di Alberto Cisterna
Il Riformista, 8 giugno 2021
La magistratura è stata resa negli ultimi decenni un sistema verticale, gerarchizzato, controllato, burocratizzato e che si pone in contrasto con la Costituzione. Una prova di maturità democratica di alto livello. In un paese in cui si aggirano grumi consistenti di un reducismo giudiziario che pretende - dopo alterne e discusse carriere - di impartire lezioni di legalità costituzionale e processuale in vista degli incerti tempi della riforma, l'iniziativa referendaria sulla giustizia ha il merito di misurare la vitalità di un dibattito che solo una democrazia si può permettere.
Un tempo l'avremmo chiamata democrazia diretta - sintagma prezioso poi involgarito dal demagogico ricorso al popolo - che ha quale momento qualificante non solo il voto in sé considerato, ma la discussione che lo precede in cui le opinioni si confrontano e le idee collidono. Per una Repubblica nata da un referendum chi muove obiezioni farebbe bene a rendere palesi le reali preoccupazioni che lo agitano prima di dire che la "materia" non si presta alla votazione popolare. Negli ultimi tempi si palesano in modo insistente sulla stampa i fantasmi di una giurisdizione che, poco inclini al meritato pensionamento, si affannano nel voler esprimere opinioni e imprimere orientamenti dopo aver trascorso quasi tutti interi decenni sotto l'ombrello acconciato dalle correnti e dopo aver usufruito a piene mani delle sue prebende.
È un buon segno sia chiaro. Se è necessario richiamare dalle retrovie i grand commis di una certa magistratura - quasi sempre pubblici ministeri con apprezzabili entrature mediatiche - vuol dire che la discussione sta prendendo una brutta piega e che un mondo è in fibrillazione. Perché, si badi bene, malgrado le convergenze politiche degli ultimi tempi, anzi delle ultime ore, questo modello di magistratura, con le sue storture e le sue deviazioni andava benissimo a tanti e pure a tantissimi. Basterebbe fare una rapida ricognizione dei contatti politici, giornalistici, economici, accademici dell'ex presidente dell'Anm finito nella bufera due anni or sono, del numero di convegni, dibattiti, pubblicazioni, delle sponsorizzazioni di ogni genere per comprendere che quel modello di magistratura, friabile e permeabile, stava bene a molti.
E sono proprio quei tanti, quegli apparati che, oggi, temono che un sistema possa essere incrinato. La magistratura - per ragioni che in questa sede sarebbe impossibile esporre - è stata resa negli ultimi due decenni un sistema verticale, gerarchizzato, controllato, burocratizzato. L'affresco costituzionale di una magistratura orizzontale, paritaria, insensibile alle imposizioni verticistiche è stato deturpato, piegato e sagomato in favore di istanze del tutto difformi.
Non si vuol dire che queste istanze siano prospettive eversive o illecite di per sé, quanto evidenziare che sono assetti diversi da quelli immaginati dal Costituente del 1947 che, in tanto aveva riversato sulla magistratura un potere ampio, autonomo e incondizionato, in quanto lo aveva concepito come parcellizzato, diffuso, sottratto a spinte centripete.
L'ergersi dì un corpo giudiziario - come lo si suole definire - articolato, centralizzato e minuziosamente disciplinato secondo regole, però, ad ampia discrezionalità (si pensi solo ai criteri per le nomine agli gli uffici direttivi) si pone in contrasto con la Costituzione e con la riserva di legge che regola l'ordinamento giudiziario (articolo 108).
Ed è questo il vero punto della discussione che le persistenti camarille sulla separazione delle carriere pongono in ombra e lasciano pericolosamente in disparte. Occorre realisticamente prendere atto che le forze riformatrici che hanno di mira questo risultato, inteso come la madre di tutte le battaglie, sono cadute in una gigantesca trappola. f del tutto evidente che gli argomenti che militano contro la formazione di un pericoloso apparato composto di soli pubblici ministeri sovrastano le ragioni di quanti immaginano di guadagnare il risultato di un processo reso più giusto per effetto della piena equiparazione tra difesa e accusa e della scissione delle carriere con il giudice. Aver spostato praticamente solo su questo piano la discussione in corso sulla giustizia agevola oltre ogni misura la conservazione dello status quo.
Ci si batte contro un fantasma che sarà impossibile scacciare; una lotta impari e inutile, perché trascura l'aspetto fondamentale della necessità di contenere e ribaltare il centralismo illiberale che regge le sorti della magistratura italiana. La discussione è stata traslata in una palude in cui i contendenti, non a caso, sono impantanati da decenni e la momentanea illusione di una sortita con il favore della politica - oggi indignata domani chissà - è nient'altro che un modo per affondare di più nelle sabbie mobili di un dibattito animato, ma senza un'effettiva way out. Il processo di verticalizzazione dell'ufficio del pubblico ministero ha circa 30 anni di vita ed è perfettamente consolidato in ogni suo risvolto.
E purtroppo non sarà certo qualche circolare del Csm a metterlo seriamente in discussione, né a scalfirne la possente efficacia che non ha eguali in Occidente. un tema cruciale per una riforma della magistratura e del processo che voglia contenere l'espansione di un perverso disegno che ha sostituito al protocollo costituzionale del cd. potere diffuso l'ergersi di diffuso potere di sorveglianza penale a guida oligopolistica. A questo occorre aggiungere che il controllo burocratico esercitato sull'attività dei giudici - in vista del solo risultato esteriore di una produttività senza qualità che svilisce la funzione - è non solo parimenti giunto a compimento, ma appare addirittura incentivato alla luce di riforme prossime che puntano al consolidamento degli uffici di giustizia in freddi e meccanici "sentenzifici".
Di questo i referendum non discutono, ma il dibattito che li precede è un momento importante per fare chiarezza sugli snodi decisivi della giustizia in Italia che conosce esempi fulgidi di dedizione e valore, ma anche - occorre ricordare ai mistici dell'ancien regime - vizi e aberrazioni che non hanno eguali altrove in Europa.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 8 giugno 2021
I referendum sulla giustizia proposti da Lega e Partito radicale continuano a far discutere la maggioranza, per ragioni distinte. Da un lato il centrodestra, che oltre a essere diviso tra sostegno e opposizione al governo Draghi, su questi temi vede la Lega saldamente schierata da una parte, con il leader Salvini convinto dell'importanza dei quesiti "per fare, tramite il volere popolare, ciò che una maggioranza così ampia non potrà mai fare" e Fratelli d'Italia a ruota, mentre Forza Italia continua a prediligere la linea della riforma da portare avanti in Parlamento, se necessario (e lo è), anche attraverso un serrato dialogo con il Movimento 5 Stelle.
"Le porte girevoli di magistrati che entrano ed escono dalla politica, l'abolizione dell'abominevole riforma della prescrizione voluta da Bonafede e l'introduzione del sorteggio nel Csm per eradicare la cancrena lottizzatoria a cui abbiamo assistito finora - spiega Andrea Delmastro, deputato di Fd'I - sono i nodi da risolvere nella giustizia, ma vengono scansati clamorosamente da questa maggioranza, oltremodo balcanizzata sulla giustizia e incapace di interventi che non siano altro che pannicelli caldi".
