripoli.
Ai libici il lavoro sporco - Il 25 marzo, tre giorni prima del respingimento documentato da Domani a bordo della Fezzan, a Tripoli si è appena conclusa una missione congiunta dei tre ministri degli Esteri di Italia, Francia e Germania. L'Unione europea vuole recuperare terreno, ma soprattutto credibilità e rimandare a Tripoli il proprio ambasciatore. Ma la partita non è semplice. La Turchia è diventato il principale alleato militare di Tripoli e le promesse non mantenute dell'Europa lasciano spazio ancora una volta a scetticismo.
Sono passati quattro anni dalla promessa - a oggi non mantenuta - di creare una centrale operativa di coordinamento marittimo a Tripoli. Un fitto intreccio di rapporti bilaterali, guidati dall'Italia e finanziati dall'Ue per legittimare respingimenti collettivi. "Avrebbe dovuto esserci una sessione di studio, una simulazione del processo di ricerca e soccorso, lo sviluppo delle capacità del team, un centro di ricerca e soccorso da istituire, laboratori per lavori di manutenzione... Niente di tutto ciò è stato eseguito", racconta il capitano della Guardia costiera libica Abugella. Resta solo sulla carta il progetto del Centro marittimo per la ricerca e il soccorso in Libia, in gergo Lmrcc (Libyan marittime rescue coordination centre project).
"La guerra e il Covid hanno ritardato la creazione del Lmrcc", è la risposta della Commissione europea, che aggiunge "il piano è stato riadattato". Come? La nuova "soluzione" prevede un Mrcc-container e corsi di formazione per un totale di 2,7 milioni di euro. Seguiranno altre consegne previste per i prossimi mesi: sei gommoni rigidi per la Guardia costiera libica e l'Amministrazione generale per la sicurezza costiera, ufficialmente sotto il ministero degli Interni. E ancora, "tre nuove navi di ricerca e soccorso per la Guardia costiera libica, un piano di manutenzione di accompagnamento e lo sviluppo di un ulteriore centro mobile di coordinamento marittimo". La nuova unità mobile Mrcc sarà operativa solo nel 2022 e prevede un costo di 1,7 milioni di euro.
L'istituzione dell'area di ricerca e soccorso (Sar) libica e la sua fattibilità si devono al governo italiano "con la notifica formale dell'area Sar Libia all'Organizzazione marittima internazionale e con la conduzione di uno studio per l'istituzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo libico". L'Europa ha pagato e l'Italia ha progettato. Le navi dell'operazione Nauras nell'ambito delle attività di Mare sicuro della Marina militare italiana, presenti a rotazione nel porto di Tripoli dalla fine del 2017, forniscono supporto tecnico ma anche coordinamento tra le forze navali libiche e quelle italiane ed europee per la ricerca e soccorso.
C'è anche un finanziamento di 46 milioni di euro (42 provenienti dal Fondo fiduciario d'emergenza per l'Africa) per attività attuate dal ministero dell'Interno italiano e destinate ad addestrare i libici, istituire la zona Sar libica, rafforzare le capacità operative, fornire mezzi ed equipaggiamento per il controllo delle frontiere marittime e terrestri. Secondo la deputata europea Özlem Demire il budget originario di 46 milioni di euro è stato abbassato a 15, ma la Commissione non è in grado di specificare con esattezza la posizione della sala operativa libica per la ricerca e soccorso (Sar).
Nei registri dell'organizzazione marittima internazionale la sede del centro coordinamento marittimo è l'aeroporto - ormai in disuso - situato nella città di Ben Ghashir, a circa 34 chilometri a sud di Tripoli. Una delle zone dove i combattimenti degli ultimi anni sono stati i più intensi. Fonti istituzionali (come il sito della polizia di stato e quello di Invitalia) permettono di rintracciare le fasi del progetto europeo di esternalizzazione della frontiera europea e scoprire che a fronte dei 46 milioni di euro previsti nel 2017, a settembre 2020 ne risultano spesi meno di 6 milioni. Il ministero dell'Interno italiano prima e il Tribunale amministrativo del Lazio hanno prontamente e genericamente rigettato le richieste di accesso ai documenti e alle informazioni relative all'utilizzo delle risorse finanziarie dei programmi europei in Libia.
