di Davide Varì
Il Dubbio, 29 aprile 2021
Sono passati decenni dagli anni di Piombo ma il paese è ancora convinto che per fare i conti con quegli anni siano sufficienti retate e arresti. È un eterno ritorno, un passato che non riusciamo a superare perché non abbiamo ancora trovato la forza di elaborarlo e analizzarlo al riparo dagli strascichi ideologici e, naturalmente, dai grandi dolori pubblici e privati che abbiamo vissuto. L'arresto degli ex brigatisti in Francia è un salto nel tempo e per capire le ragioni delle fughe di allora e delle retate di oggi è lì, nell'Italia degli anni 70, che dobbiamo tornare. Era l'Italia del sangue, delle esecuzioni, degli agguati contro gente inerme, contro intellettuali, servitori dello Stato, addirittura sindacalisti.
I nomi delle vittime risuonano ancora nella nostra coscienza collettiva: Vittorio Bachelet, Guido Rossa, Aldo Moro e tanti, tanti altri. In questa lunga e dolorosa lista c'è anche Fulvio Croce - l'avvocato che rifiutò l'ordine brigatista di non difendere gli imputati - del quale, ieri, fatalità, cadeva l'anniversario dell'agguato e della morte. Ma per capire fino in fondo quella stagione, e le ragioni per cui la Francia decise di accogliere gli "esuli italiani", dobbiamo anche capire quale fosse lo stato della giustizia italiana. Era il periodo delle leggi speciali e dei processi sommari. L'Italia si sentiva in guerra e, come in ogni guerra, lo Stato di diritto era saltato. E ora, a distanza di più di 40 anni, pensiamo di lenire quella ferita così profonda solo affidandoci a nuovi arresti, nuove retate.
Noi, seguendo indegnamente l'esempio dell'avvocato Fulvio Croce, che difese i suoi stessi aguzzini in nome della Costituzione e del diritto alla difesa, ecco, con la stessa lucidità dobbiamo cercare di capire se fosse stato possibile liberarci dal giogo della violenza terrorista senza comprimere e indebolire lo Stato di diritto. Lo dobbiamo fare per capire il passato e per evitare derive simili in futuro. Per questo siamo qui ad augurarci che questi arresti possano aiutare a capire quegli anni, pur temendo che possano diventare l'ennesima forma di rimozione collettiva.
L'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, uno di quelli che visse sulla propria pelle la tragedia dolorosissima del caso Moro, entrò nelle carceri a incontrare quella generazione di terroristi e impegnò gli ultimi anni della sua vita a provare a traghettare l'Italia dalla spirale d'odio e di vendetta verso una visione storica più distaccata e lucida di quel fenomeno. Chiese la clemenza per i terroristi e la fine delle leggi di emergenza che pure aveva contribuito a creare. Era un modo per dire che avremmo dovuto guardarci allo specchio e capire come mai l'Italia, unica tra i paesi occidentali, si trovò immersa in quella tragedia collettiva per decenni. Ecco, forse è da lì che dovremmo riprendere i fili del discorso.
P.s. - Tra le cose più preziose del giorno segnaliamo il tweet di Mario Calabresi: "Oggi è stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo". Mario Calabresi è il figlio del commissario Calabresi, del cui omicidio è stato accusato e condannato Giorgio Pietrostefani, uno degli arrestati di ieri. E allora, a tanti anni di distanza da quei fatti, ci chiediamo: davvero sono le stesse persone che decenni fa decisero di impugnare le armi?
di Benedetta Tobagi
La Repubblica, 29 aprile 2021
Questo percorso, lento ma fermo, che culmina con gli arresti in Francia, non è solo per le vittime. È per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica.
Sette ex terroristi rossi arrestati, finalmente, decenni dopo i gravi delitti per cui sono stati condannati in via definitiva, e altri tre sono in fuga. Le foto segnaletiche vintage che riempiono i principali siti d'informazione sembrano davvero fantasmi del passato e suscitano domande scomode: che significato hanno questi arresti tardivi, dopo così tanto tempo, dopo che gli interessati hanno smesso da lungo tempo di delinquere? È davvero giustizia o una tardiva vendetta contro gente che si è rifatta una vita?
Siamo uno strano Paese, indubbiamente, in cui la storia del terrorismo resta perennemente impigliata nella cronaca anche perché i tempi della giustizia sono spesso abnormi. In questi giorni è cominciato davanti alla Corte d'Assise di Bologna un nuovo processo per la strage di Bologna del 1980, lo stesso anno dell'omicidio del dirigente Renato Briano e del generale Enrico Galvaligi, per cui sono condannati all'ergastolo alcuni dei Br arrestati.
Chi ricorda le macchie di sangue sui marciapiedi e il bollettino quasi quotidiano di ferimenti e omicidi della fine degli anni Settanta, come pure chi è stato colpito direttamente dal terrorismo, nella carne o negli affetti, ha provato sollievo e anche soddisfazione. Ma questo pezzetto di giustizia, pur tardiva, che finalmente si compie è per tutti i cittadini, non solo per le vittime e i sopravvissuti.
Medica infatti una ferita che puzzava di arbitrio, discrezionalità, favoritismi, compromessi politici, ipocrisia. L'anomalia non sono gli arresti, ma la persistenza irragionevole della dottrina Mitterrand, il fatto che ci siano voluti tanti anni, e tanti sforzi, per sbloccare la situazione (risale al 2002 l'intesa con la Francia di arrestare i terroristi condannati per fatti di sangue). L'anomalia è il drappello di intellettuali francesi, che - portandosi dietro fette insospettabilmente ampie di opinione pubblica d'Oltralpe - trattano gli ex terroristi di casa nostra come poveri perseguitati politici, travisando in modo vergognoso la nostra storia e il contenuto dei processi, e ostentando di ignorare le ormai abbondanti ricostruzioni storiche. Nonostante il loro beniamino, l'ex terrorista dei Pac, poi scrittore, Cesare Battisti, dopo essere stato arrestato, li avesse già sbugiardati tutti, clamorosamente.
Sono stati, e sono ancora tanti, coloro che cercano di travisare la realtà dei fatti, di negare, o sminuire, la realtà storica del terrorismo brigatista; coloro che non vogliono una piena chiarificazione su queste pagine di storia. Non a caso, a vagheggiare amnistie e "pacificazioni" (per chi? tra chi?) a partire dalla fine degli anni Ottanta furono, accanto ai leader dell'eversione di sinistra, esponenti di spicco del potere democristiano, che si mostravano fin troppo ansiosi di lasciarsi alle spalle quegli anni e di non andare troppo a fondo nelle pagine più torbide di quella stagione, dal caso Moro al sequestro Cirillo. Gli arresti di mercoledì 28 aprile puntellano gli sforzi di chi, al contrario, cerca chiarezza.
