di Gianfranco Pasquino*
Il Domani, 9 giugno 2021
Per spiegare la probabile uccisione di Saman Abbas ad opera dello zio, credo che il punto di partenza più utile sia quello espresso dal presidente delle comunità islamiche in Italia: i matrimoni combinati sono "una pratica tribale che non ha nessuna giustificazione religiosa". Tutti i casi che segnalano sofferenze e discriminazioni per il colore della pelle, per il genere, per le scelte di vita debbono essere trattati come unici, esemplari.
Cercare una causa generale che li comprenda e li spieghi tutti insieme indistintamente come il prodotto di una religione, di una (in)cultura, di un contesto ampio non solo non offre lezioni utilizzabili per una futura prevenzione, ma finisce per oscurare le responsabilità e per impedire le contromisure. Anzi, sostanzialmente la ricerca di una causa generale approda ad una assoluzione delle nostre incapacità di comprensione.
Per spiegare la probabile uccisione di Saman Abbas ad opera dello zio, credo che il punto di partenza più utile sia quello espresso dal presidente delle comunità islamiche in Italia: i matrimoni combinati sono "una pratica tribale che non ha nessuna giustificazione religiosa". Naturalmente, è augurabile che questo sia l'insegnamento impartito in tutte le scuole islamiche non soltanto in Italia. E lecito dubitarne. Non dobbiamo, però, avere dubbi sul fatto che "pratiche tribali" sopravvivono in alcune, non poche, comunità di immigrati. Purtroppo, anche in Italia alcune di quelle pratiche hanno avuto lunga vita e, forse, non sono del tutto sparite.
Non è questo il punto. Piuttosto, bisogna esplorare le modalità con le quali in maniera rispettosa delle persone e delle loro credenze è possibile insegnare quanto importanti debbano essere considerati i diritti, a cominciare da quelli delle donne e dei bambini e, più in generale, di tutti i "diversi". Ho la tentazione di sostenere che i problemi nascono e crescono nell'ambito di comunità chiuse che difendono e impongono le loro tradizioni sulle nuove generazioni che a contatto con la modernità vorrebbero liberarsene. Conoscere come funzionano e come si comportano quelle comunità è decisivo sia per liberare le componenti che desiderano vivere una vita diversa sia per aprire quelle stesse comunità a nuove opportunità e a nuove visioni.
Talvolta, invece, vedo affermare/rsi una concezione di multiculturalismo che giustifica oppressione e persino crimini in nome del riconoscimento che "questa/quella è la loro cultura". Poiché ho scritto che preferisco che non si proceda in maniera troppo generale che diventerebbe vaghissima, ritengo che le migliori risposte al multiculturalismo nella versione sopra delineata, si trovino nelle varie dichiarazioni dei diritti prodotte dalle Nazioni Uniti e, per quel che riguarda le democrazie occidentali, nelle rispettive Costituzioni. La domanda allora diventa ineludibilmente: quanto noi cittadini/e di queste democrazie ci comportiamo osservando e attuando quelle norme mostrando nei nostri comportamenti "universalistici" che nessuna discriminazione è accettabile? Quanto nelle scuole questo è il messaggio insegnato, ribadito, fatto valere? Quanto gli operatori culturali addetti all'accoglienza e all'inserimento dei migranti nei contesti europeo e italiano sfidano le tradizioni che vanno contro i diritti umani?
Per essere convincenti e esaurienti, le risposte debbono essere molto documentate, nel tempo e nello spazio, in una molteplicità di contesti. Anche eventuali, possibili carenze da parte delle autorità, però, non debbono mai condurre alla conclusione di loro responsabilità salvo che si tratti di omissioni consapevoli e provate. La responsabilità di comportamenti contro la legge fino agli omicidi rimane sempre di coloro che si impegnano in intollerabili "pratiche tribali". Poi discuteremo se, perché, quanto e come quelle pratiche trovino giustificazioni religiose, a mio modo di vedere, mai attenuanti, ma aggravanti.
