di Francesca Sironi
L'Espresso, 6 giugno 2021
L'emergenza Covid ha stravolto un sistema gravato già da molti problemi. Ma per ripartire
davvero bisognerebbe cambiare in profondità. "Invece molti istituti si preoccupano solo di recuperare i compiti in classe". "Poi le giornate sono tutte ripetitive: dormi, studia, lava, lavati, mangia, dormi... Le facce sempre uguali...". Le quarantene sono il passato, ma per alcuni giovani le ombre di quella insofferenza avranno conseguenze lunghe sul futuro. Sta già accadendo.
Le voci degli studenti raccolte dall'istituto comprensivo Negrar di Valpolicella, in provincia di Verona, sono infatti quelle di decine di migliaia di studenti in tutto il Paese, per i quali la scuola è stata in questi mesi una zattera di salvataggio. Ma anche una zattera la cui direzione resta tutta da capire. Sono uscite le prime ricerche: un sondaggio Ipsos per Save the Children che parla di un adolescente su tre fra i 14 e i 18 anni che ha visto almeno un proprio compagno smettere di frequentare la scuola dall'inizio della pandemia.
Ci sono le segnalazioni in aumento alle procure minorili, a Napoli come in Lombardia, di alunni scomparsi dai registri, nel silenzio della famiglia, nella solitudine degli istituti di fronte alla continuazione dell'obbligo scolastico. C'è la preoccupazione di insegnanti e formatori davanti all'intermittenza delle presenze a distanza, con il loro corredo di incomprensioni da connessione, telecamera, wifi. Il rischio è quello di lasciare alla deriva migliaia di giovani.
Giovanni Del Bene ne è sicuro, ed è preoccupato: "Dopo tanti anni di miglioramento delle statistiche sulla dispersione scolastica, mi aspetto un aumento del dieci per cento di abbandoni nel prossimo anno". Uno studente su dieci ha già compromesso la propria fiducia nell'istruzione, rinunciando a iscriversi a un nuovo anno di studio. Psicologo, già preside dell'Istituto comprensivo Cadorna di Milano, Giovanni Del Bene è collaboratore dell'ufficio Scuole aperte del Comune di Milano; insieme ad Angelo Lucio Rossi e Rossella Viaconzi ha appena scritto "La comunità educante" per la Fabbrica dei Segni editore.
Nel libro, come nella chiacchierata con L'Espresso, Del Bene ripercorre i cardini che rendono le "scuole aperte", a Milano ce ne sono 45, in rete con altri istituti dal Lazio alla Calabria, un modello potenzialmente cruciale per regalare futuro ai bambini e agli adolescenti, fuori dalle secche di questa pandemia. Le "scuole aperte" sono istituti che attraverso patti territoriali con associazioni dei familiari, realtà di volontariato, organizzazioni sportive e musicali, imprese e uffici, fanno sì che l'edificio-scuola non chiuda mai, mattina, pomeriggio estate, e fine settimana, e con l'edificio anche il suo ruolo educativo e soprattutto sociale. Bambini e ragazzi si trovano così al centro di una rete che possono navigare seguendo i propri interessi.
"Per questo parliamo di comunità educante. È fondamentale che i ragazzi siano motivati a mettersi in gioco, a trovare e valorizzare le loro qualità creative, di movimento, di fantasia, non solo a rispondere a prove di carattere teorico". La scuola è infatti il primo luogo di socializzazione "obbligata" fuori dall'ambiente familiare, e quindi la prima porta dove decidere chi essere, e chi diventare. "Per andare in classe i ragazzi possono scegliere la propria immagine. Banalmente: si mettono in ghingheri, o meglio, indossano quello che gli piace per destare l'interesse del territorio. Adesso arrivano da un anno in cui sono rimasti per settimane a casa in ciabatte e pigiama. In questo modo un giovane si trova a contatto con la propria persona, senza più l'ancora dell'immagine. E non a tutti piace la propria persona. Senza confronto, depressione, autolesionismo e disturbi alimentari sono enormemente aumentati". Per cacciare questi fantasmi serve appunto il confronto. La possibilità di una relazione meno rigida con gli altri, con la cultura, con il divertimento. Una nuova modalità di scambio fra alunni e adulti.
Vivere insieme - Rossella Viaconzi è vicepreside dell'istituto Alda Merini di Milano. La pandemia "ci ha estenuati. Ha stancato tutti: studenti, genitori, professori e dirigenti", racconta: "Ci ha messo alla prova. Ma chi lavorava in rete con il territorio ha potuto in qualche modo contare su una forza in più". Sia nel bisogno, che nel rilancio della socialità. "L'anno scorso abbiamo iniziato la distribuzione dei pasti a trenta famiglie di nostri alunni, grazie a una catena di supermercati biologici e alle "brigate partigiane".
Quest'anno l'esigenza è stata quella di non far perdere agli adolescenti il contatto con i compagni. All'Alda Merini, con le sue sedi sparpagliate in vari canti della periferia Nord Ovest della città, gli alunni hanno potuto continuare ad andare a scuola attraverso il calcio come laboratorio, ad esempio, oppure per le attività legate alla webradio, o ancora passare il pomeriggio con le mani nella ceramica, oppure a dipingere gli esterni nel laboratorio di pittura murale insieme allo street artist Pao.
"È stato possibile per la collaborazione con Fondazione Exodus di Don Mazzi", racconta Viaconzi: "Grazie alla quale abbiamo realizzato anche un'altra avventura, che mi ha colpita profondamente. Insieme a una classe di tempo prolungato che ho, dove su 18 studenti 17 sono stranieri, giovanissimi che hanno sofferto molto l'isolamento dei lockdown, e che rischiavamo di perdere, siamo stati per una settimana in barca a vela all'isola d'Elba, all'interno del progetto "Per educare ci vuole un villaggio". È stata un'esperienza fortissima per tutti. Ho capito con un'intensità che non avevo conosciuto in tutti questi anni di esperienza come davvero la dispersione scolastica possa essere vinta solo se c'è condivisione di vita", racconta.
"Abbiamo avuto quattro giorni di mare mosso, forza 4 nello stretto di Piombino. Tutti con il mal di mare. Eppure tutti trasformati dall'esperienza comune. Dopo esser stati nella stessa classe per tre anni, li ho visti tutti sotto altri punti di vista. Nei momenti di convivialità, nei confini della convivenza, sono emersi aspetti dalla loro personalità che non conoscevo, risorse che non avevano mai mostrato. Appartenevano a nove etnie, con cinque fedi diverse, ognuno con le sue abitudini e i suoi progetti, e un effluvio di domande continuo. Sulla vita, le scelte, il domani". "Personalmente credo che la scuola sia un bivio", riflette Viaconzi. "Purtroppo irrigidirsi può portare a non comprendere più i ragazzi. Soffrono tantissimo il fatto di essere tornati in presenza e di essere valutati soltanto, come se nulla fosse stato, sottoposti a verifiche continue, quando in realtà andrebbe fatto un altro tipo di valutazione". Che parta da loro, per tornare a loro.
