di Aurora Malossi
milanoallnews.it, 8 giugno 2021
Agesol è un'associazione Onlus volta al rinserimento sociale e lavorativo per persone coinvolte nel circuito penale ed è, in particolare, pensata per "creare i detenuti protagonisti della loro vita e quindi provare anche a reinventarsi come imprenditori", dice Licia Rosselli, direttrice di Agesol, parlando dell'associazione.
"Il carcere è un luogo chiuso, un luogo segregato, soprattutto è un luogo infantilizzante della persona, bisogna chiedere tutto, anche una pastiglia per il mal di testa [...]. Anche una breve detenzione [...] depriva la persona delle proprie risorse e quindi si deve reinventare completamente." Da questa affermazione di Licia parte la missione dell'associazione e se ne può comprendere l'importanza. Agesol aiuta a mantenere vive le risorse che fanno parte della persona, ad implementarle e metterle in pratica in tutti gli aspetti sia dentro che fuori dagli istituti di reclusione.
Quale può essere la soluzione per dare accesso al lavoro in modo continuativo per chi è detenuto? Da questa domanda prende vita il nuovo progetto dell'associazione, pensato per dare possibilità anche a coloro che sono detenuti per un tempo maggiore, di formarsi per un'occupazione che gli garantirà delle possibilità nel futuro. Inoltre, come sottolinea Corrado Coen, collaboratore di Licia, è un servizio anche alla socialità perché "il carcere non è quel posto dove dimenticarsi degli esseri umani, ma dove possano essere aiutati a trovare una strada".
Il progetto prevede delle fasi di sviluppo: una è la creazione di uno spazio sempre aperto tra domanda e offerta con la messa a disposizione di un database dove caricare annunci di ricerca di figure professionali e quindi cercare le compatibilità all'interno degli istituti di pena; un'altra è la realizzazione di incontri tra detenuti e aziende alla scoperta delle varie realtà lavorative e la sponsorizzazione di un laboratorio creativo per aspiranti imprenditori.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 8 giugno 2021
Familiari delle vittime e associazioni si sono opposte alla richiesta di archiviazione. Ieri il giudice si è riservato. "Nel carcere di Modena, quel maledetto 8 marzo, sono morte 9 persone. Persone che erano private della libertà personale e sottoposte alla tutela e cura dello Stato, morte perché hanno avuto facile accesso ad una smisurata quantità di metadone custodito nella farmacia del carcere. In qualità di legale dei familiari, ma prima ancora di singolo cittadino, non posso non chiedermi se tale tragedia poteva essere evitata".
Così l'avvocato Luca Sebastiani dopo l'udienza di ieri mattina in tribunale a Modena, in cui il gip Andrea Romito si è riservato in merito alla decisione se archiviare o meno le indagini relative ai decessi di nove detenuti, avvenuti l'8 marzo dello scorso anno nel corso della maxi rivolta al carcere Sant'Anna. A chiedere l'archiviazione sono stati i pm Francesca Graziano e Lucia De Santis dopo che gli esiti degli esami autoptici sulle salme hanno confermato come i decessi dei detenuti fossero legati ad overdose da metadone e psicofarmaci.
Ad opporsi all'archiviazione del caso, invece, l'avvocato Luca Sebastiani per il padre e il fratello di Hafedh Chouchane, l'avvocato Giampaolo Ronsisvalle per il garante nazionale dei detenuti e il legale Simona Filippi per l'associazione Antigone. "Abbiamo voluto porre l'attenzione su due grandi tematiche dirimenti in questa vicenda - sottolinea Sebastiani - le modalità di conservazione del metadone, presente in così larga scala e risultato troppo facilmente accessibile dai detenuti, che ne erano dipendenti, ma anche il colposo ritardo nei soccorsi ad Hafedh, uno dei detenuti deceduti - diverse ore dopo l'assunzione del farmaco - che ha impedito di salvargli la vita".
Nell'opposizione alla richiesta di archiviazione si parla anche di "dubbia gestione dei soccorsi" e autopsie eseguite "a metà". "Lo Stato aveva in custodia i detenuti e lo Stato avrebbe dovuto fare di tutto per tutelarli e garantire la loro incolumità", sottolinea Sebastiani.
Ieri mattina, durante l'udienza il comitato Verità e Giustizia, insieme ad alcuni cittadini e attivisti ha dato vita ad una manifestazione davanti al tribunale, chiedendo appunto che venga fatta luce sui decessi. Sara Manzoli, membro del Comitato Verità e Giustizia ha sottolineato che "nel giro di un anno non si possono archiviare le indagini su tanti morti.