Motivazione: "Un'eventuale pubblicazione di informazioni attinenti a strutture, equipaggiamenti e servizi delle istituzioni di stati esteri, ottenute attraverso rapporti operativi, infatti, sarebbe anche contraria ai principi di correttezza che usano caratterizzare le relazioni internazionali". Diverse associazioni europee, tra cui anche gli avvocati italiani di Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) avevano già sottolineato la difficile compatibilità del Fondo fiduciario per l'Africa con i requisiti previsti da Bruxelles per la gestione dei fondi dell'Unione. "Manca una chiara e coerente definizione degli obiettivi", è la denuncia, ma ci si interroga soprattutto sul tema dell'impatto di alcune di queste attività sui diritti fondamentali di migranti.
Nei documenti riservati dell'Unione europea, le autorità di Bruxelles ribadiscono le preoccupazioni per la sorte dei migranti che nel paese "continuano a essere oggetto di detenzione arbitraria e tortura, sia nelle carceri ufficiali che non ufficiali". Le attività finanziate dall'Unione comprendono la fornitura di imbarcazioni all'amministrazione generale per la sicurezza costiera (Gacs) - un nuovo sceriffato di milizie integrato al ministero degli Interni - e quella di trenta Land Cruiser Toyota e dieci Minibus Iveco, al dipartimento per il controllo dell'Immigrazione del ministero dell'Interno, nonché l'appalto per la fornitura di 14 ambulanze per il pronto soccorso. Si aggiungono anche altri servizi di "assistenza tecnica e consulenza specialistica, appaltati a società di consulenza esterne e formazione".
I beneficiari - Tra gli uomini della Guardia costiera gli ufficiali di carriera sono pochi. Stabilire una struttura lineare per gestire il Centro marittimo per la ricerca e il soccorso libico è una missione intricata. Marina militare e Guardia costiera sono un unico corpo e rispondono al ministero della Difesa, le cui deleghe ancora oggi rimangono nelle mani del premier Dbeibah. Se gli incarichi politici sembrano essere più noti - in cima, c'è il capo di stato maggiore, il generale Mohammed el-Haddad - quelli più operativi sembrano affidati a tutti e a nessuno. Gli unici rappresentanti veri sono appunto il colonnello Reda Eissa, capo della Guardia costiera libica, e il capo della Marina libica, il maggiore Noureddin Elboni. Salem Elkabir, dipendente della Libyan civil aviation authority, è l'unico nome che si legge tra i responsabili delle comunicazioni a terra. E tra gli indirizzi mail ufficiali compaiono due indirizzi gmail.
Il documento riservato - L'evoluzione delle relazioni con la Guardia costiera libica è parafrasata in un inedito report interno del 2 febbraio 2021, intitolato Monitoring mechanism libyan coast and navy, redatto da EunavForMed-Operazione Irini, la missione navale europea guidata dall'ammiraglio Fabio Agostini. Nel documento di monitoraggio si rileva "la situazione critica nei centri di detenzione, la scarsa attrezzatura, i salari inadeguati, la mancanza di carburante per le imbarcazioni". In una recente inchiesta Domani, in collaborazione con il Guardian e Rai News, aveva documentato l'inerzia della polizia marittima libica: in un giorno di naufragi con centinaia di morti erano state effettuate oltre 50 chiamate senza risposta verso la centrale di Tripoli. Nessuna risposta, mentre bambini, donne e uomini affogavano. Nel report si accenna a una ripresa delle attività di monitoraggio e formazione della Guardia costiera libica, legata però alla fornitura delle attrezzature, in particolare "imbarcazioni idonee all'attività Sar e aerei".
Vite a rischio - Negli ultimi anni Frontex ha notevolmente rafforzato le sue capacità di sorveglianza. L'Agenzia dell'Unione europea ha appena pubblicato una gara di appalto per voli di sorveglianza del valore di 101,5 milioni di euro. E in base al nuovo regolamento, sarà in grado di acquistare la propria flotta. I funzionari di Frontex sono consapevoli del fatto che stanno principalmente aiutando a tenere i rifugiati lontani dalle coste dell'Europa. "Sappiamo che il centro di coordinamento di Tripoli non funziona, informiamo gli italiani e tutti gli Mrcc dei paesi vicini", racconta un funzionario di Frontex.