Tornare per i voti? - È andata diversamente. Se la prima volta è una sorpresa, la seconda è un macigno. Emersi dal doppio anno pandemico, doppia stagione di lezioni via zoom, mattinate davanti ad adulti che parlano dentro a uno schermo, migliaia di studenti italiani hanno terminato l'anno scolastico con un ritorno in presenza che sembrava segnato troppo spesso da una sola richiesta: verifiche, verifiche, verifiche. Priorità ai voti. "Lo temevo, e così è stato. Alcune scuole hanno capito l'importanza del rientro in presenza degli alunni. Altre hanno imbastito invece settimane di compiti in classe e interrogazioni a raffica. Non è questione di dibattere sull'opportunità o meno di bocciare in un anno così, ma di ricordarsi qual è il ruolo dell'istruzione. Se è una raccolta punti in vista del binomio promozione/bocciature, oppure se è un impegno per ascoltare e far crescere le competenze. Le competenze, più che le conoscenze".
Matteo Lancini è uno psicologo, psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro e membro del gruppo di lavoro sulla dispersione scolastica della Regione Lombardia. E ha un'idea chiara: "In questi giorni di scrutini finali, verso la chiusura dell'anno l'8 giugno, tutti gli insegnanti dovrebbero ricordarsi cos'è una scuola inclusiva. E non gettarsi a recuperare un'autorevolezza perduta aggrappandosi a voti e bocciature, che mortificano i ragazzi e vanno ad aumentare le incertezze di quei due milioni e 400mila giovani che in Italia non risultano integrati né in un percorso formativo né lavorativo". Anche perché quell'autorevolezza di cui alcuni professori hanno nostalgia, dice Lancini, non è stata persa per un aumento indiscriminato di irriverenza casuale, quanto per i paradossi con cui gli adulti impongono ai ragazzi regole che nemmeno loro rispettano. "L'esempio principe per me è il cellulare. Gli unici che dovrebbero spegnerlo, nella nostra società, sono gli adolescenti. Per gli adulti è normale usarlo per ore, se lo fanno i ragazzi diventa dipendenza. Forse allora dovremmo partire da educare gli adulti, prima di parlare di internet come del male assoluto, e poi da un giorno all'altro obbligare i giovani ad accendere la telecamera nell'intimità della loro stanza per la videolezione". Insomma, "gli adulti perdono autorevolezza quando ripetono interventi stereotipati anziché insegnare a muoversi nella realtà contemporanea".
Territori e complessità - Da una parte quindi ci sono i fondamenti dell'esercizio di cittadinanza - socialità, capacità di esprimersi e capire, conoscere la storia - dall'altra la necessità di innovare gli insegnamenti per ascoltare di più le predisposizioni dei singoli ragazzi, i loro desideri. Se per questo obiettivo c'è ancora molta strada da fare, per il primo, anche. Secondo gli ultimi risultati Invalsi - che risalgono alle prove del 2019, l'anno scorso i test sono saltati, mentre a luglio usciranno gli esiti delle rilevazioni di quest'anno - in una regione come il Piemonte il 31 per cento degli studenti non raggiunge, in terza media, il livello base di italiano. Per matematica è il 35 per cento. Guardando al domani, le prospettive si allargano e distanziano ancora di più: fra i ragazzi dei licei l'11 per cento arriva al diploma con un italiano zoppicante secondo le griglie Invalsi, fra gli studenti dei professionali è il 54 per cento. Uno su due. A notare questi dati approfondendo i numeri della dispersione scolastica di Torino e dintorno è Luisa Donato, ricercatrice di Ires Piemonte, che ricorda come il problema dell'abbandono non sia drammatico solo nel Sud Italia, ma anche al Nord, soprattutto nella differenza fra centri e periferie.
Un esempio? "Gli Elet (Early leavers from education and training), nel 2020 il Piemonte saliranno al 12% rispetto al 10,8 del 2019, dopo esser diminuiti costantemente negli ultimi 15 anni", riflette Donato: "Considerando che l'obiettivo stabilito dalla strategia Europa 2020 è di uno su dieci, il Piemonte, già prima della pandemia, era in una situazione che definiamo di "oscillazione". Significa che resta una parte di giovani fra i 18 e i 24 anni, con al massimo il titolo di licenza media e non più in formazione o in percorsi di istruzione, che andrebbe intercettata con interventi il più possibile precoci.
La Regione Piemonte sta provando a intervenire con un servizio di orientamento regionale. In questi due anni di scuola non in presenza, o alternata tra presenza e distanza, il numero di ragazzi e ragazze che si sono rivolti al servizio, per un supporto nella scelta dell'indirizzo di studi nel primo biennio delle superiori, è stato elevato. Questa è un'antenna sul territorio che fa capire il disagio dei giovani adolescenti nel vivere una situazione straordinaria che ha generato dubbi e insicurezze limitando di fatto anche il confronto tra pari, indispensabile nell'età in cui cambiano i gruppi di riferimento". Non solo. I dati mostrano un altro elemento: nelle province di Asti e di Alessandria la media degli abbandoni è più alta, arriva al 16 per cento, e in aumento rispetto a prima. "In genere la dispersione è sempre stata più elevata in quei contesti territoriali in cui i giovani avevano maggiori opportunità di entrare nel mercato del lavoro", riflette Donato. "Tuttavia, il sistema si fa sempre più complesso. Il lavoro diminuisce, in particolare per i più giovani, e cresce l'eterogeneità della popolazione. La presenza di persone con maggiori fragilità o difficoltà incide sui livelli di dispersione - persone con status socioeconomico basso e di origine straniera. Se anche nelle altre regioni italiane fossero disponibili dati disaggregati a livello territoriale inferiore alla regione, emergerebbe che non tutti i territori vanno alla stessa velocità né nella stessa direzione".
Il terzo salto - Orientamento, territorio, conoscenza. Pierpaolo Triani è professore ordinario di Pedagogia all'università Cattolica di Milano. Un mese fa ha commentato i risultati di una ricerca della consulta studentesca di Piacenza sull'impatto dell'orientamento nel prevenire (o causare) derive di abbandono scolastico. Fra gli studenti intervistati per il progetto "due su dieci hanno dichiarato di non essere particolarmente contenti del proprio percorso di studi, e quattro su dieci che l'orientamento in terza media non è stato utile".