A fine giugno avvieremo una raccolta fondi per il rimpatrio della salma di Hafedh Chouchane in Tunisia, al momento seppellita a Ganaceto. C'è un accordo tra Tunisia e Italia per i rimpatri ma, a causa dell'emergenza Covid, nulla è stato fatto - aggiunge - e i parenti di Chouchane sperano di poter presto riavere la salma in patria".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 8 giugno 2021
Il progetto della Onlus "Salto oltre il muro" era stato avviato nel 2007 per la riabilitazione sociale. L'ultimo cavallo adottato e salvato si chiama Vago. Era in un centro di Grosseto, con un'infiammazione in stato avanzato. Le donazioni e le cure dei volontari hanno consentito a Vago di guarire e dopo qualche settimana è ritornato nella scuderia dove era nato e cresciuto. Come lui, dal 2007 ad oggi, sono stati aiutati "tanti cavalli e uomini (detenuti) a ritrovare la vita perduta, attraverso un rapporto empatico reciproco". Ma ora la scuderia all'interno del carcere di Milano-Bollate, unica in Europa dietro le sbarre, chiudere i battenti perché, secondo il provveditorato dell'amministrazione penitenziaria, "ci sono problemi di agibilità della struttura.
Il progetto promosso dall'associazione "Salto oltre il muro" Asd Onlus chiede in malo modo, "ci dicono che la scuderia non va più bene - commenta Claudio Villa, presidente dell'associazione - e ci hanno dato quindici giorni per spostare cavalli e smontare la struttura. Ci serviranno mesi, non giorni. E soprattutto ci servono contributi in denaro e manodopera. Sono molto arrabbiato, negli ultimi mesi, secondo me, hanno messo tanti ostacoli al nostro progetto probabilmente sperando che fossimo noi a gettare la spugna. Alla fine ci hanno mandato via". In questi anni la scuderia ha accolto tantissimi cavalli maltrattati, malati o posti sotto sequestro. E centinaia di detenuti hanno iniziato il loro percorso di reinserimento proprio qui.
di Liana Milella
La Repubblica, 7 giugno 2021
L'ex Guardasigilli ed ex presidente della Corte costituzionale: "Ammiro Cartabia ma temo che la ricerca del consenso di tutti acuirà le divisioni. I referendum di Salvini? La sconfitta del Parlamento"
di Stefano Feltri
Il Domani, 7 giugno 2021
Il caso Uggetti e i referendum sulla Giustizia. Il fatto che i magistrati siano poco difendibili come categoria ha aperto una finestra per quella falange organizzata, dalla fedina penale non sempre immacolata, che dai tempi di Mani Pulite pensa che il problema dell'Italia sia il sistema giudiziario.
di Salvo Toscano
livesicilia.it, 7 giugno 2021
Intervista al giurista. "I referendum? Tentato di sostenerli ma la condotta di Salvini è ambigua". Giovanni Fiandaca, giurista da sempre in trincea in difesa del garantismo coerente con lo spirito costituzionale, intravede un momento di speranza per la giustizia italiana. Dopo anni difficili. Il docente di diritto penale confida nella riforma che verrà della ministra Cartabia ma mette in guardia dai garantisti dell'ultima ora a cui confessa di guardare con sospetto.
La Notizia, 7 giugno 2021
"Il magistrato sceglie di candidarsi in politica? Eletto o non eletto, non può poi tranquillamente tornare a fare il PM o il Giudice. Va precisato ben chiaro nella legge, e questa riforma ne è l'occasione. Le 'porte girevoli' fanno male alla politica ed alla giustizia". È quanto ha detto, su Twitter, Enrico Costa deputato e responsabile giustizia di Azione, in relazione al pacchetto di emendamenti al disegno di legge sulla riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario.
Il Dubbio, 7 giugno 2021
Lettera aperta a Mattarella e Cartabia dopo il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma che che prevede l'allontanamento del figlio di Laura Massaro, la decadenza dalla responsabilità genitoriale per la mamma e la sospensione di ogni rapporto tra il bambino e sua madre.
"Il decreto del Tribunale per i minorenni di Roma che prevede l'allontanamento forzoso del figlio undicenne di Laura Massaro, la decadenza dalla responsabilità genitoriale per la madre e l'interruzione di ogni rapporto fra madre e figlio, è l'esito di una vicenda divenuta emblematica. Da anni il caso di Laura Massaro e di altre madri, i cui figli sono stati da loro separati, talvolta anche con l'uso della forza pubblica, scuotono l'opinione pubblica e sono all'attenzione di parlamentari, associazioni e Centri antiviolenza".
