di Francesca Berardi
Il Domani, 28 aprile 2021
Nelle case statunitensi ci sono 400 milioni di armi, ovvero più armi che persone. Chiunque segua il dibattito sul controllo delle armi negli Stati Uniti ricorda il 2012 come un anno particolarmente intenso, conclusosi tragicamente. Il 14 dicembre, nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, in Connecticut, un ventunenne, armato di un fucile semi automatico e due pistole, uccise venti bambini e sei adulti. Quel massacro, avvenuto pochi mesi dopo quello altrettanto scioccante in un cinema del Colorado, riportò furiosamente a galla lo scontro politico sull'urgenza di limitare la vendita e il possesso di armi, soprattutto quelle d'assalto. La National Rifle Association (Nra), la potente lobby per le armi, ebbe una reazione ancora impressa nella memoria degli americani. Dopo una settimana di pesante silenzio, Wayne LaPierre, al vertice dell'organizzazione da trent'anni, disse che "l'unica cosa che ferma un cattivo ragazzo con una pistola, è un bravo ragazzo con una pistola".
Il tentativo di Obama - L'allora presidente Barack Obama, affiancato dal suo vice e attuale presidente Joe Biden, firmò 23 ordini esecutivi per bypassare il Congresso. L'obiettivo era di limitare le vendite e rendere più efficienti i controlli sugli acquirenti delle armi, i cosiddetti background checks, soprattutto nel caso di persone con disturbi psichiatrici. Una vera riforma avrebbe comunque implicato l'approvazione di Capitol Hill, e di fatto non ci fu una svolta significativa. Gli ostacoli erano, e sono tuttora, numerosi e complessi da superare. Nelle case statunitensi ci sono 400 milioni di armi, ovvero più armi che persone. C'è una cultura delle armi che si tramanda da generazioni, proprio come i fucili di famiglia, e che ha a che fare con l'identità, anche politica, di decine di milioni di americani. Ci sono i soldi dell'Nra nelle tasche dei parlamentari, repubblicani ma non solo. C'è il secondo emendamento della Costituzione al quale i difensori del diritto al possesso di armi si appellano in modo ostinatamente letterario e anacronistico per opporsi a ogni cambiamento. Tuttavia, la forte presa di posizione di Obama ebbe i suoi effetti. Uno dei più evidenti fu la percezione, da parte dei possessori di armi, che il governo potesse davvero imporre forti limitazioni. In quello stesso anno accadde infatti anche qualcosa di meno noto.
Fatte in casa - Mentre a Washington suonava un disco rotto, in una piccola townhouse ad Austin, in Texas, uno studente di legge pensava a come produrre armi aggirando tutta la politica, padri fondatori inclusi. Cody Wilson aveva allora 24 anni. Con un paio di conoscenti con i quali condivideva gli stessi interessi - gaming, tecnologia, la fascinazione per una certa idea di anarchia e libertà - decise di provare a costruire armi con una stampante 3d. L'intenzione era di elaborare i file necessari per la produzione e poi distribuirli gratuitamente attraverso Internet, negli Stati Uniti e non solo. Il progetto si chiamava Wiki-Weapon - un omaggio ai WikiLeaks di Julian Assange - e per realizzarlo Wilson e soci fondarono l'organizzazione Defense distributed, attiva ancora oggi. Sono loro, grazie a un discreto successo mediatico, ad avere dato la spinta decisiva alla popolarità delle cosiddette ghost guns, ovvero armi auto-costruite in casa (non necessariamente con stampante 3d) e senza numero di serie, ma non per questo illegali.
Armi fantasma - La diffusione delle ghost guns è per ovvie ragioni difficile da misurare, ma negli ultimi dieci anni è aumentata sensibilmente. Tanto che se ne è accorta pure la Casa Bianca. Lo scorso 8 aprile, parlando dal Giardino delle rose, Biden ha presentato il suo programma per affrontare l'epidemia di violenza provocata dall'uso delle armi. È "un imbarazzo internazionale" ha detto, mentre negli Stati Uniti il numero dei mass shootings continua a intensificarsi (per mass shooting, letteralmente sparatoria di massa, si intende una sparatoria in cui perdono la vita o vengono ferite almeno quattro persone, escluso il responsabile). Negli ultimi 30 giorni se ne sono verificati più di 45.
Dopo aver salutato alcuni dei presenti - primi tra tutti i genitori di uno dei bambini uccisi nella scuola Sandy Hook - Biden ha detto di essere determinato a fermare la proliferazione delle ghost guns. "Queste sono armi fatte in casa, costruite a partire da un kit che include le istruzioni per completarle", ha spiegato. "Non hanno numero di serie, così quando fanno la loro apparizione sulla scena del crimine non possono essere tracciate". Inoltre, ha detto, "agli acquirenti non è richiesto di passare il background check per comprare il kit e costruire l'arma".
