di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 26 aprile 2021
Alla ministra Cartabia è stata assegnata la responsabilità del ministero della Giustizia in un contesto di estrema difficoltà. Il quadro politico è quello che è, segnato da tempo, nel campo della giustizia, da paralizzanti scontri ideologici o di interesse e ora costretto a comporsi in una maggioranza parlamentare tanto ampia quanto eterogenea.
di Marco Procopio
Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2021
Road map: a giugno la legge su Csm e autunno di fuoco con processo civile e penale. Nella versione definitiva del Pnrr l'esecutivo sceglie di non decidere, almeno sui punti più delicati delle leggi che dovranno essere approvate nei prossimi mesi. Dalla riforma del Csm sparisce il tema delle porte girevoli tra consiglieri e parlamentari; in materia di prescrizione si prevedono "eventuali iniziative" da inserire in una cornice "razionalizzata e più efficiente" dei processi; sul secondo grado di giudizio non c'è più la proposta di istituire un "giudice monocratico d'appello". Ma senza un accordo, avverte Cartabia, "l'Italia perderà i fondi europei".
di Lucia De Ioanna
La Repubblica, 26 aprile 2021
Digitale e ambiente al centro della lectio magistralis di Luciano Floridi. "Non basta perseguire una carriera che porti a essere benestanti perché si viva in una società benestante: quest'ultima è fatta di tantissimi poveri e pochissimi ricchi". Costruire un progetto umano che unisca il verde di uno sviluppo sostenibile e il blu del digitale favorendo nello stesso tempo un modo di vivere centrato sulle relazioni più che sul consumo: è questo il cuore della sfida indicata come urgente e decisiva per il futuro da Luciano Floridi, uno dei più autorevoli pensatori contemporanei, in grado di interrogare i grandi nodi politici, sociali ed economici del nostro tempo alla luce della filosofia.
Professore ordinario di Filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford, Floridi ha tenuto una lectio magistralis, in collegamento da Oxford, sul tema Il verde e il blu - Il progetto dell'umanità per un futuro sostenibile e preferibile, organizzato dal Lions Club Parma Host con Università, Comune, Unione Parmense degli Industriali e Gazzetta di Parma.
Se la cattiva filosofia, "introversa e oscura, è come un vino scadente che ti fa diventare astemio", la buona filosofia deve guardare alle sue radici, uscire dalle aule e da un auto-riferimento sterile e antiquario, recuperando un'utilità vitale per l'agire umano.
Guardando alla società contemporanea, la nostra esperienza è anfibia: "Non viviamo né online né offline ma onlife, in uno spazio ibrido che è nello stesso tempo analogico e digitale. Se sto cucinando e scarico una ricetta mentre ascolto musica attraverso un vecchio I-pad, non ha senso domandarmi se quella esperienza è online o offline: porre una domanda simile significa essere ancora nel Novecento".
Con la pandemia la vita si è spostata marcatamente verso l'ambiente digitale declinandosi sempre più come 'onlifè, scollando la presenza dalla localizzazione: "Ad esempio, mentre il mio corpo è localizzato a casa, posso interagire in un altro spazio, come in questo momento", osserva Floridi. La possibilità di agire a distanza rappresenta un mutamento epocale: "Perfino gli dei dell'Iliade, per intervenire nelle vicende degli uomini, dovevano andare sotto le mura di Troia, in presenza".
Se il digitale opera un costante processo di "cut and paste", scollando e ricomponendo le forme dell'esperienza in nuove costellazioni, fisiche quanto di pensiero, "un altro scollamento prodotto dal digitale è quello tra territorialità e legge: molte cose che avvengono nel cyberspazio, ad esempio, difficilmente possono essere regolamentate dal singolo Stato".
In una società che presenta sfide sempre più complesse che investono l'ambiente, il lavoro, la giustizia, l'immigrazione, "quello che serve è il fattore C ossia la capacità di agire avvalendosi di coordinamento, collaborazione e cooperazione. Ma, paradossalmente, peggio stai, tanto più hai bisogno degli altri con i quali sei portato a collaborare mentre quanto più una società cresce, tanto più cala la collaborazione, fino ad arrivare a credere che possa essere sufficiente solo un po' di mero coordinamento".
In questo senso, il problema climatico, che presenta il massimo grado di complessità, richiede il massimo grado di collaborazione per essere affrontato: "Senza collaborazione, tutti gli sforzi sono inutili". Per governare una transizione che, per la rapidità con la quale si realizza, non ha precedenti nella storia umana, dal momento che neppure la rivoluzione agricola e industriale hanno prodotto mutamenti così veloci come quelli innescati dalla trasformazione digitale, "è necessario avere una visione e una buona governance. Parte della nostra crisi attuale, populismi compresi, deriva da un fallimento della governance delle nostre società dell'informazione".
Mentre la progettualità moderna si occupa quasi esclusivamente di facilitare le progettualità individuali, osserva il filosofo, perde di vista l'obiettivo di costruire un progetto sociale, umano: "Non basta perseguire una carriera che porti a essere benestanti perché si viva in una società benestante: quest'ultima è fatta di tantissimi poveri e pochissimi ricchi. Unendosi in un gruppo collaborativo è possibile avere ambizioni superiori rispetto a quelle che possiamo porci se restiamo separati in tanti atomi: dobbiamo recuperare il sapore forte del 'noi' che 'io', come parola, non può avere".
Il progetto umano deve prendersi cura del mondo, e per farlo "deve scollare il capitalismo dal consumismo: non possiamo pensare a un futuro in cui distruggeremo tre pianeti all'anno, perché non li abbiamo. Dobbiamo inventare un consumismo non capitalistico ma di cura. Abbiamo bisogno di agenti molto potenti che svolgano il loro ruolo come buoni cittadini: non basta occuparsi dei propri interessi facendo profitto: non è più così. Bisogna prendersi cura della felicità non solo individuale ma di intere popolazioni, di tutto il pianeta". Se il lavoro da fare è tanto, è anche entusiasmante: "Ai ragazzi e alle ragazze di oggi, possiamo dire che abbiamo davanti una delle più grandi sfide che l'umanità abbia mai visto: salvare il pianeta e la società umana. Questa sfida è un po' il nostro sbarco in Normandia: c'è un futuro per l'umanità da costruire in modo tale che quado qualcuno guarderà indietro potrà dire grazie a chi lo ha preceduto".
Il matrimonio tra il verde e il blu permette di realizzare "una progettualità sociale, comunitaria e non individualista che serve per coordinare in modo collaborativo gli sforzi per risolvere problemi ormai globali: oggi le tecnologie ci permettono di affrontare questioni complesse in maniera molto più costruttiva che nel passato". Guardando alle società del passato troviamo l'indicazione per una svolta per ridisegnare il futuro: "Quando ero piccolo, nel mio paese della Ciociaria non si buttava nulla perché non c'era nulla da buttare. Tranne che negli ultimi decenni, abbiamo da sempre vissuto in economie circolari ma povere".