Il parlamento europeo è preoccupato. In una lettera all'attuale commissario Ylva Johansson e al direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, i deputati europei democratici e socialisti della commissione per le Libertà civili e gli affari interni hanno chiesto chiarimenti sulle modalità operative incluse nel nuovo accordo tra Frontex e l'operazione Irini. "Scambio di informazioni, operazioni di sorveglianza e ricognizione con Frontex e la missione Irini", racconta un capitano libico che dice di ricevere le foto delle imbarcazioni di migranti direttamente sul suo telefono personale.
Dopo mesi di ricerche, Domani, in collaborazione con Lighthouse Reports, Der Spiegel, Liberation e la televisione tedesca ARD Monitor, grazie a dati open source, interviste con i sopravvissuti, dipendenti di Frontex, membri della Guardia costiera libica, oltre alla visualizzazione di documenti, foto e video esclusivi, ha ricostruito l'andamento di 94 tentativi di traversata, avvenuti tra gennaio e novembre 2020 nel Mediterraneo centrale, in cui oltre 3.000 persone sono state intercettate dalla Guardia costiera e riportate in Libia. 91 persone sono morte durante le operazioni o sono considerate disperse, probabilmente in parte perché il sistema istituito dagli europei comporta notevoli ritardi.
Più volte i funzionari dell'Agenzia hanno dovuto fare i conti con i naufragi. In almeno 20 casi, gli aerei di Frontex hanno volato in prossimità delle imbarcazioni di migranti da salvare, ma nella stragrande maggioranza, alla fine sono intervenuti i libici. L'ultima volta è capitato il 21 aprile al largo della Libia, 130 i morti. "Li hanno lasciati annegare", hanno denunciato gli attivisti di Alarm Phone (un servizio umanitario di soccorso, ndr). "La nostra priorità è salvare vite umane", ha risposto alla richiesta di commento Frontex, aggiungendo che "quando sono in gioco vite umane facciamo il possibile per fornire informazioni alle autorità coinvolte nelle operazioni di soccorso, con email, ma anche telefonate e messaggi. In casi estremi mayday e chiamate radio, come la scorsa settimana con la nave Ocean Viking che abbiamo guidato verso una barca in pericolo". Una mail ricevuta dal capitano Emil Przybylski della nave portacontainer ALK il 21 aprile parla chiaro. Alle 17:20 un messaggio di soccorso è stato inviato dal Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo di Roma, a nome della Guardia costiera e della Marina libica. "Richiesta di prestare assistenza a un gommone in pericolo con circa 120 persone in posizione 33d26N, 13d57E". Segue una mail il 22 aprile 2021 alle 00:24 inviata dal centro operativo di Roma. Oggetto: Schemi Ricerca per evento 371 / 2021. Roma scrive "per conto della Guardia costiera e della Marina libica".
di Alberto Mingardi
Corriere della Sera, 30 aprile 2021
Viviamo in un mondo complesso e avremo sempre davanti problemi nuovi e diversi. Ci piacerebbe avere certezze che vadano bene per tutti, ma non è possibile. Dove è meglio decidere? Il Covid-19 ci ha insegnato che locale e globale sono forse più complementari di quanto ci piaccia pensare. Da una parte, per affrontare la pandemia serve attivare conoscenze diffuse sul territorio. Più importante di sapere quanti letti di terapia intensiva sono pieni, in un certo giorno, in Italia, è monitorare quanti lo sono in una certa regione, in una certa città, in un certo ospedale. Per quanto imperfetto possa essere il regionalismo italiano, è difficile immaginare che si potesse tenere il polso del contagio senza passare dai governi locali. Dall'altra, se abbiamo qualche speranza di lasciarci alle spalle il Covid e tornare alla vita di sempre è grazie a imprese multinazionali, a laboratori di ricerca che operano in stretto contatto a prescindere dalle frontiere, a una comunità scientifica che è autenticamente mondiale e che grazie alle tecnologie riesce a condividere informazioni in presa diretta.
Un evento drammatico come la pandemia crea non solo una domanda di intervento politico, di aiuti e sostegni, ma anche di novità risolutive, permanenti. Dobbiamo costruire una "nuova normalità". Ne "usciremo migliori", si dice. Proprio la sofferenza e le difficoltà ci inducono a immaginare cambiamenti rivoluzionari e in qualche modo definitivi. Questo anima, nel nostro Paese, due partiti. Da una parte quelli che confidano che l'Unione Europea cresca attraverso le crisi, che meccanismi come il quantitative easing della Banca centrale europea e lo stesso Recovery Fund siano ormai permanenti, rinsaldando Bruxelles a spese delle vecchie capitali. Dall'altra coloro che ritengono che gli Stati nazionali, che hanno dosato la carota dei ristori e il bastone delle serrate obbligatorie, abbiano ripreso centralità e siano sempre meno inclini ad accettare compromessi con gli altri Stati membri o la comunità internazionale quando c'è in ballo il loro interesse nazionale, comunque definito.
