di Carmine Gazzanni
La Notizia, 5 giugno 2021
Parla il deputato M5S, D'Ippolito: "Certa politica non capisce nulla di lotta alla mafia". Un post su Facebook in cui il messaggio è più che chiaro: "Nessun passo indietro sulla lotta alla mafia". Così il deputato del Movimento cinque stelle, l'avvocato Pino D'Ippolito, ha risposto alle dichiarazioni lanciate, tra gli altri, da Matteo Salvini sulla necessità di rivedere la legge sul pentitismo dopo il caso Brusca. "Noi siamo il Movimento 5 stelle. Abbiamo una storia molto chiara. Siamo sempre stati vicini ai movimenti legalitari, penso alle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, attivi per la verità e la giustizia sulla cosiddetta Trattativa, cioè quel patto infernale, tra Cosa nostra e pezzi deviati dello Stato, finalizzato a favorire l'azione della mafia", spiega intervistato da La Notizia.
di Francesco Corbisiero
Il Foglio, 5 giugno 2021
L'ennesimo suicidio riaccende i riflettori sulla questione delle condizioni di vita dentro gli istituti di pena italiani. Dove la maggior parte dei detenuti si trovano per aver commesso reati lievi. Le novità sostanziali introdotte dalla riforma della giustizia. Ogni tanto il silenzio sulle condizioni di vita all'interno delle carceri italiane viene interrotto dal tonfo di un corpo che cade in terra per non rialzarsi più.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 5 giugno 2021
Le proposte del ministero su Csm, nomine e toghe in politica. L'avvertimento di Marta Cartabia suona come un allarme: "Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo, nel cui nome la magistratura esercita la sua attività; occorre urgentemente ricostruirlo".
La ministra della Giustizia ricorda il richiamo del capo dello Stato pronunciato a Palermo nell'anniversario della strage di Capaci ("Le contese, divisioni e polemiche all'interno della magistratura ne minano il prestigio e l'autorevolezza") e illustra la propria missione: "Le riforme chieste dal ministero sono finalizzate a questo scopo, fiducia e credibilità nei magistrati sono obiettivi che non possiamo mancare".
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Berlusconi, Prodi, Conte. Sono tanti i governi caduti sulla giustizia. E tra referendum e riforme rischia anche l'ex Bce. Perché è caduto il secondo governo di Giuseppe Conte? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi sarebbe che quel governo è caduto perché Renzi ha deciso di togliere la fiducia. Non è del tutto falso ma neppure del tutto vero.
di Davide Manlio Ruffolo
La Notizia, 5 giugno 2021
Dopo la bocciatura dell'ergastolo ostativo da parte della Corte Costituzionale, i giudici hanno dato un anno di tempo al Parlamento per risolvere i nodi che ne hanno decretato l'illegittimità. Peccato che ad oggi solo il M5S ha risposto affermativamente all'appello della Consulta, presentando una proposta di legge (primo firmatario Vittorio Ferraresi) alla Camera, a fronte dell'inerzia di tutti gli altri partiti che sembrano interessarsi della questione soltanto a parole.
di Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli
Il Domani, 5 giugno 2021
Le vicende Palamara e Amara hanno disvelato una verità che era difficile affermare: l'attuale funzionamento del sistema dell'autogoverno non è più un presidio di difesa dell'indipendenza dei magistrati, ma si è trasformato in un nemico dell'indipendenza stessa. Se una delle migliori magistrature, governando se stessa, produce quel che si è visto con il "caso Palamara" e, oggi, con il "caso Amara" c'è evidentemente qualcosa che non va nel sistema dell'autogoverno in sé e per sé. Bisogna cominciare - anzi: ri-cominciare - da due punti: far funzionare meglio il processo penale e rendere meno opaca la vita interna della magistratura, rafforzando la sua indipendenza ma evitando che essa assuma le forme dell'arrogante separatezza.
Di fronte al "caso Palamara", prima, e al "caso Amara", ora, si registrano le preoccupate reazioni di molte persone intelligenti e in buona fede che mettono in guardia contro "gli attacchi indiscriminati alla magistratura", paventando un ridimensionamento dell'autogoverno dei giudici. Viene in mente un articolo di Gian Paolo Pansa, che, inviato nel 1963 a Longarone dopo il crollo della diga del Vajont, iniziava la sua cronaca con un incipit divenuto celebre: "Vi scrivo da un paese che non esiste più".
I laudatores temporis acti dell'autogoverno come baluardo dell'indipendenza dei giudici scrivono di un paese celestiale ma non si sono accorti che quel paese non c'è più: è stato spazzato via dal crollo di una diga. Lo diciamo, beninteso, senza alcun compiacimento, perché la situazione è grave e i valori in gioco sono di primaria importanza per la tenuta complessiva del nostro sistema costituzionale.
Il funzionamento del sistema - La magistratura deve guardare in faccia la realtà e non arroccarsi, proprio perché occorre difendere il valore dell'autonomia. Le vicende di questi ultimi due anni hanno disvelato una verità che molti già avevano compreso, ma che era difficile affermare: l'attuale funzionamento del sistema dell'autogoverno (non l'autogoverno dei sogni, ma "l'autogoverno reale") non è più un presidio di difesa dell'indipendenza dei magistrati, ma si è trasformato in un nemico dell'indipendenza stessa. Difendere questo modello di autogoverno significa lavorare contro l'indipendenza, perché significa lasciare ai suoi avversari non solo l'iniziativa per le necessarie riforme, ma soprattutto "la narrazione" che poi penetra nell'opinione pubblica.
