di Paolo Biondani
L'Espresso, 25 aprile 2021
"I cittadini non ci capiscono più". Ai minimi di credibilità e autostima, con un Csm lacerato dal caso Palamara, tra riforme gattopardesche e cronici problemi di efficienza e procedure, ora i giudici temono l'affondo finale della politica: "In pericolo la nostra indipendenza". L'Espresso chiede a otto protagonisti della storia giudiziaria, da Caselli a Spataro, dalle procuratrici antimafia a Calvi e Zagrebelsky, perché il sistema legale è al collasso e cosa bisogna cambiare.
di Fabrizio Ventimiglia e Giorgia Conconi
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2021
Con la sentenza in commento la Cassazione si pronuncia in merito agli elementi distintivi delle fattispecie di reato di infedeltà patrimoniale e appropriazione indebita, affermando come le stesse siano "legate nella comunanza dell'elemento costitutivo della deminutio patrimonii e dell'ingiusto profitto, differendo per l'assenza nella seconda di un preesistente ed autonomo conflitto di interessi, che invece connota la infedeltà patrimoniale".
Questa in sintesi la vicenda processuale. Il Tribunale di Roma, decidendo sulla richiesta di riesame relativa al provvedimento del GIP dello stesso Tribunale, confermava l'applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di due amministratori di una società a responsabilità limitata indagati per i reati di riciclaggio, appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale.
Entrambi i destinatari della misura cautelare proponevano ricorso per Cassazione, deducendo l'erronea applicazione della legge penale e l'illogicità della motivazione in riferimento, in primo luogo, al reato di autoriciclaggio, in quanto il Tribunale aveva ritenuto privo di rilievo il mancato raggiungimento della soglia penalmente rilevante delle somme accumulate mediante evasione fiscale e aveva, perciò, ritenuto sussistenti i reati tributari, quali reati presupposto. In secondo luogo, con riferimento ai delitti presupposto di appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale, viene dai medesimi contestato il fatto che il Tribunale non avesse verificato la sussistenza del requisito dell'ingiusto profitto e, in particolare, dell'elemento costitutivo delle due fattispecie di reato, ovvero la deminutio patrimonii. La Cassazione ritiene i ricorsi fondati, sostenendo che il Tribunale del riesame avesse erroneamente ritenuto irrilevante il fatto che la somma accumulata per mezzo della condotta illecita fosse sotto soglia, in quanto il mancato raggiungimento di tale valore minimo comporta l'assoluzione dell'imputato e, pertanto, la constatata insussistenza del fatto penalmente rilevante non permette di ritenere integrato il reato presupposto di autoriciclaggio. In ordine agli altri reati presupposto contestati - di appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale - la Corte conferma l'assenza di una valutazione da parte del Tribunale riguardante gli elementi costitutivi delle fattispecie.
Ebbene, nell'annullare l'ordinanza impugnata, la Corte ravvisa l'insussistenza degli elementi costitutivi del reato presupposto di autoriciclaggio in ragione del fatto che la somma accumulata risulta sottosoglia rispetto al valore penalmente rilevante e che, ai fini dell'integrazione dei reati di appropriazione indebita e infedeltà patrimoniale, è imprescindibile l'accertamento relativo alla sussistenza degli elementi costitutivi alla base delle fattispecie, ovvero i requisiti comuni a entrambe della deminutio patrimonii e dell'ingiusto profitto e, limitatamente alla sola infedeltà patrimoniale, la presenza di un conflitto di interessi.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 25 aprile 2021
"In questi mesi l'epidemia di coronavirus ha messo in luce, ancora di più, i problemi cronici che attanagliano la realtà degli istituti penitenziari. Il Covid ha certamente peggiorato le condizioni dei detenuti: diminuzione drastica delle visite e dei permessi, flessione delle relazioni con il mondo del volontariato, della cultura, della formazione, annullamento delle possibilità per l'inserimento lavorativo. Da ciò scaturisce la considerazione che, per affrontare la crisi indotta dalla pandemia, non si può prescindere dal fatto che il carcere è un insieme di persone, una comunità appunto, nella quale contano le condizioni di ogni singola persona, sia essa un operatore penitenziario che un detenuto o un volontario". Comincia così la lettera che i vescovi della Campania hanno indirizzato alla ministra della Giustizia Marta Cartabia per richiamare l'attenzione della politica e del Governo sui drammi che i detenuti vivono dietro le sbarre e valutare possibili soluzioni.
