di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 27 aprile 2021
In tempi di paure da pandemia molti non riescono a occuparsi dei dolori altrui. A giudicare dalla previsione dei voti, si direbbe che una maggioranza di italiani sia cieca e sorda alle pene di chi scappa dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame a rischio della vita. Troppo spesso però questa cecità dipende soprattutto da ignoranza.
Orribile quello che è successo nel Mediterraneo. Centinaia di morti che nessuno ha voluto salvare. Uomini, donne, bambini morti soprattutto per ipotermia, come dimostra la foto di un uomo rimasto a galla ma senza vita. Mi viene in mente uno degli esperimenti che i nazisti facevano nei campi di sterminio: immergevano un giovane dentro l'acqua gelida per vedere quanto poteva resistere. Serviva per capire quanto tempo occorresse per salvare i loro aviatori caduti in mare. "La frequenza respiratoria e il battito cardiaco rallentano e infine sopraggiunge il coma". La sopravvivenza in acque fredde può andare dai 50 a 70 minuti. Dopo di che il cuore smette di battere. Entro un'ora più o meno si può ancora salvare un corpo in ipotermia avvolgendolo in coperte termiche, ma spesso il cervello e il sistema nervoso ne rimangono danneggiati. Basterebbero una debole conoscenza della storia e un poco di immaginazione per farci capire cosa voglia dire morire dentro acque fredde in una primavera che tarda a scaldarsi.
Ma in tempi di paure da pandemia molti non riescono a occuparsi dei dolori altrui. A giudicare dalla previsione dei voti, si direbbe che una maggioranza di italiani sia cieca e sorda alle pene di chi scappa dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame a rischio della vita. Troppo spesso però questa cecità dipende soprattutto da ignoranza. Giovani che non hanno letto, riflettuto, approfondito la memoria del recente passato. Giovani che alzano bandiere nere con teschi e coltelli incrociati, prendendo per eroismo un vago e romantico amor patrio basato su un analfabetismo politico.
Ho sentito un giornalista dichiarare alla radio che chi scrive per i quotidiani dovrebbe essere imparziale. Come se tutte le idee si equivalessero. Equivoco spesso ripetuto e affermato anche da esperti cronisti. Ma stiamo attenti a non confondere la buona regola di dare spazio alle opinioni di tutti, base della democrazia, col rifiuto di esprimere il proprio giudizio.
Chi difende i diritti civili, che sono universali, chi sostiene la libertà di pensiero, di parola e la sacralità del corpo umano non può essere considerato uguale a chi crede nella pena di morte, nelle guerre sante, nella tortura, nella repressione delle donne. Naturalmente le cose sono complicate e i confini fra l'una e l'altra posizione non stabili e fissi. Ma una cosa è certa: la chiarezza viene dalla conoscenza e la conoscenza è libertà.
notizieinitalia.it, 27 aprile 2021
La Corte Suprema ha accettato di valutare il ricorso presentato da uno dei pochi detenuti rimasti a Guantánamo, Abu Zabaida, per ottenere maggiori informazioni sui "black site" della Cia, in cui è stato detenuto e torturato dopo la sua cattura in Pakistan nel 2002 e prima del suo trasferimento nel centro di prigionia a Cuba nel 2006. La decisione della Corte, che ascolterà il caso il prossimo autunno, va contro il parere del governo americano che, pur avendo declassificato diverso materiale relativo a Zayn al-Abidin Muhammed Hussein, il nome di nascita del palestinese, aveva invocato il "segreto di stato" per non rispondere alle nuove richieste di informazioni da parte degli avvocati del detenuto, in particolare riguardo ai funzionari dell'intelligence straniere che hanno lavorato insieme agli agenti americani nella gestione delle prigioni segrete della Cia all'estero. In particolare, gli avvocati dei detenuti hanno chiesto un mandato di comparizione per interrogare due contractor della Cia, che hanno sviluppato le cosiddette "tecniche di interrogatorio", vere e proprie torture, che furono usate nelle prigioni segrete dalla Cia durante la guerra al terrorismo.
