di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 9 giugno 2021
Dal 9 al 22 agosto sarà garantito soltanto un "presidio minimo" nei servizi essenziali. L'Usb Giustizia: "Decisione assurda". Anche la giustizia va in vacanza. A chiudere i battenti sono i "sistemi informativi automatizzati" che andranno "in ferie" dal 9 al 22 agosto: per due settimane sarà garantito soltanto un "presidio minimo" nei servizi essenziali, cioè sui sistemi di rete e i server nazionali.
La decisione viene direttamente dalla Dgsia (Direzione generale per i sistemi informativi automatizzati) del ministero della Giustizia, che con una nota ha informato l'Unione sindacale di base (Usb) per il pubblico impiego della sospensione. Il motivo? "La riduzione dell'attività lavorativa degli uffici ministeriali e giudiziari, nonché le chiusure aziendali", si legge nel provvedimento.
Ma per Giuseppa Todisco, segretaria dell'Usb Giustizia, si tratta dell'ennesimo "atto di forza" delle società private di cui si avvale il ministero nei confronti dei lavoratori della pubblica amministrazione. E anche di una vera e propria contraddizione rispetto alla tanto proclamata esigenza di velocizzare la Giustizia.
"È inutile sottolineare l'assurdità di questa decisione in un momento in cui l'Unione Europea rimarca la necessità di ridurre i tempi della Giustizia, condizione essenziale, tra l'altro, per ricevere i Fondi del Recovery Plan", scrive il sindacato in un comunicato. Ma "ancora più grave - si legge - è rilevare che la chiusura estiva di queste società private imponga un fermo delle attività di questa articolazione pubblica snaturando completamente la funzione di questa direzione e svilendo il personale che in essa vi opera. In sostanza la massiccia privatizzazione dell'informatica nel Ministero della Giustizia ha prodotto che la direzione informatica e le sue articolazioni territoriali si debbano piegare ai diktat delle imprese private contrariamente a quanto dovrebbe avvenire".
Le articolazioni a cui si fa riferimento sono gli Uffici dirigenziali di coordinamento territoriale denominati Cisia (Coordinamenti Interdistrettuali per i Sistemi Informativi Automatizzati), di cui la Dgsia ha disposto la chiusura ad agosto unitamente a quella degli "Uffici della Direzione Generale e dei Presidi". Mentre la Dgsia si occupa sostanzialmente della digitalizzazione dell'amministrazione della Giustizia, gli uffici Cisia hanno funzione di supporto, con il compito di garantire presso le articolazioni territoriali il funzionamento dei sistemi informatici, telematici e di telecomunicazione, e di "coordinare il personale tecnico-informatico dell'amministrazione e dei fornitori". La loro chiusura ha più di un risvolto negativo, sottolinea l'Usb. Il primo riguarda certamente il personale amministrativo, che sarà messo in ferie forzate, e al rientro sarà costretto a turni massacranti per recuperare l'attività informatica arretrata. "Ma il punto focale di questa faccenda" è un altro, spiega Todisco al Dubbio, dipingendo un quadro alquanto drammatico delle infrastrutture digitali.
"La Dgsia sembra andare controcorrente e invece che approfittare della riduzione delle attività giudiziarie per un intervento massiccio di aggiornamento e/o manutenzione straordinaria dei sistemi, decide di chiudere i battenti", scrive il sindacato. Sistemi che "che fanno acqua da tutte le parti", sottolinea Todisco. Caso emblematico è quello del portale telematico del processo penale, il cui malfunzionamento, più volte denunciato dall'Ucpi, mette a rischio l'esercizio del diritto di difesa. "Abbiamo investito cifre enormi nella digitalizzazione - conclude Todisco - un miliardo e 100 milioni dal 2014 a oggi, per arrivare all'anno zero. Perché praticamente siamo all'anno zero: la giustizia penale telematicamente è ancora tutta da costruire, la giustizia civile più o meno funziona. Finché i server reggono...capita infatti che non reggano, e per giorni non possiamo lavorare. Ecco la situazione della giustizia...".
di Liana Milella
La Repubblica, 9 giugno 2021
Il nome è stato scelto e lo sentiremo pronunciare prima del previsto. Si chiama Agenzia per la cyber-sicurezza nazionale, acronimo: Acn, e già domani il decreto legge che la istituisce potrebbe finire sul tavolo del Consiglio dei ministri, sempre che il premier Draghi riesca a convocarlo prima di partire per il G7 in Cornovaglia. L'Agenzia, fino ad oggi tassello mancante della complessa architettura di difesa delle nostre reti e infrastrutture strategiche, ha in sé l'ambizione di far recuperare all'Italia il ritardo accumulato nell'ultimo decennio in un settore cruciale come quello della protezione cibernetica.
La cui importanza continua a sfuggire a gran parte dell'opinione pubblica, ma è ben chiara ai governi dell'Alleanza Atlantica, preoccupati dall'aggressività di camaleontici gruppi di hacker legati ad apparati parastatali e paramilitari cinesi, russi, nordcoreani. I danni arrecati all'economia non sono virtuali, sono devastanti, come dimostra quanto accaduto il 7 maggio al Colonial Pipeline, il più grande oleodotto degli Stati Uniti: 8.800 chilometri di tubazioni tra Texas e New Jersey bloccati dai pirati digitali e da una richiesta di riscatto in bitcoin.
