di Conchita Sannino
La Repubblica, 4 giugno 2021
Anna Rossomando, responsabile Giustiza dem: "Il primo obiettivo è recuperare la credibilità della magistratura". Nuovo incontro tra la ministra Cartabia e i capigruppo della maggioranza. Primo obiettivo? "Recuperare credibilità e autorevolezza della magistratura".
A costo di scontentare chi - nella nuova legge su assetto e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura - dal Pd non si aspetterebbe alcuni emendamenti tranchant come quelli che saranno depositati oggi in commissione alla Camera da Anna Rossomando, responsabile Giustizia dei dem. Due su tutti. La proposta di valutare i pm anche sulla percentuale di "insuccessi" dei loro processi. E il divieto, per i procuratori, di utilizzare "conferenze stampa spettacolari". Si parte però "dall'elezione parziale, ogni due anni, dei membri: per inserire un elemento di dinamismo interno utile a disarticolare eventuali accordi precostituiti", premette Rossomando. Ma c'è spazio anche per la parità di genere tra i consiglieri eletti.
Riforma Csm, il Pd spinge dopo il terremoto del caso Palamara e le recenti pagine non meno devastanti sulle fughe di notizie e la presunta loggia Ungheria. "L'immagine uscita dalle scandalose notizie sulle vicende del Consiglio, è uno stimolo in più per fare le riforme a partire da quella del Csm", aveva avvertito Enrico Letta. "Autonomia e trasparenza sono lese dalla degenerazione del correntismo: non certo dal pluralismo delle idee", ribadisce con Repubblica la deputata (anche avvocatessa), alla vigilia dell'incontro fissato per domani tra la ministra Marta Cartabia e i capigruppo di maggioranza.
Ma basteranno le consultazioni del mid-term, come già le chiamano in Csm? "Nessuna modifica da sola abolisce distorsioni: ma il fatto che il plenum non sia eletto contestualmente è utile, e tra l'altro si può fare a Costituzione invariata". Stop anche alle nomine "a pacchetto": le decisioni sugli incarichi dovranno seguire un rigoroso ordine cronologico per evitare il mercato del "metodo Palamara", utile a molti.
Ma Rossomando difende anche l'introduzione della valutazione sul lavoro dei pm: una sorta di "pagella" su inchieste e insuccessi della pubblica accusa. Linea analoga, ma più dura sul punto, emergerà anche dagli emendamenti annunciati da Enrico Costa, di Azione (con modifica sulla responsabilità civile e fine delle porte girevoli tra magistrati e politica).
Ma come funzionerebbe, invece, per il Pd? "Noi non parliamo di pagelle - sottolinea Rossomando - proponiamo, tra i diversi elementi di valutazione sulla professionalità, quello della verifica delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Naturalmente parliamo di casi macroscopici, utilizzando criteri che evitino di scoraggiare le inchieste "difficili": penso a quelle sui grandi gruppi criminali, sui reati finanziari, a inchieste storiche sulle malattie professionali, schedature Fiat o caso Abu Omar".
Un'impostazione che rivela uno sguardo più severo, forse uno strappo? "Nessuno strappo, diciamo da sempre che non è auspicabile avere tante richieste di rinvio a giudizio che poi non reggono al dibattimento - riprende la deputata - Per questo poniamo l'accento su come si scrivono le norme incriminatorie. Ma il luogo privilegiato è il processo: infatti c'è l'emendamento che prevede una regola di giudizio per il pm: si può chiedere il procedimento se c'è una ragionevole certezza di ottenere una condanna".
Altro freno riguarderebbe la stagione della perdita di autorevolezza (vedi i giudici che spiegano i loro provvedimenti in tv prima che con gli atti). E quindi: "Basta ai troppi riflettori". Ma come? Per Rossomando, "la spettacolarizzazione delle inchieste è un vulnus alla presunzione di non colpevolezza. Quindi stop a conferenze stampa spettacolari, sì a sobri comunicati stampa. Il diritto all'informazione è sacrosanto perché la democrazia liberale esige informazione. Purtroppo oggi il vero processo rischia di celebrarsi fuori dai tribunali".
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 4 giugno 2021
Ecco le proposte degli esperti. Matteo Salvini e i Radicali depositano i quesiti per il referendum in Cassazione. Tutto in poco meno di 24 ore. Il 4 giugno Marta Cartabia illustrerà ai partiti che compongono la maggioranza il documento finale della commissione ministeriale che ha lavorato sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario. Nel frattempo, il 3 giugno, Matteo Salvini e i radicali hanno depositato in Cassazione i sei quesiti referendari in materia di giustizia. Una mossa, quella del leader leghista, che sembra depotenziare il progetto di riforma della titolare di via Arenula. Non a caso è in corso uno scontro all'interno della maggioranza.
Tutto, dunque, in poco meno di 24 ore. Oggi toccherà alla Cartabia, seppur a distanza, presentare ai capigruppo di maggioranza in Commissione Giustizia le proposte su cui hanno lavorato i tecnici guidati dal professore Massimo Luciani. Proposte che potrebbero diventare emendamenti al disegno di legge delega che si trova a Montecitorio. Ecco le novità. Non si prevede alcun sorteggio per l'elezione dei membri togati di Palazzo dei Marescialli. Una misura che non piacerà ai grillini, da sempre favorevoli assieme ai leghisti alla formula del sorteggio. Tuttavia, per ridurre il potere delle correnti, si dà la possibilità a chi lo volesse di candidarsi ugualmente al di fuori delle liste raccogliendo un numero inferiore di firme.