"Per quanto concentrate soprattutto fra licei - quando la dispersione, sappiamo, è un problema che si aggrava soprattutto a cavallo del primo biennio negli istituti tecnici e professionali - sono risposte che evidenziano come l'azione di orientamento in terza media sia importantissimo per contrastare la dispersione. Dovrebbe essere però un coinvolgimento pratico, un modo per sperimentare sul campo attitudini e interessi, non solo valutando gli aspetti cognitivi, dando informazioni astratte, ma permettendo ai ragazzi di sperimentarsi, rispetto al loro futuro. L'esperienza concreta potrebbe aiutarli a capire meglio interessi e attitudini". Il passaggio fra la terza media e le superiori è quindi un ponte cruciale e delicato. "Ma è anche il momento in cui le direzioni si polverizzano, perché dopo il passaggio da elementari a medie che avviene nello stesso contesto urbano, o addirittura nello stesso istituto comprensivo, ci si trova a partire per una classe che si trova anche a 40 chilometri di distanza", spiega Triani.
Il problema non dovrebbero essere però i chilometri: "non è semplice organizzare un lavoro di rete che permetta di seguire le situazioni più difficili, o fragili, ma è necessario. Creando subito un legame fra scuola di partenza e d'accoglienza si può intervenire prima, e meglio, personalizzando l'azione didattica. Non basta sapersi approcciare, come molti insegnanti alle professionali già fanno, bisogna agire subito per fermare la deriva". Anche Triani condivide il timore di Del Bene: "Nei prossimi anni avremo i segnali statistici di quanto stiamo vivendo in questi mesi". Bisogna iniziare a prevenire. Irrobustendo le risorse migliori dei ragazzi, e dei territori dove vivono. Per una nuova presenza.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 6 giugno 2021
Dopo la decisione del presidente americano Joe Biden di porre fine alla ventennale missione militare in Afghanistan entro il prossimo 11 settembre, i taleban sono convinti di poterlo riconquistare in fretta e questa volta è la Cina a temere di più l'instabilità cronica della nazione che ingoia gli imperi. Stati Uniti e Nato lasciano l'Afghanistan, i taleban sono convinti di poterlo riconquistare in fretta e questa volta è la Cina a temere di più l'instabilità cronica della nazione che ingoia gli imperi.
È la decisione del presidente americano Joe Biden di porre fine alla ventennale missione militare in Afghanistan entro il prossimo 11 settembre - anniversario degli attacchi di Al Qaeda contro Washington e New York nel 2001 - a riproporre lo scenario di Kabul genesi e teatro di nuovi temibili conflitti. Il passo di Biden ha innescato un ritiro accelerato delle rimanenti truppe Usa e Nato, italiani inclusi, e quando l'ultimo reparto avrà lasciato l'Afghanistan - forse già il 4 luglio - la sorte del governo guidato da Ashraf Ghani dipenderà solo e unicamente da un esercito di 300 mila effettivi addestrato e armato dalla Nato. Sulla carta è una forza militare che non ha rivali locali in grado di sfidarlo e, inoltre, può contare sul sostegno di una popolazione - per tre quarti sotto i 30 anni - in gran parte nata e cresciuta dopo la caduta del regime medievale dei talebani del Mullah Omar nell'ottobre del 2001.
Ma la verità sul terreno, come ammette l'inviato Usa Ross Wilson, è che "i gruppi jihadisti rimangono una potente forza in Afghanistan" come conferma il fatto che i taleban, sostenuti da ciò che resta di Al Qaeda, assediano la città di Kandahar e controllano vaste aree di territorio. Per non parlare del sanguinario Stato Islamico (Isis), con la roccaforte a Nangarhar, autore del recente feroce assalto a una scuola femminile nonché intenzionato a conquistare Kabul per far risorgere in tempo record "l'Emirato della Jihad" crollato nel 2017 a Raqqa e Mosul.
La previsione de "l'Afghanistan Study Group" del Congresso Usa è che i taleban - autori di continui attacchi contro civili e militari afghani - possano rientrare a Kabul in un periodo compreso "fra 18 mesi e 36 mesi", polverizzando uno Stato musulmano moderno il cui maggior risultato è stato garantire l'istruzione pubblica alle donne. Come riassume Kenneth McKenzie, capo del CentCom del Pentagono, "l'esercito afghano senza il sostegno Usa è destinato al sicuro collasso".
Ciò significa che i mujaheddin jihadisti dopo aver obbligato l'Urss ad abbandonare l'Afghanistan nel 1989 oggi possono parlare di una nuova "vittoria" davanti alla conclusione della più lunga guerra della Nato, pur non avendo mai potuto sfidarla militarmente sul terreno. Ai loro occhi si tratta della riaffermazione della validità del pensiero di Osama bin Laden sulla superiorità jihadista nei confronti dell'Occidente "perché voi avete gli orologi - come disse in un'intervista - e noi il tempo".
Bin Laden è stato eliminato dalle truppe speciali Usa ad Abbottabad, Pakistan, nel 2011 e del suo network di morte resta assai poco ma quanto sta maturando a Kabul consente ad Al Qaeda di sognare il riscatto. Anche perché sul lato pakistano del confine i miliziani del "Tehreek-e-Taliban" restano pericolosi. Per questo l'ex Segretario di Stato Hillary Clinton teme "enormi conseguenze" dal ritiro Usa ovvero "la ripresa delle attività dei terroristi islamici" e "una nuova guerra civile con milioni di profughi afghani in fuga". Anche Condoleezza Rice, consigliere nazionale di George W. Bush quando decise l'intervento, vede il rischio del "ritorno del terrorismo" perché i taleban oltre a rivendicare come "una vittoria" il ritiro della Nato si affretteranno a ricostruire il network che partorì il piano per l'attacco all'America. Ciò significa che i gruppi jihadisti, le cui roccaforti sono oggi nel Sahel, in Somalia e Yemen, potrebbero presto tornare a insediarsi sulle montagne afghane.
È uno scenario da brividi che la Casa Bianca prova a esorcizzare esprimendo fiducia nella capacità del nuovo Stato afghano di "stare in piedi da solo" ma i taleban già pregustano la vittoria sul "più arrogante degli imperi" come lo definisce il loro vice comandante, Sirajuddin Haqqani. E al loro fianco hanno il tacito avallo dei militari di Islamabad, che non hanno mai cessato di foraggiarli. Pechino guarda tutto ciò con un misto di interesse e preoccupazione: da un lato è infatti l'alleato chiave di Islamabad in Asia - contro il rivale di New Delhi - ma al tempo stesso teme che l'Afghanistan jihadista possa sfuggire ancora una volta di mano e destabilizzare il confinante Xinjiang, la provincia cinese a maggioranza musulmana dove vogliono insediarsi le cellule separatiste del "Movimento islamico del Turkestan Orientale".
