di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 28 aprile 2021
L'Italia sembra ancora recalcitrante nel recepire la Direttiva Ue intervenuta con lo scopo specifico di garantire maggiori tutele per i soggetti indagati o imputati. Perché? Con la locuzione "processo mediatico", secondo una puntuale definizione di Glauco Giostra, si intende designare, convenzionalmente, la raccolta e la valutazione di dichiarazioni, di informazioni, di atti di un procedimento penale da parte di un operatore dell'informazione, quasi sempre televisivo, per ricostruire la dinamica di fatti criminali con l'intento espresso o implicito di pervenire all'accertamento delle responsabilità penali coram populum.
La mediatizzazione ad opera di Autorità Giudiziarie espone i processi e i loro protagonisti al pubblico, comportando inevitabilmente la violazione non solo del diritto alla privacy dei soggetti coinvolti, ma anche il calpestamento del diritto alla presunzione di innocenza. Privacy e presunzione di innocenza sono due diversi elementi processuali che finisco, tuttavia, per essere intrinsecamente legati l'uno all'altro. In particolare, il primo è strumentale alla tutela del secondo. Eppure, quello italiano è un ordinamento che gode delle più alte garanzie in favore di chi è sottoposto ad indagini, a partire dallo stesso dettato costituzionale, come l'articolo 27. Garanzie più specifiche sono previste anche dallo stesso Codice di Rito per il tramite di tutta una serie di divieti in ordine alla pubblicazione di atti e immagini del procedimento penale.
Verosimilmente, per quanto sopra esposto, l'Italia pare recalcitrante nel recepire la Direttiva UE del 9 marzo 2016 n. 343, intervenuta con lo scopo specifico di garantire maggiori tutele per i soggetti indagati/imputati, intervenendo sotto due profili: il rafforzamento del principio della presunzione di innocenza; il diritto a presenziare in processo. L'obiettivo, insomma, come espresso dall'articolo 1 della stessa, è quello di garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata definitivamente provata, le dichiarazioni pubbliche delle Autorità procedenti (Pubblico Ministero, Polizia Giudiziaria), non devono presentare il soggetto indagato/imputato come colpevole. Un evidente limite alla mediatizzazione del processo o, quanto meno, alla sua esaltazione avanti la gogna pubblica, tramite la sovraesposizione dei protagonisti della vicenda. Ai sensi dell'articolo 5 si prevede altresì che gli indagati e imputati non vengano tradotti "come colpevoli" all'interno delle aule giudiziarie tramite l'utilizzo di coercizione fisica, ad esempio, conducendo l'imputato con l'utilizzo di manette.
I 3 articoli ut supra sono sintomo dell'estrema ampiezza contenutistica della Direttiva, la quale ha sì l'obiettivo di rafforzare i principi costituzionalmente garantiti, ma lo fa non con norme procedurali e dal contenuto specifico, ma tramite fonti che a loro volta presentano l'ampiezza dei principi che intendono tutelare. E allora quali sono i motivi che ostano alla sua assimilazione nell'ordinamento italiano? Le ragioni sono probabilmente due e solo la prima la si può considerare pacificamente provata dai fatti: l'Italia già per 19 volte è stata sanzionata dall'UE per il mancato recepimento delle Direttive.
Il nostro sistema Parlamentare risulta piuttosto pigro e lento in tal senso, e non sorprende eccessivamente che una Direttiva UE del 2016 sia stata accantonata per essere ridiscussa solamente lo scorso mese in seno alla Commissione Giustizia alla Camera. Il secondo motivo, secondo taluni, può invece essere causa di discussione, incidendo la Direttiva sulla capacità di espressione delle Procure dinanzi agli enti televisivi. In particolare, tale ultimo motivo veniva ipotizzato su queste stesse pagine dal professore emerito di Diritto Processuale Penale presso l'Università La Sapienza, Giorgio Spangher.
Quest'ultimo, nel ripercorrere i contenuti della Direttiva ivi in esame, evidenziava anch'egli il noto problema della mediatizzazione dei processi ad opera dei Procuratori, problema che non si può non condividere. Allo stesso modo, il collega e On. Enrico Costa del partito "Azione" sottolineava quanto si rendano necessari degli interventi per impedire o, quanto meno limitare, la mediatizzazione dei processi con conseguente calpestamento del diritto alla privacy e presunzione di innocenza per i soggetti coinvolti. Potendo ricollegarsi al discorso dell'Onorevole e ad un articolo pubblicato dallo scrivente pochi giorni addietro su queste pagine, la soluzione, secondo Costa, poteva ricercarsi in un istituto di sua coniatura noto come "rimessione" del Procuratore, il quale prevede lo spoglio del Procuratore sulla causa, qualora il Magistrato si macchi di atti di divulgazione mediatica lesivi del diritto alla presunzione di innocenza.
Le soluzioni potrebbero essere prevalentemente di natura risarcitoria, in favore di quei soggetti che si sono visti danneggiati dalla mediatizzazione del processo, legando la legittimità dell'azione risarcitoria ai noti principi costituzionali, nazionali ed europei. Taluna dottrina ha, invece, voluto ancorare la possibilità di ottenere tale tutela alla ratio secondo cui sussisterebbe una lesione del principio del ne bis in idem.
In un interessante lavoro sul tema, infatti, il Professore ordinario di Diritto penale presso l'Università di Bologna, Vittorio Manes, vede nel processo mediatico che si instaura a seguito della fuga di notizie, una sorta di procedimento parallelo a carico dell'imputato/indagato, il quale, pertanto si ritroverà nella gravosa condizione di subire un doppio processo, quello televisivo e quello dinanzi la Corte procedente, con violazione del principio del ne bis in idem.