In pratica le posizioni degli uni e quelle degli altri sono più vicine di quanto appaia. La classe politica può soffrire il "vincolo esterno" ma oggi quel vincolo non esiste più: l'Ue rappresenta un fattore di accelerazione, non di freno, della spesa pubblica. Il massimo della rivolta contro la globalizzazione passa per l'eliminazione di uno dei pochi spazi di concorrenza fiscale disponibili, quello sulla tassazione dei profitti d'impresa. Seguendo il progetto di Janet Yellen, gli Stati sembrano ben felici di rinunciare a un po' di sovranità, per tutelare la propria base imponibile.
In realtà dalla pandemia dovremmo forse trarre le lezioni opposte a quelle che ci sembrano intuitivamente più plausibili. Il commercio internazionale ha retto sorprendentemente bene, in un anno segnato da profonde limitazioni alla libertà di movimento. In molti hanno biasimato la complessità delle filiere produttive, che spesso attraversano non solo Paesi ma continenti diversi: eppure le imprese, quando hanno potuto, si sono dimostrate straordinariamente flessibili. I banchi dei supermercati sono rimasti affollati dei prodotti più vari; nell'incertezza e nella crisi, non abbiamo sperimentato la scarsità dei beni da comprare. Merito unicamente dell'iniziativa privata, o anche del pragmatismo di Stati e organizzazioni internazionali che hanno saputo non solo introdurre vincoli ma anche, per una volta, rilassarli per evitare contrazioni del commercio internazionale?
Il regime di tutela dei diritti di proprietà intellettuale sarà senz'altro discutibile, ma è un po' curioso che lo si trascini sul banco degli imputati dopo che ha consentito nel corso di un anno lo sviluppo di 78 vaccini Covid, alcuni dei quali ci stanno liberando dall'incubo pandemico. Mossi dalla più politica delle passioni, la paura, abbiamo quasi tutti desiderato che i mezzi coercitivi dello Stato guadagnassero terreno sui mezzi economici del mercato: è difficile però sostenere che abbiano funzionato meglio. Come spesso accade le intenzioni dei nostri governanti erano impeccabili, i loro risultati un po' meno.
Non è nemmeno detto che decisioni concertate fra gli Stati siano di per sé sempre auspicabili. Nella lotta al Covid ci siamo accorti di navigare in acque inesplorate. Quando non conosciamo abbastanza per deliberare, non è che faremo le scelte giuste soltanto perché le stiamo facendo assieme. Che Paesi diversi abbiano contrastato il virus in modi diversi è stata una straordinaria occasione di apprendimento. Dalla campagna vaccinale israeliana e inglese - e dai problemi di quella cilena con il vaccino cinese - abbiamo tratto informazioni che ci verranno utili. Sarebbe stato meglio se tutti avessimo seguito la stessa strada?
Proprio perché viviamo in un mondo complesso dobbiamo sapere che abbiamo, e avremo sempre davanti, problemi nuovi e diversi. Ci piacerebbe avere delle certezze, che vanno bene ovunque e per tutti, ma la verità è che il massimo che possiamo fare è cercare di procedere, faticosamente, per tentativi ed errori. Al pluralismo dei problemi difficilmente può corrispondere un monopolio delle soluzioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 aprile 2021
Il Terzo Settore che rientra nel piano di inclusione e coesione del Recovery Plan è inserito anche nel discorso penitenziario. Ma perché è così fondamentale? La presenza del Terzo Settore nelle carceri è sempre più segnata dalla cultura del progetto, sia individuale che collettivo, finalizzato all'inclusione sociale e alla rieducazione attiva.
Le attività svolte dagli operatori del Terzo Settore (ma anche dei volontari, figura indispensabile) sono molteplici e diversamente diffuse Quelle maggiormente praticate sono quelle culturali o di animazione socio-culturale che coinvolgono molti detenuti.
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