da coop La Valle di Ezechiele
Milano Sette, 7 giugno 2021
I progetti de "La Valle di Ezechiele" a favore degli ospiti di Busto Arsizio. Si passa facilmente davanti alla Casa circondariale di Busto Arsizio. Non sempre ci si guarda dentro, se non per qualche giudizio o qualche scongiuro. La Quaresima 2021 ha visto invece affacciarsi tanta gente, la cui sensibilità è stata mossa anzitutto dai propri pastori, che hanno acceso il microfono a don David Maria Riboldi, cappellano della Casa circondariale, per aprire una finestra sul mondo carcere e chiedere una mano a sostenere i progetti di rinascita da lui promossi, avviando la cooperativa sociale "La Valle di Ezechiele".
La raccolta fondi per borse lavoro a sostegno dell'occupazione di persone in esecuzione penale esterna aveva nome "Fuori dal giro" con lo scopo di non far riaccedere a certi giri, le persone al lavoro in cooperativa. Al momento sono 4 le persone che lavorano in esecuzione penale esterna al penitenziario: la magistratura ha loro concesso il domicilio a casa, grazie all'offerta di lavoro della cooperativa, che si occupa di sbavatura della gomma in conto terzi, in un capannone in affitto a Fagnano Olona.
La disponibilità all'accoglienza di don David nelle celebrazioni delle parrocchie, tra quaresimali dei venerdì e sante Messe domenicali, ha permesso di raggiungere circa 2.500 persone in 13 predicazioni. A lui si è aggiunta la spontanea partecipazione di mons. Raimondi, cui le persone, recluse a Busto, dedicarono un pastorale da loro creato nella falegnameria interna: la sua predicazione ha reso vicina la lontana Treviglio, che ha preso parte alla raccolta. Tante persone hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di concreto.
La raccolta fondi, promossa dai parroci nelle comunità cristiane, promossa online sul sito "Buona Causa" e giunta attraverso donazioni personali (anche di singoli sacerdoti che hanno vissuto la propria Quaresima così) ha totalizzato la cifra di 25.889,62 euro. A tanta Provvidenza si è aggiunta la Fondazione Giannina, presieduta da mons. Severino Pagani, prevosto di Busto, che ha elargito 5 mila euro a sostegno dei nostri progetti.
Grazie a quanto raccolto, il Consiglio d'amministrazione della Cooperativa ha inviato il 24 maggio scorso, all'area educativa della Casa circondariale di Busto, la disponibilità all'assunzione di altre due persone, che potranno vivere così un nuovo ingresso nella società, grazie alla proposta di inserimento lavorativo de "La Valle di Ezechiele".
Ringraziamo tutti coloro che hanno preso parte a questa raccolta, ai parroci dal cuore grande, che hanno aperto le porte delle proprie chiese a questo progetto, ai tanti che hanno messo mano al portafoglio, perché il cuore sentiva che "era giusto così", alla Fondazione Giannina che mostra sensibilità per nuovi progetti sul territorio. A breve sarà messo online il sito della cooperativa, da cui sarà possibile vedere i due nuovi progetti di lavoro, cui stiamo alacremente lavorando e in cui saranno impiegate le nuove persone che siamo in procinto di assumere.
Da ultimo, La Prealpina del 25 maggio ha ricordato come solo nel 2013 l'istituto penitenziario di Busto Arsizio causò una condanna della Corte europea per i diritti dell'uomo all'Italia, a causa del sovraffollamento e degli spazi considerati angusti al punto da essere definiti un "trattamento contrario ai sensi dell'umanità", ossia "disumano".
La nostra cooperativa, scarcerando persone, va a deflagrare l'alto numero delle persone recluse (oggi si sfiorano i 400 detenuti, rispetto ai 240 posti di capienza ufficiale, come dal sito del Ministero). La nostra cooperativa, inserendo le persone nel mondo del lavoro e offrendo un nuovo tessuto relazionale, produce sicurezza, motivando le persone a non più accedere al mondo della delinquenza. Ancora grazie a quanti credono nell'opera che il Signore ci dà da compiere.
di Giuseppe Baldessarro
La Repubblica, 7 giugno 2021
Una "Maratona" organizzata dalla Camera penale con artisti, politici, docenti. Il rocker: "Tenete duro, anche io ho conosciuto la vostra condizione".
"Tenete duro, capisco la condizione di stare in carcere. Condizione che tra l'altro ho conosciuto". L'incoraggiamento di Vasco Rossi ai detenuti della Dozza è arrivato ieri mattina durante la "Maratona oratoria" organizzata dalla Camera penale di Bologna per chiedere un nuovo approccio al tema della rieducazione carceraria di chi "pur avendo sbagliato ha diritto a condizioni di vita dignitose".