Ma se l'opposizione sovranista tenta, legittimamente, la spallata, dall'altro lato, in quello che potremmo definire "nuovo centrosinistra" c'è forse ancora più confusione sotto il cielo, visto che pentastellati e dem sono per motivazioni diverse intrappolati nelle loro diatribe interne. I primi, impegnati nel traumatico passaggio di consegne che terminerà con l'ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al vertice del nuovo Movimento (che magari avrà un altro nome, chissà); i secondi, alle prese con i liberi pensatori à la Bettini, che avallando alcuni (non tutti) i quesiti referendari hanno mandato in subbuglio il Nazareno, fermamente convinto che la consultazione popolare allungherebbe soltanto i tempi delle riforme.
Le parole dell'ex guru di Nicola Zingaretti sono state classificate come "pensieri personali" da alcuni dirigenti dem, giustificate dal fatto che il Pd "non è una caserma, a differenza di altri partiti", e che alcune idee in linea con il garantismo democratico di quello che sarcasticamente Matteo Renzi definì "il leader della corrente thailandese del Pd" sono note da tempo. Ma certo le recenti uscite di Bettini hanno fatto discutere, sia perché pronunciate e scritte da chi vorrebbe un Pd a braccetto con il M5S (e quindi con il suo giustizialismo) alle prossime Politiche, sia perché collimano, almeno in parte, con quelle di Salvini.
E questo, a chi come Letta ha incentrato la prima parte del proprio mandato di segretario con le risposte colpo su colpo al leader leghista non può che lasciare l'amaro in bocca. Bettini, che ha definito Conte "un democratico, colto, equilibrato e ragionevole", è quindi piuttosto isolato nella sua visione, respinta in maniera compatta dal resto del partito. "Vogliamo che il Parlamento si cimenti con la riforma, perché quello è il luogo dove si fanno le riforme - spiega una fonte dem al Dubbio - Certo poi è bene analizzare i quesiti referendari nel merito, senza pensare al fatto che sono sostenuti anche dalla Lega".
Se non riuscirà a spaccare la maggioranza, la questione dei referendum sulla giustizia rischia insomma di dare adito a una discussione accesa, in particolare sulla separazione delle carriere e sulla responsabilità civile dei magistrati. Per non parlare del fatto che alla riforma della giustizia è legato l'arrivo di una parte dei fondi del Recovery, attraverso i quali sarà realizzato il Piano di ripresa e resilienza.
"Ci aspetta dietro l'angolo il Pnrr che ci impone riforme immediate sull'efficienza del processo", è il ragionamento di Mario Perantoni, presidente grillino della commissione Giustizia a Montecitorio. Lo stesso M5S che ha avviato una fase nuova di cosiddetta maturità politica e istituzionale, anche se lo stesso Conte ha tenuto a precisare di essere contrario "a meccanismi che aumentino la denegata giustizia".
Per forza di cose il nuovo Movimento dovrà misurarsi con il vero obiettivo della riforma, quello che da tutta la maggioranza viene definito "una giustizia giusta in tempi rapidi". A parole sono tutti d'accordo, nei fatti il lavoro della ministra Cartabia è ancora lungo. Referendum o meno.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Dagli esperti norme più restrittive anche sulla presenza di Foro e professori nell'Ufficio studi. "La svolta dev'essere culturale". Diciamo che in termini di lavoro, la commissione Luciani ne dà molto, alla ministra Marta Cartabia. La proposta di modifica avanzata sul Csm dagli esperti, resa pubblica ieri, è infatti ampia, forse più di quanto lo sia la relazione Lattanzi sul penale: quasi 100 pagine solo per le ipotesi di emendamento, oltre a una ventina di "illustrazione".
È anche una relazione meditata, consapevole dei propri limiti: "La commissione non può fare a meno di richiamare l'attenzione" su un dato, è infatti la frase con cui si conclude il contributo, e cioè sul fatto che "nessun intervento riformatore può avere successo senza un profondo rinnovamento culturale, del quale devono essere partecipi la politica, i mezzi di informazione, l'opinione pubblica e - soprattutto - la stessa magistratura".
Lo aveva detto anche Cartabia nell'esporre le proprie linee programmatiche in Parlamento. Non è una dichiarazione di resa ma un atto di realismo. Va pure detto che dal ministero viene data notizia del testo prodotto dagli esperti con la ripetuta puntualizzazione che "le conclusioni della commissione sono ora al vaglio della ministra", la quale "effettuerà le sue valutazioni e una sua sintesi". Sembra il richiamo a una scelta davvero sospesa, come in parte era apparsa venerdì scorso, quando il professor Luciani aveva sottoposto per grandi linee il lavoro ai capigruppo di maggioranza. Ne era seguito un giudizio pressoché unanime, riportato anche dal sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in un'intervista al Dubbio: "È stata una riunione interlocutoria".
Dalla lettura della relazione e degli emendamenti si coglie il motivo di quella indeterminatezza: la proposta Luciani rielabora sì il ddl da cui si parte e che è all'esame della Camera, cioè la riforma del Csm targata Bonafede, offre spunti di modifica utili, ma non sceglie l'accetta, non indica ipotesi estreme. Non c'è ad esempio il "sorteggio temperato" per la scelta dei togati né la composizione
random delle commissioni di Palazzo dei Marescialli. Non si suggerisce di scendere sotto il limite dei due passaggi da giudicante a requirente o viceversa, già fissato nel ddl Bonafede. Non ci si inoltra in proposte d'avanguardia come quella indicata in uno degli emendamenti depositati da Enrico Costa alla Camera, cioè l'istituzione di commissioni "separate per funzione" (diverse per giudici e pm) in materia di nomine e trasferimenti, sempre per ridurre il peso dei requirenti.
E il tenersi indietro rispetto alla linea della rivoluzione è di fatto un assist politico per Cartabia: in vista degli emendamenti governativi da proporre sul Csm, la ministra a questo punto dovrà scegliere fra una pur profonda manutenzione normativa, messa sul tavolo dagli esperti, e i colpi d'acceleratore bruschi, ma forse necessari, indicati sia dai gruppi parlamentari che dai referendum di radicali e Lega.
Si può andare per esempi e capire meglio il senso del bivio. Sui Consigli giudiziari, le norme già previste da Bonafede all'articolo 3 non vengono stravolte: ci si ferma alla istituzionalizzazione del diritto di tribuna per gli avvocati e i professori, "con la conseguente uniformazione di prassi, allo stato, discordanti", come si legge nella relazione. Si aggiunge solo che la partecipazione dei laici alle riunioni dei "mini Csm" in cui si discute di promozioni dei magistrati deve avvenire "con pieno diritto di parola": un po' pleonastico.
Il referendum, ma anche gli emendamenti parlamentari di Fi, Azione e Pd introducono invece il diritto di voto. Altra distanza dal referendum: la raccolta firme a cui sono tenuti i magistrati per candidarsi al Csm. Uno dei 6 quesiti promossi dai pannelliani e da Salvini prevede l'azzeramento di quelle sottoscrizioni, la commissione Luciani si limita a ridurne il numero.
Agli avvocati interesserà molto anche la novità relativa all'Ufficio studi e documentazione, articolazione tecnica ma strategica del Csm: il ddl Bonafede riserva 8 posti aperti sia ad avvocati e professori che ai magistrati, la proposta degli esperti indica almeno 8 posti e un massimo di 12, ma ne riserva 2 terzi "arrotondati per difetto" alle toghe, e un terzo "arrotondato per eccesso" a professione forense e accademia.