*Professore emerito di Scienza politica all'Università di Bologna
di Giacomo Costa
Corriere del Veneto, 9 giugno 2021
Un passo a destra, due a sinistra, nessuno in avanti. Le autorità sudanesi continuano a trattenere in arresto Marco Zennaro, l'imprenditore veneziano accusato di frode per una partita di trasformatori elettrici che la sua azienda aveva venduto a un intermediario del posto, il quale avrebbe dovuto poi rivenderli alla società deputata a gestire l'illuminazione pubblica nel Paese.
Ora il 46enne sembra saltare da un inferno all'altro: dopo una settimana di carcere "vero" è tornato nel suo golgota personale, la cella del commissariato. Tra l'altro rischia il rinvio a giudizio in un secondo procedimento giudiziario. Lo scrive il portale Focus On Africa sottolineando che è comparso nuovamente davanti alla corte nella causa presentata da un'altra società di Dubai. Un nuovo procedimento contro cui il suo legale - che è a Khartoum - ha presentato ricorso per chiedere la non procedibilità in quanto la società in questione non avrebbe titolo per promuovere la causa.
Zennaro aveva raggiunto la repubblica africana proprio per cercare di risolvere il problema commerciale, ma il primo aprile è stato incarcerato. Dopo oltre sessanta giorni chiuso in una cella di sicurezza del commissariato di Khartum, spazio che divideva con altre trenta persone e con picchi di caldo di 46 gradi (ma con un solo servizio igienico), sarebbe dovuto essere trasferito ai domiciliari in una struttura alberghiera, sempre nella capitale sudanese.
Ma le cose non sono andate come speravano i familiari. L'udienza in tribunale è stata rimandata (comunque non prima di aver spostato il veneziano in un sottoscala del tribunale, dove è rimasto confinato per ore senza potersi muovere) e in attesa della prossima data - che sarebbe dovuta essere il 10 giugno, domani - si è deciso per il trasferimento dell'accusato nel carcere vero e proprio, a Ordurman. Non un bel segnale, ma tutti hanno cercato di concentrarsi sui pochi lati positivi: la casa circondariale era comunque più organizzata e razionale della sovraffollata cella del commissariato.
Nemmeno questa volta le cose sono andate come ci si poteva augurare. "Lunedì Marco è stato condotto nuovamente davanti alla corte e poi di nuovo nella cella del commissariato - ha raccontato ieri il fratello Alvise - La sua condizione lì è ancora senza letto, senza materasso, ora con 50 gradi percepiti, senza diritto di visita, di movimento o d'aria". Sembrerebbe infatti che il procuratore abbia disposto una nuova integrazione istruttoria - in poche parole un nuovo interrogatorio - e fino ad allora resterà nella sua cella "provvisoria". Un orizzonte temporale, in questo caso, non c'è. A maggio sarebbe dovuta bastare una firma su un fascio di documenti già preparati per far uscire Zennaro ma quella firma non è mai arrivata. La paura ora è che si replichi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Il presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato invita a riprendere la lezione della scuola di magistratura francese che "spedisce" i futuri giudici in galera per una settimana.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 8 giugno 2021
Una botta dopo l'altra. E non importa niente a nessuno - cioè no, siamo giusti: a quasi nessuno - perché in effetti son botte su quelle materie che di voti e consenso ne portano zero (cioè no, siamo giusti anche qui: ne portano pochi, non zero).
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Bisogna "offrire reali possibilità ai ragazzi che sono entrati in un circuito penale", dice la guardasigilli. "Se la finalità rieducativa della pena di cui parla l'art. 27 della Costituzione non diviene per i più giovani una effettiva possibilità di scrivere una nuova pagina della loro esistenza, come potrebbe diventarlo per tutti gli altri?".
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 giugno 2021
Gli argomenti sono: separazione delle carriere; elezione al Csm; responsabilità diretta dei magistrati; abolizione della legge Severino; limite alla custodia cautelare; equa valutazione dei magistrati.