Vasco è stato tra i primi artisti, assieme ad Alessandro Bergonzoni, Gaetano Curreri, Franco Eco e Luca Bruno, a dare la propria adesione alla giornata che ha voluto rimettere al centro del dibattito il tema della giusta pena in relazione alla vita in carcere. "Capisco la rabbia e la tristezza che provate - ha detto il rocker in un video. Fate come me, cercate di dare un senso a quell'esperienza anche se quell'esperienza un senso non ce l'ha".
Il cantante ha ricordato: "La pandemia è stata durissima fuori dal carcere, figurarsi all'interno". Vasco ha poi invitato quanti stanno dietro le sbarre a "non mollare". Bergonzoni ha invece dedicato ai detenuti una lunga lettera nella quale ha "chiesto scusa" per le condizioni in cui vivono: "È giusto che chi ha commesso errori paghi, non è però da paese civile che debba pagare due o tre volte".
Secondo l'attore "si deve continuare a lavorare affinché nelle carceri entri il lavoro, il cinema, la scrittura, la bellezza, perché è attraverso queste esperienze che si può costruire un futuro all'esterno". Ed ha aggiunto: "Quelli che dicono che bisogna buttare la chiave non hanno mai trascorso un giorno in carcere, io credo invece che la parola da usare sia sempre perdono. Sappiate che non siete soli". All'iniziativa hanno preso parte anche personaggi del mondo dello sport, politici di tutti gli schieramenti, sindacalisti della polizia penitenziaria, docenti universitari e soprattutto operatori che a vario titolo si occupano di detenzione e reinserimento sociale. Il cardinale Matteo Zuppi ha sottolineato come sia "sempre necessario sostenere chi nella sua vita attraversa un momento di difficoltà".
La Stampa, 7 giugno 2021
L'organizzazione ha pubblicato uno studio sulla povertà educativa dei giovani, realizzato con Cremit: 1 su 7 non ha un pc a casa e quasi la metà non sa riconoscere una notizia falsa. Vengono chiamati "nativi digitali" e quest'anno a causa del Covid hanno lavorato soprattutto in Dad, ma ben il 29,3% di questi ragazzi non è in grado di scaricare un file da una piattaforma della scuola; il 32,8% non sa utilizzare un browser per l'attività didattica; l'11% non è capace di condividere uno schermo durante una chiamata con Zoom. Emerge dalla prima indagine pilota sulla povertà educativa digitale realizzata da Save The Children che ricorda, dati Istat, come il livello della povertà assoluta tra i minorenni nel 2020 abbia raggiunto il top dal 2005: in Italia sono un milione e 346 mila (13,6%), +209mila sul 2019.
Lo studio di Save the Children, in collaborazione con il Cremit, è il risultato di un questionario somministrato ad un campione di 772 bambini di 13 anni, che frequentano l'ultima classe della scuola secondaria inferiore, in 11 città e province: Ancona, Chieti, Mestre, Milano, Napoli, Udine, Palermo, Roma, Torino, Velletri, Sassari. I risultati indicano che un quinto dei ragazzi (il 22% contro il 17% delle ragazze) non è in grado di rispondere correttamente a più della metà delle domande proposte per valutare le competenze sugli strumenti digitali, né tantomeno eseguire semplici operazioni, del resto quasi 1 ragazzo su 3 non ha un tablet a casa e 1 su 7 neanche un pc e l'82% dichiara di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola.
Più della metà (54%) del campione vive in abitazioni dove ciascun membro della famiglia ha a disposizione meno di un dispositivo. Circa il 10% degli studenti che hanno partecipato all'indagine pilota non è in grado di riconoscere una password di sicurezza media o elevata. Quasi un terzo (31,1%) pensa che l'età minima per avere un profilo sui social, ad esempio Tik Tok o Instagram, sia inferiore ai 13 anni. Circa il 7% pensa che l'età per poter accedere ai social sia 10 anni o meno. Inoltre, il 30,3% non conosce i passaggi necessari a rendere un profilo Instagram accessibile soltanto ai propri amici e non pubblico. Il 56,8% invece non è a conoscenza delle regole relative alla cessione ai social della propria immagine, mentre il 46,1% non è in grado di riconoscere una fake news riguardante l'attualità.