Altra novità: non ci sarà il divieto di rientrare in magistratura a chi ha scelto di candidarsi o di rivestire incarichi politici. Si dispongono però dei paletti, ossia dei confini sia di carattere territoriale, sia funzionali. Di più: si introduce una moratoria di due anni prima e dopo aver rivestito una carica politica. E su questa formula Nello Rossi, direttore della rivista di Magistratura democratica, non solo si oppone ma sostiene che chi intende partecipare a competizioni elettorali o ricoprire incarichi di governo dovrebbe necessariamente dimettersi dalla magistratura. Inoltre, il documento finale dei tecnici introduce nuovi criteri sulle valutazioni di professionalità sulle nomine ad incarichi ai vertici degli uffici giudiziari.
In questo contesto Salvini si smarca dal governo e dalla maggioranza e con i Radicali si materializza in Cassazione per consegnare i sei quesiti referendari che toccano i temi della responsabilità civile dei magistrati, del diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari, delle liste elettorali per i togati al Csm, della legge Severino sull'incandidabilità dei condannati, della separazione delle carriere in magistratura e della custodia cautelare. Obiettivo, un milione di firme, con una campagna referendaria che entrerà nel vivo nel corso del primo fine settimana di luglio. Lo scatto in avanti di Salvini scatena la reazione dei suoi alleati di governo. "Chi lavora ai referendum anziché nelle aule parlamentari, in realtà allontana le prospettive di riforma, non le avvicina" mette in chiaro Alfredo Bazoli, capogruppo in commissione Giustizia in quota Pd. Critica Salvini anche Andrea Marcucci (Pd): "Incomprensibile il sostegno della Lega". Mentre Maurizio Lupi elogia l'iniziativa della Lega: "È uno strumento formidabile per spronare il Parlamento ad approvare finalmente una riforma che il Paese attende da ormai troppi anni".
di Stefano Folli
La Repubblica, 4 giugno 2021
Tra i dem c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare i vecchi capisaldi. Come garantisce lui stesso con una certa dose di civetteria, Goffredo Bettini è un privato cittadino che esprime "opinioni personali" nel dibattito politico. In realtà è un personaggio, figlio della storia del Pci, che da qualche anno influenza non poco il Partito democratico. O nelle vesti di suggeritore - non sempre infallibile - del leader di turno (l'ultimo è stato Zingaretti). O in quelle dell'osservatore che anticipa le tendenze e coglie il mutare del vento. L'intervento scritto per Il Foglio del 3 giugno appartiene alla seconda categoria e sembra voler cogliere un cambio di passo nei rapporti tra Pd e Cinque Stelle partendo dal punto cruciale: la riforma della giustizia, a cominciare da un ripensamento del rapporto tra politica e magistratura.
Bettini pone un problema ai suoi compagni di partito: non farsi scavalcare dai Cinque Stelle in tema di "garantismo", dopo che la lettera di Di Maio allo stesso quotidiano sul caso del sindaco di Lodi ha tracciato una linea nella sabbia. Certo, Di Maio non è tutto il M5S ma ne rappresenta un segmento assai consistente, specie nei gruppi parlamentari.
L'avere affossato la vecchia posizione che per comodità chiamiamo "giustizialista" ha cambiato le carte in tavola. Per cui è logico che i 5S tendano a dividersi: di qui il gruppo Di Maio che appoggia la riforma Cartabia e non ha paura di dispiacere, entro certi limiti, ai magistrati; di là l'ex premier Conte e il gruppo degli intransigenti Lezzi-Morra-Di Battista, ostili alla riforma e ancora più, va da sé, alla raccolta di firme promossa dai radicali e appoggiata dalla Lega di Salvini.
È noto che Bettini è stato probabilmente il maggior teorico dell'alleanza stretta tra Pd e M5S, quasi una fusione al cui vertice si collocava l'avvocato Conte come punto di riferimento progressista. Ora cambia tutto, in un certo senso: il movimento è allo sbando e la conversione sollecitata dal governista Di Maio sulla giustizia non può lasciare indifferente il Pd, a meno di non voler finire schiacciati sulle posizioni scomode del vecchio amico Conte. Il quale rischia di ritrovarsi tra poco ai margini della maggioranza e forse oltre, nel senso che l'unico spazio agibile rimane quello dell'opposizione alla riforma lungo un sentiero che porta, è inevitabile, a una crescente tensione con Draghi su questo e altri temi dell'azione di governo. Fino alla plausibile rottura nel corso del semestre bianco.
Il privato cittadino Bettini suggerisce dunque di prendere un'altra strada. Ma non si limita a una prudente correzione. Al contrario, si spinge su un terreno poco familiare alla sinistra e non teme di affrontare antichi tabù. Nell'intervento sul Foglio spezza una lancia a favore dei referendum radicali appoggiati da Salvini. Quindi va oltre la riforma Cartabia, quanto meno condivide la tesi secondo cui la scelta referendaria serve a spingere la riforma e a impedire che il punto di compromesso sia troppo basso. Infatti condivide quasi tutti i quesiti. Uno fra tutti, il più significativo a proposito di tabù infranti: la separazione delle carriere dei magistrati. Vuol dire che nel Pd c'è chi non vuole farsi superare dal gruppo Di Maio, ma nemmeno intende lasciare qualche bandiera radicale in mano a Salvini. A costo di abbandonare tutti i vecchi capisaldi. È il segno che qualcosa sta mutando negli equilibri di governo. E "l'opinione personale" di Bettini incrocia inevitabilmente la strada, questa sì cauta e attenta, di Enrico Letta.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2021
I quesiti riguardano l'elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della legge Severino. Una delegazione di leghisti e radicali, tra cui Matteo Salvini e Maurizio Turco, copresidenti del comitato promotore, ha depositato in Corte di cassazione i sei quesiti referendari sulla giustizia, proposti dal partito di Matteo Salvini e dai radicali italiani. Le firme saranno raccolte dal 2 luglio.