A dirlo è la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della commissione Femminicidio e violenza di genere, dopo la decisione del 4 giugno del Tribunale per i minorenni di Roma. Laura Massaro, che da anni combatte perché il figlio non le sia sottratto, "è giudicata una madre ostativa, in quanto si sarebbe tenacemente opposta alla ripresa di una relazione tra il figlio e suo padre", spiega Valente. "Secondo i giudici minorili - aggiunge - questo giustifica l'allontanamento del bambino, il suo collocamento in una casa famiglia e l'interruzione di qualunque rapporto con sua madre, l'unico genitore con il quale è cresciuto e con il quale ha una stabile relazione affettiva.
Non è superfluo chiedersi se è peggio la medicina o la malattia, e come sia possibile non verificare preventivamente i potenziali effetti traumatici del prelevamento forzoso del bambino da parte di persone sconosciute, in parte poliziotti in borghese, del suo sdradicamento dall'ambiente domestico in cui è cresciuto, dai suoi punti di riferimento abituali. Il suo collocamento in un luogo ignoto e segreto, in una condizione di totale isolamento dai suoi affetti e dalle persone che conosce, coincide davvero con il suo interesse superiore? E siamo davvero sicuri che questa sia la strada per affermare il principio della bigenitorialità?"
Sul caso di Laura Massaro è intervenuta anche l'Associazione D.i.Re - Donne in rete contro la violenza, con una lettera aperta indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alle ministre della Giustizia Marta Cartabia e delle Pari opportunità Elena Bonetti, nonché a David Ermini, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché "sia posto termine alla pratica di mettere in Comunità i minori per rieducarli alla relazione con il padre rifiutato".
La lettera ricorda le diverse Ordinanze della Cassazione contro il costrutto della "alienazione parentale" utilizzato nei tribunali civili e minorili, e chiede "una formazione adeguata - così come previsto dalla Convenzione di Istanbul - di tutti/e coloro che operano nel sistema giustizia, formazione che deve coinvolgere i centri antiviolenza ed essere incentrata sulla prevenzione della vittimizzazione secondaria e sul superamento degli stereotipi di genere che ancora condizionano l'operato dei tribunali penali, civili e minorili che affrontano casi di violenza maschile contro le donne e violenza assistita".
"I centri antiviolenza della rete D.i.Re seguono moltissime donne che affrontano processi di separazione e affidamento in cui la violenza subita e la violenza assistita non vengono riconosciute, in cui le CTU giudicano le donne attraverso le lenti della PAS pur senza nominarla", afferma Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, sottolineando che "Le istituzioni non possono continuare a restare mute di fronte alle sofferenze inaudite inflitte a bambini e bambine e alle loro madri".
"L'ultimo in ordine di tempo seguito da un centro antiviolenza della nostra rete - si legge nella lettera - riguarda il forzato allontanamento di due bambini accuditi dalla madre perché si sono rifiutati di incontrare il padre. La madre ha chiesto alle istituzioni di proteggere i figli ma il tribunale non ha guardato ai fatti messi in atto dal padre bensì ha richiamato la CTU, già incaricata in precedenza per una prima valutazione sul nucleo familiare, perché rinnovasse il suo lavoro alla luce delle questioni poste. È così che è stata posta attenzione solo alle ritrosie dei minori a riprendere una relazione con il padre e non alle ragioni del rifiuto. Oggi i bambini sono lontani dalla loro casa, dalle loro relazioni amicali e dalla madre".
di Alessandro Di Battista
Il Fatto Quotidiano, 7 giugno 2021
Nell'estate di 29 anni fa, Riina era raggiante. "Giovanni, si sono fatti sotto. Insistiamo. Gli ho fatto un papello di richieste grande così". Sono parole di Riina e quel Giovanni è Giovanni Brusca, boss di San Giuseppe Jato, assassino di Falcone e mandante dell'omicidio del piccolo Di Matteo, figlio di Santino Di Matteo, uomo d'onore del clan di Altofonte il quale, arrestato dopo la strage di Capaci, aveva deciso di pentirsi. Brusca è stato appena scarcerato.
Uno dei killer più crudeli della mafia, autore di decine di omicidi nonché collaboratore di Riina nella fase stragista, è uscito dal carcere. "Se lo incontro non so che succede", ha detto Santino Di Matteo. Come dargli torto. Il punto è che la legittima indignazione non deve mai ottenebrare il ragionamento. Soprattutto nei tempi oscuri che stiamo vivendo, tempi di restaurazione anche per quel che concerne la lotta alla mafia. Qui nessuno chiede il perdono per Brusca.
Perdonare sarà anche divino, ma siamo uomini e nessuno può costringerci a farlo. Io non perdono Brusca, non perdono Riina, non perdono Provenzano, non perdono chi ha trattato con la mafia dopo Capaci accelerando l'assassinio di Borsellino. Non perdono ma difendo la legge sui pentiti. Ogni pentito, chi più chi meno, si è macchiato di tremendi delitti prima di pentirsi. Per caso erano uomini onesti i Salvatore Grigoli, assassino di Don Puglisi, i Gaspare Spatuzza, killer di Brancaccio, i Francesco Di Carlo, testimone chiave al processo Dell'Utri? Era un santo Buscetta, il boss che testimoniando al maxi-processo permise la condanna di centinaia di mafiosi?