Forse singolare ma calzante! Un dato è chiaro: è pacificamente riconosciuta la necessità di un intervento sul tema della tutela del diritto alla presunzione di innocenza e, quest'ultimo intervento di Bruxelles, è un ulteriore tassello ad un percorso non ancora concluso di garanzie processuali e si fatica a comprendere come una Direttiva sì ampia nei contenuti, possa trovare tanta difficoltà ad essere recepita. Ciò accade forse in assenza di una globale riforma, tanto lontana quanto ambita dagli addetti ai lavori: incasellare la Direttiva in un assetto normativo attuale porterebbe con se la revisione di taluni aspetti dell'Ordinamento, quali divisioni delle carriere, responsabilità dei Magistrati e sim., notoriamente l'"Innominato" di un romanzo di manzoniana memoria.
di Simona Musco
Il Dubbio, 28 aprile 2021
La cassazione assolve definitivamente Carolina Girasole: agli arresti per 168 giorni, ma era innocente. "Ci sono voluti sette anni e mezzo per stabilire qualcosa che era chiaro sin dall'inizio. Un errore? Non credo". La voce di Carolina Girasole è carica di emozione, pochi minuti dopo la sentenza di Cassazione che, dopo quasi otto anni, ha sancito quanto lei stessa ha sostenuto per anni: la sua innocenza.
L'ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, oggi tira un sospiro di sollievo, dopo essere stata liberata dalla più infamante delle accuse: essere stata eletta con i voti del clan. Lo stesso che, per anni, la voleva morta, proprio per il suo impegno antimafia. Ma da icona per la Calabria e per l'Italia intera, in una notte sola, è diventata il simbolo di quanto per anni, da prima cittadina, ha tentato di combattere. Tutto per un'accusa mossa dalla Dda di Catanzaro nel 2013, quando venne arrestata assieme al marito e sbattuta come un mostro in prima pagina. Girasole è rimasta agli arresti in carcere e poi ai domiciliari per un totale di 168 giorni e solo oggi può amaramente gridare vittoria.
L'ex sindaca è stata assolta nel merito sia in primo grado sia in appello. Sentenze di fronte alle quali la Procura antimafia non si è arresa, ribadendo la convinzione di avere a che fare con una finta paladina della giustizia. Ma entrambe le decisioni hanno sancito un fatto chiaro: la mancanza di elementi a conferma di quel patto scellerato.
"Provo tanta amarezza, tanto sconforto, perché sono stati anni durissimi - racconta oggi al Dubbio. Non si trattava solo di un errore giudiziario, la mia storia amministrativa era chiara. C'erano tanti atti che dimostravano quale fosse stato il mio percorso, per cui sentirmi addebitare quelle accuse è stato difficile da sopportare. Il mio pensiero, in questi anni, è sempre andato a quello che stava accadendo, alle accuse, agli atti prodotti dalla procura e alla realtà che era assolutamente diversa da quella che veniva descritta in aula".
Girasole, oggi, parla dei grandi sacrifici sopportati dalla sua famiglia, "che ha sofferto tantissimo". E di quel percorso politico "distrutto", in un paese che tentava di resistere alla brutalità dei clan di 'ndrangheta. "Hanno distrutto gli ideali e i valori in cui credevamo - continua -. Poteva essere qualcosa di importante per la comunità, per la Calabria, e invece è stato tutto cancellato. In questo momento cerco solo di riprendere la mia vita in mano, dopo anni in cui la mia mente è stata impegnata, giorno e notte, a ripercorrere le accuse, su come potevo smontarle, come potevo dimostrare la verità. Devo solo cercare di rimettere in ordine le cose e poi vedremo il da farsi. Sicuramente racconterò tutto quello che accaduto. È una storia che appartiene a me e a tutta la comunità. È giusto che sappia la verità".
La certezza, dunque, è che quella donna che si era messa in testa di combattere contro la potente cosca del suo paese era stata lasciata sola dallo Stato, che ha affidato a lei il compito di prendere decisioni rimaste colpevolmente in sospeso, anche col rischio di fare un favore ai mafiosi. Conclusioni pesanti, contenute nella sentenza pronunciata dai giudici d'appello di Catanzaro. Secondo l'accusa, per farsi eleggere, Girasole avrebbe stretto un accordo con i figli del capo storico della cosca, Nicola Arena, chiedendo voti in cambio di agevolazioni al clan.
Favori che si sarebbero concretizzati soltanto due anni dopo quel voto, attraverso un'attività amministrativa "apparentemente lecita e sapientemente guidata, diretta in realtà ad assicurare alla cosca Arena non solo il mantenimento di fatto del possesso dei terreni confiscati a Nicola Arena, quanto la loro coltivazione a finocchio e la relativa raccolta dei prodotti inerenti all'annata agraria 2010, consentendo, attraverso l'omessa frangizollatura del prodotto e la predisposizione di un bando per la raccolta e quindi di commercializzare il prodotto stesso, ricavandone un significativo profitto".
Ma tutto ciò, per i giudici, non è vero. L'accordo, infatti, non è mai stato provato, così come le presunte pressioni sugli elettori. Emerge, invece, l'odio del clan Arena nei confronti della sindaca, che in ogni modo tentava di destituire, ammettendo anche, in un'intercettazione, di non aver raccolto voti per quella donna. Un'accusa infondata, dunque, in un processo dal quale, semmai, emerge "l'immobilismo colpevole degli organi periferici dello Stato".