La Cina ha già iniziato a operare in Afghanistan, con il ministro degli Esteri Wang Yi, triangolando con il Pakistan per trasformare Kabul in un tassello della nuova Via della Seta - la "Belt and Road Initiative" - destinata a unire il mercato di Pechino con l'Europa Occidentale attraverso l'Asia centrale. È difficile prevedere se Pechino riuscirà a imporre la propria influenza economica o dovrà difendersi dalle infiltrazioni jihadiste attraverso il corridoio di Wakhan - creato nel 1893 per segnare il confine fra impero russo e impero britannico - ma il bivio fra questi scenari lascia intendere la pericolosità della partita che sta per aprirsi. Come se non bastasse c'è anche l'ombra di Recep Tayyip Erdogan che si staglia sul ritiro della Nato. Ankara ha siglato con l'Alleanza un accordo che la trasforma nel gestore dell'aeroporto internazionale di Kabul, considera l'Afghanistan un tassello dell'Asia Centrale a cui è legata da radici antiche e punta a farlo entrare nel "Consiglio turkico" creato nel 2009 su iniziativa del presidente kazako Nursultan Nazarbajev per riunire tutte le nazioni asiatiche con legami culturali ed economici con la Turchia ovvero Uzbekistan, Azerbaijan, Kyrgyzstan e lo stesso Kazakistan.
La recente campagna militare azera vinta in Nagorno Karabakh contro l'Armenia grazie agli armamenti turchi ha dimostrato con quanta determinazione Erdogan vuole consolidare l'influenza neo-ottomana in Asia Centrale. E proprio i legami con le tribù uzbeke e tagike - presenti nel settentrione afghano - lo trasformano nel più importante partner della possibile riedizione de "l'Alleanza del Nord" che si opponeva ai taleban anche nel 2001 e sostenne l'intervento Usa deciso dal presidente Bush.
Ciò significa che se i talebani, di etnia pashtun, andranno verso il Pakistan (e Pechino), tagiki e uzbeki potrebbero invece guardare ad Ankara, impegnata nell'ambizioso tentativo di trasformare l'Asia Centrale in una sua regione cuscinetto fra Cina e Russia. Con la maggioranza etnica Hazara stretta nel mezzo. Come se non bastasse, il ritiro Usa e Nato da Kabul spinge l'India di Modi a tornare ad accendere i fari sull'Afghanistan per ostacolare in ogni modo Islamabad, senza dimenticare l'Iran degli ayatollah intenzionato a riprendere il controllo delle porose regioni ai propri instabili confini orientali. Ce ne è abbastanza per dedurre che Kabul sta per tornare, ancora una volta nella storia, a scuotere il mondo.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 6 giugno 2021
L'Italia è il Paese delle favole al contrario. Dove l'integrazione è una bella storia che dura quanto quei mappamondi di cartoncino appesi nei corridoi delle scuole elementari, in cui bambini di tutte le razze si tengono armoniosamente per mano. La bella storia che le mamme dei bimbi adottati raccontano ai loro figli africani, indiani, cambogiani: "Questo è il tuo Paese, tu sei italiano, la pelle non conta, siamo tutti uguali". È la bella storia, ancora, che le madri immigrate raccontano ai lori figli di seconda generazione: "Sei nato qui, avrai diritti, sicurezza, cittadinanza". Poi, alle soglie dell'adolescenza, invece, quella bella favola va in pezzi, il finale si rivela una beffa amara, perché il ragazzino nato o ri-nato in Italia, scopre che la sua pelle nera non è più "esotica", i suoi ricci afro non più una lanugine da accarezzare con curiosità e condiscendenza "bianca", ma vuol dire, anche, razzismo, discriminazione, scherno, aggressione fisica, mancanza di diritti. La pelle diventerà quel diaframma che in un Paese sempre più torvamente ripiegato su stesso, grazie alla mitologia salviniana dei porti chiusi e della caccia agli immigrati, gli si imprime addosso come un tatuaggio di diversità.
E nei più fragili è allora che qualcosa s'incrina, come in Seid Visin, che ce l'aveva messa tutta per trovare un posto in questa Italia in cui era stato trapiantato, (perché l'adozione è un espianto e poi un trapianto) il calcio, la musica, gli amici, poi, invece, a 20 anni ha mollato, addio, vi lascio, muoio, ciao mondo. Il disvelamento amaro di scoprirsi stranieri e indesiderati, anzi detestati, quando invece si è stati bambini amati e integrati, Seid lo aveva descritto in una drammatica lettera di due anni fa, raccontando lo choc di ritrovarsi oggetto di razzismo, lui, non un immigrato, "ma adottato quando ero piccolo". "Prima di questo grande flusso migratorio ricordo che tutti mi amavano. Ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità". Eccola la beffa, la favola che si capovolge in inganno. È quello che accade anche ai figli di seconda generazione in un Paese che rifiuta lo Ius soli, ragazzi che non hanno alle spalle lo sradicamento dell'adozione, ma di certo la difficoltà di vivere a cavallo di più culture. A diciotto anni, mentre i loro coetanei si avviano sicuri nell'età adulta, loro si scoprono cittadini di serie B: niente voto, niente accesso ai concorsi, niente eguaglianza.
La lettera di Seid, giovane promessa del calcio, è del 2019. Dentro un incolmabile lutto, davanti al corpo del loro ragazzo che veniva dall'Etiopia, i genitori dicono che non è stato il razzismo ad aver spinto Seid a salutare la vita. Bisogna ascoltarli, in silenzio, forse le ferite erano (anche) altre, nessuno sa, nessuno può dire. Il suicidio è un mistero doloroso. Però quella lettera di Seid è comunque un urlo di rabbia e sbatte davanti ai nostri occhi una verità tremenda: non appena un bambino o una bambina con la pelle scura entra nell'età adulta, viene visto come un pericolo, diventa un nemico.
Gli sguardi della gente si trasformano in lame di disprezzo, così almeno li sentiva Seid. Bastano una felpa e un paio di jeans stracciati come vuole la moda perché l'adolescente "non bianco", adottato o straniero di seconda generazione, venga fermato per primo in un gruppo di compagni, perquisito senza motivo, guardato con sospetto in un supermarket. Chi ha la pelle nera sa che il poliziotto prima ancora dei documenti chiederà: "Hai il permesso di soggiorno?".
Come non fosse ancora ipotizzabile che ci siano italiani con una pelle scura o gli occhi a mandorla. E quel milione e trecentomila ragazzi di origine straniera nati qui? Invece basta una minigonna perché a una ragazza "non nera", che passeggia con coetanee vestite esattamente nello stesso modo, vengano fatte a lei e soltanto a lei proposte offensive e volgarmente sessiste. Seid raccontava l'angoscia di aver creduto di essere italiano e di aver visto, negli occhi degli altri, invece, "un immigrato" con la pelle black, da espellere, da perseguitare. Quanto ci devono far pensare le parole di Seid, verso i nostri figli adottati, verso i nostri figli seconda generazione. Verso tutti quei ragazzi che sbarcano a Lampedusa con la speranza nel cuore e noi non siamo capaci di accogliere.
bergamonews.it, 6 giugno 2021
Dal 2006 la Gamec - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo ha intrecciato una preziosa e solida relazione con la Casa Circondariale di Bergamo in nome di un'educazione al patrimonio in grado di abbattere confini che ha visto, di anno in anno, la collaborazione di associazioni e di privati cittadini. Quest'anno l'Associazione Homo, che si propone il sostentamento di attività di promozione umana, ha supportato il progetto Individually Together, ispirato all'omonimo disegno dell'artista rumeno Dan Perjovschi esposto lo scorso autunno nella mostra "Ti Bergamo. Una comunità", a cura di Valentina Gervasoni e Lorenzo Giusti.
