di Francesco D'Errico*
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Luigi Manconi e Federica Graziani nel loro "Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale" (Einaudi), scrivono che il populismo penale è "un camaleontico dio minore tracima nella realtà, in una lotta ostinata per l'egemonia nello spazio pubblico, un fenomeno che straripa da ogni delimitazione scientifica e da ogni analisi analitica".
E come si presenta, d'altronde, il populismo penale, se non con l'immagine di una vorace bestia multiforme in grado di sopravvivere e di riprodursi nelle più disparate realtà sociali, culturali e politiche pur andando sempre a caccia di libertà e garanzie individuali? Ne "L'enigma penale. L'affermazione politica dei populismi nelle democrazie liberali" (Giappichelli), il penalista Enrico Amati, ci offre una panoramica completa e approfondita della proliferazione giustizialista contemporanea, muovendosi nella sua ricerca con un dinamico approccio interdisciplinare che, pur rimanendo nel solco di una rigorosa impostazione tecnico- scientifica, ha il pregio di non prescindere mai dal "momento e dal milieu politico in cui la legislazione viene alla luce ed opera", visto che diversamente non si potrebbe affatto "intendere l'intimo valore di essa" (Bettiol docet).
Più in particolare il professore analizza il rapporto tra la belva populistica e l'habitat della democrazia liberale contemporanea, indagando, anche al di là dei confini italiani, sulle ragioni storiche e politiche all'origine della sua nascita e della sua affermazione, ed evidenziando le principali prede della sua inarrestabile voracità, la presunzione d'innocenza, l'extrema ratio, e soprattutto la razionalità delle produzione delle leggi penali, che ha ormai lasciato il posto all'oclocrazia punitiva.
D'altronde il populismo penale miete vittime nel nostro Paese da almeno ventinove anni, da quando è, per così dire, passato dall'infanzia alla giovinezza grazie all'inchiesta di Mani Pulite, occasione nella quale la magistratura ha assunto "impropriamente il ruolo di interprete autentico di aspettative popolari di giustizia in una logica di supplenza", una funzione paradossalmente legittimata dallo stesso legislatore, che da allora ha iniziato a scaricare sul potere giudiziario problemi che il potere politico non sa o non vuole risolvere, contribuendo attivamente alla propria delegittimazione.
Così "l'oppio giudiziario ha ormai contaminato gran parte della cultura (anche politica) italiana, incentivando una produzione penale compulsiva di scarsa qualità, che ha notevolmente ampliato la discrezionalità giudiziale e prodotto un generale abbassamento del livello di garanzie giuridiche". Se il panorama effettivamente appare desolante, nella cupa fase in cui domina "l'insipienza di tutto governare col mezzo di criminali processi" e in cui (ri) emerge "la vecchia modernità delle ideologie penalistiche autoritarie", Amati non si limita all'analisi dell'esistente ed elabora una serie di proposte per resistere all'incessante attacco corrosivo dell'orribile creatura figlia dell'incrocio pericoloso di antipolitica, giornalismo manettaro e protagonismo mediatico della pubblica accusa.
Il recupero della riserva di legge rafforzata in materia penale, una nuova deontologia giudiziaria ed ermeneutica volta alla valorizzazione dei principi di tassatività, determinatezza ed offensività ed il "recupero della vocazione all'apertura culturale e alla permeabilità politica che ha caratterizzato la penalistica civile italiana", sono i sentieri da percorrere.
Se è vero, infatti, che "la macchina giustizia è indispensabile" - e in ogni società civile lo è sebbene sia "affetta da congeniti, tremendi pericoli e da immoralità intrinseche" -, è altrettanto vero che "ciò non esime la penalistica dal pretendere, quantomeno, un modello di giustizia penale decente". Bando alla disillusione e al cinico pessimismo, largo alla ragionevole utopia della decenza. Il cammino è lungo e tortuoso, meglio non perdere tempo.
*Presidente Associazione Extrema Ratio
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La cura viene prima dei divieti. Il tribunale di Arezzo giudica non punibile l'uomo disabile. "Assolto perché il fatto non sussiste". Malgrado 15 piante di marijuana e 800 grammi di infiorescenze messe già ad essiccare. Walter De Benedetto è soddisfatto, "non solo per me ma anche per tutti coloro che vivono nelle mie stesse difficoltà". Tira un sospiro di sollievo, il 50enne che vive su un sedia a rotelle per colpa di una devastante artrite reumatoide, e che rischiava fino a quattro anni di carcere; ringrazia i tanti che lo hanno sostenuto e che ancora ieri hanno organizzato sit-in in 18 città italiane, oltre che davanti al tribunale di Arezzo dove si è tenuta l'udienza del processo in direttissima che lo vedeva accusato di coltivazione di sostanze stupefacenti in concorso con un'altra persona condannata per averlo aiutato a innaffiare le piante nel suo giardino.
Lui in aula non c'era, ieri non era in grado di muoversi neppure in ambulanza, ma è già pronto a ripartire da questa sentenza "per portare avanti la nostra lotta". Anche se le sue condizioni di salute lo spingono già altrove, nelle "altre ricerche" che vuole compiere d'ora in poi, come ha detto rispondendo a chi gli chiedeva se riprenderà a coltivare piante di marijuana.
La quantità di medicinali cannabinoidi che gli venivano forniti dal Ssn non gli bastavano. La sua condizione ha finito per essere una vera "tortura", come l'ha definita la senatrice Emma Bonino intervenendo durante il dibattito sul Recovery plan e mostrando al premier Draghi una foto di De Benedetto, costretto ad un "processo grottesco". E così Walter, che è stato un dipendente comunale, non ha mai fatto uso di stupefacenti e non fuma sigarette, a un certo punto decise di coltivare in casa la pianta che allevia le sue sofferenze.