Non a caso Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, in visita al Pentagono ha ribadito che la difesa dalle minacce informatiche "sempre più sofisticate" è e deve essere la priorità. Dunque, l'Agenzia nazionale. La bozza del decreto legge, a cui ha lavorato Franco Gabrielli, ex capo della Polizia adesso Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, è articolata e molto tecnica: definisce gli obiettivi, la struttura e il funzionamento dell'Acn e, contemporaneamente, riscrive la governance della cyber-security in Italia.
Il testo è già stato mandato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), in nome di un impegno preso da Gabrielli a condividere il dl con gli onorevoli. Segnando così, una volta di più, la discontinuità col metodo del governo Conte II. A dicembre, infatti, l'allora premier ha provato a forzare la mano, inserendo la norma che faceva nascere un Istituto italiano di Cyber-sicurezza (molto diverso, nella concezione, dall'Agenzia) nella legge di Bilancio, senza dire niente a nessuno e spiazzando l'intera maggioranza. Il blitz, ideato col suo braccio destro al Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), l'ex direttore Gennaro Vecchione, è fallito. Con la nomina di Gabrielli e con l'arrivo al Dis della nuova direttrice, Elisabetta Belloni, il piano per un organismo nazionale che funga da referente unico per Bruxelles e per la miriade di imprese e ricercatori impegnata nella sicurezza cibernetica, è rientrato sul binario della prassi istituzionale, si è definito e rilanciato.
Come anticipato da Repubblica, l'Agenzia sarà pubblica, avrà un capo scelto dal governo e sarà incardinata nella Presidenza del Consiglio, sotto l'Autorità delegata. Ma a che cosa servirà? E perché è una buona notizia per tutti? Facciamo un passo indietro. Nel 2013 la Nato e l'Unione hanno preteso dall'Italia uno sforzo di aggiornamento del perimetro di difesa digitale, allora completamente inadeguato. Il governo Monti ha deciso di affidare al Dis il compito di mettere in piedi, nel più breve tempo possibile, una governance nazionale sulla sicurezza cibernetica. Spingendo però il Dis su un crinale estraneo dalla sua missione tipica, che è coordinare le due agenzie di intelligence, Aise e Aisi.
Col governo Gentiloni, nel 2017, si è piantato il seme della futura Agenzia: al di là della risposta ai cyber-attacchi, infatti, era impellente potenziare la sicurezza dei sistemi, dei computer nei ministeri e nella pa, dei prodotti tecnologici connessi alla Rete, degli operatori dell'energia e delle telecomunicazioni. Un obiettivo raggiungibile solo mettendo in contatto le aziende con le Università, il mondo dell'accademia e i centri di ricerca.
E solo dando a questo variegato universo indicazioni unitarie che evitino la dispersione delle risorse e convoglino gli sforzi su cosa effettivamente serve al Paese. Da qui l'esigenza di un'Agenzia nazionale pubblica. Che dialoghi col Dis ma che dal Dis non sia controllata o partecipata, a differenza di come la voleva Conte. Si evita così di esporre il Paese al rischio della sorveglianza di massa.
di Giulia Merlo
Il Domani, 9 giugno 2021
Il presidente del tribunale di Verbania ha sostituito la gip che aveva scarcerato i tre indagati. Per "ragioni tabellari", dice lui. Ma per gli avvocati è una scelta "anomala" che desta preoccupazione sulla terzietà del giudice. La storia processuale della tragedia di Stresa si complica ancora di più e rischia di venire soffocata da nuove tensioni: prima quelle create dal cortocircuito tra media e procura, ora lo scontro interno alla magistratura stessa.
Il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, ha tolto il fascicolo a Donatella Banci Buonamici, la gip che aveva deciso per il rigetto della richiesta di convalida di fermo, presentata dalla procura per i tre indagati. Una revoca che è arrivata proprio nel momento in cui la gip stava per depositare la sua decisione sulla richiesta di incidente probatorio sulla cabina, chiesto dalle difese e a cui si è opposta la procura perché, se fatto subito, "pregiudicherebbe in modo irreversibile lo svolgimento delle attività di indagine".
Sulla carta, le motivazioni del cambio di gip sono di natura tecnica: Banci Buonamici era la gip supplente e ora il fascicolo è stato assegnato alla gip titolare, Elena Ceriotti, che è rientrata nel suo ruolo il 31 maggio facendo terminare la supplenza. Nelle motivazioni scritte dal presidente del tribunale, l'assegnazione a Banci Buonamici era "giustificata per la convalida del fermo", ma "non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione".
Secondo il vertice del tribunale, dunque, la scelta è stata dettata da banali ragioni procedurali di distribuzione del lavoro interno perché il procedimento è stato riassegnato alla "titolare per tabella del ruolo", sulla base di una "equa e coerente distribuzione del lavoro". Nulla c'entrerebbe il duro scontro a colpi di dichiarazioni sui giornali dei giorni successivi alla scarcerazione dei tre indagati. La gip aveva detto che gli estremi per il fermo (che la pm aveva motivato anche con il "clamore mediatico", pur avendo lei stessa reso molte dichiarazioni alla stampa) non c'erano e che "si dovrebbe essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia ed è una garanzia".