Una giustizia che compie il proprio corso è un tassello indispensabile per mantenere, o ricostruire, un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. La certezza della pena tiene fermo il principio che la legge è uguale per tutti, e laddove c'è stato uno strappo violento ci devono essere riconoscimento, sanzione e riparazione. La verità deve essere riconosciuta, insieme alle responsabilità e deve avere le conseguenze previste per legge. L'eventuale misericordia - in forma di attenuanti, arresti domiciliari, benefici di legge e quant'altro - può esercitarsi solo dopo.
La storia e il profilo della ministra Cartabia sono un'ulteriore garanzia che questa vicenda così delicata sarà gestita con misura ed equilibrio, senza tracimare (era giusto e sacrosanto l'arresto di Battisti, ma fu vergognosa la passerella mediatica che accompagnò il suo sbarco in Italia).
Nel tumulto degli anni Settanta, milioni di italiani fecero politica in modo non violento, con le manifestazioni, la disobbedienza civile, le battaglie processuali, le inchieste e la controinformazione. Usando il corpo, la voce e l'intelligenza, anziché le P38. Perché mai, dunque, dovrebbero uscire indenni e veder cancellate le proprie condanne gli ultimi di quei pochi (nell'ordine di alcune migliaia, tra terroristi e fiancheggiatori, anche se i morti furono tantissimi, e i danni collaterali enormi), proprio perché erano pochi, che scelsero la più antidemocratica delle strade, la clandestinità, le armi e il terrorismo, l'intimidazione del "colpirne uno per educarne cento"? Questa giustizia, lenta ma ferma nel chiedere di compiersi, non è solo per le vittime, è per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica. Giustizia, non vendetta.
di Frank Cimini
Il Riformista, 29 aprile 2021
"C'è anche in programma una visita di Stato in Francia del presidente Sergio Mattarella e dovrebbe essere firmato il Trattato Quirinale per rafforzare i rapporti bilaterali. In questo contesto Macron potrebbe dare il via libera alle estradizioni chieste alla Francia dalla ministra Marta Cartabia nell'ultima riunione con il suo omologo francese". Intervistato da Repubblica lo scrittore francese Marc Lazar risponde alla domanda su un possibile cambiamento di linea del governo d'Oltralpe sulla presenza a Parigi di persone condannate in Italia per fatti di lotta armata. Lazar polemizza con gli intellettuali francesi che avevano nei giorni scorsi firmato un appello a favore della dottrina Mitterand "perché sul tema c'è ancora troppa ignoranza".
Eppure a proposito di cambiamenti di linea va registrato che Lazar dieci anni fa intervistato da Paolo Persichetti sul quotidiano Liberazione aveva detto: "Dopo la dietrologia e le commissioni parlamentari di inchiesta ora è il tempo degli storici". Quindi ora non sarebbe più il caso di storicizzare ma di consegnare all'Italia una dozzina di protagonisti di una stagione politica lontanissima e di portarli in carcere adesso che hanno tutti un'età più vicina agli 80 che ai 70.
Lazar aggiunge che dietro la scelta di Macron che lui ipotizza ci potrebbero essere anche ragioni di politica interna. "Forse lui pensa di lanciare un messaggio agli elettori di destra come sta facendo su altri temi come sicurezza e laicità. Macron è già in campagna per la sua rielezione e concentra la sua strategia su questo elettorato".
Lazar afferma che i suoi connazionali difensori dei rifugiati politici italiani "non prendono quasi mai in considerazione il punto di vista delle vittime del terrorismo". Dieci anni fa Lazar voleva affidare la questione agli storici mentre adesso invita a tener conto della posizione dei parenti delle vittime mostrando almeno un po' di invidiare le repubbliche islamiche dove i familiari decidono anche le pene dei colpevoli. Lazar accusa gli intellettuali suoi connazionali di essere ideologici, ma anche lui non scherza. Anzi.
Il riferimento alla visita prossima di Mattarella a Parigi non è casuale. Il giorno del rientro in Italia di Cesare Battisti, aveva detto: "E adesso gli altri", parlando di altri condannati e rifugiati all'estero. Il presidente della Repubblica è un politico di grandissima esperienza. Non è un caso che insieme a Giorgio Napolitano suo predecessore al Quirinale abbia fatto prevalere le ragioni della politica firmando la grazia a cinque agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture all'imam Abu Omar. In quel caso Mattarella mise in secondo piano gli anni di carcere da scontare. C'era di mezzo la ragion di Stato o meglio degli Stati perché dall'altra parte c'era il governo degli Stati Uniti d'America.
Per le vicende dei cosiddetti "anni di piombo" invece non sarebbe possibile una deroga, una soluzione politica, un provvedimento di amnistia che chiuda un periodo storico, come era scritto nell'appello degli intellettuali francesi che avevano sposato la proposta dell'avvocata Irene Terrel. Terrel aveva spiegato di trovare assurdo l'accanirsi e la vendetta a decenni di distanza. È pura ideologia in fondo anche il non voler prendere atto dell'impossibilità di una memoria condivisa. A Milano in piazza Fontana ci sono due lapidi. In una si legge che l'anarchico Pinelli morì innocente, nell'altra che venne ucciso. Una al fianco dell'altra. La storia la scrivono i vincitori ma gli sconfitti non sono obbligati a condividere.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Solo l'ex di Lc si proclama innocente. Gli altri ammettono pesanti responsabilità. Quando, nel 1993, dopo la sentenza d'appello che la aveva condannata all'ergastolo per vari reati commessi dalla colonna romana delle Br incluso un omicidio, si apprestava a riparare in Francia, Marina Petrella già rifiutava di parlare di politica. Era già una donna molto diversa da quella che era stata arrestata nel 1982 con il marito Gigi Novelli, scomparso l'anno scorso.
Erano passati 10 anni. Ora ne sono passati altri 30. La donna di 66 anni che con gran soddisfazione di media, governanti e appassionati della "pena certa" tornerà presto nelle patrie galere non ha più nulla della ragazza che negli anni del grande conflitto sociale aveva militato nel gruppo romano di Viva il comunismo, era entrata nelle Br con il marito e il fratello Stefano, era stata arrestata, scarcerata per decorrenza termini, entrata in clandestinità, arrestata di nuovo dopo uno scontro a fuoco su un autobus.