Le correnti hanno condotto alla degenerazione dell'autogoverno non perché troppo "politicizzate", come dice la vulgata. Al contrario: perché hanno smarrito, nei decenni, il loro contenuto ideale (cioè di idee diverse e in confronto fra loro) e sono rimaste vuote crisalidi, mere strutture di istanze clientelari. Ora - va riconosciuto - alcune di esse stanno provando a fare i conti con gli errori commessi, avviando un percorso di cambiamento: bene, perché c'è bisogno di corpi intermedi, sani, che sappiano articolare il dibattito fra legittime visioni diverse di politica della giurisdizione. Uomini come Calamandrei, Mortati, Leone non scrissero gli articoli 101-110 della Costituzione per creare un sistema in cui le nomine dei dirigenti potessero essere trattate con frasi tipo "che c***o li piazziamo a fare i nostri?". O in cui i custodi della deontologia dei magistrati si affannassero a cercare biglietti dello stadio per i propri figliuoli.
Una delle migliori magistrature del mondo - Diciamo, tutti, da sempre: la magistratura italiana è una delle migliori del mondo come preparazione tecnica e capacità di indagine. Ma questa constatazione è diventata un'aggravante: perché se una delle migliori magistrature, governando se stessa, produce quel che si è visto con il "caso Palamara" e, oggi, con il "caso Amara" c'è evidentemente qualcosa che non va nel sistema dell'autogoverno in sé e per sé. E se la reazione a questi scandali è stata così balbettante (tanto che il presidente della Repubblica ha parlato di una "magistratura china su se stessa") ciò significa che da questa crisi culturale la magistratura non può uscire da sola perché oggi non ne ha la forza morale.
Ricostruire la trama di una nuova fiducia dei cittadini verso la giustizia è un'impresa per cui servono tempo e pazienza. Bisogna cominciare - anzi: ri-cominciare - da due punti: far funzionare meglio il processo penale e rendere meno opaca la vita interna della magistratura, rafforzando la sua indipendenza ma evitando che essa assuma le forme dell'arrogante separatezza. Due piani di intervento diversi ma collegati, perché la fiducia dei cittadini si nutre sia tramite il buon funzionamento ordinario dei palazzi di giustizia, sia attraverso la riconquista dell'autorevolezza del Consiglio superiore.
Le riforme - È possibile, in questa direzione, raggiungere risultati importanti in tempi brevi? Tutti auspichiamo che la capacità e autorevolezza della Guardasigilli Marta Cartabia consenta di ottenere sia pur piccoli risultati che (anche agli occhi dell'Europa) segnino un'inversione di tendenza, soprattutto sulla durata dei processi. Ma è abbastanza chiaro che il breve tempo residuo di questa legislatura e la diversità di orientamento di alcune delle forze politiche che sostengono il governo costituiscono una gabbia stretta che impedisce la lunga marcia riformatrice di cui abbiamo bisogno. Questa marcia deve essere sostenuta da una riflessione culturale svincolata dalle contingenze della politica e dagli interessi personali, come invece spesso è accaduto nei decenni scorsi e rischia di accadere ancora oggi.
Questa elaborazione deve vedere protagonisti i magistrati, ma certamente non può riguardare solo loro: giudici e pm sono chiamati ad aprirsi a un confronto vero con "il punto di vista esterno" senza mettersi sulla difensiva e ritenere che ogni proposta di cambiamento sia per definizione un attacco alla loro indipendenza e autonomia. Il nostro libro-dialogo, appena uscito in libreria, Una fragile indipendenza. Conversazione intorno alla magistratura (Edizioni SEB27) vuole contribuire a questo confronto.
La magistratura italiana di oggi è ricca di donne e uomini straordinariamente preparati, che hanno superato, per il loro ingresso nella professione, prove molto selettive; che continuano a studiare e ad aggiornarsi; che dedicano al lavoro un impegno intenso e appassionato, spesso lavorando anche la sera e nei giorni di ferie. E che hanno subito il malaffare e le pratiche clientelari, che hanno indelebilmente sfregiato il principio dell'autogoverno, come un'offesa alla loro dedizione, alla loro onestà, al proprio limpido agire quotidiano.
Ma la loro intelligenza, il loro entusiasmo e la loro forza, per creare un movimento capace di modificare lo stato di cose presente, hanno bisogno di incontrare e di fare forza comune con la sensibilità e le intelligenze esterne alla corporazione. A ciò si può arrivare aprendo una nuova stagione di dialogo tra avvocati, magistrati ed università, che sappia fondere l'esperienza sul campo delle prime due categorie con la sapiente e più distaccata riflessione dell'accademia. È un'opera lunga. Ma non ha alternative.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 5 giugno 2021
Giustizia. La ministra incontra la maggioranza: "Qualcosa si è rotto nel rapporto tra magistratura e popolo e occorre urgentemente ricostruirlo". La commissione Luciani presenta le sue proposte: spiragli per il ritorno in magistratura di chi si candida (non piace e Forza Italia e M5S), separazione netta delle funzioni tra giudici e pm. Per Letta i referendum di Salvini e radicali sono "lo strumento sbagliato".
"I fatti di cronaca che hanno riguardato la magistratura nei mesi recenti hanno reso improcrastinabili e più urgenti gli interventi. Qualcosa si è guastato nel rapporto tra magistratura e popolo e occorre urgentemente ricostruirlo". Così introdotta dalla ministra Marta Cartabia, un'altra riforma della giustizia si apre davanti alla maggioranza. Riguarda questa volta l'ordinamento giudiziario e il Consiglio superiore della magistratura. Cioè il vero tema sollevato dallo scandalo Palamara e dal corto circuito Storari-Davigo con i verbali di Amara. Anche questa riforma è indicata nel Pnrr ma non avrà effetti sulla durata dei processi come quelle dei riti civile e penale. Qui un'intesa è più semplice - o meno difficile. Tanto che ieri la presentazione ai rappresentanti della maggioranza delle proposte dei saggi incaricati dalla ministra Cartabia è scivolata via senza intoppi. Se tutti i partecipanti hanno tenuto a dire che l'incontro è stato "interlocutorio" è solo perché il comitato guidato dal costituzionalista Massimo Luciani non ha ancora condiviso un testo. Si rivedranno.