Meglio o peggio? Certo, dal punto di vista dei magistrati viene scongiurato il rischio di vedere quella riserva di posti monopolizzata dagli "estranei", però gli stessi estranei sono certi che almeno 3 posti, nella peggiore delle ipotesi, andrebbero a loro. Riguardo agli avvocati, si chiarisce che chi entra nell'Ufficio studi viene sospeso dall'esercizio della professione ai sensi della legge forense, articolo 20.
Altri dettagli: è ormai noto che sulle cosiddette porte girevoli i tecnici sono meno tranchant del ddl Bonafede. Lo sono anche, seppur in modo sfumato, sui limiti ai fuori ruolo, che i deputati puntano a ridurre più drasticamente. Ma tra i correttivi utili, la relazione resa pubblica ieri reintroduce la riserva di seggi per categorie, con la tradizionale prevalenza di giudici rispetto ai pm (rapporto 3 a 1): d'altronde Cartabia l'aveva quasi promessa.
Sul "rinnovo modulare" ogni due anni, pure ipotizzato dalla ministra in Parlamento, si spiega, non a torto, che sarebbe difficile arrivarci senza una modifica della Costituzione. Da ultimo, su un punto sembra esserci convergenza fra esperti e deputati garantisti: le valutazioni di professionalità positive vengono diversificate in "distinto", "buono" e "ottimo": novità opportuna. Però la commissione non arriva a istituire un peso specifico per i rinvii a giudizio e i relativi insuccessi processuali. Anche qui, i partiti vanno oltre. E anche da qui emerge che la ministra dovrà scegliere fra misura e scelte più drastiche.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 giugno 2021
Il direttore di Questione giustizia, la rivista di Magistratura democratica: "C'è del metodo in questa bizzarria". Nei sei quesiti l'ex pm vede annidarsi anche la possibilità per i mafiosi di candidarsi se cade la legge Severino. E, con la stretta sulla custodia cautelare, che restino liberi anche gli autori di gravi reati economici e contra la Pubblica amministrazione. I referendum, della Lega e del Partito radicale schierati insieme, futuri protagonisti del dibattito sulla giustizia. Se ne parla molto, ma solo "in toni generici, tattici, politicisti, senza entrare nel merito dei quesiti". Ne parliamo con Nello Rossi, oggi direttore di Questione Giustizia, la rivista online promossa da Magistratura democratica, che domani pubblicherà un ampio articolo sui contenuti dei singoli referendum.
Una toga "rossa" come lei, Nello Rossi, contro i referendum della Lega. Dov'è la notizia?
"Ah, bene. Questa intervista la cominciamo così? Definendomi toga rossa? Potrei protestare per il cliché ma diciamo che, con gli anni, mi sono rassegnato. La pigrizia dei cronisti è leggendaria e sono condannati a lavorare troppo in fretta per escogitare nuovi appellativi. Comunque la vera notizia per i cittadini è che questi sei referendum, guardati da vicino, sono molto sorprendenti. Innanzitutto per il loro reale contenuto e poi per la singolare alleanza che li propone: Radicali e Lega, libertari ad oltranza e propugnatori del "buttiamo la chiave", fuori dal potere i primi, al governo gli altri".
Lei contesta che un partito possa essere, al contempo, "di lotta e di governo"?
"Ricordo che i primi a promuovere un referendum abrogativo contro la legge sul divorzio furono i conservatori della Dc, partito di maggioranza relativa e i nostalgici dell'Msi. Un referendum che, grazie alla saggezza degli italiani, fu respinto con la vittoria dei no all'abrogazione. Da allora la storia dei referendum è stata molto travagliata, ma diciamo che in prevalenza o hanno avuto un'impronta di destra o hanno avallato, con il loro fallimento, politiche di destra. Forse è questo che spiega l'attuale scelta di un partito conservatore come la Lega".
In tempi di pentapartito, per una mossa del genere, ci sarebbe stata già la crisi, invece la Lega partecipa alle riunioni con Cartabia e lavora alle tre riforme della giustizia. È politicamente logico questo comportamento?
"C'è del metodo in questa bizzarria. Il referendum abrogativo dovrebbe essere un mezzo con cui minoranze estranee al potere chiedono ai cittadini di cancellare leggi ritenute ingiuste o non più adatte ai tempi. Ma la storia, come ho già detto, prende talvolta pieghe strane. Quando chi è nella maggioranza si accoda a referendum come questi è evidente che vuole sovrapporre i suoi obiettivi all'indirizzo politico del governo o condizionarlo pesantemente dall'esterno. La storia dei referendum di stimolo, di pungolo o estranei all'azione di governo non regge".
Però ha notato che nessuno si meraviglia? Nel senso che la Lega potrà votare in Parlamento sulle nuove regole per passare da pm a giudice e viceversa e poi tenere in piazza i banchetti per separare le carriere. A chi dovrebbe credere l'elettore?
"In effetti non è esaltante vedere che esponenti di partiti diversi dalla Lega si pronuncino sull'iniziativa con toni generici, allusivi, politicisti, senza mai sfiorare il merito dei quesiti. C'è da sperare, invece, che lo facciano gli elettori. E sono convinto che moltissimi elettori moderati e conservatori salteranno sulla sedia decrittando alcuni dei quesiti".
La separazione delle carriere, per anni cavallo di battaglia di Berlusconi. Ricorda la battuta del pm e del giudice che s'incontrano al bar del tribunale? Pensa che gli italiani attribuiscano alla carriera unica la lentezza e gli errori della giustizia?
"Oggi, come dimostrano le statistiche delle assoluzioni, il pm è tutt'altro che onnipotente e viene quotidianamente smentito dai giudici in un enorme numero di processi. Detto questo, la vecchia storia raccontata da Berlusconi del pm che, all'indomani della separazione delle carriere, si presenta al giudice "con il cappello in mano" è una gag malriuscita. Un pm separato dalla giurisdizione ed attratto nell'orbita dell'esecutivo avrebbe molto più potere dell'attuale. Ci pensino gli avvocati penalisti. E non abbiano nostalgia dei processi americani che iniziano con formule del tipo "lo Stato dell'Alabama contro XY" che sottolinea, già nell'esordio, il grande squilibrio di potere tra accusa e difesa".
Il referendum abrogativo ora proposto può realizzare la separazione delle carriere?
"Secondo me, il referendum sulla separazione delle carriere è un'impervia scorciatoia che porta solo in un fosso. Per come è congegnato è destinato a essere dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale. Cinque leggi coinvolte. Una raffica di quesiti difficili da capire persino dagli addetti ai lavori che investono aspetti eterogenei della normativa in vigore. Impossibile rispondere con un sì o con un no, com'è nella logica del referendum abrogativo giustamente salvaguardata dalla Corte costituzionale. Ma forse ci si propone solo di alimentare una campagna vittimistica in caso di diniego del giudice costituzionale allo svolgimento del referendum".
Se i passaggi da una funzione all'altra si ridurranno solo a due - come già prevedeva Bonafede e adesso conferma il costituzionalista Massimo Luciani che, su incarico di Marta Cartabia, ha presieduto il gruppo di lavoro sulla riforma del Csm - si sentirà ancora il bisogno di un pm potente e autonomo?