La richiesta degli avvocati di Zubaida, che nel 2014 ha vinto un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani che ha ordinato alla Polonia di pagargli 100mila euro di danni per aver detenuto per un anno il sospetto terrorista in una delle prigioni segrete della Cia sul suo territorio, era stata originariamente bocciata da Mike Pompeo, quando l'ex segretario di Stato era stato nominato, all'inizio della presidenza Trump direttore della Cia. Secondo il repubblicano la diffusione delle informazioni richieste avrebbe portato "gravi danni alla sicurezza nazionale", perché se costretta a rendere noti i propri partner la Cia "apparirebbe non in grado di mantenere riservati i suoi contatti segreti, e le relazioni con altre intelligence verrebbero messe a repentaglio".
Un giudice federale aveva poi appoggiato la posizione di Pompeo, ma la corte d'appello aveva detto che in realtà, le informazioni coperte dal segreto di stato potevano essere circoscritte, soprattutto alla luce del fatto che molta parte del caso di Zubaida è già nota al pubblico, chiedendo quindi che si dividesse il materiale top secret da quello che si poteva divulgare.
Descritto dal presidente Bush come "il capo delle operazioni di al Qaida" al momento della sua cattura nel 2002, in realtà Abu Zubaida alla fine è apparso all'intelligence americana avere un ruolo molto più ridotto, ed un rapporto della commissione Intelligence del Senato del 2014 ha stabilito che la Cia "ha esagerato in modo significativo" il ruolo che aveva all'interno di al Qaeda.
E sulla base di questa falsa premessa Zubaida che ora ha 50 anni, nel quattro anni di detenzione nelle prigioni segrete della Cia, è stato sottoposto ad una serie infinita di torture: di fronte ad una commissione militare a Guantánamo nel 2007, il detenuto ha detto che "i dottori mi hanno detto che sono morto quasi quattro volte" e di essere stato sottoposto 83 volte al waterboarding. I videotape dei suoi interrogatori sono fra quelli che sono stati distrutti dalla Cia nel 2005.
Avvenire, 27 aprile 2021
L'operatrice umanitaria Nazarin Zaghari-Ratcliffe partecipò, 12 anni fa a Londra, a una manifestazione per i diritti in Iran: giudicata colpevole di propaganda sovversiva. Ha appena scontato 5 anni per complotto anti Stato. "Crudele, disumana e del tutto ingiustificata". Il premier britannico Boris Johnson alza i toni sulla nuova condanna a un anno di carcere inflitta a Teheran contro la cittadina irano-britannica Nazanin Zaghari-Ratcliffe. Mentre parole identiche vengono pronunciate dal suo ministro degli Esteri, Dominic Raab, in una dichiarazione alla Camera dei Comuni. Amnesty International condanna a sua volta il verdetto dell'Iran e chiede a Londra di rispondere a tono.
Nazanin Zaghari-Ratcliffe, 42 anni, operatrice umanitaria è stata condannata a un anno di reclusione per propaganda sovversiva per avere partecipato, dodici anni fa a Londra, a una protesta per i diritti in Iran e avere rilasciato un'intervista all'emittente Bbc. Secondo il suo avvocato Hojjat Kermani, il giudice ha disposto anche che la donna - che ha la doppia cittadinanza irano-britannica - per un anno non potrà lasciare l'Iran.
Zaghari-Ratcliffe, che prima dell'arresto viveva con il marito e le figlie a Londra e lavorava per un'associazione caritatevole della Thomson Reuters Foundation, aveva già trascorso cinque anni in carcere con l'accusa di "complotto contro lo Stato". Da marzo 2020 le erano stati concessi i domiciliari, una misura volta a evitare rischi dopo l'inizio della pandemia di Covid-19. Solo pochi giorni fa aveva finito di scontare la condanna e le autorità le avevano anche rimosso il braccialetto elettronico alla caviglia. Poi, le nuove accuse, che riportano la donna in carcere.
