di Anna Foti
ilreggino.it, 27 aprile 2021
Il Garante Siviglia: "Sforzo corale per preservare i detenuti". La somministrazione del siero in atto in tutti gli istituti penitenziari della regione. "Ad oggi, su una popolazione che in Calabria supera le 2.500 persone, sono 1.000 i detenuti che risultano essere stati già vaccinati". Questo il quadro delineato dal garante regionale delle Persone private della libertà personale Agostino Siviglia, che ha assicurato la somministrazione del siero protettivo in atto in tutti e 12 gli istituti penitenziari calabresi. "La vaccinazione è in corso, sia per le persone detenute che per il personale impegnato nelle carceri, in tutte le province con qualche ritardo che si sta recuperando nel cosentino", ha spiegato il garante regionale.
In un certo frangente messa in discussione la loro presenza, a seguito della mobilitazione dei garanti delle Persone detenute, le carceri sono tornate a figurare in questa fase del piano vaccinale, producendo una ripresa anche in Calabria, dove il focolaio accertato nel carcere di Catanzaro, con 100 detenuti e una ventina di agenti di polizia penitenziaria contagiati in un'unica sezione e purtroppo due decessi, aveva destato grande preoccupazione. Una situazione, quella del carcere di capoluogo di regione ad oggi rientrata.
L'emergenza nell'emergenza a Catanzaro - "Nelle tre settimane successive all'individuazione del focolaio si è proceduto con l'isolamento delle persone contagiate che per venti giorni sono rimaste nella camera di pernottamento senza poter uscire, neppure per l'ora d'aria, e senza avere contatti, proprio per evitare ulteriori contagi. Un sacrificio che ha prodotto risultati dal momento che ad oggi la negativizzazione è quasi completa. Vi sono solo otto detenuti e quattro agenti di polizia penitenziari ancora positivi.
Grazie all'impegno tempestivo della direttrice Angela Paravati, incrementata anche l'attività di prevenzione con la somministrazione di tamponi e implementato di cinque unità lo staff di infermieri in servizio presso quella sezione dove, è immaginabile, quanto sia stato complicato e complesso gestire l'emergenza. In qualità di garante ho subito sollecitato le vaccinazioni, avviate lo scorso 26 marzo. Dopo una breve interruzione, per via di una decisione del commissario straordinario Figliuolo poi mediata dall'intervento di noi garanti, le vaccinazioni sono riprese regolarmente e adesso sono in corso in tutte carceri calabresi", ha evidenziato ancora il garante regionale.
Situazione sotto controllo - Su una popolazione di 2.573 detenuti, in Calabria il contagio ha riguardato circa 120 persone, di cui un centinaio solo a Catanzaro. "Il virus, che nelle prime ondate non aveva riguardato le carceri nella nostra regione, nel mese di marzo ha fatto registrato un allarme nel carcere catanzarese subito fronteggiato e superato. Qualche contagio c'è stato anche nelle carceri di Vibo, Crotone, Cosenza, Reggio Calabria, Locri ma la situazione è stata prontamente gestita senza particolari criticità. Lo sforzo da parte del Dipartimento amministrazione penitenziaria, dei Garanti e del Servizio sanitario nazionale, al quale afferisce la salute nelle carceri, è stato corale", ha spiegato ancora il garante Agostino Siviglia.
Le conseguenze della pandemia - Nonostante la limitatezza dei contagi, l'emergenza ha avuto un impatto molto forte sulla vita dei detenuti. "L'emergenza Covid ha aggravato la condizione di isolamento dei detenuti. Il mondo carcerario è chiuso e la pandemia, per motivi di sicurezza, lo ha escluso ulteriormente. Si è resa infatti necessaria la sospensione delle attività trattamentali legate alla dimensione ludico-ricreativa, culturale e teatrale. L'accesso ai volontari è stato precluso. Durissima prova anche per la dimensione affettiva con l'impossibilità di incontrare i familiari in presenza. Gli stessi spostamenti per andare a trovare un familiare detenuto non sono, infatti, giustificati per motivi di necessità e urgenza.
Misure molto severe, finalizzate a proteggere l'ambiente carcerario dove la gestione degli spazi non ha margini molto ampi e dove sarebbe molto complicato gestire e contenere una eventuale diffusione del virus. Persino le attività scolastiche hanno subito una diversa e non uniforme organizzazione. Non tutti gli istituti penitenziari sono, infatti, dotati di cablaggio tale da potere garantire la didattica a distanza. Al momento possono garantirla gli istituti di Catanzaro, Crotone, Cosenza, Palmi. Negli altri c'è comunque il massimo impegno dell'area educativa-pedagogica per assicurare l'attività tramite, per esempio, l'invio di materiale con posta elettronica e altre soluzioni alternative", ha sottolineato Agostino Siviglia.
In Calabria un sovraffollamento minimo - Se dunque prima della pandemia il miglioramento registrato sul fronte del sovraffollamento nazionale - la popolazione carceraria scesa da 66 mila persone e più di 50mila - faceva ben sperare per un aumento complessivo degli standard detentivi, oggi negativa è un'altra valutazione. "Il sovraffollamento in Calabria riguarda solo qualche istituto e con numeri non critici. Per esempio a Crotone su una capienza di 90 persone, ne sono presenti 120. Situazioni nella norma invece, a Reggio Calabria, con 160 detenuti come da capienza, ad Arghillà con circa 280 detenuti a fronte di una capienza di 300 persone e a Catanzaro, il carcere più grande e articolato, con circa 560 persone a fronte di una capienza di 600 detenuti. Ad oggi dunque le valutazioni critiche, a livello nazionale, riguardano la qualità della vita detentiva, privata del vitale contatto con i familiari e con l'esterno. Una condizione sulla quale, appena la pandemia lo consentirà, si interverrà subito ma sempre con la cautela necessaria", ha concluso il garante regionale per le Persone detenute Agostino Siviglia.
di Sandra Berardi*
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Avevo iniziato a scrivere della famiglia Zagari a dicembre del 2017, all'indomani dell'arresto di Italia, Rosita e Carmine, due sorelle e un fratello, che sono convinta, a leggerne le vicende, vittime del pregiudizio che alle latitudini calabre diventa marchio criminale. Poi ho desistito sperando che la Giustizia facesse il proprio corso.