Oggi la sua è una battaglia politica: supportato dalla campagna #MeglioLegale, dall'associazione Luca Coscioni, dai Radicali italiani, da +Europa, dal movimento 6000 Sardine e da singoli esponenti di LeU, Pd e M5S, l'uomo che una settimana fa aveva scritto una lettera aperta al Presidente Mattarella spera ora che questa sentenza apra la strada alla legalizzazione dell'autoproduzione per uso personale e terapeutico. "Non ho più tempo per aspettare i tempi di una giustizia che ha sbagliato il suo obiettivo - aveva dichiarato - Il dolore non aspetta. Mi assumo la mia responsabilità, mi sento a posto con la mia coscienza". Nel novembre scorso il deputato di +Europa Riccardo Magi gli aveva ceduto un pacchettino di marijuana e si era autodenunciato per il gesto. Oggi Magi chiede "la completa depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale, verso una vera legalizzazione della cannabis".
Come spiegano i difensori di De Benedetto, gli avvocati Claudio Miglio e Lorenzo Simonetti (vedi intervista), il giudice Fabio Lombardo ha riconosciuto prioritaria la motivazione personale del coltivatore rispetto alla quantità del suo raccolto. D'altronde la cannabis a scopo farmacologico prodotta dall'Istituto militare di Firenze (dal 2020 doveva arrivare a 300 kg l'anno) è ancora insufficiente. La marijuana prodotta a scopo curativo, rispetto a quella che comunemente si trova sul mercato illegale, ha una diversa composizione del principio attivo Thc (il 5,6%) e dei metaboliti non psicoattivi con effetti sedativi e miorilassanti che sono il Cbd (l'8,6%) e il Cbg.
E allora, propone la portavoce di #MeglioLegale, Antonella Soldo, bisogna "aprire la produzione di cannabis terapeutica anche a privati, semplificare la burocrazia e formare i medici. Sono questi i passi fondamentali che serve mettere in campo affinché altri pazienti non si trovino nuovamente ad affrontare l'iter giudiziario che ha dovuto percorrere De Benedetto".
"L'assoluzione di Walter - commenta Marco Perduca dell'Associazione Coscioni - apre nuovi scenari che per quanto lo riguardano sono finalmente positivi ma che per chi si trova in situazioni simili devono essere chiarite da una norma di legge. Non tutti gli imputati che hanno coltivato in "stato di necessità" potranno contare su avvocati preparati e impegnati, né su magistrati attenti al bilanciamento del diritto alla salute con quello del rispetto del T.U. sulle droghe, che è di stampo proibizionista con pene sproporzionate e irragionevoli. Oggi festeggiamo ma da domani torneremo a chiedere riforme radicali di norme liberticide".
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 28 aprile 2021
Il presidente leghista della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, è stato irremovibile: "Parliamo di tutto, fuorché del disegno di legge contro l'omotransfobia". Il grillino Brescia: "Cosa temi? Stop a squallidi mezzucci"
È finita in caciara: da un lato le grida di protesta dei dem e dei grillini, dall'altro l'irremovibile decisione del presidente leghista della commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari di parlare d'altro. Di tutto. Fuorché del disegno di legge contro l'omotransfobia che prende il nome dal deputato del Pd e attivista Lgbt, Alessandro Zan.
Fumata nera. Sulla legge Zan (e gli altri ddl sullo stesso tema), nulla di fatto. Eppure il centrosinistra era sicuro che oggi sarebbe stato il giorno della svolta, con la calendarizzazione della discussione e la scelta del relatore. "Rispetta gli impegni non ce la fai proprio a mantenere la parola", hanno urlato Franco Mirabelli e gli altri dem al presidente Ostellari. "Era un impegno preciso, discusso anche in capigruppo", ha rincarato Alessandra Maiorino che per i 5Stelle sta seguendo passo passo la legge e ha lanciato un flash mob social la settimana scorsa. "Cosa temi? Stop a squallidi mezzucci", attaccano rivolti al presidente leghista i deputati grillini Giuseppe Brescia e Mario Perantoni.
"Qui ormai non è più questione di ostruzionismo ma di picchettamento. Era dai tempi del liceo che non vedevo un picchetto", si è sfogata alla fine della riunione di commissione, Anna Rossomando, vice presidente dem di Palazzo Madama e responsabile giustizia e diritti del partito. Il tempo della commissione per discutere d'altra parte era ridotto all'osso: convocati per le 14 e 30, dopo mezz'ora i senatori sono tutti andati in aula a sentire Draghi sul Recovery Plan.
E Ostellari ha invitato i gruppi politici a parlare appunto dei disegni di legge che stavano a cuore. Ha cominciato il leghista Simone Pillon, che ha preso spunto dalla vicenda della donna lombarda affetta da un tumore, la quale è andata alla ricerca della madre naturale per potere accedere alle diagnosi genetiche e mettere a punto un trattamento terapeutico adeguato. Pillon propone di rivedere la legge che garantisce l'anonimato alla madre che non riconosca poi il figlio.
"La Corte costituzionale ha chiesto al Parlamento di legiferare in materia. È un argomento delicatissimo, ma è giusto parlarne", sostiene il senatore leghista. Acerrimo avversario del ddl Zan, Pillon contrattacca: "Sono stati grillini e Pd a polemizzare e a pretendere che non si rispondesse alle loro accuse: mi pare un tantino anti democratico. È slittato tutto per le loro inutili discussioni". Per Forza Italia invece tra le priorità c'è il ddl sulle interferenze della magistratura in politica.
Domani la commissione Giustizia si riunisce di nuovo alle 8 e 45 del mattino. Sarà la volta buona? Ostellari si difende: "Non dipende da me ma dalla commissione". Salvini e Meloni hanno posto il veto alla legge contro l'omofobia. La capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Simona Malpezzi denuncia: "C'è stata una forma di ostruzionismo. Hanno cominciato a chiedere ulteriormente altre calendarizzazioni e per il ddl Zan non c'è stato tempo".