Restano alcuni nodi da sciogliere e allora partiamo da questi. Il primo riguarda il ritorno in magistratura di giudici e pm che hanno svolto un mandato elettivo o di governo. Il testo base all'esame della camera dei deputati, quello firmato dall'ex ministro Bonafede, sbarra la porta: basta un anno in parlamento per "condannare" i magistrati a un "ruolo autonomo" (non meglio precisato) in qualche ministero. Addio toga. Luciani ha spiegato che questa soluzione presenta rischi costituzionali. La sua commissione immagina una porta socchiusa: ritorno possibile ma solo in incarichi collegiali. Restano fermi gli altri limiti già previsti anche per chi si candida ma non viene eletto: per tre anni non potrà fare il gip o il pm e non potrà accedere a incarichi direttivi o semi direttivi. In più i saggi di Cartabia raddoppiano, rispetto al testo base, il periodo di aspettativa che deve precedere la candidatura: non due ma quattro mesi. E resta il divieto di candidarsi nelle sedi dove si è esercitato il mandato negli ultimi due anni, non solo per il parlamento ma anche per la guida di una regione o di un grande comune (niente più casi Maresca a Napoli). La soluzione è comunque rigorosa ma ai 5 Stelle non va bene, forse perché Luciani l'ha così presentata nel (video) incontro di ieri: "Non abbiamo indebolito il rigore del disegno di legge Bonafede, ne abbiamo rovesciato l'impostazione". Scontenti sul punto anche i rappresentanti di Forza Italia.
Non è piaciuto invece al Pd che tra le proposte della commissione Luciani non ci sia quella di limitare le esternazioni dei magistrati inquirenti, vietando le conferenze stampa in cui gli indagati vengono presentati come colpevoli e sostituendole con scarni comunicati stampa. È già previsto" hanno spiegato i saggi, ma i dem non concordano e hanno (non da soli) già presentato un emendamento al testo base. Il Pd invece apprezza che la commissione abbia ripreso due proposte di Luciano Violante (giovedì la ministra ha presentato il suo ultimo libro): l'Alta corte per i giudizi disciplinari sulle toghe (oggi affidati al Csm) - rinviata però a un futuro disegno di legge costituzionale - e la nomina del vice presidente del Csm da parte del presidente dello stesso organo, cioè il presidente della Repubblica (che dovrebbe così scegliere, probabilmente con qualche imbarazzo, tra consiglieri laici votati da differenti forze politiche).
Il caso del vicepresidente del Csm condiziona anche una delle scelte più attese, quella sul nuovo sistema elettorale della componente togata del Consiglio. Luciani conferma la sua vecchia opzione per il sistema di voto singolo trasferibile, che in pratica travolge le liste e quindi può penalizzare le correnti. Il recupero delle proposte della commissione Balboni (1996) sarebbe pieno, quindi anche con il voto di metà mandato per rinnovare il 50% del Consiglio, se non fosse che il vicepresidente in carica per tutti i quattro anni complica la soluzione.
La commissione suggerisce anche di introdurre "puntuali parametri e indicatori attitudinali" per le valutazioni di professionalità delle toghe e il conferimento degli incarichi direttivi e semi direttivi. Così è già previsto dalla Bonafede, ma non piace però al Csm che in un parere ha rappresentato il rischio di vedersi ridotto a organo burocratico, senza margini di scelta.
Una conferma rispetto al testo base è anche quella di consentire solo sue passaggi in carriera tra pm e giudice o viceversa (oggi se ne possono fare quattro), "una separazione di fatto delle funzioni che rende inutile, ove mai fosse ammissibile, il quesito presentato da radicali e Lega come "separazione delle carriere" dice il relatore in commissione della riforma, il Pd Alfredo Bazoli. Contro i referendum sulla giustizia, che invece piacciono a diversi esponenti Pd (Bettini e Marcucci ad esempio) ha parlato ieri il segretario del Pd Letta: "Sono uno strumento sbagliato". Mentre il radicale di +Europa Riccardo Magi fa notare che il Pd, "invece di dividersi su questi referendum che riguardano aspetti procedurali che non incidono sulle grandi scelte di politica criminale - quelle che decidono chi va in carcere in questo paese - dovrebbe pensare a referendum abrogativi sulle droghe o la Bossi-Fini".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Il discorso della ministra della Giustizia durante la riunione con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia di Montecitorio sulla riforma del Csm. Una riforma fondata sui "capisaldi della Costituzione" - indipendenza, esercizio imparziale, efficienza - perché "fiducia e credibilità nei magistrati sono obiettivi che non possiamo mancare".
È l'urgenza manifestata oggi dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia nel discorso che ha aperto la riunione convocata con i capigruppo di maggioranza della commissione Giustizia di Montecitorio. Sul tavolo di via Arenula il lavoro della commissione ministeriale presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani per studiare e approfondire percorsi e soluzioni sulla riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm. "Il dibattito pubblico e accademico da tempo è maturo - ha aggiunto la guardasigilli - e sicuramente i fatti di cronaca, che hanno riguardato la magistratura nei mesi più recenti, hanno reso improcrastinabili e più urgenti gli interventi in questo ambito".
La ministra, in un discorso più lungo e accorato rispetto a quello tenuto quando furono invece presentati gli esiti della commissione Lattanzi sulla riforma del processo penale, sembra aver voluto anche lanciare un messaggio ai partiti nei giorni delle polemiche nate a seguito della presentazione del pacchetto referendario sulla giustizia promosso dal Partito radicale e dalla Lega: in un momento in cui "occorre urgentemente" ricostruire il "rapporto tra magistratura e popolo, nel cui nome la magistratura esercita", anche per un "doveroso riconoscimento al lavoro della stragrande maggioranza dei magistrati che si adopera, con professionalità e riserbo, per svolgere una delle funzioni tra le più delicate e complesse e importanti", le forze di maggioranza non perdano tempo - è anche il senso dell'appello - nel tentativo di rincorrere e superare Matteo Salvini in tema di riforme sulla giustizia.