Solo da poche manciate di decenni, "siamo passati a un'economia lineare, ricca, che con la tecnologia analogica ha fatto bene all'uomo distruggendo però l'ambiente. Oggi il digitale permette di fare molto di più con risorse sempre minori: basta pensare, ad esempio, passaggio dalla candela, alla lampadina elettrica e poi al led". Grazie al blu del digitale, "possiamo tornare alle economie circolari come nel passato ma ricche come le più recenti perché il led è molto migliore della lampadina, aumentando le nostre opportunità ma a consumi sempre più bassi. Investire sul verde del digitale significa investire sulla sostenibilità e costruire un progetto per l'umanità all'altezza della sua grandezza". Alla lectio magistralis del professor Floridi è seguita una tavola rotonda, moderata da Cesare Azzali, direttore dell'Unione Parmense degli Industriali, con la partecipazione del rettore Paolo Andrei, del Governatore del distretto Lions 108Tb Gianni Tessari, dell'assessore alla Cultura Michele Guerra, della presidente dell'Unione Parmense degli Industriali Annalisa Sassi, del direttore della Gazzetta di Parma Claudio Rinaldi, del presidente del Lions Club Parma Host Sergio Bandieri e del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Davide Steccanella è l'autore di un volume sulla violenza politica partita dal capoluogo lombardo negli anni 60. Anni da non dimenticare, che hanno fatto la storia del nostro paese. Ne è convinto l'avvocato Davide Steccanella, autore del libro "Milano e la violenza politica 1962-1986" (Milieu Edizioni, pp. 264 con illustrazioni e prefazione di Claudia Pinelli, euro 18,90).
Il sottotitolo del volume, a riprova del fatto che si tratti di pagine indimenticabili, è chiaro: la mappa della città e i luoghi della memoria. Una memoria fatta di slanci vitali, cristallizzatasi anche con la violenza ed i lutti del ventennio 60-80 del secolo scorso. Il libro di Steccanella, che è il difensore di Cesare Battisti, è impreziosito da immagini d'epoca, molte delle quali dimenticate negli archivi delle redazioni giornalistiche. Grazie alle tessere dei tanti episodi descritti e ai suoi protagonisti si riesce a ricomporre il mosaico di una parte della storia d'Italia partorita nel capoluogo lombardo.
"In questo libro - racconta a Il Dubbio l'avvocato Steccanella - ho cercato di ricostruire nel modo più oggettivo possibile un periodo di storia della nostra città, limitandomi a ricostruire i fatti e lasciando che fossero un centinaio di protagonisti di quegli anni, da una parte e dall'altra, a commentarli.
Gli anni Settanta sono stati anni di approvazioni di leggi come lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la Legge Basaglia, le riforme del diritto di famiglia, della scuola e del diritto penitenziario, le leggi su divorzio, aborto e asili nido, l'obiezione di coscienza, l'abbassamento dell'età del voto alla Camera e la Legge Merli. Però, c'è stata anche un'altra storia e "prima di voltare una pagina", come ha scritto lo storico jugoslavo Predrag Matvejevic, "bisogna leggerla"".
Gli anni di piombo hanno cambiato Milano e l'hanno proiettata nel futuro molto tempo prima rispetto al resto d'Italia?
La città di Milano, dal dopoguerra in avanti, è stato l'epicentro di gran parte di quello che è accaduto in Italia nella seconda metà di un secolo, il Novecento, contrassegnato più di ogni altro da fermenti radicali di vario tipo, per esempio culturali, generazionali e sociali. In questo senso, è corretto affermare che anche quel lungo periodo di diffusa violenza politica a vari livelli che ha interessato non solo l'Italia ma la gran parte del mondo occidentale negli anni Sessanta e Settanta, e parte degli Ottanta, sia partito da Milano per poi diffondersi in altre realtà metropolitane di un Paese ancora poco omogeneo e diseguale. Direi che non sono stati gli "anni di piombo", definizione mediatica che mistifica il significato assai diverso del titolo di un bellissimo film della tedesca Von Trotta, a proiettare Milano verso il futuro, ma semmai il contrario.
Ci spieghi meglio...
L'affannosa rincorsa al benessere nel finale degli anni 50 generò quelle grandi tensioni sociali destinate a esplodere nel successivo decennio, quando la ribellione studentesca del '68 contro un sistema vetusto si unì a quella operaia dell'autunno caldo e in seguito si allargherà a giovani disoccupati e ai proletari delle varie periferie, i quali, rimasti esclusi da quel boom, pativano le conseguenze dei successivi 70 di sacrifici e di austerity. Inoltre, fu a Milano che si consumò quel micidiale passaggio di decade che vide compiersi in pochi giorni la strage di Piazza Fontana, l'arresto ingiustificato di alcuni anarchici e la morte in questura di Pinelli.
Il suo libro è un atto di amore verso Milano?
Certamente, anzi direi che è stato il motivo principale che mi ha indotto a scriverlo. Come racconto nella prima parte, in cui descrivo i mutamenti della città negli anni che hanno preceduto i Settanta, Milano era ricchissima non solo di soldi, quelli ci sono sempre stati, ma soprattutto di personaggi straordinari, da Gadda a Strehler, da Arbasino a Mario Mieli, da Gaber a Jannacci, da Andrea Valcarenghi a Primo Moroni, da Dario Fo a Paolo Grassi e Claudio Abbado, da Fernanda Pivano a Ada Merini, di luoghi come il Santa Tecla, il Giamaica, il Piccolo Teatro, la libreria Calusca. Si percepiva una voglia diffusa di cambiare le cose in un irripetibile miscuglio di intelligenza, creatività e rabbia per ogni forma di ingiustizia, per cui tutti o quasi sembravano mossi da un impegno totale e collettivo. Insomma, una città che era oggettivamente avanti anni luce rispetto al resto di un'Italia ancora molto arretrata.
Le tensioni e le divisioni degli anni di piombo hanno rafforzato la coscienza civica degli italiani?
Io non so valutare l'attuale "coscienza civica" degli italiani, ma non mi pare che la storia la indichi come una delle nostre maggiori virtù. Qualcuno ha detto che ad onta delle grandi innovazioni tecnologiche siamo rimasti "il paese di Alberto Sordi" e soprattutto questi anni paiono dominati da un individualismo sfrenato e da un'estenuante rincorsa al denaro e al potere. Ambizioni più che legittime, ci mancherebbe, ma se diventano le linee guida per le nuove generazioni rischiano di creare un mondo cinico e poco attento ai bisogni dei più deboli. Vedo anche molto giustizialismo e una voglia di forca spacciata per difesa della legalità che mi inquieta e ogni tanto mi viene da pensare che alla sbandierata "caduta delle ideologie" del Novecento sia succeduta una "caduta delle idee", che è cosa ben diversa. Forse, questa drammatica esperienza del Covid, che ci ha costretto a rivedere schemi di vita e modelli dati fino a ieri per immodificabili, potrebbe renderci in grado di lasciare ai nostri figli un mondo più attraente.