Attorno all'esposizione, che raccontava visivamente la storia di una città che si è riscoperta comunità, si è articolato il progetto di quest'anno: l'educatrice museale Marta Begna ha lavorato, in presenza, con i detenuti della sezione penale del carcere di Bergamo, arrivando a costruire case di carta ispirate all'opera di Perjovschi realizzate con pagine di giornale sbiancate - riferite al film "I am not legend" di Andrea Mastrovito - al cui interno si scorgono fotografie di luoghi d'affezione. Le immagini sono state procurate mediante Google Street View da studentesse e studenti della classe IV F dell'ITCTS Vittorio Emanuele II di Bergamo, a loro volta seguiti dall'educatrice museale Sabrina Tomasoni in un percorso di formazione che prevedeva la presentazione della mostra ad altri istituti scolastici.
Le restrizioni legate all'emergenza sanitaria non hanno però consentito lo sviluppo di questa parte di progetto in presenza, e così le visite pensate per essere condotte nelle sale della mostra hanno preso forma in un video realizzato in modalità di didattica a distanza, già disponibile sul sito della Gamec e fruibile in museo tramite QR code.
Terzo anello di questa progettualità è stato il coinvolgimento di Maria Grazia Panigada, Direttrice della stagione di prosa del Teatro Donizetti, qui in veste di esperta di "Patrimonio di Storie", un gruppo di lavoro che ha messo a punto un metodo di educazione al patrimonio attraverso la narrazione.
Panigada ha aiutato studentesse, studenti e detenuti a comporre narrazioni legate alle opere esposte, in un'operazione corale che ha dato vita a una comunità in cui i partecipanti al percorso, così distanti ma al contempo così vicini, si sono confrontati attraverso l'arte e la parola. L'esposizione allestita dal 7 al 20 giugno presso il Bookshop della GAMEC presenterà le dieci Case di Carta realizzate dai detenuti, accompagnate da un piccolo catalogo, gratuito, che racconta il senso degli elaborati e illustra alcune delle opere di "Ti Bergamo. Una comunità", attraverso le narrazioni di detenuti e studenti.
La restituzione del progetto alla città si completa di presenze e appuntamenti importanti: per tutto il periodo dell'esposizione, due detenuti in permesso ex art. 21 racconteranno ai visitatori lo sviluppo di Individually Together; il video di presentazione di Ti Bergamo. Una comunità, a cura della IV F, consentirà di ricordare o di attivare un nuovo punto di vista sulla mostra che ha ispirato il progetto.
Inoltre, martedì 8 giugno sei detenuti visiteranno la mostra Regina. Della scultura, quale riconoscimento del valore dell'esperienza culturale per il cammino di reinserimento dei detenuti nella comunità, già sperimentata nel 2019 con la visita alla mostra Libera. Tra Warhol, Vedova e Christo. L'esposizione, inoltre, includerà dal 14 giugno il video del giornalista e videomaker Davide Cavalleri, che ha documentato il valore dell'educazione al patrimonio in un luogo di detenzione. Anche questo video sarà disponibile sul sito della GAMeC e fruibile in museo tramite QR code.
La mostra sarà accessibile nei seguenti giorni e orari: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 15:00 alle 20:00 sabato e domenica: dalle 10:00 alle 18:00.
di Ferdinando Cotugno
Il Domani, 6 giugno 2021
Una grande iniziativa giudiziaria modellata su quelle di Olanda e Germania vuole imporre tagli alle emissioni molto più radicali di quelli previsti dal Pnrr. Il piano green del governo Draghi è il più timido d'Europa.
La credibilità ecologica del governo Draghi è già in crisi. Una serie di report indica che il Pnrr è molto fiacco sul fronte ambientale. Da ieri, Giornata mondiale per l'ambiente, l'Italia ha il suo primo contenzioso climatico. Non è un'iniziativa simbolica, una di quelle cose lanciate per fare sensibilizzazione o semplice rappresentanza, ma una concreta via giuridica e politica per stanare le istituzioni, come dimostrano i casi francese, tedesco, olandese.
Un gruppo di 203 soggetti tra associazioni e cittadini, coordinati dalla Onlus A Sud, ha citato in giudizio lo stato italiano per la sua lentezza nell'intervenire sull'emergenza climatica. Ci sono i Fridays for future, c'è la Società meteorologica italiana guidata da un personaggio noto e moderato come Luca Mercalli, ci sono anche 17 minorenni. La causa è stata presentata al tribunale civile di Roma, lo stato dovrà costituirsi in giudizio con l'avvocatura generale, la prima udienza è fissata per il 4 novembre. Questi i dettagli legali, poi c'è la sostanza politica. L'iniziativa si chiama Giudizio Universale, è frutto del lavoro di tre anni ma arriva proprio mentre la credibilità ecologica del governo di Mario Draghi è già entrata in crisi, dopo l'ondata di critiche a un Pnrr fiacco dal punto di vista ambientale, l'antologia di report che da ogni fronte ne sottolineano vuoti e mancanze ("il peggior piano europeo sul clima", secondo il Green recovery tracker) e perfino i rimbrotti pubblici a mezzo intervista di John Kerry al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e alle sue mappe di gasdotti.
Lo stato sa e non agisce - Il presupposto giuridico del ragionamento dietro Giudizio Universale è questo: le istituzioni italiane continuano a tirarsi indietro rispetto all'azione climatica, pur essendo a conoscenza della drammaticità dell'emergenza. Nel dossier ci sono i numeri del centro studi Cimate Analytics, ma anche quasi due decenni di dichiarazioni e atti di indirizzo del parlamento, ci sono i rapporti di enti pubblici come Ispra sulla specifica vulnerabilità dell'Italia. Quello tra economia, clima e diritti è un collegamento che secondo l'avvocato del team legale Luca Saltalamacchia "viene accettato e rimarcato dallo stato italiano", che però da un lato annuncia in ogni sede possibile scenari di crisi e dall'altro si comporta, di governo in governo, come se quella crisi non esistesse. Dentro l'invocazione verso la responsabilità dello stato c'è una denuncia nei confronti della politica. Al di là dei presupposti legali, è il contesto europeo la vera forza di Giudizio Universale.