La pm Olimpia Bossi, annunciando la richiesta di riesame aveva ribattuto di essere convinta delle sue scelte d'indagine e aveva aggiunto che la decisione "sta nelle regole del nostro lavoro" e ma che "per un po' il caffè che a volte bevevo con il giudice alla macchinetta, lo prenderò da sola nella mia stanza". Un botta e risposta che, soprattutto nell'ultima parte riferita al pm, aveva inasprito ancora di più il dibattito e soprattutto infastidito gli avvocati per l'apparente rappresentazione di contiguità tra procura e tribunale.
Scelta anomala - Eppure, il tempismo della decisione del presidente del tribunale di riassegnare il fascicolo stride. Questo particolare tipo di esonero, infatti, è del tutto eccezionale: normalmente, infatti, un gip viene sostituito da un procedimento su cui ha già iniziato a lavorare per ragioni di impedimenti personali oppure di incompatibilità. Non consueto, invece, è che questo avvenga per ragioni "tabellari". La prassi, infatti, prevede che la competenza resti al primo gip che ha adottato un atto del procedimento. Secondo il presidente del tribunale, invece, questa regola non varrebbe nel caso di una gip supplente.
Inoltre questa sostituzione in corsa potrebbe creare un problema: in piccoli tribunali con pochi magistrati come è Verbania, il rischio spesso è di creare incompatibilità tra i giudici che se sono stati gip nel procedimento non possono poi essere anche giudici dell'udienza preliminare. Con questa mossa, invece, il presidente del tribunale ha perso la possibilità di utilizzare uno dei suoi magistrati: Banci Buonamici non potrà più svolgere alcun ruolo nel processo. Ancora più stridente, infine, è che il presidente del tribunale pubblichi un comunicato per spiegare una scelta che viene considerata una semplice prassi burocratica, proseguendo sul filone di un procedimento che ha fatto della stampa il suo luogo privilegiato.
Le polemiche con gli avvocati - La decisione ha inevitabilmente riacceso un faro non tanto sul merito dell'inchiesta, quanto ancora sulla gestione delle indagini preliminari da parte della procura e del tribunale.
I primi ad attaccare sono gli avvocati, sia quelli degli indagati che la Camera penale. "È un provvedimento anomalo. Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro", ha commentato l'avvocato Pasquale Pantano, legale di uno degli indagati. Anche la Giunta dell'Unione camere penali italiane ha annunciato di aver attenzionato la situazione, "verificando natura e ragioni del clamoroso provvedimento" che "crea allarme nell'avvocatura per il contesto giudiziario nel quale esso è maturato". I penalisti, dunque, si riservano l'adozione di "di ogni eventuale iniziativa".
La scelta è stata definita "singolare" anche dal presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, Alberto de Sanctis: "È ancora più incredibile che questo avvenga d'urgenza così di fatto da impedire al gip originario di decidere su una richiesta di incidente probatorio formulata dalla difesa". Il sospetto dei legali, infatti, è che la sostituzione in corsa del gip che ha dato ragione alle difese sulla scarcerazione sia servita a evitare un'altra decisione sfavorevole alla procura sul tema della concessione dell'incidente probatorio sulla cabina, su cui la gip sostituita stava per decidere e che ora sarà responsabilità della nuova giudice affrontare.
Al netto della vicenda processuale - che tuttavia continua a complicarsi per ragioni che esulano dal merito della tragedia - la scelta del presidente del tribunale rischia di avere ulteriori echi mediatici sull'indagine. Un livello di scontro che esula dall'indagine vera e propria ma che rischia di influenzarla, instillando dubbi sulla terzietà del tribunale ma soprattutto minando la serenità della nuova gip. A lei ora spetta decidere sull'incidente probatorio: il ruolo le impone di decidere sulla base degli atti e nulla fa nemmeno ipotizzare che i criteri siano diversi. Tuttavia, una inattesa sostituzione in corsa di questo tipo e le tensioni che sta generando fanno presagire che il livello di scontro intorno alla gestione del fascicolo non si abbasserà, soprattutto nel caso in cui la gip decida in favore della procura di non concedere l'incidente probatorio.
di Federica Cravero
La Repubblica, 9 giugno 2021
Il colpo di scena è una delle tante anomalie sulla vicenda che ha travolto il tribunale di Verbania. Sarà anche frutto di un automatismo e di un ritorno al "giudice naturale", come si sono affrettati a dire negli uffici giudiziari, ma è un dato di fatto che il fascicolo sul Mottarone è l'unico riassegnato alla gip Elena Ceriotti dopo il suo rientro, esonerando la collega Donatella Banci Buonamici che aveva fatto da "supplente".