Fa scalpore che colui che pigiò il telecomando a Capaci sia stato scarcerato grazie ad una legge voluta dal giudice che fece saltare in aria. Ma è la legge, ed è una legge da difendere. Brusca non è il primo pentito che esce di prigione dopo aver "parlato". Qualcuno, oggi, vorrebbe fosse l'ultimo. O meglio vorrebbe che fosse l'ultimo boss ad uscire dopo aver vuotato il sacco (o parte di ecco). Esistono i collaboratori di giustizia ed esistono coloro che, forse senza neppure accorgersene, "collaborano" con le cosche rilanciando le loro richieste. Fu Brusca in persona a raccontare agli inquirenti quell'incontro con Riina dopo la strage di Capaci.
"Giovanni si sono fatti sotto" disse il capo dei capi. Traduzione? "Lo Stato ci ha cercato, le stragi funzionano. Possiamo alzare il tiro". Se nel nostro ordinamento non ci fosse la legge sui pentiti voluta da Falcone, Brusca avrebbe mai raccontato quell'episodio? Sono immorali le scarcerazioni dei boss pentiti? Può darsi. Ma la morale lasciamola ai moralisti, chi combatte la mafia ha il dovere di essere pragmatico. Quanti omicidi sono stati evitati grazie ai pentiti? Quanti assassini sono finiti in cella grazie alle loro confessioni?
Si ritiene che Brusca non abbia detto tutto. Probabile. Così come non disse tutto Buscetta. "Non mi chiedete chi sono i politici compromessi con la mafia perché se rispondessi, potrei destabilizzare lo Stato" disse Buscetta a Falcone. E sempre Buscetta, nel 1999, a La Repubblica disse: "I collaboratori hanno perduto tempo. Tutti, e soprattutto negli ultimi due anni, non hanno fatto altro che parlare male di loro". Ciò che avviene oggi. Attaccare Brusca è facile. Accorgersi che alcuni lo stanno facendo per colpire il pentitismo, ovvero una delle armi principali in mano agli inquirenti, è più difficile. La riforma della legge sui pentiti era una delle richieste che Cosa nostra avanzò durante la trattativa.
Chi oggi attacca i pentiti si posiziona, consapevolmente o meno, dalla parte dei boss. Di quei boss che non si pentono (vedi i fratelli Graviano) perché attendono che il solo dissociarsi dalla mafia, atto che non prevede alcuna confessione, potrà garantirgli sconti di pena. In tal senso l'attacco all'ergastolo ostativo - ovvero niente sconti per chi non si pente - rischia di esaudire una delle richieste contenute nel papello. La verità è che ci sono pentiti e pentiti. Dei collaboratori di giustizia che parlano di altri criminali importa poco o nulla.
Al contrario i pentiti che osano menzionare politici o pezzi delle istituzioni vanno delegittimati affinché nessun altro si azzardi a fare altrettanto. Fu Enzo Brusca ad uccidere materialmente il piccolo Di Matteo su ordine di suo fratello Giovanni. A raccontare i particolari macabri dell'assassinio fu Vincenzo Chiodo, il quale, insieme a Brusca junior strangolò il bambino prima di scioglierlo nell'acido. Enzo Brusca è stato scarcerato nel 2003 ma la cosa fece meno scalpore. Anche lui ha ottenuto uno sconto di pena per essersi pentito.
Anche lui ha fornito agli inquirenti utili informazioni, ma a differenza del fratello, non ha parlato del papello, della Trattativa Stato-mafia e di un lussuoso orologio che sarebbe stato visto al polso di Berlusconi da Giuseppe Graviano. Nell'Italia della restaurazione c'è chi combatte affinché i pentiti si pentano non di aver sparato, ma di aver parlato troppo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 giugno 2021
"No alle rievocazioni inopportune, senza ridurre la libertà di stampa", dice il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Verna. Ma il potere dei media è assoluto. Notizia di 10 giorni fa: lo scorso 28 maggio il Tribunale di Napoli ha deciso che nel caso della piccola Fortuna Loffredo e di suo padre Pietro, il diritto all'oblio non vale. Parliamo della bambina uccisa nel 2014, quando aveva 6 anni, scaraventata giù dall'ottavo piano dopo essersi opposta all'ennesimo abuso sessuale, nella più disumana delle periferie degradate di Napoli, il "Parco Verde". Su di lei è in arrivo un film, il papà di Fortuna ha cercato inutilmente di bloccarne l'uscita.
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