La Nazione, 7 giugno 2021
Accordo con l'Ufficio di esecuzione penale esterna e il Tribunale. Messa alla prova e lavori di pubblica utilità, il Comune di Massa stipulerà due accordo con il Tribunale e l'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) per accogliere fino a 8 persone sottoposte a queste misure che da un lato sostituiscono la pena detentiva o pecuniaria, dall'altra consentono di sospendere il procedimento penale sempre in accordo con il giudice e il pubblico ministero.
In entrambi i casi, si tratta di mettersi a disposizione della collettività. Prestazioni non retribuite che devono dare un servizio a tutta la comunità e dall'altro attivare magari un percorso di riabilitazione e riavvicinamento alla società civile per chi si sia trovato a commettere un reato, non di grave entità. Il Comune di Massa aderirà quindi ai due strumenti, stipulando idonee convenzioni con enti o associazioni che, unitamente all'Uepe, possano dare concretezza allo svolgimento della nuova misura della prestazione di lavoro di pubblica utilità.
Il Comune di Massa sarà disponibile ad accogliere, in contemporanea, fino a 5 persone ammesse ai lavori di pubblica utilità e 3 per la messa alla prova. I settori in cui potranno essere utilizzate queste persone sono la tutela del patrimonio ambientale e culturale, la manutenzione delle aree di verde pubblico, eventuale tutela e manutenzione del patrimonio comunale o altre attività per il settore lavori pubblici.
di Stefania Totaro
Il Giorno, 7 giugno 2021
Associazione Antigone e presunta vittima parti civili all'udienza preliminare. Stava facendo lo sciopero della fame da una settimana per il trasferimento. Anche l'associazione che ha portato alla luce la vicenda, oltre che la presunta vittima, parti civili nei confronti dei cinque agenti di polizia penitenziaria accusati di avere picchiato nell'agosto del 2019 un detenuto all'interno del carcere di Monza. Il 2 luglio è fissata l'udienza preliminare al Tribunale di Monza davanti al giudice Gianluca Tenchio. Le accuse sono a vario titolo lesioni aggravate, falso, calunnia, violenza privata, abuso d'ufficio e omessa denuncia. Il detenuto è un italiano che stava protestando perché voleva essere trasferito da Monza in un'altra casa circondariale.
A presentare un esposto alla Procura di Monza è stata l'associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, dopo avere avuto notizia del presunto pestaggio da un famigliare del detenuto. Secondo l'accusa il detenuto, che da una settimana stava facendo lo sciopero della fame, stava per essere riportato in cella in barella dall'infermeria del carcere monzese, quando è stato colpito a pugni e schiaffi da un agente, mentre altri lo tenevano fermo. Per poi farlo cadere dalla barella una volta arrivati in cella.
Il detenuto sarebbe stato lasciato lì dolorante, con gli occhi lividi, il volto tumefatto e un dente rotto. E in seguito mandato in cella di isolamento, dopo essere stato costretto a dichiarare che era stato lui ad essere stato aggressivo con gli agenti di polizia penitenziaria. C'è un video dell'accaduto estratto da alcune telecamere nei corridoi del carcere di Monza, che mostra l'agente che schiaffeggia il detenuto ma, secondo la difesa degli imputati, le telecamere non hanno ripreso, per un cono d'ombra nella registrazione, il momento precedente in cui il detenuto avrebbe sferrato un calcio al volto di un agente.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 7 giugno 2021
Senza l'ombrello aereo della Francia e l'appoggio delle unità scelte occidentali (Italia inclusa) all'esercito del Mali aumenta l'instabilità nella regione. La fascia geografica che dalla Nigeria si spinge verso Est, fino dall'altra parte del continente è come una lunga trincea. Qui combattono, muoiono soldati e molti civili, in migliaia sono costretti a lasciare tutto incalzati da estremisti islamici, tensioni etniche, banditismo su larga scala. L'ultimo massacro in Burkina Faso: oltre 160 persone trucidate, un bilancio provvisorio. I sospetti ricadono sulle formazioni jihadiste.