Ovvero, su tutti, della Prefettura, che di quegli atti che avrebbero spodestato i clan dai terreni confiscati se ne sarebbe lavata le mani. Nella sentenza d'appello del 2018 i giudici mettono nero su bianco un vero e proprio atto d'accusa nei confronti della Procura, che "non è riuscita a provare in che termini e quanto sia stato rilevante il riferito appoggio elettorale" e a portare in aula "proprio la prova dell'accordo collusivo". "Una mera ipotesi" senza riscontro, in quanto "nessun elemento diretto a carico o dotato di adeguata concludenza è stato fornito al riguardo". Insomma: non ci sono mai state prove. Otto anni dopo è un dato di fatto.
di Daniele Angi
torinoggi.it, 28 aprile 2021
Mellano ha presentato il report annuale in Consiglio regionale: "In generale ci sono meno detenuti, ma il sovraffollamento è strutturale e gli edifici sono vetusti". In Piemonte i detenuti sono in calo a causa della pandemia, ma resta "un sovraffollamento strutturale che incide su strutture vetuste, pensate con altri criteri rispetto al reinserimento, in tempi in cui i detenuti stranieri erano pochissimi". Lo ha sottolineato il garante regionale delle persone private della libertà personale, Bruno Mellano, nella relazione annuale tenuta questo pomeriggio nell'Aula del Consiglio regionale.
"In Piemonte - ha sottolineato Mellano - i detenuti sono 4113, ma in esecuzione penale esterna (arresti domiciliari e simili, ndr) ci sono altre 17 mila persone. Tutto questo a fronte di 3700 posti effettivi regolamentari presenti nelle carceri piemontesi. Abbiamo una discesa significativa ma non decisiva nel numero dei detenuti - ha osservato - dovuta a minori ingressi causati dalla pandemia, poiché la magistratura ha saputo identificare percorsi alternativi al carcere. Ma il sovraffollamento purtroppo continua".
Intanto, ha aggiunto il garante, "anche in Piemonte sono partite le vaccinazioni anti-Covid". I dati aggiornati, ha spiegato, segnalano: "490 detenuti positivi da inizio pandemia, oggi 8; 420 agenti colpiti dal virus, oggi 24; e 31 operatori infettati, oggi 2". Inoltre "i detenuti vaccinati sono finora 539 con la prima dose e 4 con la seconda, mentre l'83% degli operatori ha dato l'adesione alla vaccinazione e il 74% è già stato vaccinato con la prima dose".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 28 aprile 2021
Parla il garante Ciambriello. Dopo i focolai e le vittime, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sono arrivati i vaccini. Da ieri si è dato il via alla somministrazione del farmaco che garantirà una copertura contro il Covid partendo dai detenuti più anziani e più fragili, una cinquantina di persone in tutto. Il carcere sammaritano, che nei mesi scorsi è salito alle cronache per fatti drammatici e per le criticità legate alla pandemia, prova ora ad attestarsi come struttura penitenziaria più attiva nel piano vaccinale. Il piano, infatti, non dovrebbe fermarsi: esaurite le categorie dei più anziani e fragili si prevede di estenderlo agli altri detenuti mentre è già a quota 342 (pari al 74%) il numero dei vaccinati tra agenti della polizia penitenziaria, personale amministrativo, educatori, volontari.
A Poggioreale il numero dei vaccinati è per ora pari a 240 fra personale e volontari su 794 che risultano in piattaforma. In tutta la Campania sono invece 2.049 le persone vaccinate fra coloro che lavorano all'interno delle strutture penitenziarie su un totale di 3.962 iscritti in piattaforma. Dunque, circa la metà dei lavoratori del mondo penitenziario ha ricevuto il vaccino. "Deve essere ormai chiaro che vaccinarsi non è soltanto un diritto ma anche un obbligo morale", spiega il garante dei detenuti campani Samuele Ciambriello. La sua proposta di somministrare un vaccino a dose unica all'interno delle carceri per evitare complicazioni burocratiche e svantaggi organizzativi sembra essere stata accolta. Se le autorità sanitarie autorizzeranno il vaccino Johnson & Johnson anche per i meno anziani, infatti, è possibile che la vaccinazione con una dose unica venga utilizzata per tutta la popolazione carceraria.
Questo garantirebbe una copertura in tempi più rapidi con tutte le conseguenze che un piano vaccinale quasi a tappeto può portare all'interno delle celle dove le distanze e gli spazi sono ridotti al minimo. "Non possiamo non ricordare - aggiunge Ciambriello - che in Campania ci sono stati migliaia di detenuti positivi e cinque morti e 58 operatori sanitari contagiati fra cui una vittima".
Oggi si contano cinque detenuti positivi al Covid in Campania e 51 tra il personale. L'effetto della pandemia nelle carceri è stato devastante su più livelli: "Il Covid ha fatto venire fuori le criticità del carcere, i problemi cronici del sistema penitenziario - sottolinea il garante - Pensiamo a quanti limiti ci sono stati, a quanti permessi ridotti, a quante attività interrotte. Pensiamo alle restrizioni poste per chi doveva uscire per andare a lavoro e chi nel carcere doveva entrare per fare cultura, formazione, volontariato. A fine aprile scade il permesso per i detenuti in semilibertà, se nulla cambia dovranno tornare nelle celle: chi si occuperà di loro? Come sarà gestita questa situazione?".
Il garante punta l'indice su uno dei tanti aspetti relativi alla gestione del popolo delle carceri. L'emergenza sanitaria di questi mesi aveva determinato una proroga, fino a fine aprile, dei permessi per i detenuti in semilibertà (in Campania sono circa cento), quelli cioè che di norma escono dal carcere al mattino per recarsi al lavoro e vi fanno rientro la sera per dormire ma che a causa della pandemia, in via eccezionale, avevano ottenuto la possibilità di trattenersi a dormire nelle loro case per contenere il rischio di contagio in cella. Ma fino al 30 aprile. "Poi come si procederà?", si chiede il garante. Resta l'interrogativo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 aprile 2021
Accolto in parte il ricorso di un cittadino, costretto a lasciare la Nigeria dopo la scoperta di una relazione omosessuale. La Corte di Appello di Genova aveva negato la protezione internazionale a un cittadino nigeriano costretto a lasciare il proprio Paese dopo che fu scoperta la relazione omosessuale con il compagno dell'epoca. Il nigeriano ha fatto ricorso e la Cassazione l'ha accolto in parte, annullando la sentenza impugnata e rinviandola alla Corte d'appello al fine di "verificare - si legge nella sentenza -, anche attraverso le opportune indagini officiose proprie della materia, se il trattamento degli omossessuali in Nigeria, giustifichi il riconoscimento di una delle tutele gradatamente rivendicate dal ricorrente".