Il 4 giugno 2021 la Lega e il Partito radicale hanno depositato in Cassazione i sei quesiti referendari sulla giustizia, pubblicati anche in Gazzetta Ufficiale. Il 2 luglio inizierà la raccolta firme: ne servono 500 mila, ma il leader della Lega Matteo Salvini punta a raccoglierne il doppio entro settembre e ha mobilitato tutto il partito. Ecco i sei quesiti.
Elezione al Csm - Per candidarsi a venire eletto al Consiglio superiore della magistratura, un magistrato deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Il quesito chiede di abrogare il vincolo del numero di firme. La ragione è che, secondo i proponenti, la raccolta di firme obbliga necessariamente il candidato a venire a patto con i gruppi associativi. Eliminandole, invece, ogni magistrato potrà liberamente candidarsi senza alcun condizionamento.
Responsabilità diretta dei magistrati - Attualmente il cittadino che si sia sentito leso nei propri diritti dalla condotta del magistrato nel processo non ha diritto di chiamarlo in causa civilmente in modo diretto, ma deve citare lo Stato che poi si può rivalere sul magistrato. Il quesito referendario prevede di abrogare una parte della legge n.117 del 1988, negli articoli in cui prevede che il magistrato non possa essere chiamato direttamente in causa in un giudizio civile.
Equa valutazione dei magistrati - I magistrati devono essere valutati ogni quattro anni in merito alla loro condotta professionale. Questo avviene nel consiglio direttivo della Corte di Cassazione e nei Consigli giudiziari di ogni distretto. In questi organi sono presenti anche dei componenti laici, avvocati e professori universitari, ma sono esclusi dal diritto di tribuna e di voto quando si tratta delle valutazioni dei magistrati. Il quesito prevede che la compone laica possa esprimersi sulla qualità del lavoro delle toghe. Su questo tema ci sono state proposte di emendamento all'interno del ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario ed ha avuto luogo anche un duro dibattito anche dentro l'Associazione nazionale magistrati, che ha approvato un documento contrario.
Separazione delle carriere - Attualmente i magistrati requirenti (i pubblici ministeri) e i giudicanti seguono lo stesso percorso per entrare in magistratura e, nel corso della carriera, possono passare da un ruolo all'altro per un massimo di quattro volte. Secondo i proponenti, questo crea contiguità tra figure e rischia di generare un corporativismo incompatibile con il principio della terzietà del giudice e della decisione nel contraddittorio tra le parti, in situazione di parità tra accusa e difesa. Per questo il quesito punta a stabilire che il magistrato, una volta scelta la funzione, non possa più passare all'altra. Su questo punto la contrarietà è di quasi tutta la magistratura: il dibattito è in corso da più di vent'anni.
Limiti della custodia cautelare in carcere - Attualmente il pubblico ministero può disporre la custodia cautelare in carcere nella fase delle indagini preliminari, nel caso in cui esistano gravi indizi di colpevolezza sommati a pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di inquinare le prove. La misura deve essere convalidata dal giudice delle indagini preliminari e deve essere disposta solo nel caso in cui le misure meno afflittive (come gli arresti domiciliari o l'obbligo di firma) non siano sufficienti a prevenire il pericolo. Il quesito referendario punta a limitare la possibilità di ricorrere alla carcerazione preventiva prima della sentenza definitiva.
Abrogazione della legge Severino - La legge Severino prevede che, in caso di condanna anche solo di primo grado per alcune specifiche ipotesi di reato - in particolare quelle contro la pubblica amministrazione - scatti immediatamente anche la sanzione accessoria dell'incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale. Il quesito punta ad abolire la norma, lasciando quindi al giudice la decisione di comminare, in aggiunta alla sanzione penale, anche la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 8 giugno 2021
L'adesione di Salvini ai referendum dei Radicali apre nuovi scenari nella destra, ma anche nel centro e nella sinistra. E sulla riforma Cartabia si potrebbero spaccare i Cinque Stelle. È bastato l'annuncio per scatenare un maremoto. Con onde alte che minacciano di abbattersi sui fragili equilibri della politica italiana. La raccolta delle firme dei referendum radicali sulla Giustizia appoggiati dalla Lega non è ancora partita ma ha già innescato movimenti trasversali forse destinati a rimescolare diverse carte a destra, a sinistra e al centro.