Insomma, la riforma va fatta subito perché è in gioco il buon nome della magistratura sana di questo Paese. E anche perché se il ddl sulle toghe arrivasse tardi, si rischierebbe di eleggere, da qui a un anno, i nuovi componenti del Csm con le regole vecchie. Nel suo discorso Cartabia ha ricordato anche le parole che il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha pronunciato il 23 maggio scorso, a Palermo, in occasione dell'anniversario della strage di Capaci, e ha ribadito come "le riforme che il ministero ha chiesto siano finalizzate allo scopo così accoratamente espresso dal presidente della Repubblica". Dunque Cartabia ha posto in rilievo "l'unico obiettivo che ci preoccupa di più: l'esigenza che la magistratura operi sempre, nei fatti e nella percezione dell'opinione pubblica, su solide basi di indipendenza. Esigenza sempre più urgente negli ultimi anni per tante ragioni".
La sfiducia dei cittadini, secondo Cartabia, "passa anche per gli insostenibili tempi lunghi della risposta della giustizia". Quanto all'autonomia e all'indipendenza delle toghe, la ministra - citando la frase di Giovanni Falcone per cui "autonomia e indipendenza della magistratura, che non siano coniugate a efficienza del servizio, sono privilegi di casta e non sono compresi dalla società" - ha evidenziato che "il magistrato deve essere autonomo, indipendente ed efficiente. Il giudice è chiamato a rendere un servizio, a rispondere a problemi sempre brucianti per i cittadini e questo non si può perdere di vista, nel tentativo di migliorare il rapporto di fiducia con i cittadini". Dopo il confronto con le forze di maggioranza e gli emendamenti presentati in commissione Giustizia della Camera al ddl Bonafede, spetterà ora alla guardasigilli il lavoro di sintesi che porterà alla presentazione dei suoi emendamenti al testo incardinato dal precedente governo, a cui seguiranno gli eventuali sub-emendamenti delle forze politiche.
Intanto il Partito democratico è soddisfatto di quanto emerso nella riunione di oggi: "Nell'attesa di leggere i dettagli - ha dichiarato il capogruppo della commissione Giustizia alla Camera, Alfredo Bazoli - fin d'ora si può dire che il lavoro della commissione Luciani sulla riforma del Csm appare estremamente articolato, costruttivo e utile, e può aiutare a rafforzare l'impianto già robusto del disegno di legge all'esame della Camera. In particolare, molto significativi il rafforzamento delle valutazioni di professionalità dei magistrati, la responsabilizzazione dei dirigenti degli uffici sul controllo di performance e attività, il freno al carrierismo con stringenti vincoli al passaggio a nuovi incarichi direttivi, la separazione delle funzioni di fatto".
Il responsabile Giustizia di Azione, Enrico Costa, si compiace invece del fatto che "l'unica proposta sul voto singolo trasferibile per il Csm depositata in Parlamento è quella da noi presentata. Avevamo visto giusto, se la commissione ministeriale la ritiene la più appropriata come sistema elettorale per il Csm", visto che spezzerebbe il meccanismo delle correnti. Infine, per Eugenio Saitta, capogruppo M5S in commissione, l'incontro con gli esperti nominati dalla ministra è stato "positivo ma interlocutorio", in attesa del testo definitivo. "Per il momento osserviamo con soddisfazione come sia stato conservato in larga parte l'impianto della riforma messa a punto dall'ex ministro Alfonso Bonafede".
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 giugno 2021
Parla Anna Rossomando, vicepresidente dem del Senato, che al Dubbio spiega gli emendamenti alla riforma del Csm depositati ieri e raccoglie la proposta di Goffredo Bettini laddove afferma di non lasciare i temi del garantismo in mano al Carroccio. Le riforme in Parlamento, che sono "coraggiose e concrete", arriveranno ben prima che si possa votare il referendum voluto da Radicali e Lega, mentre i quesiti referendari sono "piuttosto confusi su alcuni punti". È questa l'idea di Anna Rossomando, vicepresidente dem del Senato, che al Dubbio spiega gli emendamenti alla riforma del Csm depositati ieri e raccoglie la proposta di Goffredo Bettini laddove afferma di non lasciare i temi del garantismo in mano al Carroccio. "Sono d'accordo: occorre aprire una discussione franca e sincera su cosa è stato il dibattito sulla giustizia - spiega - ma questi referendum non aiutano questa discussione".
Qual è l'idea del Pd per cambiare volto al Csm?
Partiamo dal fatto che la riforma della legge elettorale è una parte e non la più significativa, vogliamo rafforzare i principi costituzionali dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Se vogliamo contrastare gli effetti negativi e deplorevoli del correntismo e di una lotta del potere per il potere bisogna fare alcune modifiche. Innanzitutto bisogna dire stop alle nomine a pacchetto per i dirigenti degli uffici: devono avvenire in un rigoroso ordine cronologico e magari vanno decise anche due mesi prima della scadenza. Poi proponiamo che tra i criteri di valutazione della professionalità dei magistrati, sia pm sia giudicanti, si introduca anche il parametro delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Naturalmente parliamo di dati macroscopici: bisogna salvaguardare, come elemento di democrazia liberale e di garantismo, il fatto che possano essere fatte delle inchieste anche considerate ' difficili'. Tale emendamento va collegato al fatto che nella riforma del processo penale proponiamo, tra i criteri in base ai quali il pm deve chiedere l'archiviazione, di non chiedere il rinvio a giudizio se non c'è una ragionevole certezza di ottenere una condanna.
Che ruolo giocheranno gli avvocati nei Consigli giudiziari?
