di Antonella Barone
gnewsonline.it, 28 aprile 2021
Sfiora il 30% la percentuale dei detenuti che hanno ricevuto la prima dose di vaccino. L'Anagrafe nazionale del Ministero della Salute ha registrato ieri, lunedì 26 aprile, un totale di 15.684 somministrazioni su una popolazione di 52.591 detenuti presenti. Dati che confermano l'accelerazione del trend di crescita delle vaccinazioni pari a 5.630 in più di lunedì 19 aprile, data del precedente monitoraggio. In calo anche gli altri dati relativi ai detenuti: 492 i positivi (erano 655) di cui 2 sintomatici e 23 ricoverati.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 28 aprile 2021
Riforma del processo penale. La commissione di saggi insediata dalla ministra Cartabia aspetterà gli emendamenti al disegno di legge Bonafede prima di proporre le sue soluzioni. E sul nodo più difficile da sciogliere il Pd indica la via della prescrizione processuale.
Altro che "ammainare le bandierine", come ha invitato a fare la ministra Marta Cartabia nella sua intervista del 25 aprile alla Stampa, dove in puro stile Draghi "last call" ha avvertito i partiti della maggioranza che se salta la riforma della giustizia "molto semplicemente non avremo i fondi europei". Quando mancano solo 48 ore al tornante decisivo nella riforma del processo penale, il deposito degli emendamenti al testo base che è ancora quello del ministro grillino Bonafede, i gruppi parlamentari alzano e sventolano tutti i vessilli che hanno a disposizione. Prescrizione, durata dei processi, riti alternativi: le previsioni danno una pioggia di proposte di modifica di segno opposto in arrivo sullo schema di legge delega, quello che pareva urgentissimo quando fu depositato dal governo Conte 2 e che invece è rimasto fermo oltre un anno in commissione alla camera.
Piove dunque sugli auspici alla concordia di Cartabia, ma al ministero della giustizia non per questo ridimensionano le ambizioni. Che sono molto alte: secondo il calendario inserito nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, il disegno di legge delega che riforma il processo penale sarà approvato definitivamente dalle camere entro fine anno. Chi ha seguito la successione delle bozze del Pnrr nell'ultima settimana ha notato una correzione in corsa: la prima versione approdata dal Consiglio dei ministri prevedeva l'approvazione della riforma del processo penale per settembre 2021. La differenza di tre mesi può sembrare poca cosa, in realtà tenendo conto di tutti gli atti successivi che dovranno essere adottati, innanzitutto i decreti delegati e poi i decreti ministeriali e i regolamenti, sposta l'orizzonte della riforma oltre la fine della legislatura. E ne affida dunque la conclusione a un altro governo.
Ma è significativa anche un'altra variazione di date che si coglie tra le bozze e il testo definitivo. In precedenza si parlava del termine del 23 aprile come data di conclusione dei lavori della commissione ministeriale insediata da Cartabia - nel caso del processo penale si tratta della commissione presieduta dall'ex presidente della Corte costituzionale Lattanzi. Era quella anche la scadenza entro la quale i partiti dovevano far arrivare i loro emendamenti. Poi il termine per gli emendamenti parlamentari è stato spostato a venerdì prossimo, 30 aprile, e anche il termine dei lavori della Commissione è stato aggiornato nel Pnrr, spostandolo però all'8 maggio.
Accadrà così che i tecnici della ministra avranno otto giorni di tempo per conoscere le carte dei gruppi di maggioranza prima di calare le loro proposte con le quali provare a raggiungere la concordia invocata dalla ministra. Uno stratagemma che, dicono i parlamentari che seguono il dossier, potrebbe essere l'unica maniera per evitare uno scontro frontale tra i lavori della commissione tecnica e quelli della commissione (giustizia della camera) politica.
L'obiettivo resta quello della sintesi. Qualche contatto informale tra i saggi della ministra e i capigruppo in commissione non è mancato, nell'ultima settimana ci sarà anche un incontro formale. Per questo il Pd ieri ha anticipato tutti con una ventina di emendamenti che intervengono anche sul nodo più intricato che resta quello della prescrizione.
Dopo la sostanziale abolizione dell'istituto a opera del governo M5S-Lega (la prescrizione non decorreva più dopo la sentenza di primo grado), il governo giallo-rosso aveva corretto un po' il tiro, limitando lo stop solo ai condannati in primo grado. Soluzione che non soddisfaceva però i renziani e che non piace ai nuovi arrivati in maggioranza, il centrodestra, compresa la Lega in versione "garantista".
Il Pd adesso propone un cambio di prospettiva, sposando la via della prescrizione processuale. Vale a dire che se non saranno rispettati i tempi dei processi richiamati nel ddl Bonafede, che sono quelli della legge Pinto, cioè due anni per l'appello, scatterà uno sconto di un terzo della pena per chi è stato condannato in primo grado. O l'improcedibilità nel caso di assoluzione in primo grado o di sforamento di oltre 4 anni. Lo schema non è troppo distante da quello che annuncia il rappresentante di +Europa-Cambiamo Costa. E potrebbe così orientare i tecnici della ministra in una direzione lontana dai 5 stelle e da Bonafede che fu.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Riforma della giustizia ad alta tensione. Sia sul fronte civile sia su quello penale. Nelle medesime ore che hanno visto l'approvazione del Recovery plan, che tra l'altro nell'ultima versione estende un po' i tempi di approvazione delle misure (entro fine 2021 le leggi delega ed entro il 2022 i decreti delegati), si profilano le prime prese di distanza rispetto al merito degli interventi. Sul civile, le prime indiscrezioni sul contenuto dei lavori, appena terminati, della commissione Luiso, istituita dalla ministra Marta Cartabia, non convincono l'avvocatura.
