di Sebastiano Depperu
La Nuova Sardegna, 9 giugno 2021
È appena uscito il libro "Divieto di arresto e di detenzione - un virus ideologico del sistema Italia" di Giovanni Usai. È un libro scritto da uno che non ama definirsi scrittore per rispetto di quelli che "lo sono davvero e meritano quel titolo". Il lurese Giovanni Usai, attualmente consigliere di minoranza a Luras e possibile candidato alla carica di sindaco alle prossime elezioni d'autunno, ha un approccio pragmatico, determinato e pare già essere impegnato anche in un altro lavoro che potrebbe vedere la luce nella primavera del 2022.
"Sono un appassionato di cronaca giudiziaria e un osservatore attento delle dinamiche complementari, compreso l'impatto che queste determinano presso la pubblica opinione - dichiara l'autore -. Il mio è un approfondimento informale sui temi legati all'inadeguatezza del sistema sanzionatorio penale, all'incertezza della espiazione - effettiva - della pena e all'insicurezza in molte città italiane nelle quali, specie nelle periferie, milioni di italiani sono divenuti minoranza e succubi di ciò che è correlato a promiscuità ed insediamenti selvaggi". Il volume è autoprodotto dallo stesso autore attraverso Amazon.
Usai si definisce "sostenitore della necessità di pene meglio calibrate alla natura del reato per il quale vengono inflitte, di un riequilibrio complessivo nel rapporto tra lo stato e chi viola la legge, di quello tra guardie e ladri; punto il dito sul rito abbreviato del 1989 e sull'ordinamento penitenziario del 1975 che sono le norme principali dalle quali discendono gli sconti di pene e le liberazioni anticipate che, oltre ad un senso di sfiducia crescente, creano subbuglio tra milioni di cittadini che, senza alcuna casacca politica, si interrogano con sempre maggiore rammarico".
A completare il lavoro c'è anche un approfondimento sul sistema penitenziario italiano, sulle difficoltà ad operare per le forze di polizia, compresa l'assenza di tutele nei loro confronti e un'intervista esclusiva ad un veterano della direzione carceraria che riferisce, tra questioni di interesse, che il detenuto Salvatore Riina, già capo di cosa nostra, grande appassionato di ciclismo, non apprezzava il pugilato perché lo riteneva uno sport violento".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 9 giugno 2021
Il vertice dei ministri dell'Interno. In Lussemburgo non si parla di ricollocamenti. Via libera sul regolamento Easo. Non riuscendo a mettersi d'accordo su come gestire i flussi di migranti in arrivo, l'Unione europea trova una strategia comune nel guardare fuori dai propri confini scegliendo - cosa tra l'altro non nuova - di intensificare i rapporti con i Paesi di origine di quanti cercano di attraversare il Mediterraneo.
Il che significa provare a siglare accordi bilaterali per i rimpatri, affiancati da aiuti economici utili per rendere le frontiere africane più difficili da attraversare. A cominciare, è stato sottolineato nel vertice dei ministri degli Interni che si è tenuto ieri a Lussemburgo, da Tunisia e Libia, principali Paesi di partenza dei barconi. Il tutto nella speranza di riuscire a trovare una mediazione possibile entro il 24 giugno, quando a Bruxelles torneranno a riunirsi i capi di Stato e di governo. "Per i Paesi mediterranei riuniti nel gruppo Med5 (oltre all'Italia ci sono Spagna, Grecia, Cipro e Malta, ndr) è fondamentale che la trattativa sul nuovo Patto immigrazione e asilo segua contemporaneamente i temi legati alla responsabilità e quelli concernenti la solidarietà tra Stati membri", aveva spiegato prima dell'incontro la ministra Luciana Lamorgese.
Per l'Italia, che da tempo spinge per un maggiore impegno dei partner europei nella ricollocazione dei migranti, è difficile considerare il summit un successo visto che, come ammesso dalla commissaria agli Affari interni Ylva Johansson, "non si è discusso di schemi volontari di redistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi Ue, come quello concordato a Malta tempo fa". Ricreare quell'accordo tra Paesi "volonterosi", siglato alla Valletta da Lamorgese poco dopo il suo arrivo al Viminale nel 2019 e poi naufragato a causa della pandemia, era uno degli obiettivi che l'Italia sperava di raggiungere in mancanza di un meccanismo che rendesse finalmente obbligatorio per tutti gli Stati accogliere i richiedenti asilo.
Che anche questo risultato minimo fosse però in bilico lo si era capito da giorni. Nonostante le promesse, sia Germania che Francia hanno fatto sapere di non essere interessate, riducendo così il gruppo dei "volenterosi" ai soli Irlanda, Lussemburgo e Lituania, per un totale di appena 28 posti con la Lituania che per di più da giorni chiede aiuto all'Unione europea per fermare i tentativi della Bielorussia di far attraversare le sue frontiere da gruppi di migranti.