Milano è la città in cui il corpo di Mussolini è stato esposto a Piazzale Loreto. La violenza del ventennio di piombo 60-80 del secolo scorso è, secondo lei, anche un'eredità di quanto accaduto nella Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra?
Certamente, la storia, anche se non si ripete mai nelle singole declinazioni, è sempre collegata ad un filo continuo e nulla accade per caso. Il mio libro inizia proprio da Piazzale Loreto, perché è il luogo in cui ha avuto inizio la seconda parte del Novecento italiano. Milano era stata il centro nordico della Resistenza ed è a Milano che nel primo dopoguerra opera la Volante Rossa, per cui la violenza politica non è un'invenzione dell'antifascismo militante degli anni Settanta che porterà a ripetuti scontri di piazza fino alle tragiche giornate dell'aprile 1975. Va, tuttavia, chiarito che il diverso fenomeno della lotta armata clandestina non nasce dall'antifascismo militante ma dal conflitto sociale sviluppatosi nelle grandi fabbriche e nelle periferie, tanto che fu alla Pirelli e alla Siemens che nacquero le Brigate rosse. Sarà nel bacino industriale di Sesto San Giovanni che qualche anno dopo nascerà Prima Linea, le due principali, anche se certo non uniche, organizzazioni armate degli anni Settanta. Tutto il "secolo breve", come venne definito dallo storico inglese Eric Hobsbawm, è stato scandito da un radicalismo violento, perché non è stato solo il secolo di ben due guerre mondiali ma anche quello di molte rivoluzioni. Alcune, poche, riuscite e molte fallite.
Lei ha difeso Cesare Battisti. Anche il suo assistito ha vissuto in prima persona quanto descritto nel suo libro. Battisti è figlio o padre degli "anni di piombo"?
Battisti ha militato, come migliaia di altri giovani in quegli anni, in una delle tante formazioni minori di matrice "autonoma" nate in città sulle ceneri del Movimento del '77 per un fenomeno che ha avuto diverse declinazioni. La storia ufficiale non ha mai saputo o voluto raccontare quel periodo nei suoi reali termini, perché i numeri di quel conflitto parlano chiaro. La nota ministeriale del 30 dicembre 1979 riporta: 269 sigle armate operanti alla fine del 1979, 36.000 cittadini inquisiti, 6.000 condannati, 7.866 attentati compiuti e 4.290 azioni ai danni di persone. Il paradosso è che oggi Battisti, figura non certo centrale di quel periodo di storia, viene fatto passare come quello che ha inventato la lotta armata in Italia e descritto come un pericoloso terrorista anche se sono passati 42 anni dal suo ultimo delitto, commesso quando il contesto storico del nostro Paese e dell'intero mondo occidentale era completamente diverso.
Come vive Battisti la sua pena?
Non mi piace inserire una vicenda di cui mi sto occupando come avvocato, quello che posso dire è che il mio assistito sta scontando quarant'anni dopo un regime penitenziario punitivo in aperto spregio a quanto stabilito dalla Corte di Assise di Appello di Milano, giudice della sua esecuzione, con un provvedimento del 17 maggio 2019. Nonostante ci sia scritto che non deve essergli applicato per legge il regime di cui all'art. 4 bis, da più di due anni Battisti è di fatto in isolamento con tutte le restrizioni in tema di corrispondenza, colloqui, ora d'aria, previste per i terroristi islamici. Il ministero, sin dal suo arrivo, lo ha inviato in carceri speciali, prima in Sardegna e oggi in Calabria, con la classificazione in "Alta Sorveglianza 2" e, nonostante le ripetute richieste, non è mai stata comunicata ai difensori la ragione per una tale classificazione a distanza di quarantadue anni dai fatti. Ma questo fa parte della costruzione mediatica del "mostro" Battisti. Basti pensare che la semplice richiesta di mangiare del riso in bianco per accertate ragioni di salute, è stata occasione da parte dei media per consultare i familiari delle vittime per sapere da loro se fosse giusto o meno che Battisti "si scegliesse il menù", e per l'ex viceministro Salvini di dire pubblicamente "stia zitto e digiuni", dopo che aveva proclamato al suo arrivo a Ciampino "che sarebbe marcito in galera".
di Michela Murgia
La Stampa, 26 aprile 2021
Non c'era una sola parola sbagliata nel discorso che Mario Draghi ha fatto ieri per la Festa della Liberazione dal nazifascismo. Poche frasi, ma talmente esatte che dovrebbero diventare il canone di riferimento per i discorsi di tutti i 25 aprile che verranno, invariate in bocca a qualunque presidente del Consiglio esca dalla tombola delle urne e dei rimpasti.
Il discorso ha infatti un pregio incommensurabile: contiene cinque parole magiche che in questi anni molti hanno cercato di far sparire, a partire proprio dai contesti istituzionali.
"Fascismo" e "nazismo", tanto per cominciare, a ricordare che non ci siamo liberati da una generica guerra, ma dall'imposizione di due dittature criminali che congiunte hanno fatto milioni di morti e hanno infettato l'Europa di razzismo e nazionalismo. La liberazione è dal nazifascismo e Draghi lo ribadisce senza ombre, smentendo chiunque, anche tra le parti politiche dell'attuale maggioranza, provi a descrivere la nascita della democrazia italiana come una notte in cui tutte le vacche erano nere, un periodo confuso in cui ciascuno aveva le sue buone ragioni e solo per caso una parte ha poi avuto la fortuna di diventare politicamente dominante.
Non è così: i venti mesi in cui le variegate forze partigiane, dopo l'armistizio del '43, ripresero il controllo del territorio italiano sottraendolo ai fascisti che si rifiutavano di riconoscere la sconfitta, furono la lotta tra una visione di mondo democratica e includente e gli ultimi residui di una dittatura che aveva portato il Paese alla catastrofe sociale.
Sentirlo ribadire dal presidente del Consiglio dovrebbe essere ovvio, ma a dimostrare che non lo è poi così tanto basterebbe la lettera che il direttore generale dell'ufficio scolastico regionale della Marche ha inviato in occasione della stessa ricorrenza, invitando chi studia a "non fare distinzioni di parte" (cioè a non essere partigiani) celebrando l'unità nazionale a prescindere alle opinioni politiche. Il discorso di Draghi dice invece il contrario: che siate adulti o giovani, sappiate che se l'Italia è un Paese libero è perché qualcuno si è preso la responsabilità e la fatica di fare una distinzione e scegliere da che parte stare: con la democrazia sempre, con il fascismo mai più.