Il Cnf contesta le ipotesi di filtro alle impugnazioni e all'appello in particolare e l'assenza di riferimenti alle specializzazioni, mentre le Camere civili mettono nel mirino "il semplice rispolvero di vecchie proposte quali la riduzione dei termini di difesa, le preclusioni e i filtri, osteggiati da tutti gli operatori della giustizia".
Da via Arenula però rassicurano: nessuna compressione dei diritti dei cittadini. In realtà la commissione presieduta da Paolo Luiso, docente di Procedura civile a Pisa, ha presentato, sul rito, 2 ipotesi alternative a Cartabia, una più conservatrice e una più spregiudicata (con la riduzione dei tempi per le memorie, la concentrazione della fase istruttoria).
Ma dalla commissione arrivano anche un pacchetto di proposte organiche sul diritto di famiglia, con l'estensione della negoziazione assistita al contesto delle coppie non sposate; negoziazione che si propone di allargare alle cause di lavoro; la conciliazione poi dovrà comprendere anche i rapporti di durata. Sul penale, ieri sono stati presentati gli emendamenti che il Pd presenterà al testo del disegno di legge Bonafede in discussione alla Camera.
A illustrare le 20 proposte la responsabile Giustizia e i capigruppo in commissione a Camera e Senato, Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli. Sulla prescrizione, il ddl Bonafede prevede sanzioni ai giudici, "che sono poco efficaci" - ha detto Bazoli - mentre gli emendamenti prevedono "conseguenze sul processo". In particolare se in appello c'è lo sforamento per un imputato assolto in primo grado, scatta l'improcedibilità; se invece l'imputato era stato condannato in primo grado, scatta uno sconto di pena di un terzo; infine scatta sempre l'improcedibilità se si supera un certo limite temporale, che per gli emendamenti del Pd dovrà indicare il Governo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Più spazio ai riti alternativi e all'approccio riparativo negli emendamenti proposti dai dem sul penale. Norma Bonafede limitata con l'estinzione del giudizio se l'appello dura troppo.
Ventisei proposte e un obiettivo: rendere la giustizia penale più veloce, trasparente e giusta. Una giustizia al servizio del cittadino, potenziando i riti alternativi e l'approccio riparativo, chiudendo la stagione del giustizialismo e lo scricchiolio delle garanzie. Si potrebbero riassumere così gli emendamenti (ancora passibili di limature) al ddl penale presentati ieri al Nazareno dal Partito democratico e che verranno depositati venerdì. Si parte, dunque, dal disegno di legge dell'ex ministro Alfonso Bonafede, ma con dei correttivi che, di fatto, combinino "il modello di prescrizione sostanziale che si interrompe col processo di primo grado" previsto dalla riforma, con "un modello di conseguenze processuali sui tempi di fase che si aggancia ai tempi già previsti dal ddl", hanno sottolineato ieri Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e responsabile giustizia del Pd, Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli, capigruppo della Commissione giustizia rispettivamente alla Camera e al Senato. Di fatto, dunque, gli emendamenti mirano a depotenziare la norma Bonafede, per riportarla nell'alveo delle garanzie, nella convinzione che il problema dell'irragionevole durata del processo non possa essere risolto con la prescrizione.
In primo luogo il Pd chiede di sopprimere il lodo Conte- bis, che prevede la "riattivazione" del corso della prescrizione in caso di assoluzione in appello. I dem partono eliminando la distinzione tra assolti e condannati e prevedendo che nel caso di superamento dei termini di fase, sia in appello, sia in Cassazione, si dichiari l'improcedibilità in favore dell'imputato che viene assolto, la riduzione di pena di un terzo in favore dell'imputato la cui condanna sia confermata o passi in giudicato, un equo indennizzo in favore dell'imputato che all'esito del giudizio di impugnazione contro una sentenza di condanna sia assolto, prevedendo un termine più lungo oltre il quale l'improcedibilità operi anche negli ultimi due casi.
Per quanto riguarda le indagini preliminari, la proposta prevede che la richiesta d'archiviazione, una volta valutata la completezza, la congruità e la serietà del compendio probatorio acquisito, avvenga in presenza di prove insufficienti o contraddittorie, laddove si ritenga inutile un nuovo supplemento istruttorio. Punto che prevede anche un'altra proposta, ovvero quella di escludere l'azione penale qualora l'accusa ritenga di non avere elementi sufficienti a giungere ad una condanna all'esito del processo. L'emendamento prevede anche criteri di priorità organizzativa - già previsti dal ddl Bonafede - per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, attraverso una selezione delle notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre.
Criteri che tengano conto della gravità concreta e dell'offensività del fatto, della qualità personale dell'autore del reato, del pregiudizio derivante dal ritardo per la formazione della prova per l'accertamento dei fatti, della probabilità di estinzione del reato per prescrizione prima dell'accertamento giudiziale. Nella prospettazione dell'ex ministro toccherebbe al procuratore stilare tali criteri, dopo un'interlocuzione con il procuratore generale presso la corte d'appello e con il presidente del tribunale, mentre per il Pd le priorità andrebbero valutate anche tenendo conto delle indicazioni generali del Csm e del Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza.
Lo scopo è quello di ottenere un maggiore grado di trasparenza e responsabilità per gli uffici di procura, consentendo ai pm di "rendicontare" le proprie attività. Nel caso in cui, entro tre mesi dalla scadenza del termine di durata massima delle indagini preliminari (sei per indagini particolarmente complesse e 12 mesi per reati come l'associazione mafiosa), il pm non abbia notificato l'avviso della conclusione delle indagini o richiesto l'archiviazione, lo stesso dovrà notificare all'indagato e alla persona offesa l'avviso del deposito della documentazione d'indagine e della facoltà di prenderne visione ed estrarne copia, avviso la cui notifica potrà essere ritardata per un periodo non superiore a sei mesi.
