di Luca Kocci
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Si sblocca l'iter del disegno di legge: sarà calendarizzato al senato. Tutto il centrodestra contrario, la Cei vede rischi di "intolleranza". Si sblocca al Senato il disegno di legge contro l'omotransfobia. Ma il cammino si preannuncia accidentato: il relatore del provvedimento sarà infatti il leghista Andrea Ostellari, che più di tutti in queste settimane si è impegnato per far arenare la norma contro le discriminazioni e le violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, abilismo.
Ieri mattina, dopo settimane che hanno visto contrapposti da un lato i sostenitori della legge, che hanno promosso flash-mob e campagne social per l'avvio dell'iter del testo già approvato alla Camera nello scorso novembre, e dall'altro l'opposizione e l'ostruzionismo di Fratelli d'Italia e soprattutto della Lega, la Commissione giustizia di Palazzo Madama ha dato il via libera al ddl Zan (dal nome del deputato del Pd, Alessandro Zan, che lo ha presentato a Montecitorio).
Ogni gruppo parlamentare ha indicato tre provvedimenti considerati prioritari. Fra questi c'era anche il ddl Zan, che è passato con 13 voti favorevoli di Pd, M5s, Leu e Italia Viva e 11 contrari, di tutto il centrodestra, compreso quello di governo (con poche eccezioni in Forza Italia), che ora accusa la sinistra di aver spaccato la "santa alleanza" costruita attorno a Mario Draghi ("per una questione ideologica si va a infrangere l'unità a sostegno del governo, così si avvelena il clima", ha attaccato il senatore leghista Simone Pillon).
Entro il mese di maggio il ddl sarà incardinato in Commissione giustizia. Successivamente la stessa Commissione definirà un calendario dettagliato, stabilendo l'inizio dell'esame del provvedimento e le eventuali audizioni.
Il cammino è quindi cominciato. Ma i tempi non saranno brevissimi, e soprattutto c'è il nodo del relatore. Ostellari, senatore della Lega - la forza politica maggiormente ostile alla legge contro l'omotransofobia, insieme a Fratelli d'Italia e a una parte consistente di Forza Italia -, è il presidente della Commissione giustizia di Palazzo Madama, che si è tolto i panni di arbitro super partes per assumere quelli di giocatore. "Il regolamento prevede che il relatore di ciascun disegno di legge sia il presidente della commissione, che ha la facoltà di delegare questa funzione ad altri commissari - ha dichiarato Ostellari. Poiché sono stato confermato presidente, grazie al voto della maggioranza dei componenti della Commissione, per garantire chi è favorevole al ddl e chi non lo è, tratterrò questa delega".
"Dispiace che il presidente Ostellari abbia ritenuto di assumere il ruolo di relatore - ha replicato la senatrice dem, Monica Cirinnà -. In queste settimane ha dimostrato, purtroppo, di non avere a cuore l'imparzialità del suo ruolo: sono curiosa di capire come eserciterà, a questo punto, quello di relatore". E Laura Boldrini, che alla Camera aveva presentato un analogo provvedimento, poi confluito nel ddl Zan: "Il fatto che il leghista Ostellari nomini se stesso come relatore è un atto di prepotenza per perdere altro tempo. L'omotransfobia e la misoginia feriscono le vite delle persone. Per questo va approvata subito la legge".
Uno degli attori extraparlamentari che potrebbe giocare un ruolo fondamentale nell'approvazione o meno della legge è il mondo cattolico, se avviasse una vera e propria "crociata" contro il ddl Zan, come peraltro fatto in passato verso altri provvedimenti. Quello conservatore, come le associazioni del Family Day, che già annunciano manifestazioni di piazza: "Una parte di maggioranza vuole tenere il Parlamento occupato a parlare di un testo divisivo, che introduce nell'ordinamento un vago e pericoloso concetto di identità di genere, che apre a derive liberticide e all'indottrinamento nelle scuole tramite corsi affidati alle sigle lgbt, rallentando così la discussione e l'approvazione delle riforme necessarie per implementare il Recovery plan".
Ma anche quello istituzionale, con una nota della Presidenza della Cei, che continua a considerare il provvedimento un rischio per la libertà di opinione e a vedere quello che nella norma proprio non c'è: "Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza, mettendo in questione la realtà della differenza tra uomo e donna".
di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Contro questo testo tante associazioni per le libertà digitali hanno provato ad opporsi negli anni e nei mesi scorsi. Perché è intitolato alla lotta al terrorismo ma col terrorismo ha poco a che fare. E si avvicina tanto alla censura.
"Via libera ad Orban". O a quelli come lui. Via libera, senza neanche un voto. Ed è quest'ultima, forse, la cosa che allarma di più: la sottovalutazione. Accade in Europa, a Strasburgo. E che sia un "via libera" a chi viola sistematicamente i diritti, lo dice - fra i tanti - anche "Liberties.Eu", la più che moderata organizzazione europea, che segue da vicino tutto ciò che riguarda le legislazioni digitali. Organizzazione che fa solo comunicati sobri, senza tante definizioni. Stavolta non si attiene al suo stile. Segno che qualcosa di grave è accaduto.