I nostri emendamenti chiedono che avvocati e professori presenti nei Consigli giudiziari abbiano diritto di intervento e di voto sulle deliberazioni che riguardano le valutazioni di professionalità dei magistrati. E che ci sia anche la presenza del presidente del Consiglio dell'Ordine, che è garanzia di autorevolezza e indipendenza, oltre ad avere una veste istituzionale. Inoltre proponiamo che i componenti dell'ufficio studi e i segretari del Csm, che oggi sono nominati solo tra i magistrati, vengano scelti per concorso, aperto anche ai non magistrati. L'aspetto importante è quello di ovviare a un sistema che rischia di essere troppo chiuso.
L'elezione dei componenti del plenum come dovrebbe avvenire?
A Costituzione invariata possiamo prevedere che il plenum non venga eletto tutto insieme, ma modularmente: l'articolo 104 della Costituzione non parla dell'intero organismo, ma dei componenti. Il vantaggio sarebbe quello di impedire che ci si irrigidisca su accordi precostituiti. Ovviamente non c'è nessuna soluzione che, presa da sola, risolva. Credo sia necessario ritrovare una spinta ideale ed etica. Un conto sono il correntismo e i suoi effetti degenerativi, un altro il pluralismo delle idee. Ho l'impressione che in quest'ultimo periodo sia mancato quel dibattito vivace che è sempre stato foriero di passi in avanti. Importante, per noi, è anche favorire la parità di genere: proponiamo che, nel caso ci siano due preferenze, siano necessariamente di sesso diverso.
Qual è la proposta per quanto riguarda la legge elettorale?
L'importante è trovare un equilibrio tra la rappresentanza territoriale e il pluralismo delle idee. Pensiamo a 13 collegi uninominali per i giudicanti e cinque per i requirenti, poi un unico collegio per i magistrati delle funzioni di legittimità, senza alterare l'equilibrio numerico tra funzioni. E si esclude il sorteggio: sarebbe come alzare le mani e arrendersi.
Tra i problemi sollevati negli ultimi tempi c'è anche quello della spettacolarizzazione delle inchieste. Che soluzioni proponete?
Lo stop alle conferenze stampa e il passaggio a una comunicazione sobria da parte dei dirigenti degli uffici, come peraltro avviene già in diverse procure. Riteniamo giusto che l'opinione pubblica venga informata, ma deve essere fatto evitando la spettacolarizzazione.
È prevista quale modifica per i procedimenti disciplinari?
C'è un'idea a cui teniamo molto, ma va attuata attraverso una legge costituzionale. Depositeremo la prossima settimana una proposta per l'istituzione di un'Alta Corte, competente in grado d'appello, per i giudizi sul disciplinare per tutte le magistrature, ordinaria, amministrativa e contabile. Credo che sia coerente con quello che già è contenuto nella riforma. Il modello di riferimento è quello della Corte costituzionale e auspichiamo che ci sia la convergenza di tutte le forze politiche presenti in Parlamento.
I Radicali, assieme alla Lega, hanno presentato un quesito referendario sulla separazione delle carriere. È un progetto che il Pd intende abbracciare?
Si tratterebbe, intanto, di una legge costituzionale. Il referendum in realtà non prevede la separazione delle carriere, ma abolisce tutta la normativa sulla separazione delle funzioni. Non è un tabù parlarne, ma moltiplicare i Csm non è la risposta più adeguata all'eccessivo protagonismo delle procure. Il tema va affrontato, ma bisogna valutare quale sia lo strumento più adeguato.
Il problema che molti pongono è l'appiattimento dei giudici sulle tesi dei pm...
Questo tema c'è, alcune norme sono già nella riforma del processo penale. È lo stesso punto che affrontiamo con lo scoraggiamento del processo mediatico, perché noi pensiamo che i processi debbano svolgersi nei tribunali, con tutte le garanzie. E nelle riforme che stiamo facendo le garanzie ci sono, come ad esempio con il controllo del giudice sulle iscrizioni sul registro delle notizie di reato. Sicuramente il referendum non sposta di molto la questione, da questo punto di vista.
Bettini ha esortato la sinistra a riflettere sull'opportunità di non lasciare la battaglia garantista alla Lega. Raccogliete questo invito?
Le riforme verranno approvate prima dell'estate. Il referendum, invece, ha tempi più lunghi: i quesiti devono essere valutati dalla Cassazione, poi dalla Corte costituzionale, infine si indice il referendum. Le riforme sono molto più nette e chiare di questi quesiti: alcuni sono confusi, altri riguardano cose già previste dai nostri emendamenti, come quello del ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari. Inoltre mi sembra una sfiducia al ruolo del Parlamento e anche una delegittimazione del ruolo delle Commissioni volute da Cartabia. Bettini ha detto una cosa, però, su cui sono d'accordo: occorre aprire una discussione franca e sincera su cosa è stato il dibattito sulla giustizia di questi ultimi 20 anni ed è giusto che la sinistra faccia questa discussione. Il presupposto è superare le contrapposizioni e il conflitto per il conflitto sulla giustizia. E adesso siamo nelle condizioni per farlo, con uno strumento in più: le risorse economiche, che non è cosa da poco. E anche un clima diverso in Parlamento. Mi risulta inspiegabile come la Lega preferisca altre strade. Ovviamente il referendum è uno straordinario strumento di democrazia. Non c'è dubbio e lo sarà sempre. Però, visto che parliamo di garantismo, siamo sicuri che sia lo strumento che sta più nella cultura delle garanzie per parlare di riforme della giustizia? Questo lo chiedo ai garantisti, quelli veri.
Il referendum prevede anche di limitare il carcere preventivo ai soli reati gravi...