I quesiti riguardano l'elezione del Csm, la responsabilità diretta dei magistrati, l'equa valutazione dei magistrati, la separazione delle carriere dei magistrati, i limiti agli abusi della custodia cautelare e l'abolizione della legge Severino. "Oggi è una bellissima giornata di democrazia cambiamento e partecipazione popolare", ha detto il leader della Lega Matteo Salvini. "Questo è un referendum - ha proseguito - per una riforma vera, profonda e giusta della giustizia attesa da decenni: meno correnti nel Csm, processi veloci, responsabilità civile di chi sbaglia, più tutele per i sindaci. Mentre il Parlamento andrà avanti nel processo delle riforme, gli italiani potranno accompagnare firmando da 2 luglio". "È un aiuto - ha aggiunto -, portiamo una dote al governo Draghi che ha la nostra piena fiducia, e al paese".
Per Maurizio Turco: "Questa sarà la volta buona perché ci sarà qualcuno che difenderà in Parlamento le scelte dei cittadini". Alla domanda se qualcun altro partito appoggerà i referendum, Turco ha risposto: "Abbiamo letto oggi di Bettini che invita il Pd a non isolarsi ulteriormente, in una battaglia di democrazia perché questo è un Paese dal vecchio regime al nuovo regime si è portato dietro leggi, persone, abitudini, consuetudini che non sono più tollerabili".
Fra i quesiti anche l'ingresso degli avvocati nelle valutazioni di professionalità dei magistrati attraverso il rafforzamento del loro ruolo all'interno del Consigli giudiziari. Si prevede infatti l'abrogazione dell'articolo 16 (Composizione dei consigli giudiziari in relazione alle competenze) del Dlgs 25/2006 che limita, per la componente di avvocati e professori universitari, la partecipazione "esclusivamente alle discussioni e deliberazioni relative all'esercizio delle competenze di cui all'articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)".
Vale a dire alle tabelle ed alla vigilanza degli Uffici, nonché alla elaborazione di pareri e proposte in materia organizzativa per i giudici di pace. I legali attualmente sono invece esclusi dalle competenze assegnate al Consiglio dalla lettera b) che prevede la formulazione di pareri per la valutazione di professionalità dei magistrati "ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, e successive modificazioni). Secondo quanto riporta il quotidiano del Cnf il "Dubbio", in una dozzina dei 26 Consigli giudiziari italiani, i laici devo addirittura abbandonare la riunione quando si parla di valutazioni di professionalità dei giudici.
I 6 referendum "per la giustizia giusta". (I testi provvisori dei quesiti, faranno fede quelli pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale a seguito del deposito in Cassazione)
1. Responsabilità civile dei Giudici
QUESITO Volete Voi che sia abrogata la l. 13 aprile 1988, n. 117 ("Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati"), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 2, comma 1, limitatamente alle parole "contro lo Stato"; art. 4, comma 2, limitatamente alle parole "contro lo Stato"; art. 6, comma 1, limitatamente alle parole "non può essere chiamato in causa ma"; art. art. 13, rubrica, limitatamente alle parole "per fatti costituenti reato"; art. 16, comma 4, limitatamente alle parole "in sede di rivalsa"; comma 5, limitatamente alle parole "di rivalsa ai sensi dell'articolo 8"?
2.Separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti
QUESITO Volete Voi che siano abrogati: il r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, di approvazione dell'"Ordinamento giudiziario" nel testo allegato al medesimo regio decreto e altresì risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 192, comma 6, limitatamente alle parole: ", salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del consiglio superiore della la magistratura"; la l. 4 gennaio 1963, n. 1 (Disposizioni per l'aumento degli organici della magistratura e per le promozioni) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 18, comma 3: "La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre"; il d. lgs 30 gennaio 2006, n. 26 (Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n. 150) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: Art. 23, comma 1, limitatamente alle parole: "nonché per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa"; il d. lgs. 5 aprile 2006, n.160 (Nuova disciplina dell'accesso in magistratura, nonché in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell'articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 11, comma 2, limitatamente alle parole: "riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti"; art. 13, relativamente alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: "e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa"; art. 13, comma 1, limitatamente alle parole: "il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti"; art. 13 comma 3: "3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all'interno dello stesso distretto, ne´ all'interno di altri distretti della stessa regione, ne´ con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all'atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall'interessato, per non più di quattro volte nell'arco dell'intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell'ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell'ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché sostituendo al presidente della corte d'appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima"; art. 13, comma 4: "4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all'interno dello stesso distretto, all'interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d'appello determinato ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all'atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento."; art. 13, comma 5: "5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l'anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche"; art. 13 comma 6:"6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all'articolo 10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso articolo 10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa"; il D.l. 29 dicembre 2009 n. 193, convertito con modificazioni in legge 22 febbraio 2010, n. 24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario) nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 3, comma 1, limitatamente alle parole: "Il trasferimento d'ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa previsto dall'articolo 13, commi 3 e 4, del decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160"?
3.Custodia Cautelare
QUESITO Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988 n. 447, "Approvazione del Codice di Procedura Penale" e successive modificazioni, limitatamente all'articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: "o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali é prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all'articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195, e successive modificazioni."'?
4.Abrogazione del testo unico in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo (legge Severino)
QUESITO Volete voi che sia abrogato il decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, recante "Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell'articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190"?
5.Abolizione raccolta firme Lista magistrati.
QUESITO Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 ("Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura"), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, all'articolo 25, comma 3 limitatamente a "unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell'articolo 23, nè possono candidarsi a loro volta"?