Di conseguenza - ha aggiunto - può farlo chiunque, criminali e terroristi inclusi. Il presidente ha così dato al dipartimento di Giustizia 30 giorni per fare una proposta su come limitarne o quantomeno regolamentarne la diffusione. Non è ancora chiaro che tipo di iniziative conterrà la proposta, ma è improbabile che imponga il divieto di costruire armi in casa, anche perché si tratta di una pratica fino a ora considerata legale e che ha radici profonde.
È infatti solamente dal 1968, con il Gun Control Act, che i produttori di armi devono ottenere una licenza dal governo federale e marcare le armi con un numero di serie. E la legge non riguarda chi assembla armi per uso personale, cosa che appunto si presuppone siano le ghost guns. Solo che negli anni Sessanta - e neppure nel 1993 quando il Brady Gun Violence Prevention Act ha fondato il sistema federale di background checks facendo di nuovo un'eccezione per le armi fatte in casa - non si poteva ancora immaginare il potere di Internet. Le possibilità concesse dalla rete hanno infatti dato una nuova chiave di interpretazione all'associazione tra armi e libertà.
Pezzi da comporre - Per Wilson - che si definisce un crypto anarchist e dice di essere cresciuto in una famiglia senza armi - produrre armi in soggiorno è un gesto politico, un modo di affermare la propria libertà, alla faccia di un governo sempre più controllante, non importa se a destra o sinistra. Non a caso la prima pistola interamente realizzata con una stampante 3d da Defense Distributed si chiamava Liberator, come quella prodotta in massa dal governo americano nel 1942 con l'intenzione di armare gruppi della resistenza in Europa.
L'idea, poi non portata a termine, era di sganciarne migliaia dal cielo nella speranza che finissero nelle mani giuste, ma con la consapevolezza che potevano anche essere intercettate dai nazisti. Come si vede in un esemplare conservato al Museum of Jewish Heritage di New York, erano confezionate in scatolette di cartone contenenti anche le istruzioni per azionarle.
Esattamente come i kit per produrre le ghost guns. Le armi prodotte con stampanti 3d sono infatti solo una piccola parte. Come ha accennato Biden nel suo discorso, si tratta più in generale di armi costruite a partire da kit acquistabili online da diverse aziende specializzate, per poche centinaia di dollari. L'acquirente riceve a casa un cosiddetto "80 per cent receiver", ovvero un corpo inferiore di un'arma completo all'80 per cento e le istruzioni per terminarlo.
Il corpo inferiore è infatti il pezzo fondamentale, quello che include anche grilletto e cane, a cui è associato numero di serie e licenza. Anche le armi prodotte con la stampante 3d spesso hanno solo la parte del corpo inferiore realizzata con questa tecnologia, poiché il resto dei pezzi sono reperibili sul mercato senza controlli. Dal sito di Defense Distributed al momento si possono acquistare i corpi inferiori di diversi modelli, dalla pistola semiautomatica M1911 usata già dai primi del Novecento dalle forze armate degli Stati Uniti, al fucile semiautomatico Ar-15. Il costo varia dagli 80 ai 150 dollari. Inoltre, con un minimo di duemila dollari, è possibile acquistare una macchina a controllo numerico che, collegata a un computer e tramite uno specifico software, permette di produrre in casa componenti in metallo di vari modelli di armi.
Legali, per ora - Sebbene non sia possibile fare una stima del numero di ghost guns che circolano negli Stati Uniti, né ovviamente verificare chi le possiede, alcuni dati confermano che vengono utilizzate anche per scopi criminali. Nel 2019 gli agenti del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives (Atf), ne hanno sequestrate circa 10mila nel corso di arresti e perquisizioni. Secondo un'inchiesta pubblicata nello stesso anno dal sito The Trace, specializzato in violenza causata dall'uso delle armi, il 30 per cento delle armi sequestrate dalla polizia dell'Atf in California erano senza numero di serie. In molti casi erano state utilizzate per rapine o omicidi. In almeno due dei più recenti mass shooting avvenuti in California, nel 2013 in un college di Santa Monica e nel 2017 in varie zone del Tehama County, gli assalitori hanno usato ghost guns dopo che era stata loro negata la licenza. Inoltre, come ha raccontato alla radio pubblica americana il giornalista Ioan Grillo, autore del libro Blood gun money: how America arms gangs and cartels, il mercato delle componenti di armi da assemblare sta contribuendo a potenziare l'arsenale dei cartelli della droga in Messico e altri paesi del Centro America.