Ma che giustizia è quella che permette di condannare le persone ad anni e anni di carcere sulla base del nulla? E come non considerare "nulla" l'intercettazione del rumore di due comuni buste di spesa spostate in una macchina? E può il nulla di questa intercettazione determinare una condanna ad otto anni di carcere? Probabilmente no. In nessuna altra parte del mondo. Ma in Calabria si!, ed è possibile grazie al libero convincimento di un giudice che difficilmente sarà stato immune dai luoghi comuni e dalle narrazioni mediatiche. Come spiegare altrimenti quelle buste di spesa spostate in macchina diventate "verosimilmente" i viveri che si dovevano portare al latitante! Ecco, è bastato un avverbio scritto tra due cose comuni e un cognome "pesante" per trasformare una persona da madre di famiglia che fa la spesa in criminale da sbattere in galera per 8 anni.
Per Carmine Zagari, invece, il non essere presente in nessuna riunione di quelle intercettate nell'operazione Terramara closed ha determinato la certezza che "l'assenza (alle riunioni ma anche dai discorsi intercettati) ne conferma lo spessore criminale ed è indiscutibile che sia il "capo" al punto da metterlo in 41 bis.
Quella della famiglia Zagari è una storia come tante qua in Calabria, che ben rappresenta l'eredità mai sfumata della famigerata "Legge Pica", dove il legame di sangue è di per sé elemento criminalizzante e il cognome diventa marchio di appartenenza ad un "locale di ndrangheta".
In questi casi non serve aver commesso un reato, basta amare un uomo o una donna della famiglia incriminata, o anche avere un semplice rapporto di amicizia, per ritrovarsi puntati i fari della Dda e magari indagati in una delle tante operazioni antimafia, spesso di facciata, tanto care alla novella inquisizione. Nei mesi scorsi l'ennesimo teorema sulla famiglia Zagari, a carico di Pasquale questa volta. E Pasquale Zagari, a differenza delle sorelle e del fratello, ha un passato.
Un vissuto che appartiene, appunto, al suo passato; e con il quale ha chiuso da tempo immemore. Un uomo che ha trascorso più di metà della sua vita in carcere per fatti risalenti agli anni 80 e una condanna all'ergastolo per "concorso morale" in fatti di cui non poteva sapere niente e a cui non era nemmeno presente. Ma tant'è. Ora, dopo aver ottenuto il ricalcolo della pena grazie alla sentenza Scoppola che ha tramutato l'ergastolo in una condanna a tempo, il suo cognome, assieme al pregiudizio, sono bastati a farlo arrestare nuovamente con l'accusa di estorsione che non ha ragione di esistere, e nemmeno le "prove" esistono.
Eppure il Pasquale Zagari di oggi è un uomo diverso, un uomo che è riuscito a cambiare, come rispondeva sempre a chi gli chiedeva se il cambiamento fosse maturato durante gli anni del carcere. Pasquale si è battuto a lungo affinché venisse riconosciuto questo cambiamento, sia mentre era ancora in carcere sia quando è uscito. Un uomo che ha preso le distanze pubblicamente e fattivamente dalle dinamiche criminali che avevano segnato la sua gioventù, diventando testimone di questo cambiamento nelle scuole e nelle piazze dove ha avuto l'opportunità di parlare, facendosi testimone di un'antimafia sociale, dal basso, che può venire solo da chi è riuscito a sconfiggere i presupposti degli errori del passato dentro di sé.
Un'antimafia che non veste i panni dei "professionisti dell'antimafia" sempre pronti a individuare il nuovo nemico pubblico per non perdere la rendita di posizione acquisita. No, Pasquale è un uomo che ha pagato sulla propria pelle essere nato a Taurianova, chiamarsi Zagari e aver fatto scelte sbagliate. Ma tanto ha fatto e tanto ha pagato. Eppure, da queste parti non basta. Eh già! Il Pasquale Zagari cambiato va a sconfessare tutta una letteratura (e qualche carriera) costruita sulla "famiglia Zagari tra le cosche più potenti della Piana".
Figuriamoci il Pasquale Zagari cambiato che, addirittura torna al suo paese e prende parola in pubblica piazza contro la ' ndrangheta! Non può esistere! Non sia mai detto che un ex 'ndranghetista possa diventare testimonianza vivente di quanto siano state sbagliate le proprie scelte e lanciare messaggi positivi ai giovani, che non ripetano i suoi errori, pagati uno a uno, e a caro prezzo. No, a Pasquale non è concesso. Avrebbe potuto rifarsi una vita lontano dalla sua terra, come pure aveva iniziato a fare da quando era uscito: prima a Como, poi a Padova e a Roma. Bussando con pazienza a tutte le porte per trovare un lavoro e provare a costruirsi un futuro nel poco futuro rimasto; e ci stava riuscendo pure.
L'estate scorsa è venuto a trovarmi a Cosenza; aveva mille idee e progetti per continuare quel cammino di denuncia e riscatto sociale che aveva iniziato ad assaporare tra gli studenti e le persone normali, tutti letteralmente rapiti da quella sua narrazione che non fa sconti a nessuno. A cominciare da se stesso. E non ne fa alla ' ndrangheta, che al Pasquale di oggi fa schifo, e lo rimarca pubblicamente. Non è antimafia questa? Ecco, quello che hanno arrestato, e che vogliono condannare, è il passato di Pasquale Zagari, volutamente ignorando e calpestando l'uomo di oggi; l'uomo che negli ultimi anni stava facendo di tutto per ricucire lo strappo con la società di 40 anni prima. E ci stava riuscendo.
*Presidente Yairaiha Onlus
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 27 aprile 2021
Al di là delle sentenze, quando la magistratura avverte l'esigenza di comunicare con la società o con altre istituzioni utilizza i due canali dell'Associazione nazionale magistrati (Anni) e del Consiglio superiore della magistratura (Csm).
