di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 aprile 2021
L'arcivescovo Bruno Forte: "Com'è possibile che a 70 anni dalla nostra straordinaria Carta costituzionale, noi continuiamo ad avere una così palese contraddizione con i principi della Costituzione in una struttura che di fatto viene supportata dallo Stato, la magistratura, dalla politica?". Il riferimento è alle "case lavoro", strutture dove vivono recluse persone raggiunte da una misura di sicurezza. Parliamo degli internati, coloro che hanno già finito di scontare la pena ma sono ritenuti ancora socialmente pericolosi.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 24 aprile 2021
Oltre 40 anni dopo lo storico documentario della Rai, sono sempre messe sotto accusa le donne che hanno subito violenza. Come ora nelle parole di Grillo in difesa del figlio. "Mi fijo nun ha fatto niente de male. Nun l'ha ammazzata, 'sta ragazza. Mi fijo è annato a divertisse. Certo che je piaceva pure a llei d'anna' a divertisse...".
Quarantatré anni dopo le parole della madre di uno degli stupratori di gruppo d'una ragazza di Latina, raccontato allora in un famoso documentario Rai, riassumono decenni di processi simili. Dove alla sbarra, come è successo anche col "caso Grillo", rischiano di finire le vittime... Era invelenita, quella madre, quel giorno, davanti alla cinepresa di "Un processo per stupro".
Decisa a difendere con unghie e denti il suo pupone quarantenne accusato con tre amici d'aver attirato con l'offerta di un lavoro una diciottenne disoccupata in una villa di Nettuno dove la ragazza era stata più volte violentata. Macché violenza! Era lei, la novella Circe, ad aver adescato lui perché "se voleva divertì, se no non ci andava con mi fijo, che aveva moglie e un figlio e lei lo sapeva...". Voce di Loredana Rotondo, una delle sei registe del documentario: "Ma se aveva una moglie e un figlio perché ci andava?". "Perché tutti lo fanno! Che, è il primo che lo fa? Suo marito, si ce l'ha, nun ce va?".
Togliete ora gli accenti laziali, la villa sul litorale, il bianco/nero dei filmati di allora: son poi così abissalmente diverse le surreali scusanti accampate da quella madre popolana dell'Agro Pontino da quelle sbraitate l'altro giorno nel web da Beppe Grillo in difesa del figlio e dei suoi tre amici accusati di uno stupro di gruppo nella villa in Costa Smeralda? "... non è vero niente, che c'è stato uno stupro, non c'è stato niente... una persona che viene stuprata la mattina il pomeriggio va in kytesurf e dopo otto giorni fa la denuncia... c'è un video in cui si vede che c'è un gruppo che ride, ragazzi di 19 anni che si divertono e ridono in mutande e saltellano con il pisello, così... perché sono quattro coglioni...". Insomma, quasi una ragazzata...
Colpevoli? Innocenti? Decideranno i giudici. Ma l'ennesimo ricorso alla difesa degli accusati basata sulla sistematica demolizione della vittima, senza un'incertezza, un dubbio, un accenno alle troppe donne annientate da stupri simili, dimostra una volta di più quanto la storia, spesso, non riesca affatto a essere "magistra vitae". Tanto più se non viene solo dimenticata. Ma rimossa. Abolita. Cancellata.
Come è accaduto appunto al documentario "Un processo per stupro", girato nel '78, trasmesso dalla Rai in una tarda serata dell'aprile '79 e accolto da un successo così impattante (tre milioni di telespettatori) da guadagnarsi a furor di popolo una nuova messa in onda in prima serata con una audience addirittura triplicata. Quanto sarebbe bastato a qualunque programma per venire riproposto chissà quante volte in tivù se non fosse stato azzoppato da una sentenza. La quale accolse la pretesa di qualche avvocato che, finalmente a disagio per i toni, le battute da bordello, le insinuazioni usate mettendo alla sbarra la ragazza anziché i suoi stupratori, condannati in primo grado (per delitto contro la moralità pubblica, non contro la persona!) a pene risibili con la condizionale e a un risarcimento miserrimo (mezzo milione di lire a testa: 1.789 euro attuali), chiese il diritto all'oblio. Niente più nomi, niente più facce, niente più indignazione...