Negli ultimi anni i tentativi di fermare la proliferazione delle ghost guns non sono mancati ma è difficile stabilire se abbiano o meno avuto effetto. Diversi stati hanno tentato di regolamentarne il possesso o la vendita, come la California che dal 2016 richiede che le armi costruite in casa vengano registrate, o il New Jersey che proibisce del tutto il commercio di kit e componenti. Tuttavia nella maggior parte degli stati continuano a essere legali e non regolamentate.
L'azione di Biden in questo senso potrebbe segnare una svolta, quantomeno in termini di sensibilizzazione sul tema. A seguito del suo annuncio, grandi piattaforme di acquisti online come Facebook marketplace, Etsy e Google si sono impegnate a stringere i controlli dopo essere stati accusati di facilitare il commercio di parti di armi, in particolare stabilizzatori che permettono di utilizzare l'arma con una sola mano e con maggiore precisione.
Tuttavia le aziende del settore come Defense Distributed non si scoraggiano. Sui loro siti sono comparsi banner che rassicurano la clientela sul fatto che, vista l'opposizione che una legge sul controllo per le armi potrebbe trovare in Congresso, per almeno altri 90 giorni non dovrebbero entrare in vigore nuove leggi. Il pericolo, come avvenne nel 2012 e come avviene ogni volta in cui si mette in discussione la libertà degli americani di possedere armi, è l'effetto boomerang: l'incremento delle vendite di kit e parti da assemblare proprio in questo periodo.
articolo21.org, 27 aprile 2021
"Bisogna investire nella scuola in carcere, coltivando la fiducia nell'essere umano. Offrire nuove 'finestrè alle quali potersi affacciare per vedere delle alternative a una vita sbagliata". Così ha risposto uno studente detenuto al questionario sulla percezione del fenomeno mafioso somministrato dal centro studi Pio La Torre nell'ambito del Progetto educativo antimafia. L'iniziativa, sostenuta dal ministero dell'Istruzione, ha coinvolto per la 15esima edizione più di 600 scuole da Nord a Sud Italia, comprese alcune case circondariali. Ed è la scuola a rivelare tutta la sua centralità in questo anno pandemico: oltre il 65% del campione interpellato discute di mafia a scuola con i docenti, fenomeno che per i ragazzi può essere sconfitto boicottandone l'economia criminale con delle scelte di consumo più consapevoli.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Chiedono che la liberazione anticipata venga estesa a 75 giorni a tutta la popolazione detenuta e che abbia "effetto retroattivo" al 2015. "Chiediamo che si applichi l'ampliamento della liberazione anticipata estesa a tutta la popolazione detenuta, che tale provvedimento abbia "effetto retroattivo" al 2015 (anno in cui venne sospesa) in modo da avere un risultato concreto sul numero di ristretti". Dopo la lettera appello delle detenute del carcere di Torino rivolta alla ministra Marta Cartabia e al garante nazionale, si sono aggiunti i detenuti del carcere medesimo e i reclusi del carcere sardo di Massama.
di Errico Novi
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Via libera ieri in Senato alla conversione del decreto voluto da Marta Cartabia su esame da avvocato. "In certi Tribunali lo spirito di condivisione ha vinto l'arretrato", così la guardasigilli chiede unità alla vigilia del termine per gli emendamenti su ddl penale e prescrizione di Bonafede. È un passaggio, non quello che dà il titolo. Ma l'intervista di Marta Cartabia alla Stampa, la prima della guardasigilli dal giorno del giuramento, evoca non solo il metodo dell'unità, della rinuncia all'idea di poter rendere ogni "istanza" una "pretesa irriducibile e unilaterale". Oltre a un appello che più tempestivo non poteva essere, rivolto alla vigilia del termine per gli emendamenti dei partiti sulla prescrizione, il messaggio della ministra chiama in causa anche qualche "perla della nostra giustizia".
di Davide Dionisi e Benedetta Capelli
vaticannews.va, 27 aprile 2021
A Vatican News l'intervista a Mauro De Palma, uno dei Garanti dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, ricevuto stamani dal Papa. "Grande condivisione con Francesco su molti temi e sul dolore degli invisibili".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2021
Ad oggi un procedimento civile dura in media quasi tremila giorni: 527 solo per il primo grado. Secondo le stime del premier si abbasserebbe a 369 per il primo grado e in totale durerebbe meno di 1.800 giorni, circa cinque anni. Nel penale servono oggi circa quattro anni e mezzo per una sentenza definitiva, che diventerebbero poco più di tre se i numeri comunicati dal capo del governo fossero rispettati. Secondo Mario Draghi dopo l'entrata in vigore delle riforme della giustizia previste dal Recovery plan i tempi dei processi in Italia saranno drasticamente ridotti. Un obiettivo che lo stesso presidente del consiglio, durante le sue comunicazioni in Parlamento, ha definito "ambizioso" perché il capo del governo si propone di "ridurre i tempi dei processi del 40 per cento per il settore civile e almeno del 25 per cento per il penale".