Le sciagurate vicende di corruzione e di malcostume giudiziario venute alla luce attraverso lo scandalo Palamara hanno inciso negativamente (e speriamo temporaneamente) sulla credibilità e l'affidabilità di questi due canali, ma per fortuna esiste una terza istanza idonea a portare all'esterno la voce della magistratura. Si tratta del ministro della Giustizia, carica attualmente ricoperta da una costituzionalista di indiscussa preparazione e prestigio quale è Marta Cartabia.
Ebbene, di fronte alla crisi che sta attraversando la magistratura italiana - senza dubbio la più grave dell'intero periodo repubblicano - l'attuale ministra della Giustizia ha avvertito l'esigenza di rilasciare un'intervista a tutto campo pubblicata domenica scorsa su La Stampa, come per rassicurare l'opinione pubblica che, grazie a necessarie e opportune riforme, giustizia e magistratura continueranno a svolgere la loro funzione di caposaldi irrinunciabili dell'ordinamento democratico.
In occasione dell'anniversario della Liberazione Marta Cartabia ha evocato il "patto fondativo" della Repubblica italiana tra forze politiche profondamente diverse e in contrasto tra loro, ma sorrette dal comune obiettivo di dotare la nazione di un'ottima Costituzione, che tuttora ci governa. Costituzione che esprime appunto il momento di equilibrio tra le contrapposte esigenze dei tre principali schieramenti politici presenti nell'Assemblea Costituente - socialcomunisti, democratici cristiani e liberali; equilibrio ora richiamato dalla ministra Cartabia in vista di un pacchetto di riforme ispirate dall'obiettivo comune di avere una giustizia rapida e amministrata da magistrati credibili.
Marta Cartabia ha nominato commissioni di giuristi - magistrati, professori, avvocati - per affrontare e discutere insieme i principali nodi della crisi della giustizia, dalla logica spartitoria che attualmente connota l'attività delle "correnti" nell'attribuzione degli incarichi direttivi ai vari rimedi indispensabili per realizzare l'obbiettivo di una giustizia rapida: istituzione dell'ufficio del processo, formato da giovani laureati in giurisprudenza chiamati a coadiuvare giudici e pubblici ministeri nella loro attività quotidiana; aumento di 11.000 unità degli organici del personale amministrativo nel prossimo triennio; aumento del numero dei magistrati in rapporto alla popolazione; riforme del processo penale, civile e tributario; potenziamento di forme alternative di risoluzione delle controversie, quali l'arbitrato, la negoziazione assistita e la mediazione.
Non ultima, evidentemente, è la riforma del Csm, a cui vorrei dedicare particolare attenzione. L'obiettivo principale dei costituenti fu di garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dal potere politico, in radicale antitesi con la situazione - di fatto e anche in diritto per il pubblico ministero - di sostanziale dipendenza dal potere esecutivo durante lo stato liberale e poi, soprattutto, nel periodo fascista.
Questo obiettivo si è tradotto nell'istituzione di un Csm formato per due terzi da componenti togati, eletti tra le varie categorie di magistrati, e per un terzo da componenti laici - professori e avvocati - eletti dal Parlamento. Ebbene, con il trascorrere degli anni e con la progressiva crisi del sistema politico nel Csm è specularmente aumentata l'incidenza dei magistrati, sino a forme di esasperata autotutela corporativa e di impropri rapporti con esponenti dei partiti.
Si pone quindi il problema della riforma dell'organo di autogoverno della magistratura, che comporta necessariamente una modifica costituzionale. Se ne occuperà una apposita commissione istituita dalla ministra della giustizia, e non è questa la sede per entrare nei particolari. E comunque auspicabile che nel futuro Csm i magistrati non siano più in maggioranza e che il relativo sistema elettorale sia strutturato in maniera tale da escludere l'attuale degenerazione correntizia.
Al fine di evitare un'eccessiva politicizzazione, dannosa tanto quanto lo strapotere delle correnti tra i magistrati, i componenti laici non dovrebbero più essere eletti dal Parlamento e non dovrebbero necessariamente essere tutti professori di materie giuridiche e avvocati; esponenti di rilievo della società civile potrebbero svolgere un ruolo positivo per evitare forme di autotutela corporativa capaci di estendersi dai magistrati al più vasto e altrettanto pericoloso ceto dei giuristi.
di Dario Antonelli
Il Manifesto, 27 aprile 2021
Fares Shgater aveva 25 anni era nato ad Ariana in Tunisia e abitava a Livorno. Nella notte tra il 24 e il 25 aprile è morto nel corso di un controllo di polizia. Il suo corpo è stato ritrovato dai Vigili del Fuoco a circa quattro metri di profondità nel Fosso Reale, lo specchio d'acqua di fronte alla Fortezza Nuova, a sei metri dall'ingresso del Voltone, la via d'acqua che passa sotto Piazza della Repubblica. Intorno alle 23:30 una pattuglia della polizia avrebbe provato a fermare Fares nell'area tra Piazza della Repubblica e Piazza Garibaldi.
Non è chiaro in che maniera sia finito nell'acqua, ma ad ogni modo non ne è uscito vivo. Sul momento erano intervenuti anche due militari della Folgore in servizio per l'operazione strade sicure. Secondo la stampa locale senza calarsi in acqua gli agenti e i militari avrebbero cercato il giovane con delle torce, per poi chiamare i soccorsi.
Dal giorno successivo gli amici di Fares si ritrovano sulla spalletta che si affaccia sul Fosso Reale proprio nel punto in cui è stato rinvenuto il suo corpo. Questo è diventato un luogo di memoria, di dolore, ma anche di aggregazione e confronto di fronte alla rabbia per la morte di un amico. Sono state tese delle corde tra i lampioni per appendere foto e messaggi di affetto per Fares, oltre ad alcuni striscioni che in arabo e in italiano chiedono giustizia "Stop alla violenza e al silenzio". Sul muretto sono comparsi ceri e candele, e si legge a caratteri neri "Giustizia per Fares" e "Basta razzismo!".