Marina aveva partorito in carcere. La figlia, Elisa, aveva passato i primi anni in cella, come usava allora, salvo poi ritrovarsi sbattuta fuori e sola perché anche questo usava allora. Dopo 8 anni di carcere la ex dirigente delle Br voleva un'altra vita. Se la è costruita a Parigi, con un marito immigrato dall'Algeria, una seconda figlia nata nel 1998, pochi soldi, sempre assediata dalla paura di quel ripensamento della Francia che adesso è arrivato.
Chi pensa che non abbia pagato niente non sa di cosa parla. Nel 2008 quello spettro dell'estradizione per Marina Petrella si era già materializzato una volta. Arrestata in un controllo stradale nell'agosto 2007, pronta per l'estradizione in dicembre. Si mise in mezzo la moglie dell'allora presidente Sarkozy, Carla Bruni, probabilmente su spinta della sorella Valeria Bruni Tedeschi.
Sarko scrisse una lettera a Napolitano chiedendogli di concedere la grazia. Il Colle rispose picche, neppure tanto diplomaticamente. Sarkozy si appellò all'intesa umanitaria tra Italia e Francia firmata nel 1957 e bloccò l'estradizione.
Anche il figlio di Roberta Cappelli è nato in carcere, ma nel suo caso, tanto per far sentire il peso dello Stato, con gli agenti armati in sala parto. Non ci fece caso nessuno. Era una terrorista, no? La storia di Roberta non è molto diversa da quella di Marina. È una storia di quegli anni, non la si può capire astraendo dal contesto in nome di una giustizia alla Javert. Militava in un gruppo famoso a Roma, attivo nel quartiere popolare del Tiburtino, "i Tiburtaros".
Da lì entrò nelle Br, partecipò a numerose azioni, passò i suoi in carcere, provò a espatriare una prima volta, fu ripresa, fuggì di nuovo. Si ricostruì una vita a Parigi con il marito, uomo di sinistra ma lontanissimo da tentazioni armate, e con un figlio che ha dovuto combattere sempre con il trauma di quei primi anni passati in galera.
Marina Petrella, come Giovanni Alimonti, centralinista della Camera e brigatista, come Enzo Calvitti e Sergio Tornaghi, anche loro ex Br, come il bergamasco Narciso Manenti, che invece faceva parte di uno dei tanti gruppi minori che presero le armi in quel decennio, hanno cercato di lasciarsi alle spalle una scelta per cui avevano (alcuni) sacrificato vite altrui e messo in gioco la propria.
Quella scelta Giorgio Pietrostefani, il più noto tra gli arrestati di ieri, non la ha mai fatta. Era uno dei principali dirigenti di Lotta continua, il duro, il paladino della "centralità operaia", opposta alle insorgenze innovative dei giovani e delle donne, che alla fine, nel 1976, decretarono lo scioglimento del gruppo.
Pietrostefani abbandonò la politica allora. Finì dall'altra parte della barricata non per modo di dire: dirigente delle Officine Meccaniche Reggiane. Con Sofri e Ovidio Bompressi fu accusato nel 1988 di aver ucciso il commissario Calabresi 16 anni prima. A differenza di Sofri fuggì in Francia, tornò per il processo nel 1997, dopo due anni di carcere e la nuova condanna passò di nuovo il confine clandestinamente. Pietrostefani avrebbe dovuto essere graziato.
L'allora presidente Ciampi era deciso a firmare la grazia. Il guardasigilli leghista Castelli si oppose e ne nacque un conflitto di giurisdizione risolto a favore del Colle dalla Consulta. Ma quando arrivò la sentenza Ciampi non era più presidente da tre giorni e il successore, Napolitano, graziò Bompressi ma non Pietrostefani. Che oggi è un uomo vicino agli 80, col fegato trapiantato da 5 anni, parecchio malato. Tra gli arrestati di ieri solo l'ex di Lc si proclama innocente. Tutti gli altri ammettono responsabilità pesanti. Ma i politici e i giornalisti che tripudiano dovrebbero almeno chiedersi se mettere in galera dopo 40 anni persone che hanno commesso delitti politici in una fase storica superata e che da allora sono cambiati tanto da diventare persone diverse sia nobile giustizia o meschina vendetta.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 29 aprile 2021
La dottrina Mitterrand ha realizzato un fine solenne: il ripudio della violenza da parte dei suoi autori. Avrei voglia di essere cinico, per adeguarmi. C'è quell'aneddoto famoso sul novembre del 1947, la destituzione del prefetto di Milano Troilo, che era stato un comandante partigiano, e la ribellione della città. Manifestanti e partigiani occuparono la Prefettura, e da lì Giancarlo Pajetta telefonò a Roma.
"Compagno Togliatti - disse fieramente - abbiamo occupato la Prefettura!" "Bravo, e adesso che ve ne fate?" Mercoledì mattina un'operazione congiunta di polizie e intelligence francesi e italiane - una retata, in ora antelucana, come da regolamento - ha portato all'arresto di "7 ex terroristi" a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate? Vediamo. Si trattava di riacciuffare finalmente persone dichiarate colpevoli da tribunali italiani di reati commessi fra i 50 e i 40 anni fa.
Naturalmente, la justice est lente, elle est lente mais elle viene, è lenta ma arriva, come dice la canzone della Comune di Parigi, che aspetta ancora. Accantonando per qualche riga il mio intimo legame con uno dei catturati, ho un paio di osservazioni generali, suscitate dal battage dei giorni precedenti il "blitz". La prima, sul numero dei ricercati: 11 (undici), ridotti nel giro di pochi giorni a 10 (dieci) forse perché per uno di loro era intervenuta la prescrizione, imminente anche per altri. Ora, gli italiani riparati in Francia durante o dopo gli anni cosiddetti di piombo erano stati alcune centinaia. Dove sono andati a finire? Non sono abbastanza al corrente della questione.
A occhio direi che uno (1), Paolo Persichetti, fu estradato con un vero colpo di mano delle polizie francese e italiana: è oggi libero, trovate in rete adeguate ricostruzioni della sua vicenda. Alcuni, pochi, vennero spontaneamente a consegnarsi in Italia, come Toni Negri. E la moltitudine restante? Molti sono stati prescritti, alcuni sono morti di vecchiaia o di malattia, uno si è ucciso poco fa buttandosi giù da una finestra. La sporca decina che oggi fa i titoli di testa è il fondo del barile. A questa constatazione si lega la prossima, la più clamorosa.
