di Roberta Amoruso
Il Messaggero, 8 giugno 2021
Dove c'è legalità c'è merito, ma anche rispetto, solidarietà e molti altri ingredienti cruciali per riedificare un Paese colpito dalla pandemia e per insistere su quella strada imboccata quattro edizioni fa dal progetto Legalità e merito nelle scuole lanciato dall'università Luiss. Perché la contaminazione tra giovani, studenti universitari, liceali e detenuti degli Istituti Penali minorili porti a rafforzare quel legame tra legalità e merito capace di combattere tutte le mafie e dare il senso di un merito motore davvero del successo, oltre che ascensore sociale di chi vuole farcela anche in contesti difficili.
Il senso profondo del progetto arrivato alla chiusura della quarta edizione è stato rievocato ieri con una premiazione dei progetti finalisti concentrati tra la necessità di rinascita, non solo ambientale, a quella del riscatto sociale, e con il rinnovo del Protocollo d'Intesa tra le istituzioni promotrici. Quest'anno il progetto aveva il volto di oltre 20 istituti tra licei classici, scientifici ed artistici, tecnici professionali di tutta Italia, 3 Istituti Penali minorili (Catania, Firenze e Milano) a confronto sui temi della legalità con oltre 100 Luiss Ambassadors e dottorandi, assegnisti di ricerca, tutor, dei quattro Dipartimenti dell'ateneo. Un percorso di incontri virtuali, con un focus particolare sui nodi aperti dalla crisi in corso: dai rischi economici e sociali dell'illegalità in tempi di pandemia al potere della rete sulla disinformazione, dal lavoro nero alla cyber-criminalità.
Professoressa Paola Severino, vice presidente della Luiss e già ministro di Giustizia, lei ha ideato e fortemente voluto un progetto che crede nel ponte scuola-università e nella contaminazione dei valori. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, ha parlato di "dovere della solidarietà" e di "necessaria continuità tra scuola e università". Tutto ciò è oggi ancora più cruciale per la ripresa del Paese. Qual è il vero cuore del progetto? La collaborazione con le carceri minorili?
"Scuola e formazione costituiscono i pilastri imprescindibili per la ripartenza del nostro Paese. Il piccolo-grande segreto di questo progetto sta nel fatto che esso nasce e si rinnova, di anno in anno, attraverso i nostri studenti universitari: giovani che insegnano ad altri giovani i valori della legalità e le speranze che nascono dal puntare sul merito come il mezzo più efficace per raggiungere il successo. Quest'anno, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, ben 133 dei nostri ragazzi, iscritti a giurisprudenza, a scienze politiche ed economia si sono offerti volontari per portare in 21 scuole italiane ed in 3 carceri minorili una serie di dialoghi con i ragazzi che ne sono frequentatori e ospiti".
Insomma, la forza del dialogo...
"Certo. Si tratta di una dialettica bellissima e spontanea che porta poi alla costruzione di programmi pieni di fantasia e di insegnamenti: il gioco dell'oca della legalità, il telegiornale alla rovescia, in cui si danno solo notizie belle sulla onestà della gente comune, un cortometraggio sul pentimento di un giovane ladro che restituisce il motorino al ragazzo cui lo aveva sottratto, tanto per fare alcuni esempi. E poi, oggi (ieri ndr), il grande giorno della premiazione dei progetti migliori, alla presenza del ministro dell'Istruzione e di tutti i firmatari del Protocollo sulla legalità: il ministro della Giustizia, il ministro dell'Università e della Ricerca, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo e il presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione. Infine, il sogno dei vincitori che si realizza, con borse di studio per frequentare la Luiss o per iscriversi alla Summer School, perché a chi merita va data sempre la possibilità di una formazione di qualità".
Cittadinanza attiva, lotta alla corruzione e alle mafie e cybersecurity, sono alcuni temi del progetto. Ma come si fa a incidere in contesti familiari difficili? Quanto funziona il contagio tra ragazzi?
"Sono proprio i contesti familiari e sociali difficili quelli con cui i nostri ragazzi si confrontano per portare la voce dell'onestà. Lo scorso anno abbiamo promosso una raccolta fondi per le famiglie più bisognose a causa della disoccupazione originata dalla pandemia, che sono state scelte dalle scuole coinvolte nel progetto legalità e merito per distribuire generi di prima necessità ed evitare che diventassero vittime di prestiti usurai o di erogazioni a fondo perduto da parte della criminalità organizzata per poi assoldarle in attività illecite. È anche con gesti concreti che i nostri giovani sono stati vicini ai loro meno fortunati studenti, per dimostrare solidarietà nei confronti di chi sceglie la via del rifiuto di comportamenti criminali. Quanto al carcere minorile, è stata per me illuminante la constatazione che la più bella definizione di legalità è stata data ai nostri giovani tutor da un altrettanto giovane detenuto".
Può essere più esplicita?
"Con voce ferma e senza esitazioni ci ha detto che la legalità consiste nel sentirsi in pace con se stessi e con il mondo. Grazie a lui abbiamo tutti compreso quanto si impara insegnando e quanto sia stata importante anche per i nostri studenti universitari questa esperienza".
L'allargamento delle disuguaglianze e l'isolamento educativo sono effetti collaterali della pandemia. E rischiano di rendere più difficili contesti sociali già molto esposti all'illegalità. Cosa si può fare di più per contrastare questo processo?
"Far sentire la presenza dello Stato e delle istituzioni non solo e non tanto nelle forme assistenzialistiche finora praticate, ma dando a ciascuno, anche ai più in difficoltà, la possibilità di istruirsi e guadagnare lavorando".
Sostegno, ma non sussidio. O meglio, non solo sussidio, come ha sottolineato lei stessa durante la cerimonia...
"È così. Nell'anno della pandemia siamo addirittura riusciti con alcuni dei nostri ragazzi coinvolti nel progetto a girare un docufilm sul carcere di Rebibbia nel corso del lockdown e delle rivolte originate da alcuni detenuti per il timore del contagio e per l'impossibilità di avere colloqui con i familiari. Ebbene, abbiamo potuto tutti constatare quanto gli incontri da remoto con i nostri studenti per la preparazione degli esami siano stati di sollievo per i detenuti, quanto il senso della legalità li abbia tenuti fuori dal gruppo dei rivoltosi e quanto l'essersi sentiti tutti, fuori o dentro dal carcere, privati della libertà personale, abbia reso molto più intenso il dialogo".