E Rossomando: "Noi insistiamo, è diritto del Parlamento discutere delle leggi. Noi dem, alla Camera, sulla commissione d'inchiesta sulla giustizia, pur essendo contrari ci guardiamo bene dall'impedire che venga calendarizzata o discussa. Il Parlamento va difeso sempre e non a giorni alterni". Il ddl Zan è stato approvato alla Camera il 4 novembre scorso e si è insabbiato al Senato.
di Riccardo Luna
La Repubblica, 28 aprile 2021
E quindi? Com'è questo Recovery Plan sul digitale? Arriveremo finalmente nel futuro di cui parliamo da venti anni? Dopo le vaghissime bozze dei mesi scorsi, il documento varato dal governo e approvato dalle Camere a larghissima maggioranza, e solo 19 voti contrari, per quel che riguarda il digitale è ben fatto, organizzato con logica e scandito con una tempistica sensata.
Ma non equivochiamo: non è geniale o visionario. È decoroso.
Dice il Pnrr che dovremo portare la banda ultra larga ovunque entro cinque anni, scuole comprese; digitalizzare tutti i servizi della pubblica amministrazione e realizzare finalmente due riforme avviate nello scorso millennio: il fascicolo sanitario elettronico e il processo civile telematico. Parla anche di cose più recenti, promesse a vario titolo da un decennio: la razionalizzazione dei data center e l'utilizzo diffuso del cloud. Insomma, non rocket science, non c'è la promessa di mandare l'uomo sulla luna ma quella non meno ardita per noi, di far sparire le file agli sportelli.
Si tratta insomma di realizzare finalmente il gigantesco libro delle nostre incompiute. La differenza con il passato è che stavolta ci sono i soldi, tantissimi soldi, per realizzare questi progetti (oltre 50 miliardi di euro, molti di più se consideriamo la quota digitale di istruzione e giustizia). Ma i soldi non bastano: non è per mancanza di investimenti che siamo agli ultimi posti in Europa per la trasformazione digitale, ma per aver fatto progetti pessimi o per averli abbandonati strada facendo.
In questo contesto colpisce la considerazione che nel Piano c'è per il tema della cybersecurity, citata di passaggio e destinataria di appena 620 milioni di euro. Spiccioli. Dicono che dietro ci sia una guerra di palazzo, sussurrano che con Mario Draghi l'impostazione del predecessore verrà ribaltata. Può darsi: ma i soldi per proteggere l'Italia, le sue aziende e i cittadini da attacchi hacker ormai quotidiani sembrano davvero pochi.
Eppure ancora ieri il ministro Lamorgese, inaugurando un centro di sicurezza digitale della polizia di Stato, ha detto che la cybersecurity è un presidio di democrazia. La nostra libertà passa da lì. Sacrosanto. Ma promettere che in cinque anni l'Italia diventerà un paese totalmente digitale e trascurare la sicurezza informatica è come fare una casa e non metterci le porte.
di Marco Gasperetti
Corriere della Sera, 28 aprile 2021
La ministra Dadone: "Giorno storico, invito a un atto di coerenza pubblica i detrattori della legalizzazione". Walter è stato assolto, finalmente. E non importa se ha assunto cannabis superando le quantità consentite dalla legge. Perché Walter De Benedetto, 49 anni, colpito da una gravissima e dolorosa forma di artrite reumatoide quando di anni ne aveva 16, non era (e non è) uno spacciatore che coltivava l'erba per soldi, ma un malato che cercava di lenire un po' le sue atroci sofferenze. È una sentenza destinata a fare giurisprudenza e che fa onore alla giustizia e all'etica, quella pronunciata martedì mattina dal gup di Arezzo Fabio Lombardo.
Anche la pubblica accusa, al termine della requisitoria, aveva chiesto la piena assoluzione di Walter perché il fatto non sussiste e difendersi dalla prostrazione che provoca il dolore non può essere reato.
Assolto - L'assoluzione è stata accolta con soddisfazione anche dal ministro per le Politiche giovanili, Fabiana Dadone. "È un giorno storico - ha scritto sui social -. Oggi mi sento di festeggiare questa sentenza e lo faccio con un test antidroga del capello. Invito per l'ennesima volta a un atto di coerenza pubblica i detrattori della legalizzazione della marijuana che ritengono "cattivi maestri" quelli a favore. Abbiate un filo di coerenza e fatelo anche voi dimostrando che non c'è ipocrisia in questa vostra posizione".
Solidarietà - Walter è stato sommerso da una valanga di messaggi e telefonate da ogni parte d'Italia. Tanta solidarietà non se l'aspettava neppure lui, nonostante la petizione firmata da decine di migliaia di persone prima della decisione dei magistrati d'Arezzo. "Ha vinto il buonsenso. Ringrazio tutti e sono soddisfatto - dice - e non è solo una questione personale. Questa sentenza interessa tutti coloro che vivono le mie stesse difficoltà. C'è stata una grande mobilitazione, davanti ai tribunali di 18 città. Sono commosso e abbraccio tutti. Adesso posso affrontare la malattia e il dolore in modo più sereno. Si va avanti".
La denuncia nel 2019 - Nel suo letto della casa di Ripa di Olmo, provincia di Arezzo, in compagnia della sua gatta Luna, De Benedetto era costretto a cure antidolorifiche anche a base di morfina, che distruggevano il suo corpo e la sua mente. Così aveva deciso di iniziare una terapia a base di cannabis e coltivava nella piccola serra del giardino della sua abitazione quindici piantine, aiutato da un amico, che poi è stato condannato. Nel 2019 qualcuno li aveva denunciati ai carabinieri ed era partito l'iter giudiziario, doloroso anch'esso per un uomo ridotto allo stremo delle forze. Racconta Walter: "Sembrava la fine, o l'inizio di nuove sofferenze. E invece...".