Una lettera "con una sua forza, e una sua "profezia", spiegano. L'iniziativa sarà presentata stamane nel centro pastorale della Diocesi di Napoli, nel quartiere Sanità, da don Franco Esposito, responsabile del centro pastorale carceraria della Diocesi partenopea, da Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, e da Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti. "La Chiesa è dietro le sbarre", ricordano i vescovi campani ribadendo l'impegno per il recupero e il reinserimento di detenuti ed ex detenuti. Non è un caso, infatti, che l'arcivescovo Mimmo Battaglia abbia inaugurato il proprio ministero pastorale a Napoli partendo proprio dalle carceri. L'iniziativa della lettera indirizzata al ministro Cartabia si inserisce nell'ambito della conferenza episcopale campana presieduta da monsignor Antonio Di Donna, vescovo di Acerra.
Nella lettera alla guardasigilli i vescovi portano l'attenzione sull'importanza delle misure alternative come soluzione per contrastare il sovraffollamento nelle carceri che in questo periodo di pandemia rappresenta anche un pericolo per la salute di chi vive e lavora all'interno degli istituti di pena, ma anche come misura per riconsegnare alla pena quella funzione rieducativa che prevede la Costituzione e quella dimensione umana che la Chiesa invita a non dimenticare. Sono tanti in Campania, come nel resto d'Italia, i progetti sostenuti dalla Chiesa e dalle associazioni per accogliere e sostenere nei percorsi di accoglienza e reinserimento gli ex detenuti.
"È importante trovare strutture alternative di accoglienza", sostengono i vescovi campani. Di qui la proposta di mettere in campo progetti e risorse, sia umane che economiche, per rendere più strutturata e ampia la rete di accoglienza e di responsabilizzazione per chi sconta una condanna. "La risposta alla delinquenza non può essere solo il carcere", è il pensiero dei vescovi campani e di chi, come i cappellani dei penitenziari e i garanti, si impegna ogni giorno per chi è più in difficoltà, per chi vive ai margini della società o all'interno di una cella. Secondo le statistiche, ogni giorno dalle carceri italiane escono circa mille persone e per circa ottocento di loro il destino sembra essere già segnato in mancanza di luoghi di accoglienza, in assenza di percorsi di rieducazione da seguire una volta usciti dal circuito penitenziario, oltre che di un lavoro e a volte anche di una casa. "Sappiamo già che 800 torneranno a farsi e a fare del male", dicono.
Le statistiche sulle recidive parlano chiaro: torna a delinquere meno chi segue il percorso delle misure alternative al carcere, chi viene assistito nel percorso di reinserimento sociale. Dunque, per i vescovi come per il garante, sono quanto mai necessari adeguati interventi e investimenti. È questo il senso dell'appello rivolto a Cartabia: i vescovi campani chiedono al Governo segnali concreti di attenzione verso il popolo delle carceri. "La Chiesa - concludono i prelati - è dietro le sbarre per attestare che la vera giustizia quando salva e rimette l'uomo in piedi, lo include e lo reintegra".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2021
La Cassazione chiarisce e distingue la nozione di medicinale in base alle norme comunitarie e ai fini penali. Ai fini della configurabilità del reato di omissione di atti d'ufficio, il direttore del centro trasfusionale di un'azienda sanitaria non è "oggettivamente" responsabile dell'avvenuta infusione di sangue infetto. I giudici devono dimostrare il nesso causale tra le sue omissioni e il trattamento medico "venefico" realizzato. Va compiutamente effettuato il giudizio di bilanciamento tra il dovere di vigilare - cui è tenuto il responsabile del reparto - e l'agire dei medici posti sotto la sua direzione e che in concreto trattano i pazienti.
Così come - al fine della contemporanea contestazione del reato di somministrazione di medicinali imperfetti - va provata la conoscenza effettiva da parte del direttore che una delle sacche "a rischio" fosse rientrata perché restituita da altro ospedale. Infatti, tale reato, previsto dall'articolo 443 del Codice penale, richiede la coscienza del dolo eventuale.