Professoressa, la sfiducia nella giustizia è un tema molto sentito tra i ragazzi. Quanto serve diffondere anche la cultura della fiducia nella legalità e nella giustizia? Certi correttivi normativi possono aiutare?
"La prima forma di ingiustizia percepita dai ragazzi è basata sulla constatazione che non sempre la competizione premia i migliori. Apprestare dunque forme di selezione nelle quali emerga la capacità di problem solving, dalle quali escano vincitori i più bravi e non i più raccomandati rappresenta una fondamentale spinta verso la giustizia".
Una bella sfida...
"La sconfitta di chi si sente più furbo da parte di chi è più preparato consolida il valore del merito. Le nuove forme di selezione per il reclutamento nella Pubblica amministrazione rappresentano certamente un esempio di come cambiamenti normativi, volti ad aumentare la trasparenza e la capacità selettiva delle procedure, possano restituire ai giovani il senso più profondo della legalità e del merito ed invogliarli a partecipare alla competizione".
di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 8 giugno 2021
La morte dell'ex promessa del calcio è anche un fatto politico. Fosse stato verde, Seid, o arancione o pure bianco - oggi staremmo qui comunque a piangere la sua scomparsa. Perché che il "male oscuro" di vivere ti acchiappi a vent'anni e ti trascini in un orribile abisso senza ritorno - è cosa che strazia il cuore. È la seconda causa di morte tra i giovani, il suicidio - la prima, con cifre impressionanti, sono gli incidenti stradali. E troppo spesso il suicidio arriva a chiudere un percorso di autolesionismo. Sono dati non solo italiani, ma d'Europa e del mondo. Il "male oscuro" tra i giovani è globale, e non bada ai nazionalismi e al colore della pelle.
L'allarme è cresciuto durante il contagio. Psicologi, neuropsichiatri, operatori denunciano l'aumento dei casi - si parla di un 20 percento in più. L'isolamento, la solitudine, il confinamento, l'allontanamento dalle "occasioni" di incontro con i coetanei come la scuola, lo sport o il tempo libero - funzionano da detonatore di implosione. Si rompe vieppiù o anche solo si inabissa il rapporto con i genitori, con gli adulti. Peraltro, quello che si teme è che il tempo non funzionerà da soluzione, quando si tornerà alla "normalità". Perché il tempo può funzionare anche da accumulatore di sensazioni negative, fino a trasformarle in patologie. È già accaduto, con la Spagnola nel 1919, con la Sars nel 2003: la scienza lavora sulla casistica.
Perciò, la morte di Seid ci pone crudamente di fronte la nostra fragilità, la nostra comune e collettiva fragilità del vivere. Che il contagio ha moltiplicato. Siamo una società che tende a "dimenticare" il dolore e la morte, presi dall'iperattivismo, dalla performance e la morte non è contemplata, è un evento lontano, forse pure solo una leggenda che gli umani si tramandano ma che la scienza moderna - la farmacologia, la tecnologia, la biomedicina - saprà come "rimediare". Dobbiamo lavorare - si dice e si legifera qui e là - oltre i settant'anni: come potremmo morire?
Invece, con il contagio la morte è irrotta di nuovo nelle nostre vite: le immagini dei camion militari che trasportavano le bare a Bergamo verso i crematori, dei detenuti che scavavano le fosse comuni a New York, delle pire per le strade di Nuova Delhi ci hanno spaventato, terrorizzato. Presto rimosse. Ciascuno si è affidato a una propria "strategia di sopravvivenza" - non sempre confidando nei provvedimenti governativi, che chi ne voleva di più e chi pensava fossero già eccessivi. Non sempre le strategie di sopravvivenza funzionano: qualcuno ce la fa, qualcuno non ce la fa. Seid non ce l'ha fatta.
Non ce ne vogliano perciò i genitori. La morte di Seid oltre a essere un fatto, un dolore privatissimo è un fatto sociale, è un fatto collettivo. Ci sono morti che ci interrogano - come società. Ogni lutto è individuale, ogni dolore è personale, ogni morte strazia i familiari. E non c'è lutto o dolore che possa essere paragonato, che possa essere sovrapposto. Ma la morte della giovane operaia Luana - ci ha sconcertato. La morte del giovane Willy - ci ha sconvolto. La morte del giovane Seid - ci ha spezzato. Sono storie, le loro, che ci chiamano in causa, tutti. Sono storie, le loro, che ci raccontano non solo della condizione dei giovani, ma di quello che siamo diventati tutti noi, come società.
Di questi ragazzi a noi rimangono poche cose che diventano pubbliche, virali - molte invece costruiscono il tessuto vivo della memoria dei familiari. Di Luana, per dire, rimangono foto di una bellissima giovane donna che voleva diventare un'attrice. Di Seid rimangono le foto della sua breve carriera nelle giovanili del Milan, e tante della sua passione per il calcio. Ma rimane anche un documento crudele, terribile, nobile - quella sua lettera di un paio di anni fa. Una lettera che ha una forza politica - e lo dico nel senso più forte, di civiltà, di comunità - mai letta. Non solo nel denunciare il "razzismo banale", quello, di cui scriveva Seid: "mi raccontava un amico, anch'egli adottato, che un po' di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: "Goditi questo tuo tempo, perché tra un po' verranno a prenderti per riportarti al tuo paese".
Seid provava a "storicizzare" la sua stessa biografia, la sua stessa vita: "Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po' di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l'inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera. Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone".
Quindi, c'è stato un "prima" e c'è stato un "dopo" - ovvero la grande ondata migratoria, che però dura da oltre due decenni proprio l'età di Seid, e il progressivo scivolamento della nostra società verso l'intolleranza. In questo, la politica della paura, la politica del sospetto, la politica che ha fatto del razzismo banale una forma di consenso ha avuto un ruolo determinante: un cortocircuito tra la pancia del paese e le istituzioni.
Un testacoda che ci sta mandando fuori strada come società.
Forse le polemiche nel mondo politico sono state un filo sopra le righe: chi ha voluto giocare la semplice equazione razzismo=suicidio, per farne stato d'accusa a avversari, è stato presto smentito dagli stessi genitori di Seid. Non si può ricondurre quel gesto a una semplificazione: e d'altronde, il male oscuro non ha "una" sola origine. D'altra parte, "certificare" la lettera di Seid come "vecchia di due anni" e quindi che nulla c'entrerebbe è una cosa senza senso, proprio per gli stessi motivi di prima: il malessere scava a lungo dentro la nostra anima e non è detto che ci porti obbligatoriamente a farla finita; ma tutto quello che si è pensato, due anni fa, quattro anni fa, non per questo ha meno valore, ha meno significato, ha meno potenza distruttiva.