6.Voto per i membri non togati dei Consigli Giudiziari
QUESITO Volete voi che sia abrogato l'art. 16 (Composizione dei consigli giudiziari in relazione alle competenze) del Decreto legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 che reca "Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell'articolo 1, comma 1, lett. c) della legge 25 luglio 2005 n. 150?
di Carmelo Caruso
Il Foglio, 4 giugno 2021
"Perché firmo i referendum dei radicali sulla giustizia? Perché non lascio quel patrimonio che si chiama Marco Pannella a Matteo Salvini. Perché i referendum non sono alternativi alla riforma coraggiosa di Marta Cartabia. Perché cosa c'è di più avvincente di un referendum?". Lo dice Enza Bruno Bossio. È una parlamentare del Pd. Il partito non la pensa come lei. "E cosa importa? Non c'è forse più gusto a fare questa battaglia?".
Dunque è vero che il Pd, quando ci si mette, rimane ancora il partito della ragione faticosa e della sorpresa stimolante? Due inviti. Entrambi sono apparsi ieri sul Foglio. Il primo. Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi: "I referendum Radicali perché no? La mia esperienza spero che insegni qualcosa al Pd". L'altro. Goffredo Bettini: "Con una scelta che impegna altro che me stesso, non posso rimanere indifferente rispetto ai quesiti referendari Radicali". Sono i referendum che ha firmato Matteo Salvini, ma non è proprio per questo che bisognerebbe dirgli: "Giù le mani! Non eri tu che straparlavi di carcere?". Ci sarebbe da discutere sulla parola. Oggi sono più "radicali" i referendum o è più "radicale" la riforma della ministra Marta Cartabia.
Perché il Pd preferisce non firmare? Perché Anna Rossomando, che è la responsabile Giustizia, assicura che "la riforma Cartabia è ambiziosissima, arriverà prima dell'estate, e che gli esiti si vedranno ben prima degli effetti di un referendum che, voglio ricordare, deve essere valutato dalla Consulta. Un referendum che, tra le altre cose, rimane abrogativo. Noi crediamo nella nostra ministra. Ma Salvini ci crede?
Quanto è importante questo parlare della giustizia? Tantissimo. Dice sempre la "signora diritto" del Pd: "I cambiamenti che ci servono li otterremo con questa riforma che è sicuramente meno confusa dei quesiti referendari. Si introducono valutazioni sulla professionalità dei magistrati, si riforma, e davvero il Csm". E ha ragione quando aggiunge che nella lettera di Bettini, a vederla bene, c'è molto di più: "Io, ad esempio, condivido la prima parte. L'invito a discutere di garanzie, a ragionare su questi vent'anni velenosi".
Vuole ricordare insomma che questa Lega, fase Voltaire, è una simpatica novità e che vederla passata "dall'agitare il cappio al firmare referendum garantisti non può che rallegrare tutti. Io tuttavia non dimentico la Lega del 'marcire in galera'. Diciamo che la buona volontà la guardo sempre con benevolenza. A Salvini però rivolgo una domanda: è sicuro di aver letto bene cosa ha firmato?".
Cosa fare quindi del "lodo Bettini"? Alfredo Bazoli, altro esperto di codici e giustizia Pd: "Con la sua proposta rischiamo di apparire subalterni a Salvini. Mi sembra che adesso sia scattata una corsa a chi è più garantista. Alcuni quesiti li condivido ma altri no". Walter Verini, tesoriere saggio: "Quando Salvini si presenta in Cassazione cosa fa se non intestarseli? Questi sono referendum a marchio Salvini. Se c'è l'impegno a riformare la giustizia in Parlamento perché agitare la battaglia referendaria? Con la Cartabia la rivoluzione può essere copernicana".
Anche il segretario Enrico Letta ha meditato sulla proposta di Bettini e le ha dato il peso che meritava: l'invito nobile di uomo di intuizioni. Ma quello che pensa Letta è chiarissimo: "Avanti sulla riforma Cartabia, percorso ordinario. E sul garantismo non prendo lezioni da nessuno. Non ho mai utilizzato la frase "giustizia a orologeria".
Parlando ad alta voce ha raccontato che quella espressione che, negli ultimi giorni, tanto ha fatto sorridere ("impunitisti") era del suo Beniamino Andreatta. Avrebbe detto anche che tutti quelli, e si riferiva a Italia Viva, che sono oggi garantisti di platino non lo sono stati nel consentire il passo indietro, nell'ordine, dei ministri Guidi, Cancelleri, Idem, Lupi. È per questo che il segretario del Pd ha voluto incontrare personalmente Uggetti per portargli le scuse di tutta la comunità, "scuse che prescindono dal referendum". Attenzione, non è corretto dire che è paura del referendum.
Stefano Ceccanti "valuterà attentamente il testo finale di ciascun quesito, ma il punto fermo rimane il sostegno all'azione della ministra Cartabia". Valeria Fedeli, ex ministra dell'Istruzione e senatrice Pd, è convinta che "chi sta in Parlamento, e condivide i quesiti referendari si deve impegnare a fare qui e ora le riforme". Dario Stefano, altro importante democratico, precisa: "Per prima cosa restituiamo ai radicali quello che è dei radicali. Il referendum lo hanno promosso loro ed è uno strumento che serve a spronare il Parlamento. Ma una riforma c'è, l'impianto pure. Dunque avanti tutta".
Salvatore Margiotta, ex sottosegretario: "Non mi scandalizza il referendum, ma lo immagino come ultima risorsa". Dovrebbe invece scandalizzare il matrimonio fra Pannella e Salvini. Andrea Marcucci non lo capisce. "Io ricordo quando la Lega esibiva i cappi in Parlamento. Decenni di politica forcaiola e giustizialista. Ed è per questo che non voglio farmi condizionare dall'appoggio strumentale di Salvini sui miei temi. Vediamo allora i tempi, modi e accordi della riforma parlamentare. I referendum Radicali possono però essere certamente un mezzo utile".