Alle 15 del 26 aprile tanti ragazzi originari della Tunisia si sono dati ritrovo in quel punto. Hanno tanta voglia di parlare e raccontano di precedenti episodi di violenza durante i controlli di polizia "nel 2013 mi hanno gettato nell'acqua i poliziotti", racconta uno dei presenti. Altre voci riportano simili storie di minacce e violenza. "Non si può morire così, siamo tutti uguali, non importa se sei straniero o se commetti dei reati" dice una ragazza. In Piazza della Repubblica ci sono due camionette della polizia e numerosi agenti.
Med Amine è cresciuto insieme a Fares, sono arrivati qua insieme, sono come fratelli. "Vogliamo sapere cosa è successo. Non si può morire così. Fares aveva il permesso di soggiorno di sei mesi, tra poco avrebbe avuto un lavoro, non gli hanno trovato addosso droga o altro. Se scappava è perché noi tunisini abbiamo sempre paura dei controlli, paura della polizia, paura di essere rimpatriati per un qualsiasi motivo, dopo tutto quello che abbiamo passato per arrivare qua". Il 27 aprile, dice Med, "il nostro avvocato dovrebbe incontrare il magistrato per chiedere le riprese delle telecamere della zona e vedere cosa è successo davvero".
Alle 17 gli amici di Fares si mossi verso la questura con un piccolo e rumoroso corteo, aggirando i blocchi della polizia. In piazza erano presenti anche molti solidali, abitanti del quartiere, membri di altre comunità straniere, associazioni e collettivi. Una delegazione è stata ricevuta dal questore, che si è limitato a dire, secondo i presenti, che si aspetta il lavoro della magistratura. La Procura di Livorno ha infatti aperto un fascicolo sul caso. Gli amici di Fares e i solidali attendono chiarezza sul caso e comunque ribadiscono che non si può morire in questo modo, e chiedono che la vicenda di Fares non finisca nel silenzio.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 27 aprile 2021
Una sedia messa sulla strada per occupare un posto auto. Un espediente utilizzato per sancire con arroganza un diritto non acquisito, per rivendicare una proprietà che non si possiede. Da qui è iniziata la lite che poi ha avuto il tragico epilogo che ha portato all'omicidio di Maurizio Cerrato a Torre Annunziata. Quante volte abbiamo visto uno "stendi-panni", un secchio, un qualsiasi oggetto ingombrante davanti a un marciapiede per scoraggiare dall'idea di parcheggiare la propria autovettura in uno spazio considerato territorio proprio e inviolabile. E quanti, tra coloro che hanno voluto sfidare questa prepotenza, si sono poi ritrovarti con le gomme bucate!
Chi si sentiva padrone di quel lembo di strada di Torre Annunziata, questa volta è andato oltre. Non si poteva consentire l'affronto di chi, spostando quella sedia, non ha riconosciuto il potere su quello stallo. Come bestie feroci si sono scagliati con inaudita violenza contro il povero custode degli scavi di Pompei, e mentre in tre lo trattenevano, un quarto componente del branco ha compiuto lo scempio, accoltellandolo a morte.
È una scena che si ripete troppo spesso dalle nostre parti. Uomini rapaci si scagliano contro vittime inermi colpendole senza pietà, fino togliergli la vita. Era avvenuto tre anni fa a Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a bastonate da tre minorenni alla stazione della metropolitana di Piscinola. Questa volta è accaduto a Torre Annunziata, nel quartiere chiamato Provolera, dove un tempo abitavano gli addetti della attigua "Real fabbrica di polvere", la cosiddetta Polveriera. Periferie senza più connessione con il centro della città, dove si va consolidando un processo di marginalizzazione e si vanno smarrendo l'identità comune e un destino condiviso dalla popolazione locale.
A differenza dell'episodio di cui rimase vittima Della Corte, a Torre Annunziata ci sono state delle persone che hanno assistito all'aggressione, testimoni che però non hanno voluto fornire la loro collaborazione. Un fatto grave, che seppur motivato dalla paura, ha rischiato di isolare ancor di più la famiglia della vittima, mentre invece queste testimonianze avrebbero potuto dare una svolta alle indagini. La tempestiva azione investigativa dei Carabinieri ha però permesso di individuare gli assassini che sono finiti in carcere.
Tuttavia, nelle pieghe di questa drammatica vicenda, mi sembra di poter scorgere due fatti nuovi. Innanzitutto le ferme parole dell'arcivescovo di Napoli durante le esequie di Cerrato: "La prima mafia si annida nell'indifferenza, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall'altra parte".
Una presa di posizione netta rivolta anche a "tutti i preti e a tutti i cristiani" a cui don Mimmo ha chiesto chiarezza di vita e coraggio, fino al martirio. "Non mi spaventa il rumore dei violenti ma il silenzio degli onesti", ha ribadito Battaglia. Affermazioni che delineano una sollecitudine ancora più decisa della chiesa di Napoli nel denunciare quei comportamenti malavitosi e omertosi che permettono alla camorra di espandersi senza alcun freno. Una nuova prospettiva che potrebbe dar vita ad una stagione rinnovata di impegno contro la mentalità camorrista e il malaffare che tante volte sembrano sopraffare e soffocare Napoli e il suo hinterland.
In un piccolo ma significativo sondaggio fatto tra alcuni giovani impegnati nelle parrocchie e nelle realtà associative ecclesiali, è emerso che il 70% di questi lascerebbe Napoli, avendone la possibilità. Non è solo la mancanza di lavoro a determinare questa volontà. La presenza della malavita, l'illegalità diffusa e la mancanza di coesione tra gli attori istituzionale e della società civile sono fattori altrettanto importanti che stanno determinando un senso di scoraggiamento e di disaffezione tra le nuove generazioni, che non riescono ad intravedere il proprio futuro nella terra dove si è nati. È un fenomeno preoccupante che non lascia indifferente la chiesa napoletana.
