di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972: "Queste persone ci devono pezzi di verità sulla nostra storia. Se raccontassero sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza"
Mario Calabresi, cosa ha pensato quando è arrivata la notizia?
"Confesso di essere rimasto sorpreso. Se n'era parlato molto negli ultimi due anni, ma non pensavo che sarebbe mai accaduto".
È corretto dire che ci sperava?
"Più come italiano che come privato cittadino. Ho sempre pensato che il rispetto delle sentenze che condannavano queste persone sarebbe stato un gesto molto importante per tutti noi".
Per chiudere davvero con gli anni di piombo?
"Non solo. Ho sempre trovato odioso e grave che la Francia non rispettasse le sentenze italiane. La dottrina Mitterrand prevedeva di dare asilo a chi non aveva le mani sporche di sangue. Poi, negli anni, è accaduto qualcosa".
La famosa interpretazione estensiva?
"Era piuttosto un lassismo che fu applicato per compiacere un mondo intellettuale francese che si divertiva a dipingere l'Italia degli anni Settanta come il Cile di Pinochet. E questo ha di fatto sempre protetto e tutelato chi aveva ucciso altri esseri umani".
Ieri la dottrina Mitterrand è stata sconfessata per sempre?
"Tutt'altro. Per una volta è stata invece applicata alla lettera, ristabilendo così un principio fondamentale ignorato per quasi quarant'anni. Ieri tra Italia e Francia è stata scritta una pagina importantissima per il rispetto delle verità storica e giudiziaria del nostro Paese".
Invece qual è il suo sentimento privato e personale?
"Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L'idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi".
La fuga in Francia non è stata una scelta ben precisa?
"Come no. Durante il processo di revisione a Mestre, un giorno mio fratello Paolo si rivolse a mia madre. Guardalo bene, le disse, che secondo me non lo rivedi più. Sapevamo che sarebbe successo".
Perché due anni fa decise di incontrarlo?
"Era giunto il tempo di guardarlo in faccia. Di fare una cosa per me stesso. Fu la prima cosa che gli dissi quando ci vedemmo in un hotel a Parigi. Sono qui non come giornalista, non come scrittore, ma come figlio del commissario Calabresi".
Ha trovato le risposte che cercava?
"Il nostro colloquio di quel giorno rimarrà sempre una questione privata, tra me e lui. Per me è stato un momento di pacificazione definitiva, che mi è servito molto. Credo che a livello emotivo non sia stato facile neppure per lui".
Che impressione le fece?
"Un uomo stanco e malato. Molto diverso dalla persona spavalda vista durante i processi. Oggi non provo livore o rancore nei suoi confronti".
Proprio Pietrostefani ha detto una volta che la verità storica sull'omicidio del commissario Calabresi non esiste...
"Penso che tutte le persone munite di onestà intellettuale debbano riconoscere che sulla morte di mio padre verità storica e verità giudiziaria coincidono".
Firmerebbe una eventuale domanda di grazia?
"Non siamo nel Medioevo. Non sono le famiglie delle vittime a dover decidere, ma le istituzioni. Si tratta di un percorso e di decisioni da prendere nell'interesse generale. Al netto delle condizioni di salute di Pietrostefani, penso piuttosto a un provvedimento generale, che arrivi alla fine di un percorso collettivo. Qualcosa di simile alla Commissione per la verità e la riconciliazione presieduta da Desmond Tutu in Sudafrica. Clemenza, in cambio della verità su quegli anni".
O dell'ammissione delle proprie colpe?
"Non mi aspetto alcun autodafé. Ma credo che queste persone ci debbano qualcosa. Ci devono pezzi di verità. Sono uomini e donne che hanno partecipato a delitti che hanno segnato la storia di questo Paese. Ci mancano ancora dettagli, e soprattutto le loro voci per ricostruire quei fatti così tragici. Penso che dovrebbero assumersi le loro responsabilità".
E se lo facessero?
"Sarei il primo a chiedere un gesto di clemenza nei loro confronti. Credo che oggi raggiungere una verità definitiva abbia molto più valore che tenere quelle persone in galera per il resto della loro vita. All'improvviso abbiamo una occasione inattesa e irripetibile per fare un bilancio compiuto, con il contributo degli ultimi latitanti arrestati in Francia. Se si riuscisse a coglierla, sarebbe quasi doveroso un provvedimento che sancisca la fine di quella stagione".