E' successo infatti che - dopo anni di discussioni serrate, di scontri, di mobilitazioni - è stato approvato il nuovo regolamento contro il terrorismo on line. Senza un dibattito, né un voto in aula. Lo consente lo Statuto generale, negli articoli 67 e 68: prevedono che se non ci sono "proposte alternative, né emendamenti, né richieste di abrogazione", l'atto si considera approvato così com'è formulato.
Ed è esattamente quel che è avvenuto, quand'è passato per "mancanza di opposizione" - diciamo così - il testo nella formulazione varata a gennaio dalla "commissione libertà civili", nome che oggi suona ancora più sarcastico. Regolamento che, a sua volta, era frutto di una trattativa fra governi e l'esecutivo europeo. Un testo al quale tante associazioni per le libertà digitali hanno provato ad opporsi negli anni e nei mesi scorsi. Un regolamento, insomma, intitolato alla lotta al terrorismo ma che col terrorismo ha poco a che fare. E si avvicina tanto alla censura.
In tutte le sue parti. A cominciare dall'obbligo - imposto ai provider - di cancellare i messaggi sui social entro un arco di tempo brevissimo. Un'ora, appena un'ora (norma dalla quale sono esclusi solo i piccolissimi provider). Imperativo che riguarda da vicino i diritti civili: perché per poter dare forma a quest'obbligo, chi gestisce i social ha un solo strumento a disposizione, i filtri. I filtri automatici. Gli unici strumenti in grado di poter intervenire in sessanta minuti.
Filtri automatici, dunque, quelli che bloccano senza l'intervento dell'uomo un tweet, un messaggio, un post, se rilevano la parola "jiahd", la parola attentato. O come è stato denunciato recentemente quando leggono la parola palestinesi. Cancelleranno tutto, entro un'ora. Anche i commenti di denuncia. Come se i terroristi usassero i social mainstream per scambiarsi opinioni, come se usassero un linguaggio ufficiale. Come se non fosse stato semplice, per l'assassino della moschea neozelandese due anni fa, superare i blocchi di FaceBook e mandare in diretta il filmato della sua strage.
Chi ci rimetterà, invece, saranno le libertà di parola, le libertà di dissenso, saranno gli utenti. Saranno gli attivisti per i diritti umani (pochi mesi fa, la denuncia delle ong sulla censura automatica esercitata su alcuni filmati provenienti dalla Siria, nel cui titolo c'era una parola bloccata), le associazioni per le libertà digitali, saranno i giornalisti che appena poche settimane fa avevano rivolto un disperato appello ai parlamentari europei perché respingessero quel regolamento.
Non ce n'è stata l'occasione - per incuria o per scelta - perché nessuno ha chiesto di bocciarlo, né di emendarlo. Accontentandosi, forse di quel po' che si era riuscito a conquistare nei mesi scorsi. Sì, perché di questo regolamento se ne parla da un bel po', dopo gli attentati che sconvolsero la Germania e la Francia. E qualcosa i movimenti erano riusciti ad attenuare, rispetto al primissimo impianto. Ma la sostanza, il "grosso" è rimasto lo stesso. Drammaticamente uguale. Consentendo appunto il "via libera ad Orban", per usare l'espressione di Liberties.Eu.
Perché Orban (o quelli come lui)? Perché fra le tante norme liberticide c'è anche quella che assegna ad un paese l'autorità per intervenire su un altro stato membro dell'Europa. Appunto: se il premier ungherese definisse un post - magari solo critico nei suoi confronti - come terrorista, avrà la facoltà di farlo cancellare. Anche se quel messaggio è ospitato su un provider italiano e non viola alcuna legge.
Assegna ad un paese il potere di cancellare, censurare testi ed immagini. Già ma cosa si intende per "paese". E qui c'è un altro obbrobrio: ogni singolo Stato membro potrà decidere, a sua discrezione, le "autorità nazionali competenti" in materia. Quelle che avranno il potere di attuare le misure, compreso l'ordine di cancellazione. Come saranno composte queste "autorità" lo deciderà ogni Stato per proprio conto, a suo piacimento: ci potranno essere commissioni, organismi ad hoc, con rappresentanti istituzionali. O soltanto burocrati nominati dai governi. Magari anche agenti di polizia. Come tutto fa presagire ci sarà in Ungheria. O in Polonia.
E ancora: sarà un altro passo versa la privatizzazione della giustizia perché il tutto avverrà senza un controllo giudiziario, una sentenza. Ai giudici ci si potrà rivolgere solo in caso di ricorso. La censura di un messaggio, insomma, non sarà decisa in prima istanza da un'aula di tribunale. Lo potrà fare l'esecutivo di Budapest, però. Questo è il regolamento, varato senza un voto. AccessNow, una delle più grandi ed autorevoli organizzazioni mondiali a difesa dei diritti digitali - da sempre in prima fila nella battaglia contro questo mostro legislativo - non vuole darsi per vinta. E anche se si mostra sorpresa per le modalità del varo (senza un voto a Strasburgo), in un tweet dice che continuerà a battersi per migliorare le norme. Sperando che governi e forze politiche ci ripensino, almeno nelle "traduzioni" nazionali del regolamento. Ma ormai ci credono in pochi e, soprattutto, non sembrano esserci più tanti margini. E si entrerà così nell'era dell'#Orbandeletes, nell'epoca del "decide Orban". In tutta Europa.
di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 29 aprile 2021
Nel film un attore per impersonare il ricercatore e interviste agli ex ministri Gasparri e Trenta. Sensi: "l'ennesima pena dei genitori" del giovane.