"Un pm potente? Nella mia carriera sono stato pubblico ministero per quasi quindici anni e le assicuro che non mi sono mai battuto per l'obiettivo di un pm "potente". Indipendente dal potere politico, questo sì. Messo in grado di fare il suo mestiere, che è quello di coordinare le indagini in vista e in funzione della prova nel processo. Investito del compito di essere il primo garante dei diritti del cittadino imputato. E le assicuro che la stragrande maggioranza dei magistrati del pm che ho conosciuto la pensa come me e agisce di conseguenza. Le do un consiglio: non ascolti solo chi parla e talvolta straparla nei talk show".
La custodia cautelare. I Radicali, da sempre, vogliono ridurla al minimo. Ma come fa il Salvini che mima le manette per il sindaco Uggetti a essere d'accordo con loro?
"Ecco, questa è una delle sorprese che si hanno leggendo davvero e non limitandosi solo ad orecchiare i quesiti. Come tutti sanno, oggi si possono adottare misure cautelari per il pericolo di fuga, per il rischio che l'indagato inquini le prove, e per il pericolo di reiterazione di gravi reati. Ed è qui che cade la mannaia della proposta referendaria. Il pericolo di reiterazione potrà essere invocato solo per i delitti di criminalità organizzata, di eversione o per i reati commessi con uso di armi o altri mezzi di violenza personale. I potenziali autori seriali di gravi reati politico-amministrativi, economici, contro la libertà personale o sessuale (commessi con mezzi non violenti) non potranno essere sottoposti a misure cautelari nei casi in cui non ci sarà il rischio di inquinamento delle prove o il pericolo di fuga. Mi auguro solo che i promotori del referendum non si ritrovino a protestare davanti ai palazzi di giustizia contro le decisioni adottate in conformità al risultato referendario".
L'eventuale colpo di spugna sul decreto Severino che disciplina ineleggibilità e incandidabilità di chi ha fatto i conti con la giustizia riporterà nelle istituzioni i condannati anche per reati gravi?
"Le assicuro che, essendo abbastanza incredulo, ho controllato più volte il quesito referendario sino a che il testo ufficiale non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Si propone di abrogare l'intero testo unico sulle incandidabilità a tutte le cariche elettive (Parlamento europeo, Camera e Senato, Regioni, Comuni, Province, Circoscrizioni). Così che potrebbero candidarsi a " tutto" mafiosi, terroristi, rei di gravi fatti di corruzione e di altri gravi reati condannati in via definitiva".
Il magistrato che "paga" di tasca sua per gli errori commessi, la responsabilità civile che diventa personale: come si concilia, nel caso della Lega, questa richiesta con la costante propaganda per il "tutti dentro in manette", anche nel caso del ladruncolo di strada?
"Nessuna persona sensata può credere che un'azione civile diretta contro il magistrato che abbia sbagliato - di regola un modesto "salariato dello Stato" - possa aumentare le garanzie di ristoro del danneggiato. È lo Stato che deve rispondere applicando poi al magistrato incisive sanzioni disciplinari e rivalendosi in una misura accettabile contro di lui. Come prevede la legge oggi in vigore e come ripetono incessantemente le alte Corti italiane ed internazionali. Ogni diverso assetto - e quello che scaturirebbe dal referendum è confuso e indecifrabile - può solo servire per intimorire preventivamente i magistrati".
La toga giudicata e valutata dagli avvocati. Non c'è un'evidente contraddizione tra questa ipotesi e la separazione delle carriere? Se tutto deve essere separato per evitare commistioni, com'è possibile che un avvocato voti sulla carriera di un magistrato che magari ha messo in carcere oppure ha condannato un suo cliente?
"A mio avviso per migliorare le valutazioni di professionalità dei magistrati che sono attualmente insoddisfacenti occorre ammettere i membri laici dei Consigli giudiziari a partecipare attivamente alle discussioni sui pareri di professionalità da fornire al Csm. Ma il referendum va ben oltre, perché mira a una partecipazione dei non togati non solo alle discussioni, ma anche alle deliberazioni sui pareri. Con una serie di rischi: di ostilità preconcette ma anche di indebite compiacenze. Non sarebbe un buon risultato".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Intervista a Walter Verini, tesoriere del Partito democratico: "Dopo la guerra dei trent'anni tra giustizialismo e impunitismo oggi l'Italia ha l'occasione di modernizzare la giustizia". Walter Verini, tesoriere del Partito democratico e membro della commissione Giustizia alla Camera, spiega al Dubbio che "dopo la guerra dei trent'anni tra giustizialismo e impunitismo oggi l'Italia ha l'occasione di modernizzare la giustizia", ma anche che "ora anche i Cinque Stelle dovranno trovare il modo di tutelare i propri principi senza rimanere attaccati a un tempo che è ormai superato".
Onorevole Verini, che reazione hanno provocato le parole di Bettini sui referendum della Lega?
Sono opinioni e stimoli coerenti con posizioni espresse anche in passato. Ha precisato di avere parlato a titolo personale e il Pd non è una caserma. Detto questo, noi stiamo lavorando come partito in una prospettiva chiara, che è quella di fare le riforme. Il referendum le ostacola, non le stimola. Senza voler demonizzare l'istituto dei referendum, oggi il tema è fare le riforme: i quesiti di Salvini rischiano di indebolire lo sforzo di governo e Parlamento.
Dall'altro lato, i difensori del referendum dicono che la maggioranza è troppo ampia ed eterogenea per trovare un accordo e quindi sia meglio lasciare la parola ai cittadini. Che ne pensa?
Per me è una tesi sbagliata. I referendum suonano come sfiducia nella capacità di questo governo, presieduto da Mario Draghi e la cui ministra della Giustizia è Marta Cartabia, che ha adottato un metodo molto inclusivo e dialogante. E decidente. Per la prima volta dopo la "guerra dei Trent'anni" tra gli opposti estremismi del giustizialismo e dell'impunitismo (cioè di un garantismo finto) oggi l'Italia ha a portata di mano l'occasione di vedere l'approdo di riforme che modernizzeranno la giustizia nel nostro Paese applicando pienamente la Costituzione. Nel civile, nel penale e, con la riforma del Csm, rafforzando la credibilità e l'indipendenza della magistratura. Aiutandone la necessaria e urgente autorigenerazione.
Non pensa sia sbagliato mettere sullo stesso piano il giustizialismo imperante in Italia da Tortora e Tangentopoli in poi, con un impunitismo che in fondo è sempre stato minoritario?
Il populismo giudiziario precede i Cinque Stelle e a volte ha influenzato anche la sinistra, in termini negativi. E gli stessi organi di informazione. Quasi che qualcuno pensasse che le scorciatoie giudiziarie potessero supplire alla forza politica. È una cosa antica che precede di anni il grillismo, ma attenzione: i tentativi di colpire l'indipendenza della magistratura e metterla sotto il tacco della politica non sono stati minoritari. Sono stati il cuore dell'azione di qualche governo, che su questo tema è pure caduto. Oggi si possono gettare alle spalle questi trent'anni e guardando insieme al futuro si può costruire un ordinamento legislativo e giudiziario nel pieno solco della Costituzione. Togliendo la giustizia dalla tossicità dello scontro politico e riportandola nella bellezza del confronto politico- parlamentare. E si può fare perché c'è un governo non di parte, che può trovare soluzioni innovative ed equilibrate.
Quali risultati stanno arrivando finora?