Non so se Salvini ha letto bene la proposta: già nella scorsa legislatura avevamo approvato una modifica della custodia cautelare in senso più garantista, la Lega votò contro. Quindi la Lega è sempre quella che dice "bisogna marcire in galera" e che si è sempre smarcata sulla riforma dell'ordinamento penitenziario? Penso che prevalga l'idea propagandistica, la strumentalità. Ma siamo chiamati alla responsabilità in questo momento. C'è una maggioranza composta da forze che la pensano diversamente, ma non si sta discutendo di interventi al ribasso. Io ho massima fiducia nei colleghi della Lega, non capisco perché non ce l'abbia il loro segretario.
di Rita Rapisardi
Il Domani, 5 giugno 2021
Nel Cpr di Torino in cui l'immigrato 23enne si è ucciso si vive in condizioni disumane: igiene inadeguata, servizi medici assenti e pressoché totale abbandono da parte dello stato. È un luogo di morte dove i reclusi abbandonano ogni speranza di integrazione. "Chiudere tutti i Cpr", "Cpr = lager", "Polizia, medici, Gepsa complici: il Cpr uccide". Sono gli slogan sui teli dei solidali, accorsi in trecento, davanti al centro per il rimpatrio di Torino dopo la morte di Musa Balde.
In corso Brunelleschi, in mezzo agli alti palazzi anni Settanta da un lato e una strada ad alto scorrimento dall'altro, si levano le voci di chi protesta: "Contro ogni prigione, contro ogni frontiera! Tutti liberi, tutte libere!". Fanno da cornice a uno spazio che come un cratere risucchia le storie di molti. Non è la prima volta che si muore lì dentro, c'è stato Faisal Hossain, morto a luglio 2019 di infarto, anche lui mentre era in isolamento in una delle cellette dell'Ospedaletto, senza modo di poter chiedere aiuto. "Lo straniero deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza e il pieno rispetto della sua dignità", si legge sul sito del ministero alla voce Cpr. Ma a consultare le relazioni del garante e i report delle associazioni umanitarie, a funzionare a Torino c'è davvero poco.
Igiene, salute, cibo, spazi, non si salva niente di questa prigione considerata terra di nessuno e abitata da molti nessuno. "La responsabilità è sempre dello stato, al Cpr hanno sbagliato tutti", dichiara Gianluca Vitale, avvocato di Musa. Mentre il gruppo No Cpr Torino, che non crede nella versione del suicidio, ha scritto: "Un detenuto ci ha raccontato che dopo il trasferimento in isolamento, avvenuto senza una chiara motivazione, ha sentito urlare Musa e chiedere l'intervento di un dottore senza mai ricevere una risposta".
A gestire la struttura torinese c'è la francese Gepsa, una multinazionale riconducibile al gruppo Engie che si occupa di energia rinnovabile, ingegneria e infrastrutture. In patria è un colosso nell'ambito della detenzione da oltre trent'anni: gestisce in totale 58 siti, tra carceri, centri di detenzione amministrativa, richiedenti asilo e d'accoglienza. Entrata in territorio italiano proprio per il suo curriculum in patria e perché riesce a mantenere bassi i costi, è chiamata a gestire logistica e sicurezza. Insieme a Gepsa, viaggia Acuarinto, associazione culturale di Agrigento, che si occupa di dare assistenza ai migranti da oltre 25 anni.
In Italia Gepsa si stanzia nel 2012 nel centro per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, seguono i successi di due Cpr, quello di Ponte Galeria a Roma e Torino, poi il Centro di primo soccorso e accoglienza a Milano. Dei bandi che hanno permesso la scalata si sa poco, sfruttano il criterio dell'asta al ribasso, dove le uniche a mantenere costi sempre più bassi sono le multinazionali. Il raggruppamento sa-Acuarinto, unico in corsa, si aggiudica Torino con l'offerta di 37,86 euro (più Iva) a migrante, ottenendo una convenzione triennale. Un risparmio rispetto alla precedente gestione della Croce rossa italiana di circa il 30 per cento, per un valore di circa 850mila euro all'anno di costi. La base d'asta era di 40 euro (compreso di vitto, alloggio e servizi di assistenza). Per il Cpr romano invece, quello che molti hanno chiamano la "Guantánamo italiana", Gepsa è riuscita a scendere fino a 28 euro. Profitti certi difesi a ogni coso e a colpi di sentenze del Tar: nel 2014 Gepsa ha perso il Cara di Castelnuovo di Porto, contro la cooperativa Eriches 29 Giugno (una delle tante facenti capo a Salvatore Buzzi e poi finita sotto sequestro per Mafia Capitale), la quale garantiva 200mila euro in meno al mese nella gestione.
Mentre in Friuli la società francese si era scontrata con la Connecting People per il Cpr di Gradisca d'Isonzo, vittoriosa in un primo momento e poi costretta a ritirarsi dopo che l'intervento del Tar aveva stabilito l'illegittimità del primo posto in graduatoria. Il business della detenzione amministrativa da qualche anno è alimentato da uno stato che delega sempre più ai privati laddove è mancante. La privatizzazione dei centri avviene su vari livelli: singoli servizi o blocchi di servizi, che vanno dalla mensa, alla pulizia, fino a lavanderia e sicurezza. Una prassi che nei paesi regolati dalla common law, come Stati Uniti, Regno Unito e Australia, è realtà da decenni. Con i decreti sicurezza di Salvini del 2018 la situazione dei servizi è peggiorata ancora, e ha permesso una forte semplificazione dei bandi. Oggi si può infatti ricorrere a procedure negoziate tra prefetture e aziende, senza previa pubblicazione del bando di gara, ma con la supervisione dell'Anac. I tagli da allora sono stati del 50-70 per cento, e a scomparire dal mercato sono state le piccole cooperative e associazioni, lasciando terreno solo ai grandi come Gepsa.
Dentro al Cpr - "Lo sciopero della fame di alcuni dopo la morte di Musa sta continuando, ma non sappiamo quanti lo stanno tenendo. È quasi impossibile ormai avere contatti con l'interno, per via del sequestro dei telefonini", racconta un membro di Spazio Il-legale, uno dei tanti gruppi torinesi che vorrebbe la chiusura di corso Brunelleschi: organizza raccolte indumenti, cibo e dispone di uno sportello legale supportato dagli avvocati dell'Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione. "Non ci arrivano più foto e video come prima, e per aiutare i ragazzi a chiamare casa abbiamo organizzato una raccolta anche per quelle. Serve una scheda telefonica per usare il telefono fisso, venduta dallo stesso ente gestore". Il 60 per cento degli ospiti del centro è tunisina. Seguono ghanesi, nigeriani, gambiani, marocchini ed egiziani.
