di Liana Milella
La Repubblica, 6 giugno 2021
Nasce il nuovo "ufficio" con 16.500 assistenti per irrobustire lo staff dei magistrati e formare le toghe del futuro. È "la scommessa" che diventa realtà. Il magistrato non sarà più solo con i suoi processi. Manager di se stesso. E purtroppo dei suoi inevitabili ritardi. Niente a che vedere con i colleghi inglesi, americani, tedeschi e francesi. Più celeri, certo. Proprio perché possono contare sui loro assistenti che preparano il lavoro, mentre lui lo pianifica e lo conclude. Adesso, con quello che è stato battezzato "l'ufficio del processo", il nostro giudice, civile o penale che sia, cambierà vita. E cambierà l'efficienza della giustizia italiana.
È la grande scommessa del Recovery plan. Che in Consiglio dei ministri, venerdì sera, ha fatto una tappa decisiva. Un miliardo e 657 milioni per 16.500 assunzioni per tre anni. L'ufficio del processo esce dal libro dei sogni dei magistrati che l'hanno studiato, proposto, sperimentato, e diventa realtà. Novità tanto importante che la Guardasigilli Marta Cartabia sta già programmando un tour negli uffici giudiziari per presentare la "scommessa". E il suo predecessore Alfonso Bonafede la ringrazia per aver proseguito, "nella continuità", il suo lavoro. Perché a quelle 16.500 assunzioni se ne aggiungono altre 5.410, per 602 milioni, per 5.410 unità tecniche e amministrative.
Per capire bisogna parlare con chi ha perseguito il "sogno", dare a ogni giudice il suo assistente. Che studia i fascicoli, raccoglie e prepara la giurisprudenza, scrive le bozze dei provvedimenti, mentre la toga fa i conti con l'arretrato. Il lavoro si accelera. Non solo, accanto al giudice si forma il futuro giudice che apprende i segreti del suo lavoro. Come dice Barbara Fabbrini, oggi capo dell'Organizzazione giudiziaria in via Arenula, ma per anni giudice civile a Firenze, "sta per compiersi un cambiamento culturale epocale. Già nel 2013 l'Ocse scriveva che le migliori performance nel settore della giustizia si verificavano nei Paesi in cui esisteva la figura dell'assistente del giudice". Noi, dopo una sperimentazione a Milano e a Firenze, ci arriviamo adesso. E, dice Fabbrini, "la scommessa più grande sarà il recupero di fiducia tra lo Stato e i cittadini". Vedranno che la giustizia volterà pagina. I soldi sono tutto? No, contano l'idea e l'organizzazione.
Per capire cos'è davvero l'ufficio del processo Repubblica ha parlato con chi - i giudici, ma anche i loro assistenti - non solo ha ideato, ma ha sperimentato il nuovo modello. Come Roberto Braccialini, oggi presidente della sezione fallimentare del tribunale di Genova, che vent'anni fa ha inventato la formula dell'ufficio del processo: "Mi definisco la più pagata dattilografa del Paese, perché da giudice civile un quarto del mio tempo va via solo per mettere a posto i fascicoli perché mancano lo staff e le risorse. Il nuovo corso è positivo perché sono stati trovati i soldi. Finora la giustizia è stata composta da 10mila teste, ma senza braccia". La sua speranza? "Mi auguro che i 16mila assistenti non durino solo fino al 2026, ma per sempre".
Da Genova a Firenze dove un altro inventore dell'ufficio del processo è Luca Minniti, toga specializzata nell'immigrazione: "Ogni giudice avrà il suo assistente, come avviene alla Corte di Strasburgo oppure alla Consulta. E sia chiaro che questa figura non sarà quella di chi apre archivi ammuffiti per via dell'arretrato, questi giovani non saranno gli spazzini della giustizia, ma daranno un apporto di qualità, di studio, di ricerca, scriveranno bozze di provvedimenti, svolgeranno un lavoro preparatorio che consentirà al giudice di affrontare anche i processi arretrati".