La sua testimonianza ha contribuito a cambiare quel bilancio?
"Se fosse così, ne sarei fiero. Quando nel 2007 scrissi il libro che parlava di mio padre e della mia famiglia, per me era cambiare la narrazione su quegli anni, dove mancava del tutto il punto di vista delle vittime. Mai avrei immaginato di avere così tanto riscontro".
Quante volte le hanno chiesto se era convinto della colpevolezza delle persone condannate per l'omicidio di suo padre?
"Meno di quanto si possa credere. Al termine di un iter giudiziario lunghissimo, senza precedenti nella storia repubblicana in quanto a garanzie per gli imputati, non penso che qualcuno possa più avere dubbi".
A guardare indietro, c'è qualche dettaglio che più di altri le fa ancora male?
"Il giorno dopo l'omicidio di mio padre, sul Corriere della Sera apparve un solo necrologio firmato da un privato cittadino. Fatico a pensare alla solitudine che lo circondò anche da morto. Era tanto tempo fa, erano tempi feroci".
Passa spesso da via Cherubini?
"Ogni tanto ci vado. Mi fermo davanti alla lapide in pietra di montagna che ricorda mio padre. Ci sono sempre dei fiori e dei bigliettini portati dai milanesi. La gente capisce, e non dimentica. E questa per me è la cosa più importante".
di Mario Calabresi
La Repubblica, 29 aprile 2021
Dialogo tra Gemma e Mario Calabresi dopo gli arresti in Francia. "Un segnale di giustizia che ha sanato una ferita aperta da troppo tempo".
Mario Calabresi: Sono passati 49 anni. Io avevo due anni e mezzo e tu ne avevi 25, se uno pensa a 50 anni, mezzo secolo, dovrebbero essere cose molto lontane nella memoria, quasi dimenticate. E invece...
Gemma Capra Calabresi: A me viene da dire che sono 50 anni che lui non c'è più. Cinquant'anni che comunque manca, che mi manca.
Mario: Lui era tuo marito, Luigi Calabresi, commissario di polizia, che venne ucciso il 17 maggio del 1972 sotto casa. Non ti richiedo di raccontare quel tempo, tutto quello che ci fu prima, la campagna di stampa, come vivevate voi, braccati, nascondendovi. Però ti chiedo che cosa ti è rimasto 49 anni dopo?
Gemma: Ogni 17 maggio alle nove e un quarto, io guardo l'ora e dico "ecco, adesso".
Mario: Adesso esce di casa..
Gemma: Adesso esce di casa, adesso lo uccidono. Credo di non aver saltato mai neanche un anno, di stare lì ad aspettare quell'attimo. E per il resto, sì, ho preso le distanze perché io sono convinta che la memoria sia molto importante, ma la memoria non è statica. La memoria ha le gambe, deve camminare e quindi dobbiamo farlo vivere nel presente ricordando il suo humor, i suoi scherzi. Perché era proprio un romano pieno di vita. E i suoi esempi, le sue testimonianze, le sue passioni. Ecco, questa è la memoria portata nella vita di ogni giorno. Ma senza stare fermi a quel giorno o a quello che ci hanno fatto, perché altrimenti non ne esci più.
Mario: Ti avevo chiesto di fare questa intervista per l'anniversario del 17 maggio, volevo ragionare con te su questo mezzo secolo, su tutto ciò che ci hai insegnato e sul percorso di pacificazione che ti sta a cuore. Adesso però la cronaca è tornata prepotentemente nelle nostre vite. A Parigi è stato arrestato Giorgio Pietrostefani, insieme ad altri condannati per terrorismo. E allora non posso che partire da lì e chiederti qual è la prima sensazione che hai avuto quando hai sentito la notizia?
Gemma: Un fulmine a ciel sereno, una cosa che non mi aspettavo più.
Mario: Ma che sentimento prevale in te in questo momento?
Gemma: Molteplici sono i sentimenti. Prima di tutto un chiaro e forte segno di giustizia e anche di democrazia. Certo, avrebbe avuto un altro senso per la nostra famiglia se fosse accaduto una ventina di anni fa. Tuttavia, penso che, da un punto di vista storico, quello che è successo sia veramente fondamentale.