Il ministero dell'Istruzione ha giustamente chiesto al direttore marchigiano di spiegare l'ambiguità delle sue frasi, ma non ci vuole una grande indagine per capire che la ragione di quello e di altri tentativi di inquinare la storia italiana è contenuta in un'altra delle parole tabù del discorso di Draghi: "memoria". Il presidente del Consiglio non la evoca per celebrarla retoricamente, ma la rimpiange come una cosa collettiva e perduta. La memoria non va confusa col ricordo: quello è personale, perché appartiene solo a chi c'era.
La memoria è invece il processo di costruzione di una narrazione comune in cui chiunque può riconoscersi e sentirsi parte, soprattutto se ha avuto la fortuna anagrafica di non dover vivere in prima persona l'esperienza del fascismo. I ricordi, specie se forti, non mutano più; la memoria invece va manutenuta ogni giorno: basta saltare una generazione perché vada perduta e con essa si perda anche la possibilità di riconoscersi in una storia comune.
Le ultime due parole che da anni non sentivamo nei discorsi pubblici delle figure politiche sono pesanti, ma necessarie: "odio" e "indifferenza", atteggiamenti distruttivi che oggi fanno parte quotidiana della nostra vita pubblica e che - sempre secondo le parole di Draghi - generano consenso per chi calpesta libertà e diritti. Sorpresa: c'è un odio che crea consenso e chi se lo intesta costruisce fortune politiche.
È facilmente riconoscibile, perché prende ancora la forma del razzismo e della xenofobia. Quell'odio, combinato con l'indifferenza di chi si gira per non vedere, oggi come ottant'anni fa consente la morte di centinaia di persone, non nei forni, ma nel fondo del Mediterraneo.
Liliana Segre, che proprio Draghi cita come fonte morale per spiegare i danni dell'indifferenza, non ha mai avuto problemi a riconoscere l'analogia tra i Ponzio Pilato di ieri e quelli di oggi, perché sa che è al presente, non al passato, che serve la memoria. "I migranti sono respinti come lo fummo io e mio padre, ebrei a varcare la frontiera nella notte e nella neve". Accogliamo dunque le forti parole di Draghi, ma sapendo che più forti ancora apparirebbero se i gesti di governo fossero conseguenti, per esempio cessando gli scandalosi accordi con la Libia e offrendo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. La profezia nei discorsi può ispirare molto, ma non se smentita dal cinismo della realpolitik.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Fu il principe del Rione Sanità. Capoclan, oggi collaboratore di giustizia, si racconta con un alter ego nel romanzo "I leoni di marmo" (Milieu). Giuseppe Misso lo chiamano da tempo il boss scrittore. Lui rifiuta con sdegno la definizione di camorrista, e si descrive come autore di "prelievi forzati": un rapinatore, in definitiva. Eppure, è stato un capo, il Quartiere Sanità è stato il suo feudo, ha fondato negli anni Novanta un cartello potente, considerato l'unico in grado di fronteggiare la temuta Alleanza di Secondigliano.
La storia di Misso non ha precedenti. Si racconta come un bandito che sceglie la via del crimine per combattere il crimine, considera il male come necessario impossibile da eliminare. Non può esserci alcun bene se eliminiamo il male, ma il male a cui fa riferimento è un male che va gestito e controllato, dominato da regole e persino - a suo dire - da un codice morale. Misso ha una visione ideologica della prassi criminale: molti anni fa quando era il principe del Quartiere Sanità minacciò di bruciare il negozio ai commercianti del suo quartiere che pagavano il pizzo ai clan, perché non dovevano piegarsi, avrebbe fatto lui da garante. Chi cede alla camorra verrà punito.
Per lo Stato, oggi Misso è un collaboratore di giustizia in detenzione domiciliare in una località segreta, con alle spalle oltre 30 anni di carcere per vari reati, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio. Negli anni di carcere ha ripreso gli studi, abbandonati prima delle scuole medie, e ha scoperto un amore ossessivo per la letteratura: Pavese, Dostoevskij, Wilde, Balzac, la filosofia tedesca, e soprattutto il suo prescelto, Louis-Ferdinand Céline. Che la cultura da sola possa far mutare direzione è un'ingenuità, se avesse incontrato da bambino scuole e lavoro e non miseria e ignoranza probabilmente la letteratura l'avrebbe portato altrove, ma ora gli ha dato strumenti di comprensione inaspettati, accessi nuovi alla sua vita. Misso ha iniziato a scrivere della sua vita dal primo furto per fame ai caveau delle banche più importanti, ne è uscito il romanzo, I leoni di marmo, rivisto e corretto, cambiato e ricalibrato negli anni.
Il protagonista del romanzo si chiama Michele Massa, ma la storia raccontata è quella vissuta dall'autore e i personaggi che compaiono nel libro sono persone realmente esistite che hanno incontrato sul proprio sentiero, per destino o per scelta, Giuseppe Misso. Tutto ha inizio sui magnifici trecenteschi leoni stilofori di Tino Di Camaino che si trovano sulla facciata del Duomo di Napoli, ai lati del portale centrale; su quei leoni da sempre si siedono i bambini, fingono di cavalcarli, di domarli, e domandoli diventano i re di Napoli. Il romanzo racconta di due bambini che giocano su quei leoni, che stringono un legame profondissimo, fino a fondersi nella stessa persona. "Perché nella vera amicizia vi è anche amore, nell'amore non sempre vi è anche amicizia", è il credo di Misso. Ma questi bambini uniti da un amore fraterno con cui rubano, rapinano, vivono con il desiderio di sopravvivere a qualsiasi costo, ma con la sola regola di farlo insieme, finiranno da adulti per massacrarsi, l'uno contro l'altro. Il rapporto di Michele Massa (Giuseppe Misso) e Mario Giolitti (Luigi Giuliano) è uno dei più straordinariamente ed incredibilmente epici nella storia della criminalità internazionale.
Questo romanzo esce per Milieu, casa editrice animata da Edoardo Caizzi. Milieu si chiama l'editore, e non è un caso. Il concetto di Hippolyte Taine, intellettuale che per primo utilizzò il termine "naturalismo" riferito ai comportamenti sociali e all'uomo, ambiti per cui capì che poteva essere applicato lo stesso metodo di analisi utilizzato in campo scientifico. Non più un approccio emotivo ai comportamenti umani, quindi, ma un'analisi di questi in base a race, milieu, e moment, ovvero fattori ereditari, contesto sociale e momento storico. Di questi tre parametri ho sempre considerato davvero determinante il secondo, ovvero il milieu, l'ambiente dal quale l'individuo proviene, in cui è nato, cresciuto, alle cui regole si è assuefatto o ribellato, i cui codici ha assorbito o sovvertito. E così, se visitate il catalogo dell'editore Milieu, vi accorgerete di una scelta, unica nel panorama editoriale italiano, quella di lavorare a stretto contatto con i protagonisti di queste storie, non solo con le fonti giornalistiche e giudiziarie, ma con le memorie dirette dei banditi e dei loro familiari. Ecco la scelta: dare voce ai protagonisti criminali. È un lavoro che cammina sul filo, insidioso, che presuppone un patto di fiducia tra editore e lettore. Una fiducia oggi rara. Poter accedere direttamente alle pagine di chi ha commesso e vissuto crimini è fondamentale. L'intento non è educativo né di esaltazione della vita vissuta fuori dalle regole, ma la creazione di una mappa necessaria per muoversi nel mondo, la ricerca di un altro punto di vista che, in determinati frangenti, potremmo sorprendentemente scoprire essere vicino al nostro. La qual cosa ci spaventerà, ci disorienterà: sarà un'esperienza da cui usciremo diversi.