La petizione - E invece ecco arrivare inattesa la solidarietà di decine di migliaia di persone che firmano una petizione, si battono non solo per quell'uomo ma per il diritto di affrontare le malattie più prostranti con dignità. Perché soffrire così non è giusto, non è umano. "Il dolore non aspetta, ma io sono a posto con la mia coscienza", aveva scritto De Benedetto in una lettera aperta al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La battaglia - De Benedetto ha lottato come un leone, nonostante l'infermità. Aiutato da dall'Associazione Luca Coscioni, che ha messo a disposizione i propri avvocati, ma anche da Enzo Brogi, promotore della prima legge regionale in Italia sull'uso terapeutico della cannabis, che martedì ha chiesto al segretario del Pd, Enrico Letta, di farsi portavoce di questa battaglia di civiltà. Perché, come ha sottolineato l'attivista Antonella Soldo sono molti i casi come quello di Walter e decine le persone ai domiciliari o con procedimenti penali in corso perché sulla cannabis c'è un tabù ideologico che impedisce "a chi non vuole soffrire di avere il diritto garantito a questa terapia". Anche Emma Bonino si è interessata del caso e ieri ha mostrato in Senato una foto di De Benedetto parlando del suo caso al premier Mario Draghi e di quel processo che non si doveva fare.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La pandemia non ha frenato la spesa militare. Nel 2020, mentre medici e infermieri negli ospedali di ogni angolo del mondo lottavano per salvare la vita dei malati di Covid, in molti casi senza avere i respiratori per le unità di terapia intensiva, i governi di molti paesi investivano 1981 miliardi di dollari per comprare altre armi, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019.
Lo rivelano i dati contenuti nell'ultimo rapporto diffuso ieri dall'International Peace Research Institute di Stoccolma (Sipri) che segue e registra vendite ed acquisti nel mondo di cacciabombardieri, carri armati, droni, sistemi missilistici, armi leggere e pesanti e molto altro. "Possiamo dire con certezza che la pandemia non ha avuto un impatto significativo sulla spesa militare globale nel 2020. Resta da vedere se i paesi manterranno o diminuiranno questi livelli durante il secondo anno di pandemia", spiega Diego Lopes da Silva, uno dei ricercatori del Sipri. Se la sua previsione, o l'auspicio, si avvererà lo vedremo tra un anno.
Sipri sottolinea che l'aumento del 2,6% della spesa militare mondiale è avvenuto mentre il Pil globale è diminuito del 4,4% - secondo i dati del Fondo monetario internazionale - e milioni di persone hanno dovuto chiudere le loro aziende e attività commerciali o hanno perduto il lavoro e sono finite in miseria a causa degli impatti economici della pandemia. Non solo. L'aumento della spesa militare è stato il più significativo dal 2009, la fase più acuta della crisi finanziaria ed economica globale. I cinque maggiori investitori nel 2020 - il 62% a livello mondiale - sono stati Stati uniti, India, Russia, Regno unito e Cina. La spesa militare di Pechino è cresciuta per il 26esimo anno consecutivo - 252 miliardi di dollari - ed è la seconda dopo quella degli Usa. "La continua crescita della spesa cinese è in parte dovuta ai piani di espansione e modernizzazione militare a lungo termine del paese, in linea con il desiderio dichiarato di mettersi al passo con le altre principali potenze militari" aggiunge Sipri.
La pandemia non ha frenato neanche la spesa militare degli Stati Uniti che ha raggiunto circa 778 miliardi di dollari, pari a un aumento del 4,4% rispetto al 2019: il 39% di quella totale nel 2020. E 12 paesi della Nato hanno speso il 2% in più del loro Pil per le loro forze armate. La Francia, ottavo spender a livello globale, ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2009. Ma ci sono anche segnali in controtendenza. Alcuni paesi hanno riallocato parte della loro spesa militare investendo una porzione dei fondi stanziati per le nuove armi nella risposta sanitaria alla pandemia, come il Cile e la Corea del Sud. Altri, tra cui Brasile e Russia, hanno tagliato i loro budget militari iniziali. Anche i paesi del Medio oriente, da anni tra i principali acquirenti mondiali di armi, hanno rallentato facendo registrare nel 2020 un meno 6,5% (Arabia saudita -10%) ma hanno comunque speso 143 miliardi di dollari.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 28 aprile 2021
La Commissione presenta la strategia del Patto su migrazione e asilo: al centro gli allontanamenti volontari degli "irregolari". Intanto la Ocean Viking, unica nave umanitaria in zona Sar, salva 236 persone. Chi sperava che la strage di 130 persone della scorsa settimana potesse causare un sussulto di pietà da parte dell'Unione Europea può riporre le speranze in un cassetto. Al "momento della vergogna", invocato domenica da papa Francesco, è subentrato presto quello del "pragmatismo", messo sul piatto ieri dal vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schoinas e dalla commissaria agli Affari interni Ylva Johansson. Pragmatismo in questo caso significa ribadire, nonostante tutto, il focus principale del Patto su migrazione e asilo presentato il 23 settembre scorso: allontanare tutti coloro che non riescono ad accedere all'asilo.
Così il centro della nuova strategia europea verso i migranti saranno, come da programma, i rimpatri volontari. Per fortuna mentre Schoinas e Johansson parlavano, duemila chilometri più a sud c'era una nave umanitaria che riempiva il vuoto lasciato dalle istituzioni europee: tra le 9 di mattina e mezzogiorno la Ocean Viking, della Ong Sos Mediterranée, ha soccorso in due diversi interventi 236 persone. Tra loro 114 minori non accompagnati, 7 donne e un neonato.