Mario: Credo anche io che con questo gesto sia stata finalmente sanata una ferita tra l'Italia e la Francia, una ferita che era aperta da troppo tempo. Anche perché la dottrina Mitterrand non è stata sconfessata da Macron con questi arresti, ma finalmente interpretata correttamente. Perché il presidente francese aveva previsto l'accoglienza e l'asilo in Francia per chi lasciava l'Italia, ma non per chi si era macchiato le mani di sangue. E quindi oggi questo è stato ribadito.
Gemma: È per questo che dico che è un segno di democrazia, perché la Francia, che ha ospitato e tutelato degli assassini per troppi anni, oggi finalmente riconosce e accetta le sentenze dei tribunali italiani. Ricordo che durante il processo di revisione a Mestre tuo fratello Paolo mi disse: "Guarda bene Pietrostefani perché da domani non lo vedrai più". Era chiaro a tutti che sarebbe scappato in Francia.
Mario: Però hai detto che dentro di te ci sono molteplici sentimenti. Il primo è un senso di giustizia. Cos'altro senti, cos'altro provi?
Gemma: Oggi io sono diversa, ho fatto un mio cammino, ma credo che anche loro non siano più gli stessi. E tra l'altro sono anziani e malati.
Mario: Cosa significa per te questo?
Gemma: Che oggi non mi sento né di gioire né di inveire contro di loro, assolutamente.
Mario: Ti aspetti qualcosa adesso?
Gemma: Non voglio illudermi ma penso che sarebbe il momento giusto per restituire un po' di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite trovassero finalmente un po' di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno.
Mario: Come hai fatto a fare questo cammino?
Gemma: Io ho scelto da subito di farvi vivere non nel rancore e nell'odio, ma ho fatto il possibile per darvi la gioia di vivere e di credere ancora nell'umanità, nell'uomo e nelle persone, nonostante tutto.
Mario: Avevi 25 anni e vedevi l'uomo che amavi e che consideravi una persona per bene, che non c'entrava nulla con le accuse che gli venivano mosse, che subisce questa campagna di linciaggio, le minacce, le scritte sui muri, le lettere minatorie. Poi viene ammazzato sotto casa. Come facevi ad avere ancora fiducia negli esseri umani?
Gemma: Io non l'ho mai persa, devo dire la verità. Perché quelle persone lì non rappresentavano l'umanità, non rappresentavano l'Italia. Io ho ricevuto centinaia e centinaia di lettere di solidarietà, lettere di affetto, io non mi sentivo sola. Per me la minoranza erano quelli che avevano deciso di ucciderlo, erano quelli che per un'ideologia sbagliata hanno costruito a tavolino un mostro al quale non corrispondeva assolutamente Gigi.
Mario: Incredibile la solidarietà che ho visto. Quasi cinquant'anni dopo la gente ti ferma ancora al mercato.
Gemma: Sì, è bello. Mi ha aiutato a vivere questo. Io dico sempre "Non ce l'ho fatta, ce l'abbiamo fatta". Perché io ce l'ho fatta grazie a tutte le persone che mi vogliono bene, ancora oggi.
Mario: Dove comincia invece la tua strada del perdono? Dico la tua perché, bisogna essere onesti, è un percorso soprattutto tuo. Tu hai cercato di insegnarlo a me, a Paolo e a Luigi. Diciamo che per noi però è stato più importante prendere da te l'idea che non si dovesse crescere nell'odio e nel rancore più che fare il cammino del perdono.
Gemma: Il mio è un cammino di fede e poi ti voglio raccontare una cosa: un giorno un mio alunno mi ha detto "Maestra, ma perché quando le persone muoiono diventano tutte brave?"
Mario: Cioè son considerati tutti buoni.
Gemma: Esatto. Ho risposto: "è giusto così", perché una persona ha fatto cose negative ma anche tante cose positive, ricordiamolo per le cose positive, per il buon esempio, per il suo affetto, per la capacità di amare gli altri, ognuno ha un suo cammino. E così ho pensato anche di queste persone responsabili della morte di Gigi. Posso io relegarle tutta la vita all'atto più brutto che probabilmente hanno compiuto? Forse sono stati dei bravi padri. Forse hanno aiutato gli altri. Forse hanno fatto... Questo non sta a me. Però loro non sono solo quella cosa lì, assassini, sono anche tante altre cose. Ecco, questo mi ha aiutato nel mio percorso di perdono.
Mario: Pensi di essere arrivata dove volevi arrivare?