La telecamera segue un ragazzo con la barba e il trolley che esce dall'aeroporto del Cairo per infilarsi in un taxi. L'incipit è convenzionale, lo svolgimento meno: il preteso documentario "The story of Regeni" del giornalista Fulvio Grimaldi (nel suo curriculum anche articoli negazionisti del Covid-19) approda in rete alla vigilia della decisione del giudice per le udienze preliminari di Roma sul rinvio a giudizio dei quattro militari dei servizi segreti egiziani accusati del rapimento e delle torture di Giulio Regeni. E tenta di accreditare - utilizzando perfino testimonianze "eccellenti" fra le quali gli ex ministri Maurizio Gasparri ed Elisabetta Trenta - l'ipotesi di un Regeni pedina dei Fratelli musulmani, agente straniero atterrato in Egitto con scopi eversivi. Nè più nè meno che la versione offerta dalle stesse autorità egiziane in questi lunghi cinque anni di indagini.
Gli argomenti, qui e là, coincidono con quelli prospettati dal governo del Cairo, primo fra tutti quello secondo il quale il ricercatore friulano avrebbe percepito sovvenzioni opache per effettuare il suo lavoro in Egitto. Un argomento già affrontato e risolto da Ros e Sco coordinati dal pubblico ministero della Procura di Roma Sergio Colaiocco, Nulla di opaco. Dopo una analisi sui movimenti bancari di Regeni, gli investigatori hanno trovato che il ragazzo percepiva solo i finanziamenti delle borse di studio universitarie ottenute per la sua attività di ricercatore. E ancora, altro elemento mutuato dalle autorità egiziane, il fatto che gli investigatori del Cairo non abbiano avuto accesso - così si sostiene nel filmato di Grimaldi- al pc di Regeni, mentre dal 2016 gli investigatori italiani hanno messo a disposizione copia forense del pc in questione.
Restano le domande, una fra tutte: come mai questo video proprio alla vigilia del processo a Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Usham Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, i funzionari dell'intelligence egiziana sotto accusa per la morte di Giulio Regeni?
Vorrebbe una risposta il parlamentare Pd Filippo Sensi che, nell'immaginare "l'ennesima pena di Paola e Claudio Regeni alla vista di questo documentario, comparso dal nulla a screditare l'immagine di Giulio" si augura che sia fatta luce "sulla genesi del filmato attraverso un'inchiesta ad hoc".
E di "depistaggi sistematici" parla la Procura di Roma negli atti depositati in vista dell'udienza preliminare prevista per stamani alle dieci: "Fin dall'inizio sono stati posti in essere da molteplici attori plurimi tentativi di sviamento dell'indagine finalizzati a distogliere l'attenzione degli investigatori dagli appartenenti agli apparati pubblici egiziani" è scritto. Perfino l'autopsia è stata rielaborata ad uso e consumo di una versione di comodo, scrivono i pm romani. La relazione del medico legale del Cairo tentò di accreditare l'idea di una morte per incidente stradale di Giulio, scaturita da ferite alla testa tipiche del caso. Fino alla messinscena attraverso la quale si è tentato di riversare la responsabilità della fine del ragazzo su una banda di criminali comuni, a casa dei quali sono stati fatti rinvenire documenti e oggetti del ricercatore. Ora, grazie alle indagini svolte con il supporto dell'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, sappiamo che la verità è altrove.
di Maicol Mercuriali
Italia Oggi, 29 aprile 2021
Piano da 150 milioni di sterline per migliorare le condizioni delle carceri femminili. Detenute: 80% per reati non violenti. Autolesionismo record.
In Gran Bretagna sono molte le donne in carcere che finiscono per soffrire di problemi di salute mentale. Nelle carceri femminili inglesi aumentano i casi di autolesionismo tra le detenute: con la pandemia, ha spiegato l'associazione Prison Reform Trust in uno studio pubblicato dall'Independent, alcuni servizi terapeutici e di assistenza sono stati cancellati e il risultato è stata una crescita verso livelli record di questo fenomeno. Secondo le statistiche del ministero della giustizia gli episodi di autolesionismo tra le detenute di Inghilterra e Galles sono aumentati dell'8% in un anno, passando da 11.482 a 12.443, mentre nelle carceri maschili i casi sono diminuiti di circa il 7%.
A lanciare l'allarme è lo studio condotto dal Prison Reform Trust: l'80% delle donne in carcere sta scontando condanne per reati non violenti. E invece di lavorare a misure alternative, come promesso dal governo, si investono 150 milioni di sterline per creare nuove celle.