Dalla Commissione l'unica risposta sul tema del Search and rescue nel Mediterraneo è stato il riferimento al punto inserito nel Patto per favorire l'attivazione del meccanismo di solidarietà tra i paesi membri nella condivisione delle persone sbarcate dopo le operazioni di soccorso. Tutta l'attenzione è stata invece concentrata sui rimpatri volontari, che insieme a quelli forzati costituiscono lo strumento di espulsione dal territorio Ue dei migranti che non riescono a ottenere lo status di rifugiato o altre forme di regolarizzazione.
"Solo un terzo delle persone che non hanno diritto a restare in Europa tornano nel loro paese e di queste meno del 30% in modo volontario", ha dichiarato Johansson. Per Schoinas tale "fallimento" deriva da tre fattori: il quadro degli accordi di riammissione con i paesi terzi; la struttura organizzativa europea dei rimpatri; l'impatto ridotto della volontarietà. Tradotto: servono strumenti per convincere i paesi terzi a riprendersi i loro cittadini e i migranti a lasciare il territorio europeo. Anche perché conviene: si stima che un allontanamento forzato costi in media 3.414 euro, contro i 560 euro di uno volontario. La strategia proposta dalla Commissione prevede un approccio maggiormente integrato che utilizzi le leve politiche, diplomatiche ed economiche a disposizione dell'Ue per imporre le sue esigenze. Con lo scopo di armonizzare interventi e programmi sarà istituita la figura di un coordinatore.
La gestione dei rimpatri andrà in mano alla contestatissima agenzia Frontex, che è contemporaneamente al centro di: un'indagine sulle spese contabili dell'Ufficio europeo per le lotte anti-frode (Olaf); una verifica del mediatore europeo sul rispetto degli obblighi in materia di diritti fondamentali; un gruppo di scrutinio nella commissione Libe (Libertà civili, giustizia e affari interni) dell'europarlamento sul presunto coinvolgimento in respingimenti illegali nell'Egeo.
Proprio ieri i deputati di Bruxelles in plenaria hanno votato a larghissima maggioranza per posporre l'approvazione del bilancio dell'agenzia: se ne riparlerà a ottobre. Frontex ha visto moltiplicare il suo budget come nessun altro organismo Ue: da 19 milioni nel 2004 a 544 nel 2021 (fonte: Corporate europe).
"La Commissione europea pensa che unire le parole "ritorno" e "volontario" dia un suono più bello al suo piano per deportare decine di migliaia di persone. Ciò che ha presentato ieri è in realtà l'agenda dettata da Orbán, Duda, Janša e il desiderio di Salvini e Le Pen", accusa Sira Rego, eurodeputata di Unidas Podemos, vicepresidente di The Left e parte del gruppo di scrutinio su Frontex.
Pietro Bartolo, eletto a Bruxelles con il Partito democratico, si dice "preoccupato che la comunicazione della Commissione preceda una strategia per la creazione di vie legali d'accesso, unico strumento efficace per affrontare la migrazione irregolare e impedire le stragi nel Mediterraneo, ma non solo". Due giorni fa Bartolo aveva firmato assieme ad altri 52 parlamentari europei una lettera indirizzata a Schoinas e Johansson con la richiesta ufficiale di "attivare una missione e un fondo europeo per la ricerca e il soccorso". "Salvare vite in mare è un dovere a cui l'Ue e i suoi stati membri non possono sottrarsi", hanno scritto.
Chi davvero non si è sottratto al dovere di soccorrere è la nave umanitaria Ocean Viking, che ha messo al sicuro altre 236 vite. I migranti viaggiavano su due gommoni simili a quello affondato giovedì scorso. Sono stati trovati a 32 miglia nautiche dalla città libica di Zawyia. "Molti sopravvissuti erano deboli e disidratati. Avevano ustioni da carburante e soffrivano vertigini, nausea e mal di testa", ha raccontato l'Ong.
La Repubblica, 28 aprile 2021
La denuncia di Amnesty International. Nella regione della Cirenaica, nel periodo tra il 2018 e il 2021, sono state almeno 22 le condanne a morte e altre centinaia di persone incarcerate.
L'organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti umani, Amnesty International, ha reso noto che nella Libia orientale (cioè la Cirenaica) i Tribunali militari hanno condannato centinaia di civili in seguito a processi militari segreti "profondamente iniqui", si legge in una nota dell'Organizzazione, con l'obiettivo di punire veri o presunti oppositori e critici delle Forze armate arabe libiche (Laaf) e dei gruppi armati affiliati. Nel periodo tra il 2018 e il 2021, sono state almeno 22 le condanne a morte, mentre centinaia di altre persone sono state condannate alla reclusione. Molti imputati hanno subìto torture e altri maltrattamenti durante il periodo trascorso in regime di detenzione preventiva.
Colpiti solo in quanto giornalisti. Tra i civili processati dai Tribunali militari nella roccaforte delle Laaf nell'Est della Libia, figurano due persone colpite esclusivamente per la propria attività giornalistica, un gruppo che ha partecipato alle manifestazioni pacifiche e decine di persone che hanno difeso i diritti umani o hanno condiviso sui social le critiche alle Laaf o ad altri gruppi armati affiliati. Gli ex detenuti che hanno parlato con Amnesty International hanno raccontato in dettaglio una serie di violazioni: sono stati rapiti e tenuti prigionieri fino a tre anni prima di essere deferiti alla giustizia militare, sono stati tenuti in regime di incommunicado fino a 20 mesi in circostanze simili a quelle di una sparizione forzata, sono stati sottoposti a percosse, minacciati e sottoposti a simulazioni di annegamento. Alcuni hanno detto di essere stati costretti a firmare delle "confessioni" per reati che non avevano commesso.
Tutto avviene in segreto, senza avvocati né imputati. "Il processo di civili da parte di tribunali militari, iniquo per natura - dice Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord - il governo di transizione non rispetta gli standard internazionali e regionali. Nella Libia orientale, questi procedimenti avvengono in segreto e a volte in assenza di avvocati e imputati, pregiudicando qualsiasi apparenza di giustizia.