Risultato: da quel momento quel documento adottato come una preziosa testimonianza perfino dal MoMA di New York e girato dalle registe Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio e la già citata Rotondo, è sparito da tutti i palinsesti vita natural durante. Come fosse una versione più spinta di Ultimo tango. O uno "snuff movie" dove le vittime sono uccise davvero. Peccato. Perché quelle parole usate da quei legali, oggi visibili solo in spezzoni su YouTube, hanno ancora, nella loro strafottenza machista, molto da dire.
Esempi: "Avete cominciato a scimmiottare l'uomo. Voi portavate la veste, perché avete i pantaloni? Avete cominciato col dire "abbiamo parità di diritto, perché io alle nove di sera debbo stare a casa, mentre mio marito il mio fidanzato mio cugino mio fratello mio nonno mio bisnonno vanno in giro?" (...) Voi avete voluto uscire! Se questa ragazza si fosse stata a casa, presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente".
"La violenza c'è sempre stata (...). Non la subiamo noi uomini? Non la subiamo noi anche da parte delle nostre mogli? Oggi per andare fuori ho dovuto portare con me l'avvocato (...) e l'avvocato (...), testimoni che andavo a pranzo con loro, sennò non uscivo di casa. Non è una violenza questa?".
"Le donne! Le abbiamo sempre considerate, cediamo loro il posto sul tram, non facciamo confidenze se qualcuna ci concede i suoi favori... Di più: non disprezziamo la prostituzione che in tempi lontani, o anche vicini, ci può aver visto partecipi di momenti di piacere...".
"Signori miei, una violenza carnale con fellatio può esser interrotta con un morsetto. L'atto è incompatibile con l'ipotesi di violenza. Tutti e quattro avrebbero incautamente abbandonato nella bocca della loro vittima il membro... Lì il possesso è stato esercitato dalla ragazza sui maschi, dalla femmina sui maschi. È lei che prende, (...) sono loro passivi, inermi, abbandonati, nelle fauci avide di costei!". Una schifezza.
Dirà l'avvocato Tina Lagostena Bassi, formidabile nemica di quei metodi: "Le parole pronunciate dagli avvocati si commentano da sole. E spingono le vittime a non denunciare i propri carnefici per non subire esse stesse un processo e passare da accusatrici a accusate". C'è bisogno di rivederlo, quel documento storico. Non è possibile sulla tivù pubblica? Si scelga una sede di prestigio. Di cultura alta. Un museo. Una galleria. Ma va tirato fuori, per aiutare tutti a capire, dai sotterranei dov'è stato sepolto.
atnews.it, 24 aprile 2021
"Il modo migliore per evitare che il tempo di detenzione sia un 'tempo sprecato' è fare in modo che il detenuto, pur sapendo di essere in detenzione, non senta di esserlo". Con questa riflessione di Fedor Dostoevskij ha preso il via il convegno "Tempo perso? Il ruolo del carcere nei percorsi trattamentali di sex-offenders e maltrattanti", organizzato e moderato dal garante regionale delle persone detenute Bruno Mellano.
"Un'occasione - ha sottolineato Mellano - per riflettere su esperienze e buone pratiche nell'ambito dei trattamenti previsti in ambito carcerario per le persone detenute per reati da 'codice rosso', anche alla luce del fatto che la legge finanziaria nazionale ha previsto nel bilancio 2 milioni di euro annui, per il triennio 2021-2023, per garantire e implementare la presenza di professionalità psicologiche esperte all'interno degli Istituti penitenziari per consentire un trattamento intensificato cognitivo-comportamentale nei confronti degli autori di reati contro le donne e per la prevenzione della recidiva".