Sul civile sono stati fatti molti passi avanti e siamo in dirittura. Sul Csm ci sono tutte le condizioni per far recuperare ai cittadini fiducia nella magistratura. Questo grazie alle proposte fatte dalla commissione Lattanzi e al dibattito che si è aperto tra le forze politiche. La commissione ha fatto proposte che la ministra ha presentato e sono arrivati gli emendamenti dei gruppi. C'è un terreno di merito, un nuovo meccanismo elettorale che combatte le degenerazioni di carrierismo e correntismo, misure che premiano meriti e performances, rafforzano la distinzione delle funzioni, valorizzano il ruolo dell'Avvocatura, distinguono il disciplinare. E prevede, nell'orizzonte più ampio, l'istituzione di quell'Alta corte che come Pd abbiamo rilanciato. Queste cose già rendono inutili e superati almeno tre dei quesiti referendari.
È sulla riforma del processo penale che si rischia lo scontro tra le diverse visioni di giustizia interne alla maggioranza?
Qui abbiamo l'occasione di portare i processi a durare secondo Costituzione, con un equilibrio ulteriore tra accusa e difesa. Ci sono proposte contro la gogna mediatica e che attenuano la possibilità di rinvio a giudizio se non in presenza di una ragionevole fondatezza che quel processo vada all'esito di colpevolezza. Tutto questo per cercare di disincentivare certi automatismi che si sono sviluppati nel corso degli anni. In più si rafforza la giustizia riparativa, si porta la durata del processo a tempi ragionevoli (e la prescrizione come tema si ridimensiona, anche se si prevede in caso di non rispetto dei tempi previsti dalle fasi).
Eppure Salvini, i Radicali e altri, come Bettini, insistono...
Ma che c'entra Bettini... Da parte di Salvini è l'ennesimo tentativo di fare una campagna partitica di propaganda, quando invece oggi dovremmo rimboccarci le maniche e insieme, Lega compresa, dare al Paese una giustizia moderna. Ma Salvini continua a fare la Lega di lotta e di governo. Indebolendo governo e riforme. E poi, sinceramente, Salvini diventa garantista con la stessa velocità con cui è diventato europeista...
Cosa significa, oggi, "giustizia moderna"?
Significa un processo che dura ragionevolmente, perché un imputato - presunto innocente - ha il diritto a non essere condannato a un fine processo mai. E men che mai condannato dalla gogna mediatica. Ma riguarda anche uno speculare diritto delle vittime dei reati, siano collettività o privati cittadini, ad avere un processo che abbia comunque un esito, qualunque esso sia.
Crede che i partiti, e in particolare il Movimento 5 Stelle, siano dello stesso parere?
Secondo me oggi sarebbe imperdonabile se la politica non riuscisse a dare una mano per questo sforzo. Dobbiamo farlo perché è giusto e anche perché perderemmo i fondi del Recovery plan. Se malauguratamente non si riuscisse a fare le riforme, sarebbe un colpo per il Paese e per il governo e si aprirebbe uno scenario pericoloso. Per quanto riguarda il Movimento, non vedo un clima barricadero. È attento sì al proprio patrimonio identitario, ma non è più il tempo delle rigidità e dei totem, ma quello di porsi in una posizione di ascolto e di volontà di trovare sintesi.
E in tutto questo il Pd come si sta muovendo?
Il Pd da tempo e ora con il segretario Letta ha cercato di essere promotore di proposte, approcci, cambiamenti anche innovativi nel solco della Costituzione, aiutando a indebolire gli estremismi. Abbiamo cercato di difendere i principi, mettendoli a confronto con quelli degli altri e trovando una sintesi. Ora anche i Cinque Stelle dovranno trovare il modo di tutelare i propri principi senza rimanere attaccati a un tempo che è ormai superato. Anche perché estremismo chiama estremismo e a rimetterci sarebbe il Paese.
ansa.it, 8 giugno 2021
Petizione con 180 firme già depositata in Consiglio regionale. Manifestazione a Cagliari di fronte all'ex istituto penitenziario di Buoncammino: l'associazione radicale "Diritti alla Follia" ha depositato sabato scorso una petizione in Consiglio regionale, sostenuta da 180 firme di residenti in Sardegna, per chiedere subito la nomina nell'Isola del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Una indicazione attesa da dieci anni.
"Si tratta - spiegano i promotori - del primo importante passo di una battaglia che si preannuncia lunga e che ha trovato oggi il sostegno di consiglieri regionali, dei quattro Garanti comunali nominati in Sardegna, di consiglieri comunali di Cagliari e Nuoro e delle associazioni impegnate nella promozione e tutela dei diritti fondamentali".
Davanti all'ingresso dell'ex carcere di Buoncammino è stata illustrata la petizione. "Dopo 10 anni dalla legge regionale, è urgente - sottolinea Cristina Paderi, presidente dell'associazione Diritti alla Follia - la nomina di una figura che possa svolgere con continuità quell'azione di monitoraggio nei confronti di ogni restrizione della libertà personale, ivi comprese quelle sanitarie e quelle che riguardano gli immigrati, che il Garante nazionale svolse nel giugno 2019.
Leggere ora quel rapporto, reso clandestino alla comunità sarda, dà il senso del cammino da compiere. I consiglieri regionali presenti hanno preso l'impegno di 'fare propria' la petizione che abbiamo depositato. Li ringraziamo e continueremo a seguire l'iter di questa approvazione". Il riferimento è a un documento lungo 23 pagine che fa seguito a una visita del Garante nazionale a case di reclusione, ospedali e altre strutture sarde. Un report che evidenziava già all'epoca diverse criticità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 giugno 2021
Il legale: "Provvedimento anomalo". Il giudice Donatella Banci Buonamici che aveva scarcerato due dei tre indagati per la strage del Mottarone esce di scena. Al suo posto il gip "titolare per tabella" Elena Ceriotti. E ora il pm chiede l'annullamento dell'ordinanza. Non si occuperà più della tragedia della funivia del Mottarone la gip di Verbania Donatella Banci Buonamici, che nei giorni scorsi ha scarcerato due dei tre indagati, mandando ai domiciliari il terzo.
Una decisione presa dal presidente del tribunale Luigi Montefusco proprio nel giorno in cui la giudice avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di incidente probatorio relativa alle modalità attraverso cui procedere alle verifiche e alle perizie tecniche sul relitto della cabina e sul cavo spezzato, depositata il 3 giugno da Marcello Perillo, avvocato di Gabriele Tadini, il capo servizio della funivia ora ai domiciliari. Richiesta contro la quale la Procura si è opposta, con l'intenzione di disporre un "accertamento tecnico non ripetibile".
La palla, ora, passa al giudice Elena Ceriotti, "titolare per tabella del ruolo" ed esonerata a febbraio scorso da Banci Buonamici dalle funzioni di gip per la "grave situazione di sofferenza" del suo ufficio, esonero valido fino al 31 maggio. La scelta di Montefusco, secondo le difese, rappresenta una novità assoluta. A far discutere è soprattutto la tempistica: nonostante la gip Ceriotti sia tornata in ballo il 31 maggio, la richiesta di incidente probatorio, presentata tre giorni dopo, è comunque arrivata sulla scrivania di Banci Buonamici, così come la replica della procura. E il cambio di giudice è arrivato proprio nel giorno in cui la giudice si sarebbe dovuta pronunciare. Era stata la stessa Banci Buonamici ad assegnarsi il fascicolo, che sarebbe toccato, invece, alla collega Annalisa Palomba, "contestualmente impegnata in udienza dibattimentale".