Chi, come Chiara Sgroi, 25 anni, laurea in Legge ad aprile 2020 in pieno Covid, ha lavorato con Minniti, dice: "Non ci sono dubbi, con l'aiuto di un'assistente il giudice lavora più in fretta. Io ho scritto bozze di provvedimenti, ho cercato la giurisprudenza necessaria, il mio lavoro ha certamente accelerato la giustizia". Elisa Tesco, 32 anni, di Prato, studi e tirocinio a Firenze, oggi già giudice civile a Pordenone, non esita a dire che "l'esperienza dell'assistente del giudice mi ha dato una marcia in più". E riassume così la formula vincente dell'ufficio del processo: "Il magistrato non è più solo nella scrittura delle sentenze e quindi ne vengono definite di più, il vantaggio in termini di tempo è enorme". Proprio ciò che serve alla nostra giustizia.
di Amedeo Laboccetta
Il Riformista, 6 giugno 2021
Nel Sud vi sono tantissimi imprenditori capaci, brillanti, coraggiosi, di caratura nazionale ed europea. Personalità che, nonostante le miopie e l'ostruzionismo di certa politica, riescono a offrire eccezionali opportunità lavorative a una galassia sterminata di persone. E questo avviene, nonostante le diseconomie esterne di cui parlava un prefetto di Napoli alcuni anni fa, che spesso aggrediscono imprenditori di successo per costringerli a mollare. Chi, invece, resiste ed è competitivo e decide di lavorare nel comparto pubblico, offrendo un servizio di alta qualità, si può trovare a vivere una situazione paradossale e a scontrarsi con un altro tipo di diseconomia: quella della politica politicante.
E veniamo al caso. In Campania, dal 2013, un giovane imprenditore, che con l'intero suo gruppo dà lavoro a oltre mille famiglie, è entrato da tempo nel mirino di certa politica di provincia. Un mondo che ha messo in campo la tattica che definirei dello "stancheggio", dello sfinimento. Messaggi, segnali inquietanti. Roba di basso profilo. Sto parlando di un grande imprenditore, Francesco Viale, e della sua Clp. Su questo imprenditore e su questa società si sono coalizzati mondi e forze per tentare di fargli alzare bandiera bianca. La Clp effettua il trasporto pubblico per la Regione Campania da oltre otto anni, a prezzi ultraconvenienti per l'utenza e con altissima professionalità. L'azienda è sana, efficiente e trasparente. Ma fa gola a molti, soprattutto a Salerno e dintorni. In tutti questi anni la Clp non ha mai avuto una contestazione. Gli oltre 400 dipendenti sono regolarmente inquadrati. L'azienda serve 130 Comuni e si muove con la massima puntualità. Tutto il contrario di ciò che avviene nella città di Napoli, dove i trasporti sono un vero disastro.
Durante l'esperienza dura del Covid, quando le condizioni erano effettivamente drammatiche, la Clp, attraverso una decisione di Francesco Viale, si è resa protagonista di un concreto gesto di solidarietà: un servizio navetta da e verso luoghi di cura, del tutto gratuito, che ha riscosso successo e gratitudine notevoli tra gli operatori medici e non che hanno potuto facilmente raggiungere, anche in orari non proprio ordinari, il proprio posto di lavoro o rientrare a casa. Un modo esemplare per contribuire alla risoluzione di alcune difficoltà che altrimenti si sarebbero aggiunte a quelle già determinate dal Covid. Ma torniamo al disegno opaco che qualcuno ha pensato di attuare ai danni di Clp.
Da otto anni su quest'ultima pende un'interdittiva antimafia senza ragione e senza senso, legata al coinvolgimento di un lontano parente dell'amministratore unico in un procedimento penale. Ecco la prima mina che qualcuno ha piazzato sul percorso di Clp. In effetti sono solo petardi che disturbano e fanno rumore, anche se possono impensierire soltanto quelli che hanno scheletri negli armadi. Non certo la Clp. Chi scrive ha avuto modo di leggere tutti gli atti, i documenti, anche certi messaggi e alcuni dossier anonimi che da qualche tempo circolano nel settore e che tendono a indebolire l'immagine della società. È un vecchio giochino, si tratta di operazioni di piccolo cabotaggio che non hanno certo intimidito un imprenditore che opera alla luce del sole. L'azienda ha puntualmente reagito a tanto squallore rivolgendosi ad horas a chi di competenza e a coloro che istituzionalmente devono intervenire. E la verità verrà fuori, è questione di tempo. Il galantomismo, alla distanza, vince sempre.
Purtroppo, nel Sud in particolare, molti si sentono autorizzati a gettar fango, soprattutto nei confronti di chi ha successo nella vita, nell'impresa e in politica. Un'azienda al Sud che raggiunge straordinari risultati, che fa numeri importanti, fa gola a molti. L'azienda sta in una teca. I mediocri e i furbetti pensano di poterla sporcare, lanciando accuse false con argomentazioni pretestuose: un ridicolo tentativo di criminalizzazione e di demonizzazione. Ma se la teca, come in questo caso, non ha incrostazioni, alla distanza il fango scende e l'immagine, come è giusto che sia, resta pulita. Se ne facciano una ragione, anche quelli che da qualche palazzone hanno pensato di fare il colpaccio. Il giochino lo abbiamo individuato, anche i burattinai, e adesso la verità, tutta la verità, presto verrà a galla.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 giugno 2021
"Il tema della giustizia non può essere ridotto a una guerra tra opposte tifoserie", sottolinea la presidente del Senato, e sulle riforme "esorta le forze politiche al "senso di responsabilità".