Per un numero consistente di altri casi infatti non è stato preso lo stesso provvedimento e sono rimasti sulla scrivania dei giudici che li avevano trattati in questi quattro mesi, quando Ceriotti era fuori servizio. Dunque il documento con cui il presidente del tribunale di Verbania, Luigi Montefusco, spiega perché ha tolto dal caso la giudice che ha scarcerato i tre indagati è un provvedimento ad hoc che ha sollevato le ire degli avvocati che già il primo giorno parlavano dell'anomalia di "cambiare arbitro a partita iniziata: non si è mai visto". Il retroscena è uno dei passaggi che la Camera penale di Verbania indica tra le motivazioni che hanno spinto gli avvocati a un giorno di astensione, il prossimo 22 giugno. Ma nel documento si parla anche di influenze di alte cariche della magistratura.
La vicenda in ogni caso non finisce qui poiché il documento passerà alla valutazione del consiglio giudiziario di Torino e la giudice Banci Buonamici avrà la possibilità di fare delle deduzioni. Poi, dopo il parere del consiglio, la vicenda sarà trattata dal Csm. Si fa fatica a capire anche perché il presidente del tribunale abbia sollevato la gip dal caso dopo che lui stesso aveva approvato che se ne occupasse e perché abbia scritto il documento il giorno dopo averla invece appoggiata quando aveva ricevuto delle minacce per il suo operato. Certo è che la vicenda ha creato scalpore ed è stata uno dei momenti più accesi di una dialettica già infuocata tra anime della magistratura sul caso della funivia che va avanti da giorni. Ieri sembrava il giorno in cui tirare le fila, invece la situazione si è ulteriormente complicata.
La giornata era iniziata con l'attesa di un sopralluogo a Stresa. Sul Mottarone erano arrivate squadre di vigili del fuoco, protezione civile, elicotteristi, soccorso alpino, carabinieri, tutti attorno al consulente della procura, l'ingegnere Giorgio Chiandussi, che guardavano da destra e da sinistra la carcassa della cabina numero tre, accartocciata contro gli alberi da più di due settimane, per capire come rimuoverla - probabilmente con l'elicottero - senza danneggiare pezzi utili alle indagini.
Nel frattempo la giudice Donatella Banci Buonamici era impegnata a rispondere alla richiesta dell'avvocato Marcello Perillo che domandava di fare al più presto un incidente probatorio, con un perito super partes nominato dal tribunale, per capire quali fossero le cause dell'incidente, dal perché la fune si è rotta alle anomalie ai freni che avevano indotto il caposervizio a far viaggiare la cabina con il freno disinserito, cosa che poi ha provocato lo schianto della vettura e la morte di 14 persone. Una richiesta fatta con urgenza, prima che le intemperie (e l'improvviso e violento temporale di ieri è stato un monito) alterino la scena.
Forse la gip aveva già persino finito di scrivere quella risposta. E comunque sicuramente ci aveva lavorato a lungo, analizzando anche punto per punto le deduzioni della procura che chiedevano più tempo per identificare tutti i potenziali responsabili (oltre ai tre indagati che ci sono ora) trattandosi di accertamenti irripetibili. E tutti erano lì incuriositi a pensare se stavolta la gip avrebbe accolto l'opposizione delle pm Olimpia Bossi e Laura Carrera o se (come si mormora nei corridoi) avesse di nuovo dato loro contro, dopo aver smontato pezzo per pezzo e respinto dieci giorni fa la loro richiesta di tenere in carcere i tre indagati: il gestore della funivia Luigi Nerini, il direttore d'esercizio Errico Perocchio e il caposervizio Gabriele Tadino.
Invece il colpo di scena è arrivato nel primo pomeriggio quando, al posto dell'atteso responso, è arrivata la comunicazione che il presidente del tribunale sollevava la giudice Banci Buonamici dall'incarico assegnando il caso a un'altra gip. Stupore per gli avvocati. Stupore più grande per la gip Banci Buonamici, visto che in questi mesi aveva sostituito la collega assente altre volte ma non era stata esonerata dagli altri casi. E un'attesa che si è allungata di altri due giorni almeno per dare il tempo alla nuova gip di prendere in mano il fascicolo.
Inoltre anche oggi, mentre la nuova gip Elena Ceriotti sarà al lavoro per pronunciarsi sull'incidente probatorio, la procuratrice capo e la sostituta sono impegnate nel deposito del ricorso al Riesame contro la decisione di scarcere Nerini e Perocchio e di mettere ai domiciliari Tadini. Ancora attesa.
Sopratutto mentre sono tutti a discutere delle regole, il gioco è fermo: in questi giorni gli investigatori si sono impegnati soprattutto sul ruolo dei tre indagati, sentendo più volte gli stessi dipendenti. Un aspetto importante ma che non fa fare molti passi avanti nella ricerca della verità. E d'altra parte non si può neanche andare avanti sulle cause dell'incidente, visto che qualunque accertamento, anche solo esaminare la scatola nera, è un accertamento da fare alla presenza dei consulenti delle parti. Una situazione di stallo che la decisione della - nuova gip - potrà sbloccare.
di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2021
Nota a sentenza: Cass. pen., Sez. V, 14 aprile 2021, n. 13993. Con la sentenza in commento la Cassazione torna ad occuparsi del reato di diffamazione a mezzo internet, precisando in merito al trattamento sanzionatorio che "l'irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per il reato di diffamazione connesso ai mezzi di comunicazione, anche se non commesso nell'ambito dell'attività giornalistica, possa essere compatibile con la libertà di espressione garantita dall'art. 10 Cedu soltanto in circostanze eccezionali, qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza".