La Cassazione con la sentenza n. 15463/2021 ha così rinviato a nuovo giudizio di merito il ricorrente accusato e condannato per omissione o rifiuto di atti d'ufficio, per somministrazione di medicinali guasti e per la morte del paziente come conseguenza dei reati di cui è stato imputato.
Nel caso concreto il ricorrente, in qualità di responsabile del centro trasfusionale, aveva preso parte alla riunione del Comitato per la lotta alle infezioni ospedaliere, che - a seguito di precedente decesso di un paziente emotrasfuso - aveva imposto il preventivo esame microbiologico delle sacche di sangue provenienti da un determinato lotto il cui utilizzo altrimenti era da considerarsi vietato. La Cassazione esclude che i giudici di merito abbiano compiutamente provato l'omissione di atti d'ufficio, prevista come reato dall'articolo 328 del Codice penale. Il rilievo sta nella mancata dimostrazione che le direttive del Comitato (il Cio) fossero dirette esclusivamente al responsabile e che questo fosse tenuto in proprio a vigilare che le preventive analisi sulle sacche non vietate, ma sospette, venissero realmente realizzate. Il reato comunque nel caso concreto si è prescritto.
La Cassazione respinge invece il ragionamento della difesa che, in ordine al contestato reato di somministrazione di farmaci guasti, aveva fatto rilevare che la direttiva comunitaria sui medicinali a uso umano, recepita con Dlgs 219/2006, escludeva dal suo campo di applicazione il sangue. Infatti, conferma la Cassazione; che la legge definisce medicinali solo i prodotti derivati da un procedimento industriale. Ma la stessa Cassazione chiarisce che anche se il sangue non è assimilabile a un farmaco la sua somministrazione integra il comportamento sanzionato dalla legge penale. A seguito del rinvio il ricorrente sarà nuovamente giudicato affinché si accerti se abbia agito o meno con dolo eventuale in quanto non si tratta di fattispecie imputabile a titolo di colpa.
Corriere della Sera, 25 aprile 2021
La Garante: "I fragili, per esempio, hanno ricevuto il Pfizer già nel mese di marzo". Non se ne parla, non abbastanza, eppure nonostante gli episodi di tensioni, il carcere - anzi, entrambi gli istituti penitenziari - bresciano è un modello da seguire a livello nazionale. Almeno per quanto riguarda la profilassi contro il Covid. Perché quasi tutti i detenuti sono già stati vaccinati: "Circa l'80%", conferma la garante per i loro diritti, Luisa Ravagnani.
"Qualcuno non ha voluto e ha rifiutato la dose, ma parliamo di una percentuale minima, mentre gli altri che non l'hanno ancora ricevuta sono in fase di valutazione per una serie di patologie e problematiche cliniche da approfondire" in modo che si scelgano tempi e vaccini adeguati. "I fragili, per esempio, hanno ricevuto il Pfizer già nel mese di marzo". E questo sia a Canton Mombello che a Verziano, dove "non si sono registrati né problemi organizzativi, né effetti collaterali gravi". Stesso discorso per il personale: "Anche gli agenti, sostanzialmente quasi tutti, si sono già sottoposti al vaccino, eccezion fatta per coloro che non hanno voluto".
L'auspicio, dunque, "è che si possa andare incontro alla ripresa dell'attività e dei contatti esterni per i detenuti che, ad oggi, vedono giusto me e gli operatori del centro diurno", come prevedono le direttive del Prap e del Dap (rispettivamente il provveditorato regionale e il dipartimento di amministrazione penitenziaria). "La situazione carceri in questo senso è diversa in tutta Italia e le differenze non aiutano, per esempio in relazione ai trasferimenti: un piano omogeneo significherebbe più sicurezza per tutti. Brescia insegna".
sardiniapost.it, 25 aprile 2021
"La vaccinazione dei detenuti in Sardegna è iniziata nella Casa di reclusione all'aperto di Is Arenas dove hanno ricevuto la prima dose tutti i detenuti che hanno aderito alla campagna regionale. Un importante risultato ma una goccia nel mare dei reclusi, occorre accelerare anche perché in alcuni Istituti non è stata completata neppure la vaccinazione del personale dell'amministrazione per le perplessità avanzate verso il vaccino Astrazeneca".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo diritti riforme. "La vaccinazione nella Colonia penale del territorio di Arbus ha interessato una cinquantina di persone private della libertà, nelle prossime settimane - sottolinea Caligaris - è già stata programmata anche un'analoga iniziativa nella Casa di reclusione di Mamone (Onanì), dove si trovano un centinaio di ristretti. Insomma il percorso è troppo a rilento considerando che i grandi numeri sono soprattutto a Cagliari con circa 600 detenuti, Sassari (circa 400), Nuoro (poco meno di 300) e Oristano (circa 260)".