Ed è sempre Save The Children, che in 10 mesi ha raggiunto 160.000 bambini, bambini e adolescenti le loro famiglie e docenti in 89 quartieri deprivati di 36 città e aree metropolitane con il proprio intervento di contrasto agli effetti del Covid-19, a rilanciare la campagna "Riscriviamo il futuro", per combattere la povertà educativa e digitale. La organizzazione invita a firmare il manifesto scritto in collaborazione con i ragazzi del Movimento Giovani Sottosopra, che chiedono "di uscire dall'invisibilità e di essere al centro delle politiche di rilancio del Paese, con maggiore attenzione alla scuola e alle opportunità educative".
Simbolo della campagna sono gli occhiali rossi che Save The Children "chiede a tutti di indossare per veder finalmente meglio i bisogni, le esigenze e i desideri dei ragazzi". La campagna riparte con una prima settimana dedicata alla sensibilizzazione sui canali Rai, grazie al sostegno di Rai per il Sociale, e andrà avanti con iniziative e partnership che hanno come obiettivo quello di rendere i bambini protagonisti dei mesi che verranno. Testimonial è Cesare Bocci che in un video spot della campagna ha intervistato e ascoltato i piccoli e accolto la richiesta di essere guardati e ascoltati.
di Federico Fubini
Corriere della Sera, 7 giugno 2021
Diventerebbe meno probabile l'insorgere di varianti che potrebbero perforare anche lo scudo di protezione vaccinale di cui godiamo oggi noi ricchi del mondo. Ora che l'uscita dalla pandemia forse è vicina, almeno per noi, in Europa siamo di fronte a un dilemma che non sparirebbe neanche se ci liberassimo di qualunque considerazione etica.
L'interrogativo resterebbe anche se i nostri governi decidessero di perseguire solo il nostro interesse nel modo più illuminato e efficiente possibile. In realtà la stessa domanda riguarda tutti i Paesi ricchi, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Giappone inclusi: ha senso tenere per noi tutte queste dosi di vaccino contro il Covid? Il problema lo pone un recente studio di Gita Gopinath, la capa-economista (indiano-americana) del Fondo monetario internazionale, intervenuta ieri al Festival dell'Economia di Trento. Con il collega Ruchir Agarwal, Gopinath fa i conti e mostra che l'Unione europea ha ordinato per quest'anno e il futuro prossimo 755 milioni di trattamenti vaccinali completi. Rispetto all'obiettivo di coprire il 75% della popolazione, abbiamo un surplus di dosi sufficiente per proteggere altri 420 milioni di persone. Gli Stati Uniti hanno un eccesso per almeno 358 milioni di persone e complessivamente il surplus dei Paesi ricchi vale oltre un miliardo di trattamenti vaccinali. "In alcuni Paesi si è già arrivati a coprire la metà della popolazione o più - ha ricordato Gopinath ieri a Trento. Ma ci sono Paesi poveri nei quali non si riesce a vaccinare neanche il personale sanitario".
Ora, è vero che di recente l'Italia e altri Paesi europei hanno donato milioni di dosi; prima ancora avevano versato fondi a Covax, l'iniziativa per proteggere dalla pandemia le aree più povere del pianeta. E il surplus di prenotazioni non è semplicemente il risultato di un accaparramento irrazionale da parte di governi dominati dal panico. Dietro c'è un motivo reale: nessuno oggi sa per quanto resteranno efficaci le somministrazioni che si stanno facendo in questi mesi; in autunno o nel prossimo inverno potrebbe esserci bisogno di rinnovarle e noi europei non vogliamo più trovarci nelle condizioni dell'inverno scorso, quando mancavano le dosi. Dunque esitiamo a regalare le nostre scorte in eccesso.
Ma davvero è nel nostro interesse, oltre che moralmente accettabile? Gopinath stima che con il nostro surplus si potrebbe coprire quasi metà della popolazione di Paesi a reddito medio-basso dove vivono 3,3 miliardi di persone. Quasi metà dell'umanità, per la quale la pandemia è ancora pericolosissima. Diventerebbe meno probabile l'insorgere di varianti che, un giorno, potrebbero perforare anche lo scudo di protezione vaccinale di cui godiamo oggi noi ricchi del mondo. Curarsi dell'interesse degli altri proteggerebbe anche il nostro. Se solo una democrazia avanzata che vive a colpi di sondaggi fosse in grado di capirlo.
tenews.it, 7 giugno 2021
"Galeotta fu la cena". Si chiama così l'iniziativa di martedì 8 giugno alle ore 19 al carcere di Porto Azzurro, organizzata dalla Casa di Reclusione e dall'Isis Foresi di Portoferraio. Una cena all'insegna della solidarietà, il cui ricavato andrà a beneficio dei restauri della chiesa di San Giacomo, situata all'interno del carcere, e del progetto di inclusione post-diploma delle persone con disabilità.