Questa in sintesi la vicenda processuale - La Corte d'appello di Messina riformava la sentenza con cui il Tribunale di Patti aveva assolto l'autore del reato di diffamazione commesso mediante la pubblicazione di post denigratori su Facebook nei confronti del Vice sindaco di un comune, condannando lo stesso alla pena di quattro mesi di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena. L'imputato ricorreva, dunque, per cassazione, lamentando che la riforma della sentenza fosse stata pronunciata in assenza di una rinnovazione dell'istruttoria, che mancasse la motivazione rafforzata richiesta in caso di riforma della decisione di primo grado e che fossero stati, altresì, violati gli artt. 595 c.p. e 10 Cedu, avendo la Corte territoriale inflitto una pena detentiva, nonostante la Corte Edu sostenga con orientamento costante la sproporzione della pena della reclusione in relazione al delitto diffamazione, fatti salvi i casi di "discorsi d'odio" o incitamento alla violenza.
Secondo la Corte di Cassazione i primi due motivi di ricorso risultano infondati, in quanto l'impugnata sentenza ha riformato la pronuncia di primo grado sulla base di una prova documentale non suscettibile di rinnovazione e poiché la Corte territoriale ha motivato la propria decisione, delineando correttamente le argomentazioni del proprio ragionamento probatorio contrario a quello alla base del provvedimento riformato.
I Giudici di legittimità decidono, invece, di accogliere l'ultimo motivo di ricorso, allineandosi all'interpretazione dell'ordinanza n. 132 del 2020 con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l'incompatibilità degli artt. 595 co. 3 c.p. e 13 l. 47/1948 - che prevedono la possibile applicazione della pena detentiva in caso di diffamazione aggravata dall'uso della stampa o di un qualsiasi altro mezzo di pubblicità e dall'attribuzione di un fatto determinato - con gli artt. 117 cost. e 10 Cedu.
Tale orientamento, infatti, in conformità con la Giurisprudenza della Corte di Strasburgo, sostiene che la pena detentiva possa essere ritenuta compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti, garantita dall'art. 10 Cedu, solo nei casi eccezionali in cui vengano gravemente lesi altri diritti fondamentali. Ebbene, con la sentenza in commento, anche la Cassazione, ha affermato che in ipotesi di condanna per diffamazione posta in essere tanto con il mezzo della stampa quanto con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, il ricorso alla pena detentiva debba essere limitato ai soli casi in cui l'accertamento compiuto dal Giudice di merito abbia fatto emergere una eccezionale gravità della condotta, consistente, nello specifico, nell'istigazione alla violenza o nella propalazione di "messaggi d'odio".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 9 giugno 2021
La sanzione disciplinare è legittima se la condotta è connotata dalla spavalderia di affermarsi leader della comunità carceraria. Il detenuto, che si trattiene sotto la doccia 25 minuti - più di un quarto d'ora, oltre i dieci minuti previsti dall'organizzazione carceraria - e ignora apertamente i richiami dell'agente di custodia, può ben essere sanzionato disciplinarmente con dieci giorni di sospensione dalle attività comuni che si svolgono all'interno del carcere. E a maggior ragione se il mancato rispetto degli ordini e il tempo di attesa imposto agli altri detenuti mira ad affermare la propria posizione di leader nel luogo di detenzione.
In via di principio, la legittimità della sanzione discende non solo dal rispetto di tutte le regole procedurali del giudizio disciplinare, ma anche e soprattutto da un compiuto e adeguato raffronto tra natura/gravità della contestazione e comportamento/condizioni del detenuto. Esame demandato o al direttore o al consiglio di disciplina. La sanzione è poi reclamabile fino in Cassazione.
A fronte di un giudizio congruo e rispettoso delle garanzie difensive non è reclamabile la sanzione disciplinare solo perché fondata su rilievi diversi e non direttamente connessi tra loro. Infatti, come dice la sentenza n. 22381/2021 della Cassazione penale, non costituisce vizio di legittimità per intima incoerenza dei presupposti il fatto che - nel caso concreto - la contestazione fosse stata mossa sia per l'atteggiamento spavaldo mirato ad affermare una propria leadership all'interno della comunità carceraria sia per lo spreco di acqua. Due rilievi che - come afferma la Cassazione - non si escludono tra loro per incoerenza. Nessuna illegittimità quindi per la decisione disciplinare che ha contemporaneamente stigmatizzato la mancanza di rispetto proditoriamente agita contro chi condivide la medesima condizione di reclusione e il comportamento socialmente riprovevole di aver sprecato un bene comune, l'acqua.