Per la portavoce di Sdr, "senza una tabella di marcia a tappe forzate risulta difficile pensare che in un baleno si possa garantire una maggiore sicurezza a tutti, a partire dagli operatori, soprattutto se sarà necessario fare il richiamo vaccinale. Sarebbe infatti opportuno - conclude - riservare alle carceri il vaccino monodose Johnson". "La campagna di vaccinazione a Is Arenas per i detenuti e il personale e quella nella Casa di reclusione di Oristano Massama per il solo personale sono in pratica concluse - ha sottolineato il direttore Pierluigi Farci - il ritardo si è registrato con la sospensione dell'Astrazeneca. Anche la tipologia dei vaccini non è determinante giacché ciascun detenuto, anche in caso di trasferimento o liberazione, viene accompagnato con i dati forniti dalle aziende sanitarie. La Sardegna è riuscita a contenere l'ondata virale nelle carceri, grazie all'impegno di tutti, personale penitenziario e delle Asl, ma è evidente che completare la vaccinazione significa offrire a tutti un ambiente di vita e di lavoro più sereno".
malpensa24.it, 25 aprile 2021
"Ha trovato compimento la realizzazione di un significativo progetto di reinserimento lavorativo destinato ai detenuti della Casa circondariale di Varese, che potranno contare sulla presenza all'interno della struttura di un giardino botanico e di un orto biologico che consentirà di coltivare prodotti freschi e a chilometro zero", lo ha sottolineato il presidente del consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi in occasione dell'inaugurazione del nuovo orto biologico e sociale del carcere varesino avvenuta nei giorni scorsi.
Il contributo di Regione Lombardia - L'orto è stato realizzato grazie a un contributo regionale di 15mila euro frutto di un emendamento all'Assestamento di Bilancio 2019 di Regione Lombardia presentato dal Consigliere Samuele Astuti (Pd), condiviso poi dallo stesso presidente Fermi che si è adoperato affinché l'erogazione del contributo potesse andare a buon fine in tempo utile.
Reinserimento lavorativo dei detenuti - "Per i detenuti del carcere dei Miogni una occasione in più per sviluppare nuove competenze utili da spendere poi in ambito sociale ma anche un motivo di orgoglio nel potersi dedicare a una attività gratificante e capace di regalare soddisfazioni importanti - ha proseguito Fermi - Una attività che andrà a integrare e ottimizzare la collaborazione che già un paio di anni fa la Casa circondariale di Varese ha avviato con la testata "Cucinare al fresco", dove vengono raccolte le ricette proposte dagli ospiti di numerose case circondariali lombarde. Ora le "ricette varesine" si arricchiranno sicuramente di nuove sperimentazioni culinarie basate sulle genuinità dei prodotti coltivati e utilizzati direttamente in casa propria".
Sinergia tra enti - "Un ringraziamento -ha sottolineato infine il presidente Fermi- , oltre che al Consigliere Samuele Astuti, va ovviamente alla Direttrice della Casa circondariale Carla Santandrea per aver creduto in questo progetto e a tutti i detenuti che vorranno dedicarvi parte del loro tempo e delle loro energie. Un grazie doveroso anche a Ersaf, all'Enaip e al Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria di Milano per aver contribuito alla sua realizzazione".
di Luciana Castellina
Il Manifesto, 25 aprile 2021
Mi domando se la Resistenza sarebbe stata ricordata, e se gli ormai tantissimi nati molto dopo il 1945 ne avrebbero avuto qualche cognizione, se ogni anno, da più di 70, non fosse stata puntualmente commemorata dalle associazioni partigiane e dalle istituzioni antifasciste. Mi pongo questo interrogativo ovvio per non lasciare spazio alcuno a chi - ce ne sono parecchi - considera gli anniversari stanche e retoriche ripetizioni. Sono invece importantissimi perché si tratta di momenti preziosi della vita di ciascuno: quando ci si sente parte di una memoria collettiva. Occasioni sempre più rare, perché di collettivo nelle nostre vite più recenti ce ne è sempre di meno.