La strada è talmente in salita da costringere l'Italia a cambiare la propria strategia. Finora, infatti, Roma ha sempre sostenuto di voler modificare il Patto su Immigrazione e asilo presentato lo scorso settembre dalla presidente Ursula von der Leyen discutendo tutti insieme i punti su quali non è d'accordo, a partire proprio dai ricollocamenti. Ieri, di fronte al muro opposto da Austria, Danimarca, Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, ma anche al passo indietro fatto nel frattempo da Berlino e Parigi, i ministri dell'Intero di tutto il gruppo Med5 hanno comunicato con una lettera di voler arrivare a un compromesso accettando intanto di sbloccare le trattative sul regolamento dell'Easo, l'Agenzia europea per l'asilo. Un passo in avanti definito "un grande successo" dal ministro dell'Interno portoghese Eduardo Cabrita, e che potrebbe avere ripercussioni sul vertice di fine mese.
Appuntamento reso però più complicato da un'altra lettera fatta arrivare sempre ieri a Bruxelles e sottoscritta questa volta da Germania, Lussemburgo, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Svizzera. Alla Commissione europea i sei Stati dell'area Schengen chiedono di fermare i movimenti secondari dalla Grecia, ovvero quei migranti che dopo aver presentato richiesta di asilo ad Atene, si mettono in viaggio verso il nord Europa con l'intenzione di raggiungere, prima fra tutti, la Germania.
di Gianni Cuperlo*
Il Domani, 9 giugno 2021
L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo dopo la vicenda di Musa Balde. Ieri la rubrica delle lettere di questo giornale ha ospitato lo sfogo di un lettore, Nazzareno Tittarelli, contro l'indifferenza che la politica, tutta, avrebbe mostrato verso la tragedia di Musa Balde, 23 anni, nativo del Gambia, morto suicida nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Torino. Musa Balde era in Italia dal 2017 dopo essere fuggito da disperazione e terrore nel suo paese. Qui da noi voleva integrarsi, studiare, e lo ha fatto con una licenza di terza media conseguita a un anno dall'arrivo. Neppure quella, però, gli è bastata per essere accolto dal paese che doveva restituirgli una speranza di vita.
Mesi, anni, sono trascorsi così, mentre le prospettive dell'integrazione si allontanavano. Sino ai primi di maggio quando a Ventimiglia è rimasto vittima di un pestaggio da parte di tre sbandati. Lo hanno picchiato perché, a dire loro, stava rubando un telefonino. In verità stava semplicemente elemosinando qualche moneta. Come nei brutti film o nelle storie paradossali i tre se la sono cavata senza guai, lui no. Lui non avendo documenti in regola, non potendone avere, è finito nel Cpr di Corso Brunelleschi, sotto la Mole. Ci è restato poco perché nella notte del 22 maggio non ha resistito oltre e ha scelto di andarsene e di farlo nel solo modo possibile. Il nostro lettore ha una ragione e un torto e credo meriti una risposta su entrambi. L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo. Alcuni lo hanno fatto, tra i primi gli avvocati in toga, alcune centinaia scesi in piazza Castello a denunciare quello che molti sapevano e sanno. Gianluca Vitale, uno di loro, Musa Balde lo ha incontrato dietro le mura del Cpr e il luogo lo descrive così: "Gabbie come pollai, situazioni non degne di un paese civile".
La proposta - Da giuristi hanno chiesto e preteso la chiusura di quei centri, luoghi di afflizione nati in una stagione lontana, era il 1998 e il Testo unico sull'immigrazione a doppia firma Turco-Napolitano prevedeva un tempo massimo di trenta giorni per trattenere persone in attesa di espulsione. Il duo Bossi-Fini quel periodo ha pensato bene di raddoppiarlo mentre il leader attuale della Lega nella sua permanenza al Viminale lo aveva portato a un anno e mezzo, tempo ridotto dalla ministra Lamorgese a novanta giorni. Un rimpallo della tempistica, ma lì dentro come in altri contesti eguali si è continuato a soffrire e morire. Sei sono le persone decedute in quei Centri dal giugno 2019.
Per la verità anche la politica, o parte di essa, un colpo lo ha battuto. Due esponenti locali del Pd e di Liberi uguali verdi, Domenico Rossi e Marco Grimaldi, all'indomani della tragedia nel Cpr sono entrati, hanno raccolto le testimonianze e denunciato l'assenza di supporto e controllo verso Musa Balde fin dal momento dell'arrivo. Hanno parlato della riduzione di servizi di aiuto per "detenuti" che "detenuti" non sono: sedici ore settimanali di assistenza psicologica per cento persone, fa nove minuti e mezzo a testa. E ancora, cinque ore al giorno di presenza medica e trentasei alla settimana di mediazione culturale. Fino qui, dunque, la conferma che la morte annunciata di un ragazzo non è finita nel silenzio di tutti. E però il lettore di Domani, nella sua denuncia della politica silente e immobile, ha più di una ragione. La prima è nell'aver lasciato che una situazione simile si rinnovasse nel tempo.