Gemma: Penso di sì. Ho dei momenti ancora magari difficili. Però io volevo arrivare a pregare per loro e riesco a farlo. Ogni giorno nelle mie preghiere, io prego perché loro abbiano la pace nel cuore. Lo prego tanto anche per voi, prima di tutto per i miei figli, che l'abbiano. Però questa cosa mi dà pace, mi dà serenità, mi dà anche gioia e io ci tengo a dire che il perdono non è una debolezza. Voglio dirti che il perdono è una forza, ti fa volare alto.
Mario: Ma torniamo a te, quante volte ti viene in mente quel giorno di 49 anni fa?
Gemma: Ci sono dei periodi che mi viene in mente spessissimo. Ho dei sogni ricorrenti. Sogno che lui viene ucciso. Per esempio, l'ultimo: siamo al ristorante e si sente tipo un boato in lontananza e io dico "è una bomba, scappiamo" e lui dice "ma no, ma stai tranquilla, aspetta". Poi, a un certo punto, io so che sono fuori, all'aperto, come se fossi scappata e c'è un altro boato forte, una bomba che distrugge tutto e lui muore. Oppure noi scappiamo, siamo rincorsi, però già sappiamo che lui non ce la farà. Non so, c'è questa sensazione nel sogno. Ecco, questo non mi ha mai abbandonato, poi magari per dei mesi non lo sogno e poi ritorna.
Mario: E c'è lui? Te lo ricordi bene?
Gemma: Sì sì sì, c'è lui. Lo rivedo. Lui è giovane, è questo il guaio. Però nel sogno sono giovane anch'io.
Mario: cosa ti sta più a cuore oggi?
Gemma: Voglio lasciare a voi una testimonianza positiva della vita. Io vi dico una cosa: senz'altro è stata una vita pesante, ma sapete che non la cambierei? Perché è stata una vita intensa, ricca e piena di affetti, di amore, di gente che mi vuole bene. Eh, se io guardo gli altri, no, non mi cambierei. Qualche volta mi viene un po' di rabbia quando vedo le persone anziane ancora insieme per mano, allora lì ho un attimo di debolezza, ma è bene così, è bella così.
di Giampiero Rossi
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Francesca Marangoni aveva 17 anni quando suo padre Luigi, direttore sanitario del Policlinico, fu ucciso. La madre Vanna: "Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite". "Penso che oggi sia accaduto qualcosa di giusto, che doveva accadere. Semmai era strana la situazione di prima".
Quando riceve la notizia degli arresti parigini, Francesca Marangoni è insieme a sua madre Vanna. A metà mattina i cellulari di entrambe iniziano a squillare con frequenza anomala. Perché tra le persone fermate in Francia c'è anche Sergio Tornaghi, che negli anni di piombo faceva parte della "Colonna Walter Alasia" delle Brigate rosse e a lui viene contestata una responsabilità anche per l'agguato mortale a Luigi Marangoni, direttore sanitario del Policlinico ucciso nel 1981.
"Passati 40 anni saranno anche cambiati, avranno capito molte cose, però se si sono macchiati di sangue devono scontare la condanna. Abbiamo una verità processuale a cui dobbiamo attenerci e queste sentenze vanno rispettate e eseguite. È giusto così", dice la signora Vanna Bertelè, 82 anni, che conosce a memoria ogni dettaglio di quegli atti processuali e tiene a sottolineare che - comunque - per l'omicidio del marito finora "sono state condannate otto persone e una infermiera, ma non Tornaghi".
La figlia Francesca ha fatto qualche ricerca su Internet per collegare nomi e vicende e ha cercato di rinviare il momento in cui la madre avrebbe avuto la notizia, perché - ogni volta che si ripresenta - quel passato provoca dolore ed emozioni forti. Lei aveva 17 anni e suo fratello 15 quando, il 17 febbraio 1981, quattro terroristi armati di mitra e bastoni bloccarono il padre sotto casa, in via Don Gnocchi, e spararono per ucciderlo.
Quali emozioni provoca il ritorno improvviso di un passato così doloroso?
"È difficile persino dare un nome alle sensazioni di questi momenti. Io ho avuto un pensiero istintivo per le altre famiglie che hanno perso qualcuno per quei fatti, a Gemma e Mario Calabresi che sono sempre stati più direttamente coinvolti, mentre io a un certo punto ho voluto vivere nella convinzione che fosse un capitolo chiuso, anche se magari quelli che sono stati condannati per la morte di mio padre sono già usciti dal carcere. Ma io non lo voglio nemmeno sapere".