Altro è il discorso sul come si usa la memoria, oggi che di partigiani ancora vivi ce ne sono pochissimi e perciò il succo che si trae dal loro vissuto è meno scontato e sempre più arbitrario. Sarebbe bello, per esempio, fare una volta un grande serio sondaggio, articolato per settori di opinione ma anche per generazione, per capire meglio cosa evoca in ciascuno questa data. Non solo per soddisfare una curiosità, ma perché ne potrebbe scaturire un interessante dibattito politico, fra posizioni anche molto diversificate pur emerse da un medesimo schieramento politico e sociale. Se si facesse un simile confronto spererei comunque non si finisse col fare l'elenco dei valori da riaffermare.
Non è così, ma solo se ci si sforza di tradurli in pratica oggi e qui, che si fa un passo avanti. Da quando i protagonisti ufficiali della politica sembrano volersi identificare a partire dai valori, che sono certo importanti ma non tanto se poi non diventano programmi e impegni rispettati, l'identità di ciascuno si è annebbiata e si rischia che appaiano tutti uguali.
A me piacerebbe che da questo 25 aprile partisse una riflessione, comune ma non per questo omogenea, su quello che considero l'aspetto più singolare e straordinario della Resistenza italiana: il coraggio dell'invenzione di una società totalmente diversa che nessuno sapeva ancora come dovesse essere, perché i giovani partigiani non avevano avuto modo di sperimentare una democrazia in nessuna sua forma. La futura società per cui rischiavano la vita era dunque per loro un progetto tutto da verificare ma per il quale si era pronti a dare l'assalto al cielo.
Quel che tuttora più mi colpisce e mi entusiasma della Resistenza è la spregiudicatezza della sfida che, senza il salvagente di stati preesistenti e dei loro garanti, come era altrove in Europa, drappelli di ragazze e ragazzi provenienti da regioni diverse e che la guerra aveva casualmente aggregato su questa o quella montagna, hanno ingaggiato non per recuperare un passato conosciuto ma per conquistare un sistema del tutto sconosciuto che aveva però un pregio fantastico ed era perciò un obiettivo entusiasmante : si trattava di un mondo inesplorato ma sognato.
Proprio di questo coraggio oggi avremmo bisogno. Perché siamo arrivati ad una crisi, di cui la pandemia ha costituito solo l'allarme, così profonda per tanti aspetti tutti però intrecciati, che l'ipotesi di riparare, per farlo ancora vivacchiare, il modello attuale, nonostante qualche sicurezza che ancora garantisce, non interessa più a nessuno. O perlomeno non i più giovani.
Voglio dire che dobbiamo ritrovare quello stesso coraggio dei partigiani perché oggi è indispensabile per ripensare tutto, a cominciare dal nostro modello democratico.
Da quando nessuno sa più dove vengono realmente prese le decisioni che contano - certamente non nel Parlamento nazionale ma neppure in quello europeo visto che in realtà a dettar legge sono gli accordi del tutto privati fra i grandi gruppi multinazionali finanziari e/o industriali e i loro algoritmi - questa democrazia risulta a tal punto svuotata da apparire quasi inservibile.
Il rischio è che ci si arrenda difronte a questa evidenza, ma è anche quello di diventare puramente ripetitivi, illudendosi cha sia possibile rivivere il tempo passato, con un parlamento davvero rappresentativo della società che lo ha eletto, ad essa collegato da partiti capaci di fornire partecipazione consapevole.
Oggi dobbiamo essere in grado di garantire la nostra irripetibile Costituzione ma al tempo stesso di armarci della fantasia e della buona volontà necessarie a costruire nuove e più dirette forme di espressione politica: autogestione collettiva di pezzi almeno della nostra società, per ridurre al minimo il ricorso ad affidamenti che non danno più fiducia: lo stato, il mercato, ma anche referendum imbelli che liquidano enormi questioni con un semplice sì o no.