I quattro motivi del ricorso in Cassazione - Il nigeriano ha fatto il ricorso in Cassazione motivandolo con quattro motivi. Con il primo, il ricorrente ha denunciato l'omesso esame su di un fatto decisivo (art. 360 n. 5 c.p.c.), sostenendo che la Corte territoriale avrebbe mal interpretato le vicende riguardanti la sua fuga dalla città di Epkonna, in Nigeria.
La Corte avrebbe fatto riferimento al solo fatto che il padre dell'amico avrebbe inveito con urla contro il ricorrente, mentre era stato precisato che ciò fosse stato accompagnato da minaccia di denuncia alla polizia, aggiungendosi poi - nel medesimo motivo - ulteriori precisazioni rispetto all'episodio della seconda e definitiva fuga da Benin City e dal Paese.
Con il secondo motivo ha denunciato la violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) degli artt. 7 e 8 d. Lgs. 251/2007, in combinato disposto con l'art. 8 d. Lgs. 25/2008, per avere la Corte territoriale omesso di considerare le notorie persecuzioni cui sono sottoposte in Nigeria le persone omosessuali e comunque omettendo di svolgere gli opportuni approfondimenti istruttori anche officiosi sul punto. Al terzo motivo, invece, il ricorrente ha affermato la violazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell'art. 14 lettera b) e c) d. Lgs. 251/2007, in combinato disposto con l'art. 8 d. Lgs. 25/2008 per non avere la Corte territoriale correttamente indagato sulla sussistenza di una situazione di violenza indiscriminata nel Paese di origine.
Con il quarto motivo ha invece affermato la violazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) dell'art. 32, co. 3 d. Lgs. 25/2008, in combinato disposto con l'art. 5, co. 6, d. Lgs. 286/1998, sostenendo che la Corte avrebbe sottovalutato la condizione di omosessuale del ricorrente anche da questo punto di vista, non considerando le difficoltà sociali e di reinserimento che essa comunque avrebbe comportato rispetto al proprio Paese natale.
Per la Cassazione il ricorso è fondato in parte - Per la Cassazione il ricorso è fondato in parte. E la cosa non è di poco conto. In sostanza, la Corte sottolinea che i giudici d'appello hanno omesso di accertare, come denunciato dal ricorrente, se in Nigeria sussista un regime persecutorio riguardo alla condizione di omosessualità, come anche, eventualmente, se, rispetto ad essa, "sussistano forme dannose di persecuzione privata non contrastate efficacemente dallo Stato o infine se tale condizione sia anche solo oggetto di disvalore solo sul piano sociale, ma tale da giustificare, nel dovuto giudizio comparativo rispetto alla situazione italiana, la tutela residuale umanitaria".
Ed ecco perché la Cassazione ha rimesso il giudizio alla Corte territoriale, in diversa composizione, al fine di verificare, anche attraverso le opportune indagini officiose proprie della materia, se il trattamento degli omossessuali in Nigeria, giustifichi il riconoscimento di una delle tutele gradatamente rivendicate dal cittadino nigeriano. Quest'ultimo rischia di essere rispedito nel Paese dove potrebbe subire atti persecutori a causa del suo orientamento sessuale
di Fabrizio Ventimiglia e Maria Elena Orlandini
Il Sole 24 Ore, 28 aprile 2021
Lo scorso 15 aprile la Corte Costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Suprema Corte di Cassazione "sul regime applicabile ai condannati alla pena dell'ergastolo per i reati di mafia e di contesto mafioso che non abbiamo collaborato con la giustizia e che chiedono l'accesso alla liberazione condizionale" (Comunicato della Corte Costituzionale, 15 aprile 2021).
Sul punto, i giudici della Consulta, attraverso il comunicato stampa pubblicato sul sito della Corte costituzionale, hanno rilevato come la disciplina vigente del c.d. "ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro". Per tali ragioni, continua la Corte, la disciplina in esame è in aperto contrasto con il dettato normativo degli artt. 3 e 27 Cost. nonché con l'art. 3 della Convenzione Europea Dei diritti dell'Uomo. La Corte ha, tuttavia, stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, "per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi".
L'ergastolo "ostativo", fu introdotto nell'ordinamento italiano dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992, nel clima di allarme sociale creato dall'uccisione del magistrato antimafia Giovanni Falcone. Tale regime penitenziario, disciplinato ai sensi dell'art. 4 ord. pen., osta alla concessione di qualsivoglia beneficio penitenziario - come, ad esempio, la libertà condizionale della pena, lavoro all'esterno, permessi premio - a quei detenuti, condannati per delitti di criminalità organizzata, terrorismo e eversione, che hanno deciso di non collaborare con la giustizia.
Escludendo la possibilità di poter usufruire dei benefici previsti dall'Ordinamento Penitenziario, la pena detentiva viene scontata integralmente in carcere addivenendo così perpetua, trasformando l'ergastolo in un concreto "fine pena mai" (in contrasto, invero, con la funzione rieducativa della pena deducibile ai sensi dell'art. 27 co. 3 Cost.).