E tutti quelli che avevano trovato rifugio in Francia?
"Quella era davvero l'anomalia, la stranezza che adesso è stata cancellata, evidentemente doveva andare così, doveva accadere adesso. Ma di certo oggi avverto la sensazione che qualcosa si sia compiuto ed è inevitabile che ritornino i ricordi di papà, che comunque mi hanno sempre accompagnata".
Quali sono stati i pensieri più ricorrenti in questi quarant'anni?
"Ogni tanto affiora il rimpianto per tutte le occasioni in cui avrei voluto che lui fosse lì con me, per tutti i momenti che avrei voluto condividere e allora ritorna il grandissimo senso di ingiustizia per lui, il grande spreco della sua vita che nessun processo e nessuna condanna e nessun arresto potrà mai restituire: un padre che è stato seguito, spiato e ucciso da persone che si sono appostate ad aspettarlo sotto casa".
E cosa ha provato quando ha visto nell'aula del processo le persone accusate e poi condannate per quel delitto?
"Ricordo con affetto e gratitudine la famiglia De Cataldo. Ci sedevano vicino, noi familiari delle vittime, praticamente attorniati da decine di imputati e dai loro avvocati, li vedevamo conversare, a volte anche ridere. E io pensavo che, dopo tanti anni, quel processo potesse essere l'occasione per spiegare, almeno per dirci come sono arrivati a compiere una scelta così decisiva per le loro vite, oltre che per le nostre e per quella di mio padre. Non mi avrebbero comunque convinta, ma almeno avrei provato a capire... E invece niente".
E adesso arriva questa svolta inattesa...
"Sì, anche se in effetti era una situazione anomala, sbagliata. Era come se queste persone considerassero la giustizia italiana poco importante, di serie B. Ma si vede che il momento era adesso. Nulla potrà restituirci papà, però questo momento fa parte di come devono andare le cose. È passato tanto tempo, ma è giusto che sia accaduto".
di Andreina Baccaro
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
"Un detenuto mi parlò di una imminente strage nera, lo dissi al Sisde". Insabbiate le rilevazioni di Tamburino. "Ribadisco di non avere mai incontrato il dottor Tamburino". È il 14 maggio di due anni fa, davanti ai magistrati della Procura generale che indagavano sui mandanti della strage di Bologna erano seduti, messi a confronto, l'ex generale del Sisde di Padova Quintino Spella e il giudice Giovanni Tamburino. Per più di un'ora l'ex capo dei servizi segreti della città veneta negò di aver mai ricevuto informazioni su un imminente attentato in preparazione da parte dell'estrema destra nell'estate del 1980, persino quando i magistrati gli fecero notare che il suo interlocutore aveva annotato degli appunti tenuti insieme da una graffetta oggi arrugginita che ne testimonia l'autenticità." Quest'atteggiamento mi sembrò incomprensibile, quasi sciocco da parte sua negare di avermi mai incontrato. Mi dispiace che si parli di una persona defunta", ha testimoniato ieri davanti alla Corte d'Assise il giudice Tamburino.
Quintino Spella è morto a gennaio, portandosi nella tomba i suoi perché, ma se fosse ancora vivo sarebbe sul banco degli imputati con l'accusa di depistaggio per la quale era stato già rinviato a giudizio. Ora restano imputati l'ex carabiniere Piergiorgio Segatel (depistaggio), l'immobiliarista romano Domenico Catracchia (false informazioni ai pm) e l'ex di Avanguardia nazionale Paolo Bellini per concorso in strage.
Il giudice Tamburino, 77 anni, visibilmente affaticato, non ha rinunciato a portare in aula la sua ferma versione su quel terribile messaggio premonitore che ricevette in qualità di magistrato di sorveglianza dall'estremista di destra Luigi Vettore Presilio il 10 luglio: un imminente attentato "che avrebbe fatto parlare tutti i giornali" al quale sarebbe seguito l'omicidio di un giudice. Messaggio subito girato ai servizi segreti ai quali lo indirizzarono i carabinieri.
Alla Corte il giudice ha consegnato i suoi appunti e l'agenda nella quale annotò quattro incontri con Spella tra il 15 luglio e il 6 agosto. "Familiarità con Scibilia da 15 anni", "perso di vista da due mesi", "su Freda conferma" annotò mentre parlava con lo 007 il quale gli confermò che Vettore Presilio era una fonte del suo uomo Giacomo Scibilia, incaricato di scoprire qualcosa sull'ordinovista Franco Freda.