Il marito della donna, Richard Ratcliff, ha più volte denunciato che l'operatrice umanitaria è una "pedina" nei giochi politici tra Teheran e Londra: il Regno Unito non avrebbe onorato una commessa militare risalente al 1979. I complessi rapporti tra l'Iran e i Paesi occidentali hanno spinto diversi analisti a intravedere nelle persone incarcerate o condannate una strategia di Teheran per fare pressione sui paesi alleati degli Stati Uniti. Tra questi figura il ricercatore irano-svedese Ahmadreza Djalali, da novembre nel braccio della morte, e per il quale una rete di organismi della società civile ha chiesto la cittadinanza italiana onoraria per via del suo lavoro svolto al Centro di ricerca in medicina d'emergenza e dei disastri (Crimedim), dipartimento dell'Università del Piemonte Orientale.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 27 aprile 2021
Il generale Scott Miller, comandante delle forze Usa e alleate in Afghanistan, ha annunciato il 25 aprile l'inizio del ritiro delle truppe straniere che, secondo quanto deciso dal presidente Biden, dovrebbe essere ultimato entro l'11 settembre. Gli Usa terminano così la guerra condotta per quasi vent'anni? Per capirlo, occorre anzitutto fare un bilancio dei risultati della guerra.
Il bilancio in vite umane è in gran parte inquantificabile: le "morti dirette" tra i militari Usa ammonterebbero a circa 2.500, e i feriti gravi a oltre 20.000. I contractor (i mercenari Usa) uccisi sarebbero circa 4.000, più un numero imprecisato di feriti. Le perdite tra i militari afghani ammonterebbero a circa 60.000. Le morti di civili sono di fatto incalcolabili: secondo le Nazioni Unite, sarebbero state circa 100.000 in soli dieci anni.
Impossibile determinare le "morti indirette" per povertà e malattie, provocate dalle conseguenze sociali ed economiche della guerra. Il bilancio economico è relativamente quantificabile. Per la guerra - documenta il New York Times in base ai dati elaborati dalla Brown University - gli Usa hanno speso oltre 2.000 miliardi di dollari, a cui se ne aggiungono oltre 500 per l'assistenza medica ai veterani. Le operazioni belliche sono costate 1.500 miliardi di dollari, ma l'ammontare esatto resta "opaco". L'addestramento e armamento delle forze governative afghane (oltre 300 mila uomini), sono costati 87 miliardi.
Per "l'aiuto economico e la ricostruzione" sono stati spesi 54 miliardi di dollari, in gran parte sprecati a causa della corruzione e inefficienza, per "costruire ospedali che non hanno curato nessun paziente e scuole che non hanno istruito nessun studente, e che talvolta neppure esistevano". Per la lotta alla droga sono stati spesi 10 miliardi di dollari, col seguente risultato: la superficie coltivata ad oppio è quadruplicata, tanto che è divenuta la principale attività economica dell'Afghanistan, il quale fornisce oggi l'80% dell'oppio prodotto illegalmente nel mondo.
Per finanziare la guerra in Afghanistan, gli Stati uniti si sono pesantemente indebitati: hanno dovuto quindi pagare finora, sempre con denaro pubblico, 500 miliardi di dollari, che nel 2023 saliranno a oltre 600. Inoltre, per i militari Usa che hanno riportato gravi ferite e disabilità nelle guerre in Afghanistan e Iraq, sono stati spesi finora 350 miliardi, che saliranno nei prossimi decenni a 1.000 miliardi, di cui oltre la metà per le conseguenze della guerra in Afghanistan.