Le voci da dentro negli anni lamentano sempre le stesse pessime condizioni: cibo avariato, scarsa igiene, maltrattamenti: "Poco tempo fa è iniziato un lungo sciopero della fame. Siamo riusciti ad ascoltare una conversazione tra un rappresentante dei detenuti e il direttore del centro che assaggiando il cibo ha confermato: "È immangiabile". Ha poi promesso per cena 90 pizze, che non sono mai arrivate", racconta la ragazza. Pasta al tonno e un secondo bollito, fette di tacchino al posto del maiale, è il pasto tipo. Tutto freddo e scotto, perché all'interno del centro non c'è modo di scaldare nulla. E d'inverno si aggiunge il gelo dei riscaldamenti che non funzionano quasi mai. E Gespa nel suo kit di ingresso non fornisce indumenti caldi: "Questo inverno abbiamo raccolto vestiti pesanti. Ci hanno chiesto presunte pratiche di sanificazione, ma poi li hanno gettati a terra e fatti controllare dal cane antidroga che passava sopra con le zampe". "Il mio compagno è stato dentro da novembre a febbraio, è un campo di concentramento, hanno dormito per terra per giorni. Le persone si ammassavano per non essere deportate, ma la violenza è tanta e alla fine ci riescono", racconta Maria.
Servizi medici appaltati - In via del tutto eccezionale all'interno dei Cpr anche l'assistenza medica è appaltata a privati, l'Asl nazionale sancisce soltanto la compatibilità: "La tutela della salute deve essere a carico del Sistema sanitario nazionale, non possiamo confrontarci con privati su questo punto, il medico non può essere un dipendente dell'ente gestore", dichiara Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che dice che il 7 giugno avrà un incontro con il capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione che dialoga con le prefetture. La stessa idoneità per l'ingresso, che nel caso di Musa si è tradotta in una mancata visita psichiatrica, è in mano ai medici interni del Cpr. Gli accordi con le Asl locali, previsti nel Regolamento unico del 2014, quando ancora i Cpr si chiamavano Cie, sono a oggi disattesi.
L'Ospedaletto, composto di 12 cellette di tre metri quadri, dove è stato ritrovato il cadavere di Musa, è isolato e utilizzato anche per scopi che non hanno a che fare con la cura: ospiti o detenuti, a seconda di chi parla, si isolano per mantenere la disciplina. Sono locali che, come ha scritto il Garante, "non sono adeguati da un punto di vista dell'apporto di luce naturale e di aria, della salubrità igienica, della presenza di pulsanti di chiamata, di arredo almeno sufficiente a consentire il riposo e la consumazione di pasti". Un luogo illegittimo ancora più oscuro se si pensa che manca un registro dei transiti che documenti le circostanze di permanenza lì dentro.
A questo si aggiungono operazioni chirurgiche, che invece di essere eseguite in una sala operatoria di ospedale avvengono tra queste mura: "È capitato che un uomo avesse del piombo dentro una gamba dopo la detenzione in Libia, è stato operato nell'Ospedaletto, invece che in una sala operatoria", racconta la solidale, "proprio come avviene nelle zone di guerra". "Sono rimasto dentro solo una settimana, ma sempre in isolamento, non ho potuto parlare con nessuno, nemmeno con mio cugino che era con me quando la polizia mi ha fermato senza documenti. Ho preso insulti razzisti", a parlare è Wassim, 30 anni, tunisino. "Mio fratello da tredici anni vive a Roma, ma a loro questo non interessa, mi hanno cacciato via, messo le manette, mi sono sentito un criminale, ma non lo sono. Ho risparmiato per due anni per pagare il viaggio per Lampedusa". Ai numerosi problemi psichiatrici si sommano centinaia di tentativi di suicido e atti di autolesionismo. I detenuti si provocano fratture a gambe, caviglie e piedi, chiudendosi l'arto nella porta; ingeriscono pile, chiodi o bulloni, si ustionano versandosi liquidi bollenti addosso.
Per questi episodi non esistono protocolli o interventi di prevenzione del rischio. Anche la tossicodipendenza è alta: senza le Asl locali queste persone sono abbandonate. "Gli psicofarmaci si usano a litri", ha testimoniato in tribunale da Fulvio Pitanti, medico responsabile del Cpr di Torino, durante uno dei tanti processi relativi alle rivolte scoppiate nella struttura. Ma anche Valium e antidepressivi sono somministrati con facilità, spesso anche nel cibo, per tranquillizzare gli animi. Nei mesi di pandemia il mancato collegamento con il Ssn ha causato difficoltà nel controllo del virus. C'erano soli tre medici con turni di cinque ore l'uno, per tutti i detenuti (che possono essere oltre 170) e per tutti i bisogni, senza reperibilità nelle 24 ore. Per le gravi mancanze è dovuto intervenire l'Ordine dei medici di Torino che a marzo ha stilato un accordo con Gepsa per potenziare l'assistenza e coinvolgendo i medici volontari con un passato nell'umanitario, scelta che ha causato numerose critiche.
Giurisdizione - Dal 1999, anno in cui il Cie ha aperto, l'unica cosa a essere migliorata sono gli alloggi, prima dei container gelidi di inverno e forni d'estate. Resta uno spazio oppressivo in cui i detenuti sono divisi in zone che non comunicano tra loro, la giornata trascorre senza attività, talvolta senza neanche uscire all'aperto. Una fisionomia, ha scritto Medu, medici per i diritti umani, che "può essere riconducibile al paradigma dei centri di internamento. Centri che sembrano servire soprattutto affinché la società civile percepisca che lo stato c'è". Dal 2016 al 2020 sono state quasi cinquemila le persone trattenute tra le mura del Cpr di Torino, metà di loro è tornata in libertà.