Nei decenni trascorsi dopo il rifugio in Francia, non uno - se non sbaglio - non uno dei condannati ha commesso un solo reato. Questa era del resto una condizione alla loro accoglienza, ma non è la spiegazione. La spiegazione sta in un radicale passaggio di pensieri, linguaggi, sentimenti e stati d'animo, come avviene dopo ogni guerra, anche le guerre più immaginate. Come avviene "la mattina dopo". Che nessuna e nessuno di quelle centinaia abbia più aperto conti con la giustizia penale è l'inesorabile dimostrazione che le loro azioni appartenevano a una temperie politica, comunque distorta, e non le sarebbero sopravvissute.
Di recente un commentatore, uno dei migliori, aveva scritto sul suo quotidiano, col benigno proposito di negare ogni legame fra il "Sessantotto" e gli adepti della "lotta armata": "Io non credo che appartengano, neri e rossi, alla storia della politica, se non come sfondo scenografico e come alibi, ma alla storia della criminologia...". Non è vero: una vocazione al crimine per il crimine si sarebbe trovata un'intera gamma di alibi per continuare. Al contrario, la cosiddetta "dottrina Mitterrand", che è stata in realtà la pratica di Mitterrand, di Chirac, di Sarkozy, di Hollande e, fino a ieri, di Macron, ha realizzato il fine più ambizioso e solenne che la giustizia persegua: il ripudio sincero della violenza da parte dei suoi autori, e così, con la loro restituzione civile, la sicurezza della comunità.
La Francia repubblicana è riuscita dove il carcere fallisce metodicamente. Del resto, ricordate che cosa era successo fra le persone che, con una esperienza affine a quella dei rifugiati in Francia, erano state incarcerate in Italia. Una loro gran parte aveva dato vita al patto che andò sotto il nome di "dissociazione", e permise un ripudio della lotta armata e della violenza che non dovesse sottoporsi alla denuncia di altri, non motivata dalla necessità di sventare minacce attuali. L'obbligo della delazione è infatti il più infernale ostacolo al pentimento.
Quel processo ebbe una importante incubazione nell'interlocuzione di detenuti "politici" con il cardinale arcivescovo milanese Martini, e il simbolico (manzoniano) compimento con la consegna delle armi nel suo vescovado. È curioso, diciamo così, che la spettacolosa svolta della retata di pensionati d'oltralpe abbia seguito da vicino il pronunciamento della Corte Costituzionale sull'incostituzionalità dell'ergastolo cosiddetto ostativo. Suggerisco al ministero una variazione lessicale, per i nuovi arrivi eventuali: l'ergastolo ottativo. Il treno dei desideri. Li avete presi: e ora che ve ne fate? E veniamo al mio interesse personale.
A Giorgio Pietrostefani, "Pietro", già condannato a 22 anni come mandante dell'omicidio Calabresi. Non farò torto alle altre e gli altri della retata osservando che è lui il piatto forte. I titoli ne sono così inebriati da dimenticare ancora una volta che i giudici del nostro processo, pur temerari, rinunciarono a invocare nei nostri confronti l'aggravante del terrorismo. Nell'intervallo fra la loro tentazione di farlo e la precipitosa rinuncia fu assassinato Mauro Rostagno. Ciò non ha impedito, ancora ieri, che giornali e telegiornali fregiassero Pietrostefani del titolo di "ex-terrorista", e non di rado di quello cumulativo di "brigatista".
Sono distratti. Non hanno artigli, ma unghie lunghissime sì, da esibire brindando. Non mi preme distinguere fra le persone della retata, come sono oggi; al contrario, sono solidale. (Con le loro vittime, da sempre). Però non conosco le altre, e conosco Pietro. Lavorava in Francia prima d'esser condannato, venne spontaneamente in galera quando fu il momento, decise molto a malincuore di non tornarci dopo la revisione mancata della nostra condanna: aveva ragioni famigliari stringenti che prevalsero sul suo orgoglio.
In Francia ha sempre lavorato, avuto residenza regolare, pagato le tasse, condotto vita discreta di vecchio uomo e di nonno. Il suo indirizzo era noto a chiunque volesse trovarlo. La Francia che gli ha dato ospitalità gli ha dato anche un fegato di ricambio, salvandogli la vita con un trapianto in un'età che in Italia non lo avrebbe consentito. La sua condizione sanitaria è cronicamente arrischiata, e il suo avvocato provvederà, o avrà già provveduto, a documentarla al giudice. Pietro vive di lunghi ricoveri regolari e di improvvisi ricoveri d'urgenza, oltre che di quotidiani farmaci vitali. Ha in programma di qui a poco un ennesimo intervento di riparazione nel suo ospedale parigino. Tutto ciò non deve intenerire nessuno, né i privati né, tantomeno, il cuore dello Stato.
Da quando ho ricevuto la notizia del suo arresto sono combattuto fra due sentimenti opposti, quasi cinici: la paura che muoia nelle unghie distratte di questa fiera autorità bicipite transalpina e cisalpina, e un agitato desiderio che torni in Italia. Un desiderio da vecchio amico, e anche lui è vecchio, forse ce l'ha anche lui un desiderio simile. Ho una postilla. Poiché ho sempre saputo che la dedizione, l'esaltazione, il fanatismo, che segnano certe stagioni di passione politica, e hanno e si trovano radici forti e profonde, sono pronte a cadere la mattina dopo, mi posi presto e fervidamente il problema di un'uscita dagli anni dei terrori.
Mi stava a cuore la socievolezza, Lotta Continua si era sciolta nel 1976, vivevo altrove e senza alcun interesse personale. Il 9 ottobre del 1979 pubblicai su LC, sopravvissuto come giornale quotidiano, tre fitte pagine sul problema, dopo averne discusso accanitamente con Sandro Pertini presidente, col quale avevo rapporti molto amichevoli. Si intitolavano "Amnistia generale. Firmato: Togliatti". Sapete, l'amnistia del '46, delle "sevizie particolarmente efferate". Scrivevo che "nell'atteggiamento attuale del Pci sul terrorismo, qualche discorso di maniera sulla natura sociale del problema, sul mancato rinnovamento dello stato e così via, si riduce alla fine a un'analisi che privilegia il complotto, e a una prognosi che prescrive solo sopraddosi di polizia... Tuttavia il buonsenso induce a ritenere che passerà più o meno tempo, ma delle galere piene di terroristi veri o presunti, e di una condizione carceraria ricacciata nell'isolamento e nella violenza, lo stato e i suoi uomini saranno costretti a occuparsi".
Pertini era stato un avversario strenuo dell'amnistia di Togliatti guardasigilli. Aveva denunciato in Parlamento che erano stati scarcerati "i più sporchi propagandisti fascisti insieme a molte canaglie repubblichine". Le mie pagine del 1979 finivano così: "Dei protagonisti di quella discussione del 1946, uno, Pertini, conserva un'intransigenza dalla quale si può anche radicalmente dissentire (com'è successo per noi rispetto alla sorte di Moro) ma che non si può sospettare d'incoerenza né di insincerità.