L'assalto è avvenuto nella notte tra venerdì e sabato quando un gruppo armato ha fatto irruzione nel villaggio di Solhan. I guerriglieri hanno preso di mira in particolare i membri di una milizia, i Volontari per la difesa e la patria, creata per proteggere la popolazione ed aiutare i soldati. Ma nell'attacco - come spesso accade - è stata coinvolta la popolazione, con abitazioni date alle fiamme ed esecuzioni sommarie. Gran parte delle vittime sono state sepolte in fosse comuni, non c'è stato tempo di fare meglio. Del resto l'incursione è parte di un trend, con numerose località devastate dai raid degli insorti. Siamo nella zona delle tre frontiere, vicino a Mali e Niger, area dove agiscono il cartello qaedista JNIM e gli affiliati allo Stato islamico. Uno dei quadranti più a rischio nel Sahel, anche se non l'unico.
Il Burkina ha quasi un milione di sfollati interni e, secondo studi internazionali, la sua crisi è una delle più neglette. Come in altre parti della regione la marcia della Jihad si intreccia con spinte più locali. Alcuni esperti sottolineano come i Volontari provengano in prevalenza dall'etnia Mossi mentre i loro avversari appartengono a comunità rivali. È tuttavia chiaro che i guerriglieri vogliono colpire questa forza per seminare terrore e dimostrare l'inutilità del programma di sicurezza varato dal governo. C'è poi una dimensione internazionale.
Pochi giorni fa Parigi ha annunciato la sospensione della cooperazione con l'esercito del Mali, una risposta al golpe attuato dai militari. L'alt può avere ripercussioni profonde. Senza l'ombrello aereo della Francia e l'appoggio delle unità scelte occidentali (sono presenti piccoli contingenti di numerosi stati UE, Italia inclusa) è estremamente complesso per le truppe maliane tenere testa ad avversari mobili, resi ancora più temerari da numerosi successi. La sintesi è tragica: c'è un'impasse politica generale e l'opzione bellica - con reparti estremamente ridotti nei numeri - non porta da nessuna parte.
L'arco di crisi è ampio. Numerosi villaggi nigeriani, nella parte nord occidentale di Kebbi, hanno subito le scorrerie di nuclei di predoni: 66 i morti. Le autorità ritengono che gli assassini, arrivati a bordo di moto, mezzo ormai molto comune in questo tipo di operazioni, siano dei "ladri di bestiame". Definizione che fotografa una parte della minaccia. Il banditismo è cronico, sanguinario, esteso, ma esiste sempre il timore di infiltrazioni jihadiste. E comunque l'etichetta è relativa, ciò che pesa sono le conseguenze per chi subisce.
Milano Sette, 7 giugno 2021
Riparte lo sport, anche in carcere. Sarà inaugurata domani alle 14.30, la nuova palestra allestita nell'istituto penitenziario di Opera. Il restyling della Sala attrezzi è stato realizzato, con la disponibilità dell'area tecnica della Casa di reclusione e dei responsabili della palestra, durante i mesi della pandemia.
I lavori sono stati svolti da alcuni ospiti della casa di reclusione, grazie alla joint venture tra l'associazione InOpera, il gruppo Scout "Talenti all'Opera" e numerosi donatori, tra cui l'Università Bocconi, Leone 1947, la Ditta Liuni, Daw Italia, Progetto Legno, Grifal, F.lli Brumana, la società sportiva di Inveruno Soi. Ora la palestra dispone di nuovi vogatori, nuove panche, butterflies, scottbench, bike da spinning e da technogym e tanti altri macchinari d'avanguardia per i cultori del fitness.
"Un dono di tale entità non arriva tutti i giorni - ha commentato la presidente dell'associazione InOpera, Giovanna Musco - e solo il lavoro di squadra ha fatto sì che tutto ciò fosse possibile. In un periodo così complesso non era certo scontato che questa operazione si potesse realizzare". L'iniziativa è nata su segnalazione di alcune persone detenute che erano a conoscenza che l'Università Bocconi stava rinnovando la palestra degli studenti ed era disposta a donare all'istituto di Opera gli attrezzi, tutti in ottimo stato. Poi, complice il lockdown, il progetto si era arenato.
A partire da gennaio 2021, l'associazione InOpera, insieme agli Scout, coordinati dal loro capo Matteo Borsari, si è attivata riuscendo non solo a risistemare i vecchi attrezzi, ma anche a verniciare e pavimentare la palestra. Grazie all'apporto della Ditta Liuni è stato possibile pavimentare la "palestra zona cardio", Daw Italia ha fornito la vernice azzurra per riverniciare le pareti della palestra, Grifal ha rinnovato tutte le imbottiture per le attrezzature esistenti, F.lli Brumana ha completato le bacheche in legno realizzate dagli ospiti della casa di reclusione con la fornitura di pannelli in plexiglass.