No, non sto rievocando il mito anarchico, ma certo invocando nuovi intrecci fra democrazia delegata e diretta; sto semplicemente invitando a impegnarsi a inventare nuove forme consolidate di democrazia organizzata da far crescere sul territorio, in cui sia possibile impegnarsi per gestire insieme i beni e i servizi nuovi che bisognerà approntare se si vuole davvero imboccare la transizione a un nuovo modo di produrre e consumare.
Non per chiudersi nella propria comunità, ma come punto di forza per poter con autonomia "tener aperto lo sguardo sull'altrove", come saggiamente consiglia papa Francesco a chi rischia di chiudersi nel proprio "locale". È già su questo terreno che operano una quantità di gruppi cresciuti in questi ultimi anni e che sebbene ancora frammentati attestano l'esistenza di nuove risorse che tuttavia si esprimono in forme diverse da quelle che noi, nella nostra adolescenza, abbiamo incontrato crescendo.
Solo ripartendo da queste nuove esperienze possiamo pensare a un mondo nuovo, e smetterla di piagnucolare su quello che non c'è più. So che ci sarebbe bisogno anche dei partiti di cui siamo nostalgici, perché sono necessari a capire meglio dove si vuole arrivare a lungo termine. E però non li ricostruiremo mettendo insieme i ricordi, o rintracciando parentele, ma a partire dalle sollecitazioni che ci verranno da una società arricchita da nuove pratiche democratiche. I tanti giovani che in questi ultimi anni hanno sentito il bisogno di iscriversi all'ANPI potrebbero essere un canale prezioso per intercettare questa nuova disponibilità a impegnarsi trasmettendo l'esempio della sfida lanciata nel 1943.
recensione di Francesca Visentin
Corriere del Veneto, 25 aprile 2021
Stefano Cucchi segue il carabiniere che l'ha arrestato, dietro c'è n'è un altro. D'un tratto il carabiniere davanti si volta di scatto, molla un ceffone in pieno volto a Stefano e lo spintona con violenza. Mentre Stefano, stordito, vacilla, l'altro carabiniere lo colpisce con un possente calcio. Stefano finisce violentemente a terra. Il tonfo della testa sul pavimento è così forte che un terzo carabiniere sobbalza. "Basta, finitela! Così lo ammazzate!" grida, spingendo via gli altri. Ma prima che possa allontanare anche l'ultimo, questa sferra un calcio in faccia a Stefano.
Violenza, abusi, ingiustizia, depistaggi, hanno segnato il caso Stefano Cucchi e condannato a morte il giovane romano. Una storia ricostruita dallo scrittore veneziano Andrea Franzoso con Ilaria Cucchi, nel libro che esce il 4 maggio Stefano. Una lezione di giustizia (Fabbri Editori, copertina disegnata da Makkox). È il primo volume della nuova collana Fabbri L'educazione civica raccontata ai ragazzi per avvicinare i giovani ai grandi temi dell'educazione civica. Accanto alla storia, ricostruita nei dettagli, capitolo dopo capitolo ci sono pagine e schede che spiegano in modo chiaro concetti come diritti e libertà personale, potere coercitivo dello stato, polizia giudiziaria, arresto, procedimento penale e molto altro.
Andrea Franzoso, oggi scrittore, nel 2015 denunciò gli illeciti del presidente di Ferrovie Nord Milano, il suo gesto coraggioso gli costò il posto di lavoro, ma portò all'approvazione nel 2017 della legge a tutela dei whistleblower, chi denuncia malaffare e illeciti. Franzoso si occupa adesso di educazione civica e fa lezione nelle scuole attraverso i suoi libri.
Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi era a cena dai genitori, quindi uscì con la cagnolina Micky e un amico. Una sera come tante, che finì nel modo peggiore. Stefano fu arrestato e a casa non tornò più. Andrea Franzoso e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, ripercorrono passo dopo passo il dramma che portò alla morte del ragazzo: la notte dell'arresto, la prigione, gli ultimi drammatici momenti, i depistaggi, la durissima battaglia giudiziaria. Ogni tappa apre a un approfondimento: sui diritti, sul sistema carcerario, sul ruolo delle forze dell'ordine, sui tribunali. I fatti che hanno coinvolto Stefano diventano nel libro una storia che riguarda tutti, lezione di giustizia e di educazione civica, perché tutti potremmo essere Stefano.