Una stima che fino a questo momento non era stata resa nota. Nel testo del Recovery, infatti, il governo si limita a dire che "l'obiettivo fondamentale dei progetti e delle riforme nell'ambito del settore giustizia è la riduzione del tempo del giudizio, che oggi continua a registrare medie del tutto inadeguate". Nessuna stima quantitativa, ma un orizzonte temporale fissato nella fine del 2024, data entro la quale "potrebbe verosimilmente stimarsi" l'impatto delle riforme sulla durata dei processi.
La velocizzazione dei procedimenti era tra i primi punti del Country Specific Recommendations indirizzate dall'Europa all'Italia negli anni 2019 e 2020. Erano quelle condizioni 'indispensabili' per lo "sviluppo economico" che sarebbe provocato dai fondi del Recovery, perché una "giustizia rapida e di qualità stimola la concorrenza", si legge nel testo del piano. Secondo l'ultima stima del Cepej, la commissione europea per l'efficacia della giustizia del consiglio d'Europa, in Italia per concludere un processo civile di primo grado occorrono in media 527 giorni: peggio fa solo la Grecia con 559, mentre la media europea è di 233. Sempre nel civile per arrivare a una sentenza di Appello servono altri 993 giorni, che diventano 1.442 se si attende la Cassazione.
Vuol dire quasi tremila giorni per arrivare a una sentenza definitiva: più di otto anni. Secondo le stime di Draghi, dunque, la durata del processo civile si abbasserebbe a 369 giorni per il primo grado e in totale durerebbe meno di 1.800 giorni, circa cinque anni. Nel penale al momento in Italia servono circa quattro anni e mezzo (1.589 giorni) per avere una sentenza definitiva: 698 giorni per chiudere il primo grado, altri 759 per il secondo, 132 per la sentenza di Cassazione. Con una riduzione del 25% si passerebbe 524 per una sentenza di primo grado, 1.192 per una definitiva: cioè poco più di tre anni. Tempi che inizieranno a essere rispettati a partire dal 2024.
Come si dovrebbe arrivare a queste stime? Con la riforma della giustizia che secondo Draghi "affronta i nodi strutturali del processo civile e penale. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi", per usare le parole pronunciate dal presidente del consiglio per illustrare il Recovery in Parlamento.
"Il Piano - ha aggiunto il capo del governo - rivede l'organizzazione degli uffici giudiziari e crea l'Ufficio del processo, una struttura a supporto del magistrato nella fase 'conoscitiva' della causa. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale in primo grado e in appello, e si dà definitivamente attuazione al processo telematico, come richiesto nei mesi scorsi dal Senato".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2021
Convincere Bruxelles che le riforme per rendere efficiente la giustizia in Italia si faranno, pena la perdita dei soldi del Recovery Plan e, contemporaneamente, non dire nulla, ma proprio nulla che inneschi una miccia a combustione rapida che faccia consumare questa maggioranza di governo tenuta su con gli spilli.
Ecco spiegato l'intervento del premier Mario Draghi ieri alla Camera incentrato sull'obiettivo di ridurre gli arretrati. Chi non sarebbe d'accordo? Ed ecco spiegato perché nel Pnrr, approvato dal Consiglio dei ministri, i capitoli dettagliati riguardano processo civile, ufficio del processo, digitalizzazione, edilizia giudiziaria e penitenziaria, vale a dire quelli ripresi dal piano dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Ma quando si legge di prescrizione - che per ogni maggioranza di governo è come la kryptonite per Superman - o di riforma del Csm, ci sono dichiarazioni di intenti, generiche, alcune scadenze e non molto altro perché centrodestra (con renziani annessi) e centrosinistra della maggioranza sono su fronti opposti. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, consapevole che le fratture nella maggioranza, se va avanti così, porteranno alla caduta o alla paralisi, ha tentato un monito: "La giustizia è stata una trincea, ora - ha detto a La Stampa - deve diventare il terreno dove cercare una convergenza per il bene delle future generazioni".