La colpa grave, soprattutto quando al governo un pezzo della sinistra non era costretta a convivere con la Lega, è nell'avere rinviato un azzeramento delle peggiori soluzioni messe in atto dalla destra. L'altra responsabilità non giustificabile è l'avere evocato migliaia di volte, ma senza esito, il superamento di quel reato di clandestinità che punendo una condizione oggettiva e non un presunto reato ha violato il perimetro dello stato di diritto col risultato di recludere per un tempo dilatato donne e uomini senza fornire neppure un motivo che sorreggesse la privazione più grave, quella della loro libertà. Non serviva la morte di Musa Balde a certificare il fallimento di un sistema che negli anni ha caricato di sofferenze corpi già prostrati, il tutto alimentando inefficienze e costi privi di qualunque senno. Spiega Massimiliano Bagaglini, responsabile migranti del Garante nazionale delle persone private della libertà personale: "Non esiste una legge organica che regola la vita all'interno dei centri e definisce la modalità di trattenimento". Se è così, e le cose stanno precisamente così, dovremmo concludere che in assenza di una legge che lì dentro "regoli la vita" se ne è affermata un'altra, mai votata da nessuno, che legittima la morte di un ragazzo senz'altra colpa dalla propria miseria. Possiamo gioire di una ripresa dell'economia e del tutto esaurito nei ristoranti, ma se l'Italia e il governo che c'è non daranno risposta alla tragedia di Musa Balde sarà difficile dirsi di nuovo un paese civile.
*Dirigente Pd
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 9 giugno 2021
Nella base militare di Herat, Lorenzo Guerini ammaina la bandiera. Ce ne andiamo ma non vi abbandoniamo, assicura il ministro della Difesa italiano. A Kabul, nel quartiere sciita di Dasht-e-Barchi, si chiedono giustizia e protezione. "Siamo sotto attacco, il governo non ci ascolta: chiediamo alle Nazioni unite, a tutti i Paesi del mondo di fermare gli attentati contro la comunità hazara, di trovare i colpevoli".
Mohammad Hussein Nazari ci accoglie sulla porta di casa, lungo una strada polverosa che sale sulla collina. Siamo nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi. "Siamo sciiti, siamo hazara, vogliamo educare le nostre figlie e progredire. Per questo ci attaccano". Sul cancello in metallo, un ritratto commemora la figlia Rehana, 16 anni, studentessa alla scuola Sayed al-Shohada, a qualche centinaio di metri da casa sua. Un mese fa, l'8 maggio, durante il Ramadan, un triplice attentato colpisce le studentesse che escono dalla scuola. "Erano le 4 e 30 del pomeriggio. In uscita c'erano 4.500 studenti e studentesse, 150 insegnanti, tra cui molti volontari", ci racconta Aqila Tavaqoli, già insegnante, preside dal 2012. "La prima macchina imbottita di esplosivo è saltata in aria a cento metri dall'ingresso della scuola".
Fuori, annerite o scheggiate, le mura che costeggiano la scuola portano i segni della prima esplosione. "Poi, a distanza ravvicinata, altre due esplosioni". Tavaqoli racconta di aver provato inutilmente a chiamare polizia e ambulanze, dopo la prima. Di aver visto crescere intorno a sé le richieste, le urla, le corse affrettate, le chiamate. Il caos. Il vuoto. "Sono svenuta. Quando mi sono ripresa la scuola era vuota". Fuori, residenti e genitori fronteggiano una strage. La preside sostiene che le vittime "sono 79, di cui 72 studentesse, i feriti 275, almeno 500 le ragazze con problemi psicologici". La lista ufficiale che otteniamo noi elenca 85 vittime, nomi, cognomi, classe e famiglia. Fuori dall'edificio principale della scuola, madri e padri sono in attesa, seduti su panche impolverate o in drappelli, al riparo dal sole.
Ci mostrano fogli bollati, attestati, tessere studentesche, diagnosi mediche, richieste di mutuo. Chiedono aiuto, spiegazioni. Le figlie sono rimaste ferite, ma i loro nomi non compaiono nelle liste di chi ha diritto all'assistenza. Oppure gli aiuti tardano ad arrivare.
Anche i soccorsi, ripetono tutti, sono arrivati in ritardo. Padri, madri, residenti, docenti, tutti qui hanno prestato aiuto, un mese fa. Trasportando feriti, raccogliendo i morti. "Non posso descrivere ciò che ho visto, è difficile da tollerare", prova a ricordare Mohammad Hussein Nazari, il padre di Rehana. Zaini, libri, astucci, scarpe spaiate, insanguinate. Corpi non più riconoscibili. "Continuavo a controllare i corpi in terra, uno dopo l'altro, a cercare le mie figlie". L'8 maggio scorso, alle 4 e mezzo del pomeriggio a uscire dalla scuola al-Shohada ci sono 4 figlie di Nazari. "Un parente mi ha chiamato per dirmi che Habiba e Hakima erano salve, a casa con la madre". Poco dopo, "un altro mi avverte che anche Farzana era arrivata a casa". La quarta figlia, Rehana, non si trova. "L'ho cercata ovunque, per ore, di ospedale in ospedale, sempre più preoccupato". La ritrova all'ospedale Watan, lungo la via Shaheed Mazari. "L'ho dovuta riconoscere tra altri quindici corpi. Quindici studentesse. Tutte morte".
Chi le abbia uccise, non è dato saperlo. "Talebani, Daesh, qualcun altro. Non sappiamo chi sia stato. Sappiamo che siamo un obiettivo. Vogliamo protezione", dichiara la preside Tavaqoli. La scuola è ancora chiusa. "Bisogna fare i conti con il trauma collettivo, con le difficoltà di tante ragazze e famiglie. C'è l'assistenza psicologica, ma non basta. Vogliamo riaprire, tornare a insegnare e imparare, ma prima servono garanzie sulla sicurezza", spiega. Sulle sue spalle, il futuro della scuola, i rapporti con le autorità, le famiglie che recriminano, quelle che spingono per la riapertura, quelle che temono. Qui per gli hazara, la minoranza sciita perseguitata al tempo dell'Emirato islamico dei Talebani, oggi obiettivo della branca locale dello Stato islamico, è l'intero quartiere di Dasht-e-Barchi, l'intera comunità a essere sotto attacco. Su Twitter gli attivisti dell'ampia diaspora due giorni fa hanno chiesto #StopHazaraGenocide.