Dopo tale atto, nel caso in cui il pm non proceda a chiedere l'archiviazione o il rinvio a giudizio entro 30 giorni dalla presentazione della richiesta del difensore o della parte offesa scatta l'illecito disciplinare. Nel ddl Bonafede ciò sarebbe circoscritto ai casi di negligenza inescusabile, mentre per il Pd - che chiama in causa il Procuratore, che dovrà provvedere al posto del pm, sotto pena di responsabilità disciplinare - basta che si tratti di negligenza grave.
Per quanto riguarda il giudizio abbreviato, oltre alla modifica delle condizioni per l'accoglimento della richiesta subordinata a un'integrazione probatoria, il Pd chiede di prevedere uno sconto di pena della metà nel caso in cui si proceda per un delitto punibile fino a un massimo di cinque anni o la multa, mentre lo sconto rimane di un terzo in tutti gli altri casi. Uno sconto della metà, secondo i dem, andrebbe previsto anche nel caso in cui la richiesta di patteggiamento arrivi nel corso delle indagini preliminari. Ciò per deflazionare il carico dei processi e, dunque, alleggerire il lavoro degli uffici, con la conseguente velocizzazione della macchina giudiziaria.
Altra richiesta è la videoregistrazione integrale dell'attività dell'istruttoria dibattimentale, così come di ogni interrogatorio di persone detenute, anche al di fuori delle udienze, pena l'inutilizzabilità. I dem chiedono anche l'introduzione del diritto, per il difensore, di ottenere, con richiesta motivata, la rinnovazione davanti al collegio diversamente composto di prove dichiarative decisive per la decisione.
Ma non solo: tra gli emendamenti proposti c'è anche la soppressione dell'udienza filtro prevista dal ddl Bonafede all'articolo 6 - che complicherebbe la procedura rischiando anche di allungare i tempi del processo -, nonché la composizione monocratica per la Corte d'Appello nei casi di citazione diretta, se non per fatti di particolare semplicità o su richiesta di parte.
In materia di giustizia riparativa, la novità, mutuata dal sistema tedesco, sarebbe l'introduzione dell'archiviazione condizionata, che consente, al termine delle indagini preliminari, di attivare, in alternativa all'azione penale, una serie di misure "compensative", che vanno dal pagamento di una somma di denaro a lavori di pubblica utilità, corsi di formazione o di istruzione e il risarcimento del danno o l'attività di mediazione. Attività sulle quali dovrà vigilare il pm e che se concluse positivamente porterebbero all'estinzione del reato, nei casi di reati puniti con la sola pena edittale pecuniaria o per pene non superiori ai quattro anni.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 aprile 2021
Il termine per gli emendamenti al disegno di legge penale, che è contenuto anche nel Pnrr presentato dal presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera, sta per scadere. Dopo tre slittamenti la data è stata fissata per il 30 aprile ma il Partito democratico e Leu hanno già pronti i testi degli emendamenti, autonomi ma che vanno nella stessa direzione. Potrebbe ancora esserci qualche limatura, ma l'impianto è chiaro e incide su due punti nevralgici del ddl: la prescrizione e i riti alternativi. Entrambi i partiti considerano il ddl - redatto durante il governo Conte 2 - un buon punto di partenza, ma che su alcuni punti va reso "più incisivo", ha detto la responsabile giustizia del Pd, Anna Rossomando.
Riti alternativi - Gli emendamenti del Pd puntano a incentivare la definizione anticipata dei procedimenti, con l'obiettivo di decongestionare i tribunali limitando il numero di processi che vanno a dibattimento. Oggi il 13 per cento dei processi in primo grado si conclude con patteggiamento o rito abbreviato, "una percentuale che dovrebbe aumentare di tre volte per deflazionare gli uffici giudiziari", ha detto Alfredo Bazoli, capogruppo dem in commissione Giustizia.
Il Pd punta ad aumentare la premialità che deriva dalla scelta di questi riti: per i reati con pene massime fino ai cinque anni di reclusione, la proposta è di ridurre la pena fino al 50 per cento (ora è fino a un terzo) in caso di patteggiamento chiesto nella fase delle indagini preliminari e in caso di rito abbreviato. Un altro emendamento propone l'introduzione dello strumento dell'archiviazione condizionata, ovvero che, con l'accordo di pm e giudice nella fase antecedente al rinvio a giudizio, il procedimento venga archiviato se l'indagato adempie ad alcuni obblighi riparatori e risarcitori. "L'orientamento culturale è quello di potenziare il modello di giustizia riparatoria rispetto a quella sanzionatoria", ha detto Bazoli. Un'impostazione, questa, che incontra certamente l'orientamento fin qui prospettato dalla guardasigilli Marta Cartabia, ma che potrebbe creare qualche frizione rispetto al modello di giustizia dei Cinque stelle. Anche Leu con Federico Conte interviene in particolare in materia di rito abbreviato (in cui il giudice decide allo stato degli atti raccolti nelle indagini preliminari, senza il dibattimento). La previsione è di renderlo sempre accessibile (ora è possibile solo per alcuni reati) e di prevedere scaglioni rigidi di riduzione della pena: della metà per i reati puniti fino a sei anni; di un terzo per i reati con pena superiore a sei anni; a trent'anni in caso di ergastolo.
Prescrizione - La prescrizione è politicamente il tema più spinoso, su cui Cartabia si è impegnata a intervenire per modificare la previsione della legge Spazza-corrotti voluta dal Movimento 5 stelle. Il Pd propone di sopprimere il cosiddetto lodo Conte bis, frutto di un accordo della precedente maggioranza e che prevede che, in caso di appello, la prescrizione venga sospesa solo per i condannati e non anche per gli assolti. A questo dovrebbe sostituirsi un meccanismo di prescrizione per fasi, visto che il ddl penale prevede tempi certi per ogni fase processuale.