Il 29 aprile la Corte costituzionale tedesca ha dato ragione a un gruppo di cittadini e attivisti: la legge sul clima del governo violava i diritti delle generazioni future. È stato un terremoto, Angela Merkel ha messo di corsa in cantiere una nuova legge, più incisiva. Prima c'erano state le storiche vittorie in Francia e soprattutto Paesi Bassi, primo paese arrivato a sentenza in una causa del genere, anche qui a favore degli ambientalisti. La fondazione Urgenda, che aveva promosso la causa olandese, ha fatto da tutor all'iniziativa italiana. Nel contesto c'è anche un'altra vittoria epocale, quella degli ambientalisti contro il piano di Shell, corretto al rialzo dalla una corte dell'Aia. I tribunali stanno diventando uno spazio di azione climatica e da ieri tocca a quelli italiani, con lo stato che si troverà nella scomoda posizione di dover difendere le ragioni della lentezza o di provare a spacciarla per rapidità.
Soluzione radicale - La causa non prevede un risarcimento dallo stato, ma chiede al giudice di dichiararlo inadempiente e di imporgli una riduzione delle emissioni molto più radicale di quella in atto. L'obiettivo di Giudizio Universale è un taglio del 92 per cento rispetto ai livelli del 1990, da raggiungere entro il 2030, cioè tra nove anni e mezzo. Se il contenuto della richiesta è quasi uno sparo alla luna, la strategia delle cause legali ha dimostrato negli ultimi anni di essere una via concreta per smuovere il sistema. Il problema, però, è che qui parliamo dei tribunali italiani: Giudizio Universale affida una richiesta in cui il fattore tempo è tutto alla giustizia più lenta d'Europa.
"Ci aspettiamo che il giudizio in primo grado termini dopo due o tre anni, altri due se viene fatto appello, il ricorso per Cassazione può prendersi fino a quattro anni", conferma Saltalamacchia. È una visione più pessimista anche dei sette anni e tre mesi per una causa civile in Italia, secondo i dati del Consiglio d'Europa, un altro mondo rispetto ai due anni e quattro mesi tedeschi e i tre anni francesi. Si arriverebbe a una sentenza definitiva non prima del 2028, a due anni dalla soglia del 2030 e, ironicamente, dopo la fine del conteggio del climate clock che da due giorni è davanti al ministero della Transizione ecologica, sei anni e sette mesi per contenere l'aumento della temperatura entro i termini dell'Accordo di Parigi.
Insomma, in un paese come l'Italia la via giuridica al clima ha più senso come strumento di pressione politica che per i suoi esiti legali in senso stretto, i quali rischiano di arrivare quando ogni finestra di intervento sarà chiusa. Tra i firmatari mancano le tre associazioni più importanti, Legambiente, Wwf e Greenpeace, che lasciano filtrare vicinanza, sostegno e supporto ma hanno scelto strade diverse. È interessante la lettura di Greenpeace, per bocca del direttore Giuseppe Onufrio: "In Italia la politica dipende da alcune grandi aziende, è qui che la trasformazione trova resistenze e lo vediamo nel Recovery plan, al quale mancano solo nomi e cognomi per essere cucito su misura per loro".
Greenpeace è reduce dalla grande vittoria contro Shell in Olanda, "una causa che stiamo studiando da vicino anche in un'ottica italiana". Non lo si può ancora dire, ma presto potrebbe toccare ad Eni un processo sulla scia di quello olandese. "In ogni caso siamo complementari a Giudizio Universale, sono due strade diverse per gli stessi obiettivi".
Ristretti Orizzonti, 6 giugno 2021
Aiutare i detenuti nel percorso riabilitativo attraverso la costruzione di un rapporto affettivo con i cani. Aiutare i detenuti nel loro percorso di recupero e imparare un nuovo mestiere per il futuro. Questi gli obiettivi dell'innovativo progetto "Qua la zampa", fortemente voluto dal Direttore della Casa Circondariale di Pavia Stefania D'Agostino, dal direttore generale di ATS Pavia Mara Azzi e dall'ex garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier, in collaborazione con la Scuola Cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
Presentato questa mattina presso la Casa Circondariale Torre del Gallo di Pavia, il progetto ha permesso la costruzione, nell'area dell'intercinta esterna dell'Istituto, di uno spazio di accoglienza stabile di due cani provenienti dal canile di Voghera e l'attivazione di un percorso di educazione cinofila per i detenuti, finalizzata all'ottenimento di un patentino di educatore.
Gli istruttori della scuola cinofila sono responsabili del percorso educativo che prevede un impegno quotidiano da parte dei detenuti nella cura ed educazione dei cani, mentre le cure veterinarie sono garantite dall'Area Veterinaria di ATS Pavia guidata dalla Dott.ssa Gabriella Gagnone.
Attualmente sono tre i detenuti che si occupano quotidianamente dei cani, e che frequentano regolarmente il corso di educatore cinofilo, usufruendo di un percorso in borsa lavoro. Le competenze che acquisiranno durante il corso offriranno loro un'opportunità di impiego dopo la scarcerazione.
Il progetto è finanziato da Fondazione Banca del Monte di Pavia e Fondazione UBI di Milano e promosso dall'Associazione di volontariato Amici della Mongolfiera di Pavia, che da anni collabora con la Casa Circondariale Torre del Gallo, attivando laboratori interculturali e servizi di assistenza per detenuti stranieri.
figc.it, 6 giugno 2021
L'attività è stata presentata presso l'istituto penitenziario Piemontese alla presenza dello staff regionale SGS. Si è svolto il 4 giugno l'incontro di presentazione del progetto Zona Luce, l'iniziativa promossa dal Settore Giovanile e Scolastico della Figc e dalla Fondazione Scholas Occurrentes, presso il carcere minorile Ferrante Aporti di Torino.
L'iniziativa, che si colloca all'interno della macro area Rete Social Football della Federazione, si rivolge agli operatori di polizia penitenziaria e ai detenuti, con lo scopo di tutelare e rafforzare il valore educativo, morale e culturale del calcio attraverso un percorso per la formazione di istruttori sportivi, finalizzato a trasferire ai destinatari le necessarie competenze per poter proseguire un'attività nel mondo del calcio a fine pena.
Ad aprire l'incontro, al quale hanno partecipato i dodici ragazzi del carcere individuati dalla direzione per partecipare al progetto, due agenti di polizia penitenziaria, gli educatori dell'Associazione Essere Umani nelle figure di Luca Ferrero, Riccardo Viano e Stefano Tresso, il Coordinatore Regionale SGS del Piemonte e Valle d'Aosta Luciano Loparco e tutto lo Staff tecnico della Figc che svolgerà le attività pratiche con i ragazzi nei 10 incontri, la Dottoressa Picco, Direttore di Unità Operativa, che ha sottolineato l'importanza e gli ideali che l'hanno stimolata ad avviare questo progetto anche nella struttura torinese.
Successivamente è intervenuto l'educatore Stefano Tresso per la presentazione dell'Ente partner piemontese coinvolto citando la Figc e la Fondazione Scholas quali promotori dell'iniziativa. Luciano Loparco ha illustrato l'attività, esprimendo al meglio gli obbiettivi che si intendono perseguire e le opportunità future che questa iniziativa formativa può favorire.