E ieri, Draghi alla Camera ha provato a rassicurare e ha puntato su quanto nessuno, almeno a parole, metta in discussione che vada fatto, anche se proviene dal progetto del governo Conte. "La riforma della giustizia affrontai nodi strutturali del processo civile e penale. Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi; ha detto il premier. Che si è soffermato sulla riforma civile, strategica per Bruxelles, per rilanciare gli investimenti stranieri in Italia, non divisiva per la maggioranza: "In media sono necessari oltre 500 giorni per concludere un procedimento civile in primo grado, a fronte dei circa 200 in Germania".
E ricorda punti essenziali già contenuti nella riforma Bonafede: "Il Piano rivede l'organizzazione degli uffici giudiziari e crea l'Ufficio del processo (voluto da Bonafede, ndr), una struttura a supporto del magistrato nella fase conoscitiva della causa. Nel campo della giustizia civile si semplifica il rito processuale in primo grado e in appello, e si dà definitivamente attuazione al processo telematico, come richiesto nei mesi scorsi dal Senato".
Ed ecco un altro passaggio per mettere al sicuro i soldi del Recovery: "Il governo intende ridurre l'inaccettabile arretrato presente nelle aule dei tribunali. È uno degli impegni più importanti ed espliciti che abbiamo preso verso l'Ue. L'obiettivo finale che ci proponiamo è ambizioso, ridurre i tempi dei processi del 40% per il settore civile e almeno del 25% per il penale; Nel Pnrr si parla anche delle oltre 20 mila assunzioni nel settore giustizia, presenti nel piano del governo precedente. Ma è quando il Pnrr tocca punti come Csm o prescrizione che si capisce quanto traballi la maggioranza.
Partiamo dall'accenno alla prescrizione in puro politichese: "Vengono prese in considerazione eventuali iniziative concernenti la prescrizione del reato, inserite in una cornice razionalizzata e resa più efficiente, dove la prescrizione non rappresenti più l'unico rimedio di cui si munisce l'ordinamento nel caso in cui i tempi del processo si protraggano irragionevolmente".
E sulla riforma del Csm: "La Commissione si appresta a individuare un testo base sul quale proseguire l'esame, nell'alternativa tra il disegno di legge governativo e alcune proposte di iniziativa parlamentare" e ipotizza il voto a giugno.
Il governo tanto deve barcamenarsi per non far scoppiare la maggioranza, che neanche a proposito dei processi d'appello - i più falcidiati dalla prescrizione, insieme ai procedimenti in udienza preliminare - si fa cenno all'ipotesi di un giudice monocratico anche in secondo grado, come propone la riforma Bonafede. Ma dai punti assenti (o generici) nel Pnrr, su riforma giustizia, non si può dedurre che non ci saranno nella riforma che voterà, se la voterà, il Parlamento.
Si ha solo la conferma che la vera battaglia sui temi "caldi" è in Parlamento. A partire dalla commissione Giustizia della Camera dove la settimana scorsa hanno sì tutti votato (a eccezione di Azione) come testo base quello della riforma penale di Bonafede, ma si continua a rinviare i termini per presentare gli emendamenti, cartina tornasole di quanto succederà da qui all'autunno. Il termine ultimo era fissato al 24 aprile, poi a oggi e, infine, ieri è slittato a venerdì, mentre per il Csm la scadenza è il 17 maggio, in attesa della proposta del gruppo istituito al ministero da Cartabia.
di Valerio Valentini
Il Foglio, 27 aprile 2021
Il Pd chiama Cartabia. L'impressione è che si voglia fare senza darlo a vedere: per evitare la gazzarra del M5S. E infatti quando Paolo Sisto, sottosegretario a Via Arenula, dice ai suoi colleghi di FI che "l'indirizzo del governo sulla giustizia, nel Pnrr, è ben chiaro", fa evidentemente appello alla malizia di chi, dietro a quelle righe, sa leggerci più di quanto ci sia scritto.
di Ambrogio Crespi
Il Riformista, 27 aprile 2021
Lettera dal Carcere di Opera al "Comitato di Nessuno tocchi Caino per Ambrogio Crespi". Ciao a tutti, eccoci qua a scrivervi dal carcere. Voglio ringraziarvi tutti per quello che state facendo. Sento la vostra forza che sfonda queste sbarre. Io sto bene anche se ho passato i primi 30 giorni non proprio benissimo. Un viaggio molto difficile: la condanna, l'ingresso in carcere, il Covid, il trasferimento a San Vittore, poi l'ospedale, poi il rientro a Opera. Insomma non è mancato nulla. Però sapere di non essere solo è qualcosa di magico.