Il bilancio politico-militare di questa guerra, che ha versato fiumi di sangue e bruciato enormi risorse, è catastrofico per gli Usa, salvo che per il complesso militare-industriale che ha realizzato con essa enormi profitti. "I talebani, divenuti sempre più forti, controllano o contendono gran parte del paese", scrive il New York Times.
A questo punto, il segretario di Stato Blinken e altri propongono che gli Stati uniti riconoscano ufficialmente e finanzino i talebani, poiché in tal modo "dopo aver preso il potere, parzialmente o pienamente, essi potrebbero governare meno duramente per ottenere il riconoscimento e il sostegno finanziario delle potenze mondiali".
Allo stesso tempo, riporta il New York Times, "il Pentagono, le agenzie spionistiche americane, e gli Alleati Occidentali stanno mettendo a punto piani per dispiegare nella regione una forza meno visibile ma ancora potente, comprendente droni, bombardieri a lungo raggio e reti spionistiche". Secondo l'ordine di Biden, riporta sempre il New York Times, gli Usa stanno ritirando i loro 2.500 soldati, "ma il Pentagono ha attualmente in Afghanistan circa 1.000 militari in più di quelli pubblicamente riconosciuti, appartenenti a forze speciali agli ordini sia del Pentagono che della Cia", cui si aggiungono oltre 16.000 contractor Usa che potrebbero essere usati per addestrare le forze governative afghane.
Scopo ufficiale del nuovo piano strategico è "impedire che l'Afghanistan riemerga quale base terroristica per minacciare gli Stati uniti". Scopo reale resta quello di 20 anni fa: avere una forte presenza militare in quest'area al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale, di primaria importanza strategica soprattutto verso Russia e Cina.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 27 aprile 2021
Il caso di Omar Radi e Soulaiman Raissouni, in prigione rispettivamente da otto e dieci mesi sulla base di post anonimi sui social e stampa diffamatoria. Sono in sciopero della fame: gli attivisti ne chiedono il rilascio urgente. "Tempi duri per la libertà di espressione e di stampa in Marocco, il re e il suo entourage hanno un serio problema con la libertà di informazione", ha di recente affermato lo storico franco-marocchino Maâti Monjib, rilasciato su cauzione a fine marzo, dopo tre mesi di detenzione preventiva per "riciclaggio di denaro" e 19 giorni di sciopero della fame.
Dallo scorso 14 aprile sono oltre 120 i giornalisti che hanno firmato una petizione in cui esprimono la loro "grande preoccupazione" per la sorte di Omar Radi e Soulaiman Raissouni, denunciando la "reiterata violazione della presunzione di innocenza" e "l'impunità di cui gode la stampa per diffamazione in Marocco".
Omar Radi e Soulaiman Raissouni, due giornalisti che si sono distinti per il loro attivismo e le loro critiche nei confronti del governo marocchino, hanno iniziato uno sciopero della fame, lo scorso 9 aprile, nella prigione di Oukacha a Casablanca, dove sono incarcerati in detenzione preventiva rispettivamente da otto e dieci mesi. Entrambi chiedono "un rilascio provvisorio e un processo equo", dopo che le loro udienze sono state continuamente rinviate dalla giustizia marocchina.
In queste settimane - l'ultima lo scorso sabato davanti al parlamento di Rabat - sono state organizzate numerose manifestazioni di sostegno da parte degli attivisti che richiedono la loro liberazione urgente "visto l'aggravarsi delle loro condizioni di salute". In un recente appello Human Rights Watch (Hrw), Amnesty International (Ai) e Reporters sans Frontières (Rsf) denunciano "numerose incarcerazioni di attivisti", spesso con l'utilizzo della "stampa diffamatoria" - pubblicazioni legate alle informazioni fornite dai servizi di sicurezza - che ultimamente hanno avuto un ruolo chiave per diffamare e incarcerare numerosi attivisti e giornalisti, attraverso informazioni relative a questioni morali, reali o presunte.