"Mi auguro che si apra una fase sulle riforme che metta fine alla barbarie". È l'auspicio espresso dalla Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, che in un'intervista a La Stampa, esorta le forze politiche al "senso di responsabilità".
"L'Italia oggi più che mai ha bisogno di riforme che possano ammodernare il Sistema Paese, renderlo competitivo e in grado di affrontare le sfide di una società e di un'economia globale sempre più evoluta. Nella pubblica amministrazione come nella giustizia, nel fisco come negli appalti pubblici le parole d'ordine devono essere: semplificare e sburocratizzare. Non raggiungere questo obiettivo significherebbe perdere il treno del recovery e buttare alle ortiche tutti i soldi dell'Unione Europea", sottolinea Casellati.
Sul tema della giustizia, "mi è piaciuto molto il coraggio del ministro degli Esteri Di Maio che ha definitivamente spostato l'unica linea possibile secondo la nostra Costituzione, che è quella del garantismo", afferma la Presidente del Senato. "Da troppo tempo nel nostro Paese si assiste ad un vero e proprio cortocircuito mediatico-giudiziario. I processi prima che nei tribunali vengono celebrati sulle pagine dei giornali, in televisione, nelle piazze e ultimamente anche a colpi di post sui social. Il tema della giustizia non può essere ridotto a una guerra tra opposte "tifoserie". Mi auguro che una volta per tutte possa aprirsi una fase di riforme che metta fine a questa barbarie".
"I giornalisti devono rendersi conto che la gogna mediatica ha da sempre prodotto odio e violenza. È successo anche a me con le minacce di morte dopo l'articolo di un importante quotidiano che rispetto per la sua storia, ma che in questo caso non ha letto bene norme e dati sui voli di Stato – spiega – Semplicemente perché io non ho violato nessuna legge. Quanto alle valutazioni di opportunità, non sono io a decidere della mia sicurezza personale e sanitaria, tant'è che, fino a quando mi è stato consentito prima del Covid, da marzo 2018 a maggio 2020, ho viaggiato, anche per le missioni istituzionali all'estero, in treno o in voli di linea. Tutto qua, con due precisazioni. È falso che abbia effettuato 124 voli di Stato in meno di un anno. E sono false le notizie sui costi, peraltro equivalenti a quelli per l'acquisto dei biglietti di treno ed aereo per me e per la mia scorta. È tutto documentato".
"Le vicende che da tempo interessano il Csm e più in generale la magistratura mi lasciano sgomenta", evidenzia Casellati. "La mia esperienza al Csm è stata positiva, perché l'ho vissuta con una forte volontà di innovazione e di riforma. Tant'è che proprio al Csm, nel luglio 2016, in una seduta plenaria, ho proposto il sorteggio dei magistrati da candidare al Csm. Questa, a mio parere, è l'unica riforma compatibile con la Costituzione che può arginare la deriva correntizia".
La Nuova Sardegna, 6 giugno 2021
"Il carcere è parte del territorio su cui insiste; non è un corpo estraneo da rimuovere dalla vista e dalla coscienza". Un punto fermo di Antigone (associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale), che ora Progetto per Nuoro fa proprio e cita mentre sottolinea che "sarebbe auspicabile affrontare in consiglio comunale" il tema Casa circondariale di Badu 'e Carros, "dando alla comunità del Nuorese un bel segnale di presa in carico di una realtà complessa e restituendo visibilità ad un pezzo della città". Intanto, il movimento politico che fa capo alla consigliera comunale di minoranza Lisetta Bidoni (nella foto) ha sostenuto la raccolta firme promossa dall'Associazione radicale "Diritti alla follia" per sollecitare la Regione a nominare il Garante regionale dei detenuti. La mozione sottoscritta da oltre duecento cittadini in tutta la Sardegna sarà depositata oggi e verrà illustrata lunedì prossimo a Cagliari, in viale Buoncammino (fronte ingresso ex carcere).
di Pierfrancesco Majorino*
L'Espresso, 6 giugno 2021
Al di là delle frasi di circostanza, dopo l'ultimo vertice non si registra alcuna discontinuità sul destino delle donne e degli uomini (e delle bambine e dei bambini) che cercano di sfidare la via del mare per raggiungere le coste europee. Sarà che quando si tratta di immigrazione sono abituato a non farmi facili illusioni, ma non ho ravvisato alcuna significativa e lodevole novità emergere dal vertice tra il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Capo del governo di unità nazionale libico, Abdulhamid Al Dabaiba. Il vertice ha concluso la serie di incontri del confronto Italia-Libia, quella che si è rivelata certamente un'occasione importante per stabilizzare le relazioni tra i due Paesi (il che è un bene) e per affrontare tematiche cruciali riguardanti i rapporti economico-commerciali.