Il rapporto del Prison Reform Trust vaglia i risultati del Female Offender Strategy, il programma che il governo si era dato nel 2018 per affrontare alla radice i reati commessi dalle donne e che vedeva la custodia in carcere come l'ultima risorsa, riservata ai delitti più gravi. Ma, ha rilevato l'organizzazione nel suo studio, il governo non è riuscito a mantenere nemmeno la metà degli impegni, implementando negli ultimi tre anni solo 31 delle 65 azioni previste. Però, ha evidenziato l'associazione che si batte per la riforma carceraria, è stato recentemente annunciato dal governo un piano per realizzare 500 nuove celle nelle prigioni femminili, una misura in contrasto agli obiettivi della strategia come ha rimarcato il direttore Peter Dawson.
"Non ha senso avere un buon piano se non lo si realizza", ha detto al giornale inglese, "si richiede un calendario, risorse e misure di successo. Il governo sembra aver abbandonato la sua idea iniziale e il premier Boris Johnson è pronto a trovare 150 milioni di sterline (172,3 milioni di euro) per migliorare le carceri femminili, potenziando strutture e personale, e far fronte, così, al fallimento della politica sulla riforma carceraria, in stallo: questi soldi non sarebbero stati necessari se si fosse implementato il piano d'azione. La maggioranza delle donne viene mandata in prigione per reati non violenti e per scontare pene inferiori a un anno. È tempo di investire in pene alternative".
I curatori dello studio hanno poi sottolineato la necessità di adottare misure per creare "un ambiente sicuro e informato sui traumi", in modo da assistere le donne dietro le sbarre e prevenire i casi di autolesionismo. The Independent ha ricordato che molte detenute soffrono di problemi di salute mentale e in carcere sono spesso vittime di reati più gravi di quelli per cui sono state condannate. Un portavoce del ministero della giustizia ha detto al quotidiano britannico: "Vogliamo vedere meno donne andare in prigione e stiamo investendo milioni nella nostra strategia. La custodia sarà sempre l'ultima risorsa: i nuovi posti carcerari miglioreranno le condizioni con più celle singole e un maggiore accesso all'istruzione e al lavoro, aiutando quindi le donne a rimettere in sesto le loro vite".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 aprile 2021
Burkina-Mali-Niger. Sotto il Sahel è in corso una sorta di guerra mondiale africana, con gruppi jihadisti, contingenti militari internazionali e relativi interessi geopolitici, economici e securitari. Anche l'Italia è coinvolta visto che ha deciso di inviare 200 soldati e stabilire una base militare in Niger nell'ambito della missione Takuba, sulla scia dei francesi e di qualche appetitosa commessa militare. Lontano, lontano nel mondo, i giornalisti muoiono e saranno rapidamente dimenticati, come facilmente si dimenticano i morti e i posti lontani. Sta a noi decidere se anche questa volta sarà così. Ma il "triangolo del jihadismo", tra Burkina Faso, Mali e Niger, non è una faccenda che si liquida con un pezzo di cronaca.
In Burkina Faso sono stati assassinati due spagnoli, il documentarista David Beriain e il cameraman Roberto Fraile, insieme all'attivista irlandese Rory Young della ong Wildlife. Stavano realizzando un reportage sulla caccia di frodo nell'est del Paese. L'agguato è stato rivendicato da un gruppo vicino ad Al Qaeda: forse non è ancora ben chiaro ma sotto il Sahel è in corso una sorta di guerra mondiale africana, con gruppi jihadisti, contingenti militari internazionali e relativi interessi geopolitici, economici e securitari. Anche l'Italia è coinvolta visto che ha deciso di inviare 200 soldati e stabilire una base militare in Niger nell'ambito della missione Takuba, sulla scia dei francesi e di qualche appetitosa commessa militare.
Naturalmente all'opinione pubblica italiana il tutto viene occultato in qualche riunione della presidenza del consiglio dove far passare questa missione come una sorta di atto dovuto all'impegno nell'Unione europea e alla necessità di controllare i flussi migratori che dall'Africa occidentale percorrono le rotte del Sahel per risalire la Libia e arrivare alle coste mediterranee. Ma questa non è un'operazione di "polizia", è una vera e propria guerra che da anni tiene impegnati 5mila soldati francesi e altre migliaia di soldati africani nel triangolo del jihadismo tra Mali, Niger e Burkina Faso.
I francesi, che hanno subito molte perdite, avevano trovato una soluzione per ridurre il loro contingente ricorrendo agli europei e soprattutto a 1.200 militari ciadiani inviati dal presidente Idriss Déby, ucciso una decina di giorni fa per le ferite riportate - secondo la versione ufficiale - negli scontri con il Fronte dei ribelli che hanno le retrovie tra l'etnia gorane, i Tebu della Libia.
In realtà emergono informazioni sempre più preoccupanti sul sistema di sicurezza occidentale nel Sahel gestito dai francesi. Idriss Déby, autocrate implacabile, era uno degli attori principali della vasta scacchiera geopolitica dell'Africa sub-saheliana. Negli anni Ottanta si era distinto per avere respinto nel Nord del Ciad le truppe di Gheddafi appoggiate dai sovietici.