Il ricorso a Tribunali militari per i civili è un'evidente cortina di fumo attraverso la quale le Laaf e i gruppi armati affiliati esercitano il proprio potere per punire gli oppositori e per diffondere un clima di paura", ha aggiunto la vicedirettrice di Amnesty. Secondo il diritto internazionale, il ricorso ai Tribunali militari deve limitarsi ai procedimenti nei confronti del personale militare per le violazioni della disciplina delle forze armate. Ricorrere alla Giustizia militare per processare i civili pone diversi problemi, perché due dei protagonisti del processo, cioè l'Accusa e il il collegio giudicante, sono in servizio presso le forze militari e quindi soggetti alla loro gerarchia, dunque manca loro l'elemento fondamentale dell'indipendenza e dell'imparzialità.
Persone trattenute illegalmente per mesi. Nel corso dei colloqui con 11 persone, tra cui ex imputati, difensori dei diritti umani e avvocati, Amnesty International ha riscontrato che le persone che hanno subìto un processo militare sono state trattenute illegalmente per mesi o persino anni, sono state torturate e soggette a procedimenti profondamente iniqui. Un uomo condannato da un tribunale militare nel 2020 ha dichiarato che gli uomini affiliati alla "polizia militare", un gruppo armato alleato delle Laaf, lo avevano picchiato, minacciato di stupro e gli avevano messo un cappuccio sulla testa prima di versargli dell'acqua addosso per simulare un annegamento.
A processo per aver espresso critiche pacificamente. Tra coloro che hanno affrontato dei procedimenti dinanzi a tribunali militari figura una donna che nel febbraio del 2020 era stata portata via dalla sua abitazione da un gruppo armato per un post di critica sui social nei confronti delle Laaf. Non è stato permesso né ai suoi familiari né al suo avvocato di vederla prima che, in attesa del processo, ottenesse la libertà provvisoria nell'aprile del 2021. Inoltre, Amnesty International è venuta a conoscenza di 18 uomini arrestati per le proteste contro i gruppi armati avvenute a settembre 2020 che sono stati deferiti ai tribunali militari.
Processi farsa. I processi dinanzi ai tribunali militari nella Libia orientale non rispettano una serie di diritti relativi al processo equo, tra cui il diritto all'assistenza legale prima e durante il processo, il diritto a non rispondere, il diritto a un'udienza pubblica ed equa dinanzi a un tribunale imparziale e indipendente, il diritto a essere presenti durante il processo, ad avere una sentenza motivata nonché la possibilità di revisione. Gli imputati hanno di norma raccontato di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, a volte, durante il processo. Anche gli avvocati sono stati colpiti. Secondo Libyan crimes watch, gruppo libico impegnato nella difesa dei diritti umani, nel mese di marzo del 2020, due avvocati sono stati arrestati e detenuti per molti giorni a causa di alcune denunce nei loro confronti fatte da Slim al-Fergani, presidente del tribunale militare permanente a Bengasi. Secondo una delle denunce esaminata da Amnesty International, un avvocato ha accusato Slim al-Ferjani di aver proibito ai legali di esaminare i fascicoli o di presentare una difesa in tribunale.
15 anni di galera per critiche alle Laaf. A maggio del 2020, un Tribunale militare ha condannato il giornalista Ismail Bouzreeba Al-Zway a 15 anni di detenzione, perché accusato di appoggiare il terrorismo. Amnesty International ritiene che sia stato punito per i contenuti trovati sul suo telefono, tra cui dei messaggi di critica alle Laaf e delle comunicazioni con stampa straniera. Non gli è stato permesso di mettersi in comunicazione con la sua famiglia e con il suo avvocato durante l'intero periodo di detenzione preventiva e il processo è avvenuto in sua assenza. In molti casi, fino al processo agli imputati non venivano comunicate con esattezza le accuse nei loro confronti, le udienze non erano pubbliche e non veniva dato loro accesso ai fascicoli o alle prove contro di loro o, una volta condannati, alle sentenze motivate.
Il peso delle gerarchie militari sulla giustizia. Inoltre, le sentenze emesse da un Tribunale militare possono essere appellate esclusivamente dinanzi a Tribunali militari di grado superiore. Sia la procura militare che i giudici mancano di indipendenza e imparzialità, essendo associati alle Laaf o ai gruppi armati alleati. A esempio, Faraj AlSoussa'a, attuale capo della procura militare nella Libia orientale rappresenta anche le Laaf nei colloqui della commissione militare libica (5+5) sotto l'egida dell'Onu, mentre Khairi al-Sabri a capo dell'Autorità militare giudiziaria generale, in passato ha guidato l'intelligence militare sotto il controllo delle Laaf. A sua volta, il giudice del Tribunale militare permanente a Bengasi è subordinato alla direzione dell'Autorità militare giudiziaria generale.
La pena di morte. Secondo le dichiarazioni della Unsmil (la Missione di sostegno in Libia delle Nazioni Unite) e delle Laaf, tra il 2018 e il 2020, i Tribunali militari hanno condannato a morte almeno 22 persone, in seguito a processi iniqui. Secondo le organizzazioni libiche per i diritti umani, sono almeno 31 le condanne a morte comminate. Amnesty International è contraria al ricorso alla pena di morte in qualsiasi circostanza. Secondo il diritto internazionale, i processi per i reati punibili con la pena di morte devono rispettare tutti i principi relativi a un processo equo e le esecuzioni a seguito di processi iniqui violano il diritto alla vita.