Altri, i continuatori di Togliatti, sembrano tenerne ferma la lezione di spregiudicatezza strumentale... Ieri ne è venuta fuori un'amnistia indiscriminata, oggi si esclude perfino la possibilità di discutere apertamente il problema di una nuova misura politica. Fino a quando?" Ecco, fino a quando. Mai.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 aprile 2021
L'operazione "Ombre rosse", condotta in collaborazione dalla polizia francese e quella italiana, ha portato all'arresto di 7 ex militanti di formazioni di estrema sinistra, condannati per fatti di sangue e fuggiti a Parigi. Il nome scelto dalla polizia francese e quella italiana per l'operazione è "Ombre rosse". E ieri mattina ha portato all'arresto di sette ex terroristi degli anni di piombo, rifugiati da anni in Francia grazie alla protezione garantita dalla cosiddetta "dottrina Mitterrand". "Rosse" come il colore politico delle sigle terroristiche di cui i fermati facevano parte negli anni Settanta e Ottanta, le più note delle quali sono le Brigate rosse e Lotta continua. "Ombre", come se fino a oggi e negli ultimi quarant'anni la loro presenza in Francia non fosse alla luce del sole.
Chi sono - L'operazione ha portato in carcere a Parigi sette ex terroristi, mentre altri tre risultano ricercati. Dei fermati, quattro sono stati condannati all'ergastolo dalla giustizia italiana: gli ex Br Roberta Cappelli (66 anni) responsabile degli omicidi, tra il 1979 e il 1981, del generale Enrico Riziero Galvaligi, dell'agente di polizia Michele Granato e del vicequestore Sebastiano Vinci; Marina Petrella (67 anni) condannata per vari sequestri e per l'omicidio del generale Galvaligi; Sergio Tornaghi (63 anni) condannato per l'omicidio dell'industriale Renato Briano e l'ex membro dei Nuclei armati contropotere territoriale, Narciso Manenti (65 anni) condannato per l'omicidio dell'appuntato Giuseppe Guerrieri nel 1979.
Gli altri tre fermati sono gli ex Br Giovanni Alimonti (66 anni), condannato a 11 anni e 6 mesi per il tentato omicidio del dirigente della Digos Nicola Simone nel 1982; Enzo Calvitti (66 anni), condannato a 18 anni e 7 mesi per gli omicidi dell'agente Raffaele Cinotti e del vicequestore Sebastiano Vinci nel 1981 oltre che per l'attentato contro Simone e, infine, Giorgio Pietrostefani, ex militante di Lotta continua. Il suo è forse il nome più conosciuto: 78 anni, è stato condannato a 22 anni come mandante, insieme ad Adriano Sofri, per l'omicidio del commissario
Luigi Calabresi, nel 1972. Nel blitz dovevano essere arrestati anche gli ex brigatisti Raffaele Ventura, Maurizio Di Marzio e Luigi Bergamin, che però si sono dati alla fuga e sono attualmente ricercati. L'operazione è il frutto di un'azione politica. L'8 aprile la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha incontrato in videoconferenza il suo omologo francese Eric Dupond-Moretti e ha chiesto formalmente l'intervento urgente dell'Eliseo per arrestare gli ex terroristi prima che scattasse la prescrizione della pena. Rispetto ad altri tentativi passati il ministro francese ha espresso "grande volontà di collaborazione". Il cambio di linea ha portato alla soluzione del nodo che bloccava le pratiche: secondo la legge francese, infatti, è l'autorità politica a trasmettere alla procura i fascicoli con le richieste di estradizione e proprio questo atto formale ha permesso alla procura di Parigi di far scattare l'operazione. Quanto ai nomi degli arrestati, i dieci sono stati individuati all'interno di una lista presentata dall'Italia con le generalità di 200 persone condannate e fuggite in Francia a partire dagli anni Settanta.
Cosa succede ora - Con i mandati di arresto di ieri la Francia considererebbe definitivamente chiuso il dossier legato alla dottrina Mitterrand, perché gli altri ex terroristi presenti nella lista sarebbero morti oppure sarebbe intervenuta la prescrizione della pena.
Gli arresti parigini, tuttavia, non fanno scattare automaticamente l'estradizione in Italia. Entro 48 ore, gli ex terroristi verranno presentati alla procura generale della corte d'Appello di Parigi e il giudice deciderà sulla richiesta. Nel frattempo lo stesso giudice valuterà se trattenerli in carcere oppure se disporre la libertà vigilata. L'iter giudiziario potrebbe richiedere fino a due o tre anni: dopo il giudizio della corte d'Appello, infatti, i sette potranno fare ricorso in Cassazione. Se l'estradizione verrà confermata per eseguirla servirà un decreto del primo ministro contro il quale potrà essere proposto ricorso davanti al Consiglio di stato. Ora, quindi, le sorti degli ex terroristi sono nelle mani della magistratura francese che "si occuperà del dossier" e prenderà "una decisione indipendente sui casi individuali", ha riferito l'Eliseo. Dunque, non c'è matematica certezza che l'esito sia quello dell'estradizione.
Sul fronte politico, tuttavia, la vicenda ha raggiunto il risultato sperato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha espresso soddisfazione, parlando di "memoria di quegli atti barbarici viva nella coscienza degli italiani" e rinnovando la "partecipazione al dolore dei familiari". La ministra Cartabia, che in prima persona ha sollecitato l'operazione, ha definito "storica" la decisione della Francia di "rimuovere ogni ostacolo al giusto corso della giustizia per una vicenda che è stata una ferita profonda nella storia italiana".
La dottrina Mitterrand - Sul versante francese, il presidente Emmanuel Macron si è assunto personalmente la paternità dell'iniziativa, ma l'Eliseo ha precisato che la decisione non sconfessa affatto la dottrina Mitterrand, perché i terroristi arrestati ieri "hanno commesso reati di sangue". La dottrina Mitterrand non è una legge ma una decisione politica presa nel 1985 dall'allora presidente. Erano gli anni delle inchieste per terrorismo, la Francia era il luogo dove molti avevano trovato rifugio e Mitterrand aveva deciso che i terroristi italiani, che avevano rotto in modo evidente con il terrorismo e si erano rifatti una vita in Francia non sarebbero stati estradati, a meno che non venissero fornite prove di una loro "partecipazione diretta a crimini di sangue".
Come sia possibile che in Francia abbiano vissuto e vivano ex terroristi condannati per omicidio lo spiegano i fatti successivi.