In concreto il ricorso voleva far rilevare l'incongruenza dei due rilievi disciplinari per affermare l'incompletezza della contestazione più grave: quella di aver voluto dimostrare apertamente all'interno del carcere il proprio ruolo di leader che non si piega alle regole penitenziarie. Con la conseguente induzione di un senso di timore e di rispetto "mafioso" negli altri carcerati e l'affermazione di una posizione personale di supremazia anche in rapporto all'istituzione penitenziaria. Ciò può ben avverarsi attraverso l'esibizione di un'esplicita mancanza di rispetto verso l'agente con atteggiamenti direttamente percepiti dai detenuti. L'accaduto vedeva gli altri detenuti, in attesa del proprio turno per farsi la doccia, assistere al menefreghismo del ricorrente a fronte dei richiami dell'agente di custodia iniziati dopo il superamento di 5 minuti dei dieci concessi per tale momento di igiene personale.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 9 giugno 2021
I parenti di alcune vittime chiedono al giudice di non archiviare. "Poco prima di morire aveva subito un trauma contusivo al volto di non scarsa entità ma erroneamente non è stata compiuta l'autopsia sul cadavere". "I detenuti erano arrivati in carcere ma non erano stati visitati: dormivano". Sono alcune delle circostanze - non di poca importanza - messe nero su bianco nell'opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini relative ai decessi di nove detenuti, avvenuti l'8 marzo dello scorso anno nel corso della maxi rivolta al carcere Sant'Anna.
Lunedì il gip Andrea Romito si è riservato in merito alla decisione se archiviare o meno il caso, come richiesto dai pm Graziano e De Santis dopo che gli esiti degli esami autoptici sulle salme hanno confermato come i decessi siano legati ad overdose da metadone e psicofarmaci. Nell'opposizione, presentata dall'avvocato Ronsisvalle per il garante nazionale dei detenuti, dalla Onlus Antigone e dal legale dei parenti di una vittima, l'avvocato Luca Sebastiani, si fa presente come sia stato escluso ogni nesso di causalità tra i decessi dei detenuti e la gestione sanitaria e penitenziaria, compresi i trasferimenti presso altri istituti di detenzione senza esplorare l'eventualità di altre cause di morte e la responsabilità connessa all'assunzione dei farmaci. Quello che si chiede è quindi un ulteriore approfondimento investigativo, in particolare per i decessi dei detenuti trasferiti in altri penitenziari e per quelli avvenuti il 10 marzo 2020, ovvero ad emergenza cessata.
Nel documento infatti vengono sottolineati episodi significativi: per quanto riguarda il decesso di uno dei detenuti, Hadidi Ghazi, viene riportata la consulenza tecnica redatta dal consulente nominato in cui si precisa che: "Non è stata erroneamente compiuta autopsia sul cadavere. È dunque palese che Hadidi poco prima di morire aveva subito un trauma contusivo al volto di non scarsa entità: da qui il quesito se non vi fosse stato anche un trauma encefalico che avrebbe potuto condurre ad una commozione o ad un'emorragia cerebrale che può portare al decesso in un arco di tempo anche di ore e con sintomi confondibili con quelli dell'intossicazione. Senza l'autopsia del capo a questa domanda non si può dare risposta".
Ma non si tratta dell'unico caso: per quanto riguarda il decesso di un altro detenuto, Iuzu Arthur la consulente rileva che "L'apparenza modesta delle lesioni cutanee lasciano spazio al dubbio che vi sia stata una successione tale di colpi da produrre lesioni cerebrali che possono evolvere verso il peggio. Ma, anche in questo caso, mancando l'esame autoptico sulla testa, il dubbio non può essere fugato".
toscana-notizie.it, 9 giugno 2021
A disposizione 93.500 euro della Cassa Ammende. I progetti, di formazione interna ed esterna, dovranno riguardare gli istituti penitenziari di Livorno, Prato e Massa Marittima. Come manuale, la "Guida per una orticoltura pratica" di Centomila orti in Toscana. Nardini: "Occasione seria di riqualificazione professionale". Avviso aperto fino al 2 luglio.
Orticoltura e agricoltura sociale diventano occasione di formazione professionale per i detenuti negli istituti penitenziari di Livorno, Massa Marittima e Prato, con l'obiettivo di facilitare l'inserimento lavorativo al termine dell'esecuzione della condanna. È pronto l'avviso pubblico della Regione Toscana, che mette a disposizione 93.500 euro stanziati dalla Cassa delle Ammende, nell'ambito di una Convenzione firmata un anno e mezzo fa, per avviare percorsi di formazione interna ed esterna ai tre istituti toscani, dove sono in fase di attivazione spazi per la coltivazione di orti sociali.
Un avviso che conserva anche un legame con i "Centomila orti in Toscana", uno dei progetti regionali capaci di coinvolgere nel corso del tempo cittadine e cittadini, numerose amministrazioni locali e istituzioni presenti sul territorio regionale. La formazione dovrà infatti essere ispirata alle indicazioni e ai consigli della "Guida per una orticoltura pratica", lo strumento di lavoro nato in seno al progetto e redatto dalla Regione con il sostegno della Accademia dei Georgofili per offrire un sostegno ai soggetti e agli enti locali che hanno avviato esperienze di orticoltura sociale.
L'avviso resterà aperto da domani 9 giugno al 2 luglio prossimi. Saranno coinvolte complessivamente duecento persone in esecuzione penale per la formazione interna; quindici - cinque per ogni istituto - saranno quelle coinvolte nelle attività di formazione esterna.