Come anticipato, la Corte Costituzionale, all'esito della camera di consiglio del 15 aprile 2021, ha dichiarato l'ergastolo ostativo in contrasto con i principi sanciti negli artt. 3 e 27 della Costituzione italiana. Si tratta di una decisione molto significativa per il nostro Ordinamento, il cui esito era tuttavia preventivabile.
La Consulta già con la sentenza n. 253 del 23 ottobre 2019, aveva, infatti, dichiarato, anche seppur solo con riferimento al beneficio penitenziario del permesso premio, come la presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato, sulla base dell'assunto che il rifiuto di collaborazione equivalga a perdurante pericolosità, fosse illegittima, in quanto non solo irragionevole, ma in violazione dell'articolo 27, comma 3, della Costituzione, che sancisce la funzione rieducativa della pena ed implica, quindi, la progressività trattamentale e la flessibilità della pena, contro rigidi automatismi. Ancor prima, la Corte europea dei diritti dell'uomo, con sentenza del 13 giugno 2019 nel caso Marcello Viola c. Italia, aveva giudicato il regime dell'ergastolo "ostativo", implicante l'equazione teorica tra rifiuto di collaborare e presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato, incompatibile con l'articolo 3 della Convenzione europea e con il principio della dignità umana.
La strada per l'atteso verdetto della Consulta era quindi già stata in un certo senso tracciata. Appariva, infatti, evidente la necessità di rivedere la vigente disciplina dell'ergastolo "ostativo" riportandola sui binari dettati dalla nostra Carta Costituzionale. Sarà, tuttavia, importante attendere il deposito dell'ordinanza, che avverrà nelle prossime settimane. Ad oggi, infatti, il comunicato della Corte non fornisce una chiave di lettura che possa aiutare il Parlamento a riscrivere la disciplina giuridica prevista dall'art. 4 ord. pen., limitandosi ad un mero auspicio secondo cui il Legislatore possa concretamente apportare delle migliorie in tema di ergastolo ostativo, fornendo una lettura costituzionalmente orientata e in linea con i principi della Cedu.
Il Legislatore si trova di fronte ad una grande occasione per riportare al centro dell'ordinamento penitenziario l'uomo, o meglio, il condannato e la sua dignità. Insomma, bisognerebbe - citando un grande esponente della dottrina penalistica partenopea, il Prof. Sergio Moccia, dell'Università degli Studi di Napoli "Federico II" - eliminare il "fine pena mai" dal nostro ordinamento giuridico e trasformarlo in un "fine pena sempre", coerentemente a quei principi statuiti nella nostra Costituzione, per garantire ad ogni detenuto la risocializzazione e la sua reintegrazione all'interno della società civile.
di Stefano Lolli
Il Resto del Carlino, 28 aprile 2021
Partono oggi le vaccinazioni in carcere. Serviranno cinque giorni per completare il primo giro di somministrazioni ai circa 400 detenuti, per le quali sarà utilizzato il siero della Pfizer. Inizialmente si pensava di impiegare quello, monodose, della Johnson & Johnson, "ma la fornitura limitata e il fatto di uniformarci alle scelte delle altre aziende sanitarie - spiega la direttrice generale dell'Ausl Monica Calamai - ci hanno spinto a privilegiare quello di cui oggi disponiamo in quantità maggiore".
Non è mancata neppure una valutazione di carattere quasi psicologico, aggiunge la direttrice della casa circondariale Maria Nicoletta Toscani: "C'è stato un certo allarmismo, senz'altro ingiustificato, su AstraZeneca e Johnson & Johnson, abbiamo preferito in ogni caso adottare una linea prudenziale per rasserenare gli animi". Il clima è comunque tutt'altro che agitato: "La situazione delle carceri cittadine è assolutamente virtuosa - afferma il prefetto Michele Campanaro -, le misure di controllo e contenimento del virus sono state puntuali e centrate".
Parlano i numeri: "Dall'inizio della pandemia si sono registrati 13 casi di positività tra gli agenti, tutti asintomatici e per contatti nell'ambito familiare. Per quanto riguarda invece i detenuti, i casi sono stati in tutto 7, dei quali 6 nuovi arrivati in via Trenti, e un lavorante che ha probabilmente subìto la contaminazione attraverso derrate alimentari".
La virtuosità non è comunque una virtuosità immutabile, va aiutata con azioni di controllo sistematici. Dal triage esterno allo screening sia con test sierologici (2517 da maggio 2020) ai tamponi molecolari, che ora vengono svolti mensilmente: "Siamo probabilmente l'unico carcere che svolge un'attività di controllo così intensa - prosegue la Toscani -, e i risultati parlano da soli". Da oggi dunque scatta l'altra fase importante, quella della vaccinazione: sollecitata, nelle carceri, dal commissario straordinario Francesco Figliuolo.
"In occasione della sua visita a Bologna e Ferrara, è stato esplicito con i Prefetti - ricorda Campanaro - e lo scorso 20 aprile ci è stata indirizzata una ulteriore sollecitazione". Per questo, a scaglioni di 100 detenuti al giorno (per evitare anche commistioni tra i vari nuclei della casa circondariale), la sala teatro dell'Arginone verrà adibita a punto vaccinale, con i medici referenti del carcere coadiuvati dai team dell'Usca.
Il primo round di somministrazioni verrà completato il 3 maggio, quindi alla fine del prossimo mese saranno effettuati i richiami. Passando alla campagna vaccinale più in generale, la Calamai ha fatto il punto su un andamento "ottimale, in considerazione delle dosi disponibili. Abbiamo ultimato la vaccinazione degli over 80 e delle persone in assistenza domiciliare, siamo già oltre il 50% delle seconde dosi per gli estremamente vulnerabili, e per quanto riguarda ora la scia d'età 65-69 anni, nel primo giorno di prenotazione sono stati fissati 10mila appuntamenti".