È intervenuta la responsabile dell'Ufficio detenuti e trattamento del Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria regionale Catia Taraschi, che ha fatto presente come al momento, nelle carceri piemontesi "siano presenti complessivamente 373 maltrattanti e sex offenders: 173 al Lorusso e Cutugno di Torino, 106 a Biella, 49 a Vercelli, 11 a Ivrea, 10 a Cuneo, 6 rispettivamente al San Michele e al Don Soria di Alessandria, 4 a Verbania, 3 rispettivamente a Fossano e a Novara e 2 ad Asti. E ha sottolineato "l'importanza dello stanziamento statale, che consentirà di implementare gli interventi già attivi sul territorio e, soprattutto, di prevederne di nuovi per averne almeno uno in ogni sezione che ospita questa tipologia di detenuti".
Dea Demian Pisano, assistente sociale ed esperta presso l'Ufficio del garante regionale della Campania ha raccontato un progetto messo in atto con 17 sex offenders del carcere di Poggioreale (Na) osservando che "in alcuni casi non si rendevano pienamente conto del male compiuto per via dei pregiudizi e delle mentalità in cui sono cresciuti. "Avere avuto la possibilità di avvicinarli e confrontarsi - ha concluso - ha contribuito a modificare il loro punto di vista".
La coordinatrice della formazione e dei progetti speciali del dipartimento di salute mentale dell'Asl Roma 1 Adele Di Stefano ha sottolineato che "non è detto che tutti i trattamenti siano validi per tutti i tipi di detenuti che hanno commesso questi tipi di reato, ma per l'Italia l'importante è cominciare, dal momento che è ancora piuttosto indietro rispetto a molti Paesi d'Europa" e la necessità "di imparare a lavorare in rete a cominciare dai Tribunali, dagli avvocati e dal Servizio sanitario regionale. Se non cominciamo ora che ci sono le possibilità, anche economiche, per farlo, rischiamo di perdere un'occasione importante".
Il presidente del Centro italiano di promozione della mediazione (Cipm) di Milano Paolo Giulini ha evidenziato la necessità che "la pena, soprattutto in questo ambito, sia utile ed efficace. E l'Ue insiste sulla necessità che la pena non sia solo retributiva, ma 'riparativa del sé e delle relazioni future che l'autore del reato intratterrà al termine della pena' e miri a far comprendere appieno il male commesso nei confronti delle vittime".
Georgia Zara, docente del dipartimento di Psicologia dell'Università di Torino e vicepresidente dell'Ordine degli psicologi del Piemonte, ha sottolineato che "il reato sessuale non è una 'questione privata', non ha nulla a che fare con il desiderio di contatto con la vittima" e ha illustrato il progetto pilota "Sorat" destinato a chi ha commesso reati sessuali ed è recluso nell'Istituto Lorusso e Cutugno di Torino.
Al portavoce dei garanti territoriali Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio e dell'Umbria e docente del dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Perugia, cui è stata affidata la conclusione dei lavori, ha messo in guardia sul fatto che "si tratta di una sfida ardua, poiché non di rado la pena detentiva è 'condanna al tempo perso', ma non impossibile, orientando la prospettiva entro cui operare alla rieducazione dell'autore di reato, alla tutela della vittima del reato e alla prevenzione di comportamenti d'inciviltà una volta scontata la pena.
di Gianni Vigoroso
ottopagine.it, 24 aprile 2021
L'appello. "Onorevole ministra, in questi mesi l'epidemia di Coronavirus ha messo in luce, ancora di più, i problemi cronici che attanagliano la realtà degli istituti penitenziari. Il Covid-19 ha certamente peggiorato le condizioni dei detenuti: diminuzione drastica delle visite, dei permessi, flessione delle relazioni con il mondo del volontariato, della cultura, della formazione, annullamento delle possibilità per l'inserimento lavorativo.
E' la lettera che sarà presentata domani, 24 aprile, alle ore 10,30, da don Franco Esposito, responsabile del Centro pastorale carceraria della diocesi di Napoli, padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, e Samuele Ciambriello, garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, al ministro della Giustizia, Marta Cartabia.