In Italia vengono celebrati i processi per terrorismo, molti si fondano sulle dichiarazioni di pentiti (è il caso di Pietrostefani) e gli imputati vengono condannati in contumacia perché già espatriati. L'ordinamento francese, però, non riconosce l'istituto della contumacia e il fatto che militanti di movimenti politici che si definiscono di opposizione vengano condannati senza essere presenti alimenta la sfiducia francese nei confronti degli esiti dei processi italiani ai terroristi.
A questo si sommano le complicazioni burocratiche e politiche, anche perché in Francia si sviluppa un movimento di intellettuali, dalla scrittrice Fred Vargas fino al filosofo Bernard-Henry Lévi, contrari alle estradizioni. Anche oggi, a spingere l'iniziativa di Macron, sembrano essere ragioni politiche: è in corso di approvazione una nuova legge antiterrorismo, il conflitto con la destra di Marine Le Pen è sempre più aspro e un atto simbolico come questo aiuta a rafforzare la nuova dinamica di cooperazione giudiziaria europea, che è uno dei punti su cui spinge anche Cartabia. La scelta ricuce i rapporti con l'Italia, dove la ferita del terrorismo non è ancora chiusa e le famiglie delle vittime reclamano giustizia. La decisione ora spetta ai giudici francesi. All'opinione pubblica, invece, la valutazione se il tempo trascorso possa o meno influire sulla pretesa punitiva di uno stato. E su chi siano gli uomini e le donne che potrebbero tornare in Italia, a più di quarant'anni dai fatti per cui sono stati condannati.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 29 aprile 2021
Certe pene sono imprescrittibili, ma l'ansia di vendetta è un sentimento avvilente che sa di sconfitta. Non partecipo al clima di giubilo per gli arresti in Francia. Negli anni del terrorismo, che erano i miei vent'anni passati a Torino, ero un controterrorista (così mi definiva mio padre con molta inquietudine), ero collaboratore di questurini e carabinieri e magistrati, organizzatore di delazioni di massa, di scioperi, di documenti e ricerche per dire la verità su un fenomeno, la violenza in fabbrica e fuori, che inquinava severamente la storia del movimento operaio e minacciava la democrazia e lo stato, con i quali noi comunisti togliattiani e amendoliani ci identificavamo senza riserve, fino a assumerci rischi seri, girare armati con l'autorizzazione del ministero dell'Interno, cambiare abitazione e guardarci le spalle.
Avevo una smania di giustizia efferata, emozionato dal delitto e dalla sorte delle vittime; sapevo che era lotta armata, non omicidi seriali, sapevo che i caduti erano simboli politici, non-persone trattate con odio giacobino da marxisti imbizzarriti e stolti; la mia furia di ritorsione e repressione era identica con l'idea di stroncare un movimento o partito armato che mirava al cuore dello stato nel quale il Pci era insediato nel segno dell'antifascismo e della costituzione repubblicana e di un'alleanza riformatrice tra le grandi forze popolari (retrospettivamente, un generoso inganno ideologico).
Ho partecipato a un numero impressionante di funerali, di comizi, di avventurose imprese politiche fluttuanti fra morti e feriti per mano terrorista, questurini, giornalisti, capi di fabbrica, passanti, amministratori, politici, fino ai casi di un operaio di Genova Guido Rossa, che aveva denunciato un terrorista, e di Aldo Moro, il capo della Dc e della maggioranza di unità nazionale processato e giustiziato senza pietà. Ruppi le relazioni con un mondo che mi sembrava fatuo, composto di facili giustificatori e giustificazionismi.
Decrittare i comunicati delle bierre era il mio mestiere, spiegare che molti movimenti estremisti erano contigui all'area o partito armato era la mia missione intellettuale in una città, Torino, dove lo pseudo-dogma dei "compagni che sbagliano" era spesso di rigore, in particolare nella cultura cosiddetta azionista oggi imprudentemente celebrata come integra e pura.
Non ritrovo nulla di quella smania di giustizia, bene o male indirizzata, ma decisiva per la sconfitta del terrorismo italiano, nell'ansia di vendetta che nell'Italia di oggi, quando non costa più nulla e rende troppo solidarizzare con il dolore delle vittime e dei loro parenti, raggiunge anche delitti di cinquant'anni fa e persone che c'entrano ormai nulla con quello che furono. Tutto viene deciso da un'interpretazione abbastanza miserabile della politica.
Mitterrand custodiva a suo modo un fuoco machiavellico incomprensibile a noi di qui e perseguiva l'obiettivo di una soluzione politica forte a un problema storico, quello di una parte di una generazione che aveva ceduto al fantasma doloroso (per gli altri e per loro stessi) della lotta armata. Noi qui, adesso, dopo il tradimento macroniano di quella "dottrina", paghiamo con un fuocherello demagogico da quattro soldi, e con l'illusione della giustizia distributiva, la nostra incapacità di elaborare un luttuoso periodo della nostra storia, fatto anche ma non soltanto di dolori privati, un'epoca in cui si doveva saper scegliere da che parte stare.
E all'avanguardia della demagogia si trovano quelli che forse in quegli anni avrebbero speso poco, pochissimo, in difesa dello stato e della democrazia, di quelle energie repubblicane che non posseggono se non nella chiacchiera. Quindi la legge è legge, certe pene sono imprescrittibili, ma il giubilo oggi è per me un sentimento avvilente e sa di sconfitta.
di Marco Galluzzo
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
La ministra della Giustizia: "Decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo. Una modalità d'azione, a cui ispirarsi sempre".
Ministra Cartabia, dopo decenni le autorità francesi accolgono le nostre richieste e arrestano i terroristi italiani che si sono rifatti una vita in Francia. Lei come titolare della giustizia ha gestito questa ultima fase. Cosa è cambiato rispetto al passato?
"Questa vicenda si protrae da oltre quattro decenni. Dietro questa svolta c'è un lavoro che ha coinvolto negli anni vari soggetti a più livelli. Sin dal mio primo colloquio col ministro della Giustizia francese ho percepito una chiara sensibilità alla portata storica e politica del problema, un'umana partecipazione al dolore delle vittime e una netta determinazione ad impegnarsi per porvi rimedio. Non so se le origini italiane del ministro Dupond-Moretti, di cui va molto fiero, possano aver giocato un ruolo. Decisivo è stato anche il fatto che, mai come ora, tutte le nostre istituzioni si sono mosse in modo compatto e tempestivo. Una modalità d'azione, a cui ispirarsi sempre".
L'Eliseo ha confermato la dottrina Mitterand, ma ha concesso quello che prima negava. Perché?