Tuttavia non mi pare di poter affermare che, al di là delle frasi di circostanza, questa tappa abbia registrato una sostanziale discontinuità in relazione alla questione costituita dal destino delle donne e degli uomini (e delle bambine e dei bambini) che cercano di sfidare la via del mare per raggiungere le coste europee. A dirla tutta ancora una volta (poiché il governo Draghi non è ovviamente il primo degli Esecutivi impegnato ad affrontare una materia simile e a Draghi non si possono attribuire le responsabilità del passato) si ha l'impressione di una scarsissima attenzione riposta verso il tema dei diritti umani.
Del resto, a tutti i livelli, salvo qualche lodevole eccezione, oramai la preoccupazione è quella di procedere con l'esternalizzazione delle frontiere europee e la difesa dei confini di una fortezza assediata dall'invasione migratoria (il nazionalismo, sul piano culturale, anche a prescindere dai risultati elettorali conseguiti su questo terreno sta stravincendo).
Vorrei assistere, sinceramente, ad uno spettacolo diverso. Mi piace pensare che un giorno si possa concludere un confronto di simile livello con ben altre parole. E con un governo italiano capace di sfidare le altre nazioni europee (ancora una volta colpevoli di un immobilismo cinico e incontrovertibile) attraverso alcuni obiettivi: una missione continentale di soccorso, un sistema rivisto di accessi legali all'Europa (l'unica vera arma contro la dimensione della clandestinità), un piano impegnativo per la realizzazione di corridoi umanitari, un'azione tempestiva per svuotare i campi di concentramento libici (vorrei informarvi: sono ancora lì) e per creare nuovi centri temporanei impostati a partire dalle esigenze di garantire il rispetto della dignità della persona.
In Libia come, pure, sulla rotta balcanica. Il governo Draghi in Italia e in Europa sta facendo molto per garantire coesione e solidarietà. Sia sul terreno economico e sociale che su quello della salute. Una tale attenzione alla "persona" vorrei vederla pure quando la materia in ballo è quella, piuttosto ostica sul terreno del consenso, migratoria.
*Europarlamentare Pd
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 6 giugno 2021
Secondo i dati Onu il 90% della popolazione necessita di aiuti alimentari. E i giornalisti restano nel mirino del governo etiope. In Etiopia elezioni posticipate dal 5 giugno al 21 per permettere a tutti i cittadini di potersi registrare (anche se fissare il voto dopo l'inizio delle piogge potrebbe indicare la volontà di non far partecipare molte persone) con l'esclusione della regione settentrionale del Tigray (il che potrebbe rendere incostituzionale l'intero processo).
Si doveva votare inizialmente ad agosto 2020, poi tutto è saltato per la diffusione del Covid. Dal 4 novembre in seguito all'attacco della regione ribelle del Tigray il Paese sembra avvitato su tre questioni che nonostante i proclami non procedono verso una soluzione: la guerra contro il Tplf (con annessa questione delle truppe eritree), gli scontri sul confine nella regione del Benishangul con il Sudan, i problemi umanitari (gli ultimi dati Onu rilevano che nel Tigray il 90% della popolazione necessità di aiuti alimentari) e poi il mancato accordo con Egitto e Sudan sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope. Le elezioni vengono "vendute" come la soluzione di tutti i problemi, ma è qualcosa che sta tra l'illusione, l'inganno e la propaganda. Emergono anche astiosità nei confronti dei media: giornalisti arrestati, permessi revocati (vedi corrispondente del New York Times Simon Marks).
Secondo gli attivisti dei diritti umani è una campagna deliberata messa in atto dal premier Abiy Ahmed per sedare la copertura critica del conflitto. "Situazione deludente - secondo Muthoki Mumo, rappresentante per l'Africa subsahariana del Comitato per la protezione dei giornalisti -. Da novembre almeno 10 giornalisti sono stati arrestati in relazione alla loro copertura del conflitto nel Tigray".