Ne "I leoni di marmo" Misso, attraverso il suo alter ego, racconta dal suo punto di vista la vita da bandito e capoclan. Si descrive come un capo dai modi nettamente opposti a quelli dei rivali. Parla di agguati e strategie, sappiamo che quel che racconta lo ha vissuto. Sappiamo che non lo ha studiato, non lo ha letto in atti giudiziari, non ha partecipato, da spettatore, ai processi. L'universo mafioso ha prodotto molti presunti poeti e parolieri di canzoni, ma Giuseppe Misso ha qualcosa di differente dai boss parolieri. La sua formazione filosofica non è per nulla banale, non è rimasta sulla superficie ma è stata interiorizzata e filtrata sulla sua esperienza.
Il racconto ha inizio con Michele Massa che esce dal carcere di Poggioreale, in libertà provvisoria. Siamo nel 1979 e Massa è un rapinatore già noto in città: "[...] tutti dicevano che nel mio campo ero il miglior prelevatore. Intorno alla mia persona si era creato un alone di mistero e di fascino...". A Poggioreale era stato due anni, eppure, una volta uscito troverà la sua Napoli radicalmente trasformata dalla presenza di una nuova organizzazione criminale: "La lunga gestazione del malaffare degli amministratori pubblici aveva partorito un gelido mostro, questa volta tossico: la nuova camorra". E anche lo storico amico Giolitti, con cui aveva passato infanzia e adolescenza tra furti e rapine, è cambiato: ora non è più un semplice malavitoso, ma il capo di un clan violento, i cui membri sono dediti a estorsioni e droga. Giolitti ha anche un grande obiettivo, quello di sconfiggere la Nuova Camorra Organizzata e il suo fondatore, Raffaele Cutolo: "Nemmeno mi ascoltava, nemmeno si rendeva conto della nausea che riusciva a farmi provare nel parlarmi di strategie di guerra e di morte".
Massa sembra scegliere una strada diversa, quella dell'indipendenza: non si schiera né con Giolitti e la sua Fratellanza Napoletana (vero nome della confederazione di clan passata mediaticamente alla storia come Nuova Famiglia) né con i cutoliani; riprende a fare rapine e costituisce un suo gruppo criminale autonomo che permetta a lui e ai suoi sodali di difendersi dagli altri cartelli in città e di proteggere i propri interessi. Sì, perché nel frattempo Massa aveva aperto un'attività commerciale in Via Duomo ed era quindi anche lui soggetto ad aggressioni per fini estorsivi: "Il pensiero che prima o poi dovevamo sparare per uccidere mi assillava. In fondo non chiedevamo tanto: volevamo essere indipendenti dalle organizzazioni camorristiche, senza per questo subire ricatti, violenze, offese. Chiedevamo soltanto autonomia e rispetto per le nostre scelte. Era utopia?". Ogni volta che nel romanzo è citato il termine "camorra" viene utilizzato con spregio: "Con i camorristi non si è mai sicuri di niente, nel loro sangue si alligna l'inganno". E più avanti: "Non avrei mai potuto sottostare all'arroganza e alla prepotenza di chicchessia, tanto meno dell'infame camorra". E, infatti, Massa reagisce con disgusto quando scopre di essere ricercato dalle forze dell'ordine nell'ambito di un'operazione contro la Nuova Famiglia: "C'era anche il mio nome nell'interminabile lista delle persone da ricercare: incredibile! Mi battevo contro la camorra e lo Stato ordinava la mia cattura per associazione camorristica".
E qui capiamo che non esiste un solo "noi" e un solo "loro", ma infiniti "noi" e infiniti "loro". Qui capiamo che bisogna mettersi all'ascolto, è qui la risposta a quanti negli anni mi hanno accusato di non aver mai dato voce al bene e di aver sempre raccontato il crimine organizzato dalla prospettiva di chi lo compie. Ma è proprio quella la prospettiva che ci manca, è quella la prospettiva che dobbiamo indagare, sondare e portare alla luce pur sapendo di non riuscire a coglierne che una pallida ombra. Lo so, starete pensando a quanto sia pericoloso sposare questo punto di vista; starete forse pensando che anche riportare il contenuto di questo romanzo equivalga a fornire una versione dei fatti alternativa rispetto a quella ufficiale, giudiziaria. Ma vi sorprenderà forse sapere che la versione ufficiale, quella che vede contrapposti buoni e cattivi, vittime e carnefici, guardie e ladri, noi e loro, non viene messa in discussione, non è scalfita, ma arricchita.
Così è per il racconto delle carceri, che sembra non trovare mai spazio nel dibattito pubblico. Misso è stato detenuto a Poggioreale, Pianosa, Rebibbia, Ariano Irpino, Ascoli Piceno, Sollicciano, poi a Spoleto, Parma e ancora altri penitenziari, e critica le condizioni di vita dei detenuti, racconta di soprusi e omicidi derubricati come suicidi: "A Poggioreale - scrive - sono stipati circa 2.500 reclusi: milioni e milioni di lire che spariscono nel fetore di una brodaglia. Quella prigione è fuorilegge non perché c'è il sovraffollamento, ma perché si trova a Napoli e rispecchia fedelmente le caratteristiche di questa città: disorganizzazione endemica, scarsa professionalità, corruzione a tutti i livelli, approssimazione, furbizia spicciola, sporcizia atavica...". E ancora: "Le condanne, specialmente se associate alle percosse, non correggono nessun criminale". Ecco, sul sovraffollamento la penso diversamente ma, riguardo alle percosse, come dimenticare il racconto che Pietro Ioia, oggi garante dei detenuti di Napoli, ha fatto della cella zero di cui reca, sul corpo, segni permanenti?