Nel caso in cui l'appello o il processo in Cassazione durino più dei due anni previsti, scatta l'improcedibilità per chi era stato assolto in primo grado, mentre per il condannato in primo grado si matura uno sconto di pena di un terzo. Leu, invece, tiene ferma la prescrizione sostanziale del lodo Conte bis.
Aggiunge però la prescrizione per fasi, con l'improcedibilità per l'assolto in primo grado nel caso di appello con durata superiore ai due anni e lo sconto di 45 giorni di pena ogni sei mesi in più rispetto ai due anni di durata per il condannato in primo grado. Quanto questa linea venga condivisa dai Cinque stelle è incerto. Ma Rossomando sottolinea come le proposte del Pd vadano nella direzione indicata da Cartabia: "Scommettiamo sul fatto che la giustizia equa sia aspirazione di tutti i partiti, come i tempi congrui di durata del processo".
di Natalino Irti
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Il processo, qualsiasi processo (giudiziario, scientifico, tecnologico), ha in sé, nel suo "procedere", la dimensione del tempo. Esso "avanza" di atto in atto, dal principio alla fine, dalla domanda alla risposta. E risposta è, nel campo giuridico, la decisione del giudice, che distingue fra ragione e torto, fra innocenza e colpevolezza.
Entro questa comune identità, si coglie tuttavia la distinzione suprema, che sta prima di ogni altra: nel giudizio civile si agitano, in linea di massima, conflitti di interessi economici; nel giudizio penale, è in giuoco la libertà individuale. E perciò la misura del tempo acquista un diverso rilievo e riceve una particolare attenzione. Questa prospettiva consente di avvertire che il processo giudiziario costituisce di per sé una pena.
Già si è detto, e si vuol ribadire, che il processo, come giudizio di uomini su altri uomini, si svolge nel tempo, si scompone in indefinita pluralità di atti, passa di grado in grado, e infine trova conclusione nella sentenza, che non è la "verità", ma viene considerata come "verità" (pro-veritate accipitur, nell'incisivo latino degli antichi giureconsulti). Nel tempo necessario per raggiungere questa "finzione" di verità - una finzione indispensabile per la convivenza e per riporre il caso in archivio - un uomo è sottoposto a giudizio, si sente oggetto di ricerca e materia di studio.
Il suo passato è ricostruito, osservato, scrutato. Propriamente giudicata non è una singola azione, un frammento, ma l'intera vita, spogliata, denudata, ridotta a schema, tipizzata in base alla "figura" di ciascun reato. Non basta "sentirsi innocenti", poiché il giudizio solleva la domanda sull'innocenza: e già questo interrogarsi scuote l'animo e reca dolore.
Per tutti - innocenti o colpevoli (come li sapremo nell'ora della decisione) - il processo è pena. La grande letteratura ha avvertito, e tradotto in angosciose narrazioni, la sofferenza del processo, questo soggiacere a un potere senza volto e senza nome, a una violenza impersonale, che sovrasta tutti, e di volta in volta sceglie e colpisce singoli "imputati".
Questo è, per usare l'immagine acutissima di Albert Camus, l'"universo del processo", l'universo delle società contemporanee, sempre più sospettose e inquisitorie. La letteratura, si diceva poco sopra, ha colto la ineluttabile tragicità dell'attesa, il peso di una domanda, che talvolta non si conosce o non si comprende. Il celebre libro di Franz Kafka, "Der Prozess", risale al 1925, ed è romanzo di una sofferenza che non si scioglie e di una misteriosa domanda che invano attende risposta. È appena del 2017 il racconto suggestivo di Andrea Salonia, dove già il titolo esprime l'angoscia dell'attesa, "Domani, chiameranno domani".
La sofferenza del giudizio è anche tema di un grande studioso di diritto, fra i più eminenti del secolo ventesimo, Francesco Carnelutti. Concludendo il lungo itinerario accademico, che lo vide sulla cattedra di tutte, o quasi tutte, le discipline giuridiche, Carnelutti tenne da ultimo l'insegnamento romano del diritto processuale penale.
Il fascinoso corso di lezioni ha per motivo dominante l'identità tra processo e pena, o, se si preferisce in più semplici parole, il carattere punitivo dello stesso processo. Sapersi giudicati è, già in sé, una pena, una sofferenza che dura nel tempo, e rimane incancellabile nella vita. Anche la sentenza di assoluzione "scioglie" dal reato e dalla sanzione prevista nella legge, ma non cancella, né potrebbe, la sofferenza del giudizio e l'ansia dell'attesa.
La pena del processo è stata già "scontata". Sempre ammoniva Carnelutti che nel processo penale la "res iudicanda è un uomo", che tutti gli atti - del suo iniziare e svolgersi e concludersi - riguardano un uomo, il quale patisce, dal principio alla fine, la sofferenza del giudizio. Si suole replicare, da cupi e zelanti accusatori, che hanno in sé, e quindi vedono intorno a sé, un'umanità peccatrice e colpevole; si suole obiettare che tale sofferenza è un costo necessario, e che qualsiasi comunità ha bisogno di conoscere e colpire i fatti criminali: un costo pagato da innocenti e colpevoli, ossia da tutti coloro che un giorno conosceremo autori o non autori di reati.
Ma proprio la sofferenza del processo, di questa pena legata a un'incognita, che incombe a tutela di un certo ordine giuridico, vuole di per sé la brevità della durata. Soltanto così la "presunzione di innocenza", enunciata dal secondo comma dell'art. 27 Cost., e la "ragionevole durata del processo" (art. m, 2° comma), acquistano un senso profondo: l'indagine giudiziaria e la "imputazione" segnano già l'inizio di quella "pena", di quel soffrire d'attesa, che si scioglierà soltanto con la sentenza "della fine".