Come si vede c'è in corso uno straordinario seminario sulla giustizia. Sta scuotendo sul serio un mondo che troppo spesso ha lasciato ad altri lo stato di diritto. Ieri, Enrico Rossi, l'ex presidente della Toscana, in una sincera intervista all' Huffpost, ha usato parole importanti: "Usciamo dalla fase del giustizialismo e populismo. Ha ragione Bettini".
Potrebbe anche avere ragione l'indomabile Bruno Bossio: "Salvini fa il Radicale? Io lo faccio di più. Raccoglierò le firme, farò banchetti. E dopo la giustizia mi riprendo anche il tema del ponte sullo Stretto. Imitiamolo, ma meglio. Su una cosa la penso come lui. Di lotta e di governo. Che male faccio?".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 giugno 2021
Per Bettini e Marcucci sono da sostenere e "molto utili". Linea opposta dai parlamentari che seguono le riforme della ministra Cartabia. Che oggi vedrà la maggioranza sul nuovo Csm. Per il quale i suoi saggi escludono ogni forma di sortteggio. Nel giorno in cui depositano i sei quesiti in Cassazione, leghisti e radicali scoprono che i loro referendum sulla giustizia hanno estimatori imprevisti.
Nel Pd c'è Goffredo Bettini che ne condivide almeno cinque. In cima alla lista mette il referendum che punta alla separazione delle carriere, proprio quello che ha più probabilità di essere fermato dalla Corte costituzionale che ha già detto che per una riforma del genere non basta un quesito abrogativo ma serve una legge (costituzionale). Il senatore Andrea Marcucci, ex capogruppo e prima fila della nostalgia renziana, considera i referendum "molto utili". Cioè l'opposto di quello che dicono la responsabile giustizia del partito e i parlamentari che seguono le riforme.
In appoggio alla strana coppia referendaria Lega-Radicali - che da inizio luglio a fine settembre dovrà raccogliere 500mila firme per ogni quesito - ci sono anche Iv e tutto il centrodestra. Giorgia Meloni dice che l'iniziativa è "molto interessante". Forza Italia e Azione presentano emendamenti al disegno di legge sul Csm e l'ordinamento giudiziario che riprendono due quesiti radical-leghisti. Di nuovo quello sulla separazione delle carriere e poi quello che assegna diritto di voto agli avvocati nei consigli giudiziari. Gli altri emendamenti di centrodestra vanno da una stretta agli incarichi fuori ruolo per le toghe e alle cosiddette "porte girevoli" tra magistratura e candidature politiche, nuovi criteri di valutazione di professionalità per le toghe (voti e non giudizi), nuovi illeciti disciplinari.
Anche questa volta, per la terza riforma della giustizia prevista nel Pnrr (le altre due sono quelle dei riti civile e penale), la maggioranza non rinuncia a una pioggia di emendamenti al testo base (che anche in questo caso è ancora quello dell'ex ministro grillino Bonafede). Ma stavolta sono 400 e non 700 perché Pd, 5 Stelle e Leu si contengono. Una decina di emendamenti a testa per i primi due, addirittura nessuno da Leu. Questo per una serie di motivi. Intanto il disegno di legge sull'ordinamento giudiziario (delega, ma con norme di immediata efficacia sul Csm) è meno divisivo di quello sul processo penale. Poi la ex maggioranza giallorossa vuole evitare di dare l'impressione di sconfessare la "sua" riforma. Infine i deputati hanno capito che la partita comincerà quando la commissione ministeriale presieduta dal costituzionalista Luciani calerà le sue proposte.
Cosa che avverrà questa mattina, in un incontro al quale parteciperanno la ministra e i capigruppo di maggioranza nelle commissioni giustizia. "La dialettica tra garantisti e giustizialisti è provvidenziale ma non deve diventare un derby" ha detto ieri Cartabia, intervenendo alla presentazione di un libro di Luciano Violante. La commissione di saggi avrebbe ripreso proprio una proposta di Violante, quella di sottrarre il disciplinare dei magistrati al Csm per affidarlo a un'Alta Corte, spiegando però che occorrere una riforma costituzionale. Sulle carriere la commissione si sarebbe orientata a confermare la rigida distinzione delle funzioni già prevista dal testo Bonafede (due soli passaggi in carriera da pm a giudice o viceversa). Mentre sul punto più atteso, quello del sistema elettorale della componente togata del Csm, i saggi avrebbero ripreso le proposte della commissione Balboni (1996) prevedendo il voto di metà mandato e il sistema del voto singolo trasferibile, E avrebbero escluso il sorteggio anche nella forma ridotta (per la formazione di alcune commissioni) previsto dalla Bonafede. Mentre Forza Italia con i suoi emendamenti insiste sul sorteggio.
di Luca Roberto
Il Foglio, 4 giugno 2021
Parla Luigi Manconi: "Nel Pd il garantismo è minoritario ma negli altri partiti è ancora peggio. I referendum promossi dai Radicali sono sacrosanti, se i dem non li sostengono è per diffidenza".
"Solo chi ha una concezione autoritaria, organicistica o consociativa può considerare i referendum una minaccia per la democrazia parlamentare. In realtà sono sempre stati uno strumento di stimolo e di alleggerimento della partecipazione popolare, un'occasione di vitalità per la dialettica democratica".