È questa una delle iniziative fra carcere e scuola, un rapporto che va avanti dalla seconda metà degli anni Novanta, quando fu istituita la sezione carceraria del liceo scientifico, ancora in attività. Negli ultimi anni, inoltre, si sono svolti progetti di formazione per i reclusi, sia nel campo alberghiero che per lo sviluppo delle competenze linguistiche e digitali. E poi le visite delle classi dei plessi di Portoferraio, nell'ambito di specifici progetti di cittadinanza.
E la cena è collocata proprio in rapporto ai percorsi di educazione civica. "In particolare - sottolinea la docente di diritto Raffealla Misso - alle tematiche della rieducazione dei condannati, del lavoro e del reinserimento sociale". Proprio su questa linea, il direttore Francesco D'Anselmo e il preside Enzo Giorgio Fazio ringraziano l'imprenditore Tiziano Nocentini per la decisione di assumere, come stagionali, due reclusi ammessi al lavoro esterno (art. 21 dell'Ordinamento penitenziario). Un ringraziamento anche per la generosità mostrata in occasione della cena, mettendo a disposizione gli ingredienti per la cucina.
La cena sarà preparata da una dozzina di studenti dell'alberghiero, sia dei corsi di cucina che di sala, coadiuvati da alcuni detenuti e guidati dai docenti Gennaro Bellomo (chef) e Sarah Cappellini (maitre).
Questo il menu creato per l'occasione:
- Barba di San Giacomo (agretti con burratina e cipolla rossa di Patresi in agrodolce)
- Orecchiette alla prigioniera (orecchiette con le cime di rape e tarallo sbriciolato)
- Pesce spada e libertà (scrigno di pesce spada con zucchine e guazzetto di battigia)
- Dolci evasioni (tortino caprese con gelato alla vaniglia).
La serata di solidarietà osserverà tutte le norme di sicurezza sanitaria e i partecipanti verranno sottoposti a tampone rapido, che è stato offerto dall'Associazione Albergatori dell'Elba che conferma la propria disponibilità per i progetti della scuola e del carcere.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 7 giugno 2021
Settantamila persone hanno chiesto il visto per gli Stati Uniti. Cinquanta interpreti che hanno lavorato per noi (e le loro famiglie) chiedono di essere accolti in Italia. Colpisce la scarsa attenzione con cui i media occidentali seguono l'evacuazione militare dell'Afghanistan che dovrebbe essere portata a conclusione entro il prossimo 11 settembre.
I soldati che adesso lasciano Kabul fanno parte di quel contingente che fu mandato lì vent'anni fa, a ridosso dell'attentato alle Torri Gemelle. Godevano dell'approvazione delle Nazioni Unite; la loro missione era quella di debellare Al Qaeda, sconfiggere i talebani e assicurare al Paese la libertà politica assieme alle facoltà d'esercizio dei diritti fondamentali.
Le cose purtroppo non sono andate come era negli auspici dell'Onu: nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto, la guerra l'abbiamo perduta e adesso dobbiamo prepararci ad assistere a scene consuete in questo genere di frangenti. Tutti coloro che in qualsiasi modo hanno aiutato il regime dei "liberatori" avranno paura di subire ritorsioni e si accalcheranno ai cancelli delle nostre ambasciate per implorarci di non essere abbandonati nelle grinfie dei vincitori. Come accadde nel 1783 nelle colonie americane (quella volta furono l'amministrazione e i soldati britannici a doversene andare), nel 1962 allorché i francesi dovettero lasciare l'Algeria, nel 1975 quando gli Stati Uniti furono costretti ad abbandonare il Vietnam, lugubre sarà l'umore di quelli che abbandoneranno il campo.
Ma ancor più cupo sarà il destino di quelli che avevano sperato nei "liberatori", uscirono allo scoperto per dar loro una mano e adesso dovranno subire il trattamento che in casi del genere viene riservato ai "collaborazionisti". Fiorirà - come accadde a Saigon nella seconda metà degli anni Settanta - una letteratura sugli illeciti amministrativi compiuti negli ultimi due decenni da alcuni cittadini afghani in combutta con gli occupanti. Corruzione - peraltro già denunciata e documentata dai media occidentali - che però adesso fungerà da pretesto per punire chiunque non vorrà sottomettersi al regime dei nuovi talebani. A cominciare dalle donne.
Già si legge di alcune di loro che sono state percosse a Herat sulla pubblica piazza. Di altre lapidate. Dell'auto di una dottoressa saltata in aria a Jalalabad. Di due ragazze che lavoravano per una tv locale assassinate a colpi di pistola. E di un'infinità di altri casi del genere.