Perciò, se lo strazio per la perdita incolmabile di Seid non può che restare dentro lo spazio privato dei suoi familiari, a noi rimane il dovere civile di non disperdere quella testimonianza. Quella lettera, quel documento politico. Io vorrei che quella lettera diventasse libro di testo nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.
Vorrei che un brano di quella meravigliosa lettera d'amore per la vita diventasse una delle tracce per gli esami di stato di questo sventurato paese. Vorrei che il presidente Mattarella donasse alla memoria di quel talentuoso e straordinario ragazzo un premio, un'onorificenza. Perché quella lettera è la cosa più nobile, più cruda, più politica che mai sia stata scritta su cosa siamo diventati. Vorrei un lutto nazionale, per dire a voce alta a quei genitori che loro hanno cresciuto un figlio bellissimo.
di Pasquale Annicchino
Il Domani, 8 giugno 2021
La tragica storia di Saman Abbas sta emergendo sempre di più come un pozzo senza fondo della violenza motivata da una visione oscurantista della realtà, dei rapporti sociali e del ruolo delle donne nella società. Così si fronteggiano i due negazionismi: da una parte quello che fa finta di non vedere, dall'altra quello che pensa che per risolvere i problemi si potrebbe eradicare il diverso dalla sfera civile. Sono due approcci tipici dei tempi del populismo che ci troviamo a vivere.
La tragica storia di Saman Abbas sta emergendo sempre di più come un pozzo senza fondo della violenza motivata da una visione oscurantista della realtà, dei rapporti sociali e del ruolo delle donne nella società. Scavando negli archivi ho recuperato un articolo che sembra di un'altra era. Un'intervista di Magdi Allam per Repubblica del 7 febbraio 2003 a un ventenne che poi diventerà parlamentare del Partito democratico. Allora Khalid Chaouki era portavoce dei Giovani musulmani d'Italia e avanzava richieste del tutto ragionevoli. Chiedeva un maggiore coinvolgimento dello stato in quanto "i nostri diritti e i nostri doveri li conosciamo, sono sanciti dalla Costituzione, ovviamente servono norme specifiche per regolarne l'attuazione". Quasi venti anni dopo cosa è cambiato? Continuiamo a restare abbagliati da nomi collettivi che esorcizzano le nostre paure, le semplificano, ci convincono che esistano delle risposte semplici, ma spesso sono quelle sbagliate.
Due negazionismi - Così si fronteggiano i due negazionismi: da una parte quello che fa finta di non vedere, dall'altra quello che pensa che per risolvere i problemi si potrebbe eradicare il diverso dalla sfera civile. Sono due approcci tipici dei tempi del populismo che ci troviamo a vivere. Negli ultimi vent'anni le istituzioni italiane, soprattutto tramite l'azione del ministero dell'Interno, hanno provato a far avanzare l'agenda delle relazioni con il mondo islamico italiano. Il Patto con l'Islam italiano, firmato nel febbraio 2017, è stato un primo importante risultato che le istituzioni hanno raggiunto con le comunità musulmane. Se si pensa che l'istituzione della prima Consulta per l'islam italiano è del 2005, con conferme successive, fino ad arrivare al gennaio 2016 con la creazione da parte dell'allora ministro Angelino Alfano dell'attuale Consiglio per le relazioni con l'islam italiano, ci si rende conto che è da anni che l'apparato statale ha potuto investigare il magmatico ribollire del complesso e plurale mondo dell'islam italiano. Il rapporto con le comunità religiose è uno dei casi tipici in cui si rende necessario un nuovo protagonismo dello stato, una sua innovativa azione per pensare un paese sempre più plurale, che sta profondamente cambiando anche nella sua demografia religiosa. Ma l'azione delle istituzioni, da sola, non sarà sufficiente. È necessaria anche una lotta per il cuore dei giovani musulmani, per garantire il loro protagonismo nelle comunità insieme a quello delle donne. È necessario, inoltre, un ruolo delle forze politiche nella battaglia culturale per i diritti per tutti. Individuali, universali e non in base ai gruppi di appartenenza.
L'azione di Lamorgese - Cosa hanno da dire le forze progressiste del paese sul caso di Saman? Se lo è chiesto Giulio Cavalli in un interessante editoriale apparso su Left: "Si tratta di donne libere, che rivendicano il diritto di dire no. Servirebbe una sinistra che abbia il coraggio di dismettere un certo relativismo culturale per cui un femminicidio di una donna straniera passa sottotraccia. Davvero siamo a una sinistra con una così bassa capacità di elaborazione per cui teme di risultare razzista?". Quella per i diritti delle giovani donne italiane, per la loro libertà, per il loro diritto di dire no, indipendentemente dalla religione di appartenenza, è una battaglia che non dovrebbe avere colore politico. Dovrebbe essere una battaglia universale per i diritti di tutti, per la cittadinanza e la libertà. Quella che Saman Abbas cercava e non è riuscita a trovare. La ministra Luciana Lamorgese ha ben chiari questi problemi e anche durante i mesi della pandemia, quando le energie del Viminale erano impegnate su numerose urgenze, ha continuato a tenere alta l'attenzione sul tema. Ma senza un pari investimento delle forze politiche che sia netto e deciso, la macchina del Viminale da sola non può fare miracoli. Questo impegno è necessario ora, per tutte le Saman che ancora lottano e cercano la nostra mano.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 8 giugno 2021
Frontex e chi la dirige, cioè Fabrice Leggeri, sono passati per ora indenni dalle molte accuse ben documentate di aver contribuito a respingere illegalmente i richiedenti asilo. La nuova accusa non proviene da qualche difensore dei diritti umani ma dai revisori dei bilanci. La Corte suggerisce che l'ingiustizia costa pure cara: ha appena finito di scrutinare l'attività dell'agenzia, i suoi conti, e il responso è impietoso. Frontex è inefficace e opaca. Una scatola nera, con sempre più risorse. I suoi bilanci crescono esponenzialmente, così come aumentano le allerte sulla sua malagestione.