"Grazie alla Convenzione con la Cassa delle Ammende - dichiara l'assessora regionale alla formazione e al lavoro Alessandra Nardini - possiamo dare una seria occasione di riqualificazione professionale a persone sottoposte a provvedimenti dell'Autorità Giudiziaria, valorizzando competenze già acquisite, da acquisire o da accrescere. Crediamo che sia una buona misura capace di offrire maggiori e diverse opportunità occupazionali. Mi fa piacere che abbia un legame con un bel progetto della Regione Toscana come i Centomila orti".
Per la realizzazione del progetto che si aggiudicherà l'avviso, sono a disposizione 93.500,00 euro, di cui 56.322 riservati alla formazione interna e i restanti 37.178 euro alla formazione esterna. Sono previsti inoltre 137.822 euro, che potranno essere stanziati dalla Regione Toscana in base alle disponibilità di bilancio e ai vincoli previsti dalla legislazione vigente, per sostenere ulteriori interventi di formazione interna ed esterna che intenderà realizzare il progetto che risulterà finanziato.
La formazione interna si svilupperà in due distinti momenti. Il primo di tipo teorico e avrà come manuale la "Guida per una orticoltura pratica" del progetto Centomila orti in Toscana. Il secondo consisterà nella parte pratica che verrà svolta nelle strutture dell'orto all'interno degli istituti penitenziari. Il programma di formazione esterna prevedrà invece percorsi formativi finalizzati al conseguimento di un certificato di competenze, in riferimento unicamente a mansioni, conoscenze e capacità afferenti alle Figure Professionali del Repertorio Regionale delle Figure Professionali.
L'eventuale seconda fase del progetto integrato, vincolata alle eventuali risorse aggiuntive, prevedrà percorsi di formazione obbligatoria - non finalizzati all'acquisizione di una specifica qualifica professionale - la cui frequenza e, in alcuni casi, anche il superamento di una prova finale, costituiscono uno dei requisiti per lo svolgimento di particolari attività lavorative inserite nel Repertorio Regionale della Formazione Regolamentata.
Chi può partecipare all'avviso - I progetti possono essere presentati da partenariati composti da almeno un organismo formativo accreditato ai sensi della Dgr 1407/2016 e successive modifiche e integrazioni (o che si impegna ad accreditarsi entro la data di avvio delle attività), in qualità di capofila, e da un'impresa senza finalità formative, con una propria unità produttiva attiva nel territorio di almeno una delle province nelle quali si trovano gli istituti penitenziari e il cui ambito di operatività sia coerente con gli interventi richiesti dall'avviso. Ogni partenariato di progetto - per un massimo di sette soggetti attuatori - può essere integrato da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, associazioni di categoria, ulteriori organismi formativi accreditati e ulteriori imprese come sopra definite.
Valutazione dei progetti - Nella valutazione dei progetti, verrà data priorità ai progetti impostati sull'impiego di metodologie formative personalizzate e individualizzate, finalizzate all'acquisizione di competenze teoriche e pratiche facilmente spendibili nel mondo del lavoro, oppure a progetti che prevedono la collaborazioni di enti o associazioni aventi con esperienza specifica o affine alla tipologia di utenza cui sono destinate le attività di formazione, oppure a progetti che presentano dichiarazioni di impegno all'assunzione da parte delle imprese.
Le domande potranno essere presentate fino al 2 luglio 2021. L'avviso è disponibile on-line al seguente link: https://www.regione.toscana.it/por-fse-2014-2020/bandi. Per ulteriori informazioni è possibile scrivere all'indirizzo
di Marco Galvani
Il Giorno, 9 giugno 2021
I sindacati degli agenti penitenziari denunciano: mancano educatori, i detenuti sono insofferenti e aumentano le aggressioni. I detenuti sempre più insofferenti e intolleranti alle regole. La grave carenza di educatori. La riapertura dell'ex detentivo femminile che, subito dopo l'estate, porterà 90 reclusi in più da gestire senza, però, la garanzia di ricevere rinforzi.
Il sindacato Uil polizia penitenziaria sul piede di guerra. Gli agenti del carcere di via Sanquirico a Monza da tempo sono in stato di agitazione e ieri mattina hanno deciso di alzare la voce per mettere in evidenza pubblicamente "una situazione che ormai ha raggiunto livelli di guardia altissimi", denunciano il segretario nazionale Uil polizia penitenziaria Calogero Marullo e i segretari regionali Domenico Benemia e Carmine Villani. "Stiamo uscendo da un anno in cui le condizioni di lavoro in carcere sono peggiorate notevolmente - continuano - da gennaio gli agenti hanno subito numerose aggressioni e 14 sono finiti in ospedale. In compenso non abbiamo visto provvedimenti idonei ed efficaci a carico dei detenuti violenti".
Del resto "le carenze del sistema si fanno sentire anche per quanto riguarda gli educatori penitenziari dell'Area trattamento". Oggi la casa circondariale di Monza ha 16 sezioni detentive maschili, con una capienza normalmente di oltre 600 detenuti, la metà stranieri. E un sovraffollamento di 200 detenuti rispetto alla capienza regolamentare prevista dal Ministero. In via Sanquirico dovrebbero essere al lavoro 6 educatori, ma in servizio effettivo ce ne sono solo 4. Da oltre due anni. Ma "il ruolo degli educatori è fondamentale perché si occupano dei colloqui di osservazione della personalità, dell'ascolto e conoscenza dell'altro, degli interventi di trattamento penitenziario e dell'attivazione delle sinergie con servizi interni od esterni, organizzare le attività di trattamento (scolastiche, professionali, lavorative)".