In parte ha contato la scelta dei tempi: la magistratura non gode più del consenso incondizionato dell'opinione pubblica. In parte ha contato, e conta, il metodo: quella capacità di stabilire alleanze trasversali su specifiche battaglie politiche di grande rilievo che il Marco Pannella dei suoi dì migliori ha lasciato in eredità ai radicali. Ricordiamo che i sei quesiti referendari depositati in Cassazione sono espressione del "liberalismo giudiziario" che ispira i radicali e riguardano la responsabilità dei magistrati, i meccanismi di elezione del Consiglio superiore della magistratura, la limitazione della custodia cautelare, la separazione delle carriere, il ruolo dei componenti non togati (come gli avvocati) nei collegi giudiziari, l'abolizione di alcune norme della legge Severino in materia di ineleggibilità.
Per capirne meglio le implicazioni, conviene separare gli aspetti della questione che hanno a che fare con le contingenti tattiche e strategie dei partiti dagli aspetti che riguardano gli "equilibri di sistema", lo stato presente e futuro della democrazia italiana. Sposando la campagna referendaria radicale Salvini ha fatto una mossa tatticamente molto abile. Costringerà l'intero centrodestra a subire la sua leadership in materia di rapporti fra politica e magistrati. L'iniziativa radicali/Lega, inoltre, funge da calamita per tutta la (frammentatissima) area centrista, da Italia viva all'Udc, al gruppo Bonino eccetera. Per giunta, come si è già visto, essa mette in grande difficoltà il Partito democratico.
Per quanto riguarda la Lega bisognerà capire se si tratta solo di tatticismo. O se invece siamo in presenza di qualcosa che si avvicina a una riconversione strategica. È evidente che il "progetto lepenista" di Salvini ha mostrato la corda. La concorrenza di Fratelli d'Italia, soprattutto al Sud, lo obbliga a rifare i suoi conti. Sia in termini di posizionamento all'interno del centrodestra sia in termini di alleanze in Europa. Vedremo nei prossimi mesi se alla scelta di appoggiare l'iniziativa referendaria dei radicali corrisponderanno da parte di Salvini mosse conseguenti, come, per esempio, la ricerca di nuove alleanze nel Parlamento europeo.
Nel frattempo l'effetto più dirompente è quello che si sta abbattendo sul Pd. Da Goffredo Bettini ad altri importanti esponenti di quel partito sembra piuttosto ampio il fronte di coloro che intendono appoggiare i referendum radicali. Il segretario e, sicuramente, una buona parte del partito, sono contrari. Gli argomenti che usano sono deboli. Si va dal classico "non dobbiamo fare il gioco di" all'altrettanto scontato "la riforma della giustizia si deve fare in Parlamento": come se in Parlamento, nella stessa maggioranza che sorregge il governo, non ci fossero molti nemici della suddetta riforma e come se i referendum non fossero - come invece sono - un utile strumento di pressione.
È la storia a spiegarci il perché di tale opposizione. Il Pd e i suoi predecessori (Pci, sinistra democristiana, Pds, Ds) sono sempre stati schierati con il "partito delle procure". Anche se con qualche insofferenza ideologica da parte degli eredi di Togliatti, di coloro che, come Massimo D'Alema, credono nel primato della politica, Pd e predecessori non hanno mai rotto con il giustizialismo giudiziario. Per convenienza, per garantirsi un salvacondotto e perché, anche se di tanto in tanto veniva colpito qualche loro esponente, i colpi giudiziari più duri riguardavano comunque i loro avversari. È un segno dei tempi, ossia del fatto che forse la stagione del giustizialismo trionfante è ormai alle nostre spalle, che l'iniziativa referendaria apra un conflitto all'interno del Pd.