Se si chiede a Luigi Manconi, che del garantismo, del rispetto della presunzione di innocenza, ha fatto la sua bandiera nell'attività politica (in Parlamento per tre legislature, dai Verdi al Pd), pubblicistica (oltre 30 libri nell'indice d'autore) e nell'attivismo (presiede la fondazione che presta assistenza giuridica A Buon diritto), di commentare l'invito che Goffredo Bettini ha rivolto al Pd perché sostenga i referendum sulla giustizia promossi dai Radicali, quel che si ottiene è una generale approvazione.
"Ho massima stima della ministra Cartabia, penso che il suo tentativo di riforma sia prezioso e mi auguro che giunga a buon fine. Ma ciò non esclude l'utilità dei referendum in questione", dice al Foglio. Condivide la considerazione di Bettini, per cui i quesiti promossi dai Radicali sono "l'occasione che ha la politica per riformare se stessa".
E per cui il Pd di fronte a questa battaglia garantista non può rimanere inerte, lasciando la figura di Pannella ostaggio di Matteo Salvini che già ha preso a farsi vedere per banchetti e conferenze stampa? "Penso che nelle battaglie in cui sono in gioco i diritti fondamentali tutti gli alleati siano i benvenuti, molto pannelliano come principio. Mi alleo anche con chi non mi piace, diceva Pannella", aggiunge Manconi. "E però allo stesso modo questo non mi impedisce di pensare che la Lega sia il partito più giustizialista che c'è in Italia, perché è il più classista e discriminatorio nei confronti degli ultimi, i più vulnerabili. Del resto, nel momento in cui sostieni i quesiti proposti dai Radicali, che sono rivolti in parte a destinatari precisi, e cioè i detenuti, non puoi sostenere quello che ha detto Salvini su Brusca. Il problema è che quello spazio la Lega se l'è andato a conquistare per la totale assenza dei partiti del centrosinistra".
Che hanno preferito ripiegare sull'attendismo, quando non il silenzio, rispetto a prese di posizioni forti. Radicali, per l'appunto. Perché secondo lei, che il mondo dei democratici lo conosce da vicino essendo stato in Parlamento fino al 2018, il Pd è così timido, allora? "Perché la sinistra, che è sempre stata più attenta a tutelare i diritti sociali collettivi invece di quelli individuali, ha sempre avuto dei limiti culturali. Nel Partito democratico il garantismo è appannaggio di una minoranza, pur essendo il partito più garantista di tutti. E poi nel merito, il Pd è sempre stato diffidente nei confronti delle battaglie del Partito radicale, e più in generale dello strumento referendario".
Anche se Bettini ha detto che il Pd dovrebbe essere a favore della separazione delle carriere tra giudici inquirenti e giudicanti. "Ma questo - dice Manconi - è molto discutibile. Perché sul punto il Pd in tutti questi anni si è sempre opposto".
Lei non crede che anche sul rispetto delle garanzie fondamentali si sia verificato un superamento da parte dei Cinque stelle e della Lega, che i democratici si ritrovino a rincorrere su un tema, quello della giustizia, dove avrebbero più agibilità di manovra di altri? "Guardi, le posizioni del ministro Di Maio nei confronti del sindaco di Lodi Uggetti le abbiamo accolte con piacere, ma se hanno destato tanto scalpore è solo perché sono provenute da un leader politico che ha attinto tutta la sua popolarità dall'espressione massima del giustizialismo. E poi le ripeto, dopo il test Uggetti c'è stato il test Brusca a ricordarci che il rispetto delle garanzie nel nostro paese è un orientamento di minoranza. Se dalle persone comuni ce lo si può aspettare, questo non dovrebbe valere per le forze politiche", rimarca Manconi.
Ci sono forze garantiste al di là degli eredi di Pannella? "Sono marginali. Ricordiamoci sempre che anche uno come Matteo Renzi, che ha fatto del garantismo una sua sensibilità, arrivò a proporre Nicola Gratteri come ministro della Giustizia. Anche lui ha avuto un comportamento piuttosto erratico". Ce lo dica, lei parteciperà alla campagna referendaria. "Darò una mano senz'altro". Vuole fare un appello agli amici del Pd perché sciolgano le timidezze di queste ore? "Ma non sono tipo da appelli. Credo nel mio piccolo di aver dato qualche elemento per rifletterci su".
di Liana Milella
La Repubblica, 4 giugno 2021
Salvini deposita in Cassazione con i Radicali i sei quesiti sulla giustizia. A luglio la raccolta delle firme. Partito "di lotta e di governo" diceva Berlinguer ormai decenni fa. E adesso la Lega rispolvera la frase buttandosi nella campagna dei referendum sulla magistratura. Tenendo insieme quello che - almeno razionalmente - non dovrebbe proprio poterci stare. E cioè far parte contemporaneamente del governo Draghi e, con la Guardasigilli Marta Cartabia, fare le riforme della giustizia, e al contempo, in piazza, portare in Cassazione con i Radicali i sei quesiti referendari con tesi da sempre divisive. Bastino, tanto per citarne tre dei sei, quello sulla separazione delle carriere di giudici e pm, quello sulla responsabilità civile e personale dei giudici, quello sull'abolizione della legge Severino. Chissà perché, poi, si vuole eliminare quest'ultima legge che ha fissato un principio logico e razionale: chi viene condannato con una sentenza definitiva per una pena superiore a due anni non può rappresentare i cittadini in Parlamento e neppure in Europa, né stare al governo. Logico no? Per Lega e Radicali pare che non sia così.