"Da ciò scaturisce la considerazione che, per affrontare la crisi indotta dalla pandemia, non si può prescindere dal fatto che il carcere è un insieme di persone, una comunità appunto, nella quale contano le condizioni di ogni singola persona, sia essa un operatore penitenziario che un detenuto o un volontario".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2021
Giudicando il caso di un soggetto condannato per associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, il Consiglio di Stato, sentenza n. 3084/2021, ha chiarito che la riabilitazione può semmai avere effetti ai fini della domanda prima del decorso dei tre anni.
Non è necessario un provvedimento di riabilitazione per conseguire nuovamente la patente dopo una condanna per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. È infatti sufficiente il decorso del tempo. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, sez. III, con la sentenza del 14 aprile 2021, n. 3084 (Pres. Frattini, Est. Cogliani) che ha respinto il ricorso della Prefettura di Bari contro la decisione del Tar di Bari (del 25 novembre 2019) di annullamento dell'atto con il quale era stato negato il rilascio del nulla osta per l'ottenimento del nuovo documento di guida.
Per i giudici di Palazzo Spada dunque deve considerarsi illegittimo il diniego di nulla osta al rilascio della nuova patente di guida in ragione della sussistenza, a carico del richiedente, di sentenze per i reati di cui all'articolo 74, Dpr n. 309 del 9 ottobre 1990, senza che siano intervenuti provvedimenti riabilitativi, atteso che il mero decorso del tempo comporta la rilasciabilità del titolo.
Entrando nel dettaglio, la Sezione, richiamando precedenti del giudice di appello (sezione IV, 3 agosto 2015, n. 3791), ha infatti chiarito che la revoca della patente, nei casi previsti dall'articolo 120 del Codice della strada (Requisiti morali per ottenere il rilascio della patente di guida), non ha natura sanzionatoria né costituisce conseguenza accessoria della violazione di una disposizione in tema di circolazione stradale, ma rappresenta la constatazione dell'insussistenza (sopravvenuta) dei "requisiti morali" prescritti per il conseguimento di quel titolo di abilitazione.
Dunque, prosegue il ragionamento, per la possibilità di rilasciare una nuova patente di guida depongono una serie di elementi, quali: il comma 1 dell'articolo 120 del Cds àncora il divieto di conseguire la patente per la durata dei divieti, ma prevede la possibilità di conseguire "di nuovo" il titolo, salvo per "le persone a cui sia applicata per la seconda volta, con sentenza di condanna per il reato di cui al terzo periodo del comma 2 dell'articolo 222".
Il comma 2 prevede che "La revoca non può essere disposta se sono trascorsi più di tre anni dalla data di applicazione delle misure di prevenzione, o di quella del passaggio in giudicato della sentenza di condanna per i reati indicati al primo periodo del medesimo comma 1". Il comma 3 dispone che "La persona destinataria del provvedimento di revoca di cui al comma 2 non può conseguire una nuova patente di guida prima che siano trascorsi almeno tre anni".
Dal dato normativo, conclude il Cds, "si ricava che il rinnovo della patente è possibile e previsto dalla disciplina, che la valutazione negativa del requisito morale è 'a termine' per così dire, poiché dopo tre anni, l'Amministrazione non potrebbe procedere alla revoca, nel caso in cui non sia disposta prima, che l'ostatività al nuovo titolo discende da una nuova condanna". "Ne discende che l'eventuale riabilitazione può avere semmai effetti ai fini della domanda di rilascio prima del decorso dei tre anni, ma non costituisce - in base alla lettera della norma - condizione ulteriore per il rilascio una volta decorso l'arco temporale previsto".
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 aprile 2021
Uso politico della giustizia, intervista all'avvocato Gaetano Pecorella, ex presidente della Commissione giustizia alla Camera. "L'uso politico della Giustizia è un fenomeno che ha attraversato il mondo da Cicerone ad oggi. Le Commissioni d'inchiesta possono servire, ma che il Parlamento si metta a indagare sui giudici rispetto a sentenze politiche mi pare una di quelle iniziative che sfociano in niente. Perché non ha il coraggio di sottrarre al Csm la funzione disciplinare, invece di inventarsi queste commissioni?".