Non si esagera se si dice che il futuro della democrazia italiana dipende da come verranno affrontati i nodi della giustizia. In primo luogo bisogna sapere che se il governo Draghi tra qualche mese cadrà (con conseguenze imprevedibili), esso, quasi certamente, cadrà proprio sulla questione giustizia. È sulla riforma Cartabia che, presto o tardi, si spaccheranno i 5 Stelle: dopo di che, si tratterà di vedere se la loro fazione filogovernativa sarà oppure no abbastanza numerosa da non far mancare al governo il sostegno parlamentare.
Sorte del governo a parte, si pensi a che cosa potrebbe accadere quando si cominceranno a spendere i soldi del Recovery Fund. Immaginiamo lo scenario peggiore. Poniamo che, per una combinazione di normative confuse e di eccessi di protagonismo di alcune procure, in quel momento fioriscano le inchieste e fiocchino gli avvisi di garanzia, gli arresti, eccetera, bloccando tutto o quasi. Poi, facilmente, come spesso avviene, dopo qualche anno la maggioranza degli imputati verrebbe assolta. Nel frattempo, l'Italia avrebbe, però, sprecato la più importante occasione di sviluppo che le sia mai capitata dai tempi del piano Marshall e si troverebbe nei guai.
È il non detto della politica italiana, il tabù su cui quasi tutti glissano. Ci fu un tempo - la si chiamasse Repubblica dei partiti oppure partitocrazia - in cui la politica comandava e i magistrati erano dominati e controllati. Ci fu poi, con Mani Pulite, un rovesciamento dei ruoli: i magistrati occuparono il ponte di comando. Poterono farlo perché la corruzione politica aveva in precedenza superato il livello di guardia. Da allora viviamo in un regime di democrazia giudiziaria che ha assunto il controllo della politica rappresentativa, l'ha posta in libertà vigilata. Siamo passati da una condizione di squilibrio a una condizione di squilibrio di segno opposto. Entrambe le situazioni (la partitocrazia prima, la democrazia giudiziaria dopo) hanno aspetti illiberali o autoritari.
Ci saranno tensioni crescenti e durissime contrapposizioni. Ma se alla fine si ottenesse un ragionevole equilibrio, una condizione in cui siano salvaguardate tanto l'indipendenza dei magistrati quanto le prerogative della politica rappresentativa, ecco che allora forse nascerebbe qualcosa di nuovo: qualcosa di somigliante a una democrazia liberale.
di Viviana Correddu*
Il Fatto Quotidiano, 8 giugno 2021
Delle persone detenute nelle nostre carceri e delle loro condizioni si parla sempre troppo poco e allora, se Vasco Rossi fa un videomessaggio di pochi minuti, rivolto direttamente a loro, per loro, in occasione della "Maratona oratoria" organizzata dalla Camera penale di Bologna, io penso che si debba cogliere questo gesto e farlo diventare elemento di approfondimento.
Le carceri italiane sono infatti tra le più sovraffollate dell'Unione europea e, sulla situazione dei penitenziari, l'Italia registra dati migliori solo della Turchia (!!!), con una media di 120 detenuti ogni 100 posti contro i 127 delle carceri turche, nonché il più alto tasso percentuale di over 50. Ci sono i numeri, ma soprattutto ci sono le persone, oltre 53mila, che vivono una condizione di estremo disagio, certamente aumentato con l'inizio e il perdurare della pandemia.
Nel 2020 i morti in carcere sono stati 154 di cui 61 sono stati accertati come suicidi, quasi un terzo. Da gennaio 2021 se ne contano già 22. L'ultimo è Luca, un 25enne campano. Tossicodipendente. Venticinque anni e un contesto dentro il quale evidentemente il suo disagio non è riuscito a reggere. Un caso emblematico, se pensiamo che un detenuto su tre, sconta la sua pensa per reati legati all'abuso di sostanze stupefacenti. Ebbene, qualcuno certamente penserà: "ma che ce frega!". Del resto, sono "delinquenti", "tossici", magari spacciatori, relitti della società.