Ma tant'è. Da oggi - con i quesiti presentati in Cassazione - fino a quando la Consulta ne deciderà l'effettiva praticabilità, ci sarà tutto il tempo per valutare nel merito ogni proposta. Ma adesso l'interrogativo è un altro. E nasce dalla palese contraddizione che, con uno sforzo esplicativo, la senatrice Giulia Bongiorno - responsabile Giustizia della Lega, nonché avvocato di Salvini, nonché l'ex presidente della commissione Giustizia della Camera che negli anni caldi del governo Berlusconi bloccò il suo intervento repressivo sulle intercettazioni - cerca di far apparire un fantasma che alcuni vedono, ma che in realtà per la sua natura evanescente non esiste. Dice la Bongiorno in piazza Cavour: "Non c'è nessuno scontro in corso. Noi stiamo dicendo che la riforma Cartabia va nella giusta direzione. Parlare di scontro vuol dire non sapere cosa toccano i quesiti e cosa la riforma Cartabia, che sono cose diverse".
È davvero così oppure Salvini e Bongiorno negano l'evidenza? Si può utilizzare, per rispondere, la reazione di un dem sempre equilibrato come il vice presidente dei senatori Franco Mirabelli: "Per noi è il tempo delle riforme, di sostenere il lavoro del ministro Cartabia, non quello delle bandierine da piantare. È forse l'ultima occasione per cambiare e riformare la giustizia, sprecarla per interessi di bottega sarebbe imperdonabile". Ma perché, secondo Mirabelli, i sei referendum hanno un inevitabile effetto nocivo?
Perché si "rischia di rimettere indietro le lancette dell'orologio e ritornare al clima che da almeno 20 anni ha impedito in Italia la ricerca di risposte e soluzioni alle tante cose che non funzionano, preferendo il conflitto manicheo, utile solo per la propaganda, tra giustizialisti e garantisti, partito dei magistrati e partito contro i magistrati, eliminando ogni possibilità di incontro e confronto". Nel Pd non tutti la pensano come lui, basta leggere quanto scrive sul Foglio Goffredo Bettini, il quale considera "condivisibili" il quesito sulla separazione delle carriere, quello sulla custodia cautelare, nonché l'abrogazione della legge Severino.
Ma un fatto è certo. Proprio alla vigilia dell'incontro in via Arenula tra Cartabia e i partiti sulla proposta di riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario del costituzionalista Massimo Luciani e del suo gruppo di studio, l'uscita movimentista della Lega suona come un evidente segnale: qualunque sia la proposta Cartabia, sul Csm, sulla prescrizione, sui tempi del processo, sulle regole che pm e giudici devono rispettare per garantire un processo giusto, non sarà sufficiente. E per questo bisogna andare in piazza e interrogare la piazza. Una sfiducia in nuce.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 4 giugno 2021
Con una lettera al Foglio, l'esponente dem invita la sinistra a riflettere sull'opportunità dei quesiti radicali sulla giustizia. E nel Pd c'è chi lo prende alla lettera. Non bastava l'iniziativa della Lega a sostegno dei referendum radicali sulla giustizia a mandare in fibrillazione la maggioranza. Ora ci si mette anche il Pd, o una parte di esso, a promuovere la consultazione popolare sul tema più sensibile in casa grillina: la giustizia.
E per quanto il leader della Lega, che ieri ha depositato in Cassazione i sei quesiti, si ostini a ripetere che il referendum non danneggerà il governo, ma al contrario aiuterà Mario Draghi a uscire da un imbuto parlamentare, mettendo "in mano ai cittadini" riforme altrimenti irrealizzabili, il problema degli equilibri in maggioranza si pone, eccome. Soprattutto adesso che Goffredo Bettini, membro della direzione nazionale del Pd ed ex maitre à penser di Nicola Zingaretti, ha aperto una falla tra i dem, rompendo implicitamente l'asse col M5S, di cui pure è stato primo teorizzatore, come fa notare ironicamente Italia viva.
Con una lettera al Foglio, Bettini viola il tabù del referendum a sinistra. A titolo "personale", senza chiamare alle armi l'intero partito, ovviamente, l'esponente dem invita il centrosinistra ad aprire una riflessione sul tema giustizia, anche alla luce degli ultimi episodi di cronaca. "In troppe occasioni il selvaggio chiasso attorno alle indagini che hanno riguardato tanti rappresentanti politici e di governo, ha portato a linciaggi personali che poi si sono risolti nel nulla, in assoluzioni che non hanno minimamente ripagato le sofferenze di chi è stato messo alla gogna", spiega Bettini. "È toccato a tutti, da una parte e dall'altra dello schieramento politico", argomenta l'influente ex eurodeputato, portando a titolo d'esempio i casi eclatanti di Antonio Bassolino (19 procedimenti e 19 assoluzioni), Virginia Raggi e Filippo Penati. Ma non solo, perché Bettini mette sotto la lente anche alcune la "congruità di certe condanne", come quella recentissima inflitta a Nichi Vendola, "un vero galantuomo", o quella comminata a Gianni Alemanno, "un avversario politico, non un criminale".
E anche alla luce di questi episodi, Bettini dice non poter rimanere indifferente "ai quesiti referendari", invitando una "sinistra innovativa, democratica e libertaria" ad aprire un confronto franco. Obiettivo: sottrarre alla Lega, "che amava esibire il cappio nelle aule parlamentari", un tema delicatissimo oggi impugnato "un po' pelosamente"
L'esponente dem, pur nutrendo qualche dubbio sul primo quesito referendario, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, che potrebbe togliere serenità ai giudici, promuove sostanzialmente gli altri cinque referendum: separazione delle carriere dei magistrati, limitazioni agli abusi della custodia cautelare, abrogazione della legge Severino, abrogazione della norma che obbliga gli aspiranti consiglieri del Csm a raccogliere firme per candidarsi, l'introduzione del diritto di voto per avvocati e professori all'interno dei Consigli giudiziari.