Le donne sono e ancor più saranno le prime a dover pagare un prezzo altissimo per aver scelto non già di togliersi il velo - in molte lo hanno tenuto - ma per la colpa di aver vissuto come persone libere. E di aver cresciuto una generazione abituata a vivere con le libertà che si addicono ai Paesi non dispotici. In un'intervista, su queste pagine, ad Andrea Nicastro, Mohammed Naim - portavoce dei talebani al tavolo dei negoziati di Doha - ha assicurato che non ci saranno problemi del genere dal momento che "l'Islam garantisce alle donne il diritto di studio e lavoro". Ma poi ha aggiunto che "naturalmente" questi diritti dovranno essere esercitati "alla luce delle tradizioni afghane". Speriamo di sbagliare, ma a noi sembra che questa coda contenga una minaccia.
Pochi, abbiamo detto, sono coloro che prestano attenzione a come si sta concludendo la missione "Resolute Support" in Afghanistan. Tra questi Bernard-Henri Lévy che ha parlato di una "partenza priva di gloria", ha definito "inaudito" il modo con cui gli afghani vengono abbandonati al loro destino a conclusione per di più di quella che a lui appare come una "disfatta autoinflitta". Più o meno quel che - con eguale noncuranza - gli Stati Uniti hanno fatto pochissimo tempo fa con i curdi in Siria e in Iraq.
Il filosofo Michael Walzer ha proposto che gli Stati Uniti portino con sé tutti "gli uomini, le donne che, con le loro famiglie, sono a rischio di persecuzione, prigionia o morte". Soprattutto perché a causa di quella che ha definito "la nostra invasione". Persone che corrono dei pericoli "direttamente" perché "hanno collaborato con noi", oppure "indirettamente" perché "hanno manifestato per la democrazia, organizzato sindacati o aperto scuole per ragazzi". Una collaborazione che è avvenuta alla luce del sole proprio perché "sotto la nostra copertura". In tutto si tratta di settantamila persone che hanno già chiesto il visto per gli Stati Uniti. Quello di portarli via con noi, ha detto Walzer, è "un obbligo morale assoluto".
Sulla scia delle parole di Walzer, aggiungiamo che ci sono una cinquantina di interpreti che hanno prestato servizio per il contingente italiano e che ora - assieme ai loro familiari (in tutto circa quattrocento persone) - ci chiedono di essere accolti in Italia per non aver a subire conseguenze per l'aiuto che ci hanno dato. Sarebbe un bene che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini - il quale ha mostrato di essere a conoscenza di questo specifico problema - prendesse pubblicamente l'impegno a non abbandonare quelle persone a una sorte già segnata.
Non vorremmo dover contare, in aggiunta agli oltre cinquanta caduti che lasciamo in quella terra, anche dei morti tra coloro che hanno lavorato per noi. Una guerra che non si dà carico di un problema del genere è destinata a essere ricordata come un'esperienza poco onorevole. Averla persa sarà poca cosa in confronto all'onta di aver lasciato a pagare l'intero prezzo della sconfitta coloro che sono stati per due decenni al nostro fianco.
di Giorgia Serughetti
Il Domani, 7 giugno 2021
Il parlamento danese ha votato una norma per il trasferimento forzato dei richiedenti asilo in paesi terzi, decisione che l'Unhcr definisce "contraria alla lettera e allo spirito della Convenzione di Ginevra". Il problema non sembra però poter essere circoscritto alla particolare durezza delle politiche migratorie di un paese di cinque milioni e mezzo di abitanti: l'Europa intera si sta rinserrando nella sua fortezza.
Sembriamo aver dimenticato che chiedere asilo è riconosciuto come un diritto umano. O forse siamo semplicemente indifferenti all'essere umano in quanto tale, che non possa vantare diritti come cittadino.
Rinserrata nella sua fortezza, preda del sogno folle di "zero migrazioni": così appare l'Europa che si risolleva dalla pandemia. L'ultimo atto è andato in scena pochi giorni fa, quando il parlamento danese ha emendato la sua legge sugli stranieri, decretando il trasferimento forzato dei richiedenti asilo in paesi terzi (forse il Ruanda, la Tunisia o l'Etiopia) per l'esame delle domande di protezione, senza garanzia di ammissione nel paese neanche in caso di esito positivo della procedura.
Ad aprile, Copenaghen aveva già creato sconcerto con l'annuncio del governo socialdemocratico di voler rimandare a casa i rifugiati siriani. La decisione di esternalizzare gli obblighi relativi all'asilo e alla protezione internazionale segnala un approccio che Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, non esita a definire contrario "alla lettera e allo spirito della Convenzione sui rifugiati del 1951", di cui la Danimarca fu prima firmataria nel 1952.