Guardando all'obiettivo della cosiddetta "immunità di gregge" (che su scala nazionale viene indicata nel 75%), Ferrara veleggia ben oltre la soglia prefissata: "Tendenzialmente siamo oltre l'85% - conclude la direttrice dell'Azienda Usl - e tra gli anziani e i fragili siamo sopra il 90%".
di Maria Desiderio
italiachecambia.org, 28 aprile 2021
In un'epoca in cui la deriva culturale e una pandemia foriera di tante insicurezze hanno alimentato la diffidenza per il prossimo, empatia e dialogo sono degli strumenti di risoluzione del conflitto formidabili. Su di essi si basa il lavoro del Centro per la mediazione dei conflitti di Padova, che nel difficile quartiere Stazione prova a pacificare i residenti e i senza dimora, accusati di essere fonte di degrado e insicurezza.
Che la pandemia di coronavirus abbia fatto emergere le enormi disuguaglianze e le contraddizioni della società contemporanea lo abbiamo sentito dire in tutte le salse e con diverse intenzioni. A forza di ripetercelo, questo assunto - che è per evidenza veritiero - sta perdendo colore e intensità, così come sentiamo sfilacciarsi sempre più velocemente quelle che fino a qualche mese fa consideravamo prospettive certe di risoluzione.
La solidarietà fatica a tenere ben salda la sua posizione nel lessico comune e lo spazio urbano ha assunto connotazioni nuove e a tratti spaventose. Le città possono essere attraversate, di tanto in tanto consumate, ma per questioni di sicurezza, vissute il meno possibile. Vediamo ridursi sempre più la possibilità di essere abitanti di un territorio, progressivamente perdiamo il contatto con l'ambiente che ci circonda e l'altro, di default, viene sempre più facilmente percepito come una minaccia alla nostra stabilità.
In questo scenario si collocano anche pratiche volte, al contrario, alla mediazione e risoluzione dei conflitti sociali e penali. Esse assumono un valore aggiunto, perché un tessuto sociale tagliuzzato e costellato di piccoli e grandi strappi ha bisogno di trovare le proprie modalità per riuscire a superare le conflittualità e a vivere le città come possibili luoghi di cura collettiva e non certo di guerra, soprattutto in tempi di pandemie.
Il Centro per la mediazione dei conflitti è una iniziativa dell'associazione Granello di Senape - costituitasi come soggetto autonomo nel 2004 rifacendosi all'esperienza dell'Associazione-madre, "Il granello di senape", che ha sede a Venezia -, un progetto di giustizia riparativa in ambito sociale e penale. "La visione della giustizia riparativa - spiega Lorenzo, che fa parte del Centro - ci porta a posare lo sguardo sul territorio, porsi in una dimensione di ascolto e mai di giudizio nel raccogliere tutte l esperienze e i punti di vista. Quello che fa un mediatore di fatto è ricucire uno strappo e per farlo nel migliore dei modi è importante mantenere la centratura necessaria".
Piazza Mazzini è ai limiti del quartiere Stazione, poco prima del centro. È un punto di ritrovo per molti "senza dimora", per persone con problemi di dipendenze. Per evitare che le panchine di questa piazza venissero utilizzate per dormire, la precedente amministrazione le ha tolte; ovviamente questo non ha risolto i conflitti e le criticità tra i due schieramenti di abitanti. Da un lato ci sono quelli per così dire autoctoni, che vivono nei palazzi intorno alla piazza, che hanno paura di attraversarla con il buio e che si lamentano - a ragione - del mancato rispetto dello spazio pubblico. Dall'altro lato c'è il gruppo delle persone che non hanno altri posti dove trascorrere le proprie giornate e che sono ben consapevoli di essere percepiti come causa di degrado, se non di vero e proprio pericolo.
"Il percorso che stiamo costruendo a piazza Mazzini non è certo semplice - prosegue Lorenzo -, ma ogni situazione è difficile a modo suo. Stiamo lavorando con entrambi i gruppi per spingerli a usare l'empatia per una maggiore introspezione, singola e collettiva. Mettersi nei panni dell'altro infatti è uno sforzo a cui si è sempre meno abituati, ma è necessario riconoscersi a vicenda se si vuole uscire da una dimensione conflittuale che spesso è il risultato di paure diverse ma speculari. La paura del diverso può essere una minaccia alla propria intimità quotidiana ed è legata a quella di essere continuamente respinti dalla società, buttati fuori da un cerchio nel quale poi è complesso reinserirsi".
Portare avanti questo genere di pratiche nelle zone urbane in cui le criticità sono più evidenti e le convivenze a volte impraticabili è fondamentale in un'ottica trasformativa del presente e soprattutto del futuro. Lo è in particolar modo in un periodo storico tanto fragile come quello che stiamo vivendo, in cui troppo spesso le situazioni di conflitto vengono "risolte" con soluzioni securitarie e repressive che nel concreto non sciolgono i nodi, ma spostano semplicemente i problemi e i conflitti di qualche metro. Al contrario, la mediazione del conflitto si pone come una pratica di prossimità che, se ben gestita, può generare nuovi equilibri di comunità.
di Enrica Riera
L'Osservatore Romano, 28 aprile 2021
L'invenzione è di Fernando Gomes da Silva, detenuto che "pur non trovandosi nel mondo, per il mondo ha voluto creare qualcosa". Dopo settant'anni dall'uscita di Miracolo a Milano per la regia di Vittorio De Sica, il suo finale è indimenticato. Un gruppo di uomini s'eleva da terra, vola sulle scope di saggina degli spazzini comunali recuperate in piazza Duomo e s'allontana dall'immondizia in mezzo alla quale era costretto a vivere. Una fiaba. Ma una fiaba, senza la sua replicabilità e dinnanzi a una (attuale) massiccia produzione di rifiuti urbani, suggerisce di giocare d'ingegno. Senza scope volanti, per vivere in luoghi salubri e rispettosi della natura, occorre mettere in atto buone pratiche.