Quando avete fatto la maratona oratoria per me non sono riuscito a sentirvi tutti e questo mi è dispiaciuto tanto, perché Radio Radicale ha fatto due collegamenti con la vostra diretta. Però sentire le vostre voci ha fatto si che si spezzassero queste sbarre. Siete entrati con forza dentro la mia anima e vi confesso che il mio cuore batteva fortissimo, non sono riuscito a non commuovermi. Ho avuto la sensazione di essere libero, perché le vostre parole sono state macigni di energia positiva. Per questo vi voglio ringraziare con tutto il mio cuore, sentirvi vicino è qualcosa di forte che mi emoziona come un bambino, è un sentimento indescrivibile.
Sapere di essere innocente e stare chiuso in carcere di massima sicurezza, i pensieri, la tristezza, il dolore, sono tutti protagonisti della mia quotidianità, però io combatto! Ma non combatto solo per me, lo devo a tutti voi e per quelle persone che prima di me non potevano combattere per affermare la propria innocenza perché quando arriva il timbro "colpevole" dalla cassazione è finita. Strappano la tua anima. Devi pagare una pena da innocente e se penso a quante persone prima di me, mi sento male. Ma mai nessuna dovrà pagare questo prezzo dopo di me. Io credo profondamente nella Giustizia, però oggi questa fiducia non è così viva come prima. Stare chiuso in una cella in carcere senza aver fatto nulla porta a farti mille domande ma alla fine la domanda principale è sempre una: Perché? Forse come mi dice Rita Bernardini "Caro Ambrogio, ti tocca per tutti" e allora questo viaggio, non voglio chiamarlo "il viaggio del dolore", anche se il dolore non manca qua dentro soprattutto dopo aver fatto le videochiamate con i miei piccoli amori Luca e Andrea, vivo un'emozione così contrastante di felicità e tristezza.
Insieme alla mamma, gli abbiamo raccontato una storia. Io sono in missione in un bunker. Allora quando facciamo le videochiamate metto vicino al mio viso la radio che ho acquistato in carcere insieme a un orologio e faccio finta di parlare con la base tramite questo orologio e quando mi comunicano che il tempo a mia disposizione sta terminando allora accendo Radio radicale e loro pensano che mi stiano chiamando. Vedo nei miei bambini la loro felicità, il loro orgoglio e quella sensazione di emozione positiva. In realtà forse questa è davvero una missione, affinché non succeda più a nessuno. E voi fuori state facendo cose straordinarie, siete in trincea a combattere e questa consapevolezza mi fortifica. Coltivo il mio cuore insieme alla mia anima abbracciando l'amore e la forza. Il mio pensiero vola raso al mare con il vento salato e le gocce d'acqua sul viso. Io sono libero!
Oggi la giustizia non può essere il luogo dove trovare l'uomo giusto e non la legge applicata. È solo una questione di fortuna. E questo vale anche in Cassazione. Deve finire questo inferno. Per questo non voglio chiamare questo viaggio "il viaggio del dolore" ma lo chiamerò "il viaggio della speranza": spes contra spem, per avere una giustizia giusta per tutti. Noi tutti siamo la speranza per il cambiamento e per dire basta. Perché trovarsi seduto su uno sgabello con davanti a sé un tavolino e una finestra con le sbarre? Sposto lo sguardo fuori dalla finestra e mi pongo mille domande, poi mi dico che nulla capita per caso e voi tutti siete la speranza di questo viaggio. Il mio corpo è chiuso in questo inferno però la mia anima e la mia forza sono lì con voi, sono al vostro fianco e non mollerò mai. Lo devo a tutti.
Non è il tempo che mi fa paura ma stare chiuso in un carcere di massima sicurezza con una "ostatività" che mi fa riflettere molto. Non è possibile dover essere "fortunati" per trovare la giustizia giusta. Io credevo profondamente nella Corte di Cassazione però anche in quel luogo devi trovare l'uomo giusto. Non è giustizia questa. E questo è stato per me un pugno in pieno cuore il giorno della conferma della condanna. Mi prendevo a pizzicotti perché pensavo fosse un incubo. L'ultima notte in casa ho dormito con i miei due bambini ed Helene, tutti insieme nel lettone. Si addormentavano tutte le notti con me ed Helene.