In casi del genere, scriveva però Banci Buonamici, "le funzioni di gip, dal 1.1.2021, sono state esercitate da questo presidente". Sarebbe stata lei, dunque, secondo questa consuetudine, il giudice naturale del caso. Ma per il presidente del Tribunale, "tale assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei giudici impediti disposti nelle tabelle di organizzazione dell'Ufficio gip/gup". Stando al provvedimento, infatti, "in base alle tabelle il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via graduata tra i giudici Alesci, Palomba, Sacco e Michelucci, e non nella dottoressa Banci Buonamici". E sarebbe impossibile, secondo Montefusco, applicare "la disposizione di cosiddetta prorogatio della competenza del primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi, essendo questa dettata, ovviamente, per disciplinare la distribuzione degli affari ed evitare incompatibilità tra i gip titolari del ruolo, e non quando il singolo atto venga adottato da un gip supplente, che non deve, per un'equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino alla definizione del procedimento, affari per tabella non spettantegli, fatti salvi giustificati motivi". Rientrata Ceriotti, dunque, il fascicolo può tornare a lei.
Il provvedimento arriva dopo le polemiche sulla decisione di Banci Buonamici di non convalidare il fermo della procura, che aveva motivato il pericolo di fuga con la "risonanza mediatica" dell'inchiesta. Così la richiesta avanzata dalla procuratrice Olimpia Bossi di tenere tutti in carcere è stata cassata malamente dalla gip: nessun elemento concreto, infatti, sarebbe stato portato a sostegno del pericolo di fuga, "presupposto indefettibile per procedere al fermo di indiziati di reato", mentre non è stato ritenuto valido, giuridicamente, il richiamo al clamore mediatico della vicenda ("è di palese evidenza la totale irrilevanza", al punto da definirlo "suggestivo").
La decisione non era piaciuta alla procuratrice Bossi, che commentando l'esito dell'udienza di convalida si era lasciata andare ad un attimo di amarezza: "Prendevamo insieme il caffè - ha detto parlando della gip -, per un po' lo berrò da sola". E da qui la replica della giudice all'assalto dei giornalisti: "È il sistema, dovreste ringraziare di vivere in uno Stato dove il sistema fa giustizia o è una garanzia. L'Italia è un Paese democratico". La decisione, ora, rischia di avvelenare ancora di più il clima attorno all'inchiesta. Che ieri ha registrato, da parte della procura, anche la richiesta di "annullamento dell'ordinanza di rigetto" nei confronti del gestore della funivia del Mottarone Luigi Nerini e del direttore d'esercizio dell'impianto Enrico Perocchio, scarcerati da Banci Buonamici il 30 maggio.
E le difese hanno subito espresso sconcerto per la decisione di Montefusco. "È un provvedimento anomalo. Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro nonostante tutti riconoscano abbia operato bene", ha commentato Pasquale Pantano, legale di Nerini. Stessa reazione da parte di Perillo, che al Dubbio spiega: "Non è mai successo nulla del genere. I cambi di giudice dipendono, in genere, da motivi di salute o eventuali trasferimenti. Sono molto stranito da questa cosa, ma aspetto con serenità il provvedimento del nuovo giudice".
Per Alberto De Sanctis, presidente della Camera penale del Piemonte occidentale, "mai viene riassegnato ad altro gip un fascicolo in fase di indagini, salvo in casi di impossibilità a svolgere le funzioni (per esempio: maternità o trasferimento ad altro ufficio). È doppiamente singolare che accada in un piccolo Tribunale in cui il vero problema dovrebbe essere quello di evitare l'incompatibilità tra gip e gup. Non "bruci" due gip perché avresti problemi a trovarne il terzo per celebrare l'udienza preliminare. È ancora più incredibile che questo avvenga d'urgenza così di fatto da impedire al gip originario di decidere su una richiesta di incidente probatorio formulata dalla difesa. Spero che qualcuno all'interno della magistratura e dell'Anm se ne accorga così da tutelare l'indipendenza e la terzietà del giudice".
di Edmondo Bruti Liberati*
Il Foglio, 8 giugno 2021
Art. 112 della Costituzione: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". Una frase, 9 parole o, come si conta oggi, 64 battute spazi inclusi. Obbligatorietà sì, obbligatorietà no? Forse si può fare un passo avanti rispetto a una contrapposizione che spesso sembra assumere i caratteri di una guerra di religione.
Prescrivendo l'obbligatorietà dell'azione il Costituente ha voluto "soltanto" fissare un principio: l'eguaglianza di tutti davanti alla legge sancita dall'art. 3 esige che nell'applicazione della legge penale il primo attore, il pm, sia sottratto a ogni influenza dell'esecutivo. Era allora viva l'esperienza dell'influenza del regime fascista sull'attività del pubblico ministero, al quale, per di più, il codice Rocco consentiva l'archiviazione diretta senza alcun controllo del giudice istruttore. Ma la democrazia non ha definitivamente risolto il problema se è vero che ancora negli anni Ottanta del secolo appena trascorso si parlava della Procura di Roma come "porto delle nebbie".
Basterebbe solo evocare quello che fu chiamato l'"assalto" alla Banca d'Italia con l'incarcerazione di Mario Sarcinelli e il ritiro del passaporto a Paolo Baffi. Nella lettera con la quale trasmette il suo diario, intitolato asetticamente "Cronaca breve di una vicenda giudiziaria", al giornalista Massimo Riva si legge l'amara considerazione di Baffi: "Ho dovuto accorgermi della potenza del complesso politico-affaristico-giudiziario che mi ha battuto". Sono passati trent'anni, tutto è cambiato alla Procura di Roma, ma la lettura di quel diario, pubblicato su Panorama dell'11 febbraio 1990 è tuttora istruttiva.
In Francia vige il principio della opportunité des poursuites e non si è voluto recidere fino in fondo il cordone ombelicale tra esecutivo e pubblico ministero, ma tutta la recente evoluzione è nel senso di delimitare e circoscrivere l'intervento del governo con direttive ai procuratori generali: dapprima direttive scritte e non più discrete telefonate, poi direttive scritte e inserite nel fascicolo, quindi direttive solo in positivo come invito a procedere e non nel senso di non procedere. Ora è sempre più vivo il dibattito sulla permanenza di quel che resta del cordone ombelicale.
Se in Francia la tendenza è quella di delimitare la discrezionalità, che nella pratica ormai opera solo come deflazione per i casi di minima offensività (come d'altronde in Germania), in Italia all'opposto è oggetto di critica il principio di obbligatorietà.
Sgombriamo subito il campo dai cortocircuiti argomentativi. Non esistono nella realtà i "modelli puri" di processo, inquisitorio o accusatorio; non esiste negli stati democratici a livello globale e neppure nella nostra piccola Europa e neppure nell'ambito più ristretto dell'area di civil law un "modello di pm". Per fortuna nel 1989 abbiamo adottato un codice di procedura penale che dalla ispirazione accusatoria trae il principio fondamentale del contraddittorio e per fortuna, saggiamente, non abbiamo adottato il modello del pm americano. Voler trarre la conseguenza della soppressione del principio di obbligatorietà dalla adozione di un processo ispirato al contraddittorio è una forzatura. D'altronde, e in senso opposto, in Francia la discrezionalità è inserita in un sistema che mantiene istituti del processo inquisitorio.
Torniamo allora al nostro art. 112 della Costituzione: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale". Il principio, lo si è detto, esprime un valore, ma l'attuazione concreta apre una serie di problemi, che non possono essere elusi.