Ha chiuso l'incontro Fabio Sacco, referente regionale delle attività sociali SGS, che ha interagito direttamente con i ragazzi descrivendo l'attività che verrà svolta sul campo e sottolineando l'importanza dell'insegnamento dei valori umani, prima ancora della gestualità tecnica calcistica. Contestualmente all'attività sportiva, è previsto un monitoraggio in termini di impatto dell'intero progetto, sia all'interno delle strutture carcerarie che eventualmente presso le società sportive del territorio in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Corriere della Calabria, 6 giugno 2021
L'ex terrorista rinchiuso nel penitenziario di Rossano denuncia le sue condizioni di detenzione: "Non posso incontrare neppure il cappellano". Cesare Battisti, l'ex terrorista che si trova in carcere nel penitenziario di Corigliano-Rossano ha nuovamente iniziato la sciopero della fame. La protesta è stata inscenata dal 2 giugno scorso e comunicata dallo stesso Battisti in una lettera aperta in cui denuncia di essere l'"unico detenuto qui non legato al "terrorismo islamico", ciò ha significato un isolamento totale di oltre 27 mesi, dei quali gli ultimi 8 senza mai esporsi alla luce solare diretta".
Il riferimento è alla circostanza che l'ex terrorista si ritrova ristretto nella sezione speciale del penitenziario dove si trovano detenuti che si sono macchiati di reati terroristici, in massima parte integralisti islamici. Tanto che Battista segnala che "in questo reparto nulla è predisposto per i detenuti che non condividono i costumi e la tradizione musulmana".
Ma non è l'unico limite denunciato dall'ex brigatista dell'area in cui si trova rinchiuso. "Questo è l'unico reparto a Rossano - scrive - sprovvisto perfino delle mattonelle e di servizi igienici decenti; dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone "antro ISIS" è tabù perfino per il Cappellano, il quale ha finora regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio".
Secondo quanto segnalato da Battisti, si troverebbe così ristretto in regime di fatto di carcere duro, nonostante, ricorda, la sentenza Corte d'Assise d'Appello di Milano, confermata poi in Cassazione, nel novembre 2019 avesse disposto il regime ordinario. Per queste ragioni l'ex terrorista aveva presentato istanza di trasferimento anche per avvicinarsi alla sua famiglia. Richiesta però poi respinta dall'amministrazione penitenziaria. Da qui l'amarezza e l'appello di Battisti.
"Avevo riposto la speranza in quest'ultima istanza di trasferimento - si legge nella lettera dell'ex terrorista - immaginando che, dopo oltre due anni in condizioni estreme, le autorità non infierissero oltre, considerata anche l'età è il precario stato di salute. Ma anche e soprattutto per aver mostrato grande disponibilità alla riconciliazione con quei settori della società che più hanno sofferto le conseguenze della lotta armata degli anni 70, con particolare riferimento alle famiglie di tutte le vittime".
"Ho trascorso 40 anni in esilio conducendo una vita di cittadino contribuente - conclude Battisti - perfettamente integrato alla società civile prezzo l'incessante attività professionale, il pacifico coinvolgimento nell'iniziativa culturale e nel volontariato, ovunque mi fosse stato offerto rifugio. Ricevendo anche encomi di portata internazionale".
cronachenuoresi.it, 6 giugno 2021
In Sardegna manca il Garante Regionale per i detenuti: un adempimento purtroppo disatteso sino ad oggi. Progetto per Nuoro ha sostenuto la raccolta firme promossa dall'Associazione radicale "Diritti alla follia" per sollecitare la Regione Sardegna a effettuare questa nomina come previsto dalla Legge regionale n° 7 del 2011. L'obiettivo di raccogliere, nell'arco di trenta giorni, cento firme a sostegno della petizione da discutere in Aula è stato abbondantemente superato. La mozione sottoscritta da oltre duecento cittadine e cittadini sarà depositata il 5 giugno e illustrata nel corso di una conferenza stampa che si terrà lunedì 7 giugno, alle ore 11:30, a Cagliari in viale Buoncammino (fronte ingresso ex carcere).
La Commissione Diritti civili di Progetto per Nuoro ha colto l'occasione della petizione per incontrare diverse figure, istituzionali e non, per conoscere la Casa Circondariale Badu 'e Carros e condividere con il territorio una realtà di cui poco o niente si parla. La struttura, nota anche come la "fortezza grigia", dagli anni 70 campeggia alla periferia sud della città. A lungo simbolo di malessere, teatro di efferati episodi, ma anche di importanti battaglie civili, è oggi inglobata e parte del paesaggio urbano del quartiere Badu 'e Carros, che negli ultimi anni ha conosciuto un processo di urbanizzazione molto spinto.
La Casa Circondariale, istituto di massima sicurezza con il regime di detenzione speciale cui venivano e vengono destinati detenuti particolarmente pericolosi per mafia o terrorismo, accoglie (rilevazione del 30/04/2021) circa 280 detenuti (di cui 13 stranieri), la maggior parte dei quali in regime di media e comune detenzione e un centinaio in regime di alta sicurezza. "Poco niente trapela sulle condizioni di vita dei detenuti, sullo stato delle strutture e dei servizi, sulle relazioni. Di certo sappiamo che il numero di agenti non è assolutamente adeguato a gestire in sicurezza la popolazione carceraria. Le organizzazioni sindacale denunciano un organico ridotto, condizioni e turni di lavoro massacranti, aggravatesi ulteriormente con l'apertura, nella ex sezione femminile ristrutturata, di una zona speciale.
L'emergenza Covid ha contribuito a inasprire una situazione già al collasso che potrebbe essere superata con l'assunzione di 15 nuovi sottufficiali, già previsti nella pianta organica" dicono gli esponenti del movimento non tralasciando il fatto che: "son presenti e molte attive delle figure che fungono da anello di congiunzione tra la realtà carceraria e la città e che per i detenuti costituiscono una finestra sul mondo esterno. A partire dalla Garante dei detenuti nominata dal sindaco Soddu, l'avvocata Giovanna Serra, che svolge un ruolo di garanzia, di osservazione, e di dialogo tra il carcere e i detenuti, vigila sulle condizioni detentive perché i luoghi di detenzione non siano privativi di tanti altri diritti soggettivi e perché non vengano mai meno la dignità della persona e il rispetto del dettato costituzionale".
Progetto per Nuoro ricorda anche il ruolo dei docenti che si occupano dei corsi scolastici per i detenuti e dei volontari che organizzano le attività ludiche e costituiscono una ventata di notizie dal mondo di fuori e imprescindibili scambi umani. Sono circa dieci, oltre alle sei dell'associazione "Sesta Opera", presente all'interno del carcere dai primi anni '80, che "in stretta collaborazione con la direzione carceraria presta assistenza e dà riposte ai bisogni pratici dei detenuti" dice una delle volontarie.