A parlare è Gaetano Pecorella, avvocato - difensore, tra gli altri, dell'ex premier Silvio Berlusconi - ed ex presidente della Commissione Giustizia della Camera dal 2001 al 2006. Convinto che indagare sull'uso politico della Giustizia, così come proposto da Mariastella Gelmini, prima firmataria del progetto di legge per l'istituzione di una Commissione d'inchiesta, non porti a nulla. Piuttosto, spiega al Dubbio, sarebbe necessario intervenire sul Csm, con la creazione di una Corte Suprema in grado di giudicare in maniera davvero imparziale l'operato dei magistrati. "Palamara ha scoperto l'acqua calda - sottolinea -. Ma fare i processi sui processi non è mai una buona cosa. È compito degli storici e dei giornalisti indagare su come sono andate le cose".
Professore, cosa ne pensa della proposta di una Commissione d'inchiesta sull'uso politico della magistratura?
Credo sia una di quelle iniziative destinate a sfociare nel nulla. Può essere utile, ma alla fine il risultato sarebbe una bella relazione che nessuno leggerebbe e diventerebbe occasione di scontro politico. Come andrebbe, si chiamerebbero a testimoniare i magistrati che hanno emesso sentenze politiche? Il Parlamento ha cose più serie di cui occuparsi in questo momento e non vicende come quella di Grillo o processi del passato. Un conto è Mani Pulite, che ha tagliato alle radici un intero sistema politico, un altro un singolo processo.
La proposta a prima firma Gelmini parte dal caso Palamara e dalle rivelazioni emerse con riferimento alle vicende che, nel 2013, hanno portato alla condanna di Silvio Berlusconi e alla sua decadenza da senatore per frode fiscale...
Secondo me fare i processi sui processi non è mai una buona cosa. Il processo c'è stato, andrebbe lasciato allo storico, al giornalismo, il compito di fare queste cose. Io ero difensore di Berlusconi, potrei essere ben contento che si dimostrasse che è stata studiata a tavolino la condanna a tutti i costi, però francamente, fare un processo politico sul processo politico mi sembra una classica invenzione italica. Se si vuole fare un'inchiesta la si faccia sul cattivo o buon funzionamento della Giustizia. Anche questa mi sembra una di quelle iniziative che fanno rumore al momento e poi scompaiono. Poi chi bisognerebbe sentire, oltre Palamara? Tutti quelli che hanno messo sotto processo Berlusconi? Mi pare un'iniziativa inutile, soprattutto in questo momento, in cui ci vorrebbe una grande unità delle forze politiche per tirarci fuori da questa situazione drammatica. Andare a creare momenti di frizione politica non mi pare proprio una buona idea, in generale.
Ma dato quanto emerso con il caso Palamara non sarebbe il caso di fare un approfondimento?
Palamara ha scoperto l'acqua calda. Le cose che scrive in alcuni casi sono elementi specifici, ma il sistema noi avvocati lo abbiamo denunciato da tempo. Gli intrighi tra magistratura e politica sono cose note. Quando mai si può pensare che le correnti non siano collegate ai partiti se addirittura hanno una collocazione politica? Ora, in un libro, ci sono cose che abbiamo conosciuto o immaginato o in qualche modo già saputo. Per un avvocato, che la scelta della dirigenza di uffici importanti è in mano alla politica è una cosa pacifica. La magistratura non vuole essere separata tra inquirenti e giudicanti mica per un fatto tecnico, ma perché vuole essere un corpo politico, una forza che va dalla Cassazione fino all'ultimo giudice singolo. Scoprire oggi, grazie a Palamara, l'uso politico della Giustizia mi pare una sciocchezza. Ogni processo che tocca l'area politica diventa un processo politico o viene creato apposta per colpire quell'area politica. I politici se ne sono accorti oggi e vorrebbero interrogare chi, i magistrati? Si può pensare che vengano ad ammettere responsabilità simili? Palamara lo ha fatto perché è stato buttato fuori. È la sua vendetta, ma certamente tutti quelli che sono in magistratura non diranno mai nulla, tranne casi sporadici. Ma se uno che ha fatto Mani Pulite diventa senatore del Pd, se un magistrato diventa presidente del Senato o presidente di una casa editrice, questo non ci dice niente?