Soulaiman Raissouni, editorialista e redattore capo del quotidiano Akhbar Al Yaoum - quotidiano online recentemente chiuso per fallimento e spesso bersaglio delle autorità giudiziarie perché considerato una delle ultime roccaforti della stampa libera in Marocco - è stato infatti perseguito per "aggressione, violenza e rapimento di un uomo" nel 2018, a seguito di un post anonimo su Facebook. Omar Radi, giornalista noto per il suo attivismo riguardo a disuguaglianze, corruzione e violazioni dei diritti umani in Marocco, è stato arrestato il 29 luglio 2020, con accuse "di spionaggio e pericolo per la sicurezza dello Stato" (a causa di alcune ricerche sulla corruzione in Marocco condotte per ong internazionali) e "per stupro e violenza sessuale".
"Affermiamo il dovere imperativo di indagare attentamente sulle accuse di violenza sessuale e di ritenere responsabili gli autori - afferma la dichiarazione congiunta di Hrw, Ai e Rsf - Siamo però preoccupati che l'accusa nei confronti dei due giornalisti arrivi in un contesto in cui diversi politici, attivisti e giornalisti indipendenti sono stati arrestati, processati o incarcerati con accuse discutibili di violenza sessuale negli ultimi anni".
Anche associazioni come Attac-Maroc, l'Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh) e Khmissa, collettivo femminista marocchino che difende i diritti delle donne e le libertà politiche, hanno recentemente denunciato "la strumentalizzazione, da parte delle autorità marocchine, delle accuse di crimini sessuali, anche quando si tratta di rapporti consensuali, allo scopo di screditare o imprigionare i dissidenti".
Nel suo rapporto annuale, Amnesty denuncia l'utilizzo "della giustizia e di accuse diffamatorie per almeno una ventina di giornalisti e altrettanti attivisti e blogger" in questi ultimi due anni. Lo stesso report, inoltre, indica la continua violazione dei diritti umani e l'utilizzo della tortura, fisica e psicologica, nei confronti degli attivisti saharawi incarcerati nelle prigioni marocchine o di Nasser Zefzafi e Nabil Ahamjikdi, leader del movimento di protesta del Rif.
uniroma1.it, 27 aprile 2021
A cinque anni dall'arresto del ricercatore iraniano, la rete Scholars at Risk - SAR lancia un appello urgente per Ahmadreza Djalali, per chiedere la sospensione della sentenza capitale e l'immediato rilascio per le cure mediche necessarie
La Sapienza sostiene l'appello urgente della rete Scholars at Risk - SAR per Ahmadreza Djalali, a cinque anni dal suo arresto, avvenuto ad aprile 2016. L'appello è stato lanciato il 26 aprile 2021 dal presidente del Karolinska Institutet di Stoccolma, Ole Petter Ottersen, dal rettore dell'Università del Piemonte Orientale di Vercelli, Gian Carlo Avanzi, e dalla rettrice della Vrije Universiteit Brussel Caroline Pauwels, a nome dei tre atenei nei quali Ahmadreza Djalali aveva svolto attività di ricerca prima della sua detenzione in Iran. "Abbiamo avuto il privilegio di avere il dottor Djalali come collega - scrivono i tre rettori - e ora chiediamo ancora una volta pubblicamente il suo immediato rilascio".
Scholars at Risk chiede alle autorità iraniane di sospendere la sentenza capitale emessa contro il Ahmadreza Djalali e di assicurare il suo immediato rilascio in modo che possa ricevere le cure mediche di cui ha urgente bisogno.