C'è chi critica la distinzione: siamo tutte vittime, in Afghanistan. Mohammad Hussein Nazari, il padre di Rehana, lo sa. Più di 40 anni di guerra, 20 anni di quel conflitto che la bandiera ammainata da Guerini non chiude, hanno causato lutti in ogni famiglia. Senza distinzione. "Ma qui ci attaccano proprio in quanto hazara", sottolinea. Elenca gli obiettivi degli ultimi attentati nel quartiere, "moschee, ospedali, palestre, perfino i reparti maternità. Vogliono ucciderci nel grembo, prima che nasciamo". E scuole pubbliche come la Sayed al-Shohada, qui a Dasht-e-Barchi, a un'ora di auto dal centro, dalle ambasciate straniere in cui si preparano valigie e piani di evacuazione, dai ministeri, dall'Arg, il palazzo presidenziale. "Erano tutte studentesse, giovanissime. Non conoscevano violenza, cattiveria. Erano le più innocenti di tutta Kabul. Perché loro?".
di Cristina Piccino
Il Manifesto, 9 giugno 2021
I militari l'avrebbero condotta in un centro segreto di detenzione, dove si muore sotto tortura. Dal suo arresto, il 5 giugno a Yangon, nessuno ha avuto più sue notizie. Neppure la famiglia che è stata informata solo il giorno successivo senza peraltro poter contattare in alcun modo Ma Aeint, regista, produttrice (Money Has Four Legs) di cinema indipendente nello Myanmar, molto conosciuta in Asia e nei circuiti internazionali. In risposta i familiari hanno ricevuto informazioni molto laconiche, che sarebbe stata portata in un luogo segreto per essere interrogata.
Ma questa è la prassi del regime militare di Myanmar al potere dopo il golpe che ha destituito la leader Aung San Suu Kyi (anche lei detenuta in segreto): sparizioni, omicidi, violenza, tortura, nel mirino ci sono i dissidenti, i sostenitori di Aung San Suu Kyi, i giornalisti, ma chiunque può scomparire in uno dei centri segreti di detenzione, e centinaia di persone sono state uccise negli ultimi mesi durante le proteste contro il regime.
Immediate le reazioni delle istituzioni cinematografiche in tutta l'Asia: il festival di Busan ha lanciato una petizione a cui hanno aderito altri 11 festival tra Sud Corea e Thailandia, in cui si chiede il rispetto dei diritti civili e di garantire l'incolumità fisica di Ma Aeint.
"Domenica scorsa alcuni ufficiali (non militari) hanno informato mia zia che Ma Aeint era detenuta in un centro militare segreto per un interrogatorio, Non è stata la polizia a prenderla, hanno parlato di 'militari' anche se nessuno si è ufficialmente qualificato" ha dichiarato a "Variety" la sorella della regista, Su Wai, che vive negli Stati uniti. Un collega di Ma Aeint, Maung Sun, ha detto che dopo l'arresto gli uffici della loro società sono stati "devastati". "Ci sono cinque centri per gli interrogatori, e tutti sono noti per le torture e le violenze che vi sono compiute - ha spiegato a "Variety" - Nei giorni scorsi molti prigionieri sono morti mentre venivano interrogati".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 9 giugno 2021
Carcere a vita per il generale, 79 anni, che guidò i serbi in Bosnia: il tribunale dell'Aja conferma in appello undici capi d'accusa. Fu il comandante che orchestrò il massacro di 8.372 uomini musulmani nel 1995. "Fu un genocidio", buttate via la chiave. Dopo 26 anni, arriva la verità definitiva su uno dei peggiori criminali di guerra della storia. Ratko Mladic. Il Boia di Srebrenica. Il generale serbo-bosniaco che nel luglio 1995 ordinò il massacro di 8.372 persone (ma la cifra sulla lapide in memoria è stata scolpita coi puntini di sospensione: centinaia di corpi non sono mai stati trovati...). Lo stratega del più lungo e angosciante assedio del XX secolo, a Sarajevo. L'uomo che alla sua bambina, anziché le bambole, dava la pistola da pulire (finché la figlioletta non crebbe, non si vergognò di tanto padre e non sui suicidò). A 79 anni, Mladic è stato condannato definitivamente, all'ergastolo, per genocidio.
Stanco e malato, non ha reagito al pronunciamento della corte e alle cinque toghe - tra cui la presidentessa, Prisca Matimba Nyambe, giudice dello Zambia - che elencavano tutte le accuse: genocidio, assassinio, sterminio, persecuzione, terrorismo... Gli hanno fatto solo uno sconto: assolto dall'accusa di genocidio per l'espulsione dei non-serbi da varie città, all'inizio della guerra. È una sentenza che risarcisce le vittime e incarognisce i carnefici. In un'atmosfera tesa, d'attesa. L'occasione per chiudere finalmente i conti col più spaventoso eccidio in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale. Oppure la scusa, come volevano i sostenitori di Mladic, per rileggere in ottica revisionistica gli anni cupi degli stupri etnici, dei cecchini sulle colline, dei campi di concentramento. I giudici del cosiddetto "Meccanismo residuale" dell'Aja, quel che ormai resta del disciolto Tribunale penale internazionale sull'ex Jugoslavia, hanno deciso di confermare il carcere a vita, già inflitto nel 2017 per crimini di guerra e contro l'umanità. E d'evitare una ripetizione del processo, cosa che invece sperava il figlio di Mladic.