Per fare luce su questo uso politico della Giustizia quale dovrebbe essere il metodo?
Ha funzionato bene il metodo Palamara, ovvero il lavoro di un bravo giornalista d'inchiesta. Ma non credo che i politici che sono stati l'oggetto di questa politicizzazione della magistratura possano indagare. Mi pare che siamo un po' al grottesco. Probabilmente ci sono altri sistemi. Se si vuole fare un po' di polverone questa commissione d'inchiesta si può anche fare, ma che la politica messa sotto processo dai giudici metta sotto processo i giudici mi sembra una cosa da commedia all'italiana.
Pd e M5S hanno contestato il fatto che esiste già il Csm per "indagare" sul comportamento della magistratura. Hanno ragione?
È un'obiezione senza alcun fondamento. E lo sappiamo prima di tutto dal fatto che anche i componenti del Csm sono stati coinvolti nella vicenda Palamara, in secondo luogo perché sappiamo che la grandissima parte degli esposti contro i magistrati vengono tendenzialmente archiviati. Ma soprattutto sappiamo che la giustizia domestica è fatta in modo da proteggere e non da punire. C'era una mia proposta di legge costituzionale, che era anche l'idea di Violante, di fare la Corte Suprema di Giustizia, composta per un terzo da magistrati, un terzo da professori universitari, un terzo da avvocati, con una funzione disciplinare distinta dal Csm. Il Csm non può essere un organo disciplinare: finché ci sarà la commistione tra chi deve punire e chi fa le nomine non potrà giudicare, perché una cosa condizionerà l'altra. E poi chi mai emetterebbe una sentenza che domani potrebbe essere applicata a sé stesso? Ci sarà sempre una mano molto leggera.
Durante questo dibattito, era stata proposta anche una commissione "mista". Potrebbe essere una soluzione?
Tutte le commissioni d'inchiesta hanno al loro interno consulenti esterni. Si può fare, ma alla fine chi decide che cosa mettere nelle relazioni è sempre il Parlamento. Non può essere la componente esterna. Il Parlamento lo sa benissimo che il Csm funziona a modo suo e che deve fare un organo con una maggioranza esterna alla magistratura e basterebbe questo. Quello sì che potrebbe fare le inchieste. Un organo costituzionale, con tutte le garanzie. Ma non un organo nominato dal Parlamento.
Quindi ciò che serve è la riforma del Csm...
La riforma da fare è togliere al Csm la sezione disciplinare, da affidare ad un altro organo. Modificare le forme elettorali, perché finché le correnti domineranno il Csm lo stesso sarà un organo politico. Sono contrario all'estrazione a sorte, perché non si estrae a sorte l'intelligenza o la preparazione, ma oggi il Csm non è espressione della magistratura, ma delle sue correnti politiche e quindi è un organo politico. E come tutti gli organi politici non è imparziale, ma segue le esigenze politiche. Perché il Parlamento non ha il coraggio di sottrarre al Csm la funzione disciplinare, invece di inventarsi queste commissioni? Faccia una riforma costituzionale, istituendo una Corte Suprema, con il compito di giudicare magistrati e avvocati.
reggiosera.it, 24 aprile 2021
L'Ausl: sezioni in quarantena per presenza costante di nuovi casi. Il Covid non smette di imperversare nel carcere di Reggio Emilia. I detenuti positivi sono ad oggi oltre 150 e 10 sono stati ricoverati in ospedale. L'aggiornamento della situazione arriva dal direttore generale Cristina Marchesi che spiega: "Da parte della sanità pubblica, così come delle istituzioni penitenziarie, c'è grande attenzione su questo focolaio. Ma per uscirne il processo sarà abbastanza lungo". Questo perché', viene spiegato, "abbiamo diverse sezioni in quarantena e ogni volta che effettuiamo i tamponi di fine isolamento registriamo nuovi casi positivi. Quindi non possiamo 'liberare' le sezioni".
borderline24.com, 24 aprile 2021
Un ricorso al Tar Puglia contro il silenzio del Ministero della Giustizia di fronte alla richiesta di garantire il distanziamento nel carcere di Bari. È quanto depositato dagli avvocati Alessio Carlucci e Luigi Paccione, con il sostegno dell'associazione "Nessuno tocchi Caino".