L'altro elemento rilevante nella vicenda di Torre Annunziata è stata la grande reazione della famiglia di Cerrato. Le parole di Maria Adriana, la figlia ventenne del custode, fanno emergere un luminoso senso civico e una grande speranza.
Di fronte all'omertà che ha caratterizzato le prime fasi dell'omicidio la ragazza ha affermato di non voler giudicare nessuno, ma ha invitato i suoi concittadini a compiere un cambio di mentalità: "Torre Annunziata deve cambiare ed io farò di tutto perché questo avvenga. Tutti sono in tempo di poter cambiare, per poter capire cosa è giusto e cosa è sbagliato". E da oggi, quando vedremo una sedia messa davanti a un marciapiede per impedire che qualcuno possa occuparlo, non potremo non pensare alla forza e al coraggio di questa ragazza che sogna un futuro di giustizia e un avvenire dignitoso per sé e per la sua generazione.
di Pierfrancesco Majorino
Il Manifesto, 27 aprile 2021
Papa Francesco ha utilizzato parole pesanti come pietre: "ora è il momento della vergogna". E non si può non convenire con il Pontefice, la cui voce, dolorosa e potente, prova da tempo a richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità. L'ennesima strage nel Mediterraneo ha confermato, in maniera spietata e drammatica, la validità di quanto in molti affermiamo (inascoltati) da tempo: sull'immigrazione si deve cambiare tutto.
Papa Francesco ha utilizzato parole pesanti come pietre: "ora è il momento della vergogna". E non si può non convenire con il Pontefice, la cui voce, dolorosa e potente, prova da tempo a richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità. Del resto ha detto bene Enrico Letta (uno dei pochi che può affermare di aver utilizzato le proprie funzioni istituzionali per fare molto sul piano del soccorso in mare) quando ha dichiarato che "otto anni dopo Lampedusa è sempre tragedia e impotenza".
Otto anni di sostanziale immobilismo restituiscono così il senso di una drammatica stasi morale, civile, politica. Per dirla in modo un po' schematico, infatti, si deve ricordare che i Paesi europei in tutto questo tempo hanno voluto accelerare molto poco sul piano della collaborazione e della condivisione preferendo a ciò la conferma dello schema del regolamento di Dublino che pure il Parlamento europeo aveva profondamente cambiato. E in questa cornice si è inoltre rafforzata la pericolosa filosofia dell'esternalizzazione dei confini europei che ha visto crescere, invece che il corretto potenziamento delle missioni in mare, i tentativi di arginare gli arrivi realizzando aree di contenimento o accordi volti a delegare ad altri la gestione della materia.
I campi di concentramento e detenzione e il sostegno alla guardia costiera libica, la delega in bianco (e pure ben remunerata) a Erdogan, la decisione di chiudere sostanzialmente l'accesso attraverso la rotta balcanica: tutti questi passi sono alla fine tenuti assieme dalla stessa filosofia di fondo. Servirebbe, dunque, il coraggio di un'altra politica capace di provare a percorrere strade diverse. Quali?
Vediamone alcune. Innanzitutto quella della volontà di superare effettivamente l'attuale schema sulla migrazione ed asilo, dotando l'UE, al contrario di quanto proposto recentemente dalla stessa Commissione europea, di una strategia complessiva capace di valorizzare la condivisione della responsabilità dell'accoglienza e svincolando proprio la richiesta d'asilo dal Paese di primo approdo. Poi, la necessità di insistere sulla legalizzazione di alcuni canali di accesso alla stessa Europa (particolarmente presidiati e controllati, ovviamente) e la realizzazione di veri corridoi umanitari per svuotare alcune aree particolarmente critiche (penso alla Bosnia, alle isole greche e agli stessi campi libici).
Inoltre, il bisogno urgente di costruire una grande missione di soccorso europeo capace di collaborare con le organizzazioni non governative. Infine, ovviamente, vi è l'enorme questione costituita dal sostegno a forme intelligenti di cooperazione allo sviluppo e l'urgenza di politiche riguardanti aree del mondo in grande difficoltà sul piano climatico, economico, sociale e del rispetto dei diritti umani che producano un'alternativa credibile alla necessità di "partire".
Esattamente l'opposto di quanto fatto in questi anni in cui, attraverso l'utilizzo dei fondi fiduciari, abbiamo assistito al dirottamento di risorse destinato allo sviluppo per finanziare la gestione esternalizzata delle frontiere della UE (come abbiamo denunciato dal Parlamento europeo la Guardia costiera libica è stata spesso finanziata proprio in questa maniera). Tema, questo, enorme, che l'Europa affronta percorrendo itinerari contraddittori: da una parte è il soggetto al mondo che investe più risorse dall'altra fatica a creare strategie coerenti tra gli stessi Stati membri finendo per "bruciare" denaro in numerosi rivoli.
È ovvio che affermare tutto questo vuole dire andare incontro ad un'obiezione: così facendo si rischia di dare forza al messaggio della destra peggiore. La quale, in assenza di politiche adeguate sul piano della protezione sociale ha costruito consenso giocando le proprie carte sulla mobilitazione di una parte dei cittadini più deboli proprio sul piano sociale. Cittadini che si sono ritrovati in un ragionamento molto semplice e diretto - si pensi prima a noi. La cosa ha finito per condizionare buona parte del dibattito sull'immigrazione, permanentemente "drogato" dalla questione del consenso. Si deve, a mio modesto avviso, avere il coraggio di interrompere questo gioco al massacro delle buone politiche. E insistere su due terreni diversi. Quello, per l'appunto, di un evidente cambio di passo su Libia, soccorso, emersione dei flussi, politiche di integrazione, libera circolazione all'interno dei confini europei.
E, poi, quello che ha proprio senso in sé: la definizione di priorità sul terreno economico e sociale in grado di far sentire meno sole le persone più fragili di fronte al tempo che viviamo. Che significa, anche a partire dai fondi presenti in Next Generation EU, aggredire i temi della precarizzazione del lavoro, della condizione salariale, del diritto alla casa e alla salute, della lotta alle povertà. Questioni cruciali che il cinismo di alcuni (e la pavidità di altri) ha artificiosamente messo in contrapposizione alla ineluttabile responsabilità di salvare le vite.