All'esterno c'è il lavoro importante svolto dalla cooperativa sociale "Ut Unum Sint", che fa capo a don Piero Borrotzu, mirato a favorire e promuovere inserimenti socio lavorativi presso Aziende agro pastorali, laboratori artigianali, accompagnando i beneficiari con azioni educative e di prevenzione. Vi sono inoltre tanti altri aspetti più o meno critici e controversi della Casa Circondariale, che sarebbe auspicabile affrontare in Consiglio Comunale, dando alla comunità del nuorese un bel segnale di presa in carico di una realtà complessa e restituendo visibilità ad un pezzo della città.
Come ricorda Antigone, l'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale: "Il carcere è parte del territorio su cui insiste; non è un corpo estraneo da rimuovere dalla vista e dalla coscienza. Occorre anzi che le amministrazioni locali tengano in considerazione la sua presenza nel territorio, avendo cura di adottare politiche e misure che possano aumentare le possibilità di comunicazione tra il fuori e il dentro".
di Sara Dellabella
L'Espresso, 6 giugno 2021
Per la giornata mondiale dell'ambiente gli attivisti portano il Paese in tribunale per inadempienza. Perché l'Italia è al sesto posto nel mondo per disastri ambientali. E non c'è più tempo da perdere.
Sono 203. E sono pronti a chiamare alla sbarra lo Stato Italiano per la prima grande causa collettiva sui cambiamenti climatici. I proponenti l'hanno chiamata "La causa del secolo" perché la scienza non ha dubbi: nel corso di questo secolo si giocano i destini del pianeta. L'iniziativa è promossa dalla campagna Giudizio Universale, coordinata dall'associazione A Sud, che raccoglie le adesioni di movimenti, enti e comitati come Fridays for Future, la Società Meteorologica Italiana, Medici per l'Ambiente, Terra!Onlus, Forum Italiano Movimento per l'Acqua e tanti altri.
Nella giornata che tutto il mondo dedica all'ambiente, il 5 giugno, i promotori si sono dati appuntamento a Montecitorio per presentare la causa avviata contro lo Stato e raccontare con un'iniziativa pubblica i contenuti degli atti depositati al tribunale civile di Roma. A spiegare l'iniziativa, in anteprima a L'Espresso, è Marica Di Pierri, attivista, portavoce di A Sud e curatrice del saggio "La causa del secolo" (edizioni Round Robin) che uscirà nello stesso giorno.
"Chiederemo al giudice di dichiarare che lo Stato italiano è responsabile di inadempienza nel contrasto all'emergenza climatica. Chiederemo che sia condannato a ridurre le emissioni moltiplicando gli sforzi attualmente in campo". La necessità di un'accelerazione riguarda tutti gli Stati, per questo quella delle azioni legali climatiche è una pratica che si sta ripetendo di Paese in Paese, sempre con lo stesso obiettivo: chiedere ai governi di cambiare marcia sui temi ambientali, perché non c'è più tempo da perdere.
Dal Pakistan all'Irlanda, dai Paesi Bassi alla Colombia, dal Canada alla Francia, Corti supreme e tribunali di tutto il mondo stanno convergendo rapidamente verso il riconoscimento di una giurisprudenza realmente universale, riportando gli Stati al dovere di "fare di più" per affrontare questa emergenza con lungimiranza e diligenza. Quello che gli attivisti chiedono sono azioni e non risarcimenti monetari. Le responsabilità sono tutte nei numeri, spiegano: se l'Italia continuasse al ritmo attuale, raggiungerebbe con cinque anni di anticipo il livello di emissioni (carbon budget) che si è impegnata a raggiungere nel 2030.
Eppure per la prima volta in Italia è stato istituito un ministero della Transizione ecologica. Una svolta green impressa dal governo Draghi che non convince fino in fondo però. "Siamo molto preoccupati che si tratti solo di un cambio di etichetta", spiega Di Pierri, "e invece siamo convinti che dovrebbe essere un'occasione anche per i fondi che sono stanziati nel Next Generation Eu. Per far partire una transizione serrata verso la decarbonizzazione definitiva del nostro Paese. Vediamo ancora provvedimenti che riguardano autorizzazioni estrattive che non sembrano andare nella direzione di fermare lo sfruttamento delle fonti energetiche fossili e di favorire un passaggio rapido e radicale a fonti energetiche di tipo rinnovabile. E poi ci sono quei 35,7 miliardi (calcolati da Legambiente nel 2020, n.d.r.) che spendiamo in "Sussidi Ambientalmente Dannosi"", incentivi che sostengono, direttamente o indirettamente lo sfruttamento di fonti energetiche fossili: petrolio, gas e carbone".
Siamo un Paese fragile dove il cambiamento climatico mostra ogni giorno i suoi effetti. Non è catastrofismo: è la cronaca che parla. Il territorio italiano è particolarmente esposto e l'aumento dei fenomeni climatici estremi presenta sempre più il conto in termini ambientali e di vite umane. Non c'è solo l'acqua alta di Venezia: inondazioni, trombe d'aria, frane hanno interessato negli ultimi dieci anni 507 comuni, con un bilancio di 251 morti. Nel 2018 ben 148 eventi hanno causato oltre 4500 sfollati e 32 vittime. Nel 2019 le vittime sono state 42, trascinate via da fiumi d'acqua o fango. A immaginarle sembrerebbero scene da terzo mondo e invece avvengono in uno degli stati più ricchi, appartenenti al G7: l'Italia. Secondo il Climate Risk Index 2020, il nostro paese si classifica al 28° posto per numero di morti causati dalle conseguenze di eventi climatici estremi (addirittura al sesto posto se calcoliamo gli ultimi 20 anni), mentre per le perdite economiche è all'ottavo posto per perdite in milioni di dollari. Lo stesso premier Mario Draghi, nel suo discorso programmatico, si è fatto carico di un pezzo del problema dichiarando che "l'innalzamento del livello dei mari potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili".
La deforestazione, la scarsità delle risorse idriche che vedono sempre più alcuni comuni costretti al contingentamento, l'innalzamento delle temperature e l'aumento dei fenomeni atmosferici estremi, nonché la crisi sanitaria che è legata alle tematiche ambientali, hanno portato gli attivisti a chiamare in causa lo Stato. E a lanciare un appello che ha raccolto 12mila firme e che è possibile firmare sul sito www.giudiziouniversale.eu. Lo scopo è sostenere la causa e spingere lo Stato Italiano ad agire per garantire il diritto umano al clima, una richiesta che trova il suo fondamento giuridico nella Convenzione Quadro delle Nazioni Unite che definisce "i cambiamenti climatici motivo di preoccupazione comune per il genere umano". La premessa è che senza stabilità climatica l'intero sistema dei diritti, dall'abitare all'acqua, è in pericolo. E per garantire la dignità umana non basta cambiare nome a un ministero, soprattutto ora che non c'è più tempo da perdere.
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