Tra l'inizio e la fine si svolge l'angoscia del processo, che è già pena irrogata dal diritto, pena nell'attesa che l'incognita si dischiuda e dia risposta alla domanda. La "prescrizione" cancella l'incognita dal destino di un uomo, e serve a "estinguere", non solo il reato, ma la paura e la pena del processo. C'è una giustizia del tempo, che domina la esistenza dei singoli individui e la storia degli Stati: ed essa comprende in sé, accanto alla memoria, anche la dimenticanza.
Il passato - come avvertiva Nietzsche - non può soffocarci e distruggere le energie della vita, che si esprimono e costituiscono con lo sguardo al presente e al domani. E così si spiegano quelle "amnistie", concesse allo spegnersi di guerre crudeli, da avveduti uomini di Stato, che conoscono la necessità dell'oblio. Di quell'oblio che restituisce la pace dell'animo e dei popoli. Questa è la prospettiva integrale in cui il problema della prescrizione va discusso e deciso.
di Stefania Parmeggiani
La Repubblica, 28 aprile 2021
"A qualcuno fa comodo che resti un enigma". La scrittrice, ospite del festival "La via dei librai" di Palermo, torna sull'omicidio dell'intellettuale per chiedere che si faccia chiarezza con gli strumenti oggi a disposizione. "L'inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini va riaperta. Adesso ci sono strumenti tecnologici avanzati, rispetto a 50 anni fa.
Si potrebbero ingrandire segni anche molto piccoli, o macchie di sangue non viste. Perché certamente non è stato Pelosi a uccidere Pier Paolo ma un gruppo di persone, questo sembra certo. Ma chi erano non lo sappiamo. Evidentemente fa comodo che la morte di Pasolini rimanga un enigma, un enigma storico...". La scrittrice Dacia Maraini chiede la riapertura delle indagini sull'omicidio dell'intellettuale, massacrato di botte e travolto più volte dalla sua stessa auto in una squallida piazzetta dell'Idroscalo di Ostia nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975.
Maraini, che era amica di Pasolini e ha sempre sollevato dubbi sull'inchiesta, lo ha detto durante il festival "La Via dei Librai" di Palermo, intervistata dalla giornalista dell'Adnkronos Elvira Terranova. "Si potrebbero ingrandire, ad esempio, le tracce ematiche - spiega Dacia Maraini - e ricavarne il Dna, tanto è vero che la macchia è sempre lì". E ricorda: "Non sono state distrutte le prove, ma evidentemente fa comodo che questa morte rimanga un mistero...". "Mancano alcune prove - spiega ancora - Se si fosse fatta all'epoca una vera indagine approfondita probabilmente sarebbe venuto fuori dell'altro. Ma visto che all'epoca Pino Pelosi si addossò tutta la colpa si sono fermati là".
Pelosi, morto nel 2017 a 59 anni per un tumore, uno dei tanti "ragazzi di vita" consumati dalla strada, divisi tra microcriminalità e prostituzione maschile, era stato fermato la notte dell'omicidio sul lungomare mentre guidava contromano l'Alfa Giulia di Pasolini e accusato inizialmente solo di furto. Quando accanto al corpo della vittima fu ritrovato un grosso anello di Pelosi, dono di Johnny lo Zingaro, il quadro rapidamente cambiò. Pelosi parlò di un incontro a sfondo sessuale degenerato in una lite. Per difendersi avrebbe colpito l'intellettuale con l'insegna di via dell'Idroscalo e sarebbe fuggito a bordo della sua auto. Pasolini sarebbe stato quindi travolto per un incidente, la sua morte come conseguenza tragica di una nottata sordida. Sul luogo del delitto non ci sarebbe stato nessun altro. Una versione che non convinse mai del tutto: possibile che Pelosi non fosse solo? Che le ragioni fossero ben più complesse? Anni Settanta, Pasolini intellettuale scomodo.
I suoi attacchi alla Dc, accusata di contiguità con il fascismo, il caso Enrico Mattei, la sua ostinazione nel credere che dietro quella morte vi fossero i servizi segreti italiani e americani, l'ombra delle "sette sorelle", le sue critiche anche alla sinistra, ai "figli di papà" del '68, la diffidenza del Partito comunista, che lo aveva anche espulso perché omosessuale, la pila di denunce per i suoi libri e i suoi articoli. Tutto questo, da subito, spinse parte dell'opinione pubblica a parlare di omicidio politico. Lo dissero ad alta voce gli amici, come Laura Betti, giornalisti e intellettuali.
Pier Paolo Pasolini e Dacia Maraini - La Maraini andò in carcere a trovare Pelosi e incontrò un uomo travolto dalle circostanze, dall'epoca, da chi lo ricattava. Non gli credette: troppe contraddizioni nei suoi interrogatori. E poi c'erano le testimonianze di chi viveva nelle baracche di Ostia, quel corpo massacrato che sembrava gridare un'altra storia. Erano in molti a pensarla come lei, ma la verità processuale fu quella del tragico epilogo di una questione tra omosessuali, Pasolini che cercava la morte ogni sua notte di "vita", infine trovandola per mano di un diciassettenne che sembrava uscito direttamente dai suoi romanzi.
Quando Pelosi tornò in libertà iniziò a parlare. Nel 2005 andò in tv e rilasciò interviste in cui si dichiarava innocente, accusò una banda dall'accento siciliano che aveva malmentato anche lui paralizzandolo di terrore. Si sollevarono nuovi interrogativi, si ritornò alla vecchia ipotesi investigativa che coinvolgeva i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, siciliani noti nel mondo della malavita con i nomignoli di "Braciola" e "Bracioletta", dediti al traffico di stupefacenti e militanti nell'Msi, poi morti negli anni Novanta. Di nuovo l'ombra degli Anni Settanta. Di nuovo Pasolini come intellettuale scomodo. Il caso fu riaperto, ma per poco.