Così è per il racconto della camorra, che i politici colgono come opportunità: "Sono riusciti a tramutare il fango in oro, e hanno scoperto, con la camorra, l'elisir di una lunga vita politica". E ancora: "Con la disoccupazione e la miseria che attanagliavano Napoli, la camorra stava diventando un'industria per tanti disperati: distribuiva lavoro! Era un grande serbatoio di voti, che il regime poteva controllare. Poco importava se a lungo andare l'economia della città moriva di violenza insieme a tanti esseri umani. L'importante era che al momento la camorra serviva. Infine, sui "nuovi criminali", i politici potevano scaricare le colpe di una città stuprata dal degrado, dall'incuria, dall'abbandono...". Quando si trova improvvisamente catapultato in un summit della Fratellanza Napoletana, in cui vengono scelte le vittime di successivi attacchi, Massa commenta così: "Nietzsche scrive che "l'uomo è un essere senza forma, una brutta pietra che ha bisogno dello scultore". Il potere politico, con la complicità delle stesse sue vittime, aveva reso quella pietra ancora più mostruosa. Purtroppo, noi napoletani, abbiamo sempre meritato "scultori" del genere".
Il romanzo continua seguendo gli eventi del clan Misso: l'incontro nel 1983 con il futuro parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo alla ricerca di sostegno per le elezioni, la famosa rapina al Monte dei Pegni del Banco di Napoli del 3 aprile 1984, ma anche il racconto delle bombe - che Misso rivendica qui, in queste righe - esplose nel 1982 allo Stadio San Paolo e davanti a casa dell'allora presidente del Napoli, Corrado Ferlaino, contro il quale fu anche fatto sorvolare sulla città uno striscione trascinato da un aereo per chiederne le dimissioni. E ancora la latitanza di Misso in Brasile, fino al suo arresto nel 1985 e i due processi storici che lo vedono imputato in quegli anni, quello inerente alla rapina al Monte dei Pegni e quello per la vicenda del Rapido 904 (per il quale fu assolto dal reato di strage).
E poi c'è la vita personale, la nascita del suo primo figlio mentre è in carcere, la morte della madre durante la sua detenzione e l'impossibilità di vederla un'ultima volta. E ci sono le lotte contro i clan al cui fianco non ha mai voluto schierarsi, quello dei Giuliano e l'Alleanza di Secondigliano. Il sipario cala il 16 aprile 1999, quando, dopo 14 anni, Massa esce dal carcere (dove sarebbe tornato pochi anni dopo). Fuori dalla Questura di Firenze, dopo aver firmato gli obblighi di sorveglianza speciale, ad aspettare il capo ci sono i suoi nipoti, pronti per riportarlo a Napoli. Il libro è uno scrigno colmo di dati, punti di vista, aneddoti, sangue e ancora sangue.
Il paradosso del bandito che si fa boss per combattere la camorra e dare al male regole d'onore affascina e lascia perplessi al contempo, ma I leoni di marmo ci consente di osservare l'uomo in uno spazio di insolita nudità, non l'uomo criminale, non il peggiore, ma l'uomo che si trova a vivere in condizioni date che sono diverse da quelle che è capitato a noi di sperimentare. L'uomo in rapporto con il milieu, con il suo mondo, il suo sistema di valori, le prassi quotidiane. Sbagliamo a credere che siano uguali per tutti. E a Napoli questo lo impari in fretta. "Se porti un bambino nato a Napoli in Inghilterra, egli imparerà l'inglese, se invece porti un bambino inglese nei "ghetti" di Napoli, da grande egli parlerà il linguaggio del marciapiede". A Napoli una strada può segnare il confine tra il tuo mondo e un mondo che non ti apparterrà mai veramente. Che puoi conoscere, frequentare, finanche chiamare per nome, col tuo nome, ma non sarà mai davvero tuo.
Il volume - Il romanzo "I leoni di marmo" di Giuseppe Misso (pagine 320, euro 16,90) è in libreria per la casa editrice Milieu. Giuseppe Misso (Napoli, 1947) ha alle spalle oltre trent'anni di carcere per vari reati, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio. Adesso è un collaboratore di giustizia in detenzione domiciliare. Nel romanzo il protagonista si chiama Michele Massa, ma la storia raccontata è quella dell'autore. "Tutti dicevano che nel mio campo ero il miglior prelevatore", scrive ne "I leoni di marmo" (Milieu). Giuseppe Misso si definisce un autore di "prelievi forzati", un rapinatore. Nel libro si parla anche dell'amico d'infanzia Luigi Giuliano (che diventerà boss di Forcella e avversario).
catanzaroinforma.it, 26 aprile 2021
Un giornale, i prof, un giudice e un attore insieme alla cantastorie per parlare di legalità e giustizia. È approdato all'Istituto Giovanna De Nobili di Catanzaro il progetto "Giustizia e Umanità, liberi di scegliere" promosso nelle scuole di tutta Italia dall'Associazione culturale "Biesse Bene sociale" presieduta da Bruna Siviglia insieme al Dott. Roberto Di Bella Presidente del Tribunale dei minorenni di Catania. L'evento - che ha avuto il suo fulcro nel confronto tra gli studenti e il Giudice sul libro da lui scritto con la sceneggiatrice Monica Zapelli, in cui sono raccontate le intuizioni, le fatiche e la determinazione del Giudice Di Bella nella sua inedita e straordinaria attività di contrasto alla 'ndrangheta - è stato contraddistinto da intensi momenti dedicati al tema del dibattito nonché da molteplici interventi.
I saluti istituzionali sono stati affidati al Dirigente scolastico Angelo Gagliardi che nel ringraziare tutti i partecipanti ha messo in luce il valore del progetto liberi di scegliere anche come importante strumento di educazione alla legalità, nonché il diligente lavoro di studio preparatorio all'incontro con Di Bella svolto dagli studenti del De Nobili, auspicando ulteriori eventi formativi di questo tipo che coinvolgano sempre più i ragazzi, già impegnati in un percorso di educazione alla legalità. Giulia Anna Pucci, Presidente della "La voce della legalità" - associazione che promuove in ambito scolastico incontri tematici sulla legalità, parità di genere ed eguaglianza - ha focalizzato l'attenzione del suo intervento sulla componente familistica della 'ndrangheta ove la struttura criminale coincide con quella familiare condannando così i figli ad un destino ineluttabile di violenza e cultura criminale fin dalla nascita, da qui l'importanza del progetto liberi di scegliere che offre una concreta alternativa di vita ai minori appartenenti a queste famiglie, attraverso la decadenza della responsabilità genitoriale o l'allontanamento dal nucleo familiare nei casi più gravi, facendo cenno infine alla figura delle madri di questi "bambini a metà", spesso a loro volta vittime della spirale di odio e sottomissione alle logiche criminali della famiglia di appartenenza, finalmente anche loro libere di scegliere un futuro diverso per i propri figli.