"Frontex non è efficace". Con una relazione speciale, la Corte dei conti Ue boccia l'agenzia europea che controlla le frontiere. Dice in sostanza che l'ingiustizia costa pure cara. Frontex e chi la dirige, cioè Fabrice Leggeri, sono passati per ora indenni dalle molte accuse ben documentate di aver contribuito a respingere illegalmente i richiedenti asilo. Leggeri è ancora al suo posto nonostante le pressioni di europarlamentari e società civile. Ora però c'è questa nuova accusa, che non proviene da qualche difensore dei diritti umani ma dai revisori dei bilanci. La Corte ha appena finito di scrutinare l'attività dell'agenzia, i suoi conti, e il responso è impietoso. A fronte di "un aumento esponenziale delle risorse", il sostegno di Frontex agli stati "nella lotta contro immigrazione illegale e reati transfrontalieri non è efficace". Altra accusa: l'agenzia è opaca, e "nonostante sia pubblica" non condivide "informazioni sui costi reali". Non fa neppure "analisi dei rischi né valutazioni d'impatto". I revisori non valutano la questione dei diritti violati di chi viene in Europa per avere protezione, anzi danno per scontata la attività di sorveglianza dell'agenzia. Ma anche da questo punto di vista, meramente economico, Frontex risulta un fallimento. E finisce per violare pure altri diritti: quelli degli europei i cui soldi sono spesi male e in modo per nulla trasparente. L'agenzia europea è una scatola nera, e il paradosso è che incassa sempre più risorse.
Quanto ci costa - Nonostante gli scandali, Frontex cresce: il suo bilancio medio e le sue risorse umane arriveranno a 900 milioni annui e 10mila dipendenti da qui al 2027. La Corte lo definisce un "aumento esponenziale". E in effetti dieci anni fa, nel 2011, i dipendenti erano 304; oggi sono 6.500. I milioni di euro all'anno erano 118 nel 2011, oggi sono 544. Entro sei anni le cifre odierne saranno quasi raddoppiate. È dal 2015, l'anno in cui l'Europa si è confrontata con la crisi dei rifugiati, che i bilanci di Frontex si ingrossano notevolmente; ma dal 2019 il trend è verticale, a seguito di un regolamento europeo che ha attribuito all'agenzia un ruolo anche operativo, non solo di supporto. Bruxelles, come ha scritto in autunno nel suo piano di riforma su asilo e migrazione, e come continua a ribadire, ha in serbo di rafforzare e far crescere ancora di più Frontex, nonostante tutto.
Storia di malagestione - Mancato coordinamento, scarsa trasparenza, e tanti altri rilievi contenuti nella relazione speciale della Corte suggellano - se ancora servisse - il fallimento della gestione Leggeri, da più punti di vista. Intanto l'ufficio europeo anticorruzione, Olaf, sta investigando su Frontex da fine 2020. L'indagine potrà portare alla luce elementi nuovi sia sui respingimenti illegali che sulle cattive pratiche nell'agenzia. Da febbraio inoltre i Frontex Files, i documenti sull'influenza delle lobby raccolti dal Corporate europe observatory permettono di dimostrare che l'agenzia incontra l'industria della difesa assiduamente. Fa gola ai produttori anche perché dal 2019 il budget allargato consente all'agenzia di acquistare equipaggiamenti, di dotare il personale di armi. C'è poi il grande business della sorveglianza, biometrica inclusa. Tra il 2017 e il 2019 l'agenzia ha incontrato 108 aziende. Non è tutto: ha ricevuto anche lobbisti che non sono nel registro Ue sulla trasparenza (il 72 per cento è non registrato); nessuna udienza alle organizzazioni per i diritti umani.
di Andrea Palladino
Il Domani, 8 giugno 2021
La verità dei Centri di Permanenza e Rimpatrio. I senatori De Falco (gruppo misto) e Nocerino (M5S, membro della commissione diritti umani) hanno svolto un'ispezione nel Cpr milanese di via Corelli. Erano presenti quaranta "trattenuti", in un clima di sospensione della vita e dei diritti. "Appena entrati - racconta il senatore De Falco a Domani - i militari di guardia ci hanno mostrato la sala controllo".
La scena ha subito reso l'idea del luogo: "Le telecamere di sorveglianza mostravano un ragazzo che si stava ferendo il corpo". In tre ore di ispezione parlamentare "l'ambulanza per i casi gravi è entrata due volte", spiega il il senatore. Il Cpr di Milano è l'ultimo dei nuovi centri aperti, ha iniziato l'attività il 28 settembre 2020, ma da subito mostrato criticità, già segnalate nel rapporto del Garante.
Pareti grigie, poche suppellettili e un diffuso senso di abbandono. Potrebbe essere uno dei tanti centri di detenzione per migranti libici, dove perdi la libertà solo per il fatto di aver lasciato il tuo paese. Ma è via Corelli, cuore di Milano. Un Cpr, Centro di permanenza per rimpatri, la terra di nessuno dove finiscono gli stranieri destinati all'espulsione. Negli atti legislativi e burocratici non viene mai definito per quello che è, una prigione, ma "luogo di trattenimento" amministrativo. Sabato i senatori Gregorio De Falco (gruppo misto, membro del comitato parlamentare Schengen) e Simona Nocerino (M5S, membro della commissione diritti umani) hanno svolto un'ispezione nel Cpr milanese, accompagnati da alcuni collaboratori della rete milanese "No Crp", composta da diverse associazioni. Erano presenti quaranta "trattenuti", in un clima di sospensione della vita e dei diritti.
La testimonianza - "Appena entrati - racconta il senatore De Falco a Domani - i militari di guardia ci hanno mostrato la sala controllo". La scena ha subito reso l'idea del luogo: "Le telecamere di sorveglianza mostravano un ragazzo che si stava ferendo il corpo". Non era una protesta, ma il disperato tentativo di poter uscire dalla terra di nessuno, dal luogo del "trattenimento" destinato ai colpevoli di migrazione. "Quell'uomo ha poi raccontato - aggiunge De Falco - che non ce la faceva a spezzarsi le gambe lanciandosi dalla rete, come avevano fatto altri qualche mese fa".
Rischiare la vita per riottenere la vita. Sono stati sei i casi di decessi segnalati dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, morti registrate tra il giugno del 2019 e il luglio del 2020. "Il sintomo di realtà detentive gravemente e fisiologicamente problematiche non sempre in grado di proteggere e tutelare la sicurezza e la vita delle persone poste sotto custodia", aveva già evidenziato l'ufficio del Garante nel suo ultimo rapporto dello scorso 12 aprile.