I legali, in particolare, nell'aprile 2020, durante il lockdown per la prima ondata dell'emergenza Covid, aprirono una class action procedimentale invitando il Ministero della Giustizia ad "adottare ogni misura atta a garantire all'interno della sovraffollata casa circondariale di Bari il rispetto della normativa sul distanziamento interpersonale sul divieto di assembramento".
All'epoca dell'istanza, va specificato, il carcere di Bari, a fronte di una capienza di 299 persone, accoglieva 434 detenuti. Secondo i due avvocati però, gli spazi detentivi nel carcere di Bari non consentono alle persone ristrette, stante il detto sovraffollamento, di rispettare il distanziamento e "detta oggettiva impossibilità si traduce nell'aggravamento dei rischi per la salute dei detenuti e del personale penitenziario".
"A distanza di un anno - spiegano - nella permanenza dell'obbligo normativo e a fronte del silenzio del Ministero, gli scriventi hanno depositato un ricorso dinanzi al Tar Puglia per far dichiarare l'illegittimità del silenzio inadempimento ministeriale. Problematiche analoghe sono state evidenziate anche da altre associazioni che si occupano di garantire i diritti dei detenuti.
di Chiara Carlino
cronachedellacampania.it, 24 aprile 2021
Si è riunito l'Osservatorio Regionale per la Sanità Penitenziaria, a cui hanno partecipato direttori delle carceri Campane, i responsabili sanitari degli istituti penitenziari, del Provveditorato Campano dell'Amministrazione Penitenziaria, del Dipartimento Giustizia Minorile e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania Samuele Ciambriello. La riunione ha fatto il punto della campagna vaccinale negli istituti penitenziari della Campania.
"Attualmente sono stati vaccinati 2049 persone, tra agenti di polizia penitenziaria, personale amministrativo, operatori penitenziari e volontari che entrano nelle carceri su un totale di 4274 che ne hanno fatto richiesta, quindi il 47,94 % delle persone. Le quattro carceri Casertane hanno la piu' alta percentuale di questo personale vaccinato, in primis Santa Maria Capua Vetere con 342 persone, il primo tra gli istituti in Campania, pari al 66,93% dei richiedenti", spiega il Garante Campano dei detenuti Samuele Ciambriello parlando di una partenza a macchia di leopardo.
"Ho chiesto durante la riunione di far partire negli istituti penitenziari i punti vaccinali anche attraverso un'equipe di vaccinatori per consentire la vaccinazione dei detenuti, partendo dagli ultra 80, 70 e 60enni e dai soggetti fragili. Ad oggi tale campagna di vaccinazione per i detenuti è partita solo nel carcere di Poggioreale con 21 vaccinati, Secondigliano con 23 vaccinati e le carceri di Salerno, Vallo della Lucania ed Eboli con un totale di 101 vaccinati.
Faccio appello ai responsabili sanitari delle Asl affinché' nelle prossime giornate possano destinare risorse e vaccini agli istituti penitenziari per far partire tale campagna di vaccinazione in tutte le 15 carceri della Campania dove attualmente sono ristrette 6458 persone, di cui 319 donne e 862 stranieri", aggiunge Ciambriello.
primaillevante.it, 24 aprile 2021
Il capogruppo di Linea Condivisa in visita al carcere di Marassi. In settimana il capogruppo di Linea condivisa Gianni Pastorino, accompagnato dall'avvocata Alessandra Ballerini (osservatrice di Antigone), si è recato in visita al carcere genovese di Marassi. "È la mia seconda visita in questa legislatura, la prima è stata nel 20 novembre 2020 - dichiara il consigliere regionale Gianni Pastorino - e la ritenevo necessaria, vista anche l'emergenza sanitaria in atto che, in un perimetro come quello carcerario, rappresenta un problema enorme".