La retrovia del deserto libico del Fezzan e quella sudanese erano stati poi decisivi per la sua ascesa e la cacciata da N'Djamena nel '90 del suo antico mentore, il presidente Hissene Habré. Fino al 2011 quando si era schierato con la Francia contro Gheddafi per poi oscillare in alleanze prima con le brigate filo-Misurata e poi con quelle che appoggiano il generale della Cirenaica Khalifa Haftar sostenuto anche dalla Francia, oltre che da Russia, Egitto ed Emirati.
Déby seguiva il ruolino di marcia dei francesi che lo tenevano in piedi. E Parigi si preparava probabilmente a manovrarlo anche sul fronte della nuova guerra fredda libica tra Erdogan, padrone della Tripolitania, e la Cirenaica dove i mercenari russi sostengono Haftar. La sua scomparsa ha aperto il vaso di Pandora del Sahel. Macron è volato in Ciad per i suoi funerali al fianco del successore di Déby, il figlio Mahamat sostenuto da una giunta militare. Ma dopo aver dichiarato che Parigi "non permetterà a nessuno di minacciare il Ciad", presa di posizione interpretata come un appoggio alle nuove autorità, Macron ha cambiato radicalmente tono.
Parlando sulla scalinata dell'Eliseo al fianco del presidente della Repubblica democratica del Congo Félix Tshisekedi, ha condannato "con la più grande fermezza la repressione" dei manifestanti a N'Djamena e dichiarato di non essere favorevole al "piano di successione", prendendo le distanze in questo modo dal figlio di Déby.
Perché questa ambiguità francese? Il Ciad è precipitato in una sorta di guerra civile non troppo strisciante e non ha nessuna intenzione in questo momento di mandare altri militari a combattere i jihadisti. Dai qaedisti ai Boko Haram nigeriani, se ne sono accorti e approfittano della situazione per imbastire nuove azioni militari.
Ecco perché sono usciti dalla "brousse" per attaccare i giornalisti spagnoli: nel Burkina Faso il governo è con le spalle al muro e si moltiplicano le voci di patti di non aggressione, anche su base locale, con i jihadisti. La Francia ondeggia e gli Stati uniti di Biden intuiscono che "FranceAfrique" barcolla: quale migliore opportunità per "aiutare" Macron? È in posti come questi, lontano dal mondo e vicini alle superpotenze, che si muore.
di Maximilian Kalkhof*
La Repubblica, 29 aprile 2021
In Cina è in atto una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Gli appartenenti a questa minoranza etnica vengono internati in campi di detenzione, rieducati, le donne sottoposte a sterilizzazione forzata. La testimonianza di una vittima rivela particolari di un genocidio nascosto agli occhi del mondo.
Qelbinur Sidik aveva cinquant'anni quando lo Stato cinese l'ha privata della dignità. Ricorda perfettamente il giorno del maggio 2019 quando è stata prelevata dalle forze di sicurezza e condotta in un ospedale di Ürümqui, il capoluogo della provincia cinese dello Xinjiang. "Non giocarti la vita - le dissero - pensa ai tuoi familiari". Qelbinur Sidik ha avuto paura, come non mai, racconta. Non ha opposto alcuna resistenza. In ospedale fu sottoposta alla sterilizzazione forzata. Qelbinur Sidik non aveva in programma altri figli. Ne ha una, Difulza, già adulta, e una gravidanza non rientrava nei suoi progetti né era probabile. Ma alle forze di sicurezza importava ben poco, anzi, tanto meglio: se non voleva più figli non aveva motivo di rifiutare la sterilizzazione.
Le forze di sicurezza portarono Qelbinur Sidik nel reparto di ginecologia al piano seminterrato dell'ospedale. Vide uscire dalla sala operatoria donne uigure, giovani e vecchie, per lo più in lacrime. A un certo punto è toccato a lei. Non ricorda quanto tempo è durato l'intervento. Dopo era sterilizzata - a un'età in cui le donne normalmente entrano in menopausa. Per quale motivo non sapeva. Le altre donne nemmeno. Qelbinur Sidik è stata vittima e testimone della più grave violazione dei diritti umani del nostro tempo: l'oppressione degli uiguri. Nel nord ovest della Cina, nella provincia dello Xinjiang, le autorità della Repubblica popolare hanno creato un sistema di più di 1000 campi di detenzione in cui vengono rinchiusi gli appartenenti alla minoranza musulmana - ufficialmente come misura di lotta al terrorismo.
Dal 2018 sono stati internati un milione di uiguri. Lo dicono gli esperti, come l'antropologo tedesco Adrian Zenz, che lo definisce un "genocidio culturale". "Genocidio" perché si tratta di oppressione premeditata e portata avanti secondo una logica industriale. "Culturale" perché non mira ad annientare fisicamente gli uiguri, bensì a distruggerne la cultura. La minoranza di etnia turca deve essere assimilata, privata della propria religione, lingua e identità e inglobata nella società cinese. Nello Xinjiang risiedono circa nove milioni di uiguri.
Sono anni che le autorità cinesi perseguitano la minoranza musulmana. Dalla fondazione della Repubblica popolare nel 1949 Pechino ha provveduto a incrementare la quota di popolazione di etnia Han nello Xinjiang tramite una politica di insediamento. Dal 2010 però il governo punta all'assimilazione forzata - imposta tramite una serie di misure, che arrivano alla sterilizzazione e alla "rieducazione" nei campi di internamento. Tra il 2011 e il 2014 nello Xinijang hanno avuto luogo tre attentati terroristici compiuti da uiguri in cui hanno perso la vita 20 civili.