"Una storia vera che può capitare a ognuno di noi - evidenzia Andrea Franzoso - per questo è importante conoscere, capire il rapporto tra libertà e potere, riflettere sulla giustizia e sui diritti. È un libro rivolto agli adolescenti, ai ragazzi delle superiori, un esempio di quello che non dovrebbe succedere in uno stato di diritto". Franzoso è stato anche ufficiale dei carabinieri. "Proprio da ex carabiniere questa vicenda è una macchia per tutta l'Arma, mi ha fatto molto soffrire - dice. Ma soprattutto i depistaggi e l'insabbiamento suscitano indignazione, sono stati la cosa peggiore: una parte dello stato ha pensato di essere al di sopra delle leggi".
"Il 14 novembre 2019 è stata pronunciata la sentenza di primo grado che ha condannato i carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro a dodici anni di carcere per omicidio preterintenzionale. I carabinieri Tedesco e Mandolini a due anni e sei mesi, e tre anni e otto mesi, per la falsificazione del verbale d'arresto - ricorda Ilaria Cucchi. Il reato di calunnia, invece, è caduto in prescrizione: è passato troppo tempo e benché sia stato dimostrato il tentativo dei due carabinieri di indirizzare i sospetti verso tre innocenti, di questo non devono più rispondere e non possono essere condannati. Così come nessuno risponderà delle false testimonianze rese in aula: la legge, infatti, tollera che una persona possa mentire per cercare di evitare il carcere". In questo caso giudiziario la verità è arrivata solo perché Ilaria Cucchi ha continuato ostinatamente a dare battaglia, contro ogni potere forte e nonostante i depistaggi. Ma se accadesse ancora?
livesicilia.it, 25 aprile 2021
Prosegue l'attività ispettiva del Partito Democratico della Sicilia negli istituti penitenziari dell'Isola. Una iniziativa voluta per "monitorare" lo stato di salute dei detenuti e verificare eventuali carenze (sanitarie, personale di polizia penitenziaria e servizi di assistenza) e lo stato della copertura vaccinale anti covid per l'intera popolazione carceraria che comprende, oltre ai detenuti, anche il personale che quotidianamente frequenta gli istituti.
Dopo l'accesso, nei mesi scorsi, nella casa circondariale Lo Russo-Pagliarelli di Palermo, oggi il segretario regionale del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo ha "visitato" il penitenziario di Giarre, in provincia di Catania assieme a Maria Grazia Leone, responsabile del dipartimento Diritti del Pd Sicilia incontrando la responsabile dell'area 'trattamento', il comandante del personale della polizia penitenziaria, Sergio Bruno, il responsabile medico, Sebastiano Russo e gli stessi detenuti ospitati nella casa circondariale di via Ugo Foscolo.
"I detenuti sono stati vaccinati quasi totalmente ed a maggio - afferma Barbagallo - ultimeranno il ciclo con la seconda dose, stessa cosa dicasi per il personale". Mentre ci sono "evidenti problemi legati alla carenza di personale: 31 unità a disposizione rispetto alle 34 previste dalla pianta organica - afferma Maria Grazia Leone - e alle 57 stimate come dotazione minima indispensabile. Ciò comporta una sproporzione dei carichi di lavoro per gli agenti penitenziari oltre che a problemi legati a riposi che non potranno mai essere goduti. Inoltre la notte i turni sono coperti da 3 o due unità e in caso di emergenza questo può rappresentare un rischio sia per il personale sia per i 50 detenuti attualmente presenti".
"Presenteremo una interrogazione- annuncia Barbagallo - soprattutto per le criticità di tipo sanitario, in particolare per integrare le ore previste per il trattamento e la cura dei profili di psicologia e psichiatria. Le ore riconosciute in capo alle figure dello psichiatra (5 ore settimanali) e dello psicologo facenti capo all'ASP oltre che quelle dello psichiatra (5 ore settimanali) e dello psicologo facenti capo del SERT, sono chiaramente insufficienti. Inoltre sentito il responsabile dell'area sanitaria si sono appurati due casi di detenuti, rispettivamente di 30 e 50 anni, che necessitano di interventi chirurgici ortopedici delicati, non più rimandabili". Il PP Sicilia ha già programmato una prossima visita ispettiva nel penitenziario di Agrigento.
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