Bisognerà leggere le motivazioni. Che nel caso specifico assumono il valore d'un documento storico. Perché con questa decisione, i giudici dell'Aja erano chiamati a chiarire soprattutto un aspetto: se quello della Bosnia potesse essere considerato non solo una sequela terrificante di crimini di guerra e contro l'umanità, ma un vero genocidio.
Ideato. Pianificato. Eseguito. Nascosto. Per cancellare un intero popolo. In primo grado, Mladic era già stato ritenuto colpevole di dieci degli undici capi d'accusa, ma assolto proprio dall'imputazione di genocidio (stavolta, gli sono stati "abbuonati" solo gli orrori a Foca, a Vlasenica, a Kljuc, a Sanski Most, a Kotor-Varos, a Prijedor, ovunque la sua soldataglia di Mladic organizzò violenze sessuali sistematiche, allestì lager, distrusse moschee). Stabilire se sia stato o no un genocidio, dicono i parenti delle vittime, era un passo importante. Specie ora che da parte serba si tende a ridimensionare i centomila morti della guerra e perfino a negare quel che accadde a Srebrenica, in quegli afosi giorni di luglio.
C'è stata una certa attesa a Sarajevo, la città che a Mladic deve un bel po' degli undicimila ammazzati fra il '92 e il '95. Al monumento che ricorda i 1.600 bambini uccisi durante l'assedio, non mancano neanche in queste ore fiori e candele. E pure al memoriale di Srebrenica, un'impressionante distesa di croci bianche, ogni giorno si vedono familiari delle vittime, visitatori sbalorditi, turisti attoniti. "È una giornata difficile", ha confidato a Belgrado il premier serbo Aleksandar Vucic, nazionalista e in passato sostenitore delle guerre, da sempre critico sui processi dell'Aja ("ce l'hanno solo con noi serbi: ai nostri hanno inflitto 1.138 anni di reclusione, ai bosniaci soltanto 42...!") e alle prese, proprio questa settimana, con la consegna al tribunale internazionale di due deputati ultranazionalisti.
La diretta tv è stata seguita anche a Pale, capitale dell'enclave serba in Bosnia: qui, Mladic è ancora considerato un eroe della causa serba. Lunedì sera a Bratunac, 10 km da Srebrenica, nella piazza del paese si son trovati a proiettare un film celebrativo della sua vita. E Milorad Dodik, leader serbo-bosniaco e membro della presidenza della Bosnia Erzegovina, non ha problemi ad attaccare di nuovo L'Aja ("non è un luogo di giustizia") e i suoi processi "politici", che "non aiutano a riappacificare i popoli".
L'ombra nera di Mladic non si ferma ai Balcani: il pazzo australiano che nel 2019 ammazzò decine di musulmani a Christchurch, disse d'ispirarsi a lui. E così pure Anders Breivik, il suprematista norvegese che sparò su 77 ragazzi. Con questa condanna, si giunge a una verità definitiva sulla guerra di Bosnia. Perché mancava solo lui: è morto in cella Slobodan Milosevic, il presidente serbo che sconvolse i Balcani; è stato condannato a vita Radovan Karadzic, il capo dei serbi che ideò le pulizie etniche, da poco trasferito in un carcere inglese; sono stati prosciolti, scarcerati oppure assassinati gli altri comprimari di quella tragedia: da Vojislav Seselj a Biljana Plavsic, per non dire della feroce "tigre" Arkan. Ad aspettare l'ultima sentenza era rimasto solo Mladic. Ha voluto assistere al verdetto. E per l'ultima volta ha fuggito sprezzante lo sguardo delle Mamme di Srebrenica, presenti in aula: "Aspettavamo la parola fine", dice una di loro. "Le nostre vite si sono fermate quel giorno. Ma serve un futuro, per chi è sopravvissuto".
di Sara Gandolfi
Corriere della Sera, 9 giugno 2021
Era stato arrestato per droga nel Michigan. A distanza di 16 anni si è presentato in Tribunale davanti allo stesso giudice per giurare come avvocato. La sua storia ha conquistato le pagine del Washington Post e di molti altri quotidiani americani. La riproponiamo qui, a testimonianza che è sempre utile offrire una seconda occasione, anche a chi all'apparenza non la merita o non la chiede, e che il sistema giudiziario ha il dovere di offrire a tutti, quando possibile, un rientro a pieno titolo nella società. La prima volta che Edward Martell si è presentato nell'aula del giudice Bruce Morrow, nella contea di Wayne, in Michigan, aveva 27 anni ed era considerato un "dropout", un emarginato, quasi uno scarto della società. Aveva abbandonato la scuola superiore con una lunga fedina penale che risaliva addirittura alla pre-adolescenza.