Nel 2014 nella Cina meridionale, a circa 2000 chilometri di distanza dallo Xinjiang i terroristi hanno assalito pugnalandole 31 persone. L'azione non è stata rivendicata da nessun gruppo, gli indizi riconducono a una cellula isolata, ma le autorità cinesi hanno attribuito l'attentato ai separatisti uiguri. Da allora Pechino diffonde sulla base di scarse prove questa narrazione: nello Xinjiang il terrorismo è un problema. L'estremismo nella provincia del nord est mette a rischio la sicurezza nazionale.
È praticamente impossibile fornire dati precisi sui lager cinesi. La provincia dello Xinjiang è in pratica chiusa ai giornalisti. Le uniche notizie vengono dalle immagini dei satelliti e dai documenti governativi consultabili, ossia gare di appalto edilizio e bandi di concorso per il personale della sicurezza, e poi dalle testimonianze dei sopravvissuti. Persino il numero dei campi e degli internati è solo stimato.
Qelbinur Sidik ha visto i lager dall'interno. Ma in un ruolo particolare. Non vi è stata detenuta. È stata costretta dalle autorità a insegnare in due strutture. Ma non è finita. In seguito è stata a sua volta oggetto di misure repressive da parte delle autorità. È fuggita all'estero. Non è affatto scontato che oggi renda pubblica la sua storia, né privo di rischi. Chi è scampato ai lager ed è riuscito a fuggire all'estero, in Europa, ha familiari e amici nello Xinjiang di cui preoccuparsi. "Ho deciso di parlare della mia vicenda perché spero di cambiare qualcosa" dice Qelbinur Sidik.
È un giorno di primavera, sulla passeggiata a mare de L'Aja stridono i gabbiani. Dopo la fuga dalla Cina Qelbinur Sidik vive da circa due anni nella città olandese. Ha alloggiato a lungo in un centro profughi. Solo da poco le è stato assegnato un bilocale proprio sul mare. Dalla finestra del soggiorno vede le onde infrangersi imperturbabili sulla riva.
Qelbinur Sidik è un po' in ritardo, prima ha fatto la spesa. La cinquantunenne indossa una giacca a vento violetta per proteggersi dalla brezza del mare del Nord. Apre la porta del suo appartamento, in corridoio sguscia oltre un frigorifero ancora imballato. Sistema due sgabelli di plastica in soggiorno. Non ha ancora finito i lavori, certe pareti sono rivestite di tappezzeria, altre nude. "Prima mangiamo qualcosa per pranzo", dice e dalle buste della spesa tira fuori pollo arrosto, verdure e tè.
Qelbinur Sidik è di origine Uzbeka. I suoi genitori sono immigrati negli anni Cinquanta dalla Repubblica socialista sovietica nello Xinjiang. La provincia nel nord est della Cina è abitata in maggioranza da etnie turche, delle quali la più numerosa è quella degli uiguri musulmani, che lì costituiscono la comunità più grande ma nel resto del paese sono una minoranza. Nello Stato multietnico cinese è l'etnia Han, con 1,2 miliardi di appartenenti, la più numerosa in assoluto. Qelbinur Sidik è cresciuta a Ürümqi, il capoluogo dello Xinjiang, tra gli uiguri. Parla correntemente la lingua uigura e ha sposato un uiguro, Ismayil. La coppia ha una figlia, Dilfuza, che si considera uigura. Sulla carta Qelbinur Sidik è cinese di origine uzbeka, ma si sente uigura.
In qualità di cinese di origine uzbeka però ha goduto nello Xinjiang di una posizione particolare. Era considerata una migrante modello. Fin da piccola ha frequentato le scuole cinesi e, a differenza di molti uiguri, parla correntemente mandarino. Tutto questo le ha consentito una carriera nella scuola. Per quasi trent'anni ha insegnato in una scuola elementare statale di Ürümqui. Ha ottenuto persino una posizione di rilievo nelle risorse umane del suo istituto.
Le foto dell'epoca ritraggono una donna fiera, con i capelli messi in piega e la camicetta ben stirata. Racconta di aver sentito spesso cinesi han parlare in modo sprezzante degli uiguri. Nei suoi confronti non mostravano tanta superiorità, almeno non apertamente. Lei teneva nascosto il suo senso di appartenenza alla comunità uigura.
A partire più o meno dal 2016 gli amici iniziarono a raccontarle storie che le parevano incredibili. Dicevano che gli uiguri sparivano, che gli uomini uiguri non portavano più la barba e che non era più permesso dare ai figli nomi musulmani. E che lontano dalle città sarebbero sorti dei capannoni, non si sapeva a che scopo.
Nel 2017 i superiori di Qelbinur Sidik le comunicarono che doveva andare a insegnare in un'altra scuola, a degli analfabeti. Nulla di strano. Ma i superiori le fecero pressioni esagerate. Le imposero di non dire niente a nessuno del nuovo lavoro, neppure a suo marito. Dovette firmare un accordo di riservatezza. Capì che qualcosa non andava, ma non sapeva cosa.