In tre ore di ispezione parlamentare, con quaranta persone registrate, "l'ambulanza per i casi gravi è entrata due volte", spiega il senatore. Ed è la punta di un iceberg. Parlare con le famiglie per i migranti "trattenuti" è una sorta di roulette quotidiana. Appena dieci minuti al giorno per utilizzare un cellulare, e se in quel momento non risponde nessuno perdi il turno. Nessuna videochiamata, quello che è quel luogo puoi provare solo a descriverlo. La videocamera è coperta da un nastro adesivo, perché nessuna immagine può uscire dai cancelli di via Corelli. "No, non potevamo filmare né fotografare", spiega De Falco. Nessuno può documentare i volti dei "trattenuti".
L'opacità - Le loro voci, gli sguardi, i corpi feriti rimangono chiusi a chiave. Poter raccontare quello che avviene all'interno dei Cpr è di fatto impossibile: "Le visite realizzate hanno confermato la sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa - si legge nell'ultimo rapporto del Garante - generalmente chiuse al mondo dell'informazione e della società civile organizzata, che anche prima dell'emergenza sanitaria si vedevano regolarmente negare dalle prefetture le richieste di accesso".
Il Garante, nella stessa relazione, ha poi denunciato la violazione del diritto alla comunicazione con l'esterno per i reclusi nei Cpr, ricordando come i regolamenti non vietino l'utilizzo di cellulari personali o le videochiamate, permesse all'interno negli istituti penitenziari. Per i due parlamentari è stato impossibile verificare la documentazione obbligatoria che i Cpr devono tenere. "Non c'era nessuno dei gestori, abbiamo chiesto di poter vedere i registri, di poter consultare gli eventi critici, i Tso (trattamenti sanitari obbligatori), ma ci hanno spiegato che non erano consultabili, chiusi a chiave, dove il personale presente non aveva accesso", prosegue il racconto. Eppure molte cose andavano chiarite.
"Abbiamo incontrato un uomo chiuso a via Corelli da aprile; ha due figli nati in Italia, lavora da 22 anni per le Ferrovie dello Stato, con un contratto a tempo indeterminato e quindi assolutamente regolare; aveva avuto un litigio violento con la moglie, era stato recluso cinque giorni in carcere e poi liberato. Ci ha raccontato che dopo la scarcerazione gli hanno detto di presentarsi in Questura: da lì lo hanno portato direttamente nel Cpr. Perché?". La domanda di De Falco è rimasta senza una risposta.
Peggio di un carcere - Il tempo è senza fine. "L'isolamento, l'abbandono, l'assenza di informazione legale, di assistenza medica e psicologica, la superficialità mista a discrezionalità assoluta nella gestione dei diritti e l'abbrutimento dell'esasperazione per la chiusura in una gabbia senza senso da mesi", è la situazione registrata dai due senatori, che oggi si ripresenteranno davanti ai cancelli della struttura. "In Marina si dice 'lasciare alla branda', ovvero senza poter far niente; ecco, così passa il tempo per le quaranta persone rinchiuse nel CPR, senza nessuna attività, senza poter far nulla", aggiunge De Falco.
Un Cpr non è un penitenziario, ma forse qualcosa di peggio: "Oggi abbiamo visto una struttura che è peggio di un carcere - racconta De Falco - non c'è alcuna organizzazione gestionale, critichiamo l'Egitto che reitera continuamente la detenzione di Patrick Zaki ma noi facciamo la stessa cosa". Il Cpr di Milano è l'ultimo dei nuovi centri aperti in Italia; ha iniziato l'attività il 28 settembre dello scorso anno, ma ha fin da subito mostrato diverse criticità, già segnalate nel rapporto del Garante.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 8 giugno 2021
Tra divieti di Israele ed esitazioni dei donatori, Gaza attende che i paesi donatori intervengano per riparare ai danni fatti dai bombardamenti israeliani. Sullo sfondo c'è l'emergenza Covid dimenticata da tutti.
"Ci sono dei trasformatori che sono stati completamente distrutti (dagli attacchi aerei) e i nostri operai fanno il possibile per riparare la rete elettrica. Comunque il problema principale resta il gasolio industriale, non ne abbiamo abbastanza per far funzionare a pieno regime la centrale". Dagli studi di Shaab Radio ieri l'ingegnere Mohammed Thabet ha spiegato alcuni dei tanti problemi che la Gedco, compagnia dell'elettricità di Gaza, affronta ogni giorno per distribuire quanta più energia possibile alla popolazione. Poca, 3-4 ore al giorno. E mai come in questo momento ne serve tanta a Gaza per riparare i danni alle infrastrutture, tenere accesi i depuratori delle acque reflue e aiutare gli ospedali a conservare le scorte di combustile per i generatori autonomi. L'elenco delle priorità è lungo e chi lo scorre lo accompagna alla parola "Ricostruzione", la più pronunciata nel dopo escalation tra Israele e Hamas. Ma anche questa volta la ricostruzione, come è avvenuto dopo le altre grandi offensive militari israeliane contro Gaza - 2008, 2012, 2014 - appartiene solo al mondo delle idee. I paesi più ricchi promettono fondi sapendo che non li verseranno. Vorrebbero che Hamas sparisse all'improvviso ma il movimento islamico è sempre lì, al comando di Gaza. E tutto resta fermo.
Nel 2009 nei mesi successivi alla prima guerra israeliana a Gaza ("Piombo fuso"), i donatori internazionali si impegnarono per 4,5 miliardi di dollari a sostegno dell'economia palestinese e per la ricostruzione della Striscia. Non se ne fece quasi nulla. Nell'ottobre 2014, qualche mese dopo la fine dell'offensiva "Margine protettivo", gli stessi donatori internazionali si dichiararono pronti a rendere disponibili 5,4 miliardi di dollari.