Nel Tigray alla guerra si è aggiunta la fame: secondo il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock "il 20% dei 6 milioni di tigrini dopo sette mesi di conflitto affronta una seria penuria di cibo". L'80% dei raccolti sarebbe stato distrutto e questo secondo alcuni non è solo un effetto indiretto della guerra, ma una scelta deliberata: un "crimine di fame". Secondo Onu, Usa e Regno unito siamo di fronte a un'imminente carestia su vasta scala nel Tigray. Le Nazioni unite avvertono il rischio del ripetersi della devastante carestia del 1984 in Etiopia e chiedono un immediato cessate il fuoco nel Tigray. Secondo il governo etiope sono stati consegnati aiuti alimentari a 4,5 milioni di persone, ma vi sarebbe una carenza significativa sulla parte non alimentare degli aiuti.
Sulla questione è intervenuto il presidente degli Stati uniti Joe Biden che oltre a ribadire la richiesta del ritiro delle forze eritree e amhara dalla regione etiope del Tigray ha affermato che "deve essere garantito l'accesso umanitario immediato". Biden ha anche sostenuto che nel Tigray si stanno verificando violazioni dei diritti umani su larga scala, tra cui "violenza sessuale diffusa". Secondo Europe External Programme with Africa and Europe External Policy Advisors (EEPA) oltre agli abusi sessuali "nel corpo delle donne verrebbero immesse pietre, sabbia e metalli per renderle sterili". Il ritiro dei militari eritrei (la cui presenza è stata per mesi negata) è stato annunciato più volte, ma dal 2 giugno secondo la rete Arbi Harnet due divisioni avrebbero iniziato a lasciare effettivamente il Tigray.
Alle parole di Biden ha fatto seguito una manifestazione anti-Usa nelle strade di Addis Abeba a cui hanno partecipato più di 10 mila persone. Con cartelli critici nei confronti degli Stati uniti e altri di esplicito sostegno al presidente russo Vladimir Putin e al leader cinese Xi Jinping. Ma per il portavoce del ministero degli Esteri Dina Mufti l'Etiopia non è disposta a tornare all'era della Guerra Fredda, con i paesi allineati in due blocchi polarizzati: "Aspiriamo a stringere relazioni con i Paesi di ogni angolo del globo purché soddisfino l'interesse nazionale dell'Etiopia". Le geometrie variabili della diplomazia rischiano di avere tanti partner e nessun amico.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 6 giugno 2021
L'ultima rivoluzione. Violenze domestiche, discriminazioni e diritti negati. I movimenti delle donne irachene premono per una legge già scritta ma mai approvata per ragioni politiche. "Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato" denuncia Batool, aspirante giornalista.
A Baghdad, a poca distanza una dall'altra, ci sono due statue: sulla sponda del Tigri c'è Sherazade in piedi che per sopravvivere narra la sua favola lunga mille e una notte al re femminicida, comodamente sdraiato davanti a lei; nel quartiere di Karrada c'è Kahramana, raffigurazione della giovane schiava Marjana che brucia con l'olio bollente i quaranta ladroni nascosti nelle giare. Le femministe della capitale preferiscono la seconda: "È l'intelligenza femminile contro la corruzione. La statua di Sherazade no, è lo specchio del patriarcato", scherzano.
Nella capitale irachena spira aria nuova, soffiata da una lunga tradizione di movimenti femministi che oggi ha trovato una sponda nelle giovani donne che affollano le sue strade. Studiano, lavorano, protestano: in piazza Tahrir erano tantissime e di tutti i tipi, studentesse, venditrici ambulanti, casalinghe, lavoratrici. Per molte quella mobilitazione lunga quasi un anno ha cambiato la prospettiva: "Mi sto liberando un po' alla volta - racconta Z., 22 anni - In piazza ho sentito che l'utopia che sognavo non era irraggiungibile. C'erano persone che erano interessate a sentire la mia voce. Dopo Tahrir ho cambiato lavoro: mi sono licenziata, vivo sola, ho tolto il velo. Mio padre non sa più dove sono".
"Noi donne veniamo represse - ci spiega Batool, aspirante giornalista - e Baghdad è il meglio del peggio: qui la situazione è molto migliore che altrove. Ma non abbiamo tutele. Le uniche che possono permettersi una vita libera sono le ragazze ricche. Perché possono andarsene". Stipendi inferiori, tasso di disoccupazione maggiore e zero rifugi sicuri in caso di violenza. Un tasto su cui battono da tempo i movimenti delle donne irachene, che premono per una legge già scritta ma lasciata a decantare per ragioni politiche: "Se una donna fugge dalle violenze domestiche - prosegue Batool - non ha rifugio. Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato. E comunque una legge non c'è: è stata redatta ma mai approvata".