*Europarlamentare del Partito democratico
di Domenico Battista
Il Domani, 27 aprile 2021
Bisogna riflettere se è corretto continuare ad ampliare senza limiti il campo del diritto penale, con la inevitabile conseguenza della oggettiva paralisi del sistema e di una discrezionalità di fatto nell'esercizio dell'azione penale. È giusto l'ampliamento dei reati di opinione? La mia cultura radicale e liberale mi impone una risposta negativa. Chi vuole introdurre queste modifiche al codice penale nega che si vogliano colpire le idee.
"Garantismo penale e diritto penale minimo sono in effetti termini sinonimi, che designano un modello teorico e normativo di diritto penale in grado di razionalizzare e minimizzare la violenza del diritto punitivo vincolandolo, nella previsione legale dei reati, come nel loro accertamento giudiziario, a limiti rigidi imposti a tutela dei diritti della persona".
Non sono parole mie, ma del Prof. Luigi Ferrajoli, uno dei fondatori di Magistratura democratica, studioso particolarmente critico maggiormente contro quella che oggi si usa definire la visione "panpenalistica" come strumento privilegiato dell'intervento repressivo dello Stato contro ogni forma di "disvalore" ritenuto meritevole di sanzione.
Diritto penale minimo o diritto penale massimo? Prevedere la sanzione penale (e, quindi, la limitazione della libertà personale) presuppone a monte un giusto processo rispettoso dei diritti e delle garanzie costituzionali e convenzionali, utilizzabile come extrema ratio a fronte di condotte ben delineate, chiare, precise e, quindi rispettose del principio di legalità.
Oppure continuare ad ampliare senza limiti il campo del diritto penale, con la inevitabile conseguenza (superabile solo mediante triplicazione del numero di magistrati, di funzionari amministrativi e di aule giudiziarie) della oggettiva paralisi del sistema e di una discrezionalità di fatto nell'esercizio dell'azione penale incompatibile con l'obbligatorietà (ormai solo virtuale) sancita dalla nostra Costituzione?
Questa riflessione, tante volte affrontata nel dibattito su come e con quali modalità riformare il "sistema giustizia" per riportarlo nei suoi giusti binari e, soprattutto, per renderlo efficace anche in termini di ragionevole durata, mi è tornata alla mente seguendo (in particolare sui social) il dibattito spesso con toni "curvaroli" sul cd. disegno di legge Zan e altri che, con una serie di modifiche integrative del già esistente articoli 604 bis del codice penale, dovrebbe, secondo l'intento dei suoi ideatori, riuscire a prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza "per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità".
Allo stato la norma già sanziona la propaganda e l'istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, ma con una ulteriore specificazione: il maggior disvalore per la propaganda o l'istigazione o l'incitamento a fronte del "concreto pericolo" di diffusione del "negazionismo" o dalla "minimizzazione in modo grave" della Shoah o dei crimini di genocidio, o contro l'umanità ed i crimini di guerra. In caso di approvazione della norma i "motivi", trasformati in elemento costitutivo del reato, diventerebbero una infinità.
Ampliare i reati di opinione
Ma è giusto l'ampliamento dei reati di opinione? La mia cultura radicale e liberale mi impone una risposta negativa. Chi vuole introdurre queste modifiche al codice penale nega che si vogliano colpire le idee. E tuttavia gli stessi proponenti sono talmente consapevoli del contrario, da avere previsto l'introduzione di una specificazione, che non esito a definire una excusatio non petita, che costituisce una eccezione rispetto alle stesse altre condotte di propaganda o di istigazione già sanzionate nello stesso articolo.
È previsto infatti nell'articolo 4 del ddl (rubricato come "pluralismo di idee e libertà di scelte") che "ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione dei convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".
Già il fatto di scrivere in una norma di valenza penale che non sono sanzionabili "le condotte legittime" dovrebbe far saltare sulla sedia qualsiasi studioso non solo del diritto, ma anche del buon senso. Soprattutto leggendo che questa anomala premessa è preceduta da una ulteriore pleonastica precisazione: "Sono fatte salve" e dal mutamento delle prime parole della rubrica dell'art.604 bis del codice penale (da "propaganda e istigazione a delinquere" a "propaganda di idee fondate sulla superiorità", laddove la istigazione diventa un fattore secondario rispetto alla propagazione).
Le idee si combattono col codice penale? Mi domando: le idee, anche quelle più aberranti, come ad esempio quelle sul negazionismo, si combattono con il codice penale e con la minaccia di qualche mese di reclusione, magari comminato a distanza di anni dal momento della diffusione di un pensiero? O invece con la conoscenza, la cultura, lo studio, l'educazione e tutti gli strumenti che la civiltà ci ha insegnato ad utilizzare, esaltando il confronto ed il contraddittorio anche con coloro dai quali siamo distanti anni luce?
Chi è meno giovane ricorda ancora quanti e quali battaglie di progresso culturale sono state condotte contro i reati di opinione, per la totale eliminazione degli stessi, spesso retaggio di regimi autoritari, o almeno per la loro delimitazione, entro un raggio di azione idoneo a bilanciare il diritto alla libera manifestazione del pensiero ed altri diritti personali.
Esiste ancora un pensiero liberale che, in tempi ormai lontani, sull'onda dell'esplosione del caso Braibanti, ha consentito di eliminare grazie ad un intervento della Consulta il reato di plagio (che pur conteneva al suo interno una previsione di specifica, ancorché nei fatti indimostrabile, condotta)? Il pensiero corre inevitabilmente al reato di diffamazione a mezzo stampa ed alla sollecitazione, per ora rimasta inascoltata, della Corte Costituzionale che nella ordinanza 132 del 26/6/2020 ha rinviato ogni decisione all'udienza del 22/6/2021, auspicando nelle more un intervento del legislatore idoneo a bilanciare, senza dover necessariamente ricorrere alla reclusione del giornalista, la libertà di manifestazione del pensiero e la tutela della reputazione individuale.