Luca voleva sempre la mia mano per fare la nanna, questo da quando con mio fratello lo abbiamo salvato da quella piscina, mentre Andrea non si staccava mai da me facendoci sempre le coccole. Li avevo soprannominati Luca "la cozza" e Andrea "il Koala". Io non mollerò per nessuna ragione al mondo e tornerò dalla mia cozza e dal mio koala, combatterò con tutte le mie energie. Non mi ammalerò ma rinascerò, perché l'amore della mia famiglia e di tutti voi è il motivo di questo viaggio della speranza e io vi ringrazio a tutti, uno ad uno. Viva la vita, viva la libertà... perché io sono libero! Spes contra Spem.
di Tommaso Panza
ildigitale.it, 27 aprile 2021
Interpellata sul focolaio Covid nell'ala femminile del carcere di Rebibbia, Gabriella Stramaccioni ha raccontato cosa sta succedendo, parlando anche di vaccini, malati psichiatrici detenuti e non solo. Gabriella Stramaccioni è la garante dei detenuti di Roma, da sempre attiva nel campo della salvaguardia dei diritti umani e nominata dalla giunta Raggi nel 2017.
Dottoressa Gabriella Stramaccioni, nei giorni scorsi lei ha parlato di un focolaio di Covid nell'ala femminile del carcere di Rebibbia, ci spiega che cosa è successo?
Al momento abbiamo 70 casi su 300, circa il 25% della popolazione femminile detenuta a Rebibbia. Il focolaio nell'ala femminile è già il secondo che si verifica, il primo lo abbiamo avuto a dicembre con più di 20 donne contagiate. Questa volta è stata una situazione un pò strana perché già da qualche mese il femminile era chiuso e non c'erano ingressi. Inoltre erano cessate le attività, comprese quello scolastiche, quindi diciamo era un carcere abbastanza "protetto". Il virus si è diffuso rapidamente, poi come ben risaputo in carcere il distanziamento è impossibile da mantenere. Le donne vivono e mangiano insieme per cui il virus si è propagato molto velocemente. Attualmente i casi dovrebbero essere scesi a 60, speriamo che con l'isolamento dei prossimi giorni si possa arrivare a un azzeramento.
Giovedì 22 sono cominciati anche i vaccini a Rebibbia e in tutti gli istituti del Lazio, all'inizio verrà vaccinata solo la popolazione detenuta, poi dopo qualche giorno si passerà agli agenti di polizia penitenziaria. Sono 10.500 dosi destinate a tutti gli istituti penitenziari della regione, il vaccino è Moderna e non più Johnson & Johnson come era previsto inizialmente. Sarà quindi necessario fare una seconda dose dopo 28 giorni. Posso dire che questa mattina si respirava un'aria di incoraggiamento.
I detenuti di oggi si sono vaccinati tutti o qualcuno si è rifiutato?
Allora la prima fase precedente al vaccino prevede uno screening. C'è un colloquio con un operatore e bisogna rilasciare un'autorizzazione a fare il vaccino, altrimenti si fa il diniego. Questa mattina in pochissimi si sono rifiutati, alcuni erano stranieri ma secondo me è capitato solo perché non sono riusciti a comprendere la situazione. La maggior parte comunque si è vaccinata.
Poi chiaramente non c'è l'obbligo.
In che modo sono state isolate le donne positive dal resto della popolazione penitenziaria?
Sono state tutte spostate nella sezione Camerotti, dove sono state isolate dalle altre detenute. È un isolamento per persone positive non potendo stare in camere singole, quindi vengono curate li. Fortunatamente sono tutte asintomatiche, quindi questo ha sicuramente aiutato. Tutto questo però ha messo in luce la questione strutturale del carcere: il carcere non è pensato per ospitare persone che soffrono o hanno patologie, oppure che addirittura hanno bisogno, come in questo caso, di un distanziamento fisico, tutto ciò in carcere è impossibile.
Per questo è difficile arginare il Covid, così come tante altre malattie che in carcere sono presenti. Io personalmente ho assistito a casi frequenti di tubercolosi. Non scordiamoci che tante persone che arrivano in carcere vengono dalla strada, quindi da situazioni già di difficoltà. Poi diciamo che queste patologie non vengono individuate e bloccate, anche se adesso il Covid ha portato un maggiore controllo. Però in condizioni normali questo non avveniva e quindi qualsiasi malattia in carcere rischiava di diffondersi in maniera molto più prepotente.
Attualmente ci sono anche donne incinta tra le detenute di Rebibbia?
Attualmente abbiano solo una donna in stato di gravidanza e si trova nel reparto maternità, ma uscirà a breve. Altre due donne in stato di gravidanza stavano per essere mandate qui da Civitavecchia, ma fortunatamente l'infettivologa ne ha negato l'accesso. Mentre abbiamo invece una mamma positiva con un bambino di un mese. Non appena diventerà negativa, potrebbe essere questione di ore, tornerà a casa presso il campo rom dove viveva prima. Il magistrato l'ha già autorizzata per l'uscita. Per queste donne, sia per quelle in stato di gravidanza che per quelle che hanno bambini piccoli, il carcere non dovrebbe essere previsto, nemmeno per transitarci. Devono assolutamente andare nelle case accoglienza o nelle comunità sin da subito.