La legislazione-fantasma prevede il carcere per abusi su donne e bambini, inserendo una nuova fattispecie di reato nel codice penale, ma il parlamento non la approva, congelato dal veto di alcuni partiti che definiscono la normativa contro la violenza sulle donne un pericolo per la società e per la religione, nonostante l'aumento dei femminicidi durante la pandemia: "In questi mesi alle violenze che sono state denunciate non sono seguiti né arresti né processi né tantomeno protezione per le vittime. Si "risolve" con le leggi tribali, transazioni in denaro indifferenti a cosa vorrebbe la donna", spiega Sahar Salam di "Al Thawra al-Untha" (La rivoluzione è donna), organizzazione nata dopo la rivolta dell'ottobre 2019 per generare consapevolezza tra le donne rispetto ai propri diritti e agli strumenti di lotta.
"Stiamo identificando 120 attiviste in cinque governatorati diversi insieme a Un Ponte Per. Faremo formazione, diversa a seconda della regione perché le esigenze sono differenti, e individueremo le necessità delle donne. Sulla base di queste, decideremo insieme le attività da svolgere". Esigenze diverse in luoghi diversi perché l'Iraq non è tutto uguale: "Io ho vissuto nel sud e poi nella capitale - continua Sahar - ed è a sud che ho visto la vera condizione della donna irachena. A Baghdad le donne escono da sole, studiano, vestono come desiderano. Nel sud no, a decidere per loro è la famiglia e anche le attività più semplici sono una chimera: uscire, vestirsi, studiare, si fa accompagnate da un uomo o con il suo permesso. Ci sono casi di matrimoni forzati di minorenni e di adolescenti costrette a lasciare la scuola in attesa del marito giusto".
In questo contesto, dice, "parlare di partecipazione politica è fantascienza". L'obiettivo è fornire modelli di riferimento diversi, che dicano che scegliere liberamente è normale. A sud si combatte contro un sistema radicalmente patriarcale ("Una mentalità così vecchia che le donne stesse hanno finito per considerarla "giusta")", a Baghdad le giovani generazioni aprono nuove strade ispirate dal mondo fuori e dalla consapevolezza che "alla base ci sia diseguaglianza di genere": "Dopo la rivoluzione, l'Iraq è cambiato in modo irreversibile - conclude Sahar - Prima a guidarci era il fatalismo, la rassegnazione. Ora sappiamo che se gridiamo il governo è costretto ad ascoltare anche le donne".
adnkronos.com, 6 giugno 2021
È stato arrestato a Cuba il raper dissidente Maykel Castillo, conosciuto come Osorbo. È uno degli artisti che hanno interpretato il brano "Patria y vida", canzone critica nei confronti del governo locale che è diventato virale raggiungendo le 5 milioni di visualizzazioni su YouTube. Adesso il cantante si trova in detenzione provvisoria con le accuse, tra le altre, di "aggressione e disordine pubblico".
Il portale statale Cubadebate riferisce che le autorità cubane hanno arrestato Osorbo il 18 maggio, e il 31 maggio lo hanno trasferito nel carcere provinciale di Pinar del Ro. Secondo quanto riferito dal ministero, Castillo si trova attualmente in "prigione provvisoria per presunta commissione di vari reati". Secondo un comunicato del ministero, il provvedimento di arresto è stato emesso con l'accusa di "aggressione, disordine pubblico ed evasione di prigionieri o detenuti, in cui è incorso il 4 aprile 2021".
La conferma è giunta dopo che diversi attivisti e organizzazioni hanno chiesto nei giorni scorsi la liberazione del rapper dissidente. Il ministero sostiene che durante il procedimento "sono state rispettate le garanzie stabilite dalla Costituzione cubana e dal Codice di procedura penale", e durante questo periodo il detenuto "ha mantenuto una comunicazione telefonica con la sua famiglia, gli amici e il suo avvocato, in particolare con la moglie".
di Stella Cervasio
La Repubblica, 6 giugno 2021
La lettera del giovane sportivo, suicida a vent'anni, letta al suo funerale. Voleva diventare un campione per aiutare l'Etiopia, dove era nato. "Cuore fragile" non c'è più. Il ragazzo con i ricci crespi che modellava il pallone come un fantasista di talento - qualcuno lo chiamava "il piccolo Maradona", ha scelto di andarsene. È rimasto il suo nome su un collage di manifesti listati a lutto davanti alla chiesa di San Giovanni Battista, Nocera Inferiore. Un pugno in faccia, quella sua lettera contro il razzismo, consegnata da un'amica, Alessandra, alla madre perché la leggesse in chiesa, al funerale del ragazzo di origini etiopi adottato da Lena Imperatore e Walter Visin. "Ovunque io vada, ovunque io sia, - scriveva Seid -, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone".