Tre anni dopo solo 194 milioni di dollari di quella promessa miliardaria sono stati erogati e i palestinesi hanno ricostruito da soli ciò che hanno potuto. Le stesse condizioni riemergono ora. I donatori non si sentono tutelati da un cessate il fuoco non vincolante, trovano arduo intervenire mentre i palestinesi sono divisi e governati da due partiti rivali (Fatah e Hamas) e, più di tutto, non osano ignorare il divieto di Israele alla cooperazione con funzionari del movimento islamico nei progetti per la ricostruzione. Israele da anni limita l'ingresso a Gaza dei materiali per la ricostruzione poiché, sostiene, verrebbero usati da Hamas per costruire gallerie sotterranee. Un rapporto dell'Undp afferma che nel 2017 dei 602 milioni di dollari stanziati per rivitalizzare il settore produttivo a Gaza, solo 16 milioni di dollari sono stati spesi a causa delle condizioni molto rigide poste da Israele.
Sullo sfondo del "dopo-guerra" c'è l'emergenza Covid, dimenticata anche se della pandemia a Gaza si è parlato durante i giorni dei raid israeliani per i danni subiti dal centro sanitario Hala al-Shawa, sito di vaccinazione e principale laboratorio per l'esame dei tamponi, l'uccisione per una bomba del dottor Ayman Abu Alouf, responsabile per le misure anti Covid nella Striscia. Eppure, il coronavirus continua a circolare nei Territori palestinesi occupati.
E mentre in Cisgiordania da un mese a questa parte si registrano meno casi positivi e pochi decessi, a Gaza invece c'è stato un boom di contagi poco prima dell'escalation militare che aveva riempito le poche unità di terapia intensiva disponibili negli ospedali. I raid aerei hanno costretto la popolazione ad abbandonare il distanziamento sociale e le autorità sanitarie di Gaza nei giorni scorsi avevano previsto una impennata di contagi che si è puntualmente verificata. Dei palestinesi che sono risultati positivi nell'ultima settimana, l'84% si trova Gaza e il 16% in Cisgiordania. L'Organizzazione mondiale della sanità fissa il tasso di positività di Gaza al 25% rispetto al 5% della Cisgiordania. La mortalità è salita al 3,4%.
I vaccini erano e restano un sogno anche se comincia ad arrivare qualche fiala in più rispetto ai mesi scorsi. Nei giorni scorsi l'Unicef ha consegnato 9.600 dosi del vaccino di AstraZeneca a Gaza e la settimana prima erano entrate nella Striscia 20.000 dosi di Sinopharm insieme a 46.800 di Pfizer. 486.900 dosi di vaccini sono state spedite in Cisgiordania e 196.500 a Gaza, oltre 300.000 abitanti della Cisgiordania sono stati vaccinati ma solo 39.937 a Gaza. In totale appena il 7% dei palestinesi è stato vaccinato. In Israele circa il 60% dei 9,3 milioni di abitanti hanno ricevuto le due dosi.
romatoday.it, 8 giugno 2021
I docenti di Cub scuola manifestano per le condizioni scolastiche all'interno della struttura detentiva di Rebibbia. "Motivi per scioperare ne avremmo tutti i giorni e non lo facciamo, ma nelle nostre scuole si è superata la soglia della pazienza! La Scuola in carcere cosi come nelle nostre periferie non può essere ridotta ad un gesto di beneficenza pelosa, sempre più misera" si esprimono così i docenti della Cub che hanno indetto lo sciopero degli scrutini finali, escluse le classi terminali, per tutte le scuole della periferia est di Roma con sezioni carcerarie presso il carcere di Rebibbia. Gli istituti coinvolti saranno il CPIA1, l'IISS "J.von Neumann", il Liceo Artistico "E.Rossi", l'Alberghiero "Vespucci" e l'Istituto Agrario "E. Sereni".
Mancato confronto tra le istituzioni, scuola, carcere, ASL - Nonostante la normativa per le sezioni carcerarie, i penitenziari di Rebibbia, unici nel Lazio, da novembre hanno sospeso la didattica in presenza, senza DAD, se non per una decina di studenti per poche ore prima degli esami, mentre centinaia rimanevano in cella a caccia di qualche segnale dall'esterno.
Il mancato confronto tra le istituzioni, scuola, carcere, ASL non ha permesso neppure la definizione di un Protocollo per la gestione delle attività scolastiche, almeno nella fase emergenziale; "la ASL Roma 2 ha imposto la chiusura, negando ai docenti il minimo di controllo con tamponi periodici". È questa la denuncia del personale Cub che dopo un le criticità dettate dal covid si sono ritrovati a far fronte a diverse problematiche tra cui l'impossibilità di svolgere in sicurezza il proprio lavoro.
Covid e scuola a Rebibbia - "Risultato di questa gestione è che la scuola a Rebibbia è stata ridotta a meno di una scuola per corrispondenza senza libri scolastici, altro che nuove tecnologie." Così come affermano i docenti, inoltre questo non ha fermato i disagi dettati dal Covid a Rebibbia, né provvedimenti come la cancellazione, a febbraio, di decine di studenti dai Registri elettronici, che non ha permesso che in tanti potessero fare gli esami per la licenzia media e per alcuni è un'impresa andare a quelli di Stato, tutto si aggiunge alla riduzione delle "risorse umane" a disposizione della scuola con il taglio di migliaia di ore di lezione di questi ultimi anni.
"Sembra semplice a noi capire che il prossimo a.s. 2021/22 vi sarà bisogno di uno sforzo straordinario per recuperare sia le carenze disseminate dalla DAD, dove si è svolta, sia l'immensa dispersione scolastica nei nostri territori, tra i figli dei lavoratori e delle classi meno abbienti, eppure l'operazione di decurtazione degli organici delle "riforme" - continuano - quest'anno è toccato al Liceo Artistico, mentre le altre sono state graziate perché già al minimo.
La Scuola tutta è stata tormentata dalla gestione a spot della pandemia, gli ultimi atti poi sono uno schiaffo: dopo i tavoli con le rotelle, 4 soldi per un Piano Estate da gestire anche con i privati per garantire al massimo un parcheggio estivo dei ragazzi, il Curriculum dello Studente, retaggio della "Mala Scuola" (tentativo di togliere valore al Diploma creando discriminazioni di reddito), lo stesso anticipo degli scrutini (ipotesi fatta nel 2020) e imposta a 10 giorni dalla fine dell'anno proprio quando l'emergenza sanitaria si sta allentando".
Tutto ciò rende la vita della scuola una corsa percepita, al meglio, come inutile. La "Scuola al centro della ripresa" è il mantra del Governo, dicono i docenti, "forse si sono accorti del basso numero di laureati e diplomati dei pochi ricercatori scappati all'estero, mantra che si sostanzia come frenetica privatizzazione e svuotamento della funzione costituzionale della scuola".