Una di queste prende piede non a caso a Milano. Si chiama Riselda ed è un cassonetto intelligente, pensato per essere installato all'interno dei condomini e per pesare, tracciare ed etichettare i rifiuti prodotti da ogni singola famiglia. In pratica, chi differenzia meglio, viene premiato (ad esempio con sconti e buoni spesa da utilizzare negli esercizi che aderiscono al progetto, "e pure tenendo conto di quelle esigenze originatesi dalla pandemia da covid-19").
Tuttavia non finisce qui. Perché, grazie all'evoluzione di Riselda in Riselda partecipa, diventa anche possibile avviare un percorso di coinvolgimento dell'intera comunità: l'app collegata al cassonetto permette la reale condivisione di messaggi e informazioni tra gli abitanti del quartiere, i quali possono proporre e stimolare nuove idee e servizi ("i rifiuti smaltiti generano valore economico, da reinvestire in progetti decisi dai cittadini").
Il quartiere selezionato per avviare tutto questo è il Giambellino-Lorenteggio, fucina, pertanto, di un progetto nel progetto, nato, supportato e sostenuto da una vera e propria coralità di attori. C'è, infatti, BiPart, l'impresa sociale che coordina la campagna di crowdfunding civico del comune meneghino per attivare la citata partecipazione di cittadini, attività commerciali e istituzioni e che, come spiega il suo fondatore Stefano Stortone, "punta sull'iniziativa perché s'intende trasformare un rifiuto in una risorsa non solo economica, ma da cui derivino soprattutto relazioni".
C'è inoltre Sarah D'Errico, l'educatrice del team Riselda che, tra gli altri, è stata di supporto per la presentazione del progetto al bando della "Scuola dei quartieri" (sempre promosso dal Comune di Milano), in base al quale il cassonetto intelligente s'è aggiudicato il primo posto nella graduatoria, per "entrare", appunto, nel condominio.
E ancora, attorno a tantissime altre professionalità che fanno parte della nascente realtà di sperimentazione, c'è Fernando Gomes da Silva, colui al quale si deve l'invenzione stessa di Riselda: idea prima e macchinario poi, che gli originari passi li ha mossi nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e dopo in quello di Bollate.
"È a Firenze, dov'era dapprima ristretto, che Fernando - racconta Sarah D'Errico - ha iniziato ad assemblare la sua invenzione, che successivamente ha suscitato interesse anche negli esperti dell'Università Federico ii di Napoli e in chi, fattivamente, ha studiato il macchinario divenuto persino oggetto di diverse tesi di laurea. Quando nel 2016 Fernando - prosegue D'Errico - è stato trasferito a Bollate, è entrato a far parte di un'associazione ambientalista, costituita da detenuti ed esterni, Keep the Planet Clean, e s'è iniziata a sperimentare la teoria che sta dietro a Riselda: chi, in quanto a raccolta differenziata, teneva un comportamento virtuoso, vedeva riconoscersi, in accordo con la struttura carceraria, un'ora di colloquio in più o una telefonata ulteriore con i familiari. C'è da sottolineare, però, che le buone pratiche sono continuate anche a prescindere da questo sistema di riconoscimenti, tanto che la raccolta differenziata a Bollate è arrivata a toccare picchi dell'ottanta per cento e ha coinvolto tutti".
Così, con Riselda che si prepara a fare ingresso all'interno del condominio milanese e a coinvolgere un'intera comunità, Fernando Gomes da Silva - quarant'anni, d'origine brasiliana (ciò spiega perché il cassonetto si chiami Riselda, che è il nome di sua madre) e con un passato da elettricista - è entusiasta. È assai soddisfatto, cioè, dell'evoluzione di quello che circa dieci anni fa era solo un pensiero, che man mano s'è fatto concreto ("i primi modellini della macchina funzionante sono stati costruiti a partire da scatole di merendine") e ha intercettato la curiosità e la progettualità di molti, andando oltre la sola dimensione carceraria e aprendosi a nuove narrazioni. "Fernando - riferisce D'Errico - ha sempre detto che non trovandosi nel mondo, vista la pena da scontare, per il mondo avrebbe tanto voluto creare qualcosa".
E adesso il desiderio si è tramutato in realtà. "Una realtà - ripete Stortone di BiPart - caratterizzata da principi e valori di ecosostenibilità, salvaguardia della socialità. Motivo per cui - continua - chissà, Riselda potrebbe diventare un'autentica impresa di quartiere o popolare con utenti in grado di decidere cosa realizzare per il proprio territorio".
Partire dalla separazione dei rifiuti, dunque, per unire le persone, per generare cambiamento e creare nuovi cammini di economia circolare, oltre a una comunità che pensando ai suoi bisogni pensi anche a quelli degli altri. Per dirla come in Miracolo a Milano: "Un regno dove buongiorno vuol dire veramente buongiorno".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 28 aprile 2021
In una democrazia come la nostra l'interesse pubblico è quello che ogni maggioranza e ogni ministro reputa che sia. Nei regimi democratici è compito della stampa illustrare con obiettività i punti di vista dell'opposizione, anche quando non li si condivide e ancora di più, quando è necessario, difenderne i diritti. È il caso mi sembra di due questioni importanti venute alla luce di recente e riguardanti rispettivamente Fratelli d'Italia e la Lega.