Pucci ha inoltre portato i saluti del Direttore di Catanzaro informa Riccardo Di Nardo, da sempre attento alle iniziative di educazione alla legalità, e che ha premiato i talentuosi artisti catanzaresi Francesca Prestia e Francesco Colella - intervenuti nel convegno - nell'ambito del prestigioso Premio "Catanzaro informa 2020" sul palco del Cinema Teatro Comunale di Catanzaro. È intervenuto poi il Vice Presidente e coordinatore della Voce della legalità Simone Rizzuto, partendo dalla considerazione della fenomenologia mafiosa che prima ancora che penetrare nei gangli vitali della pubblica amministrazione, delle professioni, dell'economia e della politica, ha l'attitudine a penetrare nell'ambito del tessuto familiare, ha analizzato le conseguenze dell'indottrinamento mafioso - che appunto nasce e si sviluppa nel luogo che dovrebbe proteggere i minori ossia la famiglia- in quanto incide su altri istituti come per esempio la responsabilità genitoriale, comportandone eventuale destituzione ove vi siano i presupposti, infine si è soffermato, anche in qualità di legale, sulla centralità del minore e della sua tutela nel sistema penale, dove non si tende a comminare una sanzione che sia afflittiva ma si tende ad adottare strumenti giuridici differenziati al fine di preservare la personalità del minore, come personalità vulnerabile e non ancora strutturata.
La docente Elena Maida ha sviluppato il concetto di legalità inteso anche come rispetto, uguaglianza ed attenzione verso i più deboli, invitando energicamente gli studenti a comportamenti virtuosi improntati all'ossequio delle regole e alla difesa di chi in società versa in condizioni più svantaggiate rispetto agli altri. La moderatrice Bruna Siviglia, Presidente di Biesse bene sociale Associazione culturale che opera per il bene comune e che ha sottoscritto tanti protocolli di intesa con importanti Enti, ha descritto l'enorme successo che il progetto Giustizia e umanità liberi di scegliere promosso dalla stessa unitamente al Presidente Di Bella sta riscuotendo nelle scuole di tutta Italia, indice della sensibilità delle nuove generazioni verso queste tematiche; si è inoltre soffermata sul concorso indetto dalla Biesse legato al suddetto progetto, in base al quale gli studenti si cimenteranno nell'elaborazione di temi o cortometraggi riguardanti "liberi di scegliere", i tre migliori lavori saranno premiati con tre borse di studio intitolate a Fava e a Lea Garofalo.
A questo punto è stata trasmessa una parte del film in cui ha recitato l'attore Francesco Colella, poco prima del suo intervento. Colella, esaltando il tratto visionario del Dottore Di Bella che ha permesso la liberazione dal male dell'illegalità di tantissimi ragazzi, ha poi parlato agli studenti, in modo appassionato, della sua interpretazione attoriale nel film liberi di scegliere in cui ha interpretato un boss padre di un minore, il suo impegno - riuscitissimo - è stato quello di suscitare nel pubblico sentimenti contrari all'empatia, rispetto al suo personaggio, quindi di repulsione a causa della capacità di "portare morte, desolazione e desertificazione dei sentimenti" di queste persone, ha concluso il suo intervento con l'invito ai ragazzi a frequentare sempre arte, conoscenza e cultura.
La cantastorie Francesca Prestia, che ha brillantemente messo in musica le parole in dialetto reggino dei minori provenienti da contesti difficili nonché il loro bisogno di rifiorire ed affrancarsi dalla tristezza che il loro destino tracciato comporta, ha esordito facendo riferimento alla data odierna, compleanno di Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla 'ndrangheta, per la quale Prestia ha scritto 'la ballata di Lea', oltre a 'ninna nanna' dedicata a Giuseppina Pesce, entrambe fatte ascoltare durante il convegno. Presente all'incontro anche Michele Geria, Direttore del Reggio Film Festival di Reggio Calabria, con il quale l'associazione Biesse nei prossimi giorni siglerà un protocollo d'intesa, per cui il progetto giustizia ed umanità liberi di scegliere il 22 luglio farà parte de Reggio film festival con la proiezione del film liberi di scegliere e con la premiazione dei cortometraggi vincitori del concorso indetto per le scuole.
Infine il Giudice Di Bella, dopo aver messo in luce il potenziale educativo enorme del film liberi di scegliere trasmesso da Raiuno, poiché demistifica il mito mafioso, ha raccontato la sua esperienza di Presidente del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dal 1993 a settembre 2020, una scelta inizialmente casuale ma poi rivelatasi straordinariamente efficace visti i risultati della sua attività.
Di Bella ha raccontato con sensibilità, umanità e competenza gli esordi del suo percorso in Calabria, a partire dal suo primo caso, un cruento omicidio di una giovane la cui colpa fu quella di essersi innamorata di un ragazzo sbagliato, ha poi raccontato altri casi dolorosi che si è trovato ad affrontare come quello dei minori della faida di San Luca o minori che hanno ucciso le loro madri per essersi legate sentimentalmente ad altri uomini e non aver aspettato che il marito uscisse dal carcere, minori che hanno ucciso forze dell'ordine e così via, tanti casi di giovanissimi, capaci ed intelligenti, che avrebbero potuto aspirare ad una vita diversa se solo non fossero nati da famiglie di 'ndrangheta.
Da questa constatazione è nato il progetto liberi di scegliere, con la necessità dell'allontanamento dei minori dalle famiglie originarie, sfociata nella speranza di un riscatto, tutto ciò reso possibile grazie alla rete collaborativa con Libera e con la Cei. L'allontanamento di madri e figli è un duro colpo alla credibilità del sistema criminale, ha affermato Di Bella, per questo è fondamentale continuare in questa direzione, dando a tanti altri ragazzi la possibilità di una vita libera e dignitosa ed il diritto di essere loro i protagonisti della stessa. A conclusione dell'incontro numerose domande degli studenti, coinvolti ed attentissimi, alle quali il Giudice Di Bella e gli altri intervenuti hanno risposto con interesse e generosità, con l'auspicio di un nuovo incontro.
La Nuova Sardegna, 26 aprile 2021
Oggi nel gergo tecnico ministeriale viene chiamata Casa Circondariale di Nuoro, ma "Badu'e Carros" aperta negli anni '70 non è mai stato un carcere come tutti gli altri. Un luogo qualunque alla periferia della città, prima isolato ora avvolto dalle case della nuova urbanizzazione.
Fin dagli anni successivi alla sua apertura l'istituto ha visto la presenza di regimi-circuiti detentivi speciali (carcere speciale negli anni settanta, sezione di 41 bis poi ed altre tipologie come quella attuale che lo hanno identificato come il luogo ideale per ospitare i detenuti più pericolosi del panorama malavitoso nazionale.