Il problema non sembra però poter essere circoscritto alla particolare durezza delle politiche migratorie di un paese di cinque milioni e mezzo di abitanti. Sono di poche settimane fa le immagini dei respingimenti di massa di migranti e richiedenti asilo dall'enclave spagnola di Ceuta verso il Marocco, senza un'analisi caso per caso, senza accertamento della volontà di fare domanda d'asilo o di particolari vulnerabilità. Non solo, ma i summit europei hanno apertamente eluso il tema, sollevato dall'Italia, della ricollocazione dei nuovi arrivati, mentre l'Ue insiste nella politica di esternalizzazione delle frontiere stringendo accordi con paesi terzi che non garantiscono il rispetto dei diritti umani.
Blocco navale - I governi di Francia e Germania sembrano temere più la vittoria elettorale dei "populisti" che la catastrofe umanitaria alle nostre porte. In Italia, esaurite le polemiche sulla gestione della pandemia, Giorgia Meloni torna a parlare di "blocco navale" contro i migranti. E l'opinione pubblica europea? Tiepida davanti al dramma delle morti alle frontiere, resta inerte anche di fronte alla criminalizzazione delle Ong che prestano soccorso.
Sembriamo aver dimenticato che, fin dalla Dichiarazione Onu del 1948, quello di chiedere asilo è riconosciuto come un diritto umano. O forse siamo semplicemente indifferenti all'essere umano in quanto tale, che non possa vantare diritti d'appartenenza in quanto cittadino. Hannah Arendt parlò di "fine dei diritti umani" quando masse di persone, tra le due guerre mondiali, si trovarono espulse dai propri paesi, e scoprirono che la "nudità astratta dell'essere uomini e nient'altro che uomini" non valeva nulla senza un titolo di appartenenza a uno stato-nazione.
Il diritto internazionale sull'asilo del Dopoguerra, a partire dalla Convenzione di Ginevra del 1951, è stato inteso a rimediare proprio a questo fallimento. Se oggi, però, gli stati tornano a sancire l'impossibilità di un diritto al primo ingresso per l'esame della domanda di protezione, possiamo davvero consegnare al passato l'amara diagnosi che Arendt fece allora?
di Andrea Bonzi
Il Giorno, 7 giugno 2021
Luigi Manconi, sociologo, ex senatore: "Ricolfi sbaglia, la sinistra non cerca voti. La battaglia del QN è giusta". "Il relativismo culturale è un gravissimo errore e una catastrofe ideologica. Che, però, non appartiene solo alla sinistra: dare una lettura politicistica allo scarso clamore sollevato dal caso di Saman Abbas è una soluzione di comodo". Luigi Manconi, già docente di sociologia dei fenomeni politici e già presidente della Commissione per la Tutela dei diritti umani del Senato, risponde così a quanti hanno sottolineato il silenzio imbarazzato della politica sul caso della ragazza pachistana di Novellara, rapita e probabilmente uccisa dalla famiglia per essersi sottratta a un matrimonio forzato. Ma prima premette: "L'attenzione che Quotidiano Nazionale riserva e ha riservato a questo gravissimo episodio è giustissima e meritoria".
Manconi, è d'accordo con chi - è la tesi, ad esempio del sociologo Luca Ricolfi - sostiene che la sinistra taccia sul caso Saman poiché punta ai voti dei cittadini di fede islamica?
"Mi sembra una lettura poco meditata e che, addirittura, può risultare troppo comoda. Ricordo che in Italia, su quasi 6 milioni di stranieri regolari, solo una parte ha la cittadinanza italiana e il diritto di voto. Poi, gli orientamenti politici dei musulmani, per come sono stati rilevati finora, sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli dei cittadini italiani. E ricerche condotte in altri Paesi europei segnalano un orientamento di voto dell'elettorato di fede islamica di tipo conservatore. Al di là di questo, attribuire la responsabilità solo alla sinistra sminuisce l'enormità del fatto e rischia di essere assolutorio".
Anche lei, però, ammette che una sottovalutazione della scomparsa di Saman c'è stata...
"Certamente sì, ma non è che da parte della destra ci sia stata un'attenzione maggiore, la distrazione è generalizzata"
Houellebecq nel libro fantapolitico "Sottomissione" ipotizzava una società francese prona all'Islam, non c'è il rischio che il relativismo culturale degeneri e ci chiuda gli occhi di fronte a drammi come quello di Saman?