Quando il 2 agosto 1980 scoppia la bomba in stazione, Tamburino ripensa subito a quelle rivelazioni e alle 8 di mattina del 6 agosto invia una relazione ai pm bolognesi, che il pomeriggio si precipitano in carcere a Padova per sentire il detenuto. "Mi informarono che aveva confermato tutto", ha detto ieri Tamburino, che all'epoca si sentì con l'anima in pace sapendo di aver fatto il possibile per informare i servizi. Invece inspiegabilmente nessuno pensò allora di interrogare anche il giudice.
Sempre il 6 agosto Spella torna da Tamburino, che annota ancora quanto gli riferisce sulla fonte Vettore Presilio: "abbiamo sempre collaborato, soggetto conosciuto". "La cosa mi sconcertò - ha detto ieri -, perché me lo venne a dire dopo la strage, ma io le informazioni gliele avevo passate prima". Sconcerto che l'ex giudice dovette provare anche quando seppe che Vettore Presilio, dopo agosto, era stato accoltellato in carcere da quattro uomini incappucciati.
"Mi convinsi che volevano ucciderlo". Eppure lo stesso Spella il 17 luglio, due giorni dopo l'incontro con Tamburino che ha negato, inviò a Roma il colonnello Amos Spiazzi, informatore dei servizi all'epoca condannato in primo grado per il golpe Borghese, per reperire informazioni. Ne venne fuori una relazione riservata datata 28 luglio 1980 che arriva a Roma 24 ore prima della strage al capo del Sisde Giulio Grassini, iscritto alla loggia massonica P2.
In quel documento, ieri depositato dall'accusa, si dice che i Nar stavano preparando qualcosa di micidiale e rastrellando, insieme ad altri gruppi dell'estrema destra, armi ed esplosivo. Ma non una parola sulle rivelazioni di Vettore Presilio, insabbiate. Nessuno consegnò mai ai magistrati quel rapporto, che spunterà anni dopo durante una perquisizione a casa di Spiazzi.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2021
La Cassazione chiarisce, con la sentenza n. 16120/2021, la piena applicabilità ai procedimenti camerali di sorveglianza ed esecuzione della causa di nullità per violazioni del diritto di difesa dovuti all'assenza della parte o del difensore.
Sbaglia il tribunale che ritiene "non indispensabile" la presenza del difensore di fiducia nell'ambito di un procedimento camerale. Se vi è stata la nomina da parte dell'imputato e l'assenza dell'avvocato non è una sua colpa il giudice non può sostituirlo con un difensore d'ufficio. La Cassazione di fatto chiarisce, con la sentenza n. 16120/2021, la piena applicabilità ai procedimenti camerali di sorveglianza ed esecuzione della causa di nullità per violazioni del diritto di difesa dovuti all'assenza della parte o del difensore.
Quindi scatta nullità della decisione e di tutti gli atti conseguenti se il giudice nomina difensore d'ufficio dell'imputato quando questi ne abbia nominato uno di fiducia, il quale risulti impossibilitato a partecipare all'udienza per legittimo impedimento ovviamente tempestivamente comunicato. E ciò vale, a maggior ragione, se l'"impedimento" è dovuto a un disguido tecnico delle strutture del tribunale che avrebbero dovuto garantire la partecipazione del legale di parte tramite videoconferenza, a cui aveva acconsentito, ma che non è stato possibile attivare.
A fronte di tale impossibilità il giudice non poteva procedere, ovviando al problema, attraverso la nomina d'ufficio del difensore. E non poteva giustificare come legittimo il "rimedio "della difesa d'ufficio poiché si trattava di procedimento camerale. Il diritto di difesa nella sua piena espressione non è infatti comprimibile in procedimenti de libertate come quelli del caso concreto.