Per completare quest'opera di restyling, è stato possibile acquistare nuovi specchi e, grazie al supporto logistico della ditta Progetto Legno, inserire una struttura in legno nella quale riporre il cambio e altri oggetti, oltre a delle nuove reti da calcetto.
Il mitico brand Leone 1947 ha regalato 5 nuovi, bellissimi sacchi da boxe, insieme a numerosi guanti, paradenti, fasce, scarpette, e corde e infine la società Sportiva oratoriana inverunese (Soi) ha donato ulteriori attrezzature sportive. "L'operazione restyling della palestra è stata l'occasione per apprezzare la generosità e la sensibilità di tante persone verso il mondo della reclusione", hanno concluso Musco e Borsari.
di Daniele Priori
Il Riformista, 6 giugno 2021
Il Partito Radicale lancia un appello. La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, risalente a ormai sei anni fa, è stato il primo passo. Le risposte alternative che lo Stato, attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, oggi offre - le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) - restano però gravemente deficitarie e insufficienti tanto, a giudizio di alcuni esperti del settore, da poter diventare esse stesse in prospettiva un grave problema. Per questo serve una terza via.
di Riccardo Magi
Il Riformista, 6 giugno 2021
Non sono scandalizzato per la conversione garantista di Salvini, la convenienza e l'opportunismo sono elementi ricorrenti in politica con il loro portato di strumentalità e incoerenze, cambi di rotta e di opinioni. Il fatto politico è l'iniziativa referendaria e quella va valutata. Sorvoliamo sulla definizione del referendum come "stimolo" al Parlamento e sulle analisi dei posizionamenti interni ai partiti e alle coalizioni.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 6 giugno 2021
Il segretario Pd: "Un nuovo voto serve a non affrontare il tema". I partiti di governo si spaccano. Se Matteo Salvini voleva attirare l'attenzione su di sé con i 6 referendum sulla giustizia, che sono laterali rispetto alle riforme del governo, beh, ci è riuscito eccome. L'ipotesi che si arrivi alla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e inquirente è dietro l'angolo. E infatti la magistratura associata, contrarissima, è entrata in fibrillazione. Così come il M5 S. E buona parte del Pd, dove pure il dibattito si è aperto a seguito degli interventi a favore di Goffredo Bettini e dell'ex capogruppo al Senato, Andrea Marcucci.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 6 giugno 2021
Le proposte della commissione Luciani. La ministra: "Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo". La stretta si intravede. Stop alle candidature di magistrati nello stesso territorio in cui è stata esercitata la funzione, divieto di tornare in quella circoscrizione per cinque anni, se eletti; o per tre, se la corsa non è andata bene. Basta, insomma, all'incondizionato e reversibile "transito" tra magistratura e politica cui le toghe, finora, non avevano saputo porre argine. È la linea della fermezza, non distante dal rigore del ddl Bonafede, che trapela ieri dal lavoro che la commissione Luciani, voluta dalla ministra Marta Cartabia, ha esposto ai capigruppo di maggioranza.
di Roberto Pellegrino
Il Giornale, 6 giugno 2021
Nei penitenziari americani entrano gli animali abbandonati, che permettono ai detenuti di diventare addestratori. Una via per il riscatto. Quanto vera è la frase che ricorda a noi umani, capaci di compiere cose disumane, che a un cane non importa nulla il carattere, l'onestà o il conto in banca del suo padrone, perché a lui darà sempre un amore incondizionato, anche se ne riceverà indietro la metà.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 6 giugno 2021
Un uomo della esperienza e della qualità politica di Goffredo Bettini non può certamente pensare che il suo invito al Partito Democratico di "non lasciare alla destra populista" l'iniziativa referendaria targata Matteo Salvini, possa seriamente ricevere ascolto. Quella iniziativa è stata concepita ab origine come un appalto blindato alla Lega di Salvini, unico partito - per come saldamente e tradizionalmente strutturato sul territorio - obiettivamente in grado di raccogliere ben più delle 500mila firme necessarie nel volgere di poche giornate di mobilitazione estiva. Dalla scelta dei quesiti, alla loro elaborazione tecnica, alla organizzazione della imminente campagna di raccolta delle firme, la natura esclusiva dell'accordo Partito Radicale-Lega è sotto gli occhi di tutti. Salvini ha pubblicamente promesso un milione di firme, come evidente prova di forza -anche ed anzi soprattutto a destra- del suo movimento politico. Dunque è semplicemente impensabile che il Partito Democratico prenda in considerazione l'idea di una qualsivoglia comprimarietà, comunque declinata, e Bettini lo sa benissimo.