E anche quando Pelosi scrisse la sua biografia, nel 2011, in cui sosteneva di essersi fatto il carcere per timore di venire ucciso, lui o i suoi genitori, nessuno gli credette veramente. Era stato pagato per andare in televisione, accusava persone nel frattempo morte, diceva e non diceva.
Per tutti ormai era solo un bugiardo. Quando morì sembrò che con lui venisse sepolta per sempre anche la speranza di sapere la verità. Ora Maraini chiede di non arrendersi, forse c'è qualcosa ancora da fare per sapere cosa sia accaduto veramente quella notte all'Idroscalo di Ostia. "Quando in un processo si dice che c'è un colpevole che si autoaccusa non si va oltre - ha detto la scrittrice - ma se fossero andati avanti qualcosa sarebbe venuto fuori. E anche adesso, se solo si approfondisse, emergerebbero altri particolari. Ne sono certa, anche se è difficile".
di Enrico Fierro
Il Domani, 28 aprile 2021
Nel processo che vede l'ex sindaco imputato di una serie di reati che vanno dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a eventuali illeciti nella costruzione di cooperative solidali e nell'uso dei fondi pubblici, il pm gli contesta un'intervista nella quale avrebbe sfruttato il "modello Riace" per mero interesse politico e di immagine.
Indagate Mimmo Lucano. Chiedetegli perché si è candidato alle prossime elezioni regionali in Calabria, quali interessi si nascondono dietro la sua scelta. Tribunale di Locri, Calabria, udienza del 26 aprile del processo a carico dell'ex sindaco di Riace. Il pubblico ministero, Michele Permunian, si avvicina al Presidente del collegio e chiede l'acquisizione agli atti di un documento. Un foglietto. Poche righe. È il "lancio" di una agenzia, l'Agi del 18 aprile, con una intervista nella quale Lucano spiega i motivi che lo hanno spinto a candidarsi alle regionali calabresi nello schieramento alternativo guidato dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
"Riace - dice Lucano all'Agi - è per me una ferita ancora aperta, ma ora c'è questa nuova sfida, il mio obiettivo è realizzare a livello regionale le idee che ho concretizzato a Riace". Nell'intervista l'ex sindaco mantiene la linea che ha sempre seguito riguardo al processo che lo vede imputato di una serie di reati che vanno dal favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a eventuali illeciti nella costruzione di cooperative solidali e nell'uso dei fondi pubblici, nessuna polemica. Dice di aver fatto presente la sua condizione di imputato a chi gli proponeva la candidatura, afferma di essere tranquillo. "Non ho rubato, non ho ammazzato nessuno".
Dichiarazioni politiche, come si vede, che poco o nulla hanno a che fare col processo. Ma che per il pm diventano la "pistola fumante" di uno dei fragili pilastri dell'accusa: Lucano ha usato il suo essere diventato il sindaco di un modello, per mero interesse politico e di immagine. Dall'inizio dell'inchiesta scaturita nel processo, l'ex sindaco ha ricevuto varie proposte di candidatura, sia dal Pd che dalle formazioni di sinistra. Collegi sicuri, come si dice, sia per le elezioni politiche del 2018 che per le europee del 2019. Gli stessi avvocati difensori, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua, recentemente hanno chiesto di sentire come testimoni alcuni leader nazionali per confermare l'esistenza di contatti e proposte. La richiesta è stata respinta dal collegio, che, fin dall'inizio del dibattimento, ha scelto di tener fuori la politica dal processo.
Ma per il pm quei no di Lucano vanno interpretati diversamente. "Fin dall'attività intercettiva - ha affermato - emerge che a Lucano viene proposto di candidarsi, ma non come capolista, e solo questo la fa desistere". Per il dottor Permunian, Lucano dice no al Parlamento italiano e a quello europeo, perché nessun partito gli offre un posto da primo fra i candidati, ora, invece, "si candida perché gli hanno offerto il posto di capolista, una cosa che conferma la bontà delle intercettazioni".
E qui la "pistola fumante" si rivela subito per quello che è: una innocua pistola ad acqua. Perché il pubblico ministero fa finta di non conoscere i vari meccanismi elettorali, e soprattutto la differenza che passa tra una candidatura nazionale o europea in un collegio "blindato", con le elezioni regionali calabresi che prevedono sbarramenti altissimi (dall'8 al 4 per cento) per l'accesso in consiglio. La richiesta dell'accusa è giudicata "irrilevante e tendenziosa", dai difensori di Lucano. Per l'avvocato Daqua, la procura "è tornata più volte sul tema politico, ora basta". Il riferimento del legale è alle varie interviste, rilasciate a conclusione dell'inchiesta, dallo stesso procuratore di Locri Luigi Dalessio. "L'interesse può essere anche politico, d'immagine", diceva il magistrato ai giornalisti. Ora, a processo che si avvia a conclusione (la requisitoria è prevista per il 17 maggio), torna il tema dell'interesse "politico".
I soldi, che secondo l'accusa Lucano avrebbe lucrato sfruttando l'accoglienza dei migranti, non sono stati trovati, si punta su qualcosa di meno palpabile, volatile. Ed è questo un altro lato oscuro di una inchiesta con molte anomalie. La più clamorosa è stata denunciata da Domani nelle settimane scorse, e riguarda le intercettazioni a strascico di una trentina di giornalisti e tre magistrati. Chiacchierate ininfluenti ai fini processuali, ma regolarmente trascritte e rese pubbliche, anche quando nelle telefonate si parlava della vita e dei problemi dei figli di Lucano.