Era il 2005 e Martell, di origini latino-americane, era stato da poco rilasciato su cauzione quando fu arrestato nuovamente, per traffico di droga, qualche giorno prima del compleanno di sua madre. Si dichiarò colpevole di vendita e produzione di cocaina crack, era passibile di una condanna fino a 20 anni di carcere. Nessuno avrebbe più scommesso su di lui, una "mela marcia". "Qualsiasi altro giudice mi avrebbe asfaltato", ha ricordato in un'intervista al giornale Deadline Detroit. Il giudice Morrow, però, aveva altri piani. Ha condannato Martell a tre anni di libertà vigilata, invitando però a fare qualcosa di se stesso prima che fosse troppo tardi.
Lo scorso 14 maggio, Martell è tornato in un'aula di tribunale, davanti al giudice Morrow, accompagnato da due avvocati e dai suoi familiari. E ha prestato giuramento... A 43 anni è diventato avvocato dello Stato del Michigan. Vent'anni prima il giudice aveva visto in lui un giovane intelligente, persino brillante. "Un uomo proveniente da un ambiente economicamente depresso, con la polizia sempre alle calcagna, non aveva mai avuto una chance, capii che dovevo dargliela io", ha spiegato Morrow. "Pensavo che, se solo ne avesse avuto l'opportunità, poteva essere qualsiasi cosa volesse essere". Aveva ragione.
Nei quindici anni successivi alla sentenza, giudice e condannato sono rimasti in contatto regolarmente. Dopo la laurea al college, Martell ha vinto una borsa di studio all'Università di Detroit Mercy e ha fatto un tirocinio presso il Federal Public Defender per il Distretto di Columbia. "La maggior parte dei fallimenti - ha concluso il giudice Morrow - derivano dal fatto che le persone che hanno più bisogno di aiuto spesso non lo ottengono mai". Se si dà loro fiducia, però, possono davvero sorprendere.
di Matteo Muzio
Il Domani, 9 giugno 2021
Nel 2021 si dovrebbero portare a termine soltanto dieci esecuzioni, il record negativo dal 1983, ma gli stati governati dai repubblicani resistono alla moratoria proposta da Joe Biden e pensano a modalità sempre più sinistre per aggirare il rifiuto delle aziende farmaceutiche di fornire le droghe letali. L'immagine del condannato che attraversa un lungo corridoio, si distende su un lettino, viene legato con delle cinghie e poi gli viene iniettato un potente barbiturico nelle vene è sempre più rara nelle prigioni americane.
Tutt'altro che il revival sognato dall'amministrazione Trump, che a cavallo tra il 2020 e il 2021 ha deciso di mandare al patibolo ben tredici persone in attesa della sentenza capitale comminata dal governo federale. Le sentenze di morte nel penitenziario federale di Terre Haute, in Indiana, sono riprese dopo l'ultima che era stata comminata dal suo predecessore George W. Bush il 18 marzo 2003, due giorni prima dell'invasione dell'Iraq. Da allora molte cose sono cambiate, a cominciare dai freddi numeri. In quell'anno, sul territorio americano, erano avvenute 65 esecuzioni, di cui 25 nel solo Texas e alcune proclamate da governatori democratici, tra cui l'allora governatore della Virginia, Mark Warner, attuale presidente della commissione intelligence al Senato.
Passiamo al 2019, l'anno prima della pandemia, dove il confronto non è falsato dai rallentamenti dovuti alle condizioni di sicurezza dovute al Covid: 22 esecuzioni, quasi tutte nel sud ex confederato, tranne una, eseguita in South Dakota. Una drastica riduzione. Secondo le informazioni fornite dal Death Penalty Information Center, nel corso del 2021 si dovrebbero portare a termine soltanto dieci esecuzioni, il record negativo dal 1983. Non è solo merito dell'abolizione portata a compimento negli stati governati dai democratici: la Virginia è stata l'ultimo stato nel 2021, ma anche l'ultimo a portare a termine una condanna il 6 luglio 2017 con la firma del governatore Terry McAuliffe, il ventitreesimo stato a cancellarla formalmente.
I farmaci letali scarseggiano - Ma c'è anche la scarsità delle droghe usate nelle iniezioni letali, da circa trent'anni il metodo prevalente usato dai boia statali. L'originario cocktail di tre droghe è sempre stato più difficilmente reperibile a causa della riluttanza delle aziende farmaceutiche a fornire i farmaci, usati principalmente come anestetici o nell'eutanasia, ai singoli stati. Per questo dal 2017 a oggi di fatto l'unica alternativa è rimasta il pentobarbital, utilizzato per la prima volta in Missouri nel novembre 2013 per l'esecuzione di un serial killer, che normalmente è prescitto come sonnifero veterinario. Una sola droga che peraltro è stata criticata per causare inutili sofferenze al condannato, secondo un rapporto del Bureau of Prisons presentato al procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 all'interno del quale si affermava che questa iniezione dava ai condannati una sensazione come di "annegamento".