La sede processuale - Immagino già l'obiezione: non chiediamo di punire le idee. lo abbiamo precisato, vogliamo sanzionare il "concreto pericolo" di compimento di atti discriminatori o violenti. Non sarà così in sede processuale: il diritto penale minimo può anche essere definito "il diritto penale dei fatti"; un codice di rito di stampo accusatorio prevede l'esercizio del diritto alla prova (l'art.190 c.p.p.) e l'individuazione dell'oggetto della prova (l'art.187 c.p.p.); ebbene accusa e difesa dovranno confrontarsi non tanto sui fatti, quanto sulla "idoneità" (o non idoneità) della legittima propaganda, che si trasformerebbe in illegittima solo se ed in quanto in grado di "determinare" un "concreto pericolo" che soggetti terzi siano indotti al compimento di atti "discriminatori" (tralascio gli atti "violenti", perché il reato di istigazione a delinquere o il concorso morale del mandante di condotte di violenza sono già ampiamente stabiliti in molteplici norme penali, di talché la specificazione appare del tutto inutile). In definitiva che cosa potrebbe accadere? Una ulteriore incertezza del diritto, una ennesima violazione del principio costituzionale di tassatività e di determinatezza ed, alla fine, un ampliamento senza limiti della discrezionalità del giudicante. Ha scritto in tempi non sospetti il Prof. Ferraioli: "Il legislatore deve saper far il suo mestiere, cioè deve saper produrre leggi quanto più possibile chiare e precise, onde siano ridotti quanto più possibile i margini della discrezionalità interpretativa e quindi dell'opinabilità della verità giudiziaria". Riflettiamoci.
di Giancarlo Virgilio
telefriuli.it, 27 aprile 2021
Il Consiglio comunale a sostegno dello studente egiziano dell'Università di Bologna detenuto dal 7 febbraio 2020. L'aula ha anche nominato Franco Corleone garante dei Diritti dei detenuti nel carcere di Udine. Ieri sera, il Consiglio Comunale di Udine ha approvato all'unanimità, con l'astensione dei consiglieri di Fratelli d'Italia, il conferimento della cittadinanza onoraria a Patrick Zaki, lo studente 30enne dell'Università di Bologna, detenuto da oltre un anno in Egitto.
La delibera, depositata da Sara Rosso, Eleonora Meloni e Monica Paviotti del Partito Democratico, ha trovato il consenso dell'aula e il favore dello stesso primo cittadino. "La politica deve dare un forte segnale alla comunità internazionale, di solidarietà e attenzione alla tutela dei diritti umani", ha spiegato Pietro Fontanini. "Come sindaco di Udine ritengo sia nostro dovere esprimergli la nostra solidarietà e condannare un governo illiberale come quello egiziano, anche per onorare la memoria del nostro Giulio Regeni".
Ma in aula sono state votate altre due importanti iniziative a favore dei diritti umani. Tra queste, la mozione di sentimenti a favore di Ambra Canciani, la studentessa 26enne dell'Università di Udine (rappresentante degli studenti Ardiss Fvg, presidente del consiglio degli studenti Uniud e rappresentante al Dipartimento di scienze giuridiche) insultata a San Daniele per il colore della sua pelle. Non solo. Sempre ieri sera, il consiglio ha eletto il nuovo garante per i diritti dei detenuti del carcere di Udine, Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia.
"Non posso che esprimere soddisfazione per la nomina - ha affermato Fontanini - Si tratta di una figura il cui nome abbiamo sostenuto fin dall'inizio per l'esperienza maturata attraverso molti incarichi di prestigio e per avere fatto della condizione carceraria, intesa come uno dei parametri privilegiati per misurare l'effettivo livello di democraticità di un ordinamento, una vera e propria missione politica, culturale e umana. Il curriculum di Corleone parla d'altra parte da sé ed evidenzia inoltre l'attenzione da sempre dimostrata verso la realtà udinese e friulana - ha proseguito Fontanini. Inoltre, conosce molto bene la realtà udinese e friulana, anche perché sua madre è di origine carnica".
"Nel dare il benvenuto al Dott. Corleone, che ringrazio per essersi messo a disposizione per questo delicato incarico che, voglio ricordare, viene svolto gratuitamente, desidero ringraziare il Garante uscente, Dott.ssa Natascia Marzinotto, per avere portato avanti in questi anni il proprio ruolo con equilibrio, riuscendo a stabilire un dialogo costante e costruttivo con la direzione del carcere e a far diventare la struttura, attraverso progetti di formazione e reinserimento sociale e nonostante i margini di miglioramento che ancora permangono, uno dei carceri meglio funzionanti in Italia, come testimonia il fatto che il Garante nazionale non abbia mai ritenuto necessario venire in visita a Udine", conclude il Sindaco.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 27 aprile 2021
Con la vittoria di "Nomadland" della regista Chloé Zhao trionfa l'altra America, si è detto, il sogno americano di chi si aggrappa alla sopravvivenza invece che al successo. Tra la delusione per l'Italia che ne esce a mani vuote e i lustrini pochi, sulla notte degli Oscar meno "spettacolare" della storia si è scritto quasi tutto.
A noi non resta che tessere l'elogio della sconfitta puntando l'attenzione su chi l'Academy non ha premiato: tra tutti "Time", il docufilm della regista afroamericana Garrett Bradley in corsa per la categoria Miglior documentario. Lo trovate su Prime Video come esclusiva Amazon e vi basta solo un'ora e mezza per lasciarvi colpire come colpisce un pugno al centro dello stomaco.
Anche in questo caso c'entra il sogno americano, che c'entra quasi sempre. Ma qui la sopravvivenza e la scalata per l'emancipazione sono una cosa sola. Partiamo da una scena di metà film: "Il successo è la miglior vendetta, il successo è la miglior vendetta, il successo è la miglior vendetta". Sibil Fox Richardson, protagonista di questa storia vera, continua a ripeterselo mentre dall'altro capo del telefono un'impiegata frettolosa le fa sapere che suo marito probabilmente resterà ancora in carcere. Ma il giudice non ha ancora trovato il tempo di metterlo nero su bianco, forse lunedì, la cancelleria il venerdì chiude alle 16: "Richiami".