Il ricorrente aveva fatto istanza per ottenere i domiciliari e il suo avvocato di fiducia aveva acconsentito - data l'emergenza attuale - a prestare la propria assistenza da remoto tramite collegamento di videoconferenza. Ma rilevato il problema tecnico non dovuto al legale di parte bensì agli uffici del giudice questi non poteva superare l'assenza sostituendolo d'ufficio fuori dalle ipotesi previste dalla legge.
fanpage.it, 29 aprile 2021
Pasquale trovato morto in cella: picchiato ogni notte. Stando ai fatti, a quello che la polizia e la Procura hanno dichiarato ufficialmente, Lucia Amato sa soltanto che la mattina del 20 marzo suo fratello Pasquale è stato trovato morto in cella, nient'altro. Soltanto una settimana dopo, quando è andata di fronte al carcere di Cuneo per una manifestazione, ha ricevuto una lettera anonima da parte di un detenuto che le ha rivelato che suo fratello sarebbe stato trovato impiccato in cella, dopo giornate e nottate di continui pestaggi.
La versione dell'impiccagione trova per ora conferme nella dichiarazione del garante dei detenuti della Regione Piemonte, Bruno Mellano, che ha dichiarato di aver ricevuto la notizia del suicidio di Pasquale Amato nella mattina del 20 marzo. "Ho raccolto le notizie e sto cercando di farmene un'idea - spiega Bruno Mellano - una ricostruzione che abbia il senso sicuramente di un percorso che ha visto il fallimento del carcere, della presa in carico del soggetto e di noi.
Varie istituzioni che non siamo riusciti a proteggere Pasquale Amato forse da sé stesso". Pasquale era al carcere di Cuneo da appena venti giorni, però, ed era un paziente affetto da una malattia psichiatrica cronica. "Era affetto da schizofrenia - racconta Lucia Amato - e aveva bisogno di cure continue, di parlare con uno psicologo. Noi nemmeno sapevamo che era lì, pensavamo fosse a Biella, non ci hanno detto nulla.
Io non riesco più a dormire, mi immedesimo nei suoi ultimi giorni e vado fuori di testa a pensare a cosa possa essergli successo". Più di un dubbio infatti affligge la famiglia Amato, che ha chiesto che un consulente di parte fosse presente all'autopsia, effettuata il 24 marzo. La procura di Cuneo infatti, come atto dovuto per permettere le indagini, ha aperto un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo.
"L'autopsia, quando usciranno i risultati tra 60 giorni - spiega l'avvocato degli Amato Andrea Lichinchi - sarà in grado di darci ulteriori elementi". "Vogliamo sapere - insiste Lucia Amato - se mio fratello riceveva le cure che doveva ricevere per la sua malattia, se ha subito delle percosse, se gli è successo qualcosa prima. Non crediamo che si possa essere suicidato".
La Nuova Sardegna, 29 aprile 2021
Due reclusi e un agente penitenziario sono ritenuti responsabili della morte di Marco Erittu avvenuta nel 2007 a San Sebastiano. Ergastoli confermati dalla Cassazione per tre sardi accusati dell'omicidio nel carcere di San Sebastiano, a Sassari, del detenuto Marco Erittu, trovato senza vita in cella il 18 novembre del 2007, morte archiviata inizialmente come suicidio.
Il carcere a vita resterà tale per Pino Vandi e Nicolino Pinna, all'epoca reclusi nel penitenziario sassarese, e per l'agente penitenziario Mario Sanna. Tutti e tre erano stati assolti in primo grado, sentenza poi ribaltata in appello. Ora la Suprema corte ha respinto la richiesta del collegio difensivo - Agostinangelo Marras, Franco Luigi Satta, Gabriele Satta, Patrizio Rovelli, Fabrizio Rubiu e Luca Sciaccaluga - e ha confermato per tutti l'ergastolo.
Gli inquirenti avevano riaperto le indagini dopo quattro anni, sulla base delle dichiarazioni del super-pentito Giuseppe Bigella. L'uomo, reo confesso e già in carcere per un altro omicidio, si era autoaccusato del delitto e aveva chiamato in correità altre tre persone: i detenuti Pino Vandi e Nicolino Pinna e l'agente Mario Sanna. Gli imputati erano stati assolti in primo grado perché i giudici della Corte d'assise non avevano ritenuto attendibile il pentito, considerato un millantatore che avrebbe avuto come obiettivo uno sconto di pena. Di diverso avviso i giudici di appello: per loro il racconto di Bigella era di una "logica ferrea".
di Massimiliano Cassano
Il Riformista, 29 aprile 2021
In cella con meno di tre metri quadri a disposizione, così come indicato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. La Cassazione ha confermato il risarcimento del danno per un ex recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che per poco più di un anno, tra il 2010 e il 2011, era rimasto con altri cinque detenuti nei reparti Tevere e Volturno dell'istituto Francesco Uccella, in celle però omologate per quattro.