"Nel colloquio con Dupond-Moretti ho ribadito con fermezza l'importanza del fattore tempo, avendo ben presente il calendario delle imminenti prescrizioni. La prossima sarebbe stata il 10 maggio. E ho voluto anche fare chiarezza una volta per tutte sul duplice equivoco, che per anni ha ostacolato la concessione delle estradizioni: anzitutto stiamo parlando di persone condannate in via definitiva per reati di sangue e non processate per le loro idee politiche; in secondo luogo le condanne sono state pronunciate all'esito di processi celebrati nel pieno rispetto delle garanzie difensive del nostro ordinamento. Come in questi anni più volte è stato ricordato, con le parole di Sandro Pertini, "l'Italia ha sconfitto gli anni di piombo nelle aule di giustizia e non negli stadi".
L'amicizia fra Draghi e Macron ha avuto un ruolo?
"So per certo che c'è stata una telefonata, ai miei occhi decisiva, tra il presidente Draghi e il presidente Macron".
Quanto ci vorrà per l'effettiva estradizione in Italia?
"Difficile fare previsioni precise, anche perché si tratta di fascicoli complessi. Di certo, io direi non dobbiamo aspettarci un rientro a breve, nei prossimi giorni. Gli arresti di ieri servivano a scongiurare il pericolo di fuga. Ora i giudici valuteranno se convalidarli e se applicare misure cautelari. Poi inizieranno i procedimenti, per valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti per la concessione dell'estradizione. E poi ancora, come sempre avviene in queste procedure, l'ultima parola è dell'autorità politica".
Cosa garantisce che queste persone arrivino in Italia? Negli anni '80 a diversi arresti in Francia non è seguita poi l'estradizione...
"Come accennato poco fa, la procedura è ancora molto lunga e articolata e soggetta a specifiche valutazioni che terranno conto dei singoli casi. Per questo, gli esiti sono ora tutti nelle mani dell'autorità giudiziaria francese. Certamente, il clima in cui questa svolta è avvenuta mi pare molto diverso rispetto ad allora".
Che giustizia è quella attuata con tanto ritardo sui fatti contestati?
"Nessun ordinamento giuridico può permettersi che una pagina così lacerante della storia nazionale resti nell'ambiguità, e resti irrisolta. La storia offre numerosi esempi di giudizi celebrati e di vicende giudiziarie portati a compimento a molti anni di distanza. La nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto ad una sete di vendetta, che mi è estranea, ma ad un imperioso bisogno di chiarezza, fondamento di ogni reale possibilità di rieducazione, riconciliazione e riparazione, fini ultimi e imprescindibili della pena".
Si può ancora parlare di rieducazione della pena a distanza di 40 anni?
"Qualunque processo di rieducazione e anche di riconciliazione personale e sociale, specie dopo ferite particolarmente profonde, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto e da un'assunzione chiara di responsabilità. Non a caso, in Sud Africa, dopo l'Apartheid, è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". Questo è forse il primo rilevante esempio di giustizia riparativa, che tra l'altro ha ispirato un analogo percorso qui in Italia tra protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime".
La vicenda di Battisti e la confessione finale di diversi delitti, negati quando stava in Francia e in Brasile, può aver avuto un ruolo?
"Sicuramente questa vicenda ha contribuito a dare una visione più corrispondente alla realtà degli anni di piombo e quindi a creare anche in Francia un clima più favorevole all'accoglimento delle richieste italiane".
di Liana Milella
La Repubblica, 29 aprile 2021
La ministra della Giustizia: "Un atto di fiducia importante per le istituzioni italiane. La svolta? L'incontro con Dupont-Moretti e il dialogo tra Draghi e Macron". Secondo la Guardasigilli "Parigi ha riparato a una ferita aperta da 40 anni. Il perdono? Nel mio piano di riforme ci sarà spazio per la giustizia riparativa".
"Non sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione". Ma a partire da un punto fermo: "Non ci può essere riconciliazione senza verità". La Guardasigilli Marta Cartabia, in una giornata storica per lei in via Arenula, spiega a Repubblica come si è giunti alla cattura dei brigatisti e qual è il senso politico e giuridico degli arresti che rispondono a un fondamentale principio: "Dopo ferite particolarmente dolorose è necessario riconoscere ciò che è accaduto, come direbbe Paul Ricoeur, attraverso una parola di giustizia".
Lei ha definito subito come una "pagina storica" l'arresto dei terroristi in Francia. Perché?
"Per la prima volta, la richiesta italiana di estradizione è stata riportata nell'alveo corretto dell'amministrazione della giustizia. Ossia, dopo quasi 40 anni, la Francia ha compreso appieno quale ferita abbia subito l'Italia negli anni di piombo e per la prima volta ha rimosso gli ostacoli politici, legati alla dottrina Mitterand, trasmettendo le domande di estradizione alle autorità giudiziarie, affinché la giustizia segua il proprio corso".
E ora che succede?
"Gli arresti sono funzionali a evitare il pericolo di fuga. Ora i giudici valuteranno la convalida e l'opportunità di misure cautelari. Poi inizieranno i procedimenti per valutare caso per caso la sussistenza dei presupposti per la concessione dell'estradizione. Come sempre in queste procedure, l'ultima parola è dell'autorità politica".
È il segno di un nuovo ruolo dell'Italia in Europa e nei rapporti con gli altri Paesi?
"Di sicuro è un momento di forte collaborazione bilaterale tra due Paesi da sempre amici. La Francia, con questo passo storico, conferma la sua fiducia verso le istituzioni italiane e prende atto della correttezza delle procedure giudiziarie seguite, fino alle condanne definitive per i reati, commessi negli anni di piombo".
Il suo predecessore Bonafede, che fa i complimenti a lei e a ministero su Fb, parla di un "lavoro lunghissimo" condotto anche da lui nel massimo riserbo. Ma com'è maturata, solo ora, la svolta?
"Oggi si è scritto il capitolo conclusivo di una lunga storia, che affonda le sue radici negli anni '80-'90, ripresa in quelli successivi con differenti livelli di attenzione e a fasi alterne, dal nostro Paese. Le prime richieste di estradizione risalgono alla fine della stagione degli anni di piombo; poi, dopo una lunga quiescenza, il tema si è riproposto nel 2002 e più recentemente, a partire dal gennaio 2020 con il ministro Bonafede, subito dopo la vicenda di Cesare Battisti".
E quale è stato il suo ruolo?