"Guardi che il relativismo culturale non è un atteggiamento di rispetto, una mascalzonata sottilmente razzista perché parte dal presupposto che determinati individui, gruppi o etnie non siano meritevoli della tutela dei diritti umani fondamentali. Non possiamo tollerare, in nome di un sistema di valori diverso e di diverse tradizioni culturali, che le adolescenti musulmane siano sottratte al percorso di formazione scolastica in Italia, né che settori di alcune comunità siano indulgenti verso le mutilazioni genitali".
Insomma, diventa un modo per minimizzare...
"È un tema che riguarda la società intera: italiani e stranieri sono ancora molto separati, l'orientamento prevalente è tenere le distanze. Noi italiani ci accontentiamo che gli immigrati non costituiscano una minaccia per la nostra sicurezza: su tutto il resto tendiamo a non interferire. È un gravissimo danno che viene fatto proprio alle componenti più giovani e più libere degli stranieri. C'è una vera e propria lotta di classe in corso".
In che senso?
"In Italia ci sono un milione di giovani di seconda generazione. Di questi, 800mila frequentano il nostro sistema scolastico e sviluppano un percorso di integrazione nella consapevolezza della parità tra i sessi e dei diritti universali della persona. Lottano per questo anche all'interno delle proprie famiglie e si emancipano da tradizioni arcaiche e rivendicano pari opportunità. In passato, anche se si tratta di fatti di eccezionale gravità, non generalizzabili, altre ragazze musulmane sono state vittime dei parenti per essersi ribellate".
Se c'è una cosa che colpisce nel caso di Saman, è che, da ciò che sta emergendo, tutta la famiglia sembra coinvolta...
"Tutta la famiglia, ma non il fratello più piccolo di 16 anni, che pur essendo maschio sembra essersi sottratto a quei valori patriarcali e maschilisti. È esattamente quella la generazione a cui mi riferisco".
di Vladimiro Polchi
La Repubblica, 7 giugno 2021
Oltre un terzo dei posti persi in Italia durante il Covid è di cittadini immigrati, in gran parte di genere femminile. Lo studio della fondazione Leone Moressa. Donna, d'origine straniera, precaria, impiegata tra commercio, alberghi e ristoranti. Eccolo l'identikit del lavoratore, o meglio della lavoratrice, più penalizzato dal Covid. Sì, perché la pandemia ha colpito duro il mercato del lavoro, si sa. Ma non l'ha fatto indiscriminatamente. Al contrario, ha fatto ogni distinzione di sorta, guardando bene alla cittadinanza e al genere dei lavoratori. Basta leggere i numeri per capirlo: sul totale dei posti persi in Italia tra il 2019 e il 2020, oltre un terzo è da attribuirsi alla componente straniera e ben un quarto alle sole donne migranti. Non solo. Tra i posti di lavoro femminili andati in fumo, le lavoratrici straniere incidono per ben il 44%.
A fotografare la crisi che colpisce il mercato del lavoro italiano è uno studio della fondazione Leone Moressa. I risultati: "A livello europeo - scrivono i ricercatori - tendenzialmente in tutti i Paesi il tasso di occupazione è diminuito di più tra gli stranieri che tra gli autoctoni: nella media Ue27, dal 2019 al 2020, il tasso di occupazione è infatti calato di 2,7 punti tra gli stranieri e di 0,6 punti tra gli autoctoni". Le crisi più significative tra i lavoratori immigrati si sono registrate in Slovacchia, Croazia, Spagna, e da noi, in Italia.
"In Italia dal 2019 al 2020 il tasso di occupazione è diminuito di 3,7 punti tra gli stranieri e di 0,6 punti tra gli autoctoni". Insomma, l'impatto della crisi Covid sui lavoratori immigrati è più che evidente. Per la prima volta, infatti, il tasso di occupazione degli stranieri (57,3%) scende al di sotto di quello degli italiani (58,2%). Non era mai successo. "Molto probabilmente - si legge nello studio - pesa il blocco dei licenziamenti, che ha protetto i posti di lavoro a tempo indeterminato, ma non quelli a scadenza maggiormente diffusi tra gli stranieri". Non è tutto.
Se è ormai risaputo che la perdita più consistente di posti di lavoro ha colpito le donne, non è stato forse sottolineato abbastanza che si tratta in buona parte di donne immigrate. "Sono le straniere ad aver pagato il dazio maggiore - conferma infatti la ricerca Moressa, basandosi su dati Istat - il numero di occupati è diminuito del 10% tra le straniere, del 1,6% tra le italiane, del 3,5% tra gli uomini stranieri e del 1,3% tra gli italiani.