Pesanti conseguenze per i civili condannati. I civili scarcerati dopo aver scontato le pene hanno riferito che questi procedimenti nei loro confronti hanno danneggiato le loro vite, anche le loro prospettive lavorative future. Sulle loro teste incombe la paura di ulteriori arresti. Ibrahim el-Wegli, un medico che lavorava in un ospedale pubblico a Bengasi ha detto ad Amnesty International che dopo la sua scarcerazione il suo contratto di lavoro pubblico era stato invalidato a causa della sentenza a lui sfavorevole, emessa dal tribunale militare. Inoltre, due uomini condannati dai Tribunali militari hanno riferito ad Amnesty International che dopo il loro rilascio, hanno ricevuto costanti minacce verbali di ulteriori arresti e di sentenze più dure da parte di persone affiliate alla "polizia militare", il che li ha spinti a fuggire dalla Libia.
Motivazioni legali dubbie. Nel 2017, i membri della Camera dei rappresentanti, l'ultimo parlamento libico eletto, hanno approvato la legge n. 4/2017 che sanciva la giurisdizione dei tribunali militari sui civili accusati di "terrorismo" e di reati commessi nelle "zone militari". In quel momento, il paese era diviso tra due organismi contrapposti e in conflitto: la camera dei rappresentanti di Tobruk, alleata con le Laaf, che avevano il controllo della maggior parte dell'est della Libia, e il Governo di accordo nazionale (Gna) con sede a Tripoli. A novembre del 2018, un portavoce delle Laaf ha dichiarato che gli emendamenti del 2017 hanno fornito una base giuridica per i processi nei confronti delle persone accusate di "terrorismo" dinanzi ai tribunali militari.
di Marco Bonarrigo
Corriere della Sera, 28 aprile 2021
La denuncia di Aliaksandra Herasimenia, campionessa olimpica a capo della Belarussian Sport Solidarity Foundation, con la quale supporta gli atleti minacciati o incarcerati e che finanzia mettendo all'asta le sue medaglie. "Se sei un atleta non allineato al regime, in Bielorussia ti basta poco per finire in galera. A Yelena Leuchanka, stella del nostro basket, è stato fatale un post su Instagram spedito dall'aeroporto di Minsk dove stava per volare negli Usa: l'hanno arrestata al controllo passaporti e si è fatta 15 giorni di carcere. La regina del nostro freestyle, Aleksandra Romanovskaya, è stata cacciata dalla nazionale per aver firmato un appello per i diritti civili, Pavel Sitenkov - celebre coach del nuoto - è stato manganellato a sangue dalla polizia come pure Andrey Kravchenko, argento olimpico del decathlon, umiliato per 10 giorni nel carcere di Zhodino: entrambi avevano sfilato in corteo. E sono solo alcuni casi".
A parlare col Corriere (da Vilnius, dov'è rifugiata dopo essere stata bollata come "minaccia alla sicurezza e all'economia nazionale") è Aliaksandra Herasimenia, 35 anni, due argenti e un bronzo ai Giochi olimpici del 2012 e 2016 e due ori mondiali nel nuoto. Aljaksandra guida la Belarussian Sport Solidarity Foundation che supporta gli atleti minacciati o incarcerati e la finanzia mettendo all'asta le sue medaglie.
Nella Bielorussia di Alexander Lukashenko quando a reclamare i diritti civili è un atleta la prigione, i soprusi, la perdita del posto di lavoro statale o della borsa di studio e del diritto di allenarsi sono automatici. A protestare contro le elezioni farsa dell'agosto 2020 - che mantennero al potere l'autocrate Lukashenko - è un pezzo importante società civile.
Ma per un capo dello Stato che esibisce i risultati agonistici come bottino militare (96 medaglie olimpiche dall'indipendenza del 1991), che un campione rifiuti di presenziare alle parate militari e chieda di partecipare ai Giochi di Tokyo sotto bandiera neutrale è un oltraggio da punire.
Russia a parte (ma lì si parla di doping), la Bielorussia è la sola nazione al mondo sospesa dal Cio che ha disconosciuto il comitato olimpico nazionale, fino allo scorso autunno presieduto da Lukashenko stesso che poi ne ha fatto dono al figlio Viktor Aleksandrovich, suo consigliere per la sicurezza, accusato di ripetute violazioni dei diritti civili dalla Comunità Europea.
La sanzione del Cio si limita a bandire la presenza di padre e figlio da Tokyo (il padre ci sarà comunque come capo di Stato) e a un generico appello a non discriminare gli atleti. La Bielorussia (al contrario della Russia) può però continuare ad ospitare grandi eventi sportivi e a far sfilare i suoi atleti sotto la bandiera nazionale. "A giugno - spiega Herasimenia - Minsk ospiterà gli Europei di ciclismo su pista con atleti di 50 nazioni. Abbiamo chiesto invano alla federazione di spostarli altrove per appoggiare la nostra protesta".
L'Unione Europea di Ciclismo è presieduta da un italiano, Enrico Della Casa. "Non possiamo spostarci - ammette - perché nessuno ci darebbe i 350 mila euro che ci offre la federazione locale per coprire i costi. E comunque abbiamo il nullaosta del Cio". Herasimenia: "Pura ipocrisia, un voltarci le spalle e far finta che tutto vada bene. In realtà non va bene nulla: gli atleti meritevoli sono sistematicamente emarginati e sostituiti con quelli più scarsi ma fedeli al regime o che si guardano bene dal protestare. Ogni atleta sa che ai Giochi va chi corre o nuota più veloce, salta, lancia o gioca meglio. Regole universali, ma non nel nostro paese. Chiedo agli atleti di tutto il mondo - e in particolare alla vostra Federica Pellegrini, fuoriclasse contro cui ho gareggiato - di sostenere la nostra causa. Bastano una parola, una frase, un post. Non lasciateci soli".
di Marco Grieco
Il Domani, 28 aprile 2021
Mancano pochi mesi al 9 luglio, quando i sud sudanesi festeggeranno il decimo anniversario della loro indipendenza dal Sudan, ma quel cordone ombelicale reciso nel 2011 dal 98 per cento degli elettori, è ancora oggi intriso di sangue. Nemmeno la chiesa cattolica, protagonista del lento cammino di pacificazione del paese, può definirsi al sicuro.