L'uomo in questione, Rob, si trova recluso in una prigione della Louisiana da quasi vent'anni, condannato a 60 per una rapina commessa da giovanissimo in un momento di disperazione. Fuori le porte della banca, in quel giorno che avrebbe cambiato per sempre le loro vite, c'era anche Sibil, che di anni invece ne ha scontati poco più di tre. Sibil ha sposato il suo compagno di liceo, e con lui era partita alla ricerca del successo quattro stracci alla mano e un bimbo piccolo. Sibil è afroamericana, come suo marito, per loro nella Grande America "tutto è possibile", ma meno alla portata.
Convinti di fare il colpaccio investono i risparmi in un negozietto di abbigliamento, vogliono portare in città la moda pop. E invece portano a casa un mucchio di bollette e debiti. La rapina è solo un attimo, il centro di una vita passata a rimediare. Quando Rob viene condannato Sibil è incinta di due gemelli, di figli in tutto ne avrà sei. Si mette subito a lavoro: l'impiego in un autonoleggio e la battaglia per la libertà di suo marito.
La sfida contro il sistema penitenziario americano è vinta appena 21 anni dopo, quando finalmente a Rob concedono la grazia. Nel mezzo ci sono oltre 100 ore di filmato che Sibil raccoglie giorno dopo giorno fino al momento del riscatto. Video familiari, conferenze, appelli social, momenti intimi di sgomento e fragilità: un piccolo capitale umano che la regista ha portato sullo schermo in un continuo sovrapporsi di piani temporali, tra immagini di repertorio e riprese attuali. Sibil è ora giovanissima, col pancione, ora madre di due gemelli che ormai 18enni hanno messo su la barba senza aver mai visto il padre fuori da una cella.
Il tempo, a cui è consacrato il film, scorre lento e inesorabile: quasi immobile per chi sta dietro le sbarre, ma troppo in fretta per chi cerca di conservare un po' di prospettiva. "Provate voi a tenere unita una famiglia quando hai due visite al mese e 60 anni da scontare in cella", grida Sibil mettendo a frutto rabbia e frustrazione in uno dei suoi incontri con la comunità. La pena prevista dal codice americano per il reato di rapina va dai 5 ai 99 anni di detenzione, salvo patteggiamenti. "Il vero delitto è cancellare la vita di un uomo senza concedergli alcuna possibilità di recupero", denuncia ancora la donna.
Con instancabile convinzione dice di considerarsi "un'abolizionista": perché il carcere per i neri americani è come una "forma legale di nuova schiavitù". Al punto che per il quotidiano statunitense Los Angeles Times, questo film rappresenta la "personalizzazione della prospettiva storica" illustrata nel documentario del 2016 "XIII Emendamento", che spiega proprio col razzismo le ingiustizie del sistema penitenziario.
Allora si parlò dell'America come di una "nazione- carcere": solo gli Stati Uniti, secondo i dati aggiornati a qualche anno fa, vantano il 5% per cento della popolazione mondiale e il 25% di quella carceraria. Con quelle cifre ha a che fare anche Sibil, nuova Davide contro Golia, oggi brillante attivista. Di tutti i numeri con cui ha fatto i conti se ne lascia alle spalle soprattutto uno: "La chiamata è a carico del ricevente, prema il tasto 1 per accettare", recita la voce registrata del centralino penitenziario. Dall'altra parte Rob: "Pronto, amore, sai oggi ho visto le nuvole. Mi sembrava di camminare libero almeno in cielo".
anconatoday.it, 27 aprile 2021
Carne di ottima qualità, nel segno della filiera cortissima e anche utile nel sociale. È l'Agnello di Barcaglione, allevato all'interno della fattoria dell'omonima casa di reclusione anconetana grazie al progetto di recupero per detenuti, ora venduto all'esterno grazie alla collaborazione con l'azienda agricola dei Fratelli Giangiacomi.
Trait d'union tra queste due realtà confinanti tra loro sul colle a nord del capoluogo dorico è stato l'infaticabile Antonio Carletti, presidente di Federpensionati Coldiretti Ancona e tutor dell'orto sociale del carcere. Giangiacomi, socio di Coldiretti Ancona, alleva bovini, maiali e coltiva foraggio per la loro alimentazione tra Barcaglione e Casine di Paterno. Una realtà storica che controlla tutta la filiera e si allunga fino al consumatore finale attraverso il punto vendita aziendale, aperto 13 anni fa. Dall'allevatore alla tavola.
"Seguiamo la filosofia della qualità e del chilometro zero da sempre - spiega Diletta Giangiacomi, terza generazione al lavoro nell'impresa di famiglia - ed è proprio pensando a tutto ciò che abbiamo deciso di aderire a questo progetto con il carcere. L'Agnello di Barcaglione nasce e cresce qui in questa collina. Una filiera cortissima che è garanzia di qualità, oggi sempre più ricercata dai consumatori. Siamo entrati subito in sintonia con i responsabili del carcere". Il carcere di Barcaglione non smette di stupire per la valenza delle sue attività. Già attivo con l'orto, dove circa 60 detenuti coltivano frutta e verdura, producono olio extravergine di oliva dall'oliveto e miele dalle arnie, da pochi mesi ha avviato una stalla con 20 pecore e un laboratorio caseario.
I lavori sono seguiti con attenzione e perizia da Sandro Marozzi, l'agronomo del carcere dorico. Carletti metti a disposizione la sua esperienza per insegnare il lavoro dei campi. Non è la prima volta che i prodotti del carcere escono all'esterno. L'orto sociale ha partecipato ai mercati natalizi di Campagna Amica: olio e miele sono gettonatissimi. Ora si scommette anche sull'Agnello di Barcaglione. Una grossa soddisfazione per i detenuti-lavoratori che grazie a questo progetto hanno modo di ritrovare fiducia nelle loro capacità, imparare un mestiere e avere un'occasione di riscatto.
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