"È un reato occuparsi di politica? - si chiede polemicamente l'ex sindaco di Riace - Faccio parte di una sinistra antagonista, anticapitalista e antigiustizialista. Considero preoccupante il tentativo della procura di inserire nel processo una mia intervista in cui annuncio la mia candidatura. In questo modo non si riconoscono e non si rispettano i diritti costituzionalmente garantiti. Mi riferisco al mio diritto di fare politica, di seguire i miei ideali che sono quelli di una giustizia sociale e di sperare in una Calabria libera dalle mafie e da ogni forma di oppressione. I nostri paesi sono paesi fantasma che stanno morendo. Quali sono le soluzioni?".
"Non ho altri interessi - conclude Lucano - e mi chiedo se avere questi ideali sia un reato. Ringrazio il presidente Accurso che ha evitato tutto questo ma non posso non chiedermi se l'atteggiamento della Procura nei miei confronti sarebbe stato lo stesso se fossi stato candidato con la Lega o con il centrodestra". A mettere fine alle polemiche, il presidente del collegio Fulvio Accurso, che ha respinto la richiesta del pm: "Sono fatti estranei al processo che non ci riguardano".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 28 aprile 2021
Il Parlamento può istituire commissioni di inchiesta che indaghino su tutto, persino sulla mafia o sulle stragi, purché non si tocchino i rapporti tra politica e magistratura. O meglio, per chiamare le cose con il proprio nome, l'uso politico della giustizia. Su questo, la commissione non s'ha da fare, i magistrati lo dicono a gran voce. Perché, come diceva un vecchio avvocato veneto, le toghe sono come i "porsei", ne tocchi uno e strillano tutti. Sicuramente quel legale non voleva offendere la categoria, anche perché il maiale è un animale intelligentissimo, ma solo sottolineare il fatto che ci sono punti di ipersensibilità nel corpo dei magistrati, per cui se dai un pizzicottino a "uno", cioè per esempio al concetto di uso politico della giustizia, scatta immediata la reazione del corpo intero. E vengono immediatamente sventolate le bandierine di corporazione, le parole magiche: autonomia e indipendenza. Nel senso che quel tipo di commissione incarnerebbe in sé un attentato alle due bandierine. Peggio che una stonatura al coro di Bella ciao il 25 aprile.
Il presidente del sindacato della magistratura Giuseppe Santalucia non fa eccezione, dice proprio quel che ci si aspetta da chi dirige, come un giorno capitò anche a Luca Palamara, l'Anm. E pensare che ci eravamo illusi. Mai che uno, anche uno solo dica che la massima virtù di un magistrato debba essere l'imparzialità. Imparzialità dei giudici, ovviamente, ma anche e persino dei pubblici ministeri, visto che non devono rispondere a nessun organo di controllo (il Csm? Che ridere...) e che sono obbligati anche alla ricerca di elementi favorevoli all'indagato.
Invece no. La preoccupazione del dottor Santalucia pare essere prima di tutto che non si rimetta in discussione la storia delle inchieste e delle sentenze. Non si devono dare giudizi, cioè. E pensare che ai tempi in cui all'interno della corrente di Magistratura democratica esisteva una forte componente garantistica, il diritto all'interferenza, cioè a mettere il naso nell'attività giurisdizionale, era rivendicato a gran voce. Persino per le toghe e quindi per tutti. O dobbiamo pensare che l'unico che non può "interferire", cioè dare un giudizio, ma anche esaminare è il Parlamento?
Lo spiega molto bene, il dottor Santalucia, perché non si può. E usa un termine, per dire che nella testa di chi propone la commissione c'è già una ricostruzione precostituita dei fatti, che da lui non ci saremmo aspettati: farlocca. Ricostruzione farlocca, è scritto proprio così nel suo comunicato. Ora, poiché la fonte è piuttosto autorevole, crediamo di fare cosa utile non solo ai parlamentari che hanno preso l'iniziativa di questa inchiesta, ma anche ai tanti giudici e pm che si sono dichiarati d'accordo, di spiegare, con l'uso di un vocabolario, che cosa pensa di loro il presidente dell'Anm.
Farlocco: "Si tratta di una voce di origine gergale, non dialettale, in quanto usata in ambito carcerario e dagli scippatori per riferirsi alle potenziali vittime...". Cioè ai polli da spennare. Senza scomodare Benedetto Croce per sapere che la forma è sostanza, e che la scelta di una parola non è casuale, se questo è il rispetto che il sindacato delle toghe ha per il Parlamento, altro che di commissione d'inchiesta c'è urgenza.
Anche la corrente di Area, quella della sinistra più conservatrice e corporativa, non si tira indietro, e dopo aver qualificato Il libro Il Sistema di Sallusti e Palamara come un instant book pieno di mistificazioni, se la prende persino con "opinion leader di peso (che) ne legittimano l'opera e le finalità". Se non sono fischiate le orecchie al giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese. Nessuno di loro però entra mai in argomento e spiega il paradosso italiano che oggi vede un processo debolissimo contrapposto al grande potere della magistratura.
Ed è proprio di questa discrasia che potrebbe-dovrebbe occuparsi una commissione d'inchiesta. Invece succede che il settimanale L'Espresso esca con un'inchiesta sui "Magistrati sfiduciati", quasi come se fosse responsabilità della politica, e non del loro modo di condurre inchieste e processi, se la fiducia dei cittadini nei loro confronti è oggi sotto zero. E il direttore della Stampa Massimo Giannini, che ha la ghiotta occasione di intervistare la ministra Marta Cartabia e di trascorrere, come lui stesso scrive, oltre due ore con lei, spreca l'occasione come se si fosse trovato seduto su un divano di casa Bonafede.
Non solo non tocca le corde di colei che fin da quando era alla Corte costituzionale aveva espresso la propria sensibilità nei confronti dei principi fondamentali sulla presunzione di innocenza e il reinserimento dei carcerati, e sull'ergastolo fino a quello ostativo, ma mostra di essere rimasto fermo alla Repubblica delle dieci domande. Quindi il suo principale quesito è: "Cartabia ci crede davvero? È davvero convinta che si possa riformare la giustizia e raggiungere una tregua alla "guerra dei trent'anni" in un governo votato da Berlusconi e Salvini?".