Ma nonostante questo, nelle conclusioni del rapporto si ridimensionava questa preoccupazione, definendolo come un metodo "umano" di esecuzione. Il produttore di questa droga, l'azienda danese Lundbeck, però non è convinta da questa spiegazione e ne ha proibito la distribuzione alle prigioni statunitensi. Come si sono organizzati quindi gli Stati come il Texas che fanno un ampio uso della pena capitale, dopo che anche l'azienda americana Pfizer ne ha proibito la vendita nel 2016? Hanno cominciato a produrre attraverso delle aziende locali dei preparati simili al pentobarbital, fuori dal controllo della Food and Drug Administration. E per evitare ritorsioni con le aziende coinvolte, gli scambi avvengono con un protocollo di segretezza tale che è impossibile rintracciare chi le ha fabbricate. Non solo: per prolungare l'utilizzo del farmaco, spesso la scadenza viene rimandata. Secondo un'inchiesta del Texas Tribune, questa pratica riduce l'efficacia delle esecuzioni e rischia di renderle più dolorose e lente.
Ci sono degli esempi drammatici: nell'aprile 2014 in Oklahoma è finito sul lettino del boia il serial killer Clayton Lockett: durante l'inoculazione la sua vena è collassata ed è morto molti minuti dopo per arresto cardiaco. Nel 2018 in Alabama Doyle Hamm, condannato per aver ucciso un dipendente di albergo durante una rapina nel 1987, malato di cancro terminale alla gola, è stato sottoposto per due ore a una ricerca estenuante della vena dove infilare l'ago, prima di cancellare l'esecuzione per l'impossibilità di portarla a termine. L'Ohio, governato dal repubblicano Mike DeWine, ha deciso di posticipare sine die tutte le esecuzioni finché non verrà trovato un metodo sicuro. La California ha attuato una moratoria sin dal 2006, nonostante circa 747 detenuti siano nel braccio della morte e di fatto stanno scontando l'ergastolo. Ma altri due stati repubblicani hanno deciso di ripristinare vecchi metodi per portare a compimento le sentenze: la South Carolina lo scorso 14 maggio ha promulgato una legge che, qualora non siano disponibili le sostanze necessarie, il condannato può scegliere tra la sedia elettrica e la fucilazione. In questo modo il governatore Henry McMasters ha potuto programmare due esecuzioni per il mese di giugno.
La camera a gas - Invece l'Arizona, che aveva sospeso le condanne dopo che nel 2014 il detenuto Joseph Wood era morto dopo due ore dopo aver ricevuto un cocktail sperimentale di farmaci, ha deciso di tornare a un metodo come la camera a gas: secondo un'inchiesta del Guardian l'Arizona Department of Correction ha acquistato gli ingredienti per produrre l'acido cianidrico allo stato gassoso, tra cui un blocco solido di cianuro di potassio costato 1.530 dollari. Non solo: ha iniziato la ristrutturazione della struttura, costruita nel 1949 e inutilizzata da ventidue anni. A suonare ancor più sinistro è il fatto che la sostanza prodotta sarebbe molto simile allo Zyklon B utilizzato nei lager nazisti. Senza contare che la riproposizione di un simile metodo incontrerebbe sicuramente di ricorsi legali. Possiamo quindi tornare alla scelta di Trump e del suo Procuratore Generale William Barr di abolire la moratoria sulla pena di morte federale. Scelta supportata dalla profonda trasformazione attuata nella composizione della Corte suprema, dove c'è una robusta maggioranza di 6 giudici su 9 favorevoli al mantenimento delle esecuzioni di stato. Questi ultimi potrebbero quindi mettere in discussione la proposta di Joe Biden di cancellare la pena di morte a livello federale. E consentire agli stati che fanno uso del boia di continuare con la pratica, contro un boicottaggio globale delle aziende farmaceutiche.
di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 9 giugno 2021
Di fronte a questo scenario dell'emergenza pandemica che ha acuito le contraddizioni già ribollenti di trent'anni di politiche proibizioniste fallimentari sulle droghe, occultando ulteriormente i danni collegati, abbiamo individuato il tema delle leggi come orizzonte per la ripresa della nostra iniziativa politica, sia sulla depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte condotte legate all'uso di droghe che sulla legalizzazione della cannabis.
L'anno scorso in piena emergenza pandemica Forum Droghe ha festeggiato il suo venticinquesimo compleanno mettendo al centro il tema dell'esigenza di una ripresa dell'azione politica secondo nuove prospettive. Dopo un anno, in occasione della assemblea annuale che si terrà venerdì undici giugno di questo 2021, ci incontreremo scegliendo come filo conduttore il tema dell'iniziativa politica che è ancora un punto nodale e sospeso delle nostre riflessioni e del nostro impegno. Le droghe nel corso della pandemia pure hanno fatto capolino più volte nello scenario dei media che non hanno esitato a riproporne le immagini più arretrate e stigmatizzanti.
Di fronte a questo scenario dell'emergenza pandemica che ha acuito le contraddizioni già ribollenti di trent'anni di politiche proibizioniste fallimentari sulle droghe, occultando ulteriormente i danni collegati, abbiamo individuato il tema delle leggi come orizzonte per la ripresa della nostra iniziativa politica, sia sulla depenalizzazione e decriminalizzazione di tutte condotte legate all'uso di droghe che sulla legalizzazione della cannabis.