Già nel 2016 la leadership politica cinese compì nello Xinjiang una svolta che l'opinione pubblica non tenne in dovuta considerazione. Pose alla guida del partito Chen Quanguo. Chen è un falco che si è fatto una reputazione come segretario del partito in Tibet dove ha arruolato migliaia di nuovi poliziotti e creato una stretta rete di sorveglianza basata sulla tecnologia.
Col senno del poi si può dire che per il burocrate il Tibet è stato un laboratorio in cui testare ciò che avrebbe messo in campo su più vasta scala nello Xinjiang, a servizio di una "assimilazione" che ha molto a che spartire con la sorveglianza della popolazione, in cui rientrano, tra l'altro, l'incremento del personale incaricato della sicurezza, controlli digitali nella quotidianità, telecamere a riconoscimento facciale, app obbligatorie sui cellulari.
La popolazione ne ebbe presto sentore. La prima volta che Qulbinur Sidik vide la nuova scuola da lontano le vennero i brividi. Sembrava un carcere di massima sicurezza, circondata da muraglioni e filo spinato. Mentre raggiungeva l'aula vide uomini uiguri legati e ammanettati trascinati per il corridoio. Poi si ritrovò davanti quegli stessi uomini, seduti in classe davanti a lei con l'aria distrutta. "Salam aleikum' disse, la pace sia con voi. Ma nessuno di loro reagì. qelbinur Sidik aveva timore di fare qualcosa di sbagliato. Lentamente si rese conto che le autorità cinesi l'avevano trasformata in una aguzzina. Non doveva insegnare agli analfabeti, bensì agli uiguri.
Qelbinur Sidik parla per ore in questo pomeriggio di primavera sulla costa olandese. Seduta su uno sgabello di plastica, guarda per lo più fuori dalla finestra. Non è semplice per lei raccontare. Prende un fazzoletto di carta, se lo rigira tra le mani. Poco dopo aver ricordato il suo arrivo in uno dei campi scoppia in lacrime. Mentre l'interprete traduce dall'uiguro in inglese tiene la testa tra le mani e singhiozza piano.
Nel 2017 Qelbinur Sidik dovette insegnare agli uomini uiguri del campo di detenzione la lingua cinese e le cosiddette "canzoni rosse": inni al partito comunista e alla Repubblica popolare. Dopo circa sei mesi la portarono in un altro campo, questa volta per insegnare alle donne. Durante le lezioni forzate, racconta, spesso udiva grida provenienti da altre stanze che sembravano frutto di torture e violenze sessuali. Quando nel primo campo un uomo la pregò di contattare i suoi familiari per informarli di dove era detenuto, per timore fece finta di non averlo sentito. Nel secondo campo ebbe l'impressione di vedere gli agenti della sicurezza portare fuori dall'edificio una donna morta. Chiese a una agente di custodia che la redarguì. Controllati, le sibilò, pensa a far lezione.
Molto di quello che oggi sappiamo dei campi di detenzione è frutto delle ricerche dell'antropologo Adrian Zenz che ha reperito in rete le gare di appalto per i campi di rieducazione e identificato notevoli aumenti di bilancio per le strutture detentive. Sulla base di documenti amministrativi ha ricostruito le dimensioni dell'oppressione. Quasi tutte le stime rilevanti sulla situazione nello Xinjiang - persino il numero dei campi e degli internati - derivano dalla sua indagine. Ora vive negli Usa e lavora per la Communism Memorial Foundation di Washington.
I campi rientrano nella strategia politica dello Stato cinese che da un lato punta all'assimilazione culturale della provincia dello Xinjiang per risolvere il problema del terrorismo in loco ricorrendo ai campi di internamento, ma anche alla prevenzione delle nascite tramite aborti e sterilizzazioni forzate. Dall'altro intende procurarsi manodopera a basso costo. Molti uiguri vengono costretti a lavorare in fabbrica nelle regioni a forte sviluppo economico del Paese. In terzo luogo attraverso i campi Pechino intende combattere la povertà. Il cinico paradosso è che lo Stato cinese libera dalla povertà costringendo ai lavori forzati. Non più tardi dell'inizio di quest'anno il presidente Xi Jinping ha dichiarato debellata la povertà assoluta.
Zenz è stato molto osteggiato a motivo delle sue ricerche. La stampa statale cinese lo ha diffamato definendolo uno pseudo-scienziato e recentemente lo ha sanzionato vietandogli l'ingresso in Cina. Anche Qelbinur Sidik ha dovuto ben presto affrontare il pugno di ferro del potere. È stata licenziata, senza un motivo concreto e anche la sua vita privata è entrata nel mirino delle autorità. Nel suo appartamento si è insediato un cinese han. All'inizio viveva con Qelbinur Sidik e il marito per una settimana ogni tre mesi. Poi una settimana al mese. A detta delle autorità era un modo di promuovere la solidarietà tra etnie. Qelbinur Sidik e il marito non avevano voce in capitolo. Erano in balia dell'uomo.