"Il giudizio sul trattenimento amministrativo è fallimentare sotto ogni punto di vista: sono luoghi eccezionali in chiave giuridica, non c'è tutela della libertà personale, ma qui in via esclusiva è la polizia a cancellare la libertà persone", racconta Maurizio Veglio, avvocato Asgi, che ha scritto il libro La malapena. L'associazione giuristi ad aprile si è vista accogliere un ricorso al Tar dopo l'ennesimo rifiuto del prefetto di Torino di poter entrare nel centro. "La qualità della vita all'interno è indecente. Dai dati che abbiamo, il 50 per cento dei detenuti non è rimpatriato, ma rimesso in libertà dopo un'esperienza inutile e dolorosa, questo anche perché mancano accordi con i paesi di origine".
Una volta fuori, ai migranti rilasciano un foglio di espulsione: sette giorni di tempo per raggiungere il paese di origine a proprie spese, dopo che lo stato per mesi non ci è riuscito. Un fermo ulteriore e si rischia una condanna penale e di rientrare, un circolo senza fine. Perché i posti sono pochi e trattenere tutti è impossibile. Molti di quelli che passano per un Cpr hanno sperimentato sulla propria pelle più trattenimenti, magari in altre forme, e il 50 per cento anche la detenzione nelle carceri. Un meccanismo che non si è fermano nemmeno con la pandemia: "Durante i primi mesi i rimpatri erano impossibili, abbiamo chiesto che le detenzioni non fossero prorogate. Ma il sistema è ingovernato, autoreferenziale e vige la discrezionalità", ricorda Veglio.
Una delle prime circolari del marzo 2020 della ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, aveva previsto la sospensione delle attività questure migrazione, le uniche che dovevano proseguire erano le espulsioni, cosa che è avvenuta attivamente nel Cpr torinese: numerosi voli charter per la Tunisia, l'unica a non aver chiuso le frontiere, hanno riportato indietro i migranti arrivati dalle navi quarantena in Sicilia. Con riguardo alle persone trattenute, in particolare quelle di nazionalità tunisina si riscontra un forte disorientamento, dovuto alle procedure molto rapide cui vengono sottoposte dal momento dello sbarco in Sicilia, arrivando, senza sapere dove esattamente si trovino", si legge nel rapporto del Garante comunale di Torino pubblicato a maggio. In Spagna invece è stato un libera tutti, mentre in Inghilterra 700 persone sono state rilasciate grazie all'intervento di una ong.
I dati di spesa, a differenza delle carceri, non sono pubblici e i tentativi di quantificarli limitati. "Non si arriva a capire lo spreco di denaro. Uno straniero trattenuto "costa" allo stato circa mille euro al mese, a cui si sommano le spese per l'esecuzione del rimpatrio. Nel 2014 la Commissione diritti umani del Senato ha stimato in 55 milioni annui la spesa per il funzionamento dei centri e per le operazioni di rimpatrio, escluso il costo del personale delle forze dell'ordine", conclude Veglio. Mentre secondo la Corte dei conti il budget totale per i Cpr nel 2010 è stato di circa 200 milioni di euro. A Torino invece la spesa per la ristrutturazione del centro nel 2007, costata circa 14 milioni di euro, ha fatto lievitare il costo di un posto letto a 80mila euro.
Trattenuti a oltranza - A far riflettere è anche un altro dato emerso dalle ricerche dell'Osservatorio sulla giurisprudenza del giudice di pace in materia di immigrazione (Lexilium): il tasso di convalida dei decreti di trattenimento è del 98 per cento e quello di proroga del 97 per cento, mentre le udienze nella maggior parte dei casi non superano i cinque minuti. "Mi ritrovo a fare udienze nei luoghi della pubblica amministrazione e non in aula, come se i processi si facessero in casa di una delle due parti", spiega Marco Melano, nell'elenco dei difensori di ufficio del Cpr e avvocato Asgi. "Seguire questi casi è deprimente perché i risultati sono sempre gli stessi. La comunicazione è difficile, possiamo entrare per poco tempo e più di una volta mi è capitato di dover fare le udienze via video. Neanche il diritto alla difesa è garantito a pieno". "Non da oggi, ma i diritti sono lesi su base quotidiana: trattamenti inumani e degradanti in mano a compagnie private, che vogliono solo ritorni economici. Quella è una logica fuori dallo stato democratico, questi centri devono chiudere", denuncia Alda Re di LasciateCIEntrare, che ricorda anche la violenza dei rimpatri, spesso ottenuti con la forza o calmando i migranti con iniezioni che li sedano: "Hai presente i film americani, dove sono tutti in fila incatenati uno all'altro? Arrivano così all'aeroporto. In questi centri, le persone continuano a morire, anche formalmente: persone che lo stato ha reso "clandestine", perché qualcuno è accettabile, qualcun altro no". Musa è il sesto morto dal luglio del 2019, per il rientro diverse associazioni hanno lanciato una raccolta fondi per riportare la salma di Musa in patria: "Nessun governo - dicono - lo farà mai al posto nostro". Così era stato anche per Faisal.
Pensare a percorsi di regolarizzazione con queste premesse è impossibile: in trent'anni, i Cpr hanno avuto l'appoggio di ogni governo, a prescindere dal colore. All'interno dei centri non esistono corsi per l'inserimento lavorativo, di lingua, sono dei non luoghi con zero attività, l'unica cosa che si può fare è aspettare e sperare. Come ha fatto Musa arrivato nel 2017 in Italia dal mare: in pochi mesi aveva imparato l'italiano e preso la terza elementare a Imperia. Ma dopo quattro anni per lo stato era solo un irregolare da spedire nel luogo dei nessuno, dove è morto.
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