Massimo Giannini almeno è sincero. Lo dicano chiaramente allora anche i sindacalisti della sinistra conservatrice e reazionaria delle toghe, che il problema è quello. E che una commissione d'inchiesta che abbia la curiosità di trovare anche le prove di quel che ormai sappiamo, e che qualche partito politico che non è loro gradito ha da tempo denunciato sull'uso politico della giustizia, qualche tremore lo produce. Perché, quando hai ricevuto il primo pizzicottino non sai mai che cosa ti succederà dopo.
Da due anni la magistratura incassa, ma se messa alle strette metterebbe il Parlamento in difficoltà
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 28 aprile 2021
Probabilmente una Commissione d'inchiesta parlamentare sull'uso politico della giustizia avrà luce, ma appare francamente destinata a vita breve e travagliata. Perché possa esercitare con efficacia il proprio compito la Commissione avrebbe la necessità di aver ben chiari i propri obiettivi. Ma individuarli non è cosa semplice. Mettere mano alla macchina giudiziaria, dopo l'affaire Palamara, è diventato politicamente più agibile di un tempo, ma tecnicamente l'opera appare molto più complessa.
Alle storiche abrasioni e incrostazioni che hanno reso da sempre scosceso il piano delle riforme si aggiunge il fatto che, per la prima volta, si coglie con nitidezza che la crisi del sistema affonda le proprie radici non solo in un panpenalismo esasperato del legislatore o in sistemi processuali farraginosi o in strutture organizzative collassate, ma si nutre e si alimenta per effetto di una sorta di cedimento morale della corporazione, di una stagnazione etica da cui le viene difficile risollevarsi in modo credibile.
Se riformare i codici, rafforzare gli apparati, ritoccare le strutture era già un compito arduo da portare a compimento in tempi normali, mettere mano contestualmente alla riforma del Csm, alla destrutturazione correntizia della magistratura, alle carriere, alle nomine e a quant'altro appare - come avrebbe detto De Gaulle - un programma di vasto respiro ossia destinato a rimanere un libro dei sogni. Per evitare che ogni iniziativa riformatrice inciampi nell'ennesimo, periodico "sfogo" della politica verso la magistratura italiana, occorrerebbe avere un preciso ordine di priorità e disporre di un tempo sufficiente per realizzarlo. Nel Parlamento, al momento, mancano sia l'uno che l'altro. Si odono possenti i rigurgiti di un risentimento, tuttavia tanto sterile quanto dannoso per ogni iniziativa realmente riformatrice e di cui è ultimo segno tangibile lo sfogo mediatico di un padre affranto per le sorti processuali del proprio figlio. Un mare ribollente che sembra alla ricerca di un'improbabile resa dei conti.
Com'è già successo, d'altra parte, con il referendum voluto da Craxi sulla responsabilità civile dei magistrati. La politica trascura di considerare che lo scontro all'arma bianca, il corpo a corpo, è il terreno prediletto da settori cospicui e non marginali della magistratura italiana. Se proprio dobbiamo adoperare un'immagine, è come se si affrontassero sul ring di Kinshasa Muhammad Ali e George Foreman con il primo che incassava una raffica di pugni rabbiosi del secondo, ma che, dopo essersi sfiancato, venne giù in pochi minuti ("...quando lo picchiavo con tutto quello che avevo l'ho sentito sfottermi: "Tutto qui, George?". Era la settima ripresa").
Ecco, a occhio e croce, è questo lo scenario prevedibile dei prossimi tempi. Le toghe incassano da circa due anni (lo scandalo è esploso nel maggio 2019) colpi su colpi, le tifoserie avversarie urlano e strepitano convinte di aver sfibrato il contendente, ma non hanno a disposizione alcun pugno decisivo, né molte altre riprese da disputare e la corporazione ha un'enorme capacità di incassare. Senza contare il malaugurio che evoca la triste sorte toccata a Craxi, morto in esilio da latitante, o a Berlusconi, finito ai servizi sociali o ad altri sfidanti e proprio per mano di quelle toghe che si volevano punire o riformare duramente.
E dunque. Dunque pochissimi propositi di riforma sarebbero una benedizione. Proposte da elaborare con calma - anche in una apposita sessione parlamentare - dopo aver riposto l'ascia di guerra, e sforzandosi per avere un colloquio ravvicinato con quegli ampi settori della magistratura che, come ha scritto Sabino Cassese sul Corriere, sono sempre più insofferenti verso il duopolio mediatico-processuale di alcuni pubblici ministeri e di opachi settori del giornalismo giudiziario. Servirebbero costruttori di ponti (come esortava il presidente Mattarella a inizio d'anno) da una parte come dall'altra per concordare un percorso di riforme di medio termine e per mettere mano alla modifica delle regole sulla giustizia a partire dalla Costituzione e dall'ordinamento giudiziario, ossia dalle norme che regolano la carriera delle toghe.
Dovrebbe essere ormai chiaro che mettere mano al processo civile o penale, alle intercettazioni o alle cause condominiali, senza ripensare alla collocazione costituzionale della magistratura inquirente, senza riconsiderare il modello di gestione della polizia giudiziaria, senza deflazionare la selva dei reati, senza uscire dal monolite sanzionatorio del carcere servirà a ben poco. Si tratta di rimodulare dalle fondamenta un sistema che, in molte sue componenti, è del tutto consapevole che la conservazione dello status quo produrrebbe solo ulteriori danni e ulteriori distorsioni, ma che se malamente aggredito è pronto a indossare i guantoni e ad aspettare la fatidica settima ripresa.
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