La prima riguarda i servizi segreti, o per dir meglio le agenzie di intelligence che all'interno e all'esterno del Paese hanno il compito di difendere gli interessi vitali della Repubblica. Servizi segreti che - dopo le ambiguità, le "deviazioni" e i veri e propri tradimenti ormai risalenti all'altro secolo addebitabili ad essi pur se sempre avvolti nelle nebbie dello scarico di responsabilità - dal 2007 obbediscono a una nuova normativa. Stando alla quale essi operano alle dipendenze del presidente del Consiglio (espressione, lo ricordo, di una maggioranza parlamentare), il quale ne nomina i vertici, sovrintende al loro operato e ne porta ovviamente la piena responsabilità politica. Tuttavia, data la delicatezza dei poteri così attribuiti al presidente del Consiglio, la legge ha previsto come una sorta di contrappeso l'esistenza di un Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) con compiti di verifica e di controllo sistematico sull'operato dei servizi stessi.
Non solo, ma al fine di sottolineare il carattere di organo di garanzia del Comitato ha stabilito che presidente del Copasir debba essere sempre un parlamentare dell'opposizione, cioè della minoranza parlamentare. E infatti è sempre stato così fino ad ora. Fino a quando cioè le vicende politiche italiane hanno portato alla costituzione di un governo - quello di Mario Draghi - sorretto da uno schieramento che comprende tutti i partiti salvo uno, Fratelli d'Italia. Al quale quindi, come prescrive la legge e come si è sempre fatto, spetta oggi la presidenza del Copasir. Ecco però che a questo punto il presidente in carica del Copasir, il senatore Raffaele Volpi della Lega, si rifiuta di lasciare la sua poltrona. Senza alcuna motivazione: si rifiuta e basta.
Poco male, si dirà: i presidenti delle Camere - ai quali spetta tra l'altro la nomina del Comitato - esistono proprio per questo: per far rispettare le norme secondo le quali deve funzionare il Parlamento. Soprattutto, ci piace immaginare, al fine di garantire i diritti della minoranza. Un Parlamento in cui tale diritto è violato, infatti - e tanto più se ciò avviene con il consenso di chi lo presiede - non ha più nulla di un Parlamento. È qualcosa di mezzo tra un Bar dello sport e la Camera dei fasci e delle corporazioni, vale a dire un luogo di discussioni inutili dove può aver ragione sempre uno solo.
È a questo punto che avviene qualcosa davvero singolare. I due presidenti delle Camere Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, investiti della questione, decidono infatti di spogliarsi dei propri poteri. Invece di invitare il senatore Volpi a lasciare il suo posto a un presidente designato da Fratelli d'Italia decidono di non decidere e rimandano la palla ai partiti: se la vedano tra loro e cerchino loro un accordo. Che però, data la natura della disputa dove un compromesso è palesemente impossibile, naturalmente non si trova. E così, nonostante la lettera della legge, nonostante pareri di una schiera di costituzionalisti dei più vari orientamenti ma dal primo all'ultimo favorevoli all'avvicendamento, nonostante la moral suasion esercitata, pare, dalle sedi più autorevoli, nonostante tutto, da settimane la questione è ferma lì e il Copasir è di fatto paralizzato. Ancora una volta sul senso dello Stato e delle istituzioni ha prevalso insomma lo spirito fazioso dell'appartenenza. Oltretutto da parte di chi era meno ragionevole aspettarselo.
Vengo al secondo caso, che riguarda la Lega. Il cui segretario, come si sa, è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Palermo a causa del divieto di sbarco da lui ordinato come ministro degli Interni, nel 2019, nei confronti di un gruppo di naufraghi raccolti dalla nave di una ong, la "Open arms". Uno dei pilastri argomentativi dell'accusa, ampiamente riportato dai giornali, è che Matteo Salvini nel prendere la decisione di cui sopra sarebbe stato mosso da ragioni politiche e non già per difendere un interesse dello Stato: parole più o meno riprese letteralmente da moltissimi giornali e notiziari radiotelevisivi.
A me pare un argomento che suscita molte perplessità. Infatti, se da parte del Salvini ministro c'è stata una violazione comunque dimostrabile e palese di qualche disposizione di legge, è fin troppo ovvio che egli vada portato in giudizio e condannato. Ma se in un qualunque modo viene in ballo invece una questione di discrezionalità (la legge gli dava il potere di decidere in un modo o in un altro) e/o di motivazioni (che cosa è che lo ha spinto a decidere come ha deciso?), allora la distinzione fatta dai magistrati tra ragioni politiche e interesse dello Stato è difficilmente sostenibile.
Per il semplice fatto che in un regime democratico parlamentare "l'interesse dello Stato" - a meno che qualche legge o la Costituzione non indichino chiaramente quale esso sia, che cosa debba intendersi con tale espressione - di per sé non esiste. In una democrazia come la nostra l'interesse dello Stato è quello che ogni maggioranza parlamentare e ogni ministro che ne fa parte reputa che esso sia. Coloro che governano, infatti, vengono eletti da una parte, sono esponenti di un partito, ma se possono contare su una maggioranza parlamentare il loro punto di vista - ripeto: politico di parte - per ciò stesso diviene legittimamente il punto di vista generale, diviene, se proprio vogliamo usare questa espressione, l'interesse dello Stato. Era un "interesse dello Stato" usare l'aviazione italiana per azioni di bombardamento in Kossovo come fece a suo tempo il governo D'Alema? È un "interesse dello Stato" che si costruisca una linea di alta velocità tra Torino e Lione? Se ne può discutere all'infinito, ma quel che conta è che chi ha preso quelle decisioni aveva il diritto di farlo dal momento che non c'era alcuna legge che lo vietava esplicitamente. Se nel caso di Salvini invece c'è, allora basta e avanza; sennò no. E tirare in mezzo l'interesse dello Stato serve solo a confondere le idee.