Tutto ciò, tuttavia, non toglie nulla alla importanza ed al coraggio di quelle parole; le quali giungono, non credo casualmente, dopo la desolante dichiarazione del segretario del PD Enrico Letta. Questi, non sapendo come orientare il proprio partito sulla strada dell'abbandono della stagione populista e giustizialista a guida grillina intrapreso dalla Ministra Cartabia, spara a casaccio la raccapricciante alternativa tra giustizialismo ed "impunitismo". Immaginavamo ormai definitivamente tramontata e consegnata ad un già lontano passato questa vieta abitudine politicista di eludere le scelte mediante il ricorso ad espedienti retorici frustri e vuoti. Qui poi siamo largamente al di sotto del già mediocre standard, chessò, di un "né con lo Stato né con le BR", che i miei coetanei ricorderanno. Lì almeno i due corni del dilemma erano ben chiari, mentre - spiace per l'on Letta - impunitismo non significa un bel nulla. Nelle intenzioni del leader del PD, l'impunitismo parrebbe essere una sorta - per restare nel mondo delle parafrasi- di malattia infantile, ma forse, meglio, paracula, del garantismo. L'invocare il garantismo per assicurarsi l'impunità.
Ora, premesso che non si comprende a chi esattamente l'on. Letta stia facendo riferimento (individui, partiti politici, consorterie, Berlusconi?) converrete con me che qualunque idea, anche la più nobile, può essere invocata strumentalmente, per fini che non appartengono alla idea invocata. Posso fare campagne ambientaliste per fare denaro con le mie imprese di energia alternativa, ma cosa ha a che fare questo con l'ambientalismo? L'alternativa secca, pur necessariamente depurata da eccessi di semplificazione, è tra chi, in tema di giustizia penale, pone al centro delle priorità la libertà ed i diritti della persona, e chi invece la potestà punitiva dello Stato. O altrimenti, se non sono stato chiaro, tra chi concepisce il diritto penale come statuto del reo, e chi come armamentario punitivo dello Stato. Sono due mondi diversi ed opposti, che si riflettono a loro volta sulla idea del processo penale: luogo di esclusiva valutazione della responsabilità personale per i primi, luogo di soluzione o comunque regolazione dei conflitti sociali (terrorismo, mafia, corruzione) per gli altri.
Goffredo Bettini, non a caso figlio di un avvocato penalista, come sempre orgogliosamente rivendica, sa bene che la gran parte dei suoi compagni di strada e di militanza politica sentono il proprio cuore battere sul terreno dei secondi. E mentre il suo segretario si trastulla con questa insensata bufala dell' "impunitismo", lancia il suo grido di allarme.
Si respira - tra mille incertezze e contraddizioni, intendiamoci - un'aria nuova nel Paese, davvero vogliamo rimanere impelagati - dice in sostanza Bettini - nelle sabbie mobili della idiosincrasia verso il garantismo di matrice liberale, e di quel rapporto ancillare con la Magistratura italiana che rende quasi impronunciabile la parola "separazione delle carriere", cioè il sistema ordinamentale della magistratura più diffuso nel mondo democratico occidentale? Possiamo essere così ottusamente testardi nella difesa di questo nostro tradizionale posizionamento, da lasciare la nobile bandiera del garantismo liberale a quel furbacchione di Matteo Salvini, che ha appena finito di citofonare in favore di telecamera a casa di presunti spacciatori nordafricani ed ora, con grande fiuto politico, mette senza riserve la faccia ed il simbolo della Lega al fianco della storia referendaria radicale?
Tutti i garantisti e gli autentici liberali di questo Paese devono dare il benvenuto a chiunque imbracci la bandiera delle libertà e del Diritto, a cominciare da Matteo Salvini, e senza interrogarsi sulle ragioni di quell'approdo. Ma gli amici del Partito Democratico farebbero bene a riflettere sulla sortita di Goffredo Bettini, che si colloca ben al di là della contingenza referendaria. Non sarebbe una buona idea quella di fingere di non averlo compreso.
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