"La gestione della pandemia ha messo a nudo i veri problemi" - Mannaia sugli organici sia in termini numerici che contrattuali, salariali e dei diritti, aumento del numero degli studenti per classi, irrisori e propagandistici investimenti sull'edilizia scolastica. "L'idea stessa della collegialità, della democrazia e del diritto allo studio, e alla salute, sono un orpello".
"Lo vediamo anche nei nostri Collegi Docenti. Per rialzarci dalla crisi: Scuola, Sanità e Trasporti devono essere in mano pubblica con un grande piano di assunzioni, l'abbassamento dell'età pensionabile, aumenti salariali e ripristino e di tutte le libertà costituzionali, da quella di insegnamento a quelle sindacali. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza va in tutt'altra direzione: ci indebitiamo per i prossimi decenni ma non un posto di lavoro in più verrà creato, anzi, il massiccio e indiscriminato uso delle nuove tecnologie non ci libererà dalle fatiche ma aumenterà la disoccupazione. È ora che si torni a parlare davvero di Scuola con chi la fa tutti i giorni".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 8 giugno 2021
Sono 50 i collaboratori minacciati dai talebani. Occorre portarli fuori dal Paese con le loro famiglie. L'appello: "I talebani ci uccideranno. Saremo per sempre braccati con l'accusa di aver cooperato con l'Italia". "Per favore non abbandonateci, non lasciateci a morire in Afghanistan. Portateci nel vostro Paese. Noi e le nostre famiglie. I talebani altrimenti ci uccideranno. Saremo per sempre braccati con l'accusa di aver cooperato con l'Italia".
Torna d'urgente attualità la richiesta dei civili afghani che hanno lavorato con varie mansioni al funzionamento del contingente italiano nel loro Paese. Appello peraltro lanciato nell'editoriale sul Corriere di ieri di Paolo Mieli. I più esposti sono gli interpreti, coloro che per anni, alcuni sin dall'arrivo dei primi soldati italiani nel dicembre 2001, hanno funzionato da punto di contatto diretto tra i soldati e la popolazione locale. Visibili, noti e dunque fragili, più a rischio. L'imminenza dello smantellamento della grande base italiana di Herat rende il problema sempre più all'ordine del giorno. I numeri ufficiali dovrebbero venire divulgati nelle prossime ore dallo stesso ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ma da tempo si parla di una cinquantina di interpreti con le loro famiglie, cui si aggiungono altri collaboratori a vario titolo. In tutto circa 500 persone.
Gli americani lo stanno già facendo. Con l'avvicinarsi del prossimo 11 settembre, data finale del ritiro dell'intero contingente internazionale fissata due mesi fa dal presidente Biden, progettano di portare via con loro circa 18 mila persone che hanno già fatto richiesta di un apposito visto d'immigrazione comprendente anche le quarantene e i vaccini anti-Covid. Gli inglesi hanno già dato autorizzazione a 450 visti. Ma sul tavolo esistono programmi di evacuazione più ampi da parte americana, che prevedono una massiccia campagna di visti per 70 mila afghani oltre a circa 100 mila iracheni.
L'esperienza, del resto, induce a prendere il massimo delle precauzioni. Secondo la Croce Rossa e le maggiori organizzazioni umanitarie internazionali, sono infatti almeno un migliaio gli interpreti assassinati negli ultimi anni che lavoravano per i contingenti internazionali in Afghanistan e Iraq. Ieri i portavoce talebani hanno diffuso un comunicato in cui affermano che "gli interpreti e le loro famiglie non avranno nulla da temere, se dimostreranno di essersi pentiti e proveranno rimorso per le loro attività di collaborazionismo con gli stranieri invasori". Ma il timore rimane, anzi, cresce con l'aumento di abusi contro i diritti umani fondamentali, contro le donne, oltre al moltiplicarsi di attentati e omicidi mirati. I talebani espandono di giorno in giorno le regioni sotto il loro controllo e le cronache locali non paiono per nulla rassicuranti. Tanto che numerosi interpreti sono emigrati a spese loro, specie verso Iran e Pakistan, senza attendere l'aiuto degli ex datori di lavoro.
Il tema si pose urgente dopo il primo massiccio ritiro Usa dall'Iraq nel 2011. In Afghanistan comparve al momento del cambio delle caratteristiche fondamentali della missione internazionale Nato-Isaf alla fine del 2014. Da truppe impiegate nella lotta attiva contro al Qaeda e le bande talebane (in quel periodo il contingente italiano tra la regione di Kabul ed Herat arrivò a contare circa 5.000 soldati) divennero addestratori delle nuove forze di sicurezza afghane.
A parte limitati corpi scelti americani e inglesi rimasti operativi sull'intero territorio del Paese, il grosso del contingente internazionale si chiuse nelle proprie basi per assistere la preparazione di esercito e polizia afghani. Anche gli interpreti, dunque, furono molto meno esposti di prima. Eppure, a cavallo tra 2014 e 2015, anche l'Italia accolse circa 130 afghani. Allora fu stanziata una cifra iniziale di 750 milioni di euro per il loro assorbimento. A prodigarsi fu in particolare il generale degli Alpini da poco in pensione, Giorgio Battisti, che anche pubblicamente s'impegnò affinché non venissero dimenticati.
di Marina Lomunno
Avvenire, 8 giugno 2021
Fra' Giunti: nei disegni e nelle opere la loro storia, percorrendo la via della conversione. Tutto è nato nel corso promosso sulle tecniche di decorazione e stucco. "Gesù risorge ma porta con sé le ferite della sua croce: anche io porto le ferite del mio passato ma spero di risorgere con le mie cicatrici come il crocifisso che ho dipinto con i miei compagni di cella".
Sono le parole di un detenuto della sezione Collaboratori di giustizia della casa di reclusione San Michele di Alessandria. Ce le riferisce frate Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali del Convento Madonna della Guardia di Torino, formatore della cooperativa sociale "Coompany &" che si occupa di reinserimento dei reclusi. Fra' Beppe ogni settimana incontra i collaboratori di giustizia, quei "fratelli briganti", come san Francesco chiamava chi era caduto nelle maglie del crimine, con cui il frate ha scritto il libro Padre nostro che sei in galera (Edizioni Messaggero di Padova).