Obbligo, ma quando, su quali presupposti? La facile risposta del codice "quando vi è una notizia di reato" non risolve nulla. Si tratta di una "notizia" circostanziata o una vaga suggestione o peggio la polpetta avvelenata di una fake news? E cosa è "reato"? La risposta dei manuali è semplice, perché meramente formale: "Reato è ciò per cui è prevista una sanzione penale".
Ma inquadrare il fatto concreto nella congerie delle norme previste dal codice penale e dalle innumerevoli leggi speciali che prevedono sanzioni penali è tutt'altro che una operazione meccanica. Oggi di fronte alla complessità della legislazione, interna, europea, internazionale, non appaga la figura del giudice "bocca che pronuncia le parole della legge... essere inanimato". Se questo vale per il giudice che, in penale come nel civile, non procede d'ufficio, ma su impulso di parte e dunque su un terreno già circoscritto e inoltre è "assistito" dal contraddittorio tra le parti, varrà a maggior ragione per il "povero pm".
Una provocazione "povero pm" a fronte dei grandi poteri che gli sono attribuiti? Egli è solo in questa fase del tutto iniziale, non è "assistito" dal contraddittorio con la difesa, deve individuare la norma che sarebbe applicabile. Deve governare le inevitabili pulsioni della polizia alla ricerca di un risultato immediato. Deve resistere alle suggestioni di una opinione pubblica altalenante, che un giorno è occhiutamente garantista, ma il giorno appresso chiede al pm di dare risposte a problemi politici e sociali, di indagare su "fenomeni criminali", o addirittura di "lanciare segnali alla politica" o infine di farsi custode della virtù pubblica, intervenendo su fatti di malcostume o irregolarità amministrative. Alcuni pm, per insufficienza di cultura quando non per smania di protagonismo, non resistono a queste sirene, dimenticando che il pm ha l'obbligo di accertare fatti di reato specifici e responsabilità individuali, con il livello di prova elevato che si esige per una condanna, nel pieno rispetto delle garanzie di difesa. Oggi è passata nel linguaggio giornalistico la impropria ridondante locuzione "reati penali", ma forse serve a segnare un limite.
Compito difficile quello del "povero pm" in questa fase iniziale: strattonato da una parte e dall'altra, deve attuare il principio di "obbligatorietà" attraverso una serie di scelte ineluttabilmente discrezionali, tra diverse opzioni possibili.
È inconsistente il pretestuoso trincerarsi di alcuni pubblici ministeri dietro il principio della obbligatorietà dell'azione penale, o peggio dietro la fuorviante giaculatoria dell'"atto dovuto", per evitare di misurarsi con la assunzione di responsabilità per le scelte che percorrono tutta l'attività del pm, pur se rigorosamente svolta nella osservanza delle regole e delle garanzie del processo.
Una recente vicenda ha attirato l'attenzione sul momento della "iscrizione della notizia di reato". "Immediatamente" dice la norma processuale, ma spesso non è né semplice né immediato individuare se la notizia riguardi un "reato". Infatti è previsto anche il Registro mod. 45 per le "non notizie di reato", accanto ad altri due, uno per le notizie a carico di ignoti (Mod. 44) e altro per i noti (Mod 21).
Il pm iscrive "immediatamente", ma in quale dei tre registri mod 21, 44 o 45? Reato o non reato? Noti o ignoti? Qualunque scelta ha margini di opinabilità e può prestarsi ad arbitri, ma appunto è una scelta che il pm deve operare. Immediatamente? Ma già l'esame preliminare della "notizia" può non essere così semplice. Ed è più garantista, nel dubbio, iscrivere comunque e subito a mod. 21 noti? Procedere ad iscrizioni non necessarie è tanto inappropriato quanto omettere le iscrizioni dovute. Dunque se neanche quello che apparirebbe più semplice, la "immediata" iscrizione della notizia di reato è automatico, successivamente scelte che comportano esercizio di discrezionalità punteggiano tutta la attività di indagine del pm.
Da ultimo: obbligatorietà/priorità. Adattando la nota replica di Mark Twain alla pubblicazione della notizia della sua morte, mi verrebbe da dire che la questione dei criteri di priorità dell'azione penale "è fortemente esagerata." Mi riferisco al valore salvifico che si attribuisce all'idea di un elenco di reati messi in fila uno dopo l'altro. La assunzione di responsabilità per l'indicazione di priorità a livello nazionale non può che essere del Parlamento. Naturalmente il Parlamento non potrebbe mai dare la direttiva più drastica: non perseguite questi reati. Sarebbero quelli che proprio il Parlamento dovrebbe cancellare con la depenalizzazione.
La Commissione Lattanzi insediata dalla ministra Cartabia ha proposto un emendamento ragionevole al disegno di legge Bonafede n. 2034: "Prevedere che il Parlamento determini periodicamente, anche sulla base di una relazione presentata dal Consiglio superiore della magistratura, i criteri generali necessari a garantire efficacia e uniformità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi; prevedere che, nell'ambito dei criteri generali adottati dal Parlamento, gli uffici giudiziari, previa interlocuzione tra uffici requirenti e giudicanti, predispongano i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e nella trattazione dei processi, tenuto conto della specifica realtà criminale e territoriale, nonché del numero degli affari e delle risorse disponibili".
Viene abbandonata la originaria proposta Bonafede: "Prevedere che gli uffici del pubblico ministero, per garantire l'efficace e uniforme esercizio dell'azione penale, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure della Repubblica", che tagliava fuori del tutto il Parlamento e il Csm.
Rimane, nel clima del dilagante populismo penale, il rischio che si verifichi quanto descriveva qualche anno fa un procuratore francese. "Siamo sommersi da circolari di politica generale che ci impongono delle priorità, ma queste circolari sono così numerose che praticamente tutto è prioritario e dunque dobbiamo noi ridefinire un poco le priorità [...] Se facciamo l'inventario di tutte queste circolari, le quali ci dicono che un tale settore deve essere trattato con diligenza, fermezza e celerità, vediamo che esse riguardano quasi l'80 per cento dei nostri fascicoli. E dunque dobbiamo fare una selezione di ciò che è realmente urgente e importante" (Testimonianza di un procuratore della Repubblica in Ph. Milburn, K. Kostulski, D. Salas, Les procureurs. Entre vocation judiciaire et fonctions politiques, Puf, Paris 2010, pp. 91-92, mia traduzione)
La politica criminale più che in direttive di priorità si concreta nell'adeguamento della normativa penale processuale e sostanziale, nelle scelte organizzative sull'impiego delle risorse materiali e tecnologiche e nella distribuzione del personale di magistratura e delle forze di polizia. Le eventuali priorità definite annualmente a livello nazionale devono essere calibrate a livello locale e costantemente monitorate. La attuazione pratica di questi indirizzi nella singola Procura si traduce nella dislocazione delle risorse materiali, tecnologiche e umane. La normativa del 2006 ha realisticamente precisato il potere/dovere del procuratore nella responsabilità della organizzazione di un ufficio, che nel rispetto della dignità professionale di tutti i magistrati sostituti, richiede una uniformità di indirizzo. Le scelte organizzative del procuratore si devono attuare nella trasparenza dei "Criteri di organizzazione dell'ufficio", che sarebbe bene il legislatore raccordasse con le "Tabelle degli uffici giudicanti". Andrebbe generalizzato lo strumento del Bilancio di responsabilità sociale.; la pionieristica iniziativa, diversi anni, addietro dal procuratore della Repubblica di Bolzano Cuno Tarfusser, è tuttora poco seguita, con l'unica rilevante eccezione degli uffici giudiziari di Milano. Ma in conclusione ritorniamo alla grande responsabilità in capo al pubblico ministero, che esige cultura professionale, rigoroso rispetto delle garanzie e forte impegno deontologico.