I genitori, che lo adoravano, respingono l'idea che si sentisse discriminato. Seid era bello, intelligente, odiava le ingiustizie e amava il calcio e la vita. Ma ha deciso di farla finita a vent'anni. E quella lettera l'ha scritta, con incredibile lucidità. Raccontando, dicono le "Mamme per la pelle", l'associazione di genitori di ragazzi di un altro colore, emozioni non molto lontane da quelle dei loro figli. "Fino a Seid non avevano voce, i nostri ragazzi - dice Gabriella Nobile -, ora sì. Le sue sono parole di disperazione, anche se appartengono a un momento diverso". I discorsi contro gli sbarchi e l'intolleranza che quando non aggredisce, aleggia, hanno colpito comunque. Insieme alle ferite del passato, forse, e alle sofferenze di quest'ultimo anno di pandemia.
Al funerale tanti ragazzi come lui. La donna sull'altare, accanto alla bara con le maglie delle giovanili in cui Seid ha militato - Inter, Milan, poi Benevento -, legge con voce rotta dall'emozione le parole scritte tre anni fa e condivise da un'amica nel giorno della morte del ragazzo.
Papà Walter non punta il dito contro chi potrebbe aver ispirato a suo figlio quelle parole, anzi, esclude che siano all'origine del suo gesto. Il messaggio di Seid che ora scuote l'Italia - dalla politica allo sport - come un pugno nello stomaco era espressione, secondo lui, di uno stato d'animo legato a un momento che colpì l'intero Paese. E c'è da credergli: Visin è stato dirigente sindacale Uil, le sue lotte contro gli incidenti sul lavoro sono note nel Salernitano. La stessa passione animava Seid, che a neanche 21 anni si sentiva maturo abbastanza per dubitare della felicità promessa dalla carriera che i mister gli facevano intravedere. Aveva detto no a squadre importanti probabilmente perché il sistema, i soldi, il cinismo che spesso si respira in quel settore, non gli piacevano.
Lo deduce il padre di un suo amico, Giovanni Marra, che ogni tanto lo portava a fare provini da attore. Da quando non giocava più a calcio, Seid aveva lavorato in un pub, era stato recentemente in Finlandia dalla fidanzata, vincitrice di una borsa di studio. Ma il suo sogno restava lo stesso: i soldi avrebbe voluto farli, ma solo per regalare un nuovo destino ai bambini che avevano sofferto come lui, prima di trovare due genitori meravigliosi. "Voglio tornare in Etiopia e migliorare la vita della mia gente", diceva. Ma non è facile, per ragazzi come lui, che devono lottare con drammi mai del tutto dimenticati. Seid era stato adottato a 7 anni e uno dei suoi allenatori racconta che le ferite dei conflitti nel suo Paese per lui erano state profonde: il padre, che lo aveva avuto a soli 16 anni, era morto in guerra e il ragazzo aveva perso tragicamente anche la madre, lei pure poco più che una ragazzina. Cicatrici mai rimarginate cui si era aggiunto, a volte, il peso della mancata integrazione: "Qualche mese fa - scriveva nel 2019 - ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, mi attribuivano la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro".
Seid aeva fatto ricorso all'aiuto di una psicoterapeuta, che su Facebook ha postato un video in cui il ragazzo balla come Michael Jackson per le strade di Roma, sotto lo sguardo dei passanti. E ha aggiunto il messaggio d'addio di Cesare Pavese: "Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". "Il razzismo non c'entra - dice anche Antonio Francese, l'allenatore dell'Atletico Vitalica, la squadra di calcio a 5 dell'Agro Nocerino Sarese che aveva tesserato Seid prima del Covid -. Non rimpiangeva quel mondo perché aveva capito di essere refrattario alla logica del calcio miliardario. Coltivava anche il teatro e il ballo, ma non trascurava lo studio". Era tornato dalla Lombardia proprio per prendere il diploma di liceo scientifico. Nello Gaito, presidente della squadra: "Aveva sempre una parola di conforto per gli amici, soprattutto chi restava in panchina. Aderiva a tutti i progetti che portavano i cittadini al centro".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 6 giugno 2021
La storia della ragazza pachistana di Novellara, punita crudelmente dalla famiglia per avere rifiutato le nozze combinate, ha faticato a emergere nel dibattito pubblico. Il destino toccato a Saman Abbas squarcia un velo. Chiama in causa politici e giornalisti, femministe e società civile: in fondo, tutti noi. Perché denuncia una sottocultura gretta e spietata - si direbbe ormai radicata nelle pieghe più nascoste del nostro Paese - ma anche la persistente difficoltà che abbiamo ad affrontarla e persino a raccontarla, in quanto il suo tessuto connettivo è la comunità islamica, con l'annesso fardello di uno scontro ideologico dal quale fatichiamo a liberarci.