Il Ministero della Giustizia era stato condannato nel 2018 dal Tribunale di Isernia al pagamento di un risarcimento per l'uomo quantificato in quasi 3mila euro. L'ex detenuto aveva deciso di rivolgersi ai giudici dopo aver finito di espiare la pena ai domiciliari. Il dicastero aveva impugnato il ricorso presupponendo che l'azione risarcitoria fosse decaduta: la norma prevede infatti che questa venga esercitata entro sei mesi dalla cessazione dello stato di detenzione.
Il collegio giudicante della Suprema corte ha sancito un principio destinato a rappresentare un importante precedente in materia. Devono infatti ritenersi equivalenti le espressioni che si riferiscono da un lato alla "cessazione dello stato di detenzione" e dall'altro alla "cessazione della espiazione della pena detentiva", in quanto entrambe coincidono con il fine pena, "ossia con l'esaurimento della esecuzione della pena detentiva, indipendentemente dalle modalità di esecuzione della stessa". L'uomo aveva finito di espiare la pena agli arresti domiciliari il 20 ottobre 2015, e ha presentato il ricorso il 19 aprile 2016, quindi entro i sei mesi dal termine dell'esecuzione della pena detentiva. Non c'è stata quindi decadenza, considerando il periodo di detenzione domiciliare.
immediato.net, 29 aprile 2021
Sale a 45 il numero di detenuti contagiati dal Covid nel carcere di Foggia. È quanto emerge dal report nazionale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornato al 26 aprile. Rispetto a quattro giorni prima, quando nel penitenziario foggiano i detenuti positivi erano 30, adesso ne sono stati registrati 45, 5 dei quali ricoverati in ospedale.
Nello stesso carcere ci sono anche 11 agenti, per complessivi 56 casi Covid. In totale, nelle carceri pugliesi, il numero dei positivi è di 120 tra detenuti, agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo. In particolare risultano positivi 80 detenuti, ai quali si aggiungono 32 poliziotti e 8 amministrativi. Oltre Foggia, le carceri pugliesi con più casi sono quelle di Bari con 24 contagi (18 detenuti, 4 agenti e 2 amministrativi), Lecce con 18 contagi (3 detenuti, 12 poliziotti e 3 amministrativi), San Severo con 11 casi (tutti detenuti, due dei quali ricoverati in ospedale).
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 29 aprile 2021
Ci sono i vicini che denunciano, infastiditi da quell'uomo non ancora cinquantenne, in sedia a rotelle, afflitto da quando aveva 16 anni da un'artrite reumatoide gravissima che oggi gli impedisce di camminare e di usare le mani. Bisogna immaginarseli, questi vicini. Perché l'Italia è così: pullula di condomini pronti a portarti la spesa se hai bisogno, ma almeno altrettanti sono quelli che sbirciano dallo spioncino e chiamano il 113 se annaffi piante sospette in giardino.
Che la cannabis, per Walter De Benedetto, non fosse un vizio attempato ma una necessità di cura alleviare il dolore, riuscire a dormire - era evidente, ma attenzione: la legge tutela l'anonimo che denuncia chi commette un reato. Ed è giusto, per carità. I pentiti, gli informatori, ogni altra risorsa umana utile a sgominare il crimine: benvenuti.
Dunque, quello che è sbagliato, qui, è che coltivare cannabis sia un reato. Se sei malato, ne hai bisogno per curarti, se la sanità pubblica - come ha testimoniato parlando anche di sé Emma Bonino - non è in condizione di fornirti la quantità di farmaci che ti è necessaria: fai da te. De Benedetto è stato assolto: una sentenza storica, si è scritto. Perfetto.
Ma la marijuana, come ognun sa, è in uso anche fra chi non soffre di patologie degenerative. Chiedete in giro, se avete ragazzi sottomano, da chi se la procurano. Date un'occhiata ai report su chi gestisce il commercio. Poi, se il tema sono le destre e la chiesa, affacciatevi in Spagna, per esempio: dove la destra di Franco ha lasciato un'eredità lunga fin qui e l'Opus Dei è più potente del primo ministro. Non è questo, il punto. È un alibi. Si può fare, volendo. Se non si fa è perché non si vuole. Tutti.
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