Lo faremo insieme alle nostre reti in coerenza con la nostra vocazione originaria di "forum" di incontri e confronti. Vogliamo ripensare a come rilanciare il senso che attribuiamo ai contenuti di cambiamento radicale che queste proposte di legge esprimono. In particolare intendiamo impegnarci a elaborare una strategia di comunicazione più efficace per diffondere questi principi in modo comprensibile tra la popolazione anche attraverso il coinvolgimento critico dei media richiamando la funzione etica legata al ruolo che svolgono verso l'opinione pubblica. Nello stesso tempo pensiamo a riattivare il dibattito con il mondo variegato della politica distratta dall'emergenza, intensificando alcune iniziative positive già in atto di rinnovato dialogo con la società civile.
Partiamo da una considerazione di fondo: le due leggi delineano un cambiamento epocale dello sguardo politico e sociale sul fenomeno dell'uso delle sostanze psicoattive spostando il baricentro dalla repressione, che ha fallito nei suoi stessi obiettivi e dal controllo del mercato da parte della criminalità organizzata, verso il governo legale diffuso del fenomeno, verso una regolazione sociale degli usi di droghe, verso il riconoscimento delle competenze delle persone a autoregolarsi, verso il recupero della garanzia dei diritti violati dalla legge, verso la costituzione di uno spazio conviviale nelle relazioni tra le persone.
Si comprende come nelle nostre intenzioni, le due proposte di legge prima ancora di delineare un iter normativo parlamentare rappresentino una vera e propria piattaforma politica e culturale di riferimento a partire dalla quale è possibile individuare anche obiettivi intermedi e parziali per le nostre iniziative nel tempo presente e per promuovere un discorso laico aprendo uno spazio pubblico con la cittadinanza. All'interno di questo orizzonte discuteremo sulla opportunità di riscrivere i nostri principi in un nuovo testo di legge autonomo e compiuto per la depenalizzazione e decriminalizzazione dei comportamenti connessi con gli usi di droghe, che non si presenti come una modifica o abrogazione degli articoli della attuale normativa.
E, nello stesso tempo, discuteremo su come rendere più leggibili e comprensibili i principi alla base delle proposte di legge sulla legalizzazione della cannabis, i vantaggi che comportano per la salute e le relazioni sociali, familiari e la vita delle persone e non solo dei consumatori. Si tratta anche di disarmare l'attenzione mediatica verso un proibizionismo becero delle nuove destre nostrane. Il nostro impegno in questo orizzonte si orienterà nell' allargare in modo esponenziale il dibattito pubblico e rendere sempre più incisiva l'iniziativa politica.
di Marcello Pesarini
Ristretti Orizzonti, 9 giugno 2021
Due sere fa per la prima volta ho ascoltato per radio una discussione seria sulle vicende che ora portano il nome di Saman Abbas, ma hanno e avranno una storia lunga, tragica, per le donne che l'hanno subita anche in Italia. Per intelligenza dei registi sono stati invitati/e a parlare rappresentanti di testate locali e associazioni di mutuo aiuto non identificabili nello schieramento politico. Il risultato? Un senso di mortificazione in chi, incluso chi scrive, resta legato a una serie di stereotipi del tipo" è un'usanza di quel popolo, non ci possiamo intromettere", mentre ci veniva rivelato che molte donne nel loro paese indossavano vestiti occidentali, e in Europa, costretti anche dalla non accettazione del loro colore di pelle e lingua, finivano a essere ricondotte in alvei difensivi patriarcali, per essere picchiate, promesse in spose e uccise se non accettano.
Non esistono schemi, modelli, neanche nel male. Non esiste, purtroppo, solidarietà femminile, come fatica ad emergere la figura della donna nella mafia d'oggi.
Il solo fratellino di Saman la comprendeva, mentre la madre, per confermare il suo ruolo all'interno del nucleo familiare, è stata durissima con sua figlia.
Così mi vengono chiari gli atteggiamenti che trovo quando vado nei quartieri a maggioranza araba nella mia città; sono cambiati da quando li frequentavo per organizzare riunioni della Rete Migranti Diritti Ora!, quando organizzavamo le cose assieme perché si parlava, anche ingenuamente, di lotta di classe, non solo di accoglienza. Erano momenti qualificanti, quelli in cui parlavamo in maniera meno paternalistica con chi veniva da terre lontane e che, come i bangladeshi, erano già abituati a lavorare alle carrette del mare. Ora sono ai cantieri, nei subappalti, e fanno fatica a staccarsi dai loro connazionali, che sono i primi che controllano il lavoro, le buste paga truccate, gli accordi con le dita appaltanti.
Ora, per me, è più facile comprendere questo arroccarsi sulle identità d'origine, con tutti i risvolti negativi. Anche la diffidenza nei confronti dei vicini di casa è aumentata, anche la loro nei miei confronti.
Vorrei dire che abbiamo perso, e l'unico modo per reagire è uscire da questi stereotipi "politcally correct": se una donna vuole essere libera in Italia come in Iraq (vedi gli ultimi esempi) è mio dovere di maschio internazionalista appoggiarla, e non trincerarmi dietro la retorica del velo scelto da loro. È ovvio che ci siano molte sfaccettature, come molte persone più giovani di me che mi contesterebbero.
Ma ne ho conosciute altre, che mi hanno dato speranza. Rivolgo un pensiero di speranza pensando alle manifestazioni Pro Palestina organizzate da donne universitarie di seconda generazione, col velo e anche vestite all'occidentale, molto decise, preparate, allegre, che avevano molto da insegnare agli universitari maschi che le avevano seguite, e hanno concluso il tutto con danze multicolori.
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