Ad aggravare la preoccupazione tra gli agenti è la apertura dell'ex detentivo femminile: la ristrutturazione ormai è completata, per una nuova sezione da 90 posti. Ma "con quali risorse educative saranno seguiti questi nuovi detenuti che arriveranno?", il dubbio del sindacato.
Al momento comunicazioni ufficiali da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non ce ne sono. Anche se gli agenti sono "certi che entro la fine di settembre quella sezione sarà operativa". Nemmeno la tipologia di detenuti, ma non è escluso che possa ospitare persone con 'custodia attenuata', come ad esempio i semiliberi. In ogni caso "serviranno nuove risorse - auspicano i sindacalisti -. Oggi a Monza gli agenti di polizia penitenziaria sono 320. Con qualche sacrificio possiamo anche dire di non essere sotto organico. Ma con una sezione in più da gestire, è necessario l'arrivo di almeno altri 30 agenti".
di Mariateresa De Lucia
ottopagine.it, 9 giugno 2021
La relazione per il 2020 è stata presentata dal Garante dei detenuti Ciambriello. Da un lato il primato positivo di una campagna vaccinale efficiente e veloce per i detenuti del Sannio, dall'altro criticità da risolvere da anni. È un report in chiaroscuro quello stilato, per le carceri del Sannio, dal Garante Samuele Ciambriello per il 2020 su scala provinciale, presentato questa mattina, a Palazzo Mosti alla presenza delle istituzioni: il sindaco Clemente Mastella, il Procuratore della Repubblica di Benevento Aldo Policastro, la Presidente del Tribunale di Benevento Marilisa Rinaldi, il Direttore dell'Istituto Penitenziario di Benevento, il Presidente della Camera penale di Benevento Domenico Russo e il Vescovo di Benevento Monsignor Felice Accrocca.
"Il carcere è un luogo rimosso, per l'avida e cinica politica è la risposta semplice a bisogni complessi compreso quello della sicurezza" ha esordito Ciambriello. "Durante la pandemia nelle carceri di Benevento, Airola e Ariano Irpino (ndr competente la Procura di Benevento) i problemi si sono triplicati. Sono venuti meno i rapporti con le famiglie, sono aumentate le criticità sanitarie, c'è stata assenza di scuola e corsi di formazione".
Il Covid, purtroppo, non ha dato scampo a sei detenuti, 5 agenti di polizia penitenziaria e 1 medico nell'intera Regione. Essenziale dunque, secondo Ciambriello, che soprattutto le autorità conoscano le difficoltà che lì si vivono. A cominciare dal sovraffollamento: il carcere di Benevento ospita 355 persone a fronte di una capienza di 261 unità; ad Airola ci sono 23 minori e ad Ariano 208 ristretti (sui 275 posti). Carente il personale: se ad Airola non si manifestano criticità a Benevento, a fronte dei 244 agenti previsti ce ne sono 229 (sott organico di 15 unità) ad Ariano Irpino dovrebbero essere 165 a fronte dei 142 effettivamente presenti.
E sono numerosi anche gli eventi critici che si sono registrati. "A Benevento 2 morti per suicidio, decine di tentativi di suicidio, scioperi della fame, diverse forme di autolesionismo, in un anno e mezzo i detenuti si sono sentiti soli e abbandonati". E poi Ciambriello rincara la dose: "È necessario fare di più anche in campo sanitario. Se con i vaccini l'Asl ha dimostrato efficienza e rapidità la sanità è ancora in un periodo nero. Occorre - aggiunge - la stabilizzazione degli operatori sanitari in Regione Campania. Figure che dovrebbero essere assunte dalle carceri e non prestare lavoro per qualche mese attraverso cooperative. E ancora manca, presso l'ospedale San Pio, un piccolo reparto per i detenuti. Alla persona che sbaglia non può essere tolto il diritto alla salute".
Non solo Ciambriello aggiunge: "Abbiamo bisogno di più psicologi e assistenti sociali". Ma mette in evidenza anche le buone pratiche che si sviluppano presso le case circondariali con i progetti di inserimento al lavoro e tante altre iniziative. In sostanza un monito a richiamare l'attenzione sul mondo delle carceri a cui tutte le autorità presenti hanno risposto dimostrando sensibilità e impegno.
- Palermo. L'appello: "Riprendano i colloqui dei detenuti con i familiari"
- Napoli. Intervista a Catello Maresca: "Via il carcere, a Nisida ci vuole il turismo"
- Reggio Calabria. La Garante: "Scade l'avviso pubblico per tre componenti l'Ufficio"
- Udine. Migliorare la vita dei detenuti stretti tra povertà e solitudine
- Cassino (Fr). Detenuti lavorano per il Comune, in Ciociaria dal carcere ai lavori pubblici