Mentre visitava l'Iran nell'aprile del 2016, per partecipare a una serie di workshop ospitati dalle università di Teheran e Shiraz, le autorità hanno arrestato Djalali per presunta "collaborazione con governi ostili". Da allora è stato successivamente detenuto nella prigione di Evin e tenuto periodicamente in isolamento. Il 21 ottobre 2017 Djalali è stato condannato a morte. Il 24 novembre 2020, le autorità iraniane lo hanno trasferito in isolamento e hanno iniziato i preparativi per eseguire la condanna a morte. Da allora, le autorità hanno continuamente rimandato l'esecuzione ma hanno mantenuto Djalali in isolamento per oltre 20 settimane. La sua salute si è drasticamente deteriorata mentre era soggetto a condizioni estreme, tra cui avere le luci accese in isolamento 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Secondo quanto riferito, soffre di dolori allo stomaco e difficoltà respiratorie e ha perso almeno 12 Kg. Il 14 aprile 2021 le autorità hanno trasferito Ahmadreza Djalali dall'isolamento a una cella con diversi occupanti. Le autorità continuano a negargli l'accesso al suo avvocato, alla sua famiglia e all'assistenza medica urgentemente necessaria. Queste azioni deliberate impongono incommensurabile angoscia e dolore al dottor Djalali e alla sua famiglia.
Prima del suo arresto, avvenuto nell'aprile 2016 mentre si trovava nella capitale iraniana per un seminario, Djalali viveva e svolgeva la sua attività di ricerca a Stoccolma, dove si era trasferito da anni con la famiglia, e aveva rapporti accademici internazionali con diversi atenei.
La rete Scholar at Risk, di cui la Sapienza fa parte dal 2019, si è mobilitata, insieme a Amnesty International e ad altre organizzazioni, per chiedere la sospensione della condanna a morte e la scarcerazione immediata di Djalali per motivi di salute.
La campagna è sostenuta anche dall'alleanza CIVIS, dalla rete Unica, il network delle università delle capitali europee e dalla Crui, che hanno inviato appelli alle autorità iraniane per chiedere la liberazione di Djalali. Scholar at Risk è una rete internazionale di Università fondata nel 1999 presso l'Università di Chicago da accademici e difensori dei diritti umani interessati a promuovere il principio di libertà accademica e a proteggere accademici/che in pericolo di vita o il cui lavoro di ricerca e insegnamento è severamente compromesso.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 aprile 2021
Il diritto di cronaca dei giornalisti, quello a essere informati dei cittadini, il rischio della gogna mediatica per chi è protagonista di fatti di cronaca giudiziaria. E ancora, la libertà di stampa, il diritto di critica, la presunzione di innocenza, la durata (eccessiva) dei processi, il diritto alla reputazione, le querele temerarie, il carcere per i giornalisti e la riforma di cui da anni si discute senza mai approdare a nulla di concreto.
I temi sono tanti e si intrecciano tra loro in una discussione che va avanti ormai da tempo mentre di anno in anno continua a crescere il numero dei cronisti minacciati dalla camorra o querelati da chi vuole mettere un bavaglio al loro lavoro di inchiesta. E la politica che fa? Ne abbiamo parlato con Catello Vitiello, deputato di Italia Viva, avvocato penalista e componente della Commissione Giustizia della Camera.
"Effettivamente, nel 2004, la Corte europea dei diritti dell'uomo, in occasione di un ricorso di due giornalisti condannati per diffamazione in quanto autori di un articolo nel quale accusavano un giudice di essere coinvolto in fatti di corruzione, ha ricordato in proposito il proprio insegnamento secondo cui la stampa svolge l'essenziale ruolo di "cane da guardia" della democrazia, rilevando il delicato equilibrio tra il diritto di espressione e la tutela della reputazione delle persone, senza mai dissuadere i media dal dovere di segnalare all'opinione pubblica casi apparenti o supposti di abuso dei pubblici poteri".
È labile il confine fra diritti e interessi diversi. "Così accade, per esempio, con il timore di sanzioni detentive - aggiunge il deputato Vitiello - La pena detentiva per un reato a mezzo stampa può essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti, quando altri diritti fondamentali siano stati seriamente offesi. La politica deve farsi carico di garantire che questo equilibrio venga rispettato, anche precisando i casi tassativi in cui la pena detentiva sia extrema ratio posta a garanzia di diritti di pari valore costituzionale".