Nei mesi scorsi una decina di ristretti della sezione, grazie alla collaborazione di direzione, educatrice e agenti, ha partecipato ad un corso tenuto da Adamo Demetri, docente di tecniche di decorazione e stucco gestito dalla fondazione Casa di carità arti e mestieri, ente di formazione professionale nelle carceri del Piemonte. La cappellina al piano terra dell'istituto, dopo alcuni lavori edili, era da rinfrescare e diventata l'"aula" del corso concluso nei giorni scorsi e che si è rivelato un itinerario di fede per molti allievi. "Sono i detenuti - alcuni non avevano mai preso un pennello in mano - che hanno proposto al docente di decorare la cappella", racconta il francescano.
"Ogni settimana in cui incontravo i "restauratori" quel luogo finora anonimo via via cambiava aspetto: pareti decorate con cura, una Via Crucis, angeli, santi, una Madonna, un Crocifisso come pala d'altare, una Croce tabernacolo con foglia d'oro, quadri con rappresentazioni di brani della Scrittura. Il professore mi riferiva di come non si è mai sentito a disagio in mezzo a persone con alle spalle reati molti pesanti e che si è creato un bel clima. Ogni lezione per il docente finiva con una preghiera nella cappellina che, a sorpresa, stava diventando un gioiello, nonostante i corsisti non si fossero mai cimentati con l'arte sacra".
E così i "fratelli briganti" iniziano a leggere la Bibbia chiedendo spiegazioni a fra' Beppe. "C'è chi ha deciso di dipingere un quadro ispirato all'Apocalisse. Un altro recluso ha scelto la stazione della Via Crucis in cui Gesù cade sotto il peso della Croce perché mi ha confessato "anche io ho sperimentato il peso della Croce a causa della mia colpa"". E lezione dopo lezione avviene quasi un miracolo. "Dentro ogni scena rappresentata, in ogni avvenimento della vita di Cristo e in ogni parola c'è la loro vita cambiata, la loro nuova vita", aggiunge Adamo Demetri.
E davvero torna alla mente l'etimologia della parola "educare", che sta per "tirare fuori", "far emergere". La scuola che educa, anche dietro le sbarre. Un bell'esempio di come "anche per chi ha commesso delitti e reati gravi c'è sempre una seconda possibilità e di come - conclude il francescano - sia fondamentale l'applicazione dell'articolo 27 della nostra Costituzione che recita che le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato" anche attraverso l'educazione alla bellezza".
regione.lazio.it, 8 giugno 2021
Riflessioni sui concetti di colpa, pena, pietas, speranza, liberazione, attraverso le visioni della Divina commedia. Dopo un anno e più di chiusura sanitaria, il prossimo 2 luglio anche il teatro di Rebibbia Nuovo complesso tornerà alla vita. Una riapertura nel rispetto delle regole di prudenza, con un pubblico esterno limitato, in vista della nuova stagione d'autunno. In occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri (1321 - 2021), i detenuti-attori attueranno sul palco un progetto di Fabio Cavalli, con il sostegno della Regione Lazio, direzione Affari generali, in collaborazione con il Garante delle persone private della libertà personale e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria (Prap).
Dalle nostre "città dolenti", attraverso la voce degli interpreti detenuti, capaci di appropriarsi della Commedia, emerge una visione diversa del carcere: un percorso nuovo e difficile, poetico ed etico, attraverso la caduta, la pena, il riscatto. 25 detenuti attori del reparto di alta sicurezza (fra loro alcuni protagonisti del film Cesare deve morire dei fratelli Taviani) riflettono sui concetti di colpa, pena, pietas, speranza, liberazione attraverso le visioni della Commedia.
Sul palcoscenico Dante torna a rivelarsi come poeta senza tempo, capace di parlare dell'umano agire e patire con parole e idee sempre attuali e trasversali a tutti i contesti sociali e culturali.
Mediante traduzioni multilingue (inglese, spagnolo, tedesco) e soprattutto multi-dialettali colte (Scervini, Donnarumma, Girgenti), le terzine diventano poesia del dolore penitenziario ed il
loro ascolto può produrre negli spettatori, ma anche negli interpreti detenuti, un effetto emotivo e spirituale che potrebbe essere paragonato all'idea aristotelica della catarsi.
L'Inferno dantesco assomiglia alla descrizione di un antico carcere. I suoi Canti sono carichi di orrore e condanna per le crudeltà umane, ma anche di pietà per gli sconfitti, di sdegno per le vergogne dei potenti e dei loro servi. Per parlare della detenzione, spesso si evoca la metafora dantesca della "città dolente": "Per me si va ne la città dolente / per me si va ne l'etterno dolore / per me si va tra la perduta gente...".
La privazione della libertà è causa di un dolore inesprimibile. Da sempre la giustizia carica questo dolore sul piatto della bilancia come contrappeso per l'ingiustizia commessa dal colpevole.
Dalle più antiche civiltà fino al secolo scorso, l'inferno della pena era previsto per legge e accettato dalla società. Il colpevole era un peccatore. Peccato e Reato erano la stessa cosa.
Era così soprattutto ai tempi di Dante. Ma Dante si eleva sul proprio tempo e su ogni tempo. Dalla cupa visione infernale emergono figure capaci di mantenere una profonda umanità e
dignità, anche nella consapevolezza dell'errore e dell'inevitabile condanna. I grandi "peccatori" danteschi sono portatori universali della emozionante tragedia del vivere e del morire. Per questo, per alcuni di loro, la condanna è come sospesa. La stessa "giustizia divina" non osa infierire. Non osa spezzare l'abbraccio amoroso di Paolo e Francesca. A Ulisse e Diomede - inseparabili artefici di inganni - è consentito di rimanere uniti per l'eternità. Addirittura al Conte Ugolino - pure immerso nel più profondo dei gironi - è concesso di sfogare per sempre il suo furore, affondando i denti nel cranio dell'arcivescovo Ruggieri, l'affamatore dei sui figli. Dalla disperazione dell'Inferno, Dante esce infine "a riveder le stelle".
- Milano. L'Agesol e il concetto di rinserimento sociale e lavorativo nelle carceri
- Modena. "Detenuti morti, non furono tutelati"
- Milano. Bollate, sfratto per la scuderia del carcere: "Ha aiutato molti detenuti"
- Giustizia, Flick: "Difficile fare la riforma senza toccare la Costituzione"
- Altro che garantismo, questa è soltanto nostalgia per l'immunità