La diciottenne pakistana di Novellara, punita ferocemente dalla famiglia per avere rifiutato un matrimonio combinato con un cugino in una madrepatria per lei lontana, parla ovviamente a ciascuno: come figlia, sorella, donna, cittadina italiana che non abbiamo saputo proteggere. Eppure, la sua storia ha faticato a emergere nel dibattito pubblico di un Paese altrimenti sempre pronto, e giustamente, a insorgere e scendere in piazza contro femminicidi e violenza sulle donne. Al punto che, per paradosso, a farci i conti sono stati dapprincipio soprattutto gli islamici: islamici italiani, beninteso, integrati da tempo, e dunque feriti più di noi da questo riflesso crudele e ancestrale proiettato sulla loro religione.
Il 3 giugno l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche d'Italia, ha emesso una fatwa contro "i matrimoni forzati nell'Islam", denunciandone l'illiceità: "Una pratica tribale che non può trovare alcuna giustificazione religiosa". La fatwa è un "parere" dottrinale: avvezzi a quelle usate dai fondamentalisti quali sentenze di morte contro qualche "miscredente" (Salman Rushdie, per citare il più noto), abbiamo quasi ignorato sui media un atto importante, il primo, sulla tragedia di Saman, diremmo una sentenza di vita, in questo caso emessa da 110 imam legati all'Unione.
Il secondo atto, tutto politico, è venuto ancora dall'Islam italiano: come il bambino che grida "il re è nudo", una giovane e coraggiosa consigliera comunale del Pd di Reggio Emilia, Marwa Mahmoud, ha tirato in ballo il proprio partito e la sua lentezza nel prendere posizione su una clamorosa violazione dei diritti umani quale è quella patita da Saman.
Esistono battaglie "di serie B" quando la vittima della violenza è una donna di origine straniera e, più precisamente, di religione musulmana? Una parte di spiegazione, forse, sta proprio qui, in un riflesso quasi pavloviano della nostra sinistra politica e culturale: il terrore, a indignarsi con troppa nettezza, di essere tacciata di razzismo, confusa con gli xenofobi di professione secondo i quali l'Islam è cattivo e violento per definizione. Naturalmente questa spiegazione, aggravata dal sospetto di pescare per interessi elettorali nella constituency degli stranieri ancora a corto di diritti, fa insorgere opinionisti e politici di sinistra. Ma è innegabilmente più facile mostrare solidarietà un po' paternalista verso i migranti sbarcati dalle carrette del mare a Lampedusa piuttosto che andare a ficcare il naso in questioni così complesse e difficili da dirimere come la vita di famiglie spesso ancora ai margini del processo di integrazione. E allora sta qui, forse, la motivazione più seria e profonda: nella separatezza di talune comunità, dove il calvario di Saman ricorda tanto da vicino quelli di Hina Saleem o di Sana Cheema, ammazzate dalle famiglie pakistane in circostanze assai simili e con identici moventi: la voglia di libertà di ragazze che si sentivano ormai occidentali ma erano percepite in modo assai diverso dal contesto familiare. In questo mondo a parte, e nella nostra fatica a intrometterci in esso, si consuma una contraddizione che può diventare fatale.
Izzedin Elzir, che ha guidato l'Ucoii fino a pochi anni fa, raccontava dei problemi, anche per gli imam, a penetrare famiglie bengalesi della borgata romana di Torpignattara nella quali si dava per scontato il diritto di ritirare le figlie dalla scuola alla prima adolescenza. I dati del Miur hanno scolpito più volte questa tendenza, radicata nelle comunità più arretrate, che si traduce nella scuola negata alle ragazze islamiche. Questa storia è dunque l'occasione per guardarci in faccia. Senza assurde pretese di superiorità, non giustificabili in un Paese che per tre secoli ha bruciato le "streghe" col Malleus Maleficarum scritto da due domenicani e, fino ai primi anni Ottanta dello scorso secolo, ha mantenuto nel suo apparato giuridico il delitto d'onore e il matrimonio riparatore. Ma, piuttosto, con la forza della nostra Costituzione, il cui articolo 3 non contempla divisioni per fazioni o interessi partitici nella tutela dell'uguaglianza. Ciò che dovrebbe bastare, alla sinistra italiana, per superare ubbie e imbarazzi residui. E che dovrebbe convincere ciascuno di noi del nostro dovere a intrometterci in queste vite degli altri: a scuola, al lavoro, sul pianerottolo, sul bus, ovunque si levi accanto a noi una Saman che rivendica solo il suo diritto all'Italia.
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