*Ex magistrato
cronacaoggiquotidiano.it, 8 giugno 2021
Sabato 12 giugno, in occasione dell'evento "Non chiamatelo amore", promosso e organizzato dall'assessora alla Cultura e alle Pari Opportunità del Comune di San Gregorio, Giusy Lo Bianco, verrà esposta al pubblico la mostra d'arte "Polifemmes", a cura di Ivana Parisi dell'associazione La Poltrona Rossa.
Le opere sono state realizzate dalle ragazze e i ragazzi ristretti degli Istituti Penali per Minorenni di Pontremoli (Toscana) e Bicocca di Catania durante i laboratori artistici svolti dagli operatori culturali dell'associazione. La mostra raccoglie le più belle opere galeotte realizzate e inserite nella Collezione Galea di proprietà della stessa associazione.
Ma chi sono le Polifemmes? "Sono le figlie dei ciclopi, mostri, titani divini con un occhio solo che vivono sotto terra - spiega Ivana Parisi -. Conoscono l'arte e l'artigianato e fabbricano i fulmini al dio Zeus. Le Polifemmes sono invisibili perché vivono nelle grotte e dentro i vulcani, senza poterne uscire. La loro è una vita crudele, senza regole e ne sono oppresse. Le Polifemmes non possono emergere, perché la società non le vuole. Queste giovani titane nascoste fanno paura a Zeus e il loro silenzio sotto terra è un grido soffocato. Il grido di chi denuncia il fallimento della società".
Dal 2013 La Poltrona Rossa promuove e sviluppa progetti artistici e teatrali nei due Istituti Penali per Minorenni della Toscana e della Sicilia. I progetti sono sostenuti con i Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese e dal Ministero della Giustizia, Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. "A Catania, presso l'Istituto penale per Minorenni di Bicocca -, continua Parisi - grazie alla disponibilità manifestata da parte della dirigente Letizia Bellelli e di tutto il personale interno che lavora nella struttura detentiva, continuiamo a lavorare su progetti artistici e teatrali. Questo per noi operatori culturali è un segno importante che ci conferma l'importanza del ruolo che hanno la cultura e l'arte nell'ambito di un percorso rieducativo per i e le minori che in passato hanno intrapreso una strada tortuosa e senza sbocco". L'evento "Non chiamatelo amore" è ad ingresso gratuito ed è aperto al pubblico il giorno 12 giugno alle ore 18:00 presso l'Auditorium Carlo Alberto dalla Chiesa in via Carlo Alberto dalla Chiesa n.6 a San Gregorio di Catania.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 8 giugno 2021
La senatrice del Pd: "Se il confronto con le destre fallisce, Italia viva approverà la legge?" "Sul ddl Zan il mio timore è che i renziani si sfilino per calcolo politico". Monica Cirinnà, senatrice dem, non ci gira attorno. Confermata dal segretario Enrico Letta responsabile diritti del partito, avendo vinto la battaglia sulle unioni civili nella passata legislatura, ora vuole portare a casa l'ok definitivo alla legge contro l'omotransfobia. Dopo l'approvazione alla Camera il 4 novembre scorso, il disegno di legge si è impantanato al Senato. Stamani in commissione Giustizia di Palazzo Madama riprendono le audizioni. Arcigay e 5Stelle denunciano: sono "audizioni farsa". Ma il presidente leghista della commissione, e relatore, Andrea Ostellari tiene il punto.
Cirinnà, proseguono le audizioni sul ddl Zan, lei è ottimista sull'approvazione?
"Sono ottimista se i colleghi senatori della maggioranza giallo-rossa capiscono che non c'è altra strada se non approvare il ddl Zan così com'è".
Ma Italia Viva chiede un tavolo politico per il confronto con le destre. Lo farete?
"Lo si può fare, certo. Però vorrei sapere dai renziani se, davanti al fallimento di quel tavolo, loro sono poi disposti a votare la legge Zan. Vogliono la prova dell'impossibilità del dialogo? Facciamola. Però alla fine votino. La mediazione sul testo delle destre, il ddl Ronzulli-Salvini, è insostenibile"
Perché?
"Quel disegno di legge interviene sull'articolo 61 del codice penale, ovvero sull'aggravante semplice, che può sempre essere bilanciata con le attenuanti. Mira ad annullare la legge Mancino (richiamata invece nel ddl Zan), che la destra ha sempre detestato. Ricordo tra l'altro che il leghista Roberto Calderoli nel 2019 è stato condannato per avere detto che la ex ministra Cecile Kyenge somigliava a un orango: gli è stata contestata 'l'aggravante razzialè prevista dalla norma Mancino. Onestamente non credo che un tavolo politico potrà mai comporre differenze di impostazione sull'omofobia così grandi".
La ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, di Iv, insiste e rilancia la necessità di un dialogo, proprio per non affossare la legge contro l'omofobia...
"La ministra Bonetti con la sua posizione contraddice anche se stessa rispetto a quanto detto, oltre a quanto fatto dai renziani alla Camera. Ad esempio, la richiesta di inserire all'articolo uno del testo Zan a proposito della discriminazione le definizioni di 'sesso, genere, orientamento sessuale e identità di generè, è stata di Italia Viva e approvata in aula con un emendamento a prima firma Lucia Annibali. La contraddizione vale anche per gli altri due punti controversi, ovvero la clausola del 'salva ideè e le iniziative nelle scuole. I renziani hanno condiviso tutto il percorso fin qui del ddl Zan".
Il Pd teme quindi che i renziani si sfilino?
"C'è una questione politica assai grave: nei confronti di tanti giovani discriminali, colpiti da crimini d'odio o bullizzati, Iv sta facendo tattica politica per dimostrare al centrodestra la disponibilità di programmi e valori in vista delle elezioni future".
In pratica lei accusa i renziani di calcolo politico?
"La determinazione con cui il segretario dem Letta si sta spendendo per il ddl Zan è un altro elemento che conduce, a mio avviso, i renziani a colpire il Pd su questo punto".
Ma anche tra voi dem ci sono perplessità...
"Sì, ci sono. Però entrambe le riunioni di gruppo che abbiamo tenuto si sono concluse con la decisione di votare in modo compatto. E anzi ringrazio senatrici e senatori del mio partito per il senso di responsabilità".
Anche lei ritiene le audizioni in commissione una farsa?
"A Ostellari abbiamo chiesto di acquisire il fascicolo delle audizioni già fatte alla Camera. È evidente che averne accolte 170, seppure poi ridotte a 70, semplicemente doppia le posizioni già espresse. Fa bene Arcigay non volersi prestare a questa pantomima".
- Severino: "I giovani e la legalità per riedificare il Paese"
- Il suicidio di Seid è un dolore privato che ci chiama in causa
- Un patto con l'islam per tendere la mano a tutte le Saman
- Migranti. "Opaca e inefficace", la Corte dei conti europea boccia Frontex
- Migranti. Prigionieri come in Libia, la vergogna dei Cpr italiani