Per il Movimento 5 Stelle, che col presidente della commissione Giustizia della Camera, Mario Perantoni, aveva già liquidato il referendum come "arma di distrazione", la fuga in avanti di Bettini potrebbe essere un colpo basso. Soprattutto perché proprio sulla riforma della giustizia, e in particolare della prescrizione, i grillini rischiano l'implosione. E l'apertura di un nuovo fronte, con l'alleato del Pd, potrebbe non giovare alla serenità pentastellata e del governo di conseguenza.
Una volta abbattuto l'argine, infatti, tra i dem comincia a farsi largo l'idea che il referendum possa trasformarsi in strumento di pressione politica. In special modo tra chi, pur distante da Bettini, pensa di poter utilizzare i quesiti per allentare l'abbraccio tra Letta e Conte. "Il referendum può essere certamente uno strumento molto utile", dice Andrea Marcucci, esponente di Base riformista e per nulla tifoso dell'alleanza giallo-rossa.
"Mi resta incomprensibile il sostegno della Lega di Salvini, le cui radici sono molto lontane da me, e risalgono al famoso cappio", aggiunge Marcucci. E per quanto Franco Mirabelli e Andrea Bazoli, rispettivamente capigruppo dem in Commissione Giustizia di Senato e Camera, provino a riportare tutti sulla retta via (le riforme si fanno in Parlamento, non nelle urne) il rischio che altri pezzi del Pd possano seguire l'esempio di Bettini resta alto. Una grana in più per Draghi e Marta Cartabia, già alle prese con una mediazione apparentemente impossibile proprio sulla giustizia.
di Roberto Rampi
Il Riformista, 4 giugno 2021
Nella mia convinta e attiva partecipazione al Partito Radicale Transnazionale Trasparito e a quella che un tempo si chiamava "Galassia Radicale" in tutte le sue forme e, a maggior ragione, dopo l'onore di essere stato chiamato a partecipare al Consiglio Generale del Partito, ho sempre messo in conto e praticato, facendone un elemento caratteristico della mia storia personale e politica anche precedentemente e indipendentemente a quella radicale, il dialogo, il confronto e l'incontro con tutti.
E sono assolutamente convinto sostenitore e difensore di quella pratica radicale profondamente e intimamente liberale e democratica che ritiene che si possa fare un pezzo di strada insieme con chiunque quando il cammino si incrocia e l'obbiettivo e la meta sono comuni e che non esistono in politica nemici, nemmeno avversari e men che men diavoli con cui non si può spartire nulla, ma invece vivano idee diverse con cui confrontarsi e rafforzarsi. Ero ragazzo quando difendevo la scelta, contestata da molti, di Marco Pannella di percorrere un importante tratto di strada insieme con l'allora innominabile Silvio Berlusconi, oppure quando decise l'operazione del gruppo tecnico al Parlamento Europeo pur di garantire spazi di partecipazione e di discussione persino con Le Pen padre. Tuttavia non mi convince la possibilità di raggiungere un obiettivo fondamentale come quello della Riforma della Giustizia insieme alla Lega e, in particolare, alla Lega di Matteo Salvini. In un rapporto esclusivo, non occasionale e dichiaratamente strategico per la "costruzione di una nuova classe dirigente".
Non è la Lega che mi preoccupa e tanto meno i singoli esponenti con cui capita quotidianamente di condividere pezzi di strada. Ad esempio, nelle battaglie per i diritti umani in Cina e Tibet (ma non in Russia, sic.). Non mi stupirebbe un cammino comune strategico, ad esempio su aspetti che riguardano le politiche economiche, la fiscalità, la piccola media impresa, l'approccio allo Stato. Ma su giustizia e carceri occorre ricordare che la Lega nasce e fiorisce nei consensi proprio sull'onda emotiva e anti politica degli anni '90, detiene tutt'ora il non invidiabile primato di aver portato il cappio nelle aule parlamentari, ha coltivato il giustizialismo, la detenzione definitiva, il braccio violento della legge come caratteristica fondante e non occasionale della sua identità. La Lega di Salvini, poi, rinasce accentuando queste sue caratteristiche per l'oggi e per il domani e inquadrandole in un progetto sovranazionale di Nuova Destra Europea che incrocia i campioni delle nuove democrature ungheresi e polacche. Quella Polonia che fa della frattura dell'equilibrio tra i poteri dello stato e dell'attacco frontale ai giudici e alla loro indipendenza il fronte più avanzato di un modello che risuona nelle motivazioni di Salvini anche nel momento del lancio quella campagna referendaria.
Non si tratta, purtroppo, di ricostruire un equilibrio spezzato, di dare valore all'intuizione costituzionale di una giustizia ripartiva, lontana da ogni forma di vendetta. Come possono coesistere la concezione giudiziaria di chi è per sbattere in carcere e gettare via le chiavi, di chi giustifica i pestaggi in carcere, di chi si scandalizza ogni volta che viene applicato un istituto di garanzia, di pena alternativa, di clemenza, di chi considera abominio la parola amnistia, di chi mimava il gesto delle manette nei giorni successivi l'arresto di Simone Uggetti, con il modello e le battaglie che solo in casa Radicale si sono potute praticare in tutti questi anni. Non mi scandalizzo. Non mi preoccupo, ma ne occupo. Credo che le finalità siano profondamente diverse. Sono pronto a ricredermi.
Non siamo una caserma e non lo siamo mai stati, le idee possono convivere, nel confronto e nel dibattito, anche quando si raggiunge il massimo della distanza, avendo ben chiari invece i tanti momenti di massima vicinanza. Sarò felice se Gandhi riuscirà a far riporre lo spadone ad Alberto da Giussano, ma penso che su questo cammino i sentieri siano profondamente diversi e nemmeno si trovino nello stesso bosco, ma su pianeti caratterizzati da differenti ecosistemi.
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