Per fortuna abbiamo un faro acceso, sempre più oscurato però dai moralismi e dai bigottismi, dall'indifferenza dilagante del nostro secolo, dalla deficienza civile della nostra politica. È l'art. 27 della Costituzione dentro il quale è specificato chiaramente che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Ebbene non è solo un mio parere quello per cui tale principio, nel nostro paese, viene meno ormai da troppo tempo.
Detto questo, si apre un altro tema che mi preme sottolineare. Perché se i termini "rieducazione" e "reinserimento" costituiscono la finalità ideologica della pena, per cui lo Stato durante l'esecuzione della stessa, deve creare le condizioni necessarie affinché il condannato possa "reinserirsi" nella società in modo dignitoso mettendolo poi in condizioni, una volta in libertà, di non commettere nuovi reati, capiamo immediatamente che, a prescindere da come uno la pensi, tale sintesi viene meno e quel principio costituzionale viene costantemente violato. E anche qui parlano i dati: il tasso di recidiva dei carcerati in Italia è pari al 68%.
Dopodiché, invece di ragionare sul sistema penitenziario italiano, sulla legalizzazione delle sostanze, quindi sulla depenalizzazione dei reati correlati e/o conseguenti, e su misure alternative per cui dal carcere, in tanti, troppi, neanche ci dovrebbero passare, sentiamo da anni un unico mantra: "Costruiamo più carceri". Belin, che illuminati che siamo! Che strateghi!
Poi c'è un tema che va ancora oltre, per cui, per quanto mi riguarda, il carcere in sé, per come si concretizza, mero strumento punitivo, vada abolito. Lo pensassi solo io mi direste che sono pazza e invece non potete farlo perché addirittura lo hanno dichiarato, solo per fare qualche esempio emblematico, l'ex magistrato del pool di "mani pulite" Gherardo Colombo, il sociologo Luigi Manconi, o Thomas Galli che ha lavorato 15 anni nel sistema penale dirigendo alcune carceri italiane. Perché semplicemente è inaccettabile l'idea e la pratica di rinchiudere in una gabbia alcune decine di migliaia di nostri simili, arrivando ad annullare non soltanto la loro mobilità fisica ma anche l'accesso alla cultura, alla socializzazione, alla vita affettiva e in generale alle risorse materiali e simboliche su cui si costruisce l'identità e la dignità della persona.
E allora, tornando a Vasco Rossi, oggi si può solo dare "un senso a questa condizione, anche se questa condizione un senso non ce l'ha". "Tenete duro!" gli ha detto. "Teniamo duro. Bisogna tenere duro, in ogni caso, sia dentro che fuori" ha concluso. Io invece voglio concludere con una frase di Angela Davis: "Le prigioni non eliminano i problemi sociali, eliminano gli esseri umani".
*Sindacalista CGIL
di Carlo Taormina*
Italia Mensile, 8 giugno 2021
Il sistema penale italiano, contrariamente a quanto solitamente si afferma, è caratterizzato da un altissimo e diffusissimo regime sanzionatorio. Il carcere da misura eccezionale da riservare ai comportamenti criminali violenti contro le persone e contro la società è divenuto un abusivo sistema di compressione delle libertà laddove sia riferito a beni protetti importanti ma non essenziali.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Parla Stefano Anastasìa, Garante delle persone private della libertà dell'Umbria e del Lazio. Non costruiscono nuove carceri, ma ampliano la capienza attraverso la realizzazione di nuovi padiglioni. In sostanza, il programma della ministra della Giustizia Marta Cartabia, dal punto di vista dell'edilizia penitenziaria, è in continuità con quello del guardasigilli precedente.
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