Terroristi, mafiosi e camorristi, qui in 50 anni sono passati tutti. Spesso lasciando anche il segno. Oggi la quasi totalità dei 220 reclusi (22 stranieri) è in regime di AS3, (alta sicurezza) con 4 ore giornaliere fuori cella e assenza di spazi di socialità ai piani (peraltro luminosi e curati). Da alcuni anni è stata istituita una sezione destinata ai detenuti AS2 (gestita dal Gom), gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, negli stessi spazi precedentemente occupati dal regime di 41bis, ovvero nei locali originariamente destinati all'isolamento. La struttura guidata dalla direttrice Patrizia Incollu ultimamente è interessata da significative ristrutturazioni, che prevedono lo spostamento dei reclusi (7) in AS2, nell'ex sezione femminile presente fino ad alcuni anni fa prima del trasferimento in blocco in altri istituti.
di Ester Palma
Corriere della Sera, 26 aprile 2021
Francesco ha duramente condannato l'ennesima tragedia nel Mediterraneo: "Sono persone che hanno implorato per due giorni aiuti che non sono arrivati: chi poteva farlo si è voltato dall'altra parte". "Vi confesso che sono molto addolorato per la tragedia che ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo: 130 migranti sono morti in mare. Sono persone, sono vite umane che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto: un aiuto che non è arrivato". Lo ha detto il Papa, al Regina Coeli in piazza San Pietro. "Fratelli e sorelle, interroghiamoci tutti su questa ennesima tragedia. È il momento della vergogna. Preghiamo per questi fratelli e sorelle e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Preghiamo anche per coloro che possono aiutare, ma preferiscono guardare da un'altra parte. Preghiamo in silenzio per loro".
"Gesù ci conosce e ci ama uno per uno, per Lui non siamo massa" - Non è certo la prima volta che papa Francesco porta l'attenzione del mondo sulla tragedia dei migranti: ma oggi ha usato toni particolarmente forti. Ha pregato anche per gli 82 morti e i feriti dell'incendio dell'ospedale Ibn al Khatib di Baghdad. E ha espresso "vicinanza alla popolazione delle isole di Saint Vincent e Grenadine, dove un'eruzione vulcanica sta provocando danni e disagi. Assicuro la mia preghiera. Benedico quanti prestano soccorso e assistenza".
Perché "Dio conosce e ama ciascuno di noi - aveva detto poco prima della recita del Regina Coeli, la preghiera mariana che per tradizione sostituisce l'Angelus fino alla Pentecoste - Come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce ad uno ad uno, che non siamo degli anonimi per Lui, che il nostro nome gli è noto. Per Lui non siamo "massa", "moltitudine", no. Siamo persone uniche, ciascuno con la propria storia, ciascuno col proprio valore, sia in quanto creatura sia in quanto redento da Cristo. Ognuno di noi può dire: Gesù mi conosce come nessun altro. Solo Lui sa che cosa c'è nel nostro cuore, le intenzioni, i sentimenti più nascosti".
Ordinati 9 sacerdoti: "Siate umili, vicino al popolo e e lontano dal denaro" - Poco prima il Papa aveva ordinato 9 nuovi sacerdoti, sei italiani e gli altri tre provenienti da Romania, Colombia e Brasile, in una Messa solenne nella Basilica di San Pietro: "Per favore, allontanatevi dalla vanità e dall'orgoglio dei soldi. Il diavolo entra dalle tasche, siate poveri che amano i poveri - ha raccomandato - Non siate arrampicatori, quando un sacerdote diventa imprenditore della parrocchia, del collegio, perde quella povertà che lo avvicina a Cristo povero crocifisso".
E ha aggiunto: "Siate sacerdoti di popolo non chierici di Stato, questa non è una carriera è un servizio, lo stesso che ha fatto Dio con il suo popolo. Sarete come lui vi vuole, pastori del santo popolo fedele di Dio, delle volte avanti, in mezzo, indietro al gregge, ma sempre lì con il popolo di Dio e secondo lo "stile" di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza.
Siate umili e vicini ai vostri vescovi". E per dare loro un esempio di umiltà, al termine del rito si è avvicinato ai nuovi sacerdoti e li ha salutati chinandosi per baciare a ciascuno le mani. Poi, fra commozione e grande si è diretto verso i primi banchi della navata per salutare e intrattenersi brevemente con i loro familiari. E al momento della foto di gruppo ha chiesto ad uno dei nuovi sacerdoti, il colombiano don Mateus Henrique Ataide Da Cruz, di dargli la benedizione.
La Repubblica, 26 aprile 2021
La richiesta è stata formulata al vertice straordinario dell'Asean convocato a Giacarta, al quale ha partecipato anche il generale golpista nel suo primo viaggio all'estero dopo il colpo di Stato. Il premier malese: risultati oltre le aspettative. I leader del Sud Est asiatico hanno chiesto alla giunta golpista birmana di cessare le violenze contro i manifestanti, liberare i prigionieri politici e ripristinare la democrazia. "La situazione in Myanmar è inaccettabile e non deve continuare. La violenza deve cessare, mentre la democrazia, la stabilità e la pace devono essere ripristinate immediatamente", ha detto il primo ministro indonesiano.
Joko Widodo è intervenuto in una conferenza stampa al termine del summit di emergenza dell'Asean, che si è riunito oggi a Giacarta per discutere del golpe del primo febbraio in Myanmar. Il capo della giunta militare birmana, generale Min Aung Hlaing, ha partecipato al vertice Asean, nel suo primo viaggio all'estero dopo il golpe. Il premier indonesiano ha sottolineato che gli altri leader partecipanti hanno chiesto al Myanmar di impegnarsi a cessare le violenze, aprire un dialogo inclusivo con tutte le parti in causa e dare accesso agli aiuti umanitari.
"Serve un dialogo significativo, inclusivo e politico che può realizzarsi solo con il rapido e incondizionato rilascio dei prigionieri politici", ha aggiunto il primo ministro della Malaysia, Muhyiddin Yassin, in un chiaro riferimento alla leader democratica birmana Aung San Suu Kyi. Non è stato reso noto quale sia stata la risposta del generale birmano. L'invito rivolto a Min Aung Hlaing è stato criticato da gruppi della società civile del Myanmar.
L'esito del vertice è stato "superiore alle previsioni", ha detto il primo ministro della Malesia, Muhyiddin Yassin, all'agenzia di stampa malese "Bernama". "Ci siamo riusciti. Il risultato dell'incontro di oggi è al di là delle nostre aspettative", ha detto. "Il Myanmar ha risposto bene e non ha respinto le tre proposte della Malesia", ha proseguito Muhyiddin, riferendosi alle sue richieste sulla cessazione delle violenze, il rilascio dei detenuti politici e l'accesso al Paese per il presidente e il segretario generale dell'Asean. Il leader malese ha aggiunto che l'esito del vertice dimostra che aveva torto chi riteneva che l'Asean dovesse rimanere fuori dalla crisi birmana.
Il vertice si è concluso con un accordo in cinque punti che comprende la "cessazione immediata della violenza in Myanmar e tutte le parti eserciteranno la massima moderazione". In secondo luogo "dovrà iniziare un dialogo costruttivo tra tutte le parti interessate per cercare una soluzione pacifica nell'interesse del popolo". I successivi tre punti riguardano il ruolo dell'Associazione: un inviato speciale del presidente faciliterà la mediazione; l'Asean fornirà assistenza umanitaria tramite l'inviato speciale e una delegazione visiterà il Myanmar per incontrare tutte le parti interessate.
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