Da tempo si discute di riforme, ma alle parole ancora non seguono i fatti. A proposito della possibilità del carcere per i giornalisti condannati, a giugno scade il termine che lo scorso anno la Corte Costituzionale ha stabilito affinché sia rivista in Parlamento la norma che prevede la reclusione per i giornalisti condannati per diffamazione: a che punto siamo? "Le proposte di legge sono diverse e tutte ferme - spiega il componente della Commissione Giustizia - La Consulta ha chiesto al Parlamento di rivedere il bilanciamento di cui parlavo, tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione individuale, proprio in particolare con riferimento all'attività giornalistica. Personalmente, ritengo che occorre una riforma seria".
Di che tipo? "Una riforma - sottolinea Vitiello - che punti, da un lato, a rivedere la distinzione fra il giornalista dipendente e quello freelance dal punto di vista del trattamento lavorativo e del riconoscimento della tutela legale; dall'altro, a regolamentare lo spazio della libertà di informare e di formare la pubblica opinione stabilendone con precisione i limiti dettati dagli altri diritti fondamentali in gioco, come la reputazione della persona e la vita privata. Visto che una buona parte delle querele sono legate al mondo giudiziario, sarebbe anche utile ridefinire l'ambito del diritto di cronaca giudiziaria, i cui confini non possono ritenersi sovrapponibili al diritto di cronaca lato sensu inteso. Di conseguenza - conclude - anche la tutela legale del giornalista investigatore dovrebbe essere garantita e trattata in maniera specifica".
Il Dubbio, 26 aprile 2021
Il J'accuse della corrente ribelle delle toghe: "Solo chi versa in spudorata malafede può assimilare un'inchiesta sulla degenerazione correntizia alla volontà di rifare i processi e riscrivere le sentenze". "La lista Articolo Centouno non ha nulla a che fare con nessuna proposta di commissione d'inchiesta. È vero invece che, nell'ambito di considerazioni di portata molto più vasta, una commissione di inchiesta sulla materia del correntismo e sulla degenerazione correntocratica dell'autogoverno della magistratura è stata considerata auspicabile nella lettera aperta al Presidente della Repubblica che qualche mese fa è stata sottoscritta da oltre cento magistrati". E quanto precisa una nota a firma dei quattro componenti eletti nella lista Articolo Centouno al comitato direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati, Maria Angioni, Giuliano Castiglia, Ida Moretti e Andrea Reale, replicando a quanto sottolineato in un documento di Area democratica per la giustizia che "mistifica slealmente la realtà".
di Giovanni Donnadio
gnewsonline.it, 26 aprile 2021
"Superiamo la tentazione dello scontro continuo. In una data così simbolica per l'Italia, che segna il tempo della Liberazione, della rinascita, della ricostruzione, proprio la Giustizia può e deve diventare il terreno sul quale ritrovare lo spirito di unità nazionale. Le diversità resteranno, come nella stagione che portò alla nascita della Costituzione, ma come allora si può provare a ricomporre le fratture su progetti precisi in nome di uno scopo più grande.Deve essere molto chiaro che senza riforme della Giustizia, niente fondi del Recovery. E per un compito così importante, serve responsabilità e volontà di tutti". È un appello alla responsabilità di tutti quello lanciato dalla Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, in un'intervista con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini.
di Franco Corleone
L'Espresso, 26 aprile 2021
La decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato che "l'ergastolo ostativo è incompatibile con la Costituzione" è un punto fermo e ogni discussione deve prendere atto di una ferita che per un anno non sarà sanata. La realtà è in contrasto con l'art. 27 della Costituzione, con l'art. 3 sempre della costituzione e con l'art. 3 della Convenzione Europea dei diritti umani.
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