Il provvedimento rientrava in un programma del governo in base al quale le autorità cinesi insediano nelle famiglie delle minoranze dei funzionari per promuovere "l'unità etnica" del paese. Secondo i dati dei media statali nel 2018 nello Xinjiang un milione di questi funzionari sono stati inviati in più di 1,6 milioni di famiglie. L'organizzazione di tutela dei diritti umani Human Rights Watch le definisce "prassi profondamente invasive di assimilazione forzata".
Il cinese han era irrispettoso, racconta Qelbinur Sidik. Sedeva a tavola a torso nudo e si ubriacava. Continuava a molestare la donna tentando di baciarla, senza nascondere l'intenzione di fare sesso con lei. "Se mi tocca lo ammazzo e poi mi uccido" bisbigliava Qelbinur al marito Ismayil. Il cinese han aveva potere. Ogni volta che la coppia protestava, minacciava di denunciarli alle autorità. Così Qelbinur Sidik e il marito obbedivano. In fondo alla donna è andata bene: il cinese han le mancava di rispetto ma non l'ha violentata.
Nel 2019 era ormai prassi normale che le autorità impedissero le nascite nello Xinjiang. Le donne tra i 18 e i 50 anni dovevano obbligatoriamente mettere la spirale o farsi sterilizzare. Anche a Qelbinur Sidik dal 2017 è stata inserita la spirale per due volte non senza complicazioni. In segreto aveva fatto rimuovere il dispositivo anticoncezionale da un medico.
Nel maggio 2019 ha compiuto 50 anni. Pensava che la tortura fosse finita. Invece no. Le misure sono state estese alle donne di età compresa tra i 18 e i 59 anni. Qelbinur Sidik era terrorizzata. Temeva di essere rinchiusa in un lager se rifiutava di sottoporsi ai trattamenti coatti. Per questo non ha opposto resistenza quando l'hanno portata in clinica. "Ma non dimenticherò mai l'umiliazione".
Qelbinur Sidik non ne poteva più, voleva andarsene dalla Cina. Le origini uzbeke le sono state d'aiuto. Negli anni scorsi lo stato cinese ha ritirato il passaporto a molti uiguri, imprigionando di fatto la minoranza etnica. Ma Qelbinur Sidik aveva un passaporto. E una figlia, Difulza, residente all'estero. Già nel 2011 si è trasferita per motivi di studio in Olanda ed è rimasta.
Inoltre Qelbinur Sidik non aveva più nulla che la trattenesse nello Xinjiang. Il matrimonio con Ismayl era finito nel frattempo. Nell'ottobre 2019 ha incaricato un'agenzia di procurarle un visto e un volo. Il viaggio è stato orribile, racconta. Inizialmente aveva paura di non riuscire a lasciare la Cina. Poi di non riuscire ad entrare in Olanda. Quando ha visto sua figlia che la salutava con la mano all'aeroporto di Schipol, Qelbinur ha perso i sensi.
Adesso Qelbinur Sidik è sana e salva in Olanda. Ha ottenuto asilo. Impara la lingua e cerca di rifarsi una vita. In futuro le piacerebbe più di ogni altra cosa insegnare ai bimbi uiguri. In Olanda risiede la più grande comunità di esuli uiguri d'Europa. Trascorre molto tempo da sola, racconta. A volte dimentica di trovarsi in Olanda. Allora è assalita dai ricordi che non la abbandonano per molte ore. Poi si riscuote e ritorna alla realtà. È all'Aja. Dice di non capire il motivo per cui in Occidente molti governi non si sbilanciano a criticare la Cina. Lo Stato cinese compie azioni orribili e deve renderne conto. L'antropologo Adrian Zenz è convinto che la pressione internazionale costringe lo Stato cinese a variare continuamente la propria linea di difesa. All'inizio Pechino negava l'esistenza dei campi. Solo di fronte a prove incontestabili l'ha ammessa. All'improvviso ha definito misure antiterrorismo le azioni in atto nello Xinjiang, i campi "centri di formazione professionale" e la permanenza nelle strutture volontaria.
"La considero una prova che il mio lavoro è servito a qualcosa" dice Zenz. Ma il tedesco che con le sue rivelazioni ha contribuito più di ogni altro a far conoscere la situazione nello Xinjiang avverte: "Credo che la fase delle rivelazioni sia terminata. Ora tocca alla comunità internazionale trarre le debite conclusioni da ciò è emerso." Ma non è sicuro che avvenga. L'Unione europea per la prima volta da più di trent'anni ha imposto sanzioni contro quattro ufficiali cinesi per l'oppressione degli uiguri, ma le sanzioni non colpiscono il segretario del partito dello Xinjiang, Chen Quanguo. Qelbinur Sidik dice che ora che vive in Olanda non teme per la propria sicurezza. Non ha neppure cambiato la serratura della sgangherata porta di legno del suo bilocale. C'è solo una cosa che continua a spaventarla: sentir parlare cinese. Cerca sempre di tenersi alla larga dai turisti cinesi nei luoghi pubblici, ma a volte non è possibile evitarli, allora il passato ritorna. "Quando sento parlare cinese entro nel panico" racconta. "È come se fossi di nuovo nel campo".
*Traduzione di Emilia Benghi
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parmateneo.it, 28 aprile 2021
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