Nella notte di ieri, infatti, il missionario comboniano Christian Carlassare, nominato vescovo di Rumbek appena due mesi fa, ha subìto un agguato ed è stato ferito alle gambe con colpi di arma da fuoco. Secondo quanto riferito dalla Conferenza episcopale del paese il presule non è in pericolo di vita, ma l'evento ha scosso tutte le diocesi, anche per la speranza che il più giovane vescovo italiano della chiesa cattolica porta nello stato più giovane del mondo. "Sento una grande responsabilità. Dovrò riuscire a far capire quanto tengo a loro, anche se le mie origini sono straniere" aveva dichiarato monsignor Carlassare qualche giorno fa ad Avvenire, parlando degli 800mila sud sudanesi della sua diocesi (un quarto è cattolico).
Estesa su un territorio di 60mila chilometri quadrati e con appena 15 parrocchie, a Rumbek la maggioranza della popolazione è di etnia dinka. Appena venti giorni fa, il paese piangeva la morte dell'anziano arcivescovo Paulino Lukudu, il missionario che è stato un saldo pilastro per tanti civili nel marasma del conflitto interno. Luduku e Carlassare, agli antipodi anagrafici, incarnano l'impegno trasversale e atemporale della chiesa cattolica in uno stato che ha smesso di credere ai suoi stessi tentativi di pace.
L'accordo firmato ad Addis Abeba il 12 settembre 2018 tra il presidente Salva Kiir e Riek Machar, rimpatriato dopo il rovinoso esilio costato la vita a centinaia di combattenti, era stato l'atto estremo della pressione diplomatica internazionale. Ma nella stessa Juba, dove il presidente del paese e il leader del movimento ribelle avevano celebrato il rinnovato dialogo, pochi mesi dopo i vescovi cattolici avevano espresso le loro perplessità. "La situazione concreta sul campo dimostra che non si stanno affrontando le cause profonde dei conflitti nel Sud Sudan. Siamo estremamente preoccupati perché, nonostante l'accordo di pace, la situazione sul terreno è che violenze e scontri continuano" avevano dichiarato il 28 febbraio 2019, senza risparmiare la dura condanna ai tiepidi tentativi di riconciliazione: "Le violazioni dei diritti umani continuano impunemente, tra omicidi, stupri, violenze sessuali diffuse, saccheggi e occupazioni di terreni e proprietà civili. Mentre si parla molto della pace, le azioni non corrispondono alle parole e temiamo che i leader di tutte le fazioni abbiano agende nascoste". Secondo gli ultimi dati forniti dalla Commissione per i diritti umani dell'Africa orientale, il 75 per cento del paese è ancora lacerato da attacchi a livello locale.
Nel Sud Sudan il problema sono le armi, sebbene il presidente Kiir abbia rinnovato gli sforzi per il disarmo. Eppure le azioni di un governo in parte svuotato di autorevolezza sono percepite con sospetto dai civili, e questo alimenta gli scontri, anche fatali, con le autorità.
"Il disarmo in Sud Sudan assomiglia a un'operazione di contro-insurrezione abusiva, non una raccolta ordinata di armi" dichiarava lo scorso agosto al New York Times Alan Boswell, analista presso l'International crisis group (Icg). Appena un anno prima papa Francesco aveva ricordato ai leader del paese che "la guerra non potrà mai portare la pace, l'unica via è affrontare i problemi senza l'uso delle armi e risolverli davanti al popolo". L'11 aprile 2019, dopo due giorni di ritiro spirituale in Vaticano, il pontefice aveva implorato la pace in ginocchio, baciando i piedi del presidente Kiir e dell'allora vicepresidente designato Machar cercando, nel gesto divenuto iconico, di conciliare simbolicamente le loro rispettive etnie dinka e nuer: "Vi chiedo come fratello, rimanete nella pace", aveva implorato il pontefice.
Da quell'incontro l'accordo di pace è rimasto un tentativo, mentre lo stesso Kiir accusava Machar di reclutare combattenti per rientrare a Juba armato. Intanto la corruzione nel paese resta radicata. Una recente inchiesta realizzata dal portale The Elephant ha fatto luce sul commercio illegale del legno di teak, che viene venduto sottobanco in Europa attraverso l'India, sebbene dal 2013 l'European Timber Regulation dovrebbe arginare la vendita illegale di legname. L'inchiesta mostra nel dettaglio come questa attività stia arricchendo politici corrotti e classi sociali interne che utilizzano i guadagni per dotarsi di armi nel conflitto fra etnie.
Arginare questo e altri fenomeni è impossibile persino per i caschi blu, spesso bersagli degli attacchi: proprio ieri le consultazioni tra le autorità del Sudan e del Sud Sudan per il ritiro delle forze di sicurezza dell'Onu dalla zona demilitarizzata di Abyei si sono concluse con un nulla di fatto. Secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per sguarnire la zona cuscinetto tra i due stati ci vorrà almeno un anno.
Il clima di incertezza diplomatica si riflette anche a livello locale e così le cicatrici ornamentali che i due gruppi etnici utilizzano da secoli per distinguersi fra di loro, oggi equivalgono a segni distintivi di morte. Intanto, continuano gli appelli dei vescovi a deporre l'ascia di guerra, come il recente invito di monsignor Hiiboro Kussala, vescovo di Tombura-Yambio e presidente dei vescovi di Sudan e Sud Sudan.
"Queste pecore smarrite devono essere aiutate a riconoscersi tutte figlie di Dio, tutte figlie dello stesso paese, andando oltre i propri clan" aveva dichiarato monsignor Carlassare in una recente intervista all'Osservatore Romano. Parole che oggi, vedendo le immagini del suo corpo insanguinato in barella, lasciano intendere con amarezza quanto la pace sia un percorso spesso in salita.
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