Possiamo quindi sintetizzare dicendo che sia il fattore "cittadinanza", che il fattore "genere" contribuiscono ad aumentare il rischio di perdita del lavoro, evidentemente perché in quelle categorie si concentra più il precariato. Sul totale dei posti sfumati tra il 2019 e il 2020, oltre un terzo è da attribuirsi alla componente straniera e ben il 24% alle sole donne migranti. Dunque sono soprattutto le lavoratrici straniere a determinare il crollo dell'occupazione femminile complessiva, con una perdita di quasi 5 punti di tasso di occupazione. Tra i posti di lavoro femminili persi, la componente straniera incide per il 44%".
Guardando ai settori più in crisi, emerge come nell'ultimo anno i più colpiti siano stati naturalmente quelli legati al turismo (commercio, alberghi e ristoranti). E così "gli stranieri impiegati nel settore "commercio e ristorazione" sono calati di ben il 15% (contro "solo" il 4,7% degli italiani)". In tutti i settori, i lavoratori stranieri soffrono la crisi più degli italiani, con la sola eccezione dell'agricoltura: qui infatti sono aumentati, seppur di poco (+1,4%). "Viste queste dinamiche, il settore oggi con la maggiore incidenza straniera è proprio l'agricoltura (18,4%), seguita dall'edilizia (17,1%)".
E ancora: guardando alla tipologia di contratto, emerge come gli stranieri rappresentino oggi il 15,6% tra i dipendenti a tempo determinato, il 10,9% tra quelli a tempo indeterminato e il 5,6% tra gli autonomi. In tutte e tre le categorie, anche in tal caso, la crisi ha colpito più i migranti che gli italiani. Tra i dipendenti a tempo determinato, si è registrato un calo del 12,4% tra gli italiani e del 14,6% tra gli stranieri. Tra i dipendenti a tempo indeterminato, invece, gli italiani sono addirittura aumentati (dell'1,1%), mentre i migranti sono diminuiti (del 3,4%). Ancora più netta la differenza tra gli autonomi: 2,5% in meno per gli italiani, 9,2% per gli stranieri. Insomma, concludono i ricercatori, "la crisi Covid ha colpito tutti duramente, ma ha penalizzato di più i lavoratori precari, e dunque gli stranieri, o meglio le lavoratrici straniere".
Quotidiano di Sicilia, 7 giugno 2021
Il prossimo 12 giugno al via la mostra delle opere realizzate da ragazze e ragazzo dell'istituto penale per minorenni di Catania Bicocca insieme all'istituto penale Pontremoli in Toscana. In occasione dell'evento "Non chiamatelo amore", promosso e organizzato dall'assessora alla Cultura e alle Pari Opportunità del Comune di San Gregorio, Giusy Lo Bianco, verrà esposta al pubblico la mostra d'arte "Polifemmes", a cura di Ivana Parisi dell'associazione La Poltrona Rossa.
Le opere sono state realizzate dalle ragazze e i ragazzi ristretti degli Istituti Penali per Minorenni di Pontremoli (Toscana) e Bicocca di Catania durante i laboratori artistici svolti dagli operatori culturali dell'associazione. La mostra raccoglie le più belle opere galeotte realizzate e inserite nella Collezione Galea di proprietà della stessa associazione. Ma chi sono le Polifemmes? "Sono le figlie dei ciclopi, mostri, titani divini con un occhio solo che vivono sotto terra - spiega Ivana Parisi. Conoscono l'arte e l'artigianato e fabbricano i fulmini al dio Zeus.
Le Polifemmes sono invisibili perché vivono nelle grotte e dentro i vulcani, senza poterne uscire. La loro è una vita crudele, senza regole e ne sono oppresse. Le Polifemmes non possono emergere, perché la società non le vuole. Queste giovani titane nascoste fanno paura a Zeus e il loro silenzio sotto terra è un grido soffocato. Il grido di chi denuncia il fallimento della società".
Dal 2013 La Poltrona Rossa promuove e sviluppa progetti artistici e teatrali nei due Istituti Penali per Minorenni della Toscana e della Sicilia. I progetti sono sostenuti con i Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese e dal Ministero della Giustizia, Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità.
"A Catania, presso l'Istituto penale per Minorenni di Bicocca -, continua Parisi - grazie alla disponibilità manifestata da parte della dirigente Letizia Bellelli e di tutto il personale interno che lavora nella struttura detentiva, continuiamo a lavorare su progetti artistici e teatrali. Questo per noi operatori culturali è un segno importante che ci conferma l'importanza del ruolo che hanno la cultura e l'arte nell'ambito di un percorso rieducativo per i e le minori che in passato hanno intrapreso una strada tortuosa e senza sbocco".
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