In questi giorni si parla sempre più spesso delle scarcerazioni riguardanti i malati psichiatrici o quantomeno di inserirli in un percorso loro idoneo: lei, in quanto garante, che posizione nutre a riguardo?
Scarcerarli è doveroso, poi ci sono ovviamente tanti casi su cui ci sono provvedimenti e misure di sicurezza. Il problema è che ci deve essere una maggiore presa in carico dai servizi riguardo le persone che soffrono di problemi psichiatrici, in carcere sicuramente non possono essere curate. In questo periodo molto difficile a maggior ragione. Ci sono state infatti accentuazioni di casi di malattie mentali, abbiamo inoltre bisogno di avere più posti perché quelli che ci sono non sono sufficienti.
Riguardo questo tema, le istituzioni che cosa pensano?
Sia il Ministero (Grazia e Giustizia) che il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) sulla carta sono d'accordo. Però poi di fatto la questione sanitaria è in carico alle Asl e quindi al Ministero della salute. Gli accordi iniziali prevedevano inoltre la chiusura degli Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario) con la creazione di posti alternativi, ma questo ancora non si è realizzato pienamente. Abbiamo quindi una situazione paradossale, poiché in carcere arrivano tante situazioni di malati psichiatrici che invece dovrebbero essere curati in misure alternative all'interno di strutture adeguate. Invece restano in carcere. Il carcere è un luogo difficile da gestire in condizioni di normalità, in una situazione di emergenza come questa diventa tutto più complicato.
Poi non scordiamoci che in questo periodo hanno anche lavorato a rilento le varie cancellerie, la magistratura di sorveglianza, educatori, tutti hanno rallentato. Le persone in carcere hanno costantemente bisogno di avere le cure adeguate. Oltre ad avere diritto tutti a un trattamento educativo, che è poi la finalità della pena. Non ci può essere soltanto la pena senza una finalità educativa.
Lei pensa che in questo periodo i magistrati di sorveglianza abbiamo più difficoltà a decidere di scarcerare qualcuno?
Io penso che i magistrati in genere cerchino di rispettare la legge. Le leggi attuali poi devo dire, magari fossero applicate completamente, probabilmente le carceri potrebbero essere meno affollate. Ti spiego: ci sono delle leggi che per esempio presentano delle incompatibilità col carcere per motivi di salute. Eppure io so di tantissime persone che pur essendo state dichiarate incompatibili sono ancora in carcere. La legge prevede inoltre che superata la soglia dei 70 anni, a meno che non sia per reati molto gravi, non dovresti andare in carcere. Mamme con bambini, gente che viene dal mondo della tossicodipendenza. Se hai una pena sotto i 4 anni puoi essere affidato a strutture esterne, sotto i 18 mesi puoi andare in affidamento prova o ai domiciliari.
Ci sono tutte queste serie di leggi che se ben utilizzate potrebbero favorire alcune uscite. Ma anche qui mancano le risorse. Io conosco bene il tribunale di sorveglianza di Roma: manca il personale, mancano i magistrati, le cancellerie lavorano a rilento. Tutto questo quindi non fa altro che ritardare i procedimenti.
Abbiamo parlato del focolaio di Rebibbia, com'è invece la situazione in provincia di Roma?
Civitavecchia adesso ha un piccolo focolaio con una dozzina di positivi. Un carcere che fino a oggi ha retto molto bene. Sono stata la scorsa settimana a Velletri e fortunatamente in questi mesi non sono stati riscontrati positivi. A tal punto che lì per esempio la parte didattica non si è mai interrotta, gli insegnanti hanno continuato a entrare. Diciamo che tutto sommato fino a oggi sono riusciti a superare questa parte critica. Certo però anche lì mi rendo conto che a Velletri ci sono circa 300 definitivi su una popolazione tra i 450 e i 500 detenuti, e su un così alto numero di definitivi ci sono poche misure alternative, attività, anche di tipo lavorativo, quindi magari qualcosa in più da questo punto di vista potrebbe essere fatto.
- Calabria. Covid, nelle carceri vaccinazioni in corso
- Marchiati a vita: ora hanno arrestato e condannato il passato di Pasquale Zagari
- L'organo di autotutela dei magistrati, allora cambiamolo così
- Livorno. Giovane tunisino in fuga dalla polizia muore annegato nel fiume
- Napoli. Lotta alla camorra. Clan, la scossa di don Mimmo alla chiesa