"Per quanto mi riguarda, ho avuto la chiara percezione che fossimo a una svolta l'8 aprile scorso, durante il colloquio con il ministro Dupond-Moretti, che ha mostrato molta sensibilità per le ferite ancora aperte nella storia italiana di quegli anni. Ha espresso una chiara determinazione a volersi impegnare in prima persona per chiudere questo capitolo".
Quali argomenti ha usato per convincerlo a sbloccare la situazione?
"Abbiamo premuto sul fattore tempo, a fronte del rischio di ulteriori imminenti prescrizioni. Abbiamo ricordato la legittima richiesta di giustizia dei familiari delle vittime, ma abbiamo anche voluto, una volta per tutte, chiarire il doppio equivoco che negli anni aveva ostacolato la decisione politica di Parigi: stiamo parlando di persone, che non sono state processate per le loro idee politiche, ma per le violenze commesse. E l'Italia li ha processati nel pieno rispetto delle garanzie difensive previste dalla Costituzione e dal nostro ordinamento. Dopo il mio colloquio col ministro, l'interlocuzione tra Italia e Francia è proseguita tra Draghi e Macron".
E i francesi hanno capito che la dottrina Mitterrand andava archiviata definitivamente?
"Dupond-Moretti ha tenuto a sottolineare che la dottrina Mitterand "non doveva coprire chi avesse le mani sporche di sangue", per citare proprio una sua dichiarazione di ieri, a margine del consiglio dei ministri".
Ha influito l'avvicinarsi della prescrizione per alcuni arrestati?
"Come ho già accennato, il ministro francese era ben consapevole dei termini di prescrizione per ogni posizione, il primo dei quali sarebbe scattato il 10 maggio".
Molte voci, tra cui Erri De Luca, Sergio Segio, l'avvocato di Battisti e alcuni intellettuali francesi hanno manifestato perplessità, se non delusione. Questi arresti non contraddicono le posizioni a favore della giustizia riparativa?
"Al contrario. È fondamentale non permettere che una pagina così lacerante della storia italiana resti irrisolta, non chiarita. Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica, dopo ferite particolarmente dolorose, non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso "una parola di giustizia". Non a caso, il primo e più clamoroso esempio di riconciliazione è quello del Sud Africa: dopo l'Apartheid è stata costituita una commissione denominata "verità e riconciliazione". La seconda non può realizzarsi a prescindere dalla prima".
In questi casi perché non può prevalere il perdono? Quello di cui hanno parlato, in lunghi colloqui, i familiari delle vittime e i brigatisti? È un filo rosso che si dipana in molte reazioni agli arresti di oggi...
"La sua domanda mi sembra far riferimento agli importantissimi percorsi di giustizia riparativa, che in Italia hanno coinvolto tra l'altro proprio alcuni protagonisti della lotta armata e i familiari delle vittime. Questo cammino ha preso avvio dal desiderio di tutti i soggetti coinvolti di non permettere che le loro vite "cadessero per sempre nella rimozione, nella negazione o nel rancore, ma si aprissero a una presa di coscienza, a una ricerca della verità e di responsabilità costruttivamente intese, per uscire dalle memorie congelate e fissate sul dolore inferto e subito". Sto citando parole tratte da "Il Libro dell'incontro", una lettura per me illuminante, che raccoglie le testimonianze di un percorso di giustizia riparativa, che considero la forma più alta di giustizia, a cui può tendere un ordinamento".
Lei è una costituzionalista illuminata, che ha pronunciato sempre parole importanti sul carcere. Ma crimini così gravi, come gli omicidi, comportano che la pena debba essere scontata dentro le mura per tanti anni?
"Le risponderei con l'altra parte della frase di Ricoeur, che ho già citato e che mi è molto cara: "Occorre una parola di giustizia". E poi prosegue: "Un'altra storia inizia qui". Per me significa che occorre sempre partire da un accertamento chiaro dei fatti e delle responsabilità, "Una parola di giustizia" appunto; poi, nella fase dell'esecuzione, "inizia un'altra storia": spetta alle autorità giudiziarie valutare le modalità con cui la pena dovrà essere espiata. In sintesi, per essere chiara: la nostra volontà di riproporre la richiesta delle estradizioni non risponde nel modo più assoluto a una sete di vendetta, che non mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma ad una sete di chiarezza e di reale possibilità di riconciliazione".
di Olga D'Antona
La Stampa, 29 aprile 2021
La giustizia. Che cosa è la giustizia per noi vittime? Che cosa è oggi per chi ha perso i suoi cari 40-50 anni fa? Non mi sfugge l'importanza degli arresti di ieri. Un gesto politico rilevante perché segna un passo avanti nel reciproco riconoscimento tra i Paesi europei, il rispetto per il nostro sistema giudiziario che in questi anni la dottrina Mitterrand aveva negato.
Ci ha fatto molto male l'impunità garantita dalla Francia ai terroristi. È sembrata una forma di appoggio a chi aveva inferto gravissimi lutti alle nostre famiglie. A quei parenti che hanno vissuto per quarant'anni tenendosi il dolore addosso mentre in Francia i radical chic, è proprio il caso di chiamarli così, trattavano i carnefici come dei romantici combattenti. Fanny Ardant li chiamò eroi. Forse pensava alla Rivoluzione francese.
Ma questi terroristi erano quelli che avevano ucciso vittime innocenti, gente che prometteva una rivoluzione di sinistra ammazzando gli operai, come Guido Rossa a Genova. L'impunità garantita da Mitterrand piaceva a certi ambienti culturali della sinistra francese. I parenti delle vittime di quei terroristi hanno dovuto subire la pena accessoria di uno Stato che negava l'arresto dei colpevoli riconosciuti di quei delitti. E lo dico a prescindere dal mio caso personale.
In fondo l'assassinio di mio marito è più recente di quelli commessi dai terroristi arrestati ieri. E nel mio caso la giustizia è arrivata in tempi piuttosto rapidi. Ma penso a chi ha dovuto aspettare tutti questi anni, penso ai parenti di quelle vittime presto dimenticate, quelle poco note, che spesso non hanno avuto nemmeno la solidarietà che sarebbe spettata loro. Ma ritorna la domanda di partenza: si può chiamare giustizia quella che fa giustizia dopo mezzo secolo?
In cinquant'anni capitano molte cose. Di quei carnefici, delle persone che sono diventate dopo tanti anni vissuti da liberi cittadini, sappiamo poco. Avranno formato famiglie, cresciuto figli, si saranno costruiti una vita nuova. C'è sì soddisfazione per la fine di un'ingiustizia ma allo stesso tempo mi domando: è ancora giustizia? Si può ancora pensare alla finalità rieducativa della detenzione sancita dalla nostra Costituzione?
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