Il problema principale resta il sovraffollamento - La nuova direttrice ha fornito al consigliere Pastorino i dati relativi alla casa circondariale di Marassi: sono circa 624 i detenuti, in calo rispetto al 20 novembre scorso di circa 50 unità, ma sempre in sovrannumero rispetto alla capienza standard che è di circa 550 persone; sono circa 275 gli agenti di polizia penitenziaria, a fronte di una dotazione organica di circa 365. "Certamente questo, del sovraffollamento, rimane un grande problema perché, a fronte di una capienza di 500/550 detenuti, ne abbiamo per lo meno tra i 70-90 in più e, inoltre, molte stanze con sei detenuti nello stesso spazio", rimarca Pastorino. "Abbiamo posto alla dirigenza del carcere soprattutto il problema, sollevato da associazioni e detenuti, dei prezzi del sopravvitto e del necessario controllo da esercitare su questo servizio, portato avanti dall'azienda Landucci - prosegue il capogruppo Pastorino -. In precedenza ci era infatti stato segnalato un aumento dei prezzi che non trovava giustificazione, a tal proposito la dirigenza di Marassi ha assicurato il massimo controllo e il rigore sul prezziario che viene proposto dall'azienda".
La visita ha toccato anche la sezione per patologie psichiatriche - Il consigliere Pastorino e l'avvocata Ballerini sono stati accompagnati dal vicecomandante e dall'ispettrice, oltre che dagli agenti penitenziari preposti, attraverso un sopralluogo in sezione prima, mentre per motivi di sicurezza non è stato possibile fare altrettanto in sezione seconda. La visita è proseguita poi nella sezione sesta, nel centro clinico e in altri settori del carcere, comprese le stanze destinate all'osservazione di persone detenute con patologie psichiatriche, attualmente vuote da circa 15 giorni. "Ribadiamo un giudizio positivo sulla gestione dell'emergenza sanitaria, sull'andamento delle vaccinazioni e sul fatto che a detta della dirigenza non vi siano in questo momento casi positivi, inoltre quelli che si sono verificati sono stati gestiti in maniera tempestiva", aggiunge Pastorino.
Sul fronte vaccini sono state vaccinate circa 230 persone tra la popolazione detenuta, solo negli ultimi due giorni sono stati 20 i detenuti che hanno ricevuto la dose del vaccino anti-covid. Sono più o meno 220 invece gli agenti di polizia penitenziaria vaccinati e oltre 90 le persone che collaborano con l'attività carceraria. Tutti sono stati vaccinati con la prima dose di AstraZeneca.
"Manca un garante per queste persone" - "Questa visita rinsalda in me l'ulteriore necessità di nominare il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, - aggiunge il capogruppo di Linea condivisa Gianni Pastorino - figura che manca in Liguria e che svolge un ruolo di mediazione tra chi vive dentro il perimetro carcerario (persone detenute, agenti e operatori penitenziari) e le istituzioni, cercando di prevenire e di risolvere conflitti che dentro una realtà così complessa rischiano di essere alquanto negativi".
Il consigliere Pastorino si riferisce a una figura che deve avere la capacità di partire da un'analisi delle condizioni delle carceri in Liguria, sia dal punto di vista delle strutture che da quello delle condizioni di vita delle persone detenute e degli operatori penitenziari. "Una figura indipendente e competente a mio giudizio importante, che deve guardare a tutto tondo alla realtà carceraria, senza rischiare mai di subire pressioni o condizionamenti di sorta", spiega il consigliere. "Proprio per questo è necessario che anche la classe politica ligure invii da una parte segnali di attenzione alle realtà carcerarie e ai disagi di chi vive dentro, persone detenute e operatori penitenziari, riuscendo però, dall'altra, a mantenere un netto distacco da pressioni strumentali di gruppi organizzati, magari sottoposti a regimi penitenziari particolari (vedi 41-bis o altre